Roberto Sparaci

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Alessio De' Fiori (Al secolo Alessio Schiavon)

a cura di Giorgio Barassi
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera. (Pablo Neruda)

Non è dato sapere esattamente come mai abbia rivolto la sua attenzione al mondo dei fiori, ma lo si può supporre argomentando su basi verosimili. Dialogare con Alessio Schiavon è un piacere, levigato dalle sue intonazioni venete, da quei termini, delicati o grevi, che non dimentichi perché hanno provocato la giusta risata o il gustoso apprezzamento. A condizione che si parli di qualunque cosa fuorché della ragione esatta che ha scatenato quel suo esprimersi con le corolle dall’aspetto squillante o a volte pallido, fiori che attirano lo sguardo e portano a tentare di capire quale spunto sia stato il vero, reale innesco di un racconto dalle mille sfumature. Non parla volentieri dei fatti suoi, Alessio. Perché la riservatezza è in lui pari alla simpatia. Eppure è facile intuire che da storie di intime sofferenze nascono tele fiammeggianti di rosso o accese di azzurri potenti. In questo, Schiavon è pittore che preferisce esprimersi con la pittura e dentro la pittura, senza scoprirsi o illustrare a parole. In questo è rispettabilmente all’antica. La vicenda che lo lega alla pittura è la consapevolezza del non avere la grinta dell’arrivista, è l’abitudine a lavorare sin da ragazzino con la sola forza di cui dispone. Mai un lamento, mai una polemica.
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Di questi tempi di lagne e tormenti è davvero roba rara. Schiavon ha la fortuna di abitare in una parte del Veneto ben vicina alla dotta Padova, ma sistemata tra i campi che regalano silenzi notturni impareggiabili, punteggiati da piccoli abitati in cui tutti si conoscono, costruiti con pazienza e sapienza, da cui svettano, poderosi ed improvvisi, i campanili che sembrano tentare di bucare il cielo nei giorni di nebbia e sembrano far parte da sempre di un paesaggio miniurbano, delicato e silenzioso quando le macchine e i mezzi agricoli lasciano in pace le orecchie. Questo conta molto per la sua creatività, che esprime nel luminoso atelier di Mestrino, un luogo che per lui è uguale alla stanza dei giochi per un bimbo. Sperimenta, prova, riprova ed elabora con una pazienza che gli permette di spaziare, oggi, sui dati raccolti dalla sua prima pittura, fatta di improvvisazioni informali e getto di colori che, in fondo, sono le urla che non ha mai emesso, per discrezione e decenza. Ora che la sua espressione è matura, i fiori rimangono protagonisti, ma vengono via via sottoposti a intrecci, spartizione di spazi sulla tela, sfumature e colorazioni nuove. Se nel recente passato ha lavorato alla estensione ed alla riduzione dello spazio occupato dalle sue ghirlande, oggi indugia sul presentarle in verticale, in diagonale, su misure mai sperimentate in precedenza e con delle giustapposizioni nuove, segno del possesso reale del tema floreale, che gli è valso, dalle domeniche televisive di Laboratorio Acca, il soprannome di Alessio de’ Fiori, attinto dalla storia della pittura barocca e da quel Mario Nuzzi che divenne Mario de’ Fiori per le corti e la nobiltà romana.
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Nuzzi era nipote del pittore caravaggesco Tommaso Salini, e suo padre era un accorto  floricultore. Dalla osservazione dei fiori della serra paterna, Mario de’ Fiori iniziò le sue sperimentazioni per diventare poi l’artista dei quadri ambiti dai Barberini, dai Chigi e dai Colonna. Ad Alessio è riservato tutt’altro tragitto, ma il parallelo non è fuorviante, se si pensa che i suoi quadri, specialmente di grandi dimensioni, sono già da tempo in case di amici, collezionisti ed estimatori che lo seguono e ne apprezzano le variazioni non tanto nello stile quanto nel modo di porre la pittura. Ultimamente sono comparsi degli ovali, evocativi proprio di epoche lontane, aggiunte di uccelli in volo sui prati punteggiati dai fiori, presenze animalesche che sbucano da cespugli infiorati alla sua maniera. In fondo lo si può giudicare classico e figurativo, ma avvicinandosi alle sue tele non sfuggono citazioni di costruzione moderna del dipingere, accenni al dripping ed alle mescole ardite di cromìe, squadrature della scena del dipinto che rispondono a criteri assolutamente contemporanei ed addirittura cornici invase dalla pittura. È così che Alessio evoca ed omaggia il talento di un artista da lui sempre apprezzato: nientemeno che Mario Schifano, vale a dire l’esatto contrario della discrezione, pittorica e non, il genio sregolato che ha fatto della sua arte una pietra miliare per dividere davvero in due il secolo ventesimo.
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Di Schifano, Alessio apprezza tutto. Si lascia trasportare dalla facilità esecutiva con cui il Puma (così lo chiamò chi ne aveva intuito la geniale ferinità dagli scatti improvvisi) gettava il colore, dai suoi temi, dalla sua storia. È l’eterna vicenda del dualismo compensativo. Schifano, sfrontato, geniale e senza paure convenzionali, attrae Schiavon, silenzioso e garbato pittore ispirato dalla natura ma narratore di vicende umane, le sue, sulle quali sa sorridere avendole accettate con fierezza e consapevolezza. Alessio è lo scolaretto garbato che guarda con ammirazione allo sfrontato compagno di banco, quello che dice quel che pensa senza timori, e trova da lui la carica giusta per distendere i suoi temi più amati. Da questa sua autentica passione per l’artista Pop, nacque l’idea di una mostra nella città di Padova, rinviata due volte per le note vicende legate allo stramaledetto virus. Ma conoscendolo, questa difficoltà lo rinforza e lo renderà ancor più determinato per presentarsi alla sua gente con una rilettura proprio di questi ultimi tempi, sfortunati e minacciosi, ricco di nuove elaborazioni. A rivedere i suoi quadri degli anni Novanta, quella furia costruttrice che poi divenne serena costruzione floreale è un grido, una stoccata visibile e netta che ci presentava uno Schiavon battagliero e ricco di energie. Oggi le energie non gli mancano e il battagliero soldato è diventato arguto Generale, pronto a disporre i suoi fiori come in un campo di battaglia, alla sola ricerca della serenità, che arriva all’occhio con evidenza. Alessio Schiavon non racconta dunque solo la osservazione della natura, ma proprio nella elaborazione dei suoi nuovi dipinti si legge una matura consapevolezza di sé e delle molte combinazioni adeguate a raccontare un inguaribile e silenzioso romantico dall’animo gentile.
Giorgio Barassi
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Rita Lombardi - Arte e scienza

di Giorgio Barassi
I più grandi scienziati sono anche degli artisti. (Albert Einstein)

