Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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MUG Museo Ugo Guidi dal 4 al 27 Marzo 2018 in mostra Nan Yar e dall’8 aprile al 3 maggio Dimitri Kuzmin

L'attività culturale ed espositiva al Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi continua nella primavera 2018 con due importanti mostre e l’appuntamento del FAI per le Giornate di Primavera.
Dal 4 al 27 marzo 2018 sarà allestita nelle sale del museo e al Logos Hotel la mostra della pittrice belga Nan Yar.
Camino Salone Foto G. MozziLa mostra sarà curata da Massimo Pasqualone e Vittorio Guidi con la direzione artistica di Rosaria Piccione. Successivamente le opere di Nan Yar saranno esposte in un tour italiano già calendarizzato comprendente Roma, Taranto e Civitella del Tronto, con il patrocinio del MUG. Un breve stralcio della presentazione del Prof. Massimo Pasqualone evidenzia che: “La cifra stilistica di Nan Yar risiede nella capacità che l’artista belga ha di tirare fuori dall’anima le emozioni e di trasformarle in visioni, contemplazioni, da un lato, lo scontro cromatico che produce immagini finanche oniriche, dall’altro un’attenzione alla figura femminile che diventa simbolo, si fa a volte bellezza, a volte storia, a volte eternità, mai dimentica dell’approccio gnoseologico e filosofico che ogni opera d’arte deve avere.” Questo anno Il FAI – Fondo Ambiente Italiano – tramite la sezione della Versilia invita alla visita guidata del Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi, casa della memoria della Regione Toscana e inserita nelle Case Museo in Italia. Il FAI per le Province di Lucca e Massa-Carrara, promuovendo la figura del letterato Mario Tobino, ha invitato il MUG a trovare un riferimento artistico, culturale e letterario tra Viareggio e Forte dei Marmi a testimonianza del periodo del secondo '900 nel quale Mario Tobino (1910-91) e Ugo Guidi (1912-77), coevi, hanno vissuto. Nello spirito della promozione espositiva di opere d’arte portata avanti dal 2007 nel Museo per l’occasione una sala è stata dedicata all’artista fotografo Sergio Fortuna che ha reinterpretato con la sua arte gli ambienti dell’Ospedale psichiatrico di Maggiano e per l’evento specifico del FAI ha creato anche un rapporto fotografico immaginifico tra Mario Tobino e Ugo Guidi. Nella sala si produce un duplice effetto sia letterario, perché una vetrina testimonia l’ambiente letterario del periodo, che artistico in quanto pur non essendoci collegamenti diretti tra le sofferenze dei malati dell’Ospedale dei Pazzi e le drammatiche opere dell’ultimo periodo di Guidi si può osservare quale trasformazione la sofferenza psichica e fisica può generare in un uomo. Pertanto l’esposizione favorisce la comprensione di un periodo culturale e letterario della costa viareggina e versiliese, nella quale i due protagonisti delle Giornate di Primavera FAI pur viaggiando su linee parallele non hanno avuto modo di conoscersi e apprezzarsi reciprocamente ma restano entrambi testimoni di quel periodo artistico. Contemporaneamente nelle sale di Maggiano saranno esposte alcune tempere di Guidi in un drammatico muto rapporto tra “Il Grido”, sue opere dell’ultimo periodo, testimoni della sue sofferenza fisica, e l’ambiente dell’Ospedale Psichiatrico in cui avevano riecheggiato gli strazianti lamenti dei malati psichici: due a-spetti delle sofferenze umane. La visita guidata sarà effettuata sabato 24 marzo con orario 14:30 - 19 e domenica 25 marzo dalle 11 alle 19 con spiegazione della sala Tobino/Guidi/ Fortuna e del Museo con la delegazione FAI di Lucca e Massa - Carrara unitamente all’Istituto Chini di Lido di Camaiore e Liceo Michelangelo di Forte dei Marmi sotto la direzione dei volontari del FAI. Dall’8 aprile al 3 maggio 2018 il MUG presenterà la 137a mostra dell’artista russo Dimitri Kuzmin, pittore, decoratore, argentiere e restauratore. La mostra sarà introdotta da Vittorio Guidi, curatore del Museo e presentazione di Giuseppe Joh Capozzolo del quale si riporta un estratto:
“L'arte di Dimitri Kuzmin è diretta espressione di un profondo senso di spiritualità che permea l’attività creativa come ogni altro aspetto della sua quotidianità. Anche il modo di essere, discreto, misurato, votato alla serafica accettazione della Vita e del suo destino, costituiscono indizio di una dimensione mistica che riesce a sovrastare persino la fisicità possente di Dimitri. E’ una spiritualità che si e-sprime sicuramente con le raffigurazioni di Particolare Corridoio Foto G. MozziArte Sacra, in particolare le icone di cui Dimitri Kuzmin è maestro iconografo, ma anche con le diverse rappresentazioni figurative che l’artista affronta con un approccio che, ricordando a tratti il Canaletto per la resa atmosferica e per la scelta delle particolari condizioni di luce delle vedute veneziane, tende ad esaltare cromie parimenti presenti nell’arte religiosa orientale come in quella medievale occidentale le quali svelano simbologie direttamente riferite ai colori dei pigmenti variamente impiegati.”
MUSEO UGO GUIDI - MUG
Via M. Civitali 33
Forte dei Marmi
tel. 348-3020538
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.ugoguidi.it
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Le suggestive statuine Lenci al MIC di Faenza

