Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Mostra concorso LOGOS Contemporary Art 2023

Arte in Viaggio 
NOSTOS ED ERRANZA 
Il canto delle Sirene 
Collettiva di pittura, scultura, ceramica, grafica, fotografia
Dal 19 agosto all'1 settembre 2023
Vernissage, sabato 19 agosto, ore 19,00
Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma 
A cura di Marilena Spataro e Francesca Caldari
con la partecipazione di Roberto Sparaci
Testo critico di Alberto Gross.
Espongono: Laura Calvelli, Luciana Ceci, Giuliano Censini, Paolo Graziani, Vittorio Masi, Elena Modelli, Giuseppe Rizzo Schettino, Laila Scorcelletti, Lorenzo Senzi, Paola Tassinari
Presentazione in anteprima della scultura 
IL VELLO D'ORO dello scultore romagnolo Mario Zanoni. 
L'evento si concluderà con letture poetiche di suoi versi tratti da varie raccolte poetiche, della poetessa Francesca Tuscano, del poeta Massimiliano Bianchi, di versi tratti dalle sue raccolte poetiche Argo e Ulysses e con la presenza di altri nomi noti della poesia contemporanea. 
 
Promosso dall'Associazione culturale LOGOS, in collaborazione con Galleria Ess&rrE del Porto turistico di Roma, il Premio LOGOS Contemporary Art 2023, torna quest'anno, per la seconda volta, nella Capitale. E, infatti, l'evento artistico espositivo si svolgerà nella fantasmagorica cornice del Porto turistico di Roma /Ostia, presso gli spazi della galleria Ess&rrE, location oltremodo evocativa del tema di questa seconda edizione della rassegna: Arte in Viaggio. NOSTOS ED ERRANZA. 
Un viaggio, una navigazione lungo i mari dell'imponderabile e negli approdi del ritorno dopo l'errare ...Viaggio nell'arte, accompagnati dalle opere degli artisti e insieme Viaggio attraverso l'arte che ci guida alla scoperta di mondi, paesaggi, immagini, visioni, atmosfere, reali e dell'anima. Sempre e comunque un “viaggiare" attraverso opere rappresentative di quel sentire perennemente sospeso tra il desiderio della scoperta, della conoscenza di nuovi inizi, di un altro possibile e la nostalgia delle origini, di ciò che si è lasciato. Sentimenti, sensazioni, pensieri, che il viaggio da sempre suscita nell'essere umano, in un fiorire di miti e leggende che fin dai tempi più remoti ne narrano l'essenza più profonda: il Nostos e l'Erranza.  
 
NOSTOS ED ERRANZA
Se, per capriccio, provassimo a fare a meno del tema del viaggio e di tutto quanto ne sia scaturigine o conseguenza, ben poca cosa – verosimilmente – ci troveremmo fra le mani di quanto immaginato, ideato, intravisto, intuito, creato dall'uomo nel corso dei secoli. Tanto intride la condizione umana lo stato di nomadismo – sia fisico che intellettuale - , di costante inquietudine, di ricerca inesausta di ciò che si realizza nella ricerca stessa.
Per questo il nostos non è mai soltanto un ritorno, semmai un viaggio di riandata dove anche il ricordo non può calpestare i propri passi, ma ritroverà sempre rinnovate immagini nel passato. 
“Come i naviganti che, persi nella vastità dell'oceano, non vedono nient'altro che cielo e mare, io vedevo solo il cielo e la mia stanza... godevo insomma di una delle vedute più belle che si possano immaginare”: così, sullo scadere del XVIII secolo, scrive Xavier de Maistre nel suo “Viaggio intorno alla mia camera”, ipotizzando di percorrere spazi e mondi potenzialmente infiniti, pure soltanto da dietro i vetri della sua finestra. Ancora di più Proust, cui basta l'accenno d'un profumo, la corolla appassita d'un fiore per viaggiare nel tempo e nello spazio in una vertiginosa discesa nell'abisso di un'identità di volta in volta riannodata, ricostruita. E' qui che nostos si appoggia ad algos, il dolore, a formare una endiadi che tanta parte ha occupato nella storia delle arti dell'uomo; la nostalgia, quel soffio di dolore che accomuna l'avventuriero e l'annoiato flaneur cittadino, Odisseo come Ungaretti, il capitano Achab come Baudelaire. 
La mostra tenterà dunque di praticare questa condizione di erranza, perenne sobbollire di dubbio e incertezza, di vagabondare l'errore nella simpatia per l'inciampo, per la capitolazione di segni che immagina il racconto di ciò che è avvenuto un istante prima di diventare antico. 
Alberto Gross 
 
Premio LOGOS Contemporary Art 2023
Arte in Viaggio 
NOSTOS ED ERRANZA
Il canto delle Sirene 
Galleria Ess&rrE
Porto Turistico di Roma
Lungomare Duca degli Abruzzi, 84. Locale 876
Aperto tutto i giorni dalle 18, 00 alle 21,00
Info: 329 4681684 oppure 392 2289810

vello doro

I quadranti verdi che hanno fatto la storia di Rolex. Parte 1.

A cura di Gabriele Olivari.

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Oggi voglio parlarvi di un colore che Rolex ha sempre apprezzato:
il Verde.
E quale miglior occasione per rendere omaggio ai quadrante verdi se non dopo che la maison ci ha privato, negli ultimi anni,
di 2 quadranti bellissimi (hulk e Daytona green), Lasciando come unico modello sportivo con dial verde il nuovo sky-dweller.
Il verde è un colore decisamente importante per Rolex, che troviamo sia nel logo che nelle migliaia di pubblicità sparse per il mondo.
Questo articolo verrà suddiviso in 2 parti, la prima, ovvero questa, parlerà dei quadranti verdi per i modelli Rolex classici, mentre il prossimo sarà incentrato sui modelli sportivi.


Foto concesse da: "I signori del tempo"


STELLA DIAL VERDE

(DAYDATE dal 1970)rollie4

Per l'introduzione dei quadranti green dobbiamo tornare indietro nel tempo con la presentazione del Rolex drollie2ayrollie5jpgdate. rollie3
Dopo i primi anni di presenza delle referenze 6511/6510 introdotte nel 1956, viene introdotta la ref 6611 e nel 1959 la nota ref 1803, che renderà celebre il modello e resterà in produzione fino al 1977.
Ed è proprio con gli anni 70 che arriva una ventata di innovazione e creatività su questa referenza, vista l'ampia richiesta di questo modello.
Infatti verranno presentati i quadranti "stella" colorati, celebri tra gli appassionati per la lavorazione e la laccatura unici, disponibili in diverse colorazioni sulle quali però ci soffermeremo in un altro articolo.
Proprio tra questi quadranti troviamo il primo dial verde Rolex, con indici al trizio e curvatura "pie-pan".
Furono montati anche su qualche datejust, riscontrarono però notevole successo su modelli da donna in oro giallo, di cui troviamo diversi esemplari in vendita tutt'ora, con la referenza 6917.
Questi quadranti con diverse variazioni accompagneranno i modelli daydate per molti anni. Rimanendo popolari negli anni 80 e 90.
Rimanendo ovviamente nel tema quadranti verdi c'è un esemplare bellissimo di 18208 ghiera liscia del 1991, proposto dal negozio "i signori del tempo" con una tonalità di verde acqua unica.
Lo splendido esemplare che potete vedere è uno stella dial.

STONE DIAL MALACHITE E DIASPRO (DAYDATE 1970)rollie7rollie 6
Foto concesse da: "Casa d’Aste Bonhams"
Sempre nella seconda metà degli anni '70 sono stati introdotti dalla maison i quadranti in pietra dura.
Veri e propri esercizi di stile oggi ricercatissimi tra i collezionisti.
Tra questi possiamo trovare l'onice (tutto nero), Lapislazzuli (Blu con dettagli gialli), Occhio di tigre (giallo sabbiato) montato solo su modelli oro giallo, pirite, sodalite, howlite, ferrite, malachite ed eliotropio (diaspro).
Proprio da queste ultime due pietre sono stati creati alcuni dei quadranti più spettacolari per Rolex daydate.
Il dial Malachite per Daydate e Datejust presenta diverse gradazioni e intensità di verde, che si alternano e mischiano tra di loro stratificandosi. Introdotti nelle referenze 1803 e 1601 (nella versione full gold) sono stati utilizzati anche su modelli successivi (18038, 18238, 16018, 16238), erano presenti anche versioni con numeri romani
Tuttavia possiamo trovare quadranti malachite anche su datejust 31mm.
L'utilizzo di questa pietra è stato reintrodotto recentemente con la referenza Daydate 128238, con indici diamantati a numeri romani.
L'altro quadrante in pietra con una spettacolare colorazione verde è il diaspro detto anche diaspro sanguigno per via delle incisioni rossastre sulla pietra, fatto con eliotropio, presente sia su datejust che daydate.