Sembrerebbe tutto chiaro, come è nel pensiero del genio. Spiegare non tanto le differenze quanto le intime connessioni tra i due termini Arte e Scienza prevederebbe lungaggini che sfociano nel noioso, irrimediabilmente. Per dire di Rita Lombardi non si deve neppure scomodare una eventuale gara fra l’uno e l’altro vocabolo e i loro contatti, perché le sue opere, tutte, non hanno ascoltato solo la voce della ispirazione e della attenta costruzione, ma prevalentemente dipanano la loro forza da una ferrea conoscenza di regole scientifiche, ed è come se l’una cosa completi l’altra e viceversa. Pensi alle opere dedicate al suo ciclo dell’Impossibile e ti viene in mente che il documento che le illustra parla di quanto sia stato limitante, per l’uomo che osserva e non guarda solamente, pronunciarsi circa l’impossibilità o la impensabilità di certe vicende, poi regolarmente accadute. La scienza ci ha portati sulla luna, ci permette di scrivere, telefonare, scattare foto e consultare internet da un unico dispositivo e riserva conquiste ritenute a priori impossibili. Dunque Rita afferma che “Impossibile è solo un modo di pensare” e che i limiti al pensiero-che-costruisce sono davvero inutili.
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Da questo nascono opere dalle figure geometriche (il suo, per mera classificazione, è astrattismo geometrico) basate su fantasiosi allacci tra cubi ed altri cubi, arditi parallelepipedi policromi affacciati su altre figure, curvilinee sagome incastonate in un campo prevalentemente bianco. E non basta. La conoscenza ha un valore enorme per la Lombardi. I titoli di certe sue opere, come “Ostia antica”, ad esempio, evocano fatti ed osservazioni note al tempo dei Romani, quando il cubo inserito in un particolare sfondo dai tratti rigorosamente geometrici non dava maniera di individuare visivamente un solo cubo, ma due immagini dello stesso. Tridimensionalità nota nei secoli. Potremmo proseguire all’infinito, perché le forme geometriche (chiamarle ancora figure, per quanto corretto, sa di manuale di geometria) solide o spesso piane diventano altro, si vedono affiancate, accoppiate e schierate addirittura. È un continuo allargarsi ed espandersi di concetti chiari all’artista, che pian piano danno vita alla curiosità di chi osserva, destano interesse proprio perché sottratte congenitamente ad una classificazione spicciola. D’altronde Rita Lombardi inizia le sue opere da scelte di tele particolari, costruite e intelaiate con un lavoro artigianale figlio di calcoli ed esperienza. Ed anche i colori, mai esagerati, sempre pieni di un garbo che li rende silenziosi e fattivi protagonisti di opere uniche perché convintamente pensate sulla base di un convinto amore per l’Arte, sono figli di scelte precise, mirate, accortissime. Questo dovrebbe essere regola per chiunque pratichi l’arte del dipingere, ma il disordine creativo ha dettato altre norme non scritte, e con la Lombardi si torna ad una descrizione organizzata, senza rantoli creativi.
…Compongo un quadro attentamente partendo dalla griglia basata sugli assi ortogonali e sulle diagonali, determinando il perno dell’opera: è questa la struttura geometrica sottesa alle opere dei pittori fin dal 1400 e consigliata da Leon Battista Alberti che, tra l’altro, propose di applicare alle arti plastiche i rapporti musicali 1/2, 2/3, 3/4, giudicati armoniosi da Platone nel Timeo… Lo scrive lei stessa, e testimonia l’avamposto scientifico nell’atto creativo, ma questo non toglie nulla al senso ed al significato stesso del suo fare pittura.
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…Sono convinta, però, che soltanto un’umanità che scelga di seguire la razionalità, ami la vita e non sia preda di emozioni violente e quindi sia impegnata in una evoluzione spirituale, possa correttamente usare l’enorme potere che la scienza e la tecnologia offrono... E lo scrive ancora lei, confermando l’intrecciarsi del pensiero e delle regole, che non si sottraggono, così combinate, all’umana emozione.
…L’uomo può evolvere solo tramite continue rinascite e devono essere vite di tenace impegno dedicate al raggiungimento di questa meta, il Divino che è in noi e fuori di noi … È ancora lei stessa a chiudere il cerchio di una combinazione mai ingiustificata, piena di sano illuminismo che non crea veli alla potenza creatrice di un artista. I colori sono scelti con cura, debbono avere tonalità luminose, come a spiegare che ogni tratto ed ogni parte dell’area delle sue forme deve avere una ragion d’essere lì, esattamente per le ragioni che ne hanno determinato la scelta.
…Dipingo col desiderio che i miei quadri portino vitalità e vivacità in animi anestetizzati da rumore e stress… E così possiamo dire che il “freddo calcolo” assume calore, si fa pittura e dialogo, racconto e sintesi. L’astrattismo di Rita Lombardi, ad onta del termine “astratto”, è concretamente saldo su un terreno di scienze e galleggia beato tra le nuvole della creazione ispirata di un dipinto.
Giorgio Barassi
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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro
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“Ritratti d’artista”
Talenti del XXI secolo
SAMANTHA CASELLA è la regista e sceneggiatrice di I AM BANSKY. Affermatasi sulla scena mondiale con questo suo film su Bansky, il misterioso writer inglese diventato ormai una star dell'arte contemporanea. E sul cui successo la cineasta romagnola immagina una storia diversa da quella ufficiale. Ne viene fuori una vicenda intrigante, dai risvolti torbidi. Un possibile bluff mediatico di portata internazionale.

Ama il suo lavoro, Samantha Casella. Lo ama con semplicità e senza troppa smania di sucesso. Detesta i compromessi. Si interessa di arte, fotografia, immagine, fin da ragazza. Al cinema e alla regia si dedica con professionalità e passione dopo un lungo percorso di studi. Seppure non cercato a tutti i costi, come spesso accade nella contemporaneità, il successo per questa regista faentina, appena quarantenne, arriva, eccome se arriva. Ed è internazionale! Lei stessa ne è tuttora sorpresa. I suoi ultimi due cortometraggi I AM BANKSY, uscito nel 2019, e il recentissimo TO A GOD UNKNOWN, hanno ottenuto una cascata di premi; in totale ben 79 tra il marzo 2019 e il dicembre 2020.
Se li aspettava, Samantha, così tanti riconoscimenti e premi?
«Assolutamente no. Da diversi anni avevo abbandonato la regia ed avevo tanti dubbi e incertezze su come sarebbe stato accolto “I Am Banksy”».
Quali tra i 79 premi ottenuti è di maggiore prestigio e quale quello che le ha dato più gioia?
«Ad oggi I AM BANKSY ha vinto in tutto 15 premi. In questo caso i premi più importanti sono stati di sicuro Best International Short al GOLDEN STATE FILM FESTIVAL (si svolse la premiere al Chinese Theatre, una sala meravigliosa sulla Hollywood Boulevard). Altrettanto importante fu Best International Short al LOS ANGELES THEATRICAL RELEASE COMPETITION & AWARD. Diciamo che I Am Banksy ha vinto quasi tutto a Los Angeles, dove tra l'altro è stato proiettato per un mese in una sala di un cinema a North Hollywood. TO A GOD UNKNOWN ha finora vinto 64 premi. Qui diciamo che è stata cambiata la strategia, oltre agli Stati Uniti è stato presentato molto bene anche in altri Paesi ed i premi si distribuiscono tra USA, India, Brasile, Gran Bretagna, Spagna, Slovacchia, Repubblica Ceca, Francia, Turchia, Israele, Giappone, Germania e pure Italia. I premi più importanti in questo caso sono BEST EXPERIMENTAL SHORT al METROPOLITAN FILM FESTIVAL di New York, al TORONTO SHORT FILM FESTIVAL Best International Short e due premi come BEST FILM SHORT e BEST WOMEN DIRECTOR all’Accolade Global Film Competition a Los Angeles (che nella sua storia ha vincitori poi premiati con Oscar e Golden Globe). Chiedo scusa se mi dilungo riguardo ai premi di To a God Unknown perché pure in India dove ho vinto molti premi alla regia e sempre come miglior corto d’avanguardia (diciamo che Experimental loro lo intendono così), nonostante il Covid, hanno organizzato manifestazioni incredibili in quanto a bellezza. Lo stesso in Brasile.
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Ad ogni modo in questo caso a Los Angeles non ci sono state proiezioni al cinema, ma è stato distribuito su Amazon Video nella sezione Stati Uniti e UK. Per quanto riguarda, invece, il riconoscimento che mi ha resa più felice, sicuramente per I Am Banksy è quello al Golden State Film Festival; è stato talmente inaspettato e si è tenuto in uno scenario talmente fantastico che mi ha emozionata molto. Ogni volta che vincevo a Los Angeles ho provato, comunque, un tuffo al cuore, perché questa città è diventata un po’ la mia “seconda casa”, ma la “prima casa cinematograficamente” parlando, perché non mi sono mai sentita tanto amata, coccolata come nei festival a Los Angeles. Questa sensazione di calore a Los Angeles è continuata anche per To A God Unknown anche se in questo caso la gioia più grande è stata vincere al Metropolitan, forse ancor più che all’Accolade Global Film Competition. Devo ammettere che, seppure i premi non siano così importanti ed io dia veramente a tutto il peso che merita, ossia molto poco, è innegabile che cambino la percezione che gli altri hanno di te, soprattutto negli Stati Uniti».
Cosa ha determinato questo straordinario successo e tutti questi riconoscimenti?
«È sempre difficile capire i motivi che spingono un’opera, fosse pure un cortometraggio, verso tanti riconoscimenti. Riguardandomi indietro, a novembre 2018, quando ho girato “I Am Banksy”, diciamo che erano cambiate molte cose, soprattutto ero cambiata io. Presumo sia una questione di esperienze di vita, di persone con cui mi sono confrontata. Sicuramente l’accoglienza che ho avuto negli Stati Uniti ha innescato questo meccanismo». Che idea si è fatta della personalità di Bansky girando il suo corto. E sul mistero della sua identità cosa ci può dire? «Banksy non è certo il mio modello di artista, o meglio, amo un altro genere di arte. L’idea che mi sono fatta è che sia uno straordinario caso mediatico, un uomo intelligente che parla un linguaggio comprensibile, che si sofferma su problematiche alla portata di tutti, e che il mistero legato alla sua identità sia la sua forza principale».
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Come e quando è nato il suo interesse per la cinepresa e per la regia o forse, come per molti cineasti, è meglio parlare di vera e propria passione?
«Da bambina rimasi colpita da un dialogo su Dio tra un prete e una donna: era un film di Ingmar Bergman, “Luci d’inverno”, così come sempre in giovane età fui catturata da “Taxi Driver” di Martin Scorsese e dalle atmosfere oniriche di David Lynch. La passione, passione per il cinema, per l’arte, per la mitologia, per la fotografia, credo che tutto si sia mescolato insieme e mi abbia spinta in questa direzione. Mi ha sempre affascinato il lato oscuro che abita il cuore e la mente delle persone e poter fissare sullo schermo certe emozioni indefinibili per me è una sfida senza prezzo».
Perché ad oggi la scelta del cortometraggio?
«I cortometraggi fanno parte di quello che considero il mio percorso. Non li ritengo solo gavetta o l’anticamera di un film vero e proprio. Ogni cortometraggio per me è stata come una tappa per conoscermi meglio, per capire qual era la mia direzione come regista, giusta o sbagliata che fosse».
C’è nei suoi progetti il cinema, per intenderci quello del lungometraggio proiettato nelle sale tradizionali?
«Emergenza Covid permettendo, a gennaio dovrei terminare le riprese del mio primo film, “Fall Of Time”. Non so a che circuito sarà destinato, ma diciamo che sì, la magia di una distribuzione seppur minima nelle sale, mi farebbe molto piacere».
In passato, ha spesso ha realizzato la regia di bellissimi documentari d’artista, che, a loro volta, finivano per essere testimonianze artistica a sé; scelta difficile quella di seguire il filone artistico in ambito cinematografico. Quanto quelle esperienze le hanno giovato nella realizzazione dei suoi piu' recenti filmati su artisti o a tema artistico?
«Penso che le esperienze di video e documentari sull’arte, come aver seguito la realizzazione della Via Crucis installata al Pantheon, o la possibilità di conoscere e lavorare su progetti che riguardavano artisti come Federico Severino, Giovanni Scardovi, Sergio Monari e Gianni Bubani, mi abbiano arricchita tantissimo. Queste persone sono state delle guide, dei maestri».
Quali le sue qualità, umane e artistiche che le hanno consentito, nonostante la sua nota allergia a qualsiasi compromesso, di emergere e ad arrivare al successo in un mondo, che come si sa, è oltremodo complesso e con dinamiche abbastanza oscure, come quello del cinema oggi?
«Ho un carattere molto difficile e sono consapevole di aver scelto una strada complicata perché emergere nel mondo del cinema è un’incognita piena di variabili. Non escludo che potrei non arrivare mai al vero successo e che la mia potrebbe essere una parabola destinata ad esaurirsi. La sola cosa che posso dire è che cerco di pormi in modo onesto e professionale e che nonostante non sia mai scesa a compromessi cerco di ascoltare le persone che ho intorno».
A suo avviso il cinema deve essere arte e/o anche mercato?
«Penso che il cinema sia una forma di comunicazione, più che una forma d’arte. Il fatto che io adori Malick o Kubrick non mi impedisce di apprezzare anche commedie frivole o saghe di supereroi. Nel cinema ogni genere ha il diritto di esistere».
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Quale il futuro e quale il ruolo che potranno giocare il cinema e le arti visive in generale, in un tempo di grandi mutamenti epocali, come questo che stiamo vivendo?

