Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Era mio padre

di Ornella Aprile Matasconi.
Giovanni Battista Aprile nasce a Roma il 12 luglio del 1939. Artista autodidatta eclettico e geniale, è pittore, scultore, cesellatore e restauratore, ma sperimenta numerose altre forme di espressione artistica, dalla poesia alla musica e al canto. Talento puro, marito di Vittoria, papà di Ornella, il suo più grande capolavoro è la sua famiglia. Piena di amore e di calore, come la sua numerosa famiglia di origine (otto fratelli), sarà per lui sempre un valore assoluto al di sopra di tutto e fonte di ispirazione artistica. Umile e gentile, e al tempo stesso imponente e carismatico, sembra uscire da una bottega d’arte rinascimentale, Giovanni Aprile.
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Cimentatosi fin da giovanissimo nell’arte del disegno a china colorata, da lui stesso prodotta con una struttura segreta, nelle sue opere esplora le molteplici possibilità consentite dalla tecnica (acquerello, carboncino, matita, tempera, olio, acrilico) con un’attenzione particolare all’arte applicata, realizzando in materiali diversi opere a tutto tondo (applique, lampadari, gioielli). La passione per la china colorata – racconta - nasce sui banchi di scuola, dove c’era solo il calamaio con l’inchiostro nero, quasi un “insulto” alla sua fantasia e alla sua libertà. Così inizia a fare semplici scarabocchi, poi i primi paesaggi a colori che il maestro apprezza, tanto da strappargli via le pagine dal quaderno per conservarli e il piccolo Giovanni è costretto a subire anche i rimproveri severi di sua madre quando, arrivato a casa, vede quei fogli mancanti. Nelle sue passeggiate per le campagne romane poi, raccoglie bacche ed altri frutti per studiare la miscela di inchiostri colorati con cui non solo scrive, ma compone anche bozzetti di disegni paesaggistici e caricature. Musica e Poesia Ereditata dal padre una voce tenorile di gran pregio, sin da ragazzo si fa notare per le sue doti canore. Viene selezionato dal maestro Loris Solinghi, artista e regista di fama internazionale, come “la voce più bella d'Italia”, ottenendo dal maestro stesso in premio lezioni di canto. Anche altri maestri ed esperti sono concordi nel ritenere la sua una voce da tenore spinto, sia per imposto che per bellezza, “una voce dal colore antico”. Dopo aver tenuto alcune esibizioni musicali, Aprile si dedica alla scrittura di alcune canzoni. Numerose le poesie da lui scritte in tutti i periodi della sua esistenza; una lirica giovanile, “la nostra vita” vinse il microfono d’argento nel 1965, venendo premiata alla RAI da Silvio Gigli. Ha composto anche ballate satiriche ed una poesia dedicata al suo paese d’adozione Sacrofano. Arte
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Raffigura i soggetti più vari con la sua tecnica originale, che dona a tutti particolari effetti di trasparenze e movimenti, e di trame riprese dalla maglia ai ferri, dal velluto, dagli arazzi. La linea predominante è la curva, i colori più usati sono il rosa, il viola e il blu nelle loro quasi infinite tonalità. In tutte le sue creazioni domina la natura: le farfalle, la laguna, la conchiglia, i fiori, la foca, la lumaca, presente in quasi tutti i suoi quadri, anche nell’amatissima tela “Città futura”. L’arte astratta (unita a quella figurativa) rimane però la sua forma di espressione favorita, e quella che più ha contribuito alla sua fama, in tutte le sue forme, sia nella lavorazione degli oggetti in ferro e dei monili in metallo prezioso, sia nelle sculture in ferro, sia nei dipinti, realizzati con colori a olio, a tempera, ad acquarello e soprattutto a china, come abbiamo ricordato, campo nel quale ha ideato una particolarissima tecnica esecutiva. Forse la caratteristica più straordinaria del talento di Aprile risiede nella formazione completamente autodidatta; pur conoscendo di fama i grandi pittori del passato, egli non ebbe che molto tardi la possibilità di vedere le loro opere, giungendo invece, per via completamente personale, alla messa a punto di tecniche pittoriche e scultoree, nonché di un linguaggio stilistico peculiare. L’armonia policroma con la quale veste le sue invenzioni, l’amore per la conoscenza, la sintonia con la natura, la disponibilità e l’amore mentale, fanno dell’artista Giovanni Aprile un catalizzatore di pensieri ed immagini che riesce a trasmetterci nella suggestione dell’insieme e del particolare. Talento e tecnica, ingegno e perseveranza sono gli strumenti costruttivi di questo personaggio eclettico, valido rappresentante della continuità dell’arte nell’attualità dei nostri giorni.
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Nella sua vocazione artistica occupa grande rilievo la lavorazione del ferro. “Tutti dicono che sia un materiale freddo, ma non è così, è un materiale nobile”, spiega Aprile. Quest’arte non ha per lui alcun mistero, anche per il suo lungo lavoro come restauratore di monumenti di Roma antica dal 1975 al 1990. La sua tecnica di invecchiamento del ferro (arte in cui ormai eccellono pochissimi artisti) ha riscosso l’ammirazione di esperti del settore non solo italiani, ma anche tedeschi e giapponesi. I luoghi più suggestivi dell'antichità hanno visto il suo lavoro attento: Teatro Marcello, Colle Oppio, Casa di Nerone, Casa di Romolo, Mausoleo di Cesare, Mercati Traianei, largo argentina, Circo Massimo, dove ha effettuato il restauro di rivestimenti esterni originali (strutture, grate, cancellate, etc.), o la creazione di nuovi per l’abbellimento delle aree perimetrali (particolarmente belli e impegnativi i gigli fiorentini a forgia). Oltre all’opera di restauro, Aprile ha realizzato preziosi lavori artistici in ferro, oro, ed argento; sculture cesellate, forgiate e battute, sia naturalistiche che stilizzate (la cui produzione si è sviluppata soprattutto negli anni Ottanta), e monili in cui ricorre la figura della rosa, simbolo per lui di bellezza della vita quando bambino, negli anni della seconda guerra mondiale, si fermò estasiato a contemplare un roseto odoroso, che faceva aspro contrasto con il conflitto e i bombardamenti in corso. Negli anni Settanta comincia a dare grande impulso al suo lavoro e studio pittorico, utilizzando tutte le tecniche, dai colori a olio agli acrilici, dalla tempera alla china, che rimane la sua prediletta, anche per la estrema difficoltà che questa tecnica comporta, quando la si vuole rendere così duttile nel realizzare capolavori assoluti, come quelli di Aprile. Dopo aver lavorato in completo isolamento Aprile viene “scoperto” e in breve le sue opere lo portano a esporre in importanti manifestazioni nel nostro paese e la sua fama si estende. Finalmente nel 1999 riesce a esporre nel cuore della sua amata Roma grazie all’Assessore Gianni Borgna e alla sua giunta che gli concede l’uso della ex Chiesa di Santa Rita nei pressi del teatro Marcello. Roma la sua città tanto amata, dove tanto ha lavorato.
Raffaella De Rosa
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Giovanni Battista Aprile, mio papà, che da figlia mi permetto di definire, unico, meraviglioso, generoso, buono, ha amato moltissimo la sua città, Roma, gli ha dedicato cura ed attenzione come ad una madre, restaurandone le parti metalliche, dedicandole una canzone, “Villa Borghese”, dove ripete che Roma “gli ha dato una gran cosa: la vita, con la gioia e l’amor”. Anche se occuparsi della sua città gli ha portato poi il suo grave handicap, lavorava il ferro con il piombo, e il piombo se lo è mangiato. Come famiglia ci siamo amati molto, siamo stati uniti. Io ho sempre sostenuto che mettendoci a tre lati dell’universo se ci avessero fatto una domanda, avremmo dato tutti e tre la stessa risposta.Ora che non ci sei più papà, amo immaginarti come da bambino, “libero”, come quando correvi nei prati sopra la tua casa a ridosso di Montecucco, cercando le bac- che da trasformare in inchiostri colorati per i tuoi disegni. Libero seppur legato ai tuoi amori. Papà ha vissuto gli anni della guerra e del dopoguerra insieme ai suoi sette fratelli, in un quartiere popolare, un comprensorio edificato da Mussolini che ancora oggi ospita migliaia di persone. All’epoca i rapporti di vicinato erano diversi rispetto ad oggi, i ragazzini giocavano in strada, tiravano calci ad un pallone rimediato, correvano nei prati, si buttavano nelle marane per fare il bagno in estate, un po’ come si vede nei film di quegli anni che ben rappresentano la vita romana. Ma nel tempo libero oltre a giocare, i giovani delle famiglie facevano gavetta, presso meccanici, fruttivendoli, panettieri. E mio padre aveva lavorato da un tappezziere, nei banchi al mercato e in un panificio, dove a quattordici anni aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie, mia madre: Vittoria, di un anno più piccola di lui. Me ne parlava spesso. Mamma Vittoria, bimba di tredici anni con lunghe trecce e un vestitino rosa, si era presentata al panificio per comprare del pane, era in vacanza da una zia, lei veniva dal paese, da Sacrofano, in quegli anni, era un viaggio giungere da Sacrofano a Roma. E lui se ne innamorò all’istante, tanto da invitarla al cinema, e mamma timidamente accettò e per poterlo fare fece tutti i lavori di casa per ricevere il benestare della zia. Papà rideva raccontando quel loro primo appuntamento, ha sempre raccontato che le mani di mamma odoravano di candeggina, avendo lavato il pavimento come compromesso per uscire. Da allora di an- ni ne sono passati quasi settanta, settanta anni d'amore, di unione, di complicità, di dolori, di gioie... una vita vissuta in armonia e collaborazione.
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Una vita a tre, con me, nata dopo un anno dal loro matrimonio celebrato nel 1963. La mia vita è stata piena e intensa, ho vissuto intensamente i miei splendidi genitori, ho ricordi bellissimi, tanti episodi preziosi custoditi nel cuore e nella mente. Io che mi ammalai seriamente e papà e mamma a curarmi con amore immenso. E poi gli anni della scoperta del mondo dell’arte. Papà che dall’età di sette anni disegnava con colori da lui stesso prodotti, ricavati da bacche che cercava nei boschi, vicino la sua casa, con una lente di ingrandimento che ancora oggi abbiamo, anche se piena di fil di ferro a tenerla, perché ormai consumata e rotta. Decine di anni a dipingere sul frigorifero della cucina nella minuscola casa di Roma, mentre mamma cucinava, oppure la notte, e le sculture che si divertiva a realizzare dopo il lavoro e che portava a casa. Dipinti e sculture tenuti per noi, nascosti in uno sgabuzzino, senza mai pensare ad un progetto di arte, perché per lui non era quella la necessità, ma solo la gioia di produrre segni e oggetti a rappresentare un mondo perfetto. Nemmeno vincere alla Rai un premio per una poesia scritta* all’età di dieci anni ci aveva fatto capire l’ecletticità di papà, nemmeno quando negli anni ‘60 aveva vinto un concorso come più bella voce tenorile italiana, nemmeno allora ci si rese conto delle molteplici qualità artistiche di mio padre. Fin quando non ci trasferimmo a Sacrofano, nella casa da noi edificata con tanto sacrificio, le pareti bianche e grandi da riempire con i suoi quadri e gli spazi da colmare con le grandi sculture in ferro. E poi un giorno qualsiasi, in cui un uomo, un critico d’arte, venne a chiedere un lavoro a mio padre, ricordo esattamente quel giorno; mio padre faceva strada in casa per offrirgli un caffè e il critico d’arte si impietrì nel vedere quei quadri e quelle sculture riempire la nostra casa, esclamando a voce alta: dove avete preso queste cose? E mio padre, con quella sua umiltà e semplicità rispose: le ho fatte io, ti piacciono? Da lì iniziammo ad andare per mostre, per vedere di capire, e ad ogni mostra io e mamma guardavamo papà e capivamo che lui era un artista, un artista che non aveva avuto contatti con nessun altro artista e per questo unico e non contaminato nel tratto. Quei quadri a china colorata sono perfezione, inno alla vita. Il suo soggetto più amato “Vaso di cristallo”, rappresenta la vita, il DNA. Da quel momento vivemmo un crescendo di emozioni, tenemmo mostre in tutta Italia, insieme a galleristi, nelle fiere, in manifestazioni prestigiose. L’impatto delle persone di fronte ai suoi quadri ci fece effetto, con un tipo di pittura così unica e originale, rimanevano spiazzati. Ecco, iniziò così il percorso nell’arte che avrebbe poi fatto di me la sua organizzatrice. Il dolore arrivò quando negli anni papà fu costretto a vivere su una sedia a rotelle a motore, con le mani ormai impossibilitate a dipingere. Di papà dicevano che era ribelle e irrequieto, ma era solo un tipo geniale, difficile da capire, perché avanti, oltre. Ha inventato molte cose, ideato attrezzature che hanno rivoluzionato la vita di molte persone. Ma non se ne è preso mai il merito. Aveva un forte senso di giustizia anche se non conosceva cattiverie, ha combattuto per i suoi ideali che con il tempo abbiamo scoperto avere a che vedere con il suo animo poetico e artistico. Nessuno ha mai dipinto la china come te, papà! La perfezione dei colori e l’abilità acquisita negli anni, la mano sicura che non ha mai sbagliato.
Ornella Aprile Matasconi