GLI OLIVE DIAL rollie8
(Daydate, Oyster perpetual)

Una tonalità di verde che Rolex ha molto apprezzato è il verde scuro denominato "olive".
Lo possiamo trovare sui daydate e sugli oyster perpetual, di produzioni 6 cifre.
è stato montato sui Rolex daydate 40mm di produzione 2022 sia in platino (228396) che in oro rosa (228235) che in oro bianco (228239).
Sul Rolex oyster perpetual invece possiamo incontrare l'olive dial sulla referenza 114200. Modello molto bello secondo me, con i dettagli della minuteria arancioni che donano un tocco di sportività al quadrante.
Cassa da 34mm, ovviamente vetro zaffiro presentata con questi quadranti nel 2015 a Basilea.
Foto concessa dal caro amico commerciante Fabio Falasca presso Manuorologi a Roma.


I QUADRANTI VERDE "SOLEIL" CLASSICI PER 18238 E 118238, 118208rollie10rollie9

La semplicità è sinonimo di classe.
Rolex questo lo sa bene.
Infatti su queste 2 referenze che secondo me rappresentano alla perfezione il daydate moderno di nuova generazione la maison ha montato 2 quadranti verdi classici con la colorazione verde tipica di Rolex.
La versione per 18238 abbinava al quadrante un cinturino verde in pelle di coccodrillo, creando un orologio da vestito spettacolare, che secondo me avrà un interesse collezionistico enorme in futuro.
Ho usato il termine soleil per differenziare questi quadranti luminosi e pieni di riflessi rispetto ai colori "pastello" più opachi e delicati. Guardandoli attentamente sotto la luce del sole possiamo notare una struttura "radiale" della vernice.
Foto gentilmente concesse dal mio amico collezionista A. M.

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I QUADRANTI DEGRADè VERDI PER ROLEX 18038, 18230, 16233, 128238
Un altra tipologia di quadrante verde moto apprezzata, che troviamo montata sui daydate 18038, 18230, 16233, 128238 è quella degradè, che troviamo sempre accompagnata da diamanti incastonati al posto degli indici.
Nella versione al trizio i diamanti sono incastonati in sostegni in oro giallo quadrati, spigolosi e molto più piccoli, nelle versioni successive il sostegno per l'incastonatura è più grande e stondato.
Nella parte centrade del quadarante troviamo la classica colorazione verde, avvicinandoci al rehaut diventa sempre più scuro fino a diventare completamente nero su tutta la circonferenza.




PRODUZIONE ATTUALE:rollie13
QUADRANTI VERDE MENTA (DATEJUST)

La produzione attuale propone dei dial verdi denominati dalla casa madre stessa color "Menta". Sono disponibili per tutte e 3 le versioni di datejust 31/36/41mm sia con ghiera liscia che zigrinata.
Il quadrante verde è presente solo con la versione con indici a bacchetta, non con i numeri romani.
Foto concessa dal caro amico commerciante Fabio Falasca presso Manuorologi a Roma.





QUADRANTE AVVENTURINA VERDE (128345RBR)rollie14
Nel 2023 Rolex ha presentato dei nuovi quadranti spettacolari in pietra per il modello Daydate. Sapete quanto amo i modelli fuori produzione, ma devo ammettere che il colore del nuovo dial in "avventurina verde" è veramente sopra le aspettative.
Con la sua superfice cristallizzata, indici semplici in oro 18kt e ben 32 diamanti incastonati e indici del 6 e del 9 numeri romani con 24 diamanti.
Quadrante prodotto internamente alla casa madre disponibile però solo per la versione di daydate in oro rosa, quindi non monterà su oro giallo oro bianco e platino.

QUADRANTI VERDE MENTA
(sky-dweller)

Con grande sorpresa il 2023 ha portato una declinazione dello sky dweller in acciaio con quadrante verde menta. Lo stesso utilizzato sui datejust sopra citati, che però fa un contrasto spettacolare con il rosso degli indici dei mesi e del triangolo del disco ora interno dell'orologio. Essendo un quadrante decisamente più articolato degli altri secondo me ha una marcia in più.

QUADRANTE VERDE PASTELLO
(Daydate oro giallo 40mm)

Il più classico dei quadaranti verdi per Rolex daydate è stato mantenuto per il vero Rolex president, il daydate in oro giallo.
Per questo modello Rolex propone un dial verde pastello con indici a numeri Romani anche essi in oro giallo che creano un contrasto con il dial spettacolare.

QUADRANTE VERDE OLIVA
(daydate everose/oro bianco 40mm)

Nella versione da 40mm del Rolex daydate in oro rosa Rolex propone una colorzione verde oliva per il quadrante con indici oro rosa numeri romani.

QUADRANTI OLIVE PALM
Rolex ha recentemente proposto dei quadranti per Datejust con motivi e "stampe" a fantasia.
E uno dei più richiesti è proprio il Palm dial verde presente sulle produzioni attuali e presentato nel 2021.
La stampa utilizzata lo rende il quadrante con più tonalità di verde, dal verde chiaro "olive" al verde scuro utilizzato per il motivo.
Questo dial è disponibile anche nella versione con diamanti al posto degli indici a bacchetta classici.
Foto concesse dal caro amico Pasquale di “Sessantasecondi”.

In questo articolo abbiamo visto i quadranti verdi prodotti da Rolex per i modelli classici.
Nelle prossime edizioni vedremo i quadranti verdi prodotti per modelli sportivi come Submariner e Daytona.
Grazie per l’interesse che state dimostrando per questa rubrica.
Ringraziamento speciale al mio amico Matteo D’Alvano che ha collaborato alla scrittura dell’articolo.
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Davide De Luca.

Le esplorazioni cromatiche di un libero artista.
A cura di Giorgio Barassi.

