Asmone: le emozioni, la scienza, la Magna Grecia e la Toscana

Una Pittura accorta, ma fatta di getto. Una serie infinita di colori, ma ordinati. Una matericità densa, ma irrimediabilmente leggera. Un corpo consistente nelle sculture, ma attraversato da piccoli antri, spaccature, spazi impercorribili.
Asmone dipinge e crea le sue sculture così, come attraversando gli opposti, lasciandoli agli estremi di un discorso che nasce da riflessioni scientifiche ma è coniugato scandendo i paradigmi dell’emozione.
Quello che è alla base della sua arte è la vicinanza non solo teorica al rispetto dell’importanza dei fatti emozionali. Fosse uno scrittore, sarebbe protagonista di un Romanticismo molto italiano, con buona pace di quel che ci somministravano i libri di letteratura e i loro sacerdoti al liceo. Avrebbe tracciato, senza permettere al braccio mediatore e portator di penna, le sue rime o le sue prose partendo dalla sacrosanta emozione e in ciò cercando di trasmetterla il più fedelmente possibile alla carta. Avrebbe, insomma, tradito le aspettative della metrica e della prosodìa piuttosto che mancare nei confronti della emozione e delle emozioni. Ma per fortuna è pittore e scultore, e trasporta i suoi “cromatici” con la autorevolezza del fiero difensore del gesto.
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Eppure la certezza della scienza e delle sue applicazioni interessano ed animano il percorso di Asmone. Joannes Itten, pittore, designer e scrittore svizzero, nobile parte di quella magnifica scuola che fu il Bauhaus nel primo Novecento, determinò con un cerchio cromatico le attribuzioni classificative di “colore primario”, “secondario” e terziario dalle tinte derivate dalla combinazione dei tre colori inclusi un un triangolo (il Trinagolo di Itten) a sua volta incluso in un esagono che si lascia avvolgere da un cerchio, colorato dalle tinte delle combinazioni tra i colori inclusi nel triangolo e nell’esagono. L’opponente del colore che sceglierai tra i primi tre, sarà quello più giusto per combinare due colori. Nulla di casuale, anzi. La casualità è solo la partenza. L’arrivo è smaccatamente causale.
Toscano di adozione, viene dalla Magna Grecia e da quella città che ha “il chilometro più bello d’Italia”, Reggio di Calabria. Le profondità del mare davanti a Scilla, il vento che spettina le vele e lo sguardo che ha vagato in cerca di nuove avventure sono nei suoi lavori. Pezzi profondi come gli abissi e dolci come le carezze della brezza sul lungomare d’estate, mentre quasi tocchi l’Isola lì di fronte, con attorno cespugli di pitosforo e fiori che si sporgono strafottenti dalle ringhiere dei balconi affacciati al mare. Asmone non ha mai perso il contatto con quella Punta d’Italia, porta nei suoi racconti di tinte e dimensioni la grande eredità nata nei silenzi marini, lontana dalla caciara dei lidi affollati, e la coniuga con la toscanità dei cipressi che interrompono la dolcezza dei declivi morbidi tra colline piene di ulivi e vigne nella bella terra toscana. Le emozioni, quelle che rimanda a noi, nascono soprattutto da quella dotazione acquisita negli anni della giovinezza e degli studi, e riaffiorano prepotenti ogni volta, marcati ad ogni singola virgola di colore da una mescola di sensazioni e cromie che attraversano le sue opere come a mostrare un linguaggio che arriva intatto fino alla parete di chi sceglie i suoi lavori. Un filo che unisce fatalmente la sua percezione a quella di chi guarda e gode di tanta abbondanza narrativa.
In lui si uniscono le capacità dei maestri della ceramica calcidica, venuti coi loro conterranei dalla Grecia nel VIII secolo a.C. a fondare Reghion, dettare legge nella scultura e nella bronzistica e creare il porto più importante per chi arrivava da Oriente, e la miscela tra la ruvida, inconfondibile parlata espressionista e colorita della favella toscana ed il tonalizzarsi della natura in mille sfumature di verdi e di terre d’ombra: il corredo della ricchezza artistica che completa il dolce andare delle colline attorno a Pistoia.
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Il frutto del suo lavoro, costante e coerente, sta nella unità concettuale del suo dipingere e creare, e in ciò percorre una strada senza fine. Perché infinite sono le possibilità di indagare il colore e le sue applicazioni, nel suo codice compositivo. Si può dire che la sua indagine senza resa sarà percorsa da una varietà enorme di opere, e invece Asmone prende il tempo per confrontarsi coi colori e le loro declinazioni sulla tela o nella materia delle sue sculture di terrecotte smaltate. Come a ricordarci che quella “casualità iniziale” (e sono parole sue) dovrà fare i conti con la “causalità del necessario” che è la stretta utilità del rispondere alle sacre regole della pittura e del momento in cui dipinge quanto la necessaria forma di gradimento di chi deciderà di avere una delle sue operazioni artistiche in casa.
Dice Asmone: “La composizione, l’equilibrio tonale, la giustapposizione dei colori, i contrasti cromatici ed i conseguenti effetti visivi sono esclusivamente guidati dall’emozione provata nella fase creativa. L’emozione è causa del risultato finale ed è necessaria per la realizzazione dell’opera stessa”.
Una pioggia di emozioni e di colore, giustamente propagata dalla pittura alla scultura, perché nessuna delle due arti abbia a cedere di fronte all’altra. Entrambe figlie di un sentire profondo, significative figlie di una creazione attenta che nessuna voce esterna potrà frenare.
Da qui, senza esitazione alcuna, non si è mai percorsa la strada degli accostamenti e dei paragoni, perché ciascun artista è singolo nella sua unicità, quando ha mezzi ed attrezzatura tecnica per essere artista. Per cui è fisiologico rifiutare i paralleli con altri, ai quali Asmone avrà pur guardato, proprio per la caratteristica e convincente azione costruttrice del suo operare: una indagine pittorica con solide radici emozionali e scientifiche in parti pressoché uguali.
Ogni singola porzione di un suo quadro e ogni centimetro cubo delle sue sculture racconta un vigore espressivo ordinato, quantunque classificabile nella rinuncia alla forma codificata. Nulla arriva come una molle distrazione dal compito di raccontare l’ emozione, che è figlia di qualcosa di così profondo ed intimo da non avere sfogo fedele all’intensità con cui la si sente. Pino Daniele, che di emozioni ci ha cantato in maniera indelebile, diceva “…‘ncòppa all’emozione nun se pò parlà. Cantà, si…”. E dipingere, pure, chiedendo licenza al compianto, grandissimo artista.
Il linguaggio di Asmone è internazionale. Merita scenari ampi e sempre maggiori. Basta conoscere la via che attraversa ogni volta che si lancia nel dipingere e nello scolpire. Una strada accidentata, in cui deve stare attento a tutto, pur lasciando che la mano vada a creare curve di materia, sovrapposizioni dense di colore ad olio, smalti abbondanti sulla terracotta.
Ma poi, il sentire lo guida, come gli dei guidavano i nocchieri greci in un mare avverso o come l’aria della dolce Toscana guidava i cavalli in scuderia, dopo un lungo giorno di fatica.
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