La nostra vita
Come il vento strappa la foglia ingiallita,
così con il passar degli anni
il lento cammino della vecchiaia
strappa la mia vita...
O vento che accarezzi
le alte vette bianche, che
sembrano tante testoline
invecchiate dal tempo,
pare che ogni tanto
aspettino il tuo ritorno,
ferme,
immobili,
sembrano dominare tutto e tutti,
esse hanno pazienza e aspettano,
ma la vita non ha pazienza,
tutti cercano di arrivare,
chissà dove...
e come il ruscello, che scende lentamente,
saluta nel passar quelle alte vette,
così è colui che nella vita si mette...
quando vede passar la sua gioventù
e come il ruscello
non potrà mai più tornar su...
e si avvia lentamente
lentamente verso una meta
ignota,
come la foglia inerte che si è spenta alla vita...
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Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d'arte. L'Albana di un nuovo giorno.
di Alberto Gross.
Leggenda narra che nell’anno 435 d.C. Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, allontanandosi dall’allora capitale imperiale Ravenna per sfuggire alla malaria, trovò riparo tra le dolci colline di Romagna: durante la sosta in un paese noto con il nome di Monte dell’Uccellaccio gli abitanti del posto offrirono alla principessa una comune brocca di terracotta ricolma del locale vino bianco. L’entusiasmo all’assaggio fu tale da fare esclamare alla sovrana: “Non di così rozzo calice tu sei degno, bensì di berti in oro!”.
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Da allora la località mutò nome divenendo conosciuta come Bertinoro. Si era di fatto creato quello che ancora oggi è considerato il cru del vino bianco simbolo della Romagna tutta - l’Albana - che mutua il proprio nome dal latino “albus” (bianco), a costituire una sorta di identità ed esclusiva reciprocità tra denominazione dell’uva e del vino. Uno speciale tipo di metonimia che sottolinea una contiguità culturale e territoriale per un'assoluta eccellenza autoctona.
Dopo molti secoli dall'episodio di Galla Placidia ed infinite, differenti interpretazioni del vitigno, si può oggi ritenere l’Albana uno dei bianchi più maturi e rappresentativi del panorama nazionale, con la sicurezza e la personalità di una nobildonna che seduce della propria, eterna eleganza, piuttosto che con una sfuggente, effimera bellezza.
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Una delle versioni più intriganti e convincenti è sicuramente quella di Tenuta La Viola, azienda che dalle colline di Bertinoro declina al meglio le speciali condizioni di territorio e microclima in cui si inserisce. La particolare roccia arenaria calcarea impastata con sedimenti e depositi marini dona quella peculiare sapidità e percezione minerale divenute caratteristiche distintive ed identitarie del vino.
Tra le etichette più rappresentative dell’azienda il “Frangipane” - nome che rende omaggio alla contessa di Bertinoro del XII secolo Aldruda fleurs4Frangipane - viene vinificato senza bucce a temperatura controllata prima di evolvere sulle fecce fini per circa sei mesi; segue un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno un mese. Il 2018 spicca dal calice del suo incipiente dorato brillante, al naso sono le note di frutta gialla a ritmare il respiro, su tutte pesca e albicocca, prima che sospetti di frutta secca vadano ad arricchire uno spettro olfattivo non troppo sfaccettato, ma preciso e coerente; il sorso è pieno, polposo e succoso senza risultare opulento, tannino accennato e niente affatto sgarbato a condurre una beva verticale, sapida e dal piacevole finale di nocciola e mandorla amara.
Nobile, si lascia baciare da sole labbra regali l’Albana, ma soltanto dopo opportune, convenienti lusinghe, adeguato corteggiamento.
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I tesori del borgo