4 Ai monti DSC 8438okUn tuffo nel passato. In quell'Italia del primo Dopoguerra che amava sognare all'insegna della bellezza e del buongusto. Una mostra, quella in corso dallo scorso 4 Marzo al MIC di Faenza, sulle 7 al caffasculture ceramiche della famosa azienda Lenci di Torino, dove la moda e il costume di un tempo si coniugano a un sapiente design e a una gradevole estetica della forma.
Realizzata a cura di Valerio Terraroli e di Claudia Casali, con la collaborazione di Stefania Cretella e Maria Grazia Gargiulo, la rassegna faentina mette in mostra ben 150 opere provenienti dalla Collezione Giuseppe e Gabriella Ferrero, la più importante e ricca collezione dedicata alla gloriosa manifattura torinese, a cui si aggiungono, per un confronto, alcuni esemplari della Manifattura Essevi (che ne imitava lo stile, fondata nel 1934 da Sandro Vacchetti, fuoriuscito dalla Lenci).
La Manifattura Lenci nacque su iniziativa di Enrico Scavini e della moglie Elena König Scavini nel 1919 per produrre bambole e "giocattoli in genere, mobili, arredi e corredi per bambino", ma anche un particolare tessuto per arredi, arazzi, bambole conosciuto, appunto, come “pannolenci”.
Nel 1927 l’azienda decise di aggiungere a quella produzione una linea di piccole figure e oggetti in ceramica smaltata, dando vita, a partire dal 1928, ad un ricchissimo catalogo di sculture d'arredo e oggetti, quali vasi, scatole e soprammobili in terraglia fatta a stampo e dipinte che divennero immediatamente di moda tra la piccola e media borghesia italiana. Per raggiungere lo scopo e conquistare un largo mercato, la manifattura Lenci si avvalse della collaborazione creativa di importanti artisti torinesi come Sandro Vacchetti, Gigi Chessa, Mario Sturani, Abele Jacopi, Ines e Giovanni Grande, Felice Tosalli, ma anche la stessa proprietaria, Elena König Scavini, alla quale si deve la fortunata 18 Vaso concerto DSC 8021okserie delle “Signorine”: fotografia al femminile della piccola borghesia torinese dei pieni anni Trenta.
Le sculture ceramiche di Lenci traevano ispirazione dalle contemporanee riviste di moda, tra scene di costume e figure di giovani donne accattivanti e maliziose, raccontando il gusto di un’epoca23 Bimba e mastello DSC 8124ok e di una società. Donne sportive, attrici, ma anche scene galanti, balli di coppia, temi rurali e mitologici, favole, grotteschi e buffi bambini, nudi femminili al limite del lezioso e donne giocosamente provocanti, accanto a Madonne con Bambino, delicate e rassicuranti, sono il repertorio visivo di una collettività in bilico tra le alterne vicende storiche del Ventennio, status symbol immancabili nei salotti della borghesia italiana. Allo stesso tempo Lenci è stata un'importante realtà industriale ed economica e una straordinaria avventura artistica capace di guardare ad esempi europei, come le Wiener Werkstätte di Vienna e le porcellane tedesche e danesi, e di competere a livello internazionale con le maggiori manifatture ceramiche.
La mostra è realizzata con il contributo della Regione Emilia Romagna e con il patrocinio del Comune di Faenza.
Il catalogo è edito da Silvana editoriale in italiano e in inglese.
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Lignano Sabbiadoro. Cellini e la performance...

di Lara Petricig

Daniele Cellini durante una performance nel 2015Ci sono sentimenti che prendono in prestito una forma. Il risultato finale si trova sulla tela dove Daniele Cellini ricostruisce in qualche modo la sua mappa emotiva. Un esercizio complesso dove la forma organica impanata di colore è lanciata nell’aria e fatta vibrare dagli sguardi, dalla musica e dallo scorrere del tempo. Siamo nella splendida Lignano Sabbiadoro, le vetrate del Beach Restaurant trasmettono la forza del mare e l’artista sta per iniziare la sua performance.

Cellini, qual è stato il tuo primo quadro?
Tutto è cominciato per caso. Una notte mi ero svegliato perché avevo fame e aperto il frigo avevo trovato una mortadella intera che forse era lì da troppo tempo. Tagliandola a fette mentre constatavo che non era commestibile, osservavo le fette appoggiate sul piatto: lasciavano un alone di grasso sulla ceramica bianca... Ho preso qualche tubetto di colore acrilico e una vecchia tela 70x50 messa in piedi sopra due sedie e ho cominciato a lanciare le fette dall'alto verso il basso. Tolte poi con uno stuzzicadenti, l'effetto che volevo dare era riuscito perfettamente ricreando un fiore stilizzato. “Fiore di Mortadella” è stato il primo quadro realizzato con una tecnica divertente che nemmeno io sapevo cosa fosse. Tutta l'evoluzione avuta successivamente mi ha portato a mettere verticalmente le tele e a lanciare il cibo avanzato che trovavo, sempre ovviamente ricoperto di colore.
Parlami del cibo.
Innanzi tutto ha un significato simbolico, è l’archetipo. Ed è la mia partenza. Considera che lo spreco del cibo non l'ho mai sopportato, quindi il cibo che utilizzo è di scarto e di cosa si tratta non lo decido mai. Ciò che trovo è ciò che dovrò usare per fare il quadro. Il macellaio sotto casa e il pub degli amici diventano fornitori di scarti alimentari, scarti di lavorazione e cibo destinato ad essere buttato: bucce di banana e di piselli, reni e coda di maiale, testa di gallinella, pelle e grasso di pollo. Materiale organico di recupero con il quale nel tempo ho sperimentato “lanci”, “forme” e “quantità” per poter entrare in simbiosi con tutta la tecnica. Anche se nel tempo ho scoperto che spaghet-ti e bavette si lasciano sedurre dal Apoteoza 2016 cm100x150 acrilico su tela tecnica mista con bucce di bananagesto e sono ciò che di più spettacolare posso utilizzare per ricostruire sulla tela le mie sensazioni.
Parli di sensazioni e simbiosi e di arte vissuta come esperienza. Sei all’interno dell’intuito e della percezione dei sensi, come vivi questa tua performance, riesci a descriverla? La mia esperienza si avvale di una superficie rigida che faccia resistenza, dove mettere la tela. La tela è preparata precedentemente con immersione in acqua. Il colore che utilizzo è acrilico e lo coinvolgo direttamente con la materiacibo mescolandoli con le mani sui piatti. Il cibo viene lavorato durante l’esperienza creativa e a questo punto nasce l’azione: il gesto accompagnato, stimolato o ritmato dalla musica. Il lavoro e la performance stessa sono finiti quando termina la musica che dura venti o quaranta minuti.
Ho notato che il gesto del lancio è esercitato sia con la mano destra che con quella sinistra. Cos’è il lancio e perché il lancio e non il pennello?
Il lancio è un’espressione diretta, il pennello indurrebbe ad un’esperienza riflessiva, meno immediata e meno fisica. La tela non è più lo spazio dove progetto l’opera bensì il luogo dove agiscono le pulsioni. E’ un modo per conoscere me stesso.
Dove sta il confine tra consapevolezza e automatismo?
L’opera nasce inizialmente come manifestazione della mia interiorità, del mio sentire, ma dal momento del lancio il risultato è poi casuale. Il confine è netto perché ogni volta che realizzo un’opera non so mai il risultato. Se sento di dover lanciare il colore giallo non so esattamente dove e non so la grandezza della materia-cibo che andrò ad utilizzare, so solo che desidero mettere “tanto o poco” in base all’emozione del momento. E poi il cibo scende dalla tela; scivola e cade, rotola, si ferma resta aderente, dipende. Con la tela hai un dare e un avere, il buon esito è l’armonia.
Eventi recenti a cui hai partecipato.
L’Expo Venice di ottobre 2015, evento collaterale di Expo Milano, dove dopo la performance le opere sono rimaste esposte nel padiglione per sessanta giorni. Nell’agosto 2016 ho presentato la mia tecnica al Congresso Internazionale di Filosofia in lingua francese a Iasi in Romania.Fratello Angelo 2013 cm 50x70 acrilico su tela tecnica mista con reni di maiale bucce di banana e bavette
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I tesori del Borgo

