Confini da Gaugin a Hopper,
Canto con variazioni.
Passariano di Codroipo (UD), Villa Manin,
Esedra di Levante
11 Ottobre 2025
12 Aprile 2026
Alle porte dell’autunno Villa Manin ospita una mostra imperdibile, a cura di Marco Goldin, Confini, da Gauguin a Hopper, con oltre 120 opere provenienti da decine di musei europei e statunitensi, e anche da alcune collezioni private. Artisti con percorsi articolati sul filo rosso ideale di un confine, non solo geografico ma anche psicologico, in un canto con variazioni evocato nel sottotitolo della mostra che si propone come l’evento di punta di “GO! 2025 Nova Gorica - Gorizia, European Capital of Culture”, di cui interpreta il tema. Ad accoglierla gli spazi totalmente rinnovati, e adeguati a mostre di livello internazionale, dell’Esedra di Levante di Villa Manin, a Passariano di Codroipo (Udine).
Una mostra con due promotori, Marco Goldin e Massimiliano Fedriga, Governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha sposato il progetto e si è adoperato per realizzare le condizioni per poter creare, nel complesso monumentale di Villa Manin, spazi sicuri e adeguati ad accogliere i prestiti internazionali che rendono unica questa grandiosa rassegna. Qui i confini sono visti non come barriere ma quali opportunità, luoghi di contaminazioni, di scambio, aperture di nuovi orizzonti, stimoli. Si tratta di confini geografici, storici, orografici, psicologici e culturali, su percorsi che spaziano dall’infinitamente grande dell’universo al segreto della propria anima.
La mostra si apre con la prima sala, nell’Esedra di Levante del complesso dogale di Villa Manin, con otto capolavori che accompagnano i visitatori in un viaggio nella pittura del XIX e del XX secolo, dall’Europa all’America. Nella prima parte della sala troneggia un autoritratto di Vincent van Gogh, icona internazionale deputata a rappresentare il confine interiore dello spirito riflesso nel proprio volto pensieroso e accigliato, specchio della sua anima tormentata. Sulle pareti laterali, due opere dei maggiori pittori del secondo Novecento: Anselm Kiefer con un’opera di impronta post-vangoghiana, raffigurante una strada che si estende verso un confine che tende all’infinito. Davanti a lui lo strepitoso orizzonte psicologico astratto di Mark Rothko, in cui il colore sostituisce l’immagine evocando esso stesso lo spazio assoluto in cui perdersi col pensiero.
Nella seconda parte della prima sala sono esposte opere paesaggistiche, in cui gli elementi del mare, del cielo e della montagna accompagnano il visitatore verso i confini di uno spazio che spesso sfocia nell’altrove. Non poteva mancare, qui, una delle più belle versioni della famosa Onda di Gustave Courbet e l’unione di montagne e cielo in un’opera dell’artista svizzero Ferdinand Hodler tra fine Ottocento e inizio Novecento.
La Provenza, e il Mediterraneo attorno ad Antibes, nel sud della Francia, sono nella mostra altri luoghi prediletti e immortalati dagli artisti, distanti dalle affollate città che si affacciavano pian piano nell’era industriale. Claude Monet, che per dipingere si spostava con facilità, è stato prima in Liguria a Bordighera nel 1884 e poi ad Antibes, nel 1888. Un quadro eccezionale, Antibes vista da La Saliso, dal museo americano di Toledo in Ohio, illumina con i suoi colori delicati lo sguardo dei visitatori, che come d’incanto possono varcare i confini del museo per ritrovarsi, con il pensiero, in Provenza, accompagnati anche da Pierre Bonnard, artista novecentesco che porterà a compimento in Provenza la lezione di Monet, con alcuni suoi quadri provenienti dal museo di Winterthur.
La mostra indaga anche il tema del giardino, luogo entro i cui confini si è invitati al raccoglimento, per poi trovare nel cielo la dimensione dell’infinito. Non si può parlare di giardini senza pensare a quello di Claude Monet a Giverny, da lui curato in maniera quasi maniacale, per poi raffigurarlo in tele come quella qui esposta, Iris, in cui la trama damascata dei fiori sfocia nello stagno delle ninfee. Inquieto ricercatore di un confine sempre più lontano, Paul Gauguin è il protagonista di una serie bellissima di quadri molto famosi, mentre Pierre Bonnard, con uno dei suoi paesaggi provenzali, trova l'oltre confine nel sud della Francia, meta desiderata da artisti come Van Gogh, Monet, Cezanne.