Centuripe: un tesoro da riscoprire.
Di Sefora Sanfilippo
Osvaldo Risiglione
Centuripe è uno splendido paesino dell’entroterra ennese.
Situato su un promontorio alto circo 700 metri s.l.m., domina l’intera vallata del fiume Simeto e la piana di Catania, offrendo panorami stupendi ed una visione unica dell’Etna.
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Oltre alle bellezze paesaggistiche, questo piccolo borgo, è famoso per i suoi trascorsi storici; Centuripe, abitato sin dal periodo preistorico, è stato un centro florido durante la dominazione sicula, greca e romana. Queste civiltà hanno lasciato su tutto il territorio una quantità di testimonianze davvero significativa. Alcuni dei reperti rinvenuti nel corso degli anni sono ospitati nei più importanti musei del mondo, come il Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa, i Musei Vaticani, Il Louvre, il British Museum e il Metropolitan Museum. Ma la collezione più corposa, è oggi custodita presso il Museo Archeologico Regionale di Centuripe.
Inaugurato nel 2000, l’edificio articola l’esposizione su tre piani: al piano terra si trovano in ordine topografico e cronologico, gli oggetti provenienti dal territorio e dall’abitato; al primo piano materiali che illustrano la vita economica, artigianale ed i rapporti commerciali dell’antica città; al piano superiore i corredi delle necropoli arcaiche ed ellenistiche.
Ciò che rende unico questo Museo è il fatto che espone e custodisce esclusivamente materiali rinvenuti nel territorio centuripino.
Tra i pezzi più importanti spicca sicuramente una delle prime rappresentazioni fisionomiche in Sicilia orientale. Un volto umano schematizzato, parte di un grande vaso in terracotta risalente al V millennio a.C.
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Durante l’età ellenistica, Centuripe raggiunge l’apice del suo splendore economico e culturale, quest’ultimo testimoniato dalla produzione di ceramica fittile che ritrae principalmente figure femminili chiamate “Tanagrine”. Spiccano inoltre manufatti come “Il ratto di Europa” e il “Soldato”, e le numerose maschere teatrali che richiamano espressioni comiche e tragiche tipiche della letteratura greca.
Dello stesso periodo sono i famosissimi vasi, una tipologia vascolare creata proprio a Centuripe, Unici in tutto il mondo antico, sono caratterizzati da una vivace policromia che si suppone sia stata inventata dagli stessi artigiani locali, e da sontuosi fregi in rilievo con motivi floreali ed antropomorfici.
Di enorme rilevanza è il complesso statuario in marmo che ritrae alcuni membri della famiglia Pompeii Falcones che, durante il periodo imperiale, commissionarono la ricostruzione degli Augustales, in onore dell’Imperatore Augusto.
Tra questi reperti è stata rinvenuta anche “La testa di Augusto”, che portata solo temporaneamente nel Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa non è mai più stata restituita. Riteniamo invece che dovrebbe rientrare nella sua naturale collocazione. Tralasciando il fatto che il pezzo non sia neanche esposto, ma tenuto in magazzino, pensiamo sia necessario portarlo a Centuripe, e rendere fruibile la sua bellezza e la sua unicità ai visitatori. 
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Domenica Luppino: artista nel cuore

di Francesco Buttarelli.
Domenica Luppino, Mimma per gli amici, un’artista contemporanea estroversa, poliedrica. I suoi dipinti, olio su tela, tempere, acquerelli, grafiche, bianco e nero, evidenziano un procedimento pittorico innovativo e originale, basato sulla sintetica composizione degli elementi del paesaggio; macchie di colore accostate secondo un sottile equilibrio di accordi tonali.
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Domenica si è formata ed è cresciuta come autodidatta, ha frequentato gli studi di importanti artisti ricevendo riconoscimenti e premi a carattere nazionale ed internazionale. Fondatrice e presidente dell’associazione culturale “Il Ventaglio” è riuscita a catalizzare l’attenzione di giornalisti, scrittori, poeti, musicisti e pittori, conseguendo il risultato di fondere l’arte attraverso diverse espressioni creative. I dipinti di Mimma spaziano dal paesaggio al figurativo, sino a giungere all’astratto attraverso un percorso di studio capace di rivelare il suo animo in ogni immagine delle tele. Donna colta, raffinata anche anticonformista, non pone limiti alla propria sete di ricerca; per lei dipingere rappresenta un continuo “divenire”, così nelle ombre di un suo paesaggio possiamo scorgere presenze, mentre in un nudo si intravede l’umanità che vi ruota intorno.
Il suo linguaggio pittorico si fonda su di una combinazione di modelli figurativi; colori e chiaroscuro che fanno emergere l’emotività ed il mondo interiore di Mimma. Con estrema facilità , frutto di studio ed esperimenti, l’artista si rivolge verso l’affascinante mondo dell’astratto. Un’arte che contiene prove della realtà non sempre visibili: Mimma ne ricava concretezza, un astrattismo ove il cosmo, nella sua interezza pone radici nel mondo del reale.
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Una personalità forte, quasi bruciante quella di Domenica Luppino; le sue tele, qualsiasi sia il soggetto, sembrano pervase da una “febbre segreta”, da un’alta tensione spirituale ed emotiva. Nelle sue opere traspare un sentimento soggettivo ed i suoi colori spesso indulgono alla dolcezza e ad un velato romanticismo, simile ad un canto della memoria che vaga fuori del tempo nel tempio segreto dell’anima.
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Nerina Toci: Un seme di collina

a cura di Davide Di Maggio.

Un tempo il mio sguardo veniva condizionato dai sogni, dalla superficie emotiva, dove il punto focale era l'indagine sulla mia identità e su ciò che rappresentava il reale per me. Ad oggi il mio tentativo secondo è di catturare la struttura dell'identità universale attraverso l'esperienza sensibile. Mi pongo una domanda: che cosa è il reale?