di Alba Maria Continelli
Collocata in un'ampia conca nella media Valle del Tramazzo, fra le verdi colline dell'Antiappennino Romagnolo, attraversata da tre torrenti, Modigliana vede i primi insediamenti 3.000 anni A.C. Abitata dagli Umbri poi dai Celti, fu la romana Castrum Mutilum, citata da Tito Livio a proposito della grande battaglia, in cui una legione romana fu sconfitta dai Galli Boi; fu la medievale Mutilgnano, che vide nascere ed espandersi la potentissima dinastia dei Conti Guidi, i cui membri sono citati in diversi canti della Divina Commedia. Con una insurrezione popolare, i Modiglianesi cacciarono l'ultimo dei Guidi nel 1377 e si costituirono in Libero Comune, dandosi in accomandigia a Firenze. Da quel momento, e fino al 1922 (quando la cittadina è passata alla provincia di Forlì-Cesena), le vicende di Modigliana si intrecciano con quelle della città toscana, che per molti secoli ne influenzò la cultura, le architetture ed il paesaggio. A partire dal 1200 per 4 secoli, Modigliana ospitò, nonostante il divieto della Diocesi di Faenza, un gruppo di ebrei, che si erano insediati nell'odierna via Silvestro Lega, un ghetto di cui restano ancora tracce, e dal quale derivano i cognomi di Modigliani e Modiano (portati da uomini illustri e Premi Nobel di origine ebraica).
Foto 2Nel 1800 la cittadina, eletta “città nobile” dal Granduca di Toscana, vive un periodo di intensa attività economica, culturale, religiosa e patriottica. Tra i personaggi nati a Modigliana, in questo secolo spiccano, Silvestro Lega e Don Giovanni Verità.
Silvestro Lega, il famoso Maestro della Macchia, nasce a Modigliana nel 1826. Divenuto adolescente, insieme con i suoi coetanei, vede nel sacerdote patriota, don Giovanni Verità, una sorta di padre putativo che li affascina con i suoi ideali e le sue azioni. S.Lega si dichiarerà sempre “ateo e repubblicano” ma il suo legame con Don Giovanni sarà sempre indissolubile ed il ritratto del sacerdote, eseguito poco prima della sua morte nel 1885, è l'opera che il pittore ebbe più cara e non volle mai vendere (questo capolavoro è, insieme ad altri, esposto nella Pinacoteca Civica di Modigliana). Comunque Modigliana e gli ideali repubblicani nutrirono l'anima ed anche l'arte di uno dei più famosi pittori dell'800 italiano ed europeo. Ogni anno, la terza domenica di settembre, si svolgono le “Feste dell'800”, dedicate al pittore Silvestro Lega: l'aspetto più caratteristico e peculiare di questo evento sono i Quadri Viventi, riproduzioni straordinarie di numerosi dipinti del famoso Maestro della Macchia, realizzati da personaggi, scelti per la incredibile somiglianza con quelli rappresentati nelle opere. Modigliana vede rivivere la città ottocentesca: quasi tutti i paesani e molti visitatori si vestono con abiti dell'800, si rappresentano eventi significativi legati a quel particolare momento della storia del paese, il tutto accompagnato da musiche, intrattenimenti ed assaggi della tipica gastronomia modiglianese ottocentesca.
Don Giovanni Verità fu un discusso sacerdote e coraggioso patriota risorgimentale di Modigliana (a cui la sua cittadina ha dedicato un monumento ed il Museo Civico) che, nell'epoca dell'insanabile conflitto fra il Papa Re ed i Progressisti, fu insieme buon sacerdote, non tradendo mai la sua missione pastorale, e attivo patriota contro il potere temporale dei Pontefici. Don Verità fu legato da profonda amicizia a Giuseppe Garibaldi cui diede sostegno e ospitalità in varie occasioni. Oggi la sua casa è visitabile: c'è la camera da letto, dove Garibaldi “per la prima ed unica volta (come lui stesso ebbe a dire) dormì nel letto di un prete”, c'é la cucina con il pozzo, attraverso il quale i patrioti in fuga passavano nella casa vicina, al primo allarme di un'ispezione da parte delle guardie, ci sono oggetti appartenenti al sacerdote (come il suo fucile, il suo cappello, la sua pipa......), c'è lo scialle di Anita, lasciato da Foto 9Garibaldi in custodia al suo salvatore. La storia di Modigliana lunga e complessa, ricca di eventi importanti e personaggi illustri, è testimoniata anche da prestigiose architetture, suggestivi paesaggi ed un ricco patrimonio artistico e culturale.
Nel “borgo vecchio”, chiuso da mura cinquecentesche, costruite dai Medici di Firenze, con il torrione sormontato dall'originale Tribuna (due campanili laterali), si susseguono tre piazze, dominate dall'alta visione della Roc-ca dei Conti Guidi, e ricche di importanti edifici civili e religiosi, risalenti ai secoli XIV, XV, XVI, XVII come Palazzo Boccine, Palazzo Papiani, Chiesa di San Domenico, Chiesa di San Sebastiano e Rocco Palazzo Borghi e Palazzo Pretorio. Palazzo Pretorio è un edificio di tipo toscano trecentesco, che fu residenza dei Podestà inviati da Firenze; oggi ospita la Pinacoteca Civica di Arte Moderna e l'Archivio Storico. Anche Palazzo Borghi ha origini antiche (fu forse residenza dei Conti Guidi) nonostante la facciata 500esca. Entrambi questi edifici sono legati ad una nota “leggenda” che forse leggenda non è. Si narra che nel 1773 il Conte Pompeo Borghi ospitasse nel suo palazzo una nobile coppia, che si faceva chiamare Joinville, anche se i coniugi appartenevano alla famiglia D'Orleans ed erano Luigi Filippo Egalité e la consorte incinta. Quasi di fronte, nel Palazzo Pretorio, abitavano Lorenzo Chiappini, carceriere, e la moglie anch'ella incinta. Il 6 aprile la signora D'Orleans partoriva una femmina e quasi contemporaneamente la moglie di Chiappini un maschio. Gli Orleans erano pretendenti al trono di Francia e comunque, anche per ragioni ereditarie, avevano la necessità di un discendente maschio, che non avevano ancora avuto, per cui avvenne il “baratto”; il bambino “scambiato”, nel 1830, salirà al trono di Francia con il nome di Luigi Filippo. Maria Stella Chiappini (la bambina scambiata), la cui educazione ed i due matrimoni principeschi, sembravano già comprovare le sue origini, spese gran parte della sua esistenza e tutto il suo ricco patrimonio per vedere riconoscere la sua vera nascita. Lo stesso tribunale ecclesiastico di Faenza, esaminate le prove e sentiti i testimoni, sentenziò in suo favore. Ma tutto fu messo a tacere quando il presunto figlio di Chiappini divenne Re. Tuttavia la storia di Maria Stella, nella prima metà dell'800, riempì le pagine dei giornali di tutta Europa e fu anche rappresentata nei teatri. In questa parte del paese, si possono ammirare anche interessanti manufatti in ferro battuto (di antica tradizione).
Foto 10Anche il cosiddetto “borgo nuovo” sorprende il visitatore con i suoi palazzi (come Palazzo Calubani, la casa di Silvestro Lega e la casa di Don Giovanni Verità), le sue chiese (la barocca chiesa delle Agostiniane, la seicentesca chiesa della S.S. Trinità, la cripta dell'antica Pieve con un inconsueto compianto 400centesco in legno nei territori della ceramica ecc......), il suo corso ottocentesco di epoca napoleonica che rievoca quelli francesi e termina anch'esso con un “parterie”. Restano anche le vecchie filande ed il “pavaglione”, dove si svolgeva il mercato della seta la cui produzione, fiorente a Modigliana fin dal 1210, vede nell'800 la prima filanda a vapore della Romagna Toscana.
Interessante ancora l'area di San Donato, che ospitò un antico convento caro a S. Pier Damiani e che mantiene ancora un ponte a schiena d'asino di foggia medievale, ma ricostruito nel 1700. Tanti angoli di pregio sono stati rappresentati da S. Lega nelle sue opere.
Modigliana ha due importanti sedi museali: Museo Civico “Don Giovanni Verità”- Collocato nella casa dove nacque e visse Don Giovanni Verità, tipico esempio di abitazione borghese dell'800, ospita una sezione dedicata al Risorgimento, a don Giovanni ed al suo stretto rapporto con Garibaldi; un'altra è dedicata alla Resistenza nel territorio, una terza contiene una raccolta di armi ed una quarta i ricordi del famoso soprano Pia Tassinari (nata a Modigliana nel 1903 nella stessa casa in cui venne alla luce Silvestro Lega).Una sezione archeologica raccoglie i numerosi reperti trovati nel territorio modiglianese.
Pinacoteca Civica di Arte Moderna “S. Lega” - nata nel 1999 per accogliere il ricco patrimonio pittorico, prima disperso in varie sedi, si trova in Piazza Pretorio (che è stata definita la più bella piazza medievale della regione Emilia Romagna), nello storico Palazzo Pretorio, ed espone più di 150 opere di artisti importanti che segnarono l'800 e il 900 fino ai giorni nostri: da S. Lega a G. Alviani, da A. Spadini a C. Pozzati, da F. Micheli a E. Vedova; la Pinacoteca presenta un ampio panorama ricco e significativo, che sorprende sempre il visitatore incredulo nel trovare opere tanto importanti in una cittadina di provincia. Le sedi museali sono aperte la domenica da aprile a settembre ma anche su appuntamento negli altri giorni della settimana e in tutte le stagioni. Nella stessa Piazza Pretorio, si trova l'ex Chiesa di San Rocco (sec. XVIII) dove officiava Don Giovanni Verità; oggi Sala P. Alpi, durante l'anno ospita mostre di significativo spessore.
Modigliana offre ai visitatori anche una “foresta didattica” di oltre 300 ha di natura alle pendici dell'Appennino Romagnolo; è una foresta con specie arboree provenienti da tutti i continenti ed oasi faunistica con 22 km di percorsi attrezzati per escursioni a piedi, a cavallo ed in mountain bike.
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Camera 876