«Credo che quanto stiamo vivendo ci cambierà irrimediabilmente e che siamo tuttora in un momento storico in cui è impossibile anche solo ipotizzare cosa potrà accadere tra un mese. È strano: questa pandemia ha come amplificato tanti aspetti sociali che partono da lontano. Basta pensare come i cellulari e i social network abbiano già da anni distanziato le persone, spesso mettendole le une contro le altre. È come se la solitudine fosse da tempo una conquista ambita da molti: cenare in una saletta riservata, garantirsi un volo privato, arredarsi una sala cinema in casa e guardare un film attraverso una piattaforma televisiva anziché andare al cinema. Temo questa direzione».
Dopo I Am Bansky, la sua recentissima fatica, To A God Unknown - Al Dio Sconosciuto, sta riscuotendo, come per il precedente lavoro, tantissimo successo e prestigiosi riconoscimenti ufficiali. Pure il tema di questo suo corto non è certo di facile comprensione, in qualche modo enigmatico, legato com’è a una visione del sacro che guarda al ritorno alle origini, agli elementi primordiali. Una visione e sensibilità elitarie molto lontane dall’attuale cultura di massa. Come si spiega allora questo interesse che circonda la sua nuova opera. Non sarà davvero che l’arte anticipa nei suoi artisti più ispirati e visionari il mondo che verrà, suscitandone la percezione a livello di inconscio collettivo?
«Quello che sta accadendo intorno a “To A God Unknown” è incredibile. Abbiamo superato i 60 premi in tutto il mondo e da quasi un anno ricevo messaggi da persone che mi scrivono cosa ha suscitato in loro la visione del cortometraggio. Spesso si tratta di confidenze talmente private che mi lasciano senza parole. È il mio lavoro più intimo e personale, eppure al tempo stesso è quello più universale. Ringrazio immensamente per queste sue considerazioni, la sola cosa che posso dire è che se mi pongo la domanda: cosa vuoi che susciti nello spettatore “To A God Unknown” non mi dico “vorrei che fosse capito”, ma “vorrei che la gente capisse sé stessa tramite alcuni passaggi del corto».
A questo punto, mi sembra d’obbligo chiedere: quali i sogni e i desideri di Samantha Casella per il futuro, e quale il suo augurio all'umanità?
«Può sembrare strano ma non ho sogni che riguardano il cinema. Sogno una casa sulle colline vicino a un bosco con tanti animali, insieme alla persona che amo. Sogno di avere i miei genitori vicini. All’umanità auguro di essere sempre in pace con la propria coscienza, perché penso che ognuno di noi sappia sempre cosa è bene e cosa non lo è».
*Mentre andavamo in stampa To A God Unknown ha vinto il suo 71° premio.
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Le Signore dell’Arte

Storie di donne tra ‘500 e ‘600
Dal 5 febbraio al 6 giugno 2021 a Palazzo Reale di Milano
a cura di Silvana Gatti
Il 2021 milanese si apre, normative anti-covid permettendo, con una importante mostra a Palazzo Reale, “Le signore dell’arte”, dal 5 febbraio al 6 giugno 2021. Una rassegna “in rosa” del tutto originale, dedicata alle più grandi artiste italiane vissute tra ‘500 e ‘600: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Fede Galizia, Giovanna Garzoni e molte altre, con opere esposte per la prima volta in questa occasione. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da Palazzo Reale e Arthemisia e aderisce al palinsesto “I talenti delle donne”, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dedicato all’universo femminile, focalizzando l’attenzione sulle loro opere, le loro priorità e le loro capacità. Oltre 150 opere raccontano vicissitudini e creatività di donne di talento e sorprendentemente moderne, offrendo una panoramica inedita su un’epoca in cui essere artiste era una scommessa sia professionale che sociale. Un percorso espositivo volto a conoscere donne che, oltre ad adempiere al loro ruolo sociale di figlie, mogli, sorelle di pittori, o a volte donne religiose, hanno coltivato la passione per l’arte pittorica avendo il dono di una notevole abilità compositiva. Attraverso il racconto delle loro storie personali, questa mostra documenta il loro ruolo nella società del tempo, il successo raggiunto da alcune di esse presso le grandi corti internazionali e la loro capacità nelle pubbliche relazioni sino ad affermarsi come vere e proprie imprenditrici. Artiste che si inserirono in un ambito prevalentemente maschile, adottandone le regole compositive e iconografiche riuscendo però ad apportare personali ed originali variazioni nel linguaggio espressivo. Nell’Italia del Seicento, sotto la morsa della dominazione spagnola e della riforma romana, il clima politico e sociale arretrò di un passo rispetto al periodo rinascimentale più aperto e tollerante.
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Fu in questo clima particolare che l’alba della pittura “al femminile” modificò con audacia seppur a piccoli passi la società. Pittrici quali Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Virginia da Vezzo, Lavinia Fontana, accomunate dagli stessi ideali, ruppero con la tradizione patriarcale della bottega d’artista facendo della pittura il loro mestiere. Una scelta che condusse alcune di loro a far parte delle Accademie del tempo: Artemisia Gentileschi fu ammessa all’Accademia del disegno di Firenze nel 1616; della prestigiosa Accademia di San Luca a Roma fecero parte Giovanna Garzoni, Anna Maria Vaiani, Virginia Vezzi, Maddalena Corvina, Plautilla Bricci, Elisabetta Sirani, Diana Scultori. Artiste che dipingevano ad ampio spettro, con uno stile reso non solo attraverso il ritratto ma anche tramite la produzione religiosa, mitologica e di genere. Che siano ritratti o nature morte, i soggetti raffigurati hanno un’incredibile libertà espressiva, riflettendo l’eroismo intimo femminile e raggiungendo una teatralità del tutto originale pur all’interno di una società prettamente maschilista. In un periodo in cui la fede cattolica era la conditio sine qua non per potersi esprimere, queste pittrici riuscirono a trasmettere “fra le righe” il loro messaggio del tutto inedito, in cui la presenza della donna nella società cominciava a farsi notare. A legittimare la figura della donna artista nella storiografia è il Vasari che nelle due edizioni delle Vite (1550 e 1568) descrive le vicissitudini della scultrice bolognese Properzia de’ Rossi. Figlia di un notaio, si formò nello studio dell'incisore bolognese Marcantonio Raimondi ed eseguì dei lavori per la basilica di San Petronio. Il Vasari, affascinato dalla personalità della “femmina scultora”, le riservò un elogio: “Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienzie, che non che le donne, ma tutti gli uomini l’ebbero invidia.” Ma è con Chiara Varotari ed Elisabetta Sirani, che si arriva all’apertura rispettivamente a Venezia e a Bologna delle prime scuole d’arte per sole donne.
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Sul finire del Cinquecento Giorgio Vasari descriveva “la donnesca mano”, alludendo agli autoritratti di Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, e rintracciabile anche in quelli di Artemisia Gentileschi ed Elisabetta Sirani. Autoritratti caratterizzati dall’espressività eroica, che evocano il plasticismo dell’ultimo Tiziano, figure ingentilite dai drappeggi dei raffinati tessuti che lasciano trasparire la sensualità dei corpi. Lavinia Fontana è considerata la prima pittrice ad aver ritratto un nudo femminile. Bolognese e figlia del pittore manierista Prospero Fontana, a 25 anni sposò il pittore imolese Giovan Paolo Zappi alla sola condizione di poter continuare a dipingere, facendo così del marito il proprio assistente. L’artista è in mostra con 14 opere, tra cui Venere riceve l’omaggio di due amorini. Osservando le sue opere si può notare come la stessa artista sia stata in grado di dipingere scene prettamente religiose quali San Francesco riceve le stimmate e Sacra Famiglia con Santa Caterina d’Alessandria, in cui le figure indossano abiti accollati, accanto ad altre opere in cui il nudo o il lusso sono resi esplicitamente. E’ il caso di opere quali Galatea e amorini cavalcano le onde della tempesta su un mostro marino, in cui i personaggi sono ritratti senza veli, e Giuditta e Oloferne, in cui la figura femminile, oltre a mostrare la sua fierezza, esibisce un abito lussuoso arricchito da perle e pietre multicolori. Allo stesso modo, le varie Giuditta e Timoclea di volta in volta dipinte dalla da Vezzo, dalla Gentileschi e dalla Sirani rispecchiano il desiderio di giustizia contro le prevaricazioni maschili. Tra le eroine in mostra a Palazzo Reale domina per celebrità la figura di Artemisia Gentileschi, donna dal grande talento artistico, caparbia e coraggiosa al punto da denunciare alle autorità lo stupro subito, appena diciottenne, per mano del pittore Agostino Tassi, affrontando un lungo e doloroso processo. Figlia di Orazio, icona di consapevolezza e rivolta, artista e imprenditrice, la sua arte rivaleggiava con quella degli stessi pittori uomini del suo tempo.
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La mostra milanese annovera opere di artiste conosciute ma anche di altre meno note al grande pubblico, come la nobile romana Claudia del Bufalo. Ci sono opere esposte per la prima volta come la Pala della Madonna dell’Itria realizzata a Paternò, in Sicilia, nel 1578, da Sofonisba Anguissola. L’artista cremonese visse per oltre dieci anni alla corte di Filippo II a Madrid, per poi trasferirsi in Sicilia quando sposò il nobile Fabrizio Moncada e a Genova dopo il secondo matrimonio con Orazio Lomellini, facendo poi ritorno in Sicilia, dove ricevette la visita di Antoon van Dyck nel 1624. Di Sofonisba Anguissola sono esposti capolavori assoluti come la Partita a scacchi (del 1555 e proveniente dal Muzeum Narodowe di Poznan, Polonia), e la Pala della Madonna dell’Itria (1578), che è stata oggetto di un importante restauro realizzato grazie alla collaborazione con il Museo civico Ala Ponzone di Cremona. Lascia per la prima volta Palermo la pala di Rosalia Novelli Madonna Immacolata e san Francesco Borgia, unica opera certa dell’artista, del 1663, della Chiesa del Gesù di Casa Professa; e la tela Matrimonio mistico di Santa Caterina di Lucrezia Quistelli del 1576, della parrocchiale di Silvano Pietra presso Pavia. Esposte opere sacre come la Madonna Immacolata e san Francesco Borgia che Rosalia Novelli realizzò nel 1663 e custodita nella Chiesa del Gesù di Casa Professa a Palermo. Tra le altre opere in mostra, Giovane donna in vesti orientali (seconda metà del XVII) di Ginevra Cantofoli. E poi ancora Elisabetta Sirani, una pittrice nella Bologna del Seicento tra il 1635 e il 1665, figlia di Giovanni Andrea, pittore allievo di Guido Reni e mercante d’arte, che iniziò realizzando dipinti di piccole dimensioni commissionati da privati, e riscosse successo per le sue rappresentazioni di temi sacri (soprattutto come pittrice di Madonne) e allegorici, nonché per i ritratti di eroine. La sua tecnica era insolita per il tempo: realizzava i soggetti con schizzi veloci, quindi li perfezionava in seguito con l’acquerello. Morì a soli 27 anni, con quasi 200 opere all’attivo, a causa di una ulcera perforata. La dura agonia che dovette sopportare alimentò forti sospetti di avvelenamento. Fu sepolta, accanto a Guido Reni, nella cappella Guidotti della Basilica di San Domenico in Bologna.
3 Elisabetta Sirani Porzia che si ferisce alla coscia