Esplorare.
È il verbo adatto che è radice e motivo del lavoro di Davide De Luca. Una esplorazione libera, senza i limiti che inevitabilmente certe tecniche possono dare, al di fuori dai temi convenzionali e soprattutto con la consapevolezza di usare il colore come strumento per dare a chi guarda la stessa libertà che l’autore ha usato mescolando, apponendo, sovrapponendo tinte che alla fine sono elementi di un coro unisono e non lasciano il campo a prevalenze o favori. La nascita delle opere di Davide De Luca non innesca dubbi: espressione. Diretta, libera, incondizionata e sognante.
A sentirlo, l’artista spiega con semplicità il suo processo creativo: “…mi accorgo di creare una atmosfera eterea, di mondi immaginari…è una ricerca che dura da anni…”. È dunque lo stesso gesto a mettere De Luca nella condizione di farci percepire una operazione artistica scardinata da qualunque regola comune, pur nel rispetto del culto e nella conoscenza approfondita del colore, che per la pittura è necessario. A De Luca interessa osservare le reazioni delle sue mescole di colore, come gli piace quell’invasione continua di un colore rispetto all’altro e così ne trae lo spunto fantastico per chiudere l’opera attorno ad una atmosfera che è percepita da chi osserva rendendoci partecipi di una visione che sembra davvero completarsi nello spazio dei suoi quadri. Il richiamo alla libertà creativa è necessario, poiché senza una libera espressione che sia madre e figlia dell’istinto, le sue opere non nascerebbero.
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Nato in Belgio e dedicatosi alla pittura da giovanissimo, Davide De Luca viene condotto da uno zio collezionista nei musei romani, si appassiona al mondo dell’arte ed alle stesse sensazioni che provava da osservatore, coltivandole perché potessero dare alle sue creazioni una indipendenza assoluta, un carattere proprio e non equivocabile. Dipinge prevalentemente con l’acrilico, e la scelta ha una sua ragione. Quella tecnica permette di usare ed abusare del getto immediato, non vuole la conferma del ritocco, non prevede attese lunghe e perciò diventa incorreggibile, in una condotta espressiva che attinga alla fantasia senza eccessi inutili. E lui stesso spiega con parole asciutte ed efficaci il significato di quella scelta: “…cerco di tirar fuori la bellezza dal colore…”. Tutto chiaro. Il vero protagonista è dunque il colore, con le sue inafferrabili soluzioni che si manifestano proprio mentre il getto si espande includendo il colore confinante o respingendolo, creando una dolce guerriglia risolta con l’armonia del risultato finale. La decisione di creare d’impatto, senza ripensamenti e insieme senza impeti furiosi fa pensare ad una fredda definizione che il grande Gastone Biggi, chiaro fin troppo, dava degli artisti informali: sono come i suicidi. Se ci pensano, non commettono l’insano gesto. Devono agire senza ripensamenti. Crudele ma azzeccato.
Tra gli artisti a cui De Luca deve un interessamento sincero, citeremo il compianto Tonino Caputo, che scrisse per lui la presentazione di una mostra importante dal titolo importante: Apocatastasi. Alla fine degli anni novanta, De Luca concretizza i suoi sforzi creativi in quella mostra che fa scomparire dai suoi quadri le concrezioni di colori fin troppo ammassati, seppur notevoli e ben calibrati, per lasciare spazio ad un maggior respiro e ad una espressione delle tinte stesse, libere di giocare a rincorrersi senza regole in tele grandi o grandissime, di talché lo stesso effetto potesse essere raggiunto, con successo, anche nelle opere di piccola dimensione, riassunti di quei giochi con le tinte e le loro imprevedibilità. Un racconto di aria e colore, uno spirito libero governato dall’interesse per la fantasia ed il libero gesto. Una consolazione, per quelli che dalle opere d’arte intendono trarre godimento, compiacimento, consolazione dettate dal solo fatto di guardarle.
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Da queste righe abbiamo sempre diffidato dall’atteggiamento pigro e ricorrente di chi si lancia in comodi paragoni, ed ancora una volta ribadiamo che la pratica del “…somiglia a…” è da bandire. De Luca non somiglia, perché chi è libero e dà corpo al suo libero esprimersi può aver visto, può aver letto e considerato, ma ha una sua propria autonomia creativa ed è questo il caso, giacché la ricerca dell’artista è nel colore, nel gesto stesso di collocarlo sulla tela ad attenderne quasi le evoluzioni, guidandole con una procedura quasi fanciullesca, nello stupore di vedere riuscita l’idea di dare un’idea tra le mille combinazioni possibili, con l’intento, primario ed insopprimibile di creare, di fare pittura e non subirla. Di più diciamo che quelle combinazioni, quelle attiguità e quelle difformità cromatiche non sono, ci mancherebbe, casuali. È dalla osservazione, ripetuta ed analizzata mille e mille volte, delle dissoluzioni dei colori, del calcolo delle reazioni chimiche che arriva ciò che nelle sue tele diventa espressione di un informale da certificare come assolutamente libero. Dopotutto si dice “libero come l’aria”. Potremmo aggiungere che il vento lieve dei colori di De Luca arriva agli spiriti indipendenti prima e meglio di quanto possa giungere all’osservatore distratto o allineato. Ce lo dice l’immediato successo che le sue tele hanno riscontrato già dalle prime apparizioni televisive a Laboratorio Acca, dove è arrivato in una squadra collaudata di artisti aggiungendo la verve del fantasista ed una passione pura per il colore e le sue innumerevoli capriole.
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Laboratorio AccA a Roma.

Bollani, Koverech, Masia, Schiavon, Tonarini.
Palazzo della Cancelleria.
Una inaugurazione di prestigio per un evento indimenticabile.

A cura della redazione

Una giornata speciale in un luogo speciale. Definirla diversamente sarebbe omettere le qualità che gli intervenuti alla inaugurazione di Laboratorio Acca a Roma, la mostra a Palazzo della Cancelleria, nel cuore della Roma rinascimentale, hanno apprezzato lo scorso 21 giugno.
Giornata di mercoledì calda ed affollata di turisti per la Città Eterna, ma presenze graditissime quelle degli amici che hanno visto da vicino opere di cinque degli artisti di Laboratorio Acca, la rubrica televisiva che va in onda tutte le domeniche sera dalle 21 su Arte Investimenti Tv, impegnati in cinque personali nei solenni e sontuosi saloni di uno dei più bei palazzi storici italiani. All’ingresso, nel cortile disegnato da Bramante, l’accoglienza dei banchi assaggio di Casale del Giglio, azienda vinicola laziale dalle alte tradizioni, e di Carlucci Food, produttori di ottimo olio EVO monocultivar Peranzana e di liquori apprezzatissimi.
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L’ingresso alle sale vedeva le opere di Piero Masia a scaldare l’atmosfera, coi suoi lampi di colore nella costruzione astrattista e geometrica e i motti latini che sono diventati protagonisti di un suo ultimo ciclo, in cui le singole lettere si intersecano a trovare pretesti per l’incroci di segni, colori e linee. Un concerto di tinte che ha dato il miglior benvenuto alla gente accorsa al meraviglioso Palazzo. Salendo le scale, in progressione nelle altre sale, Tonarini, Schiavon, Koverech e Bollani. Ognuno col suo singolare ed ormai riconoscibilissimo modo di fare pittura. Le austere mura del Palazzo, i suoi affreschi, una corretta e garbata illuminazione hanno permesso agli ospiti, che nel fine settimana successivo sono stati in molti a visitare la mostra, di godersi le mille declinazioni del concetto di figura interpretato da Francesco Tonarini. Con slancio da geniaccio (così lo chiamano i due presentatori di Laboratorio Acca) ha esibito anche delle rivisitazioni ed interpretazioni del disegno michelangiolesco, oltre alla sua sbalorditiva capacità di farci scendere nell’animo dei suoi volti, siano essi tracciati sulla carta con china o matita, o siano espressi sulle uniche due tele esposte. Talento e grazia in salsa di alta sensibilità. Aleardo Koverech, che giocava in casa, ha attirato l’attenzione non solo con quelle visioni urbane di una Roma che non perde mai il suo smalto antico e glorioso nemmeno in tempi di semafori, segnali stradali, automobili e motociclette, ma anche con paesaggi rivisitati in tinte assolute e addirittura con un inedito informale molto elegante, a conferma di una elegante vena creativa inesauribile. Alessio Schiavon, ormai per tutti “Alessio de’ Fiori” ha presentato le sue ultime creazioni, arricchite da resine ed altre elaborazioni, svettando con un paio di opere dalle grandi dimensioni in cui la gentilezza proverbiale del mondo dei fiori sembra prendere il campo intero della visione, dandoci l’idea di un campo fiorito spettinato dal vento. Maturazione di concetti in fieri da anni. Si giungeva alla sala delle innovazioni con le opere di Bollani, anche di grande dimensione, in cui il concetto di “fotoquadro” era più che evidente: cattura di un’immagine che arriva dalla tivù, elaborazione più da pittore che da fotografo, con ampio spazio a sfumature, sovrapposizioni di colori e individuazione delle forme, per risultare alla fine un elaborato di tempi moderni figlio di concetti antichi. Un valido riassunto di modi creativi diversi e pieni di contenuti.

