Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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“Tra&art”

Grande magazzino stile americano? rigattiere? porta portese? No, design.
Il designer o disegnatore di stile, è quello che deve trovare il giusto mezzo tra bellezza e funzionalità e questo mezzo, lo deve trovare sia per cose piccole come uno spillo, sia per cose grandi come un aereo. Il disegnatore può anche essere inventore; partendo da una forma di eleganza, di ergonomicità o di idroninamicità può, magari per serendipità, giungere alla creazione del nuovo oggetto utile che prima non c'era.
Potremmo anche definire il design come il bello messo al servizio dell’utile. Non si scappa e non s’imbroglia, l’oggetto di design deve essere bello e utile allo stesso tempo. Se l’oggetto è bello, ma inutile o poco funzionale, non è design; al massimo è un esperimento, una prova; al peggio è un fallimento.
Ma per parlare di design bisogna farlo con un disegnatore, così ho preso la macchina e sono andato a trovare uno dei più prolifici e longevi designer italiani: Fabio Lenci.
Questo nome non vi dice nulla? e vasca Teuco? Ecco, lui è l'inventore della famosa vasca-ambiente relax della Teuco.
Prima di partire, però, giusto due dati per farvi capire chi andrò a conoscere. Ingegner Fabio Lenci, leva 1935 ad oggi firma più di 700 brevetti, è stato professore di Product Design presso La Sapienza di Roma, alcuni progetti sono stati esposti al Museum of Modern Art di New York, altri a Pachino, Philadelphia e Monaco di Baviera. Con i suoi prodotti ha rappresentato l'Italia al Word Expo del 1988 a Brisbane, Australia. Premiato col Compasso d'Oro alla carriera nel 2016.
Nel 2001 nasce la Lenci Design, laboratorio di progettazione e prototipazione coadiuvate dal valente operato delle figlie Maela e Juna.
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Roma, Eur, primo pomeriggio. Seguo le indicazioni del navigatore pregustando l'arrivo presso uno delle magnifiche architetture del Piacentini. Parlo troppo presto, mi trovo invece in periferia, su una strada scassata, polverosa e piena di buche. Vuoi vedere che come al solito sto navigatore ha sbagliato strada?
–    Scusi, è da queste parti lo studio Lenci?
–    Sì, è laggiù, in fondo a destra.
In fondo a destra? Beh, male che vada troverò un bagno, magari della Teuco ;-)
Invece trovo un cancello al di là del quale un cartello appoggiato ad un muretto.
Suono, si apre, entro. Lenci mi viene incontro sorridente. Mi accompagna a fare un giro nel laboratorio, poi ci sediamo nel suo studio e inizio a tormentarlo di domande.
–    Me medesimo: Secondo lei il design può essere considerata una forma d'arte?
–    Lenci: No, secondo me il designer è un manipolatore di dati. Raccoglie dati dal mercato, dal-le nuove e più recenti tecnologie, dalla sociologia e anche dagli industriali stessi che poi sceglieranno il prodotto finale. Tutto è finalizzato alla realizzazione del giusto prodotto per quello specifico tempo e quella specifica azienda.
–    Me medesimo in persona: Forse una delle differenze tra arte e design sta anche nel fatto che il compito dell'artista sta nel procedere per introspezioni, prendendo la parte di sé per il tutto sociale, nel tentativo di affrancare l'uomo dall’“Insostenibile leggerezza dell'essere” alleggerendolo dalle sovrastrutture psicosociale (dovrebbe), mentre il designer lavora per la realizzazione di un prodotto meramente commerciale.
–    Lenci: Esattamente.
–    Me medesimo sempre me:  Come ha cominciato?
–    Lenci: Ho avuto la fortuna di avere dalla mia un grande pedagogista: mio padre. Da bambino desideravo un carretto e chiesi i soldi a papà. Lui mi disse che se volevo il carretto non dovevo far altro che costruirmelo. Ecco, direi che ho cominciato così, da quel momento non ho più smesso di inventare e costruire.
(Primi anni Ottanta, prototipi di scooter elettrici a tre ruote con postazione di ricarica dedicata).
–    Sempre me: Come si pensa un oggetto?
–    Lenci: Oltre alla raccolta dei dati di cui le dicevo prima, bisogna riuscire ad immaginare cosa sarà utile in futuro. Bisogna avere le antenne sintonizzate sul cosa sarà e cosa servirà.
–    Me: Cosa pensa che manchi oggi, se manca qualcosa?