In questa mostra sono esposte sue tele raffiguranti il coraggio femminile e la ribellione di fronte alla violenza maschile, come in Porzia che si ferisce alla coscia (1664), che rappresenta la riscoperta seicentesca della Porzia plutarchiana, offrendone una notevole testimonianza in ambito iconografico. In questo quadro della Sirani sono raffigurati ben due passi della Vita di Bruto, nella contrapposizione tra il primo piano (individuale) e il secondo (collettivo) del quadro; lo spettatore viene subito colpito dalla contrapposizione tra il gesto egocentrico e abnorme di Porzia in primo piano e l’azione, collettiva, tradizionale, conformista dei personaggi intenti a cucire nella seconda stanza dove si distinguono fuso, rocca, tomboli, una cesta di lavoro. Sempre della Sirani, spicca su tutti per la dolcezza il suo Amorino nel Mare, che con una mano tiene la vela avvolgendola all’arco, mentre con la destra regge una conchiglia di madreperla con dentro molte perle; in lontananza un delfino è cavalcato da un altro amoretto, che con sferza di radice di corallo lo sollecita al cammino. Fu gettonata anche oltre l’Appennino, affascinando la clientela fiorentina, soprattutto i Medici che le commissionarono alcune opere. In mostra anche opere di Fede Galizia con l’iconica Giuditta con la testa di Oloferne (1596); Giovanna Garzoni, che visse tra Venezia, Napoli, Parigi e Roma, in mostra con rare e preziose pergamene. Tante sono le storie raccontate: donne vissute fra le mura dei conventi, come la fiorentina Plautilla Nelli, la piemontese Orsola Maddalena Caccia, la romana Lucrina Fetti; storie di raffinate ricamatrici lombarde come Caterina Cantoni e Antonia Pellegrini; le ricercate fioriste come Margherita Caffi, Francesca e Giovanna Vincenzina, Anna Stanchi; artiste di grande garbo come la ravennate Barbara Longhi e la bolognese Ginevra Cantofoli; pittrici venete di grande fama anche se note per rare opere come Marietta Robusti (figlia di Tintoretto) e Chiara Varotari (sorella del Padovanino), la viterbese Virginia Vezzi, moglie e compagna artistica di Simon Vouet, la celebre “architettora” romana Plautilla Bricci, la siciliana Rosalia Novelli; le famose “incisore” Diana Ghisi e Anna Maria Vaiani; e artiste che, allo stato attuale degli studi, sono ancora poco più che dei nomi come Maddalena Corvina e Maddalena Natali. Sotto la curatela di Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié, le opere selezionate per la mostra provengono da 67 prestatori diversi, tra cui - a livello nazionale - le gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, Castello Sforzesco, Galleria nazionale dell’Umbria, la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino e la Pinacoteca nazionale di Bologna e - dall’estero - dal Musée des Beaux Arts di Marsiglia e il Muzeum Narodowe di Poznan (Polonia). Main sponsor della mostra Fondazione Bracco. La Fondazione è nata con l'intento di diffondere la cultura, l’arte e la scienza quali mezzi per migliorare la qualità della vita e la coesione sociale. Particolare attenzione viene riservata all’universo femminile. Con entusiasmo ha aderito al progetto della mostra, inserito nel palinsesto I Talenti delle donne ideato dal Comune di Milano e dedicato a figure esemplari del passato ed alle testimoni di oggi nel mondo dell’arte, della cultura, dell’imprenditoria, dello sport, della scienza. La mostra presenta artiste celeberrime accanto ad altre meno note, che meritano di essere studiate e valorizzate. Special partner Ricola. L’evento è consigliato da Sky Arte. Il catalogo è edito da Skira.
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Frida Kahlo - Il caos dentro

a cura di Silvana Gatti
"Dal momento che i miei soggetti sono stati sempre le mie sensazioni, i miei stati mentali e le reazioni profonde che la vita è andata producendo in me, ho di frequente oggettivato tutto questo in immagini di me stessa, che erano la cosa più sincera che io potessi fare per esprimere ciò che sentivo dentro e fuori di me" (Frida Kahlo)
Su disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri del DPCM del 03 Dicembre 2020, la fabbrica del Vapore di Milano ha temporaneamente sospeso la mostra Frida Kahlo “Il caos dentro”. Inizialmente programmata sino al 28 marzo 2021, riaprirà appena possibile. La rassegna milanese vuole essere un percorso volto a far conoscere al pubblico la vita della grande artista messicana, esplorandone la dimensione artistica e psicologica. Prodotta da Navigare con il Comune di Milano, con la collaborazione del Consolato del Messico di Milano, della Camera di Commercio Italiana in Messico, della Fondazione Leo Matiz, del Banco del Messico, della Galleria messicana Oscar Roman, del Detroit Institute of Arts e del Museo Estudio Diego Rivera y Frida Khalo, la mostra è curata da Antonio Arévalo, Alejandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso e rappresenta una occasione unica per entrare virtualmente negli ambienti dove la pittrice visse per comprendere, attraverso i suoi scritti e la riproduzione delle sue opere, la sua poetica e il tormentato rapporto con Diego Rivera, per conoscere tramite i suoi abiti e i suoi oggetti il suo stile di vita e la cultura popolare da cui l’artista traeva ispirazione.
2 Leo Matiz Frida Kahlo 1944 Fondazione Leo Matiz