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La mostra è stata un esempio pregnante sia delle attività dei singoli artisti, presenti alla inaugurazione, sia del lavoro di promozione e diffusione che Laboratorio Acca fa da ormai quasi quattro anni. “…Sentivamo il dovere di avvicinare le opere alla gente che le vede in televisione, ma dovevamo farlo in grande stile, Palazzo della Cancelleria è insuperabile…” riassume Roberto Sparaci, che con Giorgio Barassi e la attiva partecipazione di Marina Sonzini ha curato la bella mostra romana. Mostra si, ma soprattutto mostra illustrata ai presenti con l’aplomb e la competenza di Francesco Boni, per tutti “Franco”, decano dei presentatori di arte in tv, inossidabile divulgatore ed attento illustratore dell’evento. Nella Sala dei Cento Giorni, così chiamata perché Giorgio Vasari si vantava di averla affrescata tutta in poco più di tre mesi, Boni ha calamitato da par suo l’attenzione parlando non solo dei Cinque di Laboratorio Acca, ma anche di finanza e arte, di speranza di confronto fra artisti, della Roma del Rinascimento, di arte in televisione (...chi potrebbe farlo meglio di lui?) della sua bella Roma degli anni Cinquanta e della “fame di arte” che, nonostante tutto, è presente nella dotazione genetica degli italiani e va alimentata con sfide di livello, in grado di esaltare la pittura nei luoghi più congeniali ad esporla. Un intervento applauditissimo a ben ragione.
Supportata da Renewable Consulting, dinamica e prestigiosa azienda impegnata nel campo delle energie rinnovabili (presente Rossella Valente in rappresentanza del CEO Roberto, suo padre) Laboratorio Acca a Roma ha segnato un passo importante nella storia del progetto che si occupa di divulgare e diffondere l’attività di artisti meritevoli, per niente “esordienti” o “emergenti” ma solo, magari, fino a qualche tempo fa meno noti di quanto non lo siano oggi, grazie anche ad iniziative di qualità. I vertici di Renewable Consulting, dopotutto, tengono ad una immagine che sia proiettata nel futuro, in grado si sostenere le sfide a venire, e in una frase di Caravaggio hanno riassunto il senso del loro prezioso intervento in questa bella occasione: Quando non c’è energia non c’è colore, non c’è forma, non c’è vita.

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Presenti anche altri componenti del gruppo di artisti di Laboratorio Acca come Anna Maria Tani e Davide De Luca, venuti ad incoraggiare i colleghi ed a complimentarsi con loro. Si è visto lo spirito di squadra che anima artisti diversi e pronti alle avventure che il mondo dell’arte può proporre.
“...Ora dobbiamo pensare ad un altro appuntamento qui alla Cancelleria. Il posto è superlativo. Gli artisti bravi lo meritano. La gente intervenuta ha sfidato il caldo ed è visibilmente soddisfatta, dobbiamo ringraziarli lavorando ancora meglio…”. Giorgio Barassi, che con Sparaci conduce la rubrica della domenica sera in tivù, pensa alle prossime tappe. Spazio dunque ad eventi di qualità, con Blue Star International ed Acca International che possono dirsi soddisfatte di aver piantato una bandierina nella storia, esponendo il talento di cinque degli artisti della “squadra” di Laboratorio Acca in un luogo imponente, ricco di storia e di grande Arte.
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Laboratorio Acca. Una stagione televisiva con nuovi artisti in arrivo.

A cura della redazione

La stagione televisiva 2023/2024, che in ottobre prossimo celebrerà il quarto compleanno di Laboratorio Acca, si annuncia con l’arrivo di nuovi artisti che completeranno il quadro dei componenti di questa avventura televisiva ormai diventata appuntamento fisso per collezionisti e neofiti. L’arte italiana e le sue sfaccettature, come quella che riguarda artisti di ottimo spessore, non completamente noti e portati finalmente all’onore della TV, continuano ad essere l’argomento portante della rubrica della domenica sera.
In occasione delle due mostre dello scorso giugno 2023 (CalifArte e Laboratorio Acca a Roma), Palazzo della Cancelleria è stato anche il luogo per incontrare pittori e scultori, candidati a far parte della “squadra” di Laboratorio Acca. Tra questi e coloro che hanno deciso di contattare via email i presentatori Roberto Sparaci e Giorgio Barassi, sono stati selezionati alcuni artisti dalle qualità innegabili, che cominceranno ad essere presentati al pubblico televisivo dal prossimo settembre.
Vale la pena di ricordare che Laboratorio Acca è una rubrica di promozione e diffusione delle attività degli artisti e non una trasmissione dedicata solo a giovani artisti o ad “emergenti”. La televisione, unita all’editoria, alle mostre ed agli eventi d’arte, è una ribalta importante per gli artisti che intendono far conoscere meglio il loro lavoro. Nella prima parte dell’anno in corso, inoltre, confortanti indici di ascolto confermano il ruolo di Laboratorio Acca nel palinsesto di Arte Investimenti TV, e ogni domenica sera, dalle 21 a mezzanotte, i telespettatori che mostrano di gradire una trasmissione atipica e frizzante, lontana dagli schemi della classica trasmissione di arte in tv, sono sempre in crescita.
Dalla redazione di Laboratorio Acca ringraziano. E promettono nuove idee e nuovi argomenti per rendere ancor più intenso l’appuntamento domenicale.

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.00 sui canali di
Arte Investimenti TV
133 DTT, 868 Sky.
Streaming: www.arteinvestimenti.it/web-tv/
Tutte le puntate sono disponibili su:
YouTube canale Laboratorio Acca
https://accainarte.it/laboratorio-acca/video-laboratorio-acca.html
Gli artisti interessati possono scrivere a:
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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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Nel segno della Musa - “Ritratti d’artista” Maestri del XXI secolo.

Le interviste di Marilena Spataro
Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni.
Alcuni mesi fa ci ha lasciato prematuramente Stefano Casoni, uno dei due maestri della Bertozzi & Casoni, nota firma di artisti di livello internazionale. Profondamente colpiti dalla scomparsa di questo importante artista dedichiamo alla sua memoria con grande cordoglio la versione integrale della bella intervista che egli ci rilasciò insieme al suo socio, Giampaolo Bertozzi, nel 2018.
Bertozzi Casoni foto Lorenzo Palmieri













Un sodalizio artistico che dura da quasi 40 anni e che in breve tempo si trasforma in un importante sodalizio imprenditoriale. Oggi la Bertozzi & Casoni è un nome di prestigio di livello internazionale nel mondo dell'arte.
Quando e come è iniziato questo percorso comune?
«Ci siamo incontrati e frequentati nella seconda metà degli anni Settanta durante gli studi all’Istituto d’Arte di Faenza, anni in cui era forte in noi il desiderio di intraprendere un mestiere per così dire legato all’arte. L’arte per noi era ed è ancora oggi un modo di vivere. Cominciai io (Paolo), il più vecchio di circa 4 anni, ad aprire uno spazio nel 1977 che chiamai l’arte del già nato, non so ancora se per dire che era destino che ci incamminassimo per il solco dell’arte o perché riflettendo sull’artigianato e sul fare con le mani in un momento - il finire degli anni Settanta - in cui si predicava la sparizione dell’arte a noi sembrava che le mani non fossero separate dalla mente. Nel 1980 decidemmo poi di unire le nostre forze acquistando quello che è ancora lo spazio in cui lavoriamo tutt’ora chiamandolo Bertozzi & Casoni snc, un sodalizio artistico sancito da una società in nome collettivo con tanto di statuto notarile, questo perché credevamo a una sorta di autonomia dell’artista, l’artista come imprenditore unico responsabile del suo destino».
Immaginavate di ottenere tanto successo?
«No. Ci sono stati anni difficili e anni in cui il nostro quotidiano è stato sperimentare. È stato un momento che ricordiamo pieno di speranza e di stupore in quei momenti abbiamo cercato di trovare la nostra cifra stilistica senza chiedere nulla in cambio, un momento magico che appartiene a un mondo altro...».
Nella quotidianità come si configura la vostra collaborazione?
«Da sempre il nostro modo di lavorare è impostato sullo scambio di pensieri, sul mettere a fuoco un’idea, parlarne fino a condividerne ogni parte, il lavoro pratico viene svolto da uno o dall’altro ma mai assieme. L’unico caso in cui le mani sono state di entrambi è “Scegli il paradiso” la scultura del miracolo».
Come si è evoluto nel tempo il vostro linguaggio artistico?
«Si è radicalizzato in una soggettività sempre più stringente, in un realismo che noi vogliamo pensare magico, un po’ surreale, forse per noi un ultimo spazio di libertà espressiva».
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Vi risulta che il mondo dell'arte di oggi sia in qualche modo cambiato rispetto a quello dei vostri esordi?
«È veramente tutto cambiato in una manciata di anni, il ruolo delle gallerie, la pressione delle aste, le fiere in continua espansione, l’arte assomiglia sempre di più a un prodotto finanziario più che a un prodotto dell’anima».
Quali gli aspetti dell'arte contemporanea che maggiormente apprezzate e quali quelli che vi sentite di condividere meno?
«Apprezziamo la grande apertura culturale e non condividiamo la mercificazione dell’arte che sta creando falsi miti».
Nonostante l'apprezzamento e il prestigio acquisiti all'estero e l'invito che vi giunge da più parti a trasferirvi in altre nazioni, anche oltreoceano, avete scelto di continuare a vivere e lavorare nella vostra Imola, dove vi siete formati e dove da anni svolgete la vostra attività artistica. Quali i motivi di questa decisione, amor patrio o altro?
«Abbiamo sempre pensato che un buon radicamento potesse produrre una buona pianta, crediamo che si possa lavorare dove ci si sente meglio, è il lavoro che deve parlare al mondo, non è facile ci vuole fortuna e caparbietà».
Le vostre opere sono sempre delle sculture realizzate in ceramica. In tal senso essere cresciuti in un territorio vicinissimo a Faenza, quindi a stretto contatto con gli ambienti dell'artigianato artistico di questa importante capitale della ceramica mondiale, vi ha in qualche modo influenzato?
«La nostra formazione inizia a Faenza all’Istituto d’arte per la ceramica, abbiamo conosciuto questa tecnica negli anni scolastici e ne abbiamo fatto il nostro materiale di espressione capendo che portava in sé grandi potenzialità espressive formali».
fase di allestimento2