–    Lenci: La bottega dell'arte. Manca il luogo dove il maestro insegna all'allievo nella condivisione di spazi e tempi, ed è quello che sto cercando di realizzare con i miei studenti dell'Università. L'Università sforna laureati che però non hanno un'idea di azienda, né un'idea del fare. Qui da me i ragazzi cominciano a capire come si fa impresa.
–    Me: Ma c'è la voglia, nei giovani, di provare, sperimentare, azzardare?
–    Lenci: No, purtroppo no. Hanno paura della novità, di fare impresa, di investire e di rischiare.
E' curioso, penso, viviamo davvero in un'epoca in cui tutto è capovolto: la giustizia, il merito, i diritti, i doveri e adesso sentire che il giovane, il nuovo, ha paura delle novità, mentre Lenci, ragazzo del 1935, ancora oggi si lancia in ardite avventure di sperimentazioni e, dopo aver attraversato con la matita e l'ingegno i più svariati campi dell'industria e aver firmato arredi, sanitari, yacht, poltrone, oggi si lancia, il Lenci, in una nuova avventura: la realizzazione di un idrovolante leggero.
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E guarda caso, non una azienda italiana, ma americana ha già mostrato interesse per questo gioiello della tecnologia e del design.
Lenci ed io ci domandiamo quan-do l'Italia tornerà a dare valore ai suoi figli, a riconoscerne i meriti e a tenerseli cari.
Nell'attesa che ciò accada, restiamo ad esposizione delle più esotiche borse internazionali che da noi vengono per fare spesa.
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Alessandro Papetti

La mostra, dal titolo Paesagginterni, presenta una selezione di 50 opere che ripercorrono la sua vicenda artistica degli ultimi due anni.
Dall’8 aprile al 10 giugno 2017, il MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita la mostra Paesagginterni che documenta gli ultimi sviluppi creativi di Alessandro Papetti (Milano, 1958), una tra le voci più interessanti della pittura figurativa italiana.
L’esposizione, curata da Marco Bazzini, organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, presenta 50 opere, tra oli su tela e tecniche miste su carta, tra cui, per la prima volta, il ciclo dei paesaggi. Si tratta di un ulteriore anello di quella infinita ricerca, come testimonia anche il titolo in cui si saldano, a formare un nuovo neologismo, le parole paesaggio e interno che in arte definiscono due diversi generi pittorici. Infatti, le ultime tele che si aprono verso orizzonti dal sapore naturalistico, anche se rappresentano più luoghi mentali che naturali, prendono origine dal bisogno di uscire dal limite fisico e dal perimetro che caratterizza gli ambienti dipinti, protagonisti della serie pittorica precedente.
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Come sottolinea Marco Bazzini: “Più che ritrarre un singolo soggetto, Papetti è oggi interessato a creare delle atmosfere, a gettare lo sguardo verso quel vuoto che soltanto la pittura può colmare perché non sempre quello che è dipinto rappresenta una delle gabbie mentali con cui ci relazioniamo con il mondo. Anzi, con i suoi paesaggi Papetti vuole indagare proprio la possibilità di produrre un pensiero che assomigli al mondo. È per questo che la rappresentazione umana, caratteristica nel tempo di diversi cicli nel cammino artistico di Papetti si pensi ai primi ritratti segnalati da Testori non appare mai in queste tele. Nessun specchio per chi guarda, nessun dramma in cui immedesimarsi”.
La mostra segna anche l’esordio di Papetti nel campo dell’arte plastica. Al MARCA, infatti, sarà esposta per la prima volta una scultura: un nudo femminile in bronzo, posto in dialogo con una tela.
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Catalogo Prearo Editore.
Note biografiche
Alessandro Papetti è nato a Milano nel 1958, dove vive e lavora. Ha esposto i suoi lavori in importanti fiere dell’arte internazionali e collaborato con numerose gallerie in Italia e all’estero.