Nerina Toci

Un seme di collina è il nuovo libro fotografico di Nerina Toci.
Curato da Davide di Maggio ed edito da Fondazione Mudima, è un progetto work in progress che comprende una selezione di fotografie realizzate tra il 2017 e il 2020 in Sicilia, principalmente tra i versanti asimmetrici dei monti Nebrodi, e che nasce da un ben precisa esigenza di definizione del reale.
All’inizio del suo percorso di ricerca artistica, lo sguardo di Toci era condizionato dai sogni e dall’emotività; il punto focale della sua indagine era la sua identità e ciò che per lei rappresentava il reale. Questo volume raccoglie un intenso lavoro, che esemplifica l’evoluzione artistica della fotografa: dopo aver gradualmente eliminato la propria figura dagli scatti, Toci cerca di catturare l’identità universale attraverso l’esperienza del sensibile.
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L’interesse antropologico – con la costante riflessione sulla figura femminile, sul senso del luogo e del confine – e l’interrogazione sul reale spostano la funzione della fotografia da quella estetica a quella reale: la vera risposta sta non nel catturare e possedere la realtà, ma nell'accettazione della sua esistenza.
La giovane fotografa albanese, originaria di Tirana, che per molti anni ha vissuto in Sicilia, si occupa di fotografia dal 2015 e riserva da sempre, nel suo lavoro, un ruolo centrale alla sua terra di adozione.
Nei sui lavori sensuali e misteriosi – dei quali anche Letizia Battaglia ha sottolineato l’inquietudine e la grazia – riesce a rappresentare la sua realtà, la sua immaginazione sconfinata, che varca i confini della fotografia e ci porta in un mondo incantato dove la mente è libera di viaggiare. La chiave per capire il suo lavoro va cercata nel fatto che, applicando leggi proprie, supera la visione monoculare che la fotografia impone. Il lavoro di Nerina Toci parte dalla fotografia ma prende subito altre rotte, diventando opera d’arte. La macchina fotografica è semplicemente un mezzo che le consente di esprimere quello che per un fotografo è impossibile: uscire dalla realtà che ci circonda per addentrarsi in una sorta di Wunderkammer – una realtà personale che diventa universale – nella quale entriamo insieme a lei.
Davide di Maggio, curatore del volume, dice di lei: «Il fotografo blocca un istante in eterno, lei apre quell’istante all’infinito. Le sue fotografie non hanno a che fare con l’effimero della nostra società, ma hanno piuttosto quella “perennità” delle opere che si tramandano nel tempo. Il tempo non è un limite ma diventa suo alleato. La realtà che la circonda non le interessa, la sua è un instancabile ricerca di un mondo che non trova, ma che è ben chiaro nella sua lucidissima immaginazione e che riesce a esprimere nelle sue fotografie anche grazie ad un grandissimo talento. Questa è la forza di Nerina Toci, il suo fascino, il suo magnetismo. E questo è il sogno dell’arte che grazie a lei si avvera e che questo nuovo libro ci restituisce in tutte le sue parti mettendo in luce il ruolo centrale da lei assunto tanto come testimone del mondo dell'arte e della realtà sociale in profondo mutamento che la circonda, quanto come protagonista di nuovi percorsi di ricerca e di espressione artistica».
Nerina Toci Un seme di collina COVER alta copia









Il libro è acquistabile sul sito di Fondazione Mudima: www.mudima.net (sezione Shop) e in libreria.
Alcuni degli scatti di Nerina Toci possono essere ammirati dal pubblico nella mostra collettiva La Face autre de l'autre Face, alla Fondazione Mudima fino al 12 marzo 2021.
L’esposizione, curata da Davide di Maggio, arriva a Milano dopo essere stata ospitata al Muc - Musée Urbain Cabrol di Villefranche de Rouergue e raccoglie opere di 21 artisti, principalmente italiani, attivi in diversi campi dell’arte, da quella visiva, alla fotografia, ai video e alle installazioni. Oltre a Nerina Toci, sono: Daniela Alfarano; Gabriele Basilico; Renata Boero; Loris Cecchini; Pierpaolo Curti; Diamante Faraldo; Claudio Gobbi; Francesco Jodice; Christiane Löhr; Uliano Lucas; Giovanni Manfredini; Sabrina Mezzaqui; Ugo Mulas; Federico Pietrella; Alfredo Pirri; Andrea Salvino; Nicola Samorì; Andrea Santarlasci; Alessandro Verdi; Nicola Verlato.
L’esposizione sarà visitabile in assoluta sicurezza, con accessi contingentati nella quantità e nella frequenza.
Informazioni e prenotazioni: www.mudima.net

Nerina Toci nasce a Tirana il 21 gennaio del 1988. Vive e lavora tra Palermo e Milano. Nel 2015 inizia a fotografare, prediligendo il bianco e nero. Ha esposto in Italia, Albania e in Cile. Nel 2015 prende parte alle mostre collettive Interior intimo meo al Castello Gallego di Sant’Agata di Militello e a Kermesse d’Arte” presso la Biblioteca Comunale di Mistretta. Nel 2016 le prime mostre personali in Italia: La fotografia media i conflitti, alla Casa delle Culture a Palermo, Nuk bëhet allo Spazio Loc a Capo d’Orlando; quindi la collettiva Cupiditas presso l’Archivio Storico Comunale di Palermo. Nel 2016 realizza anche la prima personale all’estero: Imazhi është e vetmja kujtesë që unë kam, al Concord Center Galeri di Tirana. Ancora, nello stesso anno vince il premio “Guido Orlando - Premio fotografico Peppino Impastato.” Dal 2017 inizia il ciclo di mostre personali in Cile, Buscandome, all’Istituto Italiano di Cultura a Santiago e a La Sebastiana Museo Pa- blo Neruda di Valparaiso. Il ciclo di mostre in Cile continua nel 2018 con le mostre al Museo Gabriela Mistral Vicuña e al Museo Histórico Gabriel González Videla La Serena. Nello stesso anno partecipa alle collettive Baus°Art al Castello di Bauso di Villafranca Tirrena e Segreto al Centro Internazionale di Fotografia di Palermo.
Nel 2017 esce il suo primo libro, L’immagine è l’unico ricordo che ho, edito da Navarra, con la prefazione di Letizia Battaglia. Inoltre collabora con la rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse. Le collettive continuano nel 2019, con la mostra Visionari al Centro Internazionale di fotografia di Palermo. Sempre nel 2019 cura con Davide Di Maggio la mostra Il corpo è un livido a Palazzo Ducale di Massa. 
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I COLORI DELL'ANIMA

La Galleria Ess&rrE presenta la
Mostra collettiva
"I colori dell'anima"

Saranno presenti i seguenti artisti:
Ebby 70, Serena Attanasio, Daniela Barletta, Rosy Bianco, Giusy Dibilio, Emanuela Fera, Gaia Maria Galati, Rosella Giorgetti, Fabio Giuli, Livia Licheri, Annalisa Macchione, Barbara Monti, Franco Pintus, Francesco Ponzetti, Maria Grazia Russo, Anna Maria Tani, Alessandra Tito.

Vernissage 13 marzo 2021 ore 16:00 fino al 26 marzo 2020
Presso la Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma, Lungomare Duca degli Abruzzi 84, locale 876

A cura di Alessandra Antonelli
Direttore Artistico Roberto Sparaci
Grafica di Fabrizio Sparaci

L'evento si svolgerà nel rispetto delle misure di sicurezza e distanziamento previste dalla vigente normativa anticovid.

IDEALE, REALE, FANTASTICO

Lucia Arcelli, Rita Lombardi. Piero Masia, Elena Modelli. Francesco Ponzetti. Cinque artisti di Laboratorio Acca per una mostra di alcune opere scelte. Dalla figurazione sognante della Arcelli, al ragionamento scientifico della Lombardi. Dalle capacità sentimentali. figurative ed astratte di Piero Masia al serraglio di ceramiche di Elena Modelli fino al fantastico raccontato da Francesco Ponzetti. Una mostra di talentuosi ed apprezzati artisti, noti al pubblico della fortunata trasmissione laboratorio Acca, in onda sui canali di arte Investimenti TV tutte le domeniche alle 21.30. 
La mostra sarà disponibile dal 27 febbraio al 5 marzo 2021. Vernissage sabato 27 febbraio ore 16,30.
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La Fondazione BISCOZZI | RIMBAUD

Nasce a Lecce un nuovo spazio espositivo per l’arte contemporanea. Apertura al pubblico da domenica 7 febbraio 2021.
a cura di Silvana Gatti.