Se da una parte i vostri lavori rimandano nella loro costruzione stilistico formale alla pop art, dall'altra non si può fare a meno di individuare non poche suggestioni surreali. Ne saltano fuori opere di straordinaria originalità e inconfondibili che ci portano dritti allo stile Bertozzi & Casoni. Quale il background artistico e culturale che ha consentito questo “miracolo”?

«Abbiamo da sempre guardato con attenzione a tutti i maestri dell'arte del passato e a tutto quello che ci circonda trovando in questo infiniti spunti per riprodurre composizioni che sono contemplazioni del presente in cui inseriamo la riflessione sulla morte».
Da qualche anno in una splendida location di Sassuolo è stato fondato il museo Bertozzi & Casoni. Con quale spirito è nato questo museo e quali gli obiettivi e i progetti che vi proponete di portare avanti?
«A dicembre 2017 si è aperto a Sassuolo alla Cavallerizza Ducale il Museo Bertozzi & Casoni un riconoscimento importante che grazie all’ing. Franco Stefani si è concretizzato. Lo spazio ospita una ventina di opere che appartengono ai momenti più significativi del nostro percorso. L’idea è di realizzare nel corso del tempo una programmazione che ci porti a confrontarci con altri autori, un dialogo che possa essere di stimolo e di discussione nel mondo culturale contemporaneo. Il primo è stato inaugurato lo scorso 14 giugno con l’esposizione di un significativo nucleo di opere in ceramica di Galileo Chini».
Cavallerizza Ducale














I vostri lavori più recenti sono quasi sempre incentrati su aspetti problematici legati alla natura e alla società del mondo di oggi. A vostro avviso l'arte oltre che all'estetica deve guardare anche all'etica?

«Nel 1979 abbiamo realizzato alcuni lavori che portavano il titolo di “minimi avanzi”. Erano delle sparecchiature sotto forma di sagoma in ceramica realizzate in un curioso puntinismo fatto di tre colori - rosso, verde, giallo - una sorta di memento mori ancora in fase embrionale. Per molto tempo abbiamo pensato che le uniche implicazioni a cui fare riferimento per creare un’opera fosse la composizione e la compenetrazione tra forma e colore, ma osservando le opere degli ultimi 30 anni quello che è evidente è che abbiamo realizzato “vanitas” e opere dove gli attori principali erano o sono animali in estinzione come ad esempio l’orso polare e il gorilla, quindi non è solo l’estetica ma anche e soprattutto l’etica che ci accompagna».
È lecito pensare che Bertozzi & Casoni, arrivati al top dell'arte internazionale, custodiscano ancora un sogno nel cassetto che attende di realizzarsi?
«Il sogno che abbiamo nel cassetto è di essere compresi. Un bisogno che non sappiamo spiegare».
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Antonella Squillaci. La potente fragilità.

A cura di Giorgio Barassi.
“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni”
(Amedeo Modigliani, da una lettera a Oscar Ghiglia)

Una passione.
Un sogno.
Poi, l’avverarsi di quanto profondamente desiderato.
Per Antonella Squillaci, pittrice e scultrice, l’arte è una necessità insopprimibile, coltivata nei sogni e nelle ambizioni di ragazzina diventate mestiere, missione, dovere.
Perché è proprio nel senso del voler compiere esattamente quel che le piace il segreto-non segreto del suo successo. Affascinano e colpiscono le sue donne, dipinte con una istintività mediata dalle accortezze della maturità, ma anche quelle fusioni in bronzo che hanno al centro del tema il corpo femminile, le sue sinuosità ed il secolare fascino che esercitano su chi guarda.
Antonella Squillaci approda alla pittura dopo un sogno raccontato a sua madre: “... chiamo mia madre ed esprimo il desidero di comprarmi una tela e dei colori, dicendole che avevo sognato di aver dipinto un quadro di Gauguin...”. Strano inizio, ma forse è meglio chiamare questa dinamica semplicemente un avverarsi di un desiderio. O meglio il porre in atto la volontà di fare qualcosa di gradito, che è dentro chi coltiva una vera passione, desiderata al di sopra di ogni altra.
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Perché proprio Gauguin? Pensiamo che il sogno dichiari la volontà, poi raggiunta, del dipingere le donne perché si legga l’atmosfera che le avvolge e quella che creano. Tutto lì.
Si dice che vive bene chi fa un lavoro che gli piace. Ma qui si tratta non solo di gradimento. È una autentica vocazione al racconto dipinto, o scolpito, che affonda le radici nel desiderio, continuo e mai sopito, del creare e del raccontare attraverso pennellate decise ed immediate. Il segno di Antonella Squillaci è multiforme, e viaggia con l’espressione del sentimento raffigurato. Deciso, quasi duro ed intenso quando si tratta di volti che esprimono stupore o terrore. Dolce, raffinato, accorto e morbido, quandol’amore si affaccia da volti e corpi ammaliatori, figli di una sapienza creativa che passa solo dall’anima.
Tenace quanto decisa, la Squillaci prende lezioni di tango e condisce i suoi corpi ed i suoi volti femminili di una sensualità evidente e mai volgare. Era l’epoca delle lezioni del maestro Mauro Barreras, e la sala prove diventa una galleria di dipinti dell’artista: “...il tango ha dato quella forza e quella sensualità che mancava ai miei nudi... Mi sentivo ricca e capii che tango ed arte avrebbero sempre accompagnato la mia vita…”. Le forti dolcezze delle note di un tango di Gardel, la sincronia, l’intesa e la passione affascinano l’artista romana.
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È il momento della scelta, che lei vive propendendo per una ricerca che non escluda nulla, nemmeno la scultura, che rende tridimensionale l’affermarsi dei valori del corpo delle donne come messaggio di intimità e di forza, non certo di sola bellezza. La fatica della fusione in bronzo, delle lucidature, delle patinature, la stessa tecnica, difficile ed antica del raffreddamento del metallo fuso per lunghe fasi di lavoro non spaventano Antonella, che si lancia con successo nel creare, inventare e proporre una visione del corpo che esprima la totale potenzialità dell’universo femminile.
Autodidatta. Parola semplice, guardata dai detrattori come una carenza. Ed invece è solo un punto a favore, perché la voglia di dipingere è nata insieme ad Antonella Squillaci, ed ha preso spazi e tempi necessari per venir fuori dai dettagli delle sue tele e dei suoi busti. Un concerto di sapienza ed istinto, una continua evoluzione attorno alle capacità coltivate con caparbietà. Niente disegno. Solo il colore, prevalentemente nero, ed una manualità che è mediata con parsimonia dalla ragione ma che fa il suo corso ad ogni singola pennellata, ed emerge già alla prima occhiata. E queste, fino a prova contraria, sono doti. La severità degli studi è sostituita dallo zelo, dall’impegno a migliorarsi e dalla continua, incessante ricerca del corpo e del volto che meglio esprimano, in piena libertà, una donna vista da una donna, che non si chiude a riccio sugli stereotipi ma vuole mostrare le mille facce che spesso non appaiono per buona creanza o, peggio, per limiti imposti. La Squillaci va dritta: “…Una donna senza filtri, senza veli, con la sua fragilità e la sua potenza espressiva. Donne in bianco e nero senza volto, senza colori, cosicché ognuno di noi possa dipingerle con la fantasia…”. Tutto chiaro. Recepire il suo messaggio e farlo proprio è compito nostro.
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Una avventura senza barriere imposte, quella di Antonella Squillaci. Si può scommettere sul suo impegno continuo, sulla sua applicazione, ma non su cambi di direzioni o crisi creative. Perché davvero sa interpretare quel pensiero su chi sa usare la volontà: nulla è impossibile a chi lo vuole davvero.
Ed è leggibile in ogni sua opera l’intenzione di raccontare il corpo e il volto delle donne facendo leva su elementi contrastanti ed appaiati. Bellezza e forza, fragilità e tenacia. Ogni opera di pittura e di scultura creata, meglio dire voluta, da Antonella Squillaci dà il senso di una conoscenza profonda dell’anima delle donne, ma fa emergere quella volontà di migliorarsi e confrontarsi con nuove sfide che non la spaventano. Altro che fragilità! Dopotutto ha solo seguito i suoi sogni. E li ha resi realtà.
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SEMBRA VIVO!