Frida Khalo rappresenta una figura centrale dell’arte messicana e indubbiamente la più celebre pittrice latinoamericana del XX secolo. Con il marito Diego Rivera, tra i più importanti muralisti del Messico, formano una delle coppie più emblematiche della storia dell’arte mondiale. Nata nel 1907 a sud di Città del Messico, eredita e fa suoi i valori della Rivoluzione messicana, tra cui l’amore per la cultura popolare. “Le canzoni, gli abiti indigeni, gli oggetti d'artigianato e i giocattoli tradizionali, insieme all'influsso religioso della madre e alle nozioni tecniche sulla fotografia acquisite dal padre - afferma Arévalo - creano un legame profondo tra la sua produzione artistica - e dunque la sua esistenza - e la storia del Messico”. La vita di Frida fu piuttosto tormentata, dapprima per via della poliomielite, in seguito a causa di un incidente che le provocò fratture multiple alla colonna vertebrale, alle vertebre lombari e all'osso pelvico, oltre a una ferita penetrante all'addome. I postumi dell’incidente le provocarono diversi aborti e fu sottoposta ad oltre trenta interventi. Fu proprio durante la lunga convalescenza che Frida scoprì la pittura, ed i suoi dipinti catartici esprimono pienamente la sofferenza, le tribolazioni e il dolore esistenziale. Nonostante i numerosi interventi chirurgici, gli aborti, l’amputazione della gamba, le ricadute che ne rendevano cagionevole lo stato di salute e i tradimenti di Diego, Frida espose le sue opere a Città del Messico, New York, Parigi e Londra. Conobbe personaggi di alto livello, basti ricordare Pablo Picasso, Salvador Dalí, Henry Ford, León Trotsky, André Breton, Vasili Kandinsky, Marcel Duchamp. La mostra si apre con una spettacolare sezione multimediale, attraverso immagini animate e una cronistoria che illustra le principali vicende personali e artistiche della pittrice, con sue frasi e citazioni alternate a fotografie celebri, e prosegue con la fedele riproduzione dei tre ambienti di Casa Azul. Nella tradizione messicana la casa rappresenta la colonna portante della famiglia, ed i suoi componenti sono uno dei capisaldi della società messicana, guidata da un forte senso di comunità e di appartenenza. Quando il padre di Frida, Guillermo Kahlo, decise di trasferirsi lontano dal centro, nel nuovo quartiere di Coyoacan, non acquistò un fabbricato preesistente, ma nel 1904 iniziò la costruzione di un nuovo edificio dipinto interamente di azzurro, al fine di infondere serenità sugli abitanti della casa, da cui il nome “Casa Azul”. Frida nacque il 6 luglio 1907 nella dimora di famiglia, trascorrendo le calde giornate messicane all’ombra di un giardino lussureggiante. A soli sette anni però la poliomelite la costrinse a rimanere a letto. Sperando di consolarla, i genitori le regalarono una tela e dei colori per evadere dalla condizione che le impediva di muovere il busto, costringendola a rimanere totalmente sdraiata a letto. Impossibilitata a dipingere a cavalletto, i genitori montarono uno specchio sul baldacchino in modo che la figlia potesse dipingere osservando il riflesso della tela sul soffitto. In questa mostra è ricostruita l’intera stanza, dove morì il 13 luglio del 1954, con il grande letto a baldacchino e lo specchio che utilizzava per potersi ritrarre; la camera è arredata con oggetti tipici della cultura messicana, tra cui sculture di pietra e pupazzi di cartapesta, con quadri e fotografie, libri, mobili e le stampelle personali. Lo studio riproduce lo scrittoio e la scrivania con tutte le boccette dei colori ed i pennelli, il diario di Frida, la sedia rossa impagliata, la sedia a rotelle e il grande cavalletto.
3 Frida Kahlo Piden Aeroplanos Y Les Dan Alas De Petate 1938












Nel giardino ci si immerge nell’area ricca di vegetazione che Frida curava e nel quale abitavano vari animali come scimmie e pappagalli. Segue la sezione “I colori dell’anima”, curata da Alejandra Matiz, direttrice della Fondazione Leo Matiz di Bogotà, con i magnifici ritratti fotografici di Frida realizzati dal celebre fotografo colombiano Leonet Matiz Espinoza (1917- 1988). Le immagini di Matiz sono colte con la Rolleiflex in una prospettiva esclusiva e ravvicinata, al fine di catturare le sfumature espressive dell’amica Frida. Immortalata in questi ritratti fotografici, Frida era ormai più che trentenne, colta in un momento della sua vita in cui aveva maturato piena fiducia in sé stessa. è il periodo in cui la Kahlo, oltre ad aver raggiunto la fama in qualità di pittrice, aveva ottenuto l’indipendenza sia dal punto di vista economico che da quello sentimentale dal marito Diego Rivera. Frida amava indossare abiti particolari, ed ornarsi con accessori estrosi e ricercatissimi. In maniera eccentrica amava inoltre acconciarsi i capelli con fiori o nastri, in fogge sempre diverse, ornandosi con accessori estrosi e ricercati che talvolta riceveva in dono dallo stesso Matiz, come nel caso di alcune riproduzioni di gioielli di artigianato precolombiano. Frida indossò abiti tipici di diverse regioni del Messico, come simbolo di vicinanza ed empatia col popolo. Prediligeva tra tutti l’abito tehuana di Oaxaca, lo stato di cui era originaria la madre e alla cui cultura Frida era particolarmente legata, in quanto quella Tehuana era l’unica cultura matriarcale del Messico, in cui le donne erano lavoratrici ed autonome. Al piano superiore la mostra prosegue con una sezione dedicata a Diego Rivera. Rivera aveva 36 anni e Frida solo 15, quando si incontrarono per la prima volta, mentre lui lavorava nell’anfiteatro Bolivar. Solo alcuni anni più tardi ed in seguito al secondo divorzio di Diego con Guadalupe Marín, “l’elefante e la colomba” si unirono in matrimonio (1929). La loro storia d’amore fu ricca di passione, nonostante fu alimentata da gelosie e tradimenti. Nel 1939, in seguito al tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina, ma anche con l’attrice Paulette Godard, giunsero al divorzio. “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera”. Così scriveva Frida di questo amore travagliato ma profondo al tempo stesso, al punto che, dopo appena un anno di separazione, i due artisti si sposarono una seconda volta stabilendo, però, di vivere una relazione aperta. Qui troviamo proiettate le lettere più evocative che Frida scrisse al marito, accompagnate dal sonoro in lingua originale di forte impatto emozionale. Esposta una lettera che Rivera scrisse all’amante Maria Felix, un’altra lettera impreziosita dai disegni dei rospi di Rivera accanto ad altre lettere e cartoline che Frida inviò al Dr. Eloesser, suo amante e medico di fiducia. Una stanza è dedicata alla cultura e all’arte popolare in Messico, che hanno influenzato l’arte di Frida. In questa sezione trovano posto alcuni degli abiti della tradizione messicana che hanno ispirato ed influenzato i modelli usati dalla Kahlo. Gonne ampie e variopinte, scialli e camicette, copricapo e collane, ogni capo esposto richiama la tradizione messicana. Spazio anche alla musica con alcune tra le più celebri canzoni tradizionali, che si potranno anche ascoltare. Esposti alcuni esempi di collane, orecchini, anelli e accessori tipici della tradizione che hanno arricchito lo stile di Frida. L’artista è stata fonte di ispirazione per stilisti e case di moda internazionali, quali Gaultier, Dior, Vuitton, Givenchy, Kenzo, Ferragamo, Cavalli, Moschino, Missoni, Dolce & Gabbana, Valentino, Vans, Nike e Zara. Il focus sulla tradizione messicana procede con la sezione dedicata ad alcuni murales realizzati da Diego Rivera in varie parti del mondo. L’arte murale divenne, nella prima metà del Novecento, un modo per insegnare alla popolazione, in buona parte analfabeta, la storia del Messico e l’esaltazione degli ideali politici. I tre grandi muralisti furono David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e José Clemente Orozco, che di- pingevano sovvenzionati dal Dipartimento della Pubblica Istruzione.
4 Particolare dello Studio di Frida tavolo scrittoio con Diario e colori