L'amore per l’arte, spesso, va di pari passo con l’amore di una vita, come nel caso di Dominique Biscozzi Rimbaud e suo marito Luigi Biscozzi, una coppia che ha condiviso la crescita di una collezione d’arte, che verrà esposta in permanenza a Lecce nel nuovo spazio espositivo che aprirà al pubblico da domenica 7 febbraio 2021. Luigi Biscozzi, conosciuto nel settore della consulenza fiscale e tributaria in Italia, nato a Salice Salentino nel 1934, iniziò a collezionare opere d’arte nel 1969, ed ha fatto appena in tempo ad approvare l’ultima bozza del catalogo (ora a lui dedicato), a scegliere come sede espositiva la palazzina di piazzetta Baglivi 4 a Lecce, a confermare nei loro incarichi il curatore del catalogo e quello della collezione, prima di passare a miglior vita il 12 settembre 2018, lasciando alla moglie il compito di gestire la Fondazione Biscozzi Rimbaud. Al fine di completare la collezione, alcune opere furono aggiunte negli ultimi mesi di vita di Luigi Biscozzi e per un periodo dopo la sua scomparsa, assecondando la sua volontà. Tra le ultime acquisizioni della collezione Biscozzi Rimbaud sono da annoverare Martini, de Pisis e Veronesi. Con la moglie Dominique Rimbaud, conosciuta a Parigi, Biscozzi ha condiviso per oltre quarant’anni la passione per l’arte, viaggiando per Biennali e mostre internazionali, interessandosi al dibattito tra realismo, figurazione, informale, astrazione, vivendo l’atmosfera della Milano degli anni Sessanta: il bar Jamaica a Brera con i fotografi Mulas, Dondero, Alfa Castaldi, ma anche Lucio Fontana, Piero Manzoni, Ettore Sordini, Angelo Verga, Dadamaino e giornalisti, scrittori, critici d’arte.
FIG. 5 Piero Dorazio Composizione reticolo blu 1962













Biscozzi, donando alla città le Lecce la sua collezione, voleva suggellare il suo legame con il Salento, da Lecce, col suo trionfante barocco, alle piccole chiese con un barocco più modesto ma sempre affascinante. Aveva infatti scritto: «Ho un debito di riconoscenza nei confronti della mia città di Lecce: mi ha dato la sua bellezza e una base scolastica che mi ha consentito di proseguire gli studi a Milano». Negli anni la collezione è stata ampliata fino a comprendere oltre duecento opere di grande qualità tra dipinti, sculture e grafiche. La collezione annovera opere importanti di grandi nomi italiani e internazionali dell’arte del Novecento: Filippo de Pisis, Arturo Martini, Enrico Prampolini, Josef Albers, Alberto Magnelli, Luigi Veronesi, con particolare riferimento agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: Fausto Melotti, Alberto Burri, Piero Dorazio, Renato Birolli, Tancredi Parmeggiani, Emilio Scanavino, Pietro Consagra, Kengiro Azuma, Dadamaino, Agostino Bonalumi, Angelo Savelli, Mario Schifano e molti altri. Nel febbraio del 2018 è stata costituita la Fondazione Biscozzi | Rimbaud, riconosciuta di pubblico interesse, con l’obiettivo di creare a Lecce uno spazio dove esporre stabilmente al pubblico una selezione dei migliori pezzi della collezione, ed impiantare una biblioteca specializzata, fare attività didattica e allestire mostre temporanee di arte del XX e XXI secolo. La direzione tecnico-scientifica della Fondazione e la curatela della collezione sono state affidate allo storico dell’arte Paolo Bolpagni e l’incarico di progettarne la sede allo studio Arrigoni Architetti, mentre Dominique Rimbaud ricopre la carica di presidente. Questa raccolta di opere è nata casualmente, con una litografia di Vespignani e una di Attardi, acquistate nel 1969 da un venditore di libri porta a porta. Soltanto in un secondo tempo Biscozzi venne a sapere che entrambi gli artisti, insieme ad altri, avevano fondato il gruppo ‘Il pro e il contro’, quale riferimento di nascenti esperimenti neo-figurali. Seguendo l’ordine di allestimento della mostra, nella prima sala troviamo un’opera di André Lanskoy , nato a Mosca il 31 marzo 1902, pittore russo che ha vissuto principalmente a Parigi, rimanendo influenzato dal Tachisme, movimento caratterizzato da composizioni astratte create con colori forti. Lanskoy si inserì tra gli artisti dell’astrazione lirica e i pittori della Scuola di Parigi, partecipando al Salon d’Automne del 1924, una mostra personale nel 1925 e una retrospettiva delle sue opere raccolte alla Neue Galerie di Zurigo in 1969. Lanskoy morì a Parigi il 24 agosto 1976. Nella stessa sala un’opera di Alan Davie, pittore scozzese (Grangemouth, Scozia, 1920 - Hertfordshire 2014). Al limite tra astrazione e figurazione, Davie connota i suoi intensi colori e i suoi segni di significati simbolici e di implicazioni ritualistiche legate allo Zen. Nella seconda sala spicca un capolavoro di Filippo de Pisis [1896-1956] del 1931, l’olio su tela Dalie. Lo stile di de Pisis nasce dall’eredità dell’Impressionismo e dell’Espressionismo francesi, rivisitati in chiave personale con una tecnica libera ed estrosa. Molto bello, di matrice cubista con timbro africano per via delle scelte cromatiche e compositive, è l’opera di Eugène-Nestor de Kermadec [1899- 1976], Femme accoudée, del 1933. Sempre in questa sala troviamo una piccola terracotta risalente all’ultima fase della vita di Arturo Martini [1889-1947], ossia la Cacciata di Adamo ed Eva, dall’originale linguaggio plastico che trasmette l’animo dei personaggi attraverso una potente forza evocativa che va oltre l’apparenza, spingendosi alle soglie dell’astrazione. Tra gli artisti della collezione, Enrico Prampolini celebra quell’arte “polimaterica” che è un mezzo d’espressione artistica rudimentale, il cui potere evocativo è affidato alla plasticità della materia, come si nota nel polimaterico “Irradiazioni cosmiche” del 1954, esposto in questa sezione insieme alle due chine su carta di Luigi Veronesi [1908-1998], artista che si pone tra le avanguardie storiche e l’arte della seconda metà del Novecento. Nelle sue opere, le forme vivono nello spazio senza una direzione precisa, generando una liricità che si traduce in ritmo dinamico grazie alle relazioni tra le figure lineari e lo spazio che esse creano sul supporto. Presenti in questa sala anche opere di Josef Albers, André Masson, Hans Hartung, Zoltán Kemény. Proseguendo nel percorso della mostra, nella terza sala troviamo un olio su tela del 1960 di Enzo Brunori, Vento caldo.
FIG. 8 .Angelo Savelli Danza 1956 olio su tela 56 x 71 cm collezione privatai