Palazzo Bonaparte, Roma.
Fino all’8 ottobre 2023.

A cura di Silvana Gatti.

Arthemisia propone, a Palazzo Bonaparte di Roma, un progetto del tutto nuovo e visionario sulla scena dell’arte contemporanea italiana. Mentre il pubblico attento all’arte conosce i nome dei grandi pittori iperrealisti, meno note sono le opere degli scultori iperrealisti. Per la prima volta in Italia, questa mostra è dedicata alla grande scultura iperrealista internazionale, raccontata attraverso i più importanti artisti contemporanei quali Maurizio Cattelan, Ron Mueck, George Segal, Carole Feuerman e tanti altri. Le opere sono così reali da confondere i visitatori trasportandoli in un mondo al confine tra realtà e fantasia.
Fu il mercante d’arte belga Isy Brachot a coniare nel 1973 il termine “iperrealismo”, presentando la mostra “Iperrealismo. Maestri americani ed europei” nella sua galleria di Bruxelles, con i dipinti di Ralph Goings, Don Eddy e Chuck Close la cui precisione fotografica affascinava il pubblico. Oltre ai dipinti, Brachot presentava anche le sculture degli americani Duane Hanson e John DeAndrea e del belga Jacques Verduyn. Da allora, il termine “iperrealismo” si è diffuso nei paesi europei per indicare l’arte fotorealista prodotta a partire da modelli fotografici, ed in seguito il suo senso si è poi ampliato fino a comprendere creazioni il cui principio è l’imitazione precisa di modelli realistici. De Andrea e Hanson non lavoravano partendo da fotografie ma realizzavano calchi da modelli in carne e ossa, impiegando tecniche e materiali innovativi come le resine epossidiche e la fibra di vetro, completando l’effetto illusionistico con l’applicazione meticolosa del colore, dei capelli e, nel caso di Hanson, di abiti e accessori.
5 Brian Booth Craig Executioner





















Insieme agli esponenti del fotorealismo e della pop art, questi scultori iperrealisti rientravano in un movimento nato alla fine degli anni cinquanta in opposizione all’arte astratta. Non si può tuttavia ignorare che reperti archeologici del III millennio a.C. testimoniano una vivace tradizione di sculture policrome. Nel corso della storia (dall’epoca dell’antico Egitto, dei Greci e dei Romani alle nuove forme nel Medioevo e nel Rinascimento) sono state elaborate varie tecniche per intensificare l’effetto illusionistico delle creazioni artistiche. In letteratura Ovidio, nelle Metamorfosi, narra di una statua d’avorio creata da Pigmalione di Cipro e resa vivente dalla dea Venere per soddisfare l’amore dello scultore per la sua arte. Il mito di Pigmalione narra la storia di una persona che dà vita alle proprie idee, e come tale è il simbolo della creazione artistica. Nel Rinascimento era acceso il dibattito su quale forma d’arte fosse superiore, la pittura o la scultura, ed i sostenitori di entrambe le parti attribuivano grande importanza alla creatività. Il principale mezzo di espressione della scultura fu considerato fin dall’inizio la forma plastica, e ciò portò all’abbandono della policromia. Questa mostra riunisce sotto il concetto di iperrealismo opere che ricorrono a elaborati metodi progettuali per trasmettere l’illusione della realtà. L’attenzione è concentrata sulla resa dell’essere umano, della sua fisicità, ma anche dei suoi stati d’animo.
Sono esposte 43 mega-installazioni di 29 artisti, sculture impressionanti in quanto è difficile distinguere un corpo vero da un’opera d’arte tanto i dettagli sono realistici, fin nei minimi particolari.
Tra gli artisti, Maurizio Cattelan è presente con opere iconiche quali i piccioni dell’installazione “Ghosts” o la discutibile banana, meglio detta “Comedian”; Ron Mueck espone una gigantesca testa di uomo “Dark Place”, per poi proseguire con opere di George Segal, Carole Feuerman, Duane Hanson e molti altri ancora.
La vasta selezione di opere, provenienti da collezioni di tutto il mondo, documenta il carattere internazionale del movimento iperrealista che, dagli anni ‘70 in poi, si è costantemente evoluto adottando tecniche innovative di modellazione, fusione e pittura della materia, per raggiungere livelli sempre più alti nella rappresentazione realistica della figura umana.
Le sculture iperrealistiche emulano le forme, i contorni e la pelle del corpo umano o sue singole parti creando una incredibile verosimiglianza.
Sembra vivo! è una mostra che, tra arte e filosofia, induce a riflettere sul significato dell'essenza del visibile attraverso opere e figure anonime a grandezza naturale che riproducono - in modo quasi maniacale - la realtà, con grande attenzione ai minimi dettagli che creano un impatto quasi surreale, in cui l'osservatore è automaticamente portato ad interrogarsi sull'efficacia della mimesis e sulla veridicità dell'illusione, in una rappresentatività che supera il realismo e travalica il senso del vero. La mostra - ideata dall’Institut für Kulturaustausch, Germany, è curata da Maximilian Letze in collaborazione con Nicolas Ballario ed è prodotta e organizzata da Arthemisia.
3 Maurizio Cattelan Ave Maria
















La mostra vede come sponsor Generali Valore Cultura, special partner Ricola, mobility partner Atac e Frecciarossa Treno Ufficiale, media partner Urban Vision e partner Mercato Centrale Roma. Il catalogo è edito da Skira.
Questa mostra presenta, in sei sezioni, le molteplici possibilità aperte agli iperrealisti. Ogni sezione ruota intorno a un concetto centrale relativo alla forma e che fornisce una base da cui partire per considerare le opere dei singoli artisti. La selezione di opere documenta quanto la rappresentazione della forma umana sia stata soggetta a continui cambiamenti.
Le diverse nazionalità degli artisti presenti (provenienti da Stati Uniti, Italia, Spagna, Belgio, Gran Bretagna, Australia e altri paesi) evidenziano il carattere internazionale del movimento iperrealista, che continua a svilupparsi ed evolversi in tutto il mondo.
43 opere di 29 grandi nomi dell’arte iperrealista a livello internazionale: dalle creazioni scenografiche di chi viene dal mondo del cinema come Ron Mueck fino alla rappresentazione “sacra e violenta” di Berlinde de Bruyckere; dall’artista dello scandalo Maurizio Cattelan, che proprio con le sue sculture è finito in mezzo a polemiche in Paesi di mezzo mondo, passando ai mondi psichedelici e fiabeschi di Carsten Höller, fino alla coppia più discussa degli ultimi anni: Elmgreen&Dragset. E poi ancora Sam Jinks, Patricia Piccinini, John DeAndrea, Carole A. Feuerman, George Segal, Brian Booth Craig e molte altre “super star” del contemporaneo.
La prima sezione è quella dei cloni umani. Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, Duane Hanson e John DeAndrea realizzarono sculture che sembravano persone in carne e ossa, utilizzando processi piuttosto laboriosi dal punto di vista tecnico. L'alto grado di realismo delle loro opere trasmette l'illusione di una reale corporeità, e il risultato finale è così convincente da renderle vere e proprie repliche umane. Le opere di questi artisti hanno avuto un'influenza decisiva sui successivi sviluppi della scultura negli ultimi cinquant'anni. Già alla fine degli anni cinquanta, Hanson si era dedicato alla creazione di copie di vari personaggi, utilizzando modelli veri per approdare a nuove realtà svelate attraverso il processo artistico. Si concentrava sui gruppi socialmente emarginati o sui membri della classe media, proseguendo nel solco dei realisti dell’Ottocento che, opponendosi all’immagine idealizzata dell’umanità tipica del romanticismo dominante, rappresentavano scene di vita e di lavoro con personaggi del popolo, come si può notare nella scultura “Two workers (Due lavoratori)” qui esposta. I suoi ritratti della condizione sociale contemporanea riproducono persone e, grazie all’aggiunta di oggetti di uso comune e quotidiano, i posano lo sguardo su individui anonimi in momenti comuni della vita.
La seconda sezione è dedicata alle sculture monocromatiche. Dopo anni di prevalenza dell'arte astratta, le sculture monocromatiche di George Segal hanno rivalutato la raffigurazione realistica della figura umana. Seguendo le sue impronte, le generazioni successive di artisti hanno continuato a sviluppare l’interesse per la scultura realista. La mancanza del colore se da un lato riduce l'effetto realistico, dall’altro mette in evidenza la plasticità della forma umana, come dimostrano le opere di artisti quali Robert Graham e Brian Booth Craig. Con Executioner del 2013, scultura esposta in questa mostra, Craig crea una figura femminile dalla bellezza eroica e arcaica, quasi ieratica, riflettendo l’ideale classico di bellezza.