Un dipinto di Edward Hopper, Mezzogiorno in punto, esalta il legame tra la figura e lo spazio esterno alla casa. Le ombre, nette, evocano una giornata assolata, e lo sguardo della donna sottolinea la ricerca ideale di un confine, sulla scia di una tradizione che in America già da metà Ottocento aveva messo al centro il legame tra figura e spazio infinito. Le due sale successive sono dedicate agli autoritratti, nella ricerca del confine introspettivo del proprio sguardo, per dirla come il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte: “Distogli lo sguardo da tutto ciò che ti circonda e guarda dentro te stesso”. Un confine da ricercare dentro sé stessi, con alcuni autoritratti di Edvard Munch, ancora Van Gogh, Paul Gauguin e poi due autori di lingua tedesca che a inizio Novecento vivono quella inquietudine dell’anima, come Ferdinand Hodler e soprattutto Ernst Ludwig Kirchner. In questa sezione sono esposti i due soli ritratti che Vincent Van Gogh aveva realizzato a due pazienti dell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, allorché si era auto imposto il ricovero dal maggio 1889 al maggio 1890. Una testimonianza toccante di come Van Gogh sapesse cogliere le espressioni della sofferenza, del dolore, del disequilibrio, della malinconia e della follia. Il percorso prosegue con una galleria di splendidi ritratti - da Gustave Courbet a Edouard Manet, da Edgar Degas a Pierre-Auguste Renoir, alla ricerca nei volti silenziosi di un confine introspettivo. Questa sospensione di silenzio torna con Amedeo Modigliani, grazie ad un linguaggio pittorico del tutto nuovo, per proseguire con alcuni ritratti eseguiti da Francis Bacon e Alberto Giacometti alla ricerca spasmodica del proprio io.
La terza sezione della mostra è stata progettata grazie alla collaborazione di una quindicina di musei prestatori, sia americani sia europei, ed è riservata alle figure collocate nello spazio, facendo riferimento all’arte americana dell’Ottocento e del Novecento. Il rapporto idilliaco tra uomo e natura è tipico della cosiddetta Hudson River School, un gruppo di pittori che dà il via all’arte americana moderna. La valle del fiume Hudson è il luogo incontaminato che segna confini come in un paradiso terrestre, come nel dipinto di Asher Brown Durand. In questa stessa sala spiccano opere che sottolineano il legame tra le figure e l’immensità dell’oceano, con le opere di Edwin Church e John Frederick Kensett. Figure sul lungomare, di Kensett, esalta la vastità del paesaggio marino grazie ad un punto di fuga, figlio di una prospettiva eccezionale, che trasporta lo sguardo del fruitore al di là della scogliera, dove mare e cielo si spingono verso l’immensità.
Si prosegue con opere in cui trionfa l’abilità degli artisti di disporre figure in uno spazio che allarga a dismisura i propri confini. Dapprima con Winslow Homer il cui studio, lungo la costa del Maine, è quasi un santuario davanti all’oceano Atlantico, raffigurato in tante delle sue tele. Presente in mostra uno dei suoi capolavori, Il vento occidentale, dipinto pochi anni prima della fine dell’Ottocento. Qui è il vento a dominare la scena, mentre una figura femminile, sullo sfondo, volge lo sguardo verso l’orizzonte alla ricerca, forse, della quiete. La sala vanta ancora opere dei tre artisti che in America, nel XX secolo, hanno portato avanti la proiezione delle figure nello spazio. Tra queste, incantevoli le opere di Edward Hopper e di Richard Diebenkorn, due artisti che hanno reso incantevole la pittura americana. E il rapporto tra figure e spazio, nella dimensione del confine che da quotidiano si fa eterno, è il tratto distintivo dei dipinti di Andrew Wyeth, dalle modulazioni fantastiche e damascate. In questa parte della mostra, artisti europei che hanno alimentato il legame tra figure e natura. Quindi Giovanni Segantini con le sue contadine tra i monti, e un capolavoro post romantico di Arnold Böcklin, che colloca una figura pensierosa e triste sul confine tra la spiaggia e la risacca. E ancora Edvard Munch e Henri Matisse, nei cui quadri è una finestra a rappresentare il punto di raccoglimento alla ricerca di confini lontani.