Nel clima di un espressionismo astratto che approda a una lettura più lirica, si muove la pittura di Renato Birolli [1905-1959], veronese. Nel suo ciclo di Incendi, da cui proviene Incendio notturno del 1956, qui esposto, la fusione tra figura e fondo si affida a quella Rivoluzione del colore che rende quest’ultimo intenso, drammatico, totalizzante. Alla ricerca di un possibile dio (1958) è il titolo nietzschiano/beckettiano che Emilio Scanavino [1922-1986] conferisce alla tela qui esposta. “Il nero è la notte che eguaglia le cose e riduce tutto ad una parata di ombre. Io sono il pittore di queste ombre”, afferma l’artista genovese, mentre Achille Perilli [1927] nell’opera presente in collezione, La radice della noia, del 1958, formula la sua indagine di estrazione formale partendo da un fondo scavato, segnato, organizzato. Anche nei lavori di Gianni Bertini [1922-2010] l’arte pittorica sperimenta diverse tecniche, dall’automatismo tachiste al grafismo, dall’action painting, al calligrafismo, dalle emulsioni al frottage e al polimaterismo, come è evidente nell’opera in mostra, Les sandales de Pandore (1956). Con Tancredi Parmeggiani, [1927-1964], A proposito di natura (1958), il discorso informale e quello geometrico si fondono. Il dinamismo disordinato della pittura giovanile di Tancredi fa dell’artista il miglior allievo di Kandinskij e di Klee, ma anche di Balla, Severini e dei maestri e amici più prossimi, Emilio Vedova e Lucio Fontana (la cui influenza sfocia nella comune sottoscrizione del Manifesto spazialista). Il malessere esistenziale che porta Tancredi dalla protezione di Peggy Guggenheim dal 1951 al suicidio nel Tevere, nel 1964, sembra preannunciata in ogni tela. La sala 4 racchiude opere di Pietro Consagra [1920-2005], in cui l’artista, con la serie dei Colloqui (dal 1955) da cui Oracolo di Chelsea Hotel (1960) e Lettera clochard (1961), giunge alla contemplazione frontale. La libera interpretazione della materia tra volumi e spazio si ritrova anche nell’Ascesa (1965) di Umberto Milani [1912-1969], che consiste nello sviluppo di forme ascensionali, diramate attorno a nuclei in espansione seguendo una direttrice verticale. Per un personaggio (1960), di Bepi Romagnoni [1930-1964] si distacca dal descrittivismo e dall’astrattismo e formalismo del secondo dopoguerra, annoverando una pittura dai toni forti interessata alla ricostruzione dell’immagine. Proseguendo la visita nella quinta sala, l’opera di Alberto Burri [1915-1995] impone la metamorfosi del quadro alla metà del Novecento. A partire dal 1948, l’artista utilizza i materiali più disparati in sostanza pittorica, giungendo alla sublimazione dei materiali come nel Cellotex del 1983, facente parte della collezione. Anche Alfredo Chighine [1914-1974], come Bonfanti e Della Torre, giunge all’astrazione allontanandosi dal paesaggismo. Nel caso di Arancio e verde (1958) la riduzione figurativa ad ampie zone di colore vibrante si esplica con una manualità decisa, quasi scultorea, tornando a mostrare la forza generosa della materia, seppur racchiusa entro zone e contorni. Angelo Savelli [1911-1995], italiano inserito nel contesto newyorkese, già a partire dal Rilievo bianco del 1960 approda a un codice cromatico, spaziale e organico che caratterizzerà la futura ricerca.
FIG. 2 Filippo de Pisis Dalie 1931