4 Duane Hanson Two Workers















Si passa poi alla terza sezione dedicata alle parti del corpo. Tra i precursori dell’Iperrealismo è da annoverare la scultrice americana Carole A. Feuerman, i cui nuotatori sembrano essere in completa armonia con sé stessi. Dagli anni Novanta in poi, molti artisti si sono concentrati su parti singole del corpo umano, utilizzandole come veicolo per messaggi talvolta umoristici talaltra inquietanti come nel caso dell’Ave Maria di Maurizio Cattelan, in cui le braccia separate dal resto del corpo sono una esplicita allusione alla storia contemporanea. Nel corso della sua carriera artistica, Cattelan ha dato origine ad opere considerate spesso provocatorie e irriverenti, al fine di evidenziare i paradossi della società contemporanea. Dopo Segal, che lavorava soprattutto con il gesso, e accanto a Graham e Craig, amanti del bronzo, è la volta dell’italiano Fabio Viale con la sua predilezione per il marmo. Viale, che ha imparato a scolpire il marmo a Carrara, ama giocare con la sua materialità, mettendo in gioco la percezione del fruitore. Fabio Viale reinterpreta il ruolo del marmo nella società contemporanea: il suo modo di manipolare il più classico dei materiali fa di lui un vero maestro in quest’arte. L’artista è noto per aver trasformato otticamente il nobile materiale in sostanze meno nobili quali polistirolo, carta, plastica e legno, trasmettendo un senso di delicatezza del tutto inaspettato. La resa di questi oggetti di uso comune è tanto ingannevolmente realistica da creare un’illusione perfetta. L’opera di Viale fa riferimento ai capolavori del passato, creando copie di sculture antiche per poi decontestualizzarle superficialmente, come nel caso della bellissima Venere italica che sembra di polistirolo, mentre a uno sguardo più attento ci si rende conto che si tratta di una statua di marmo. In questo modo si ottiene un’illusione perfetta e un approccio contemporaneo a un mezzo altrimenti tradizionale.
La quarta sezione affronta il tema del cambio di prospettiva, con il corpo in scala. Negli anni novanta si è ricominciato a considerare nuovamente la figura umana come un tutt’uno, mettendo in primo piano l’esistenza nelle sue varie fasi. Dalla metà del decennio, l’australiano Ron Mueck ha dato forma a figure in silicone, vetroresina e acrilico, giocando con le dimensioni. Rinunciando all’aggiunta di accessori, Mueck si concentra sulla fisicità ritraendo le fasi della vita: nascita, pubertà, vecchiaia, morte. Il suo Dead Dad (La morte del padre) del 1996-1997 rappresenta il corpo del padre defunto così come l’artista lo ha immaginato, cioè più piccolo del vero; la testa è completata con i capelli dello stesso Mueck e rimanda alle maschere funerarie note fin dall’antichità. È un memento mori iperrealista che ricorda le rappresentazioni del corpo schiette e crude dei maestri del gotico come Albrecht Dürer e Hans Holbein il Giovane.
Dopo Mueck, anche gli artisti Marc Sijan e Sam Jinks hanno creato sculture iperrealiste di dimensioni differenti dalla realtà. Sijan ha lavorato occasionalmente con Duane Hanson, e questa collaborazione è evidente nelle sue prime figure a grandezza naturale. Oltre ai corpi frammentari, Sijan tenta di catturare lo stato emotivo dei suoi protagonisti. Con sculture come Embrace (Abbraccio) del 2014 e Cornered (Accerchiato) del 2011, la scelta delle proporzioni rende l’idea di un’esistenza fragile e sottolinea l’emotività dei rapporti umani. Anche Jinks realizza composizioni toccanti e tra i suoi temi, come per Mueck, vi sono i cambiamenti subiti negli anni dal corpo e dallo spirito. La sua opera in scala ridotta dal titolo Woman and Child (Donna e neonato) del 2010 è molto emozionante e presenta la vita dall’inizio e alla fine: una donna anziana abbraccia un neonato, chiudendo il cerchio della vita.
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Il successo delle sculture monumentali raggiunse la sua acme nell’antica civiltà assiro-babilonese e poi in quella egizia; in entrambi i casi le opere erano simboli di potere, religioso o secolare. Nell’antica Grecia, il Colosso di Rodi, alto oltre trenta metri, era annoverato tra le sette meraviglie del mondo. Il principio che guida l’arte monumentale era e continua ad essere quello di superare la misura dell’umano, come in A Girl (Ragazza) di Mueck, opera del 2006 che rappresenta una neonata lunga cinque metri. Anche Zharko Basheski, artista della Macedonia del Nord, usa l’effetto della sovradimensione nel suo Ordinary Man (Uomo comune) del 2009-2010, raffigurando un uomo che fugge da una prigione sotterranea sfondando il pavimento e sporgendosi nella stanza con una presenza monumentale.
La quinta sezione affronta la tematica della manipolazione del sé. I progressi della scienza e le nuove prospettive della comunicazione digitale hanno portato a un cambiamento radicale nel modo di concepire la realtà.
Influenzati dalla realtà virtuale, artisti come Evan Penny e Patricia Piccinini hanno iniziato a osservare i corpi da prospettive distorte. Tony Matelli sfida le leggi naturali, mentre Berlinde DeBruyckere, con i suoi corpi contorti, mette in discussione la morte e il carattere effimero dell'esistenza umana.
L’ultima sezione, Oltre la specie, è dedicata al mondo animale manipolato dall’uomo. Bestie che non hanno nulla di naturale essendo frutto di mutazioni, allevamenti, innesti. Una sezione che pone l’interrogativo sul prossimo futuro, in cui una natura artificiale, sintetica e contraffatta potrà forse dar vita ad un serpente o un polpo col senso dell’umorismo, mentre centinaia di piccioni potrebbero essere le anime di chi ha vissuto, nel corso dei secoli.
Una rassegna del tutto originale, questa a Palazzo Bonaparte, in grado di soddisfare il pubblico più curioso.
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Romanzo Italiano.

Per la prima volta insieme i lavori di due fra i fotografi italiani più importanti, Franco Carlisi e Francesco Cito.
Di Fabrizio Sparaci.