Camera 876
Esposizione di Liscivia Bruciatura Chimica
Presentazione di Alberto Gross
Vernissage
Domenica 11 Marzo
ore 16,00
Porto Turistico di Roma

Galleria Ess&rrE
Info:
Tel. 06 42990191
Cell. 329 4681684
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VIVIAN MAIER - LA FOTOGRAFA RITROVATA a Palazzo Pallavicini

Dal 3 Marzo al 27 maggio 2018 l’incantevole Palazzo Pallavicini, dopo la mostra dedicata a Milo Manara, proporrà al pubblico un’esposizione dal linguaggio totalmente diverso: le sale rinascimentali del Palazzo presenteranno “Vivian Maier - La fotografa ritrovata”, una straordinaria mostra con le magnifiche fotografie originali di una delle fotografe più apprezzate di questo secolo.
La mostra è stata realizzata da Palazzo Pallavicini con la curatela di Anne Morin di DiChroma Photography sulla base delle foto dell’archivio Maloof Collection e  della Howard Greendberg Gallery di New York.

MAyer 2Offrirà ai visitatori un eccezionale percorso espositivo diviso in differenti sezioni tematiche, affrontando tutti gli argomenti che la Maier sentiva più cari e vicini:  infanzia, autoritratti, ritratti, vita di strada, oggetti e colore.

La curatrice, in occasione dell’esposizione, ha eseguito una selezione molto accurata delle migliaia di fotografie a disposizione; verranno, infatti, presentate ben 120 fotografie in bianco e nero, di cui 10 in grande formato, 90 di formato medio più una meravigliosa sezione di 20 foto a colori relativa alla produzione degli anni Settanta dell’artista.

Il lavoro di Vivian Maier (1926-2009) è rimasto nell’ombra fino al 2007, quando John Maloof, figlio di un rigattiere, acquista un box a un’asta. Dalla scatola emergono effetti personali femminili di ogni genere appartenenti a una donna, Vivian Maier, il cui contenuto è stato messo all'asta a causa di ritardi nel pagamento dell’affitto. Tra questi oggetti emerge anche una cassa contenente centinaia di negativi e rullini, tutti ancora da sviluppare. Dopo averne stampati alcuni ed averli mostrati in giro, Maloof si rende conto dell’immenso tesoro che ha tra le mani e, grazie alla sua intuizione ed accurata divulgazione, porta in breve tempo questa fotografa sconosciuta a essere apprezzata e affermata a livello mondiale.