Dal 1955 al 2000 ha avuto uno studio a Parigi. Tra le sue mostre in spazi pubblici e musei ricordiamo sul tema dell’archeologia industriale la mostra presso i Musei Civici di Villa Manzoni di Lecco nel 1996. Nello stesso anno, La forza dell’immagine, La pittura del realismo in Europa, tenutasi al Martin Gropius Bau di Berlino così come la mostra Sui Generis al PAC di Milano, curata da Alessandro Riva. Tra il 2003 e il 2004 viene invitato a partecipare a numerose rassegne museali come la mostra dedicata a Testori a Palazzo Reale di Milano e la mostra “La ricerca dell’identità” curata da Vittorio Sgarbi ed esposta in diversi spazi pubblici in Italia. Nel 2005 la fondazione Mudima gli dedica una prima retrospettiva dal titolo “Il disagio della pittura”. Nel 2007 nel Musée des Années 30 di Parigi, in una mostra dal titolo “île Seguin” espone una serie di dipinti dedicati agli ex stabilimenti della Renault. Sempre nel 2007 Sgarbi lo invita a partecipare alla mostra di Palazzo Reale di Milano “Arte Italiana”, 1968-2007 Pittura. A settembre 2009, Palazzo Reale di Milano ospita la sua personale “Il ciclo del tempo” curata da Achille Bonito Oliva. Nel 2010, l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo ospita la prima personale dell’artista in Giappone, dal titolo “Spazi Dinamici”. Nello stesso anno, Villa Manin di Codroipo realizza la personale “Occhi e lune” a cura di Marco Goldin, in concomitanza con la retrospettiva dedicata a Edvard Munch. Nel 2011 espone al Padiglione Italia della Biennale d’Arte di Venezia “L’arte non è cosa nostra” a cura di Vittorio Sgarbi e al Padiglione della Repubblica di Cuba. Del 2012 è la sua personale al Museo dell’Architettura di Mosca “Le fabbriche dell’utopia”. Nel 2014 Luca Beatrice cura la mostra a Palazzo Penna di Perugia “La pelle attraverso”. A novembre del 2015 presenta il risultato di una nuova ricerca pittorica a Roma presso l’Istituto Centrale per la Grafica di Palazzo Poli. In catalogo i testi di Massimo Recalcati, Pia Capelli e Fabio Fiorani.
Orari:
Tutti i giorni, 9.30-13.00; 15.30-20.00
Lunedì chiuso
Ingresso: intero: € 4,00; ridotto: € 3,00
Per informazioni:
Tel. 0961.746797; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.museomarca.info
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas
Tel. 02 36 755 700
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Metamorfosi

 E' stata inaugurata il 9 aprile 2017, presso il Museo d’arte di Mendrisio, una insolita ed interessante mostra sulla scultura contemporanea, che si articola partendo da due facce della stessa medaglia creativa. Mentre alcune opere nascono da materiali di recupero di natura organica e naturale, o da materiali naturali tradizionali come il legno o il marmo, altre nascono da materiali tipici della produzione contemporanea, quali il silicone, il vetro acrilico, la plastica e l’alluminio.
Visitando la mostra, sembra quasi di immergersi in una Wunderkammer del XVI secolo. Wunderkammer, in italiano camera delle meraviglie o gabinetto delle curiosità o delle meraviglie, è un termine tedesco che indica ambienti in cui, dal XVI secolo al XVIII secolo, i collezionisti raccoglievano oggetti straordinari e particolari appartenuti alle loro famiglie. Questo fenomeno, che affonda le sue radici nel Medioevo, si diffuse nel  Cinquecento sviluppandosi per tutto il Seicento, alimentandosi delle grandiosità barocche, e si protrasse fino al Settecento, assecondando l’in- teresse illuministico per le curiosità scientifiche. Scopo del collezionista era quello di riuscire ad arricchire le proprie collezioni, pagando spesso cifre importanti, con oggetti  provenienti dal mondo della natura o creati dalle mani dell'uomo.
Ci vorrebbe il filo di Arianna per districarsi in questo labirinto artistico e mentale, frutto del lavoro manuale ed interiore di 24 artisti che in questa rassegna, allestita negli spazi dell'ex Convento dei Serviti, sfocia in un binomio tra naturalia e artificialia contemporanee, ponendo a confronto più generazioni e stili, con un risultato di sicuro effetto.
Attraverso la metamorfosi della materia, si passa da elementi naturali ad opere artefatte che documentano come gli artisti proiettano sulle loro opere la loro dimensione interiore, talvolta fluida e decifrabile, come nel caso de “L’Egiziana” di Jean Arp, talaltra criptica, come nei metamorfismi di Julian Charrière, nati da scarti di computer aggregati a pietra lavica.