Rivera raffigurava nei suoi murales gli eventi politici del suo tempo: l’avvento del capitalismo e della tecnologia, persone dei ceti inferiori e l’avvento del comunismo come speranza di un avvenire migliore. Un’ala della mostra annovera sette busti in gesso che altrettanti artisti contemporanei hanno realizzato ispirandosi ai corsetti utilizzati e dipinti da Frida nel corso della sua vita. Interessante quello che riproduce il celebre busto con il motivo della falce e martello ed il bambino in grembo, e altri nati dalla creatività degli artisti, come quello in cui i volti di Frida e Diego diventano due teste di moro. Frida, nella sua feconda attività artistica, ha dipinto molti autoritratti, al fine di esprimere la sua vita interiore ed il suo modo di vedere il mondo, quasi un diario delle sue vicissitudini. Nella sezione FRIDA E IL SUO DOPPIO sono esposte le riproduzioni in formato modlight di quindici tra i più conosciuti autoritratti, tra cui Autoritratto con collana (1933), Autoritratto con treccia (1941), Autoritratto con scimmie (1945), La colonna spezzata (1944), Il cervo ferito (1946), Diego ed io (1949). Il modlight è una particolare forma di retroilluminazione omogenea, in cui ogni dipinto, precedentemente digitalizzato, viene riprodotto su uno speciale film mantenendo inalterate le dimensioni originali. Attraverso questo metodo, si possono apprezzare tutte le caratteristiche principali delle tele dipinte da Frida nell’arco della sua esistenza. A completare la sezione, uno dei capolavori di Frida - Autoritratto con Bonito (1941) - interamente animato. Con uno sguardo diretto, penetrante, a volte sensibile ed ironico, Frida è la prima donna ispanica la cui immagine è stata ritratta su un francobollo degli Stati Uniti d’America. L’emissione, il 21 giugno 2001, è stata un omaggio ad una delle artiste più importanti del Novecento, celebrata per l’universalità del- la sua arte. A conferma della grande fama globale di cui la pittrice messicana gode, la mostra prosegue con una straordinaria collezione di prodotti filatelici. Per la sua varietà la raccolta è davvero unica ed annovera le più importanti emissioni che diversi stati – oltre al Messico, Niger, Togo, Sierra Leone, Ciad, Mozambico, Serbia, Maldive, Repubblica Centrafricana - hanno tributato in omaggio alla Kahlo in concomitanza di alcune ricorrenze. Un momento di relax si può trovare nella sala proiezioni guardando uno speciale documentario sulla vita di Frida: “Artists in Love: Frida Kahlo & Diego Rivera”. Al termine della visione uno spazio riservato ospita 2Piden Aeroplanos y les dan Alas de Petate - Chiedono aeroplani e gli danno ali di paglia - opera originale di Frida del 1938. Qui l’artista combina la memoria di una delusione infantile con il ricordo della ridotta libertà di movimento, che condizionò la sua vita fin dalla tenera età. Così la descrive: “Un giorno, da bambina, desiderai un piccolo modello d’aeroplano. Mi ritrovai con un costume d’angelo, non so per quale sorta d’incantesimo (fu sicuramente un'idea di mia madre… risulta, infatti, più cattolico trasformare un aeroplano in un angelo). Indossai l’ampia veste bianca, probabilmente cucita alla meno peggio dalla mamma e piena di stelline d'oro. Sul retro, grandi ali di paglia intrecciata, simile a quella con cui in Messico e in tutti i Paesi poveri venivano fabbricati tanti giocattoli e oggetti utili. Che felicità! Finalmente avrei potuto volare!”. Il dipinto è ripreso dall’originale “Niña con Aeroplano”, olio su supporto metallico, andato perduto. Ne rimane una fotografia in bianco e nero di Lola Álvarez Bravo. Affascinata dal mondo dei bambini e dai giocattoli, Frida ammirava bambole, burattini di legno e animali in ceramica. In questo spazio sono inoltre esposte sei litografie acquerellate originali di Diego Rivera, provenienti da collezioni private, che rappresentano scene di vita quotidiana. Lo spazio finale è riservato alla parte ludica e divertente dell’esposizione: la sala multimediale 10D conclude infatti il percorso espositivo. Con la sua combinazione di video ad altissima risoluzione, suoni ed effetti speciali, è una esperienza sensoriale di realtà aumentata molto emozionante, adatta a grandi e piccoli. Rappresenta un momento unico di “immersione” visiva in movimento dentro il mondo artistico e umano di Frida Kahlo. Ogni immagine tridimensionale è connessa ad un effetto speciale. Il movimento della piattaforma, su cui sono poste delle comode poltrone, perfettamente sincronizzato con la visione, dà la sensazione di muoversi in prima persona, enfatizzando ogni spostamento ed in tutte le direzioni. Altro punto di forza dell’esposizione è un laboratorio dedicato ai bambini e alle visite scolastiche. Tornando al pianterreno, si accede all’area bookshop, allestita in pieno stile messicano, dove è possibile acquistare articoli esclusivi dedicati a Frida Kahlo provenienti da tutto il mondo: borse, magliette, calamite, scarpe, matite, libri, gioielli, portapenne, cerchietti e molto altro. Un tuffo emozionante, questa mostra, nel mondo di Frida e nella cultura messicana. In attesa della riapertura del museo, è possibile vedere su You Tube un’anteprima della mostra di sicuro effetto.
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Meraviglie archeologiche in Africa

Le grandi civiltà africane ci hanno tramandato, nel corso di millenni affascinanti testimonianze. Alcuni luoghi risultano ampiamente documentati, altri sono stati in parte trascurati pur essendo siti storici magnifici. Un luogo magico, non sempre approfondito in maniera adeguata è rappresentato dalla città di Lalibela, antico insediamento nel nord dell’Etiopia. Città considerata Sacra e meta di pellegrinaggi, seconda soltanto ad Axum. Lalibela conta una popolazione completamente cristiano-ortodossa.
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L’insediamento risale al XII secolo ad opera del re Lalibela che regnò tra il 1181 e il 1221. Secondo gli storici la città venne edificata nel corso dei secoli (come testimoniano i diversi stili delle chiese rupestri esistenti); tuttavia esiste una leggenda tramandata dai fedeli che racconta che la città fu costruita in ventitre anni, di giorno vi lavoravano gli uomini, mentre di notte davano loro il cambio gli angeli. L’intento del re era quello di ricreare una Gerusalemme europea, poiché in sogno gli era apparso Dio che gli aveva comandato di erigere un luogo sacro ove i pellegrini etiopi avrebbero potuto pregare evitando il lungo viaggio a Gerusalemme, (un percorso che spesso causava vittime ed enormi disagi). Difficile descrivere Lalibela, sono le immagini a parlare di una città fuori dal tempo. Le undici chiese rupestri cambiano aspetto a seconda del volgere del sole, uno spettacolo che non ha eguali al mondo. Un altro luogo mistico e misterioso è rappresentato dalle piramidi Nubiane della città di Meroe in Sudan. Una leggenda ebraica racconta che Mosè giovane principe egizio, guidò una spedizione militare nella città di Meroe, al tempo chiamata Saba. L’insediamento urbano sorgeva vicino alla confluenza di due grandi fiumi ed era circondato da un formidabile muro e governato da un re rinnegato. Al fine di proteggere i suoi uomini, Mosè ideò uno stratagemma; ogni soldato avrebbe portato un cesto contenente un Ibis per far uccidere i serpenti dal morso velenoso che si trovavano in quei luoghi.
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Il piano ideato non servì, poiché la città cadde a causa del tradimento della figlia del re che accettò di consegnare la città a Mosè, a patto di convolare a nozze con lui. Le piramidi Nubiane sono circa 220 e furono costruite e utilizzate come tombe. La proporzione fisica delle piramidi Nubiane differisce molto dalle piramidi egizie: le prime sono costruite a gradoni e sono alte dai sei ai trenta metri con basi raramente più larghe di otto metri. Tutte le tombe delle piramidi Nubiane furono saccheggiate in tempi antichi, ma le sculture esistenti sulle mura delle tombe ci fanno comprendere che i loro occupanti erano mummificati, coperti di gioielli e deposti in sarcofagi di legno. Durante gli scavi archeologici del XIX e XX secolo vennero rinvenuti resti di archi, faretre, frecce, attrezzature per cavalli, vetri colorati e stoviglie. Un’altra meraviglia africana è rappresentata dall’area archeologica di Leptis Magna, una vera e propria capitale nel deserto con le sue enormi ricchezze: l’avorio, le gemme preziose, l’olio delle sue campagne, il tutto arricchito da monumenti stupendi.
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Il luogo si presenta agli occhi del visitatore come un miraggio tra le dune, e così doveva apparire Leptis ai marinai che giungevano in vista della costa libica, una striscia di sabbia disabitata affacciata sul Mediterraneo. Il periodo più florido della città fu quello della prima età imperiale, lo testimonia l’immagine dello splendido teatro, in origine contornato di statue, ed il grande mercato, uno dei più belli dell’ antichità. Un’altra opera spettacolare è rappresentata dall’anfiteatro che invece di ergersi dal suolo sprofonda nella terra. Grandiose risultano le terme costruite dall’imperatore Adriano. Fu tuttavia l’imperatore Settimio Severo a costruire gli edifici più belli della città, l’arco che magnificava la dinastia imperiale, la via colonnata ed il complesso del foro. Il tempo purtroppo ha ricoperto per lunghi periodi questi magnifici edifici con la sabbia tanto che il luogo venne chiamato: “La città delle ombre bianche”, poiché i ruderi che affioravano dalle dune davano l’idea di fantasmi nel deserto.
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"due minuti di arte"