MAyer 3“Nessuno è eterno, bisogna lasciare il posto agli altri, è un ciclo. Abbiamo tempo fino alla fine e poi un altro prenderà il nostro posto. E’ tempo di chiudere e tornare al lavoro”                    

Vivian Maier

 

Dopo la morte della Maier, le sue fotografie vengono esposte in tutto il mondo: nella sua patria, gli USA, ma anche in Europa tra Danimarca, Inghilterra, e Francia, fino ad arrivare negli ultimi anni in Italia ed ora a Bologna con la mostra “Vivian Maier – La fotografa ritrovata”.

L'originalità di Vivian Maier si esprime nel grande talento nello scattare fotografie che catturano particolari e dettagli evocativi della quotidianità piuttosto che la visione d’insieme, raccontando così la strada, le persone, gli oggetti e i paesaggi. L’obiettivo della sua macchina fotografica intercetta con attenzione soggetti poco considerati all’epoca, rendendoli invece protagonisti del suo lavoro: la strada è il suo palcoscenico.

Nello studio dei suoi lavori si riscontra un altro filone: la Maier sviluppa infatti una vera ossessione per il gesto del fotografare, per lo scatto vero e proprio e non per il risultato finale della fotografia. Il modus operandi dell’artista è di scattare tante più immagini possibili conservandole senza mostrarle a nessuno. Mentre nella società contemporanea l’apparire è una priorità, la Maier risulta essere sicuramente all’avanguardia nonostante i suoi tempi; come afferma infatti Marvin Heiferman, studioso di fotografia:

Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

Vivian Maier spesso diviene il soggetto delle sue fotografie con lo scopo, quasi ossessivo, di ricercare se stessa, imprimendo la sua ombra, il suo riflesso, la sua silhouette nello scatto. Il gran numero di autoritratti presenti nella sua produzione fotografica sembra esprimere una sorta di eredità nei confronti di un pubblico che non voleva, o forse non poteva, rappresentare.

Significativa evoluzione nel lavoro di Vivian Maier è il passaggio da fotografie in bianco e nero a immagini a colori; il cambiamento non riguarda solo lo stile, ma anche la tecnica: dalla Rolleiflex passa alla Leica, fotocamera leggera, comoda da trasportare che dava la possibilità di scattare le foto direttamente all’altezza degli occhi. Il suo lavoro a colori è singolare, espressivo, libero, a volte anche giocoso, ma sempre con quella specifica caratteristica della casualità.

INFORMAZIONI UTILI

Titolo: Vivian Maier - La fotografa ritrovata
Opere di: Vivian Maier
A cura di: Anne Morin
Promosso da: Pallavicini s.r.l.
Dove: Palazzo Pallavicini, Via San Felice 24, Bologna
ORARI E TARIFFE
Vivian Maier - La Fotografa ritrovata
3 marzo - 27 maggio 2018
Orari di apertura
Aperto da giovedì a domenica dalle 11.00 alle 20.00
Aperture festività: 1 e 2 aprile, 25 aprile, 1 maggio 2018
Chiuso il lunedì, martedì e mercoledì.
La biglietteria chiude 1h prima (ore 19 ultimo ingresso)
Biglietto d’ingresso - Tariffe
– Intero: euro 13,00 
– Ridotto: euro 11,00 (dai 6 ai 18 anni compresi
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ART FUCKS FASHION Opening 22 febbraio 1930-2230 Espinasse 31-Milano

In occasione della Milano Fashion Week, la nota residenza d’artista Espinasse 31 dedica una serata evento al mondo della moda e dell’arte, con una mostra dal titolo “Art fucks fashion”.A sfilare sulla passerella della galleria saranno le Alex Korlokovas 2opere di artisti e fotografi internazionali come Leonor Anthony, Leo Castaneda, Simone Monte, Antonio Guccione e Alex Korolkovas.Per esaltare la sua vocazione di residenza d’artista, il proprietario, Antonio Castiglioni, ha invitato in Italia l’artista cubana Leonor Anthony, che produrrà  creazioni site specific per l’evento: “Il fashion è un riflesso della società e della nazione dove sono vissuta. Ho una relazione molto stretta con questo mondo perché sono nata artista e la mia sensibilità mi ha portato ad ammirare la bellezza e la composizione. Il fashion per me è l’arte che vive e segue ogni forma di cambiamento. Per questa mostra ho deciso di creare un ciclo di opere dal titolo Objects of Passion, dove verranno enfatizzati gli oggetti e la forma di tutto ciò che è coinvolto nel mondo della moda: scarpe, borse, vestiti. Naturalmente quando pensiamo a tutti questi accessori non possiamo che pensare alla passione e alla sensualità che viene emanata!”.La stessa sensualità per il fashion espressa però attraverso scatti fotografici è ciò che predilige Simone Monte, fotografa brasiliana, premiata con una menzione d’onore dal National Geographic Contest nel 2015. Le sue fotografie in mostra presso Espinasse 31 metteranno a nudo tutto ciò che la moda decora e avvolge: “il mio obiettivo cattura ogni nuance di erotismo come se uno specchio riflettesse i miei sentimenti più intimi. Quando parlo di fashion mi riferisco ad ogni sorta di bellezza, sensualità e feticismo che la moda riesce a trasmettere. Nei miei scatti non utilizzo photoshop, preferisco cogliere le imperfezioni del corpo che identifico come un segno distintivo di bellezza che appartiene ad ogni individuo. Per me il sesso e l’arte in generale rappresentano un connubio perfetto, esattamente come la pasta al tartufo: un match perfetto!”.L’arte e la moda hanno da sempre collaborato insieme ma, negli ultimi anni, secondo il proprietario di Espinasse, “noti stilisti di fama internazionale hanno preso pezzi di arte moderna e contemporanea per creare capi d'alta moda unici e di successo; sembra quasi che la street art, un tempo dedica solo ad imbrattare i muri delle città adesso fa vendere anche vestiti e borse”.

Alex korolkovas 5Semplice scelta commerciale o mancanza di creatività?