Si svolgerà dal 12 ottobre al 5 novembre 2023 presso lo Spazio FIELD di Roma, nelle sale storiche del principesco Palazzo Bran- caccio, la mostra “Romanzo italiano” con le opere fotografiche di Franco Carlisi e Francesco Cito.
Curata da Giusy Tigano, organizzata dall’agenzia fotografica milanese GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI Technologies & Consulting Srl, la mostra presenta 120 fotografie in bianco e nero di due autori di rilievo nel panorama fotografico nazionale e internazionale, che lasciano dialogare le proprie fotografie per comporre insieme una narrazione a due voci su un tema comune, quello del matrimonio: un romanzo lungo 120 scatti intenso, incalzante e sorprendente, che esce completamente dagli schemi e rimane impermeabile alle convenzioni classiche della più comune fotografia di settore, ancorata a stereotipi di stile e di linguaggio, per lasciare spazio a un’esplorazione del tema defilata, spiazzante e in controtendenza.
Le immagini in mostra si susseguono e si intrecciano come elementi armonici di una partitura che si ripete quasi immutata da secoli, per raccontare - con sguardo a volte poetico e a volte ironico e disincantato - le sorprese emotive e i molteplici risvolti relazionali e sociali di uno dei riti di passaggio fondamentali della nostra società e della nostra cultura.
dalla serie "Il valzer di un giorno"














Le immagini di Franco Carlisi sono una selezione del più ampio progetto “Il Valzer di un giorno”, il cui libro è stato vincitore del Premio Bastianelli nel 2011 e del Premio Pisa nel 2013.
Il giorno è quello delle nozze, in una Sicilia nascosta, periferica, esplorata oltre il recinto delle codificazioni e delle convenzioni entro cui i protagonisti del rito matrimoniale costruiscono la loro recita. Nel sontuoso bianco/nero delle stampe, di suggestione quasi barocca, le fotografie accettano la sfida del tempo, per sorprendere nel suo flusso caotico l’attimo in cui il senso si rapprende, in un abbraccio, in una movenza, nella lacrima di una sposa, in una coppia che si invola in una giostra, dispiegandosi in una spazialità ricca di sinuosità e di anfratti, di tonalità intermedie fra lo scuro denso delle ombre e i bianchi accesi di una luce che non si arrende. “L’occhio di Franco Carlisi coglie continuamente dei “fuori campo” e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. Le foto matrimoniali di solito anelano all’evanescenza, alla leggerezza, alla purezza, alla solennità. Invece, attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto forte, reale, senza mezze tinte” (Andrea Camilleri, introduzione al libro fotografico “Il Valzer di un giorno” di Franco Carlisi).
La selezione fotografica di Francesco Cito è invece parte del più ampio progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (categoria “Day in the life”, 3° premio). Anche in questo caso, non si rinviene traccia della staticità e della monotona ripetitività della classica fotografia matrimonialista “di mestiere”, spesso assoggettata per necessità alle specifiche richieste degli sposi; si delinea piuttosto una cifra espressiva fortemente autoriale e slegata dai dettami della fotografia di genere convenzionale e stereotipata.
“Napoli, perché sposarsi qui non è solo folclore ed esibizione. Non è solo un giorno speciale nella vita, intesa come la vita vera. Tutto il contrario è la sospensione dell'ordinario, il trasferimento momentaneo ma radicale di un'intera comu- nità parentale, amicale, sociale in un'altra dimensione, senza più alcun rapporto con l'esistenza ordinaria di tutti. [...] Cito affronta una "struttura" possente, coerente, collaudata, funzionante: il moderno matrimonio foto-genico nella sua fenomenologia più completa e pura. E la de-struttura [...] per comprenderla e smontarla con cura, con i guanti e il monocolo all'occhio, come si fa con il meccanismo di un orologio di cui, da fuori, si vedrebbe solo l'ostentato ticchettio e il circuito delle lancette” (Michele Smargiassi, introduzione al libro fotografico “Neapolitan Weddings” di Francesco Cito).
Il matrimonio di Maria Rosaria Lembo, la quale indossa un abito dello stilista Gianni Molaro dal peso di 218 Kg. per 14 m di diametro. _ The wedding of Maria Rosaria Lembo, who wears a dress by the designer Gianni Molaro weighing 218 kg for 14 m in diameter













Il percorso visivo vede l’alternarsi costante dell’una e dell’altra lettura, e si affianca a un’installazione dedicata e di forte impatto che attraversa le diverse sale e intende esaltare in maniera sobria e discreta la carica emozionale e incantatrice delle fotografie, accompagnando il visitatore in un’incalzante suggestione immersiva e portandolo inconsciamente ad un progressivo coinvolgimento emotivo e fisico.
L’evento espositivo così concepito si presenta come un progetto a tutto tondo in grado di esprimere la carica visionaria dei due fotografi, che - pur differenziandosi tra loro, lavorando in geografie differenti e mantenendo intatta la propria identità autoriale distinta e singolare - sono in grado di rappresentare un tema tutto italiano in maniera congiunta e coerente, quasi simbiotica, dimostrando un’originalità inedita e sorprendente, una profonda e amabile leggerezza, e una rara e commovente sensibilità.
Precedentemente esposti più volte - singolarmente - in altre città (sia italiane che estere) con una selezione fotografica spesso più ridotta, i due fortunati progetti di Carlisi e di Cito si coniugano per la prima volta insieme in un duetto inedito, toccante e convincente, in una location d’eccezione della nostra prima città italiana, componendo in ambienti scenografici memorabili una esposizione raffinata, intensa e indimenticabile che si fa vetrina di costume, storia sociale, emozione condivisa.
La mostra è accompagnata da un catalogo completo che potrà essere acquistato pres- so lo Spazio Field durante tutta la durata dell’esposizione.
Tutte le opere presenti in mostra possono essere acquistate come stampe fine art in edizione limitata, certificate e firmate in originale dagli autori, rivolgendosi all’agenzia GT Art Photo Agency.

Inaugurazione
Giovedì 12 ottobre
dalle ore 18.30
Orari di apertura mostra:
Martedì-Sabato 19.00-23.00
Prima delle 19.00
solo su appuntamento
(Spazio Field +39 06 4873177)
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte. BUFALO E SUPER WINES.

Di Alberto Gross
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Appuntamento tra i più attesi per gli amanti del vino in cerca dei suoi interpreti più virtuosi, si è confermato anche quest'anno "Bologna Super Wines", manifestazione promossa da Go Wine, associazione per il turismo del vino. Nelle sale del "Relais Bellaria" di Bologna un pubblico di appassionati e professionisti del settore ha potuto incontrare direttamente produttori provenienti da tutto il territorio nazionale e scoprire i segreti di quei vini unici, espressione di una regione, a volte identitari di luoghi piccolissimi e sconosciuti ai più. Proprio questo -infatti- si dimostra essere lo scopo di Go Wine: avvicinare ed incuriosire un pubblico di consumatori che vada poi a conoscere in loco i terreni, le vigne, le persone che sono dietro ai grandi vini italiani. A conferma di ciò la presentazione - come corollario alla degustazione - del volume "Cantine d'Italia 2023", preziosa guida che accompagna l'enoturista attraverso le storie dei territori e delle persone che se ne prendono cura per consegnarci prodotti dalle peculiarità uniche, espressione diretta dei luoghi di provenienza.
Tra i tanti assaggi eccellenti e pregevoli, nuove scoperte, ne scegliamo uno sulla base sia del capriccio che della sincera amabilità della degustazione: azienda Nero del Bufalo, piccola realtà vitivinicola a Sant'Agata sul Santerno in provincia di Ravenna, comune duramente funestato a seguito dei recenti accadimenti alluvionali.
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Condotta e guidata dall'istrionico e sempre cordiale viticoltore Giuseppe Turi, l'azienda produce sia uve autoctone identitarie del territorio romagnolo, che uve internazionali.
Il nostro assaggio si è diretto sulle "Bolle del Bufalo", uno Charmat Extra Dry a base di Trebbiano e Chardonnay: brillante nel bicchiere, i primi sentori sono tenui, delicati effluvi di fiori d'acacia e gelsomino; il sorso è brioso e allegro, un accenno di residuo zuccherino lascia il palato profumato di pera e pesca a polpa bianca, certamente goloso e curioso del calice successivo. Un vino affabile, amichevole e gioviale, che restituisce genuinamente la personalità di chi lo ha prodotto.
Questa volta, come non mai, le suggestioni sono quasi automatiche: sul piatto del giradischi scorre "Bufalo Bill" di De Gregori, tra le mani la copertina storica con un particolare dall'illu- strazione di Gil Elvgren, a scartare di lato "American Riding Act" di Otto Dix. Dinamicità, storia, amore e passione.
E abbassate la luce. 
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