Sono 24 gli artisti coinvolti, provenienti da diverse parti del mondo, per offrire uno sguardo ad ampio spettro sugli orientamenti artistici contemporanei, a partire dal gigantesco cuore in tessuto di Carlo Borer, opera pulsante che si anima grazie a un meccanismo del tutto simile all’organo umano, quasi fosse un motore che muove l’umanità intera, al ludendo all’amore universale. Si prosegue tra le concrezioni di Julia Steiner e le costellazioni floreali di Gerda Steiner & Jorg Lenzlinger, e si prosegue tra le concrezioni in argilla laccata di Julia Steiner, le viscere rese in porcellana da Ai Weiwei, i cristalli in vetro acrilico di Alan Bogana, i coralli in cemento di Christian Gonzenbach, le forme in vetro multicromatico di John Armleder, i fiori scarlatti di Luisa Figini e Rolando Raggenbass. Si passa poi agli alveari in legno di Mirko Baselgia, agli elementi vegetali di Christiane Löhr, alle creature in legno e terracotta d’ispirazione biologica di Lorenzo Cambin, ai due cervelli ge- melli in terracotta di Claudia Losi, ai percorsi sotterranei di Meret Oppenheim, alle forme sinuose e dinamiche di Tony Cragg e Jean Arp, alle creazioni erotico-vegetali di Serge Brignoni, alle costellazioni luminose in fili d’acciaio di Margaret Penelope Mackworth-Praed, alle porzioni di pietra lavica artificiale di Julian Charrière, ai funghi bronzei e ai cuori di zucca in silicone di Lupo Borgonovo, alle strutture molecolari in ceramica di Selina Baumann, alle ramificazioni in acciaio cromato di Loris Cecchini, alle metafore naturalistiche di Teres Wydler. Chiudono la mostra due installazioni in contrapposizione: l’aerea, filiforme moltitudine di meduse creata da Benedetta Mori Ubaldini e la composizione materica in acciaio e camere d'aria di Matteo Emery.
La mostra, a cura del Museo d’arte Mendrisio in collaborazione con Daniele Agostini, è corredata da un catalogo con presentazione della mostra, schede critico-biografiche dei singoli artisti, tavole con le opere in mostra e fotografie delle sculture negli spazi del Museo d’arte Mendrisio.
A cura di Silvana Gatti
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Lucca Art Fair

Saremo presenti a Lucca Art Fair con i seguenti artisti: Aldo Mondino, Erica Campanella, Kristina Milakovic, Fabio Imperiale, Silvana Gatti, Fabio Guglielmi, Maila Stolfi, Emilio Scanavino, Bruno Munari, Ciro Palumbo, Tiziano Sgarbossa, Gianfranco Baruchello, Mario Schifano, Franco Valente, Agostino Bonalumi, Antonio Murgia, Claudio Rolfi, Elisabetta Trombello, Vincenzo Balsamo, Giuseppe Amadio, Francesca De Bartolo, Antoh.

Gli Artisti e il sogno.

Destarsi dopo una visione di colori che infondono nell’animo il sapore della sospensione, tra realtà ed illusione, memoria e ricordi. La memoria si accresce nel divenire della vita e si affievolisce nel farsi del tempo; il ricordo, al contrario, è qualcosa dal sapore nostalgico e permane come un senso che appartiene.
CLASIL 35Il sogno lascia nello spirito quel perdersi e confondersi dello smarrimento per il trascorso insieme all’arcano segreto della simbologia che richiede un’interpretazione autentica. Ed è proprio da quell’universo immaginario onirico che in una notte carica di sensazioni percettive, sensoriali, olfattive, tattili, visive, sonore, in un farsi di puntinati colori che si svelano alla mente, pullulando velocemente come saette dalle innumerevoli ed infinite traiettorie, un uomo si domanda il perché di quella inconsueta visualizzazione interiore, intuendo che quei corpuscoli luminescenti rimandavano al segreto dell’esistenza, sin dalle più ancestrali forme. Nel cercare risposte sopite e sconosciute Silvio comunica queste fantasticherie all’amico Claudio, anch’egli  artista, ed è quest’ultimo che le svela, paragonandole ad una brillante tavolozza di aulici colori. È possibile immaginare che quel dialogo tra questi arguti creativi sia avvenuto in uno studio dal sapore antico, intriso di storie scolpite tra le tele, appartenenti ad istanti diversi. Incisivo gesto, armonioso, nel susseguirsi dei peculiari stili indomiti che evidenziano intensi momenti esistenziali. L’esperienza coloristica pittorica di Silvio, fondata sulle modulazioni espressioniste, parla anch’essa di risvegli, di tumulti, di nature e paesaggi talvolta infuocati o “sublimati” nelle scolpite pennellate, gettate con impeto come strati di pensiero furibondi, che si annidano persino nelle scomposte reminiscenze cubiste. L’artista e il sognatore parlano a lungo delle loro esperienze, si narrano emozioni; infine Silvio e Claudio giungono alla conclusione che sia possibile realizzare quel sogno così enigmatico, decifrandolo sulla tela in simbologie cariche di cromatismi altrettanto vibranti, suggerendo l’idea di un’innovativa corrente artistica denominata “Coriandolismo”. Quei bagliori, simili ai fosfeni (apparizione visiva di punti, intrecci e scintille che si percepiscono ad occhi chiusi in seguito alla pressione o sfregamento del bulbo oculare), rievocano altresì il puntinismo e sono intrisi di energia che rimanda alle pulsazioni ancestrali, al “Big Bang” primordiale, alle cellule che si scambiano informazioni, alle immagini che l’uomo percepisce sin dagli albori persino in quanto embrione, nonché alle luci ed ombre della stessa privata esistenza.