Sicuramente questa mostra è un’occasione per riflettere e dialogare con gli artisti, che hanno pareri e visioni diverse. Ad esempio, per il fotografo Antonio Guccione, molto conosciuto per le sue campagne pubblicitarie di famosi brand, quali Versace, Moschino, Cavalli, Moncler, la moda e l’arte lavorano insieme ma assumono ruoli diversi: “La moda non avrà mai un ruolo comunicativo come l’arte; segue flussi del momento per diventare poi costume. Certo può esprimere il suo ruolo attraverso l’arte, ma è solo un sentimento”. Per Alex Korolkovas invece, il fashion si ispira direttamente al mondo dell’arte, utilizzando soprattutto i colori delle varie epoche e movimenti artistici: “Il fashion designer è prima di Frida Kahlo Coyocan 1954 C Antonio Guccione 2009 tutto un artista che confeziona abiti non per il semplice gusto di essere indossati ma per riflettere la personalità e l’umore di ognuno. Personalmente amo frequentare musei e gallerie dove posso prendere ispirazione per i miei shooting fotografici. L’arte  una necessità come l’aria e l’acqua, ci fa trovare consolazione e pace in sua presenza”.
Durante la serata verrà omaggiata anche la virtual art con un video dell’artista colombiano Leo Castaneda, dal titolo “Item Showroom”, dove vengono analizzate e decostruite le strutture dei video games e si analizza il modo in cui questa realtà si approccia al mondo dell’arte e alla vita in generale.

Annaida Mari

VERNISSAGE
22 febbraio 1930-2230
DATE MOSTRA
22 febbraio – 23 marzo 2018
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I tesori del Borgo Pale d'altare e altre meraviglie a Monte San Martino