Nella quarta area della mostra artisti che hanno ricercato un confine nella speranza di ritrovare un paradiso perduto lontani dai traffici delle città, con Paul Gauguin che ancora oggi incarna l’ansia di trovare un altrove pullulante di vita e colore. La rassegna ne segue il cammino fin da quando, nel 1887, con l’amico pittore Charles Laval, fugge per alcuni mesi prima a Panama, dove fa lo sterratore per il canale in costruzione, e poi in Martinica. Uno splendido paesaggio proprio della Martinica, dal museo di Edimburgo, immerge i visitatori dentro la purezza del colore. Ma poi la ricerca dell’Eden lo porterà a intermittenza in Bretagna, dove realizzerà alcune tra le sue opere più belle tra il 1889 e il 1890, come quella in mostra dal museo di Stoccolma. Ma è Tahiti il punto di approdo per Gauguin, con i lunghi soggiorni, il primo dal 1891 al 1893 e il secondo dal 1895, dopo il ritorno dalla Francia, fino al 1901. La mostra propone uno dei capolavori assoluti dell’intera parabola artistica dell’artista, Parau Api del 1891, proveniente dal museo di Dresda, a confronto con Donna tahitiana del 1897 dal museo di Belgrado, che rappresenta il secondo periodo di Gauguin a Tahiti, alla faticosa ricerca di una vita semplice, fatta di valori essenziali, lontani dalla frenesia del nascente capitalismo. Infine, la Provenza è il punto di svolta per Vincent van Gogh, perché nei due anni trascorsi tra Arles e Saint-Rémy trova la sublimazione dentro il colore nuovo. Una versione bellissima di Ulivi dal museo di Edimburgo mette in evidenza il tratto vitale della pennellata di Van Gogh, generatrice di alberi vivi, contorti nel loro espressionismo atto ad estrapolare i confini dell’anima tormentata di un artista che ha segnato la storia dell’arte. Paul Cezanne in Provenza torna a casa e vi dipinge tanti capolavori, come alcuni tra quelli presenti nell’esposizione di Villa Manin, a cominciare da un bosco del museo di Cardiff e altri ancora come i meravigliosi Grandi alberi sempre dal museo di Edimburgo.
La quinta area della mostra presenta una quarantina di straordinarie xilografie giapponesi, raccolte in due successive sequenze per non esporre troppo a lungo alla luce quei fogli preziosi. Provengono da un’unica collezione privata, con i maggiori nomi dell’ukiyo e, da Utamaro a Eisen, da Hokusai a Hiroshige. È soprattutto negli anni sessanta del XIX secolo, subito dopo l’apertura del Giappone al mondo, che la conoscenza dell’arte di quel Paese diventa centrale in Europa e molte delle grandi Fiere espongono centinaia, o a volte migliaia di oggetti e manufatti. Nell’Esposizione Universale di Parigi del 1867 vengono presentati oltre cinquemila fogli con xilografie a colori. La maggior parte tra essi era stata commissionata per la circostanza, ma era presente anche una selezione dei maestri storici, da Utamaro a Hokusai a Hiroshige. L’Esposizione ebbe un enorme successo e più di nove milioni di persone la visitarono. Gli artisti europei, ma anche americani, venivano in possesso a Parigi delle xilografie giapponesi, acquistandole soprattutto nel negozio di un mercante tedesco, Sigfried Bing, che grazie a legami familiari fu per molto tempo l’unico a procurarsele direttamente in Giappone. Bing è citato più volte nella corrispondenza di alcuni tra i pittori che sono in mostra, a cominciare da Monet e Van Gogh, che possedevano molte centinaia di quelle xilografie. Dunque, è la cultura figurativa giapponese, tanto affascinante, che sposta il proprio confine in Europa, grazie anche all’apertura del canale di Suez che, inaugurato il 17 novembre 1869, fu realizzato dal francese Ferdinand de Lesseps su progetto dell'ingegnere italiano di cittadinanza austriaca Luigi Negrelli. L’apertura del canale di Suez, che consentiva di navigare dal Mediterraneo al Mar Rosso, cambiò per sempre la percezione della distanza esistente tra Europa e Oriente, rendendo le comunicazioni e i traffici più veloci. Il confine si tendeva al di là degli oceani e raggiungeva chi aveva lo spirito giusto per accogliere quel mondo incantato.