IN DUE MINUTI VI RACCONTO COME GLI ARTISTI HANNO DIPINTO L’INVERNO
di Marco Lovisco
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Dame rinascimentali che giocano a palle di neve sotto le mura di un castello, cacciatori che tornano al villaggio procedendo lenti nella neve, un vecchio con un sacco sulle spalle che vola sui tetti imbiancati di una città silenziosa… le tenui sfumature della neve da sempre hanno ispirato artisti ad ogni latitudine. Ognuno ha raccontato a suo modo l’inverno, evidenziandone aspetti diversi, a volte insoliti. Così ho deciso di fare una selezione di opere d’arte a tema invernale, per raccontare come, attraverso i secoli, gli artisti si sono confrontati con i colori della stagione più fredda. È un viaggio a ritroso nel tempo, che parte dalle modelle Art Deco di Tamara de Lempicka e torna indietro nei secoli, per fermarsi di fronte alle mura merlate del castello del Buonconsiglio, nel cuore di Trento. Ve lo racconto in due minuti (di arte):
1. Tamara de Lempicka, St. Moritz, 1929, collezione privata Eleganza, stile e algida bellezza: ecco come Tamara de Kempicka, regina dell’Art Deco, racconta l’inverno. Come in molte delle sue opere, anche in questa c’è un’attenzione estrema agli abiti e all’acconciatura della modella, perfettamente affini alla moda dell’epoca. Si tratta di un dettaglio che traspare in molti altri dipinti di questa talentuosa artista polacca, famosa per la sua vita mondana, e per la profonda malinconia che l’affliggeva, e che rivive negli occhi color miele della sua bellissima sciatrice.
2. Marc Chagall, Sopra Vitebsk, 1914, Art Gallery of Ontario, Toronto. Non poteva che sorprendere il soggetto scelto da Marc Chagall per rappresentare l’inverno. Un vecchio si- gnore che vola sui tetti di una città addormentata, con un bastone e un sacco dietro la schiena. Si tratta dell’Ebreo errante, figura ricorrente della tradizione ebraica, professata dall’artista bielorusso. Come in molte delle sue opere, anche in questa Chagall racconta le sue radici, legate alla religione, raccontata in modo semplice e con grande deli- catezza, e alla sua patria, la piccola città di Vitebsk.
3. Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890, Collezione privata Tra tutte le opere ho scelto questo dipinto di un importante artista trentino, tra i massimi esponenti del divisionismo, corrente artistica nata in Italia alla fine dell’Ottocento. È un’opera che racconta bene le dure condizione dei contadini che vivevano nelle Alpi più di un secolo fa. Pregevole il modo in cui l’artista riesce a evidenziare le diverse sfumature della neve, che raccontano tre spazi diversi: la strada su cui si trascina faticosamente la slitta, le montagne che si stagliano sullo sfondo e il cielo candido, che preannuncia l’imminente nevicata.
4. Vincent van Gogh, Minatori nella neve, 1882, Van Gogh Museum, Amsterdam Dal duro lavoro dei contadini delle Alpi, a quello estenuante dei minatori del Belgio. Nel 1879 infatti Van Gogh si recò nelle regioni minerarie del Belgio per prendersi cura dei malati e predicare la Bibbia ai minatori. Per comprenderne meglio le condizioni, decise di vivere come loro, dormendo in una baracca e dividendo con gli altri i pasti frugali attorno alla flebile luce delle lampade. Questo eccesso di fervore tuttavia spaventò i responsabili della Scuola di Evangelizzazione di Bruxelles, che deci- sero di non rinnovargli l’incarico di predicatore. Di quell’esperienza sopravvivono molti toccanti dipinti.
5. Alfred Sisley, Neve a Louveciennes, 1878, Musée d'Orsay, Parigi Silenzioso, solitario e riservato: l’inverno di Sisley rispecchia la personalità di questo pittore impressionista, che a Louveciennes, paesino nei dintorni di Parigi, visse dal 1872 al 1874. A differenza del suo collega Renoir, che adorava i paesaggi assolati e mediterranei, Sisley preferiva le tinte candide della neve, che ritrae in una serie di bellissimi dipinti con le sue pennellate leggere dai toni delicati.
6. Claude Monet, La Gazza, 1868-1869, Musée d’Orsay, Parigi Un paesaggio candido, interrotto solo da una piccola macchia scura, adagiata su una staccionata. Guardando questo meraviglioso dipinto di Monet si ha l’impressione di sentire il suono della neve che scricchiola sotto i nostri piedi e il profumo dell’aria frizzante di un mattino invernale. Come in altri dipinti di Monet, anche in questo sono evidenti due caratteristiche che rendono le sue opere riconoscibili: la pittura en plein air, che accomuna tanti altri artisti impressionisti, e l’attenzione nel catturare gli effetti della luce e le sue sfumature che si riverberano sul bianco della neve.
7. Gustave Courbet, Volpe nella neve, 1860, Dallas Museum of Art Osservando questo dipinto si ha l’impressione di guardare una fotografia, capace di catturare un atto dinamico e fermarlo per sempre in un capolavoro che verrà ammirato per secoli. Non poteva essere diversamente, visto che siamo di fronte ad un’opera di Gustave Courbet, padre del realismo. Un realismo che puntava a catturare i dettagli della realtà con una maniacale attenzione al dettaglio, e con una tecnica pittorica originale che gli permise di ottenere effetti cromatici di notevole dinamismo ed energia.
8. Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, 1565, Kunsthistorisches Museum, Vienna Siamo di fronte all’opera di uno dei più importanti pittori di paesaggi del XVI secolo, capace di cogliere con ricchezza di particolari e sensibilità la quotidianità della vita contadina nei Paesi Bassi. In quest’opera pare di avvertire la stanchezza dei cacciatori che tornano lenti al villaggio dopo una giornata nei boschi a cercare selvaggina. Interessante la divisione dell’opera in due scenari: da un lato la fatica dei cacciatori, dall’altro la serenità del villaggio, dove c’è anche spazio per pattinare sul ghiaccio e trascorrere una giornata spensierata.
9. Giuseppe Arcimboldo, Quattro stagioni – Inverno, 1563, Museo del Louvre, Parigi Questo interessante dipinto è una delle “teste composte” del pittore italiano. Si tratta di rappresentazioni di volti umani che nascono dalla composizione di vari elementi inanimati: frutta, verdura, ortaggi, oggetti di uso quotidiano. La scelta degli oggetti che compone il volto assume un valore simbolico, come in quest’opera dove l’inverno ha il volto arcigno di un vecchio albero ormai secco.
10. Maestro Venceslao (attribuito), Ciclo dei mesi – Gennaio, XV secolo, Castello del Buonconsiglio, Trento Un capolavoro dell’arte gotica, tra le mura di un imponente castello nel cuore delle montagne. Il ciclo dei mesi che puoi ammirare nella “Torre dell’Aquila” nella cinta perimetrale del castello del Buonconsiglio di Trento, è un gruppo di undici affreschi che raccontano la vita quotidiana nel medioevo, mese dopo mese. In particolare è molto interessante l’affresco che racconta il mese di gennaio, dove si vede un gruppo di nobili che gioca a palla di neve, proprio a ridosso delle mura del castello, mentre sullo sfondo i cacciatori perlustrano il bosco in cerca di prede.
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Les Fleurs et les Raisins

Trasversali allegagioni d'arte - Nouveau... a l'art
Innumerevoli, nel campo delle creazioni umane, sono i prodigi scoperti quasi per caso, errori di prassi e valutazione trasformati in formidabili intuizioni dalla brillante versatilità del genio individuale. Così avvenne anche per il Beaujolais Nouveau, allorché un gruppo di ricercatori di Narbonne, volendo trovare un modo per conservare le uve appena raccolte, le posizionarono sotto una cortina di anidride carbonica per diverse settimane. Dopo essersi accorti della loro fermentazione in un liquido ancora in parte gassoso, decisero di procedere alla vinificazione: era nata la tecnica della “macerazione carbonica” con la quale tutt'oggi, a distanza di circa un secolo, si produce questa particolare tipologia di vino.
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In sostanza i grappoli ancora interi vengono posti in una cisterna saturata con anidride carbonica e chiusa ermeticamente: il gas che verrà a formarsi riempirà l'intero contenitore determinando una fermentazione intracellulare. La massa così ottenuta viene pigiata, svinata e collocata in un tino per completare la fermentazione. Dopo pochi giorni dall'imbottigliamento il vino può essere venduto. Se può esserci un re del Beaujolais Nouveau, che ha contribuito a crearne un'immagine affascinante sia in Francia che nel resto del mondo, questi è sicuramente Georges Duboeuf, sincero e appassionato sostenitore della sua terra e di quel vitigno, il Gamay noir a jus blanc, protagonista di tanti cru del Beaujolais. Uscendo sul mercato il terzo giovedì di novembre, l’attesa del Nouveau è particolarmente sentita all'interno del calendario degli appuntamenti enologici, e proprio Duboeuf fu grande promotore de “Les Sarmentelles de Beaujeu”, festival che celebra il deblocage del vino. A poco più di un anno dalla scomparsa di Georges, l’attività è ora gestita dal figlio Franck e il nome Duboeuf è ambasciatore dell’intera regione e di circa trecento viticoltori che lavorano in stretta sinergia. Il Nouveau 2020 presenta i caratteristici sentori vinosi, profumi di fragola, di sottobosco, accenni di giuggiola e uvaspina con una sferzata evidente di arancia sanguinella. Al palato è meno rustico di quanto ci si potrebbe attendere, il poco tannnino è ricompensato da una buona acidità e da quel sospetto di carbonica non ancora risolta che conduce al sorso successivo. Un vino allegro, brioso e conviviale, da bere spensieratamente seduti a un tavolo tra Gnafron e Guignol, in uno dei numerosi bouchon lionesi.
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La musica insegue le curve e le capitolazioni vocali di Trenet, gli occhi addolciti dalla “Joie de vivre” di un Picasso rasserenato dalle coste di Antibes che ci accompagna nelle evoluzioni danzanti della sua donna-fiore: il suono mellifluo del flauto del centauro e del diaulo del fauno che si confonde e si perde tra le digradanti variazioni “carta da zucchero” del mare e del cielo. Un sorso di vita scovato al cuore di un Eden senza tempo.
Alberto Gross
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I Tesori del Borgo