Pale d'altare e altre meraviglie a Monte San Martino
a cura di Marilena Spataro
CARLO E VITTORE CRIVELLI polittico tempera e oro 1480Un piccolo borgo che domina l’alta valle del Tenna e il paesaggio dei Monti Azzurri che dai Sibillini arriva all’Appennino maceratese. E che custodisce nelle sue chiese pregevolissime testimonianze artistiche che costituiscono il suo vanto. In particolare alcune pale d'altare, capolavori assoluti della pittura “gotico rinascimentale”, sono dei veri e propri tesori dell'arte. Monte San Martino è un piccolo paese di origini medievali, in provincia di Macerata, posto a 600 metri di altezza dal mare, con poco più di 800 abitanti, tuttavia, ha una storia di ricchezza che nel Medioevo e nel Rinascimento ha attratto nel suo territorio famiglie di antica nobiltà. E' un luogo dove le bellezze naturali, un paesaggio mozzafiato e alcune tipicità dell'agroalimentare esclusive delle sue campagne, come la mela rosa, si mescolano armoniosamente al gusto dell’arte e dell’architettura, un gusto che guarda alla sensibilità popolare svelando angoli che rimandano dritto alle splendide scenografie dei Crivelli. Quegli stessi Crivelli, di cui Monte San Martino può vantare la presenza, nell'antica chiesa di San Martino, dedicata al Santo Patrono, di alcune pregiatissime pale d'altare, tra cui spicca un bellissimo e commovente polittico, attribuito a una collaborazione matura tra i due fratelli, Carlo e Vittore Crivelli, noti pittori veneziani del '400, in particolar modo Carlo, formatosi alla bottega dei Vivarini e di Jacopo Bellini. Il polittico proveniente dalla soppressa chiesa di San Michele Arcangelo, è realizzato in tempera e oro su tavola (285x227 cm) ed è dedicato alla Madonna in trono mentre adora il suo bambino dormiente placidamente adagiato sulle sue ginocchia. L’esecuzione della tavola, che, specie in passato, fu da alcuni ritenuta esclusiva manifattura di Vittore, denuncia, comunque, la forte influenza dell’attività di Carlo sul fratello, ravvisabile nel fasto ornamentale dei decori sebbene la figura, replicata nella fattezza e nell’atteggiamento, manca del risalto plastico e dell’energia dei VITTORE CRIVELLI polittico 1489modelli. L’utilizzo dell’antico come ornamento erudito torna nell’architettura del trono e nell’inserimento di elementi floreali e vegetali con valore simbolico. In alto, tra le sponde del trono, si intravedono una mela che allude alla liberazione dal peccato originale e una pesca, frutto della salvezza nonché chiaro rimando alla trinità nelle tre parti che lo costituiscono: la polpa, il nocciolo e il seme in esso racchiuso. Il luccichio del fondo dorato è interrotto dal prato fiorito e dalla siepe che introducono i primi elementi naturalistici di matrice rinascimentale. A destra della Vergine ci sono San Michele Arcangelo e San Nicola di Bari, il primo è colto nell’atto di schiacciare sotto i suoi piedi il male rappresentato dal diavolo mentre giudica con la bilancia le anime dei morti, il secondo è raffigurato con il bastone pastorale, la mitra, il libro e le tre borse d’oro donate di nascosto, secondo quanto narrato nella Legenda aurea, per soccorrere le figlie di un concittadino caduto in disgrazia. Seguono San Giovanni Battista e San. Biagio, dipinti eseguiti probabilmente da Vittore, il che si dedurrebbe dalla coloristica più incerta. Il precursore di Cristo è in piedi e regge il consueto filatterio che annuncia la venuta del Messia: Ecce Agnus Dei, Ecco l’Agnello di Dio. La sua figura si distingue in modo preminente dal resto delle tavole del primo ordine in quanto il santo è circondato da un paesaggio roccioso fantastico sul cui sfondo si notano due alberi giustapposti, l’uno rigoglioso, l’altro secco, a indicare la rinascita dell’uomo attraverso il rito del battesimo. Il comparto centrale è sormontato dall’immagine di Cristo morto sorretto da due angeli contriti dal dolore, iconografia, questa, particolarmente cara a Carlo, che si diffonde in Veneto a partire da uno dei rilievi bronzei di Donatello per l’altare del santo a Padova. Alla sinistra del Cristo, hanno un posto d’onore San Martino, titolare della chiesa e patrono della cittadina marchigiana, e San Giovanni Evangelista; alla sua destra accennano GIROLAMO DI GIOVANNI DA CAMERINO polittico 1473ad un dialogo San Giacomo Apostolo, detto il Maggiore, e Santa Caterina d’Alessandria. Nella predella, eseguita probabilmente da Vittore, su disegno di Carlo, è rappresentato Cristo Salvatore tra i dodici Apostoli. L’eleganza formale e stilistica dei Santi del secondo ordine, unitamente a San Michele ed a San Nicola dell’ordine centrale, induce alcuni critici ad assegnare queste tavole alla mano di Carlo, ritenendo che gli altri pannelli siano opera di Vittore. I fratelli Crivelli, e in particolar modo Carlo, sono i protagonisti di quella cultura “adriatica” definita “veneto-marchigiana”, cui appartengono anche Giovanni Boccati e Girolamo di Giovanni, i quali probabilmente incontrano Carlo a Padova, conoscenza, la loro, che si consolida a Camerino, quando Carlo vi risiede dal 1480 in poi. Le tavole dipinte dai fratelli Crivelli sono iscritte entro modanature gotiche da attribuire all’intagliatore montelparese Giovanni di Stefano. Lo schema generale a tre ordini, la cornice orizzontale con foglie di acanto accartocciate che divide il registro centrale da quello superiore, le paraste ornate all’esterno con fogliame e pigne aggettanti e le guglie svettanti, sono tutti elementi considerati come un’autentica firma del maestro di Montelparo. L’ancona di Monte San Martino, per molti anni ignorata dalla critica, resta un documento di estrema importanza per avviare una riflessione non solo sulla collaborazione tra i due fratelli, ancora non riscontrata altrove, ma anche sul rapporto di Carlo con i suoi collaboratori. Altra meravigliosa pala d'altare presente sempre nella chiesa di San Martino è il trittico di Vittore Crivelli. Qui attestato fino al XVIII secolo sull’altare maggiore, il trittico si presenta privo della parte superiore. In un secondo gradino si conservano ancora oggi frammenti della firma del pittore veneto Vittore Crivelli e della datazione risalente al 1490, tuttavia resta il dubbio se la tavola appartenga a questa opera. Dopo un trasferimento presso la pinacoteca di Macerata avvenuto nel 1872, l'opera viene successivamente restituita alla comunità di San Martino dove oggi si può ammirare. Al centro di questo singolare trittico, domina la figura della Madonna coronata in trono che sorregge delicatamente sulle sue ginocchia Gesù comodamente seduto su un cuscino. Il Bambino è colto nell’atto di impartire la benedizione mentre volge lo sguardo in alto verso la tavola raffigurante la VITTORE CRIVELLI trittico 1490Crocifissione, preannunciata dal pettirosso che stringe nella mano sinistra. La tradizione popolare vuole infatti che l’uccello si sia macchiato il petto togliendo una spina dalla corona di Gesù. Ai lati del trono sono stati dipinti due arcangeli che fanno capolino da dietro una siepe, da una parte c'è San Michele, l’angelo della morte e il giudice delle anime, dall'altro si può vedere San Gabriele, il messaggero della vita che annuncia a Maria la nascita del Redentore. Appesi ad una canna, poggiata sul dossale dorato, decorano lo sfondo una melograna, simbolo della Chiesa e della rinascita e una mela simbolo del peccato originale. La scena della Crocifissione è situata entro un paesaggio fantastico delimitato nella parte superiore da una fascia dorata a sottolineare la distanza e la separazione tra il mondo degli uomini e quello di Dio. Abbracciata alla Croce c'è la Maddalena addolorata mentre, ai piedi di Cristo, Maria e Giovanni piangono esprimendo tutto il loro dolore. Nel cielo aureo si levano tre serafini intenti a raccogliere il sangue che sgorga dalle piaghe del Redentore. Il fondo dorato dei pannelli e il rigoglioso tappeto erboso, proprio del naturalismo minuto ed empirico della tradizione gotica internazionale, suggeriscono l’unità della scena dipinta nell’ordine inferiore dove sono raffigurati su piedistalli i Santi: Martino, a sinistra, Antonio Abate, a destra; entrambi sono rappresentati nell’atto di volgersi devotamente alla Madonna e al Bambino. Nonostante le alterazioni subite dall'usura del tempo,è possibile notare le paraste e i pilastrini della cornice decorati e dipinti a tempera, evidente segno del tentativo di Vittore di mostrarsi culturalmente aggiornato ed orientato verso i gusti rinascimentali. Ancora un lavoro di pregio, in questo caso un polittico, di Vittore Crivelli, è custodito nella chiesa San Martino. Datato 1489 e firmato alla base del trono della Vergine, Evangelistiproviene dalla dismessa chiesa di Santa Maria del Pozzo. La narrazione sacra in quest'opera è iscritta entro archi ribassati, abbandona il tradizionale fondo oro a favore di un cielo plumbeo che si va rischiarendo all’orizzonte. Al centro la Madonna è assisa in trono nell’atto di sostenere il Bambino mentre si erge ritto sulle sue ginocchia volgendosi verso San Pietro per affidargli le chiavi del Paradiso. Dal trono pendono, in modo solo apparentemente casuale e distratto, da un lato un mazzo di garofani rossi, simbolo dell’incarnazione e passione di Cristo, nonché della Chiesa, dall’altro alcune rose bianche emblema di Maria e della maternità. Sul parapetto retrostante il trono sono disposti, un vaso con garofani rossi recisi e un libro aperto segno della Parola di Dio. Nella tavola sovrastante appare l’Ecce Homo circondato dagli strumenti della passione: una lancia, una canna con la spugna e i flagelli. A destra e a sinistra si evidenziano i mezzi busti di San Michele Arcangelo e di San Martino a cavallo i quali chiudono l’ordine superiore. Fanno da corona alla Madonna, San Pietro, identificato dal libro e dalle chiavi e San Paolo, contraddistinto dalla spada. Nel timpano, tra due cornucopie traboccanti di pomi, è posto il sudario con l’immagine di Cristo coronato di spine. Secondo l’accurata descrizione offerta nel 1834 dallo storico maceratese, Amico Ricci, la pala doveva comporsi di una predella, con molte storie e figurine minute, oggi scomparsa. Questo polittico di Vittore Crivelli, oltre al suo valore artistico, testimonia un mutamento del gusto del suo autore sotto vari punti di vista, esso rappresenta, infatti, una chiave di volta verso l’adozione dei precetti rinascimentali sia nella resa delle figure che nel disegno architettonico e decorativo della cornice. Le colonnine tortili sono qui sostituite da pilastri lineari, gli archi a tutto sesto hanno preso il posto di quelli ogivali polilobati, le guglie ed i pinnacoli sono rimpiazzati da un architrave e da un timpano. Le cornici dei più importanti polittici di Vittore Crivelli, compreso quello del-la chiesa di San Martino, sono realizzate da Giovanni di Stefano da Montelparo, virtuoso intagliatore attestato fino all’ultimo decennio del Quattrocento tra le Marche e l’Umbria. Per Vittore Crivelli il maestro artigiano ha realizzato anche le cornici del trittico di Monteprandone (ora ai Musei Vaticani) e del polittico della Chiesa di San Francesco a Monte San Pietrangeli. A chiudere la nostra carrellata tra i capolavori dell'arte custoditi nella chiesa di San Martino, è un polittico, questa volta firmato da Girolamo di Giovanni di Camerino, altro maestro del '400 tardo gotico, che, però, già risente delle influenze rinascimentali, sono evidenti i richiami a Piero della Francesca, ai Vivarini e a Carlo Crivelli. Il polittico, proveniente anch’esso dalla chiesa di Santa Maria del Pozzo è datato 1473. Qui l'autore rappresenta la Vergine assisa in trono con Bambino ritto sulle sue ginocchia. Alle loro spalle un coro angelico intona un canto. Nell’ordine principale affiancano Maria le figure di San Tommaso Apostolo e di San Cipriano. L’uno mostra nella mano sinistra un libro e nella mano destra la cintola mariana segno di fedeltà, l’altro, identificato dalla iscrizione apposta alla tavola, è raffigurato in abiti vescovili nell’atto di indire la benedizione. La tavola centrale è decorata con archetti pensili e dentelli ed è Evangelisti 2sormontata da due tondi che racchiudono l’angelo annunciante e l’Annunciata. Nella cimasa trilobata ritroviamo la Crocifissione con la Vergine e San Giovanni dolenti mentre ai lati chiudono San Michele Arcangelo e San Martino. Nelle cuspidi che sovrastano queste ultime due tavole sono visibili San Pietro a sinistra e San Paolo a destra. La cornice, priva dei peducci di raccordo con gli archi polibati e dei due pilastrini laterali, è attribuita al maestro Stefano da Montelparo. Questi è lo stesso intagliatore a cui si fa riferimento per la tavoletta con la Crocifissione eseguita sempre da Girolamo di Giovanni per la chiesa di Sant'Agostino a Monte San Martino, oggi conservata presso la Galleria Nazionale di Urbino. Il dipinto, caratterizzato da una maggiore a-sprezza nella fisionomia dei volti e da panneggi artificiosi, si inserisce a pieno titolo nella tarda attività di Girolamo di Giovanni, assegnandogli il merito di essere un buon divulgatore degli stilemi specifici della scuola camerte che trova in Giovanni Boccati e Giovanni Angelo d’Antonio gli esponenti più famosi.
Oltre alla chiesa di San Martino, posta in posizione dominante, sulla sommità del colle del suggestivo borgo marchigiano, sono presenti altre chiese importanti dal punto di vista architettonico e che custodiscono tesori dell'arte. La chiesa di Sant’Agostino, di origini quattrocentesche, ospita un crocifisso in legno di scuola tedesca, un affresco del Pagani e alcune tele di Ghezzi da Comunanza. Altre chiese di valore sono: Santa Maria del Pozzo, dove si trovano due polittici quattrocenteschi e la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che si trova ad alcune centinaia di metri dal paese, sotto un roccione e che, per la sua singolare posizione, nonché graziosa eleganza delle architetture e degli interni affrescati del '500, annovera molti visitatori stranieri, tra cui anche il principe Carlo d'Inghilterra. Una location, questa volta “profana”, di Monte San Martino dedicata all'arte è la Pinacoteca Civica “Monsignor Armando Ricci”, dove, tra altri lavori, sono in esposizione permanente trentotto importanti opere, donate da Monsignor Ricci, risalenti al XVII secolo, si tratta di dipinti a olio su tela oppure su rame con pregiatissimi intagli sul legno.
La ricca Pinacoteca si arricchirà a breve di un'altra donazione: diciotto opere fotografiche d'autore realizzate in originale dall'artista di Città del Messico, Oscar Ulises Tapia Verde. Il maestro verrà in Italia per offrire i suoi lavori di persona al Comune di Monte San Martino.
La cerimonia della consegna si terrà il 16 Febbraio 2018, alla presenza del sindaco di Monte San Martino, Valeriano Ghezzi, del presidente dell'Unione dei Monti Azzurri, Giampiero Feliciotti e di autorità consolari del Messico.
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LOGOS CONTEMPORARY ART