La sesta sala si apre con Aldo Calò [1910-1983] che indaga lo spazio attraverso un brusco taglio ed un vuoto improvviso della materia. In Senza titolo (1962) lo spazio si concentra nello spessore della lastra, ed il diaframma è composto da fogli sovrapposti e pressati. In Torso nero, opera del 1959 eseguita in marmo nero di Carrara da Carlo Sergio Signori [1906-1988], che si spinge verso la classicità con forme primarie e sperimentando l’interazione di queste forme secondo un’allegoria plastica. Alla fine degli anni quaranta l’Europa è orientata verso l’arte informale e materica. Darà un contributo decisivo, grazie alla sua plasticità pitturale, Jean Fautrier [1898-1964], in mostra con una Composizione del 1960. Nel Cortile di accesso alla terrazza, la Rosa selvatica (1999), opera di Salvatore Sava [1966] in ferro su pietra leccese, rimanda ai materiali tipici del Salento, descrivendo un’infiorescenza che ricorda quelle selvatiche della campagna salentina. Nella Sala 7, Reprise (1944) di Alberto Magnelli [1898-1971] testimonia il rigore matissiano della superficie, ancorando la partitura formale alla qualità pittorica di Firenze, quella degli sperimentatori arditi Paolo Uccello e Maso di Banco. Nella figura di Osvaldo Licini [1894-1958] si ravvisano le linee italiane – dal carattere lirico, onirico e cerebrale – dell’Astrattismo europeo. Nell’opera Notturno (1957) le superfici geometriche risultano essere appena sfiorate, mentre il segno della matita è lontano dall’accademismo e delinea precisi confini. Nella stessa sala, un’ope- ra di Bice Lazzari [1900-1981] (Senza titolo, 1951) che influenzata da Capogrossi, Licini, Melotti lavora muovendosi tra forma e informe, organico e inorganico, disegno e materia, ordine e disordine. Dalla scuola del Bauhaus e dagli insegnamenti di Albers, Klee e Kandinskij derivano le geometrie irregolari e le loro compenetrazioni sfumate nella pittura di Jean Leppien [1910-1991] (Senza titolo, 1950; Senza titolo, 1970). Nell’ottava sala, le opere di Arturo Bonfanti [1905-1978], Composizione 141 (1963), AC Murale 94 (1972) e Q.R.5-523 (1972) analizzano il rapporto tra i piani... L’opera di Piero Dorazio, qui presente con Composizione reticolo bludel 1962, oltrepassa la pittura figurativa del ‘900 italiano emergendo tra gli artisti del gruppo Forma. Fausto Melotti [1901-1986] con Senza titolo (circa 1973), abbandona la fissità grave del fondo per scivolare sul bianco indistinto. Melotti si muove, sia in scultura che in pittura, su equilibri minimi, sospensioni, elementi filiformi che danzano come i mobiles di Calder o i segni aerei di Twombly. La Sala 8 bis accoglie un’opera di Magdalo Mussio e Sentieri interrotti, opera del 1998 di Salvatore Sava (Surbo, 1966), la cui poetica è legata al territorio salentino, e per l’artista fiori, frutti e sassi divengono forme per immagini simboliche, realizzate in ferro pietra locale e impasti dipinti col giallo fluo. La sala 9 accoglie le opere di François Morellet [1926-2016], Sette doppie trame di bianco su rosso del 1960 a Due trame di griglia -1°+1° (#10mm) del 1975. La variazione percettiva, concepita nel primo lavoro con la ripetizione seriale di motivi geometrici primari sovrapposti in composizioni all-over, si trasforma successivamente con il ricorso alle griglie metalliche. Nel lavoro di Agostino Bonalumi [1935-2013], Viola (1965), la superficie è complice del supporto piegandosi o allungandosi verso angolature o mensole che articolano la tela spazialmente nella realtà dell’ambiente. In questa sala, esposti anche due lavori di Dadamaino, pseudonimo di Edoarda Emilia Maino, un'artista italiana che contribuì ai movimenti dell'avanguardia artistica milanese degli anni cinquanta con le sue ricerche geometrico-percettive. Si passa poi a Heinz Mack, artista tedesco che con Otto Piene ha fondato il movimento ZERO nel 1957. Sempre nella nona sala troviamo opere di Paolo Scheggi e Francesco Lo Savio. La rassegna prosegue nella decima sezione, con Senza titolo (1959) e L’Acropoli (1970) di Giulio Turcato [1912-1995], capace di esprimere una sintesi tra le istanze spaziali e quelle polimateriche, tra la composizione segnica e l’apertura all’immaginario Pop, con l’acquisizione della materia artificiale e sintetica. Le opere di Walter Leblanc e Giorgio Griffa sono a confronto dell’arte di Ettore Sordini [1934-2012] con Isola, (1964), in cui il grafismo rado e insicuro della linea s’imbatte nella pienezza di un fondo compatto, all’apparenza inalterabile, eppure capace di guadagnare il passo, aprire un varco seguendo il contorno di una maschera ritagliata. Per Arturo Vermi [1928-1988], Diario (1961), l’uscita dai limiti del quadro è sempre fattibile. Pier Paolo Calzolari [1943] (Senza titolo, s.d.), accenna a un proseguimento del discorso spaziale verso la nuova “ieraticità metafisica” di uno spazio unificato, aperto, un filtro bianco che si apre tra opera e spettatore. Ma anche un filtro mutevole e instabile come i materiali che adopera, il sale e il ghiaccio. L’opera Mu-737 (1973) di Kengiro Azuma [1926-2016] rappresenta il costante ritorno all’equilibrio tra le opposizioni. Mu vuol dire vuoto, ogni opera è l’attimo di questo vuotamento, di questa metamorfosi, in cui “il vuoto è il pieno della natura” nel senso che nell’assenza tutto può succedere. Nell’ambito del Movimento Arte Concreta guidato da Max Bill e teorizzato da Gillo Dorfles, Mario Nigro [1917-1992] opera alla distorsione dei piani e degli spazi pittorici, adottando l’allegoria del segno inclinato, ora disegnando orizzonti distorti, ora reiterando e alternando l’inclinazione del tratto (Due rossi opposti, 1970).
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La relazione segno-fondo ossessiona la produzione di Angelo Verga [1933-1999] (Conoto, 1963) che a quel fondo guarda come epigrafista, archeologo di semiosi disseminate e pullulanti. Via via che la pittura si avvicina alla scrittura, il colore ha il compito di evocare una densità e una matrice sedimentale dalla cui estrazione proverranno punti, macchie, tratti intraducibili. L’undicesima sala si apre con due opere di Vittorio Matino [1943], artista che subisce l’influenza di Klee, Licini e Tancredi ma resta fedele all’inclinazione mediterranea accogliendo nuove istanze culturali senza dimenticare la storia antica e stratificata (Giotto giallo e verderame, 1993). Tra gli artisti interessati all’esplorazione del colore e al suo dinamismo, spazio e profondità, Salvatore Esposito [1937] manifesta il carattere tipicamente mediterraneo in lavori che rielaborano il puntinismo italiano come Paesaggio italiano (1966) e Mare aperto (1968). Gilberto Zorio, nato nel 1944 ad Adorno Micca, Biella, vive e lavora a Torino. Protagonista del movimento Arte Povera, pone in primo piano metamorfosi e alchimie, studiando fenomeni naturali di trasformazione come l’evaporazione o l’ossidazione e il loro effetto sui materiali. L’attenzione rivolta all'elettricità lo porta a incorporare nei suoi lavori lampade, incandescenze, fosforescenze; altrove utilizza stelle e giavellotti, forme archetipiche evocatrici di energia. Per le sculture sceglie materiali fragili, da cui nascono stelle acciaiose o alambicchi in pyrex, contenenti soluzioni liquide in bilico su sottili giavellotti d’acciaio: sospendendo questi elementi in installazioni volutamente precarie, l’artista parla delle tensioni e della caducità del mondo fisico e chimico mentale. Chiudono questa sezione le opere di Armanda Verdirame e Mario Schifano. Anche gli spazi del piano terra raccolgono alcune opere, tra cui quelle di Bernard Aubertin, di Mario Deluigi e Mario Nigro. Attira lo sguardo, nella nicchia che dà sul cortile, il lavoro di Michele Guido [1976], in cui la perfezione del disegno “tecnico”, che talvolta ricorda l’opera di Escher, risulta essere in armonia con l’ambiente e con la storia. Nella sala di lettura al pian terreno, il lavoro di Ettore Colla [1896-1968], Cerchio magico, del 1958, conduce la pratica dell’assemblaggio e del ready made ad una ben precisa ricerca di rapporti logici e spaziali, secondo uno schematismo che da un lato annulla il volume dei corpi metallici, dall’altro ne genera uno nuovo, vuoto, aereo, aperto. L’opera Gemelli (1967) di Piero Dorazio [1927-2005] si sviluppa attraverso strisce verticali eseguite a mano libera, con l’intento di ricercare una continuità tra colore-luce e spazio, attraverso un susseguirsi di rapporti timbrici puri che delineano un piacevole effetto di gioco illusionistico. Le composizioni Senza titolo (1991, 1993) di Rodolfo Aricò [1930-2002] sono forme monocrome in cui il punto di fuga si trova al di fuori dell’opera, invadendo lo spazio circostante, mentre il colore stratificato conferisce alla superficie un certo dinamismo. In questa sezione è presente anche un’opera di Dadamaino [Edoarda Emilia Maino, 1930-2004], La ricerca del colore del 1966-1968, una tempera su tela composta da 10 elementi di 20x20 cm cadauno. Questa artista si muove in modo equilibrato districandosi con ordine tra i tanti fenomeni in corso tra gli anni sessanta e ottanta, ricevendo apprezzamenti anche da Piero Manzoni. A partire dal 1960, con l’opera Volume a moduli sfasati, Dadamaino “organizza” lo sfondamento della superficie assecondando l’intuizione di Fontana. Inoltre una parte degli spazi al piano terra sarà destinata a mostre temporanee: la prima programmata è dedicata ad Angelo Savelli, artista di origine calabrese vissuto a Roma e New York, famoso per le sue opere bianche. Con questa inizia la programmazione di mostre temporanee della Fondazione Biscozzi | Rimbaud a Lecce. Si tratta di un’attività in stretto rapporto con l’esposizione permanente della collezione, con l’obiettivo di ampliare la conoscenza dell’arte del XX e XXI secolo promuovendo l’arte moderna e contemporanea. Come scrive Paolo Bolpagni, Savelli fu un uomo del Sud, profondamente legato alle proprie origini, ma volle e seppe ampliare gli orizzonti oltre i confini locali, spostandosi prima a Roma, poi a Parigi e infine a New York. Savelli insegue una spazialità senza precedenti. La continua ricerca dello spazio ha condotto Savelli a una libertà della forma, liberando il quadro della propria sagoma. In occasione dell’apertura esce il catalogo generale della collezione, a cura di Roberto Lacarbonara, pubblicato da Silvana Editoriale.
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Sabrina Barbagallo: Futuro, passato e presente

Di questo sono certo. Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro. (Winston Churchill)