La sesta e ultima area della mostra occupa per intero uno dei due piani dell’Esedra di Levante di Villa Manin. Con una sessantina di opere vale la metà esatta del percorso, una mostra nella mostra intitolata I confini e gli elementi naturali. È dedicata alla combinazione dei vasti elementi naturali - la montagna, il mare, il cielo - come simboli del confine nell’universo. Il confronto tra la pittura americana dell’Ottocento e quella europea dello stesso secolo trova il suo punto più alto nella parte dedicata all’immagine della montagna. È un primo elemento che caratterizza la dimensione eroica del confine ricercato in natura e dentro sé stessi. Caspar David Friedrich, artista romantico tedesco, spicca con un paio di versioni delle sue montagne dipinte, una delle quali immersa nella nebbia mattutina. L’ispirazione romantica legata a quella rappresentazione torna nella pittura di Thomas Cole, e poi con pittori come Albert Bierstadt e Sanford Robinson Gifford. Ma è con l’iconica montagna Sainte-Victoire di Cezanne, dal museo di Cardiff, che questa rappresentazione in mostra toccherà il culmine, raffigurando una vera e propria località sacra, fatta di forza e di spirito. I monti dipinti da Ferdinand Hodler evocano l’esempio cezanniano e sempre sulle Alpi svizzere sarà Giovanni Segantini, anche lui presente, a saldare l’immagine delle vette con l’infinità della natura. Il secondo, grande elemento che segna un confine da percorrere e attraversare è quello del mare. Anche in questo caso il punto di partenza è il romanticismo, questa volta quello di William Turner. Diversi i suoi quadri in esposizione, sia quando il suo mare è solcato da velieri che vanno verso l’orizzonte, sia quando mare e cielo si confondono con modalità quasi astratte, sia infine, in un quadro molto famoso, quando il sole cala sotto la linea che divide cielo e mare. Dall’altra parte della Manica giganteggia la figura di Gustave Courbet, con alcune tele che ritraggono le sabbie di Normandia. Il percorso prosegue con Claude Monet, anche lui presente con alcuni dipinti sempre sulle coste di Normandia fra Pourville e Varengeville.
Quindi si entra nel pieno Novecento, con le opere di Pierre Bonnard, Emil Nolde e Nicolas de Staël, in una sequenza mozzafiato che ha come segno cromatico l’arancio del tramonto. Infine, l'immagine del cielo che rappresenta per antonomasia il luogo di un confine che il pittore spinge sempre più in là. È con il principio del XIX secolo che esso assume una forma autonoma e indipendente e non è più soltanto uno dei luoghi possibili della rappresentazione storica. Si parte con i pittori romantici di punta, ancora Friedrich e Turner, questa volta assieme a John Constable. Alle sue opere si ispirò Eugène Boudin, il maestro di Monet. Di Boudin, isolati su una parete, una serie di piccoli studi a olio, realizzati sul motivo sulle spiagge di Normandia. A seguire, i cieli domestici degli impressionisti, da Monet a Alfred Sisley a Camille Pissarro. Indimenticabili le ultime sale del percorso. Il passaggio tra Ottocento e Novecento è segnato dai cieli dipinti da interpreti incredibili, da Edvard Munch ancora a Monet, da Piet Mondrian a Edward Hopper a Emil Nolde. Fino alla transizione verso quei cieli piatti di De Staël sopra la Senna a Parigi per giungere ai cieli interiori di un pittore immenso e definitivo, Mark Rothko. Una mostra emozionante ed imperdibile, con opere che raramente giungono sul territorio italiano.