dal 20 Gennaio al 10 Febbraio 2018
Inaugurazione Sabato 20 Gennaio ore 17,00
Galleria Spazio Dinamico Arte
Via dei Ramaglianti 10/12 Firenze

di Alberto Gross
ScaraLogos è parola infinita, eterna, terribile: infinita perché priva di limiti, eterna perché continuamente mutando rinnova per sempre il suo principio di autoaffermazione, terribile perché insondabilmente oscura e indecifrabile. Una mostra d'arte che porti questo titolo dovrà farsi carico di ogni ambivalenza, incontrollabile contraddittorietà, di ogni continuato dissidio ed incoerente ribaltamento di senso, conservando leggerezza di sguardo, maturità percettiva e dolce mistero sognante.
Secondo le dottrine platoniche con il termine “logos” si definiva infatti l'individuazione della differenza, del dettaglio, del segno distintivo che definisce un oggetto nella sua identità, nella sua realtà specifica.
Tra pittura e scultura la mostra si configura come un itinerario a stazioni, a stasimi, molteplici e variegati stimoli in cui riconoscere - di volta in volta - il carattere fondante ed imprescindibile che informa il lavoro di ciascuno degli artisti selezionati.
Ci saranno allora i dipinti di Giuseppe Bedeschi e quel profumo di mare che si sente da lontano, le sue barche come gusci vuoti, svuotati, mai abbandonati, piuttosto corazze di chi ha combattuto il tempo e vive con la memoria dei giorni - anche futuri - nell'estrema nostalgia di un viaggio inesausto, viaggio di ritorno, di riandata, frammenti riaffiorati in cui lo stile è l'uomo ed il silenzio umido e livido la contingenza che ne deriva.
Gli acquerelli di Scara (Andrea Scaranaro) colorano la mente di una intatta visionarietà quasi lisergica: nelle orecchie vanno i Pink Floyd di “Meddle” e di “A saucerful of secrets”, mentre gli occhi inseguono quel mescolarsi liquido di capitolazioni cromatiche, forme che si rincorrono e si assommano, si assottigliano in fili di pensieri e labirinti di incamminamenti veloci, calmi, espressi nell'approssimazione sognante dell'impromptus, del non finito, finestra spalancata sull'inatteso.
Unico artista a presentare una serie di elaborazioni fotografiche, Liscivia (alias Andrea Tabellini) propone due differenti lavori: attraverso le sue “Visioni Rorschach” gioca nell'incastro imprevedibile delle Rorschach blot 10 2016 assemblage fotografico cm 43x55nostre reazioni psicologiche; la funzione psicometrica che le macchie di inchiostro simmetriche avevano nel contesto dell'esperimento medico diviene pretesto e scaturigine di un lavoro raffinatissimo e complesso in cui la capacità evocatrice delle immagini si eleva sopra la mutevolezza magmatica che ne camuffa la natura, dissimulandone i confini. Il progetto “Nerezza” riguarda invece l'effimero del processo artistico, il suo farsi e disfarsi nel tempo sottile di un