Abano Terme e il suo scrigno prezioso: Villa Bassi Rathgeb
Splendida Villa Veneta del 500, luogo di svago e di armonia, due guerrieri accoglievano l’o- spite allora e il visitatore oggi; l’uno è Marte e l’altro Bellona che indicano a chi entra nel prezioso Museo, che, qualsiasi cosa accada, sarà protetto dagli Dei più potenti dell’Olimpo: da tutto e tutti a garanzia di pace e prosperità. La Loggia che accoglie oggi il visitatore offre agli occhi uno spettacolo quasi magico e inatteso: un orientale rivolge uno strumento verso un piedistallo ai piedi del quale si colloca un guerriero; un popolano e un cavaliere entrano in scena rapidamente e su un piedistallo una splendida fanciulla ignuda regge un giogo ad una figura alata e raggiata che porta in mano una cornucopia seduta su un trono a baldacchino: al di sopra di tutto un Genio suona la tromba della Fama. Altre due figure allegoriche completano il ciclo; una figura femminile con indosso un elmo getta monete ed un’altra reca in mano un ramoscello di olivo e una melagrana.
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Il visitatore viene accolto da Dei, Geni e Fama, Gloria Fortuna e Virtù. Le Virtus raffigurate a Villa Bassi attraverso le Arti e le Scienze vincono la parte bestiale dell’uomo e lo proteggono da qualsiasi pericolo. Musicisti, buffoni e valletti, una scimmia e un gatto completano l’accoglienza del visitatore che ne rimarrà incantato e completamente sedotto in una aura di pace e armonia che oggi si fa sempre più agognata e ambita. Bacco dal soffitto inneggia alla vita agreste e alla natura quasi un monito per l’uomo a non perdere di vista i valori veri dell’esistenza.
Il salone del piano nobile è un’esaltazione dell’amore, dell’amore che rende immortali ed eterni anche dopo la vita terrena così come accadde ad Alcione e Ceice: la forza del loro amore convinse gli Dei a trasformarli in uccelli. Da allora gli alcioni sono considerati simbolo dell’amore coniugale. Gli affreschi narrano una storia potente ed incantata narrata da Ovidio nella Metamorfosi. E poi Sansone e Dalila, Cefalo e Procri… storie di amori umani consacrati all’eterno. E ancora Mercurio, Argo, Apollo e Dafne, storie conturbanti e preziose accompagneranno il visitatore in tutto il percorso.
Alberto Rathgeb raccolse una prestigiosa wunder kammer che include opere di pittura e scultura che vanno dal 1400 al 1700 che fu poi donata dal figlio adottivo Roberto Rathgeb al Comune di Abano Terme, ben 450 pezzi tra dipinti, arredi, sculture, reperti archeologici e armi. Grandi i nomi della Collezione Bassi che si mettono in dialogo con quelli della Collezione Merlini nella Mostra “seicento novecento da Magnasco a Fontana”: Moretto, Palma il Giovane, Moroni, Fra Galgario, Baschenis, Magnasco insieme a Fontana, Morandi, Guttuso, De Chirico, Parmeggiani, Wildt e questi solo alcuni dei grandi nomi in mostra. Alla chiusura della Mostra dovuta al decreto governativo, il Museo ha lanciato un messaggio agli Artisti di tutta Italia: “Veniamo noi da Voi aspettando di ripartire con forza ed eroismo”.
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Museo Villa Bassi Rathgeb anche in situazione di lockdown non resta immobile e si lancia in una vera e propria mostra virtuale online coinvolgendo gli Artisti di ogni parte d’Italia e lanciando l’innovativo Contest dal nome energico e risoluto I’M HERO, contest dal nome forte e potente che premia l’energia, l’arte e le virtù in questo periodo che ci mette a dura prova. Un Contest solidale che vedrà premiati ben 54 artisti in Mostra al termine dell’emergenza sanitaria. Al Museo Villa Bassi Rathgeb arriva il primo personaggio artistico che raggiunge il pubblico a casa propria tramite i social: Sir Albert Bassi Rathgeb ispirato al collezionista e mecenate che donò la sua intera collezione al Comune di Abano. Una sorta di Mascotte intellettuale e colta che presenta i capolavori spettacolari di questa magica location. Durante il Contest denominato “I’M HERO” Sir Albert Bassi Rathgeb stimola via social gli artisti di tutta Italia ad esternare talento e creatività: presentando i grandi capolavori induce alla riflessione e alla creazione di dipinti, disegni, frasi letterarie che poi saranno sottoposte al giudizio di un giuria di prestigio che comprenderà curatore della mostra, importanti giornalisti del settore arte cultura e importanti protagonisti della scena culturale.“ Il Comune di Abano Terme, Ente Promotore in principalità - afferma l’Assessore alla Cultura Cristina Pollazzi - da sempre ricerca e supporta la creatività e ora vuole invitare tutti gli artisti italiani ad unirsi e a comunicare la loro visione artistica o letteraria attraverso i social del Museo Villa Bassi Rathgeb e la figura del grande collezionista Sir Albert Bassi Rathgeb. Abbiamo dedicato tanto a questo Museo, fino a renderlo polo culturale per l’intera regione e ora abbiamo progetti per portarlo ad avere un respiro nazionale ed internazionale.
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Abbiamo dotato Abano di un Museo – prosegue l’Assessore - che dialoga con la città, che ha un ruolo sociale molto importante: contribuisce alla trasmissione del sapere indentificandosi con il nostro territorio e con la sua storia, non solo garantendo la salvaguardia della collezione ma promuovendo attività che possano coinvolgere tutti i nostri cittadini. Il Contest I’m Hero è un contest solidale in un momento in cui l’arte e la cultura hanno avuto un blocco totale: il premio principale sarà una vera e propria Mostra “fatta” dalle persone, composta dalle loro creazioni grafiche, pittoriche e letterarie perché per noi la persona sta sempre al centro!” Il Contest si concluderà il 20 febbraio 2021. Il giudizio insindacabile della giuria decreterà i vincitori a fine febbraio 2021.
La Mostra si terrà nei mesi di luglio e agosto 2021: Giulia Vazzoler delle Piano Girl, pianista internazionale, si è unita al Museo e agli artisti in questo progetto di solidarietà e ha composto una colonna sonora e un video clip interamente dedicata all’Evento.

La classifica sarà pubblicata su social e sito Museo Villa Bassi.
www.museovillabassiabano.it
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Biografie d'artista - Nadia Barresi

a cura di Marilena Spataro
Nadia Barresi
nasce in Sicilia nel 1963, trascorre la sua infanzia in Lombardia, sulle rive del lago Maggiore e, a ventitrè anni si trasferisce in Romagna, dove tuttora vive e lavora.

L'artista si definisce un'autodidatta, tutto quello che dipinge è una sperimentazione continua e diretta sulla tela, che affonda le radici fin nella sua primissima età: a quattordici anni incomincia a creare le sue prime opere su tela partendo da un approccio Naif, influenzato dalla guida e conoscenza diretta di Nicola Pankoff, celebre ed eclettico pittore. Poi, a causa suo lavoro di insegnante e la contemporanea nascita dei suoi due figli, per un periodo smette di dipingere. Continua tuttavia a disegnare, trasferendo progetti di nuove tecniche su blocchi di fogli bianchi, per fermare e registrare le sue idee certa di poterle in futuro rielaborare con colori e pennelli.

Nel 1998 ricomincia a dipingere, sperimentando un nuovo personale uso del colore mescolandolo all'utilizzo di materiali quali sabbia e cera, che la portano, nel 2007 alla realizzazione di una sua Personale “TERRA” alla Galleria ArteIncontro a Conselice. Le quindici opere esposte rappresentano un percorso di maturazione in cui l'artista si misura con una nuova rappresentazione della realtà attraverso  segni grafici forti e, a volte, primitivi.

L'anno successivo realizza circa settanta tavole ad acquerello che illustreranno il libro 

“Essenze floreali Australiane - conoscere ed utilizzare le essenze floreali australiane -”

 del Naturopata G. Lucherini Ed. Verde Libri 2008.

Nel 2009 a Casa Rossini di Lugo presenta una nuova mostra delle sue opere, con 

“LUCI E OMBRE”. Qui Nadia Barresi, attraverso l'astrattismo affronta il tema dell'esplorazione umana e dell'introspezione in cui il soggetto viene appena accennato: impronte, tratti,visioni e colori materici permeati di luce e ombra che si trasformano in emozioni.Nell'ultimo decennio l'artista ha continuato a lavorare nel suo studio ricercando e sperimentando nuove tecniche, nuovi utilizzi del colore, nuovi supporti e strumenti: dipingere è una gioia, un bisogno che asseconda con passione ed energia, arrivando così alla realizzazione di nuove opere, venti delle quali, protagoniste della sua ultima mostra personale “FRAMMENTI” nel dicembre 2019 a Palazzo Marini di Alfonsine . “I miei Frammenti”, dice l'autrice “lasciano intravedere sensazioni, emozioni, ricordi , viaggi e il mio impegno per la tutela dell'ambiente che si fondono o svelano attraverso la concretezza della tela”.

 Critica
Una spazialità dal segno onirico, un colore intenso, pastoso, fuso alla materialità della terra.
Sensazioni e segni manifesti che rimangono impressi sulla tela come nell'occhio di chi guarda, un barlume di luce che a volte diventa lampo. E' questo un linguaggio poetico che segna tutto il percorso artistico di Nadia Barresi: una rappresentazione che non vuole aggrapparsi ad alcuna visione semplicistica del reale e che esulando dall'oggettività narrativa ci porta altrove, con leggerezza. Uno sguardo mai superficiale che affonda, mirato, in una dimensione condivisa: il colore, sempre protagonista indiscusso, ci fa da guida; a volte snudandosi per concederci di percepire  la sola forza del segno, altre per suggerire (come in “Frammenti”) la rapidità della luce che rimane impressa nei vuoti. L'immediata rappresentazione di un pensiero complesso che scompone un' identità artistica in un' alterità decostruita, possibile a tutti, condivisa attraverso le tele, come in un dono.   
Giulia Montanari

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