Passariano di Codroipo (UD), Villa Manin,
Esedra di Levante
11 Ottobre 2025
12 Aprile 2026
Alle porte dell’autunno Villa Manin ospita una mostra imperdibile, a cura di Marco Goldin, Confini, da Gauguin a Hopper, con oltre 120 opere provenienti da decine di musei europei e statunitensi, e anche da alcune collezioni private. Artisti con percorsi articolati sul filo rosso ideale di un confine, non solo geografico ma anche psicologico, in un canto con variazioni evocato nel sottotitolo della mostra che si propone come l’evento di punta di “GO! 2025 Nova Gorica - Gorizia, European Capital of Culture”, di cui interpreta il tema. Ad accoglierla gli spazi totalmente rinnovati, e adeguati a mostre di livello internazionale, dell’Esedra di Levante di Villa Manin, a Passariano di Codroipo (Udine).Una mostra con due promotori, Marco Goldin e Massimiliano Fedriga, Governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha sposato il progetto e si è adoperato per realizzare le condizioni per poter creare, nel complesso monumentale di Villa Manin, spazi sicuri e adeguati ad accogliere i prestiti internazionali che rendono unica questa grandiosa rassegna. Qui i confini sono visti non come barriere ma quali opportunità, luoghi di contaminazioni, di scambio, aperture di nuovi orizzonti, stimoli. Si tratta di confini geografici, storici, orografici, psicologici e culturali, su percorsi che spaziano dall’infinitamente grande dell’universo al segreto della propria anima.
La mostra si apre con la prima sala, nell’Esedra di Levante del complesso dogale di Villa Manin, con otto capolavori che accompagnano i visitatori in un viaggio nella pittura del XIX e del XX secolo, dall’Europa all’America. Nella prima parte della sala troneggia un autoritratto di Vincent van Gogh, icona internazionale deputata a rappresentare il confine interiore dello spirito riflesso nel proprio volto pensieroso e accigliato, specchio della sua anima tormentata. Sulle pareti laterali, due opere dei maggiori pittori del secondo Novecento: Anselm Kiefer con un’opera di impronta post-vangoghiana, raffigurante una strada che si estende verso un confine che tende all’infinito. Davanti a lui lo strepitoso orizzonte psicologico astratto di Mark Rothko, in cui il colore sostituisce l’immagine evocando esso stesso lo spazio assoluto in cui perdersi col pensiero. Nella seconda parte della prima sala sono esposte opere paesaggistiche, in cui gli elementi del mare, del cielo e della montagna accompagnano il visitatore verso i confini di uno spazio che spesso sfocia nell’altrove. Non poteva mancare, qui, una delle più belle versioni della famosa Onda di Gustave Courbet e l’unione di montagne e cielo in un’opera dell’artista svizzero Ferdinand Hodler tra fine Ottocento e inizio Novecento.
La Provenza, e il Mediterraneo attorno ad Antibes, nel sud della Francia, sono nella mostra altri luoghi prediletti e immortalati dagli artisti, distanti dalle affollate città che si affacciavano pian piano nell’era industriale. Claude Monet, che per dipingere si spostava con facilità, è stato prima in Liguria a Bordighera nel 1884 e poi ad Antibes, nel 1888. Un quadro eccezionale, Antibes vista da La Saliso, dal museo americano di Toledo in Ohio, illumina con i suoi colori delicati lo sguardo dei visitatori, che come d’incanto possono varcare i confini del museo per ritrovarsi, con il pensiero, in Provenza, accompagnati anche da Pierre Bonnard, artista novecentesco che porterà a compimento in Provenza la lezione di Monet, con alcuni suoi quadri provenienti dal museo di Winterthur.
La mostra indaga anche il tema del giardino, luogo entro i cui confini si è invitati al raccoglimento, per poi trovare nel cielo la dimensione dell’infinito. Non si può parlare di giardini senza pensare a quello di Claude Monet a Giverny, da lui curato in maniera quasi maniacale, per poi raffigurarlo in tele come quella qui esposta, Iris, in cui la trama damascata dei fiori sfocia nello stagno delle ninfee. Inquieto ricercatore di un confine sempre più lontano, Paul Gauguin è il protagonista di una serie bellissima di quadri molto famosi, mentre Pierre Bonnard, con uno dei suoi paesaggi provenzali, trova l'oltre confine nel sud della Francia, meta desiderata da artisti come Van Gogh, Monet, Cezanne.