Clasil 21aI coriandoli amati sin dall’infanzia racchiudono sensazioni di gioia e riportano ad uno stato emotivo simile a quello della memoria involontaria di cui parla Marcel Proust nelle intense pagine de “Il Tempo ritrovato”, reminiscenze che: «Componevano un libro magico complicato e fiorito, la loro principale caratteristica era che non ero libero di sceglierle, che mi venivano date così com'erano». Proprio come nel sogno di Silvio, indecifrabili e: «Date così com’erano» …
Occorreva intessere quelle emozioni, per renderle durature sulla tela, così dopo un fiorente periodo di sperimentazione, nasce “Lo Studio ClaSil”, dalla fusione dei nomi del sognatore e dell’artista. Iniziarono prendendo delle “strisce di coriandoli” intrecciandone, con l’ausilio di un telaio, trama ed ordito per poi indirizzarsi all’utilizzo di brillanti fettucce di raso, dal suadente effetto tattile e visivo e dei rispettivi "tragitti estetici". Coincidenza significativa, pur senza saperlo, si erano indirizzati in un campo di cui involontariamente stavano ripercorrendo la memoria perché i “coriandoli”, così come oggi sono conosciuti, nacquero proprio in una fabbrica di tessuti a Crescenzago dove, nel 1875, il cavalier Enrico Mangili, proprietario dell’azienda in cui lavoravano molte operaie del luogo, ebbe l’idea di recuperare i minuscoli tondini di scarto dei fogli traforati utilizzati da lettiere per i bachi da seta. Prima di questa invenzione, nelle cerimonie nunziali e durante le sfilate dei carri carnevaleschi, si usava lanciare confetti aromatizzati con semi di coriandolo da cui, appunto, deriva il nome “coriandoli”.  Grazie a Mangilli il carnevale divenne carico di emozioni arricchito da una pioggia di minuscole stelle variopinte. I Coriandolisti, nel fare della loro arte, applicano l’antico mestiere della tessitura, trasformando la tradizione in contemporaneità. Un passaggio di testimonianza dalle radici profonde: sin dall’antichità l’intessere ha suscitato magmatiche meditazioni, soprattutto per gli aspetti esistenziali sottesi a questo mestiere che, dagli albori, ha ispirato favole e miti, fornendo notevoli spunti di riflessione per la condizione umana; basti pensare all’intensa narrazione che vede le Moire intente a filare i destini.Le scomposizioni e le forme dei Coriandolisti rammentano alcune geometrie delle architetture impossibili di Maurits Cornelis Escher e potrebbero incarnare un’evoluzione del cubismo in quanto le “astrazioni intessute” a quattro mani simboleggiano i differenti angoli visuali scanditi simultaneamente, in una sorta di specularità e differenza.  Distinte sensibilità che si incontrano e, come nel dialogo tra il sognatore e l’artista, narrano le loro storie che non si esauriscono ma divengono infiniti fili di trame e di orditi che si incrociano con innumerevoli altri fati. Chi osserva queste opere ne arricchisce la conti- nuità. Giochi di luce, dati da cromatismi e luminescenze, da ombre e bagliori, che conducono in un universo onirico e reale traboccante di emozioni. Molteplici sono i punti di osservazione poiché le fettucce di raso si lasciano colpire dai momenti del tempo e variano con esso, apparentemente simili e mai uguali, come le forme dell’esistenza.
Acca Edizioni  
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Tel. +39 06 2014041
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