Esattamente come nel titolo: prima il futuro, seguito a ruota da un passato a cui attinge per la sua importanza, quindi il presente di una donna fuori dagli schemi, agguerrita nel difendere le sue scelte artistiche perché sempre convincenti e mai banali. Per Sabrina Barbagallo il futuro non va solo sognato, idealizzato e immortalato come lei ha fatto nelle sue opere dedicate a città ideali, piene di luci e di panorami che sanno di avvenire quasi spaziale. Il futuro è quasi dietro l’angolo e perciò arrivarci avendo immaginato il “come saremo” non diventa vano esercizio di pittura, ma risuona come un ammonimento, come la figurazione del rischio che corriamo se ci lasciamo prendere la mano dalle ansie o se non ce ne interessiamo.
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Fascinose proiezioni della sua immaginazione, le visioni Urban della sua pittura lasciano in sospeso le linee dei veicoli che attraversano crocevia notturni, tracciano nel cielo della notte scie policrome ed a volte raccontano luoghi dell’esistente, silenzi urbani arricchiti da resine che esaltano parti del quadro come a cristallizzarne il significato. Per Sabrina il futuro è importante, ma tenere i piedi a terra lo è ancora di più. E allora compone le sue opere tenendo fede a quell’attaccamento alle visioni di periferia che le hanno fatto apprezzare il primo Sironi, mescolandole al sapore di ignoto ed imprevedibile che il concetto stesso di futuro tiene in sé. Non mancano le solitudini, rese dinamiche da una velocità raccontata col sovrapporsi di linee policrome che spiegano come stiamo vivendo e quanta rapidità ci anticipa. O lasciate al loro destino, come in uno scatto che blocca il tempo su un attimo infinito. Siano grattacieli impressionanti o vedute di città reali ed immaginate, nella sua pittura è viva l’immaginazione quanto l’osservazione. La certezza quanto la speranza. Basta la fermata di un métro, il passaggio di una auto in galleria a raccontare una attenzione acuta e realistica, piena però di progetti e di impegno. E dall’impegno arriva il lavoro con la ceramica Raku.
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Una lavorazione complessa, dettata dalle regole che già nel quindicesimo secolo erano in uso in Giappone. Studio, dunque, e rispetto per le tecniche del passato. Ma stavolta i soggetti sono le favole, la fantasia, l’immaginario tangibile, i racconti fatti ai bimbi per farli addormentare o le evocazioni di antichi simboli. Pinocchio, Cenerentola, Alice, il Principe ranocchio, prendono fattezze sospese tra favola e passato, si concretizzano in uno sforzo fatto di attese, tempi di cottura delle terre plasmate alla maniera antica e colorate con piglio deciso. Dunque, il passato, con la sua infrangibile identità, prende corpo nelle creazioni della Barbagallo, che pare abbandonare quelle visioni aeree e futuristiche per immergersi nella difficoltà di una operazione artistica certamente non semplice. Era regola, un tempo, misurare gli artisti guardando alla loro capacità di esprimersi sulla tela, sulla carta, con la pietra, nel disegno e plasmando manualmente la materia. In questo Sabrina sembra dirci che, benché sempre pronta ad affrontare le visioni di città e luoghi staccati dal presente, sceglie di omaggiare una antica arte e raccontare vicende antiche, pur rimanendo ancorata a visioni da fiaba.
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Già, il presente. Non è ultimo della fila nelle sue attenzioni perché lei non ci bada, ma lo vede come una immodificabile situazione, dalla quale uscire col sogno del futuro e con le certezze del passato. Ne tiene debito conto, lo fronteggia con coraggio e dedizione ma lo schiva con altrettanta convinzione. Per Sabrina Barbagallo conta il misurarsi sempre con nuove avventure, e questo sa di futuro. E conta saper fare, in maniera metodica e costante, e qua si rilevano le conoscenze della nobiltà del passato. Vive fermamente nel presente la sua storia di artista e lo provano le mostre e gli eventi sempre importanti ai quali ha partecipato. Intervenendo in collegamento dal suo studio durante una puntata di Laboratorio Acca, Sabrina ha raccontato sé stessa con una disinvoltura tipica di chi vorrebbe già essere al giorno dopo. Non perché detesti il presente, anzi. Ma perché l’avventura della sua arte è fatta di conoscenza ed è premiata, in gran parte, da collezionisti raffinati e lei lo sa. E allora pensa sempre a come poterci sorprendere, al domani, sospesa tra la fantasia ricca delle sue creazioni Urban e lo strapotere dei racconti immortali del suo amato Raku.
Giorgio Barassi
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JOSIP LALIĆ - pittore cosmopolita (1867-1953)

di Svjetlana Lipanović
La vita movimentata di Josip Lalić, segnata dai viaggi, iniziò il 13 settembre 1867 a Split (Spalato) città dalmata distesa sulla riva del mare in Croazia. La prima tappa nel suo lungo cammino esistenziale fu l’Italia e nella bella città lagunare della Serenissima si iscrisse presso l’Accademia di Venezia. Sotto la guida di Pompeo Molmenti approfondì gli studi pittorici per trasferirsi nuovamente in Belgio. Un incontro fortunato gli fece conoscere nel 1893 il fratello del re Leopoldo di Belgio, il conte di Fiandra, da cui ottenne numerose commissioni.
Josip Lalić Agave ulje na kartonu 257x355 cm 1900Josip Lalić Konavoka ulje na kartonu 24x355 cm
Nel 1896-1897 Lalić soggiornò a Milano e si dedicò con passione alle illustrazioni. In seguito si trasferì a Parigi dove realizzò i magnifici ritratti e poi si recò a Londra. Il pittore rientrò a Split nel 1900 e scelse per la sua residenza Dubrovnik (Ragusa), in cui soggiornò dal 1902 fino al 1919. Gli anni trascorsi nell’antica città sono stati particolarmente fecondi e si può dire che il pittore raggiunse lì, l’apice della creatività. Egli realizzò una serie di stupendi quadri con cui, oltre alle scene sacrali, immortalò i meravigliosi paesaggi dalmati e la popolazione nei propri pittoreschi costumi tradizionali nell’ambiente cittadino. Il maestro fu sostenitore della pittura all’aria aperta molto in voga tra gli artisti. Dipinse le tele nelle quali la luce è la protagonista indiscussa che ricordano vagamente gli impressionisti. Lalić fece parte del gruppo “Medulić” e partecipò alle numerose mostre e si dedicò all’insegnamento. A Dubrovnik lasciò una bellissima “Allegoria della misericordia” visibile al Palazzo ducale (Knežev dvor), del 1907, che è solo uno dei capolavori eseguiti secondo le numerose commesse ricevute durante la permanenza nella Città. Alla fine della Grande guerra riprese i suoi viaggi poiché dovette espatriare di nuovo per problemi politici nel 1919. La destinazione fu l’Italia ed a Roma fece parte del cenacolo di artisti che si riunivano a Villa Strohl-Fern dove l’eccentrico conte alsaziano Alfred Strohl offriva ospitalità a poeti, pittori, musicisti tra cui: Ranier Maria Rilke, Francesco Trombadori , Carlo Levi ed altri. Il pittore, conosciuto in Italia anche con il nome tradotto di Giuseppe Lallich, ebbe una notevole attività espositiva nelle città italiane e nel mondo. Per la Galleria d’Arte Moderna a Roma, lo Stato italiano acquistò vari paesaggi dalmati tra cui il quadro “La via di Ragusa”.
Josip Lalić Trabakula i brod ulje na kartonu 24x36 cm
Altri temi preferiti del pittore croato furono, oltre già nominati motivi dalmati - un omaggio costante alla sua terra d’origine - scene di guerra, ritratti spesso dedicati alle belle donne ragusee e della Valle dei Canali (vicino a Dubrovnik), vestite negli abiti caratteristici della zona oppure al folclore del popolo morlacco, marine con il mare visto nell’alba o nei momenti crepuscolari del giorno. è una pittura molto personale, soggettiva in cui l’artista esplora il mondo reale e delle emozioni fissando le immagini in composizioni innovative, illuminate con le luci delicate proprie della sua natura sensibile. Attualmente, Lalić, pittore eccellente, è conosciuto solo da veri esperti dell’arte mentre il grande pubblico ignora la bellezza delle sue opere. Con una grande mostra retrospettiva a Dubrovnik allestita il 6 giugno 2015 nella “Galleria Dulčić, Masle, Pulitika”, si è cercato con numerose opere provenienti dal Museum of Modern Art Dubrovnik (UGD – Umjetnička galerija Dubrovnik) e da collezioni private di avvicinare agli appassionati d’arte, il mondo pittorico affascinante di Lalić. Qualche anno prima, a Roma era stata inaugurata una mostra dedicata all’artista dal 29 gennaio al 10 febbraio 2007, al Palazzo degli Uffici di Roma Eur (Sala Quaroni). L’esposizione presentò circa una cinquantina d’opere, quasi tutte inedite, dell’artista ingiustamente dimenticato. Josip Lalić, pittore cosmopolita ha vissuto nella Città Eterna fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1953. La sua eredità pittorica aspetta di essere riscoperta e valorizzata; nel tempo a venire, tutto ciò sicuramente si realizzerà, perché le sue opere hanno un valore indiscusso ed eterno.
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