Un dipinto di Edward Hopper, Mezzogiorno in punto, esalta il legame tra la figura e lo spazio esterno alla casa. Le ombre, nette, evocano una giornata assolata, e lo sguardo della donna sottolinea la ricerca ideale di un confine, sulla scia di una tradizione che in America già da metà Ottocento aveva messo al centro il legame tra figura e spazio infinito. Le due sale successive sono dedicate agli autoritratti, nella ricerca del confine introspettivo del proprio sguardo, per dirla come il filosofo tedesco Johann Gottlieb Fichte: “Distogli lo sguardo da tutto ciò che ti circonda e guarda dentro te stesso”. Un confine da ricercare dentro sé stessi, con alcuni autoritratti di Edvard Munch, ancora Van Gogh, Paul Gauguin e poi due autori di lingua tedesca che a inizio Novecento vivono quella inquietudine dell’anima, come Ferdinand Hodler e soprattutto Ernst Ludwig Kirchner. In questa sezione sono esposti i due soli ritratti che Vincent Van Gogh aveva realizzato a due pazienti dell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, allorché si era auto imposto il ricovero dal maggio 1889 al maggio 1890. Una testimonianza toccante di come Van Gogh sapesse cogliere le espressioni della sofferenza, del dolore, del disequilibrio, della malinconia e della follia. Il percorso prosegue con una galleria di splendidi ritratti - da Gustave Courbet a Edouard Manet, da Edgar Degas a Pierre-Auguste Renoir, alla ricerca nei volti silenziosi di un confine introspettivo. Questa sospensione di silenzio torna con Amedeo Modigliani, grazie ad un linguaggio pittorico del tutto nuovo, per proseguire con alcuni ritratti eseguiti da Francis Bacon e Alberto Giacometti alla ricerca spasmodica del proprio io.
La terza sezione della mostra è stata progettata grazie alla collaborazione di una quindicina di musei prestatori, sia americani sia europei, ed è riservata alle figure collocate nello spazio, facendo riferimento all’arte americana dell’Ottocento e del Novecento. Il rapporto idilliaco tra uomo e natura è tipico della cosiddetta Hudson River School, un gruppo di pittori che dà il via all’arte americana moderna. La valle del fiume Hudson è il luogo incontaminato che segna confini come in un paradiso terrestre, come nel dipinto di Asher Brown Durand. In questa stessa sala spiccano opere che sottolineano il legame tra le figure e l’immensità dell’oceano, con le opere di Edwin Church e John Frederick Kensett. Figure sul lungomare, di Kensett, esalta la vastità del paesaggio marino grazie ad un punto di fuga, figlio di una prospettiva eccezionale, che trasporta lo sguardo del fruitore al di là della scogliera, dove mare e cielo si spingono verso l’immensità. Si prosegue con opere in cui trionfa l’abilità degli artisti di disporre figure in uno spazio che allarga a dismisura i propri confini. Dapprima con Winslow Homer il cui studio, lungo la costa del Maine, è quasi un santuario davanti all’oceano Atlantico, raffigurato in tante delle sue tele. Presente in mostra uno dei suoi capolavori, Il vento occidentale, dipinto pochi anni prima della fine dell’Ottocento. Qui è il vento a dominare la scena, mentre una figura femminile, sullo sfondo, volge lo sguardo verso l’orizzonte alla ricerca, forse, della quiete. La sala vanta ancora opere dei tre artisti che in America, nel XX secolo, hanno portato avanti la proiezione delle figure nello spazio. Tra queste, incantevoli le opere di Edward Hopper e di Richard Diebenkorn, due artisti che hanno reso incantevole la pittura americana. E il rapporto tra figure e spazio, nella dimensione del confine che da quotidiano si fa eterno, è il tratto distintivo dei dipinti di Andrew Wyeth, dalle modulazioni fantastiche e damascate. In questa parte della mostra, artisti europei che hanno alimentato il legame tra figure e natura. Quindi Giovanni Segantini con le sue contadine tra i monti, e un capolavoro post romantico di Arnold Böcklin, che colloca una figura pensierosa e triste sul confine tra la spiaggia e la risacca. E ancora Edvard Munch e Henri Matisse, nei cui quadri è una finestra a rappresentare il punto di raccoglimento alla ricerca di confini lontani.
Nella quarta area della mostra artisti che hanno ricercato un confine nella speranza di ritrovare un paradiso perduto lontani dai traffici delle città, con Paul Gauguin che ancora oggi incarna l’ansia di trovare un altrove pullulante di vita e colore. La rassegna ne segue il cammino fin da quando, nel 1887, con l’amico pittore Charles Laval, fugge per alcuni mesi prima a Panama, dove fa lo sterratore per il canale in costruzione, e poi in Martinica. Uno splendido paesaggio proprio della Martinica, dal museo di Edimburgo, immerge i visitatori dentro la purezza del colore. Ma poi la ricerca dell’Eden lo porterà a intermittenza in Bretagna, dove realizzerà alcune tra le sue opere più belle tra il 1889 e il 1890, come quella in mostra dal museo di Stoccolma. Ma è Tahiti il punto di approdo per Gauguin, con i lunghi soggiorni, il primo dal 1891 al 1893 e il secondo dal 1895, dopo il ritorno dalla Francia, fino al 1901. La mostra propone uno dei capolavori assoluti dell’intera parabola artistica dell’artista, Parau Api del 1891, proveniente dal museo di Dresda, a confronto con Donna tahitiana del 1897 dal museo di Belgrado, che rappresenta il secondo periodo di Gauguin a Tahiti, alla faticosa ricerca di una vita semplice, fatta di valori essenziali, lontani dalla frenesia del nascente capitalismo. Infine, la Provenza è il punto di svolta per Vincent van Gogh, perché nei due anni trascorsi tra Arles e Saint-Rémy trova la sublimazione dentro il colore nuovo. Una versione bellissima di Ulivi dal museo di Edimburgo mette in evidenza il tratto vitale della pennellata di Van Gogh, generatrice di alberi vivi, contorti nel loro espressionismo atto ad estrapolare i confini dell’anima tormentata di un artista che ha segnato la storia dell’arte. Paul Cezanne in Provenza torna a casa e vi dipinge tanti capolavori, come alcuni tra quelli presenti nell’esposizione di Villa Manin, a cominciare da un bosco del museo di Cardiff e altri ancora come i meravigliosi Grandi alberi sempre dal museo di Edimburgo.
La quinta area della mostra presenta una quarantina di straordinarie xilografie giapponesi, raccolte in due successive sequenze per non esporre troppo a lungo alla luce quei fogli preziosi. Provengono da un’unica collezione privata, con i maggiori nomi dell’ukiyo e, da Utamaro a Eisen, da Hokusai a Hiroshige. È soprattutto negli anni sessanta del XIX secolo, subito dopo l’apertura del Giappone al mondo, che la conoscenza dell’arte di quel Paese diventa centrale in Europa e molte delle grandi Fiere espongono centinaia, o a volte migliaia di oggetti e manufatti. Nell’Esposizione Universale di Parigi del 1867 vengono presentati oltre cinquemila fogli con xilografie a colori. La maggior parte tra essi era stata commissionata per la circostanza, ma era presente anche una selezione dei maestri storici, da Utamaro a Hokusai a Hiroshige. L’Esposizione ebbe un enorme successo e più di nove milioni di persone la visitarono. Gli artisti europei, ma anche americani, venivano in possesso a Parigi delle xilografie giapponesi, acquistandole soprattutto nel negozio di un mercante tedesco, Sigfried Bing, che grazie a legami familiari fu per molto tempo l’unico a procurarsele direttamente in Giappone. Bing è citato più volte nella corrispondenza di alcuni tra i pittori che sono in mostra, a cominciare da Monet e Van Gogh, che possedevano molte centinaia di quelle xilografie. Dunque, è la cultura figurativa giapponese, tanto affascinante, che sposta il proprio confine in Europa, grazie anche all’apertura del canale di Suez che, inaugurato il 17 novembre 1869, fu realizzato dal francese Ferdinand de Lesseps su progetto dell'ingegnere italiano di cittadinanza austriaca Luigi Negrelli. L’apertura del canale di Suez, che consentiva di navigare dal Mediterraneo al Mar Rosso, cambiò per sempre la percezione della distanza esistente tra Europa e Oriente, rendendo le comunicazioni e i traffici più veloci. Il confine si tendeva al di là degli oceani e raggiungeva chi aveva lo spirito giusto per accogliere quel mondo incantato.La sesta e ultima area della mostra occupa per intero uno dei due piani dell’Esedra di Levante di Villa Manin. Con una sessantina di opere vale la metà esatta del percorso, una mostra nella mostra intitolata I confini e gli elementi naturali. È dedicata alla combinazione dei vasti elementi naturali - la montagna, il mare, il cielo - come simboli del confine nell’universo. Il confronto tra la pittura americana dell’Ottocento e quella europea dello stesso secolo trova il suo punto più alto nella parte dedicata all’immagine della montagna. È un primo elemento che caratterizza la dimensione eroica del confine ricercato in natura e dentro sé stessi. Caspar David Friedrich, artista romantico tedesco, spicca con un paio di versioni delle sue montagne dipinte, una delle quali immersa nella nebbia mattutina. L’ispirazione romantica legata a quella rappresentazione torna nella pittura di Thomas Cole, e poi con pittori come Albert Bierstadt e Sanford Robinson Gifford. Ma è con l’iconica montagna Sainte-Victoire di Cezanne, dal museo di Cardiff, che questa rappresentazione in mostra toccherà il culmine, raffigurando una vera e propria località sacra, fatta di forza e di spirito. I monti dipinti da Ferdinand Hodler evocano l’esempio cezanniano e sempre sulle Alpi svizzere sarà Giovanni Segantini, anche lui presente, a saldare l’immagine delle vette con l’infinità della natura. Il secondo, grande elemento che segna un confine da percorrere e attraversare è quello del mare. Anche in questo caso il punto di partenza è il romanticismo, questa volta quello di William Turner. Diversi i suoi quadri in esposizione, sia quando il suo mare è solcato da velieri che vanno verso l’orizzonte, sia quando mare e cielo si confondono con modalità quasi astratte, sia infine, in un quadro molto famoso, quando il sole cala sotto la linea che divide cielo e mare. Dall’altra parte della Manica giganteggia la figura di Gustave Courbet, con alcune tele che ritraggono le sabbie di Normandia. Il percorso prosegue con Claude Monet, anche lui presente con alcuni dipinti sempre sulle coste di Normandia fra Pourville e Varengeville.
Quindi si entra nel pieno Novecento, con le opere di Pierre Bonnard, Emil Nolde e Nicolas de Staël, in una sequenza mozzafiato che ha come segno cromatico l’arancio del tramonto. Infine, l'immagine del cielo che rappresenta per antonomasia il luogo di un confine che il pittore spinge sempre più in là. È con il principio del XIX secolo che esso assume una forma autonoma e indipendente e non è più soltanto uno dei luoghi possibili della rappresentazione storica. Si parte con i pittori romantici di punta, ancora Friedrich e Turner, questa volta assieme a John Constable. Alle sue opere si ispirò Eugène Boudin, il maestro di Monet. Di Boudin, isolati su una parete, una serie di piccoli studi a olio, realizzati sul motivo sulle spiagge di Normandia. A seguire, i cieli domestici degli impressionisti, da Monet a Alfred Sisley a Camille Pissarro. Indimenticabili le ultime sale del percorso. Il passaggio tra Ottocento e Novecento è segnato dai cieli dipinti da interpreti incredibili, da Edvard Munch ancora a Monet, da Piet Mondrian a Edward Hopper a Emil Nolde. Fino alla transizione verso quei cieli piatti di De Staël sopra la Senna a Parigi per giungere ai cieli interiori di un pittore immenso e definitivo, Mark Rothko. Una mostra emozionante ed imperdibile, con opere che raramente giungono sul territorio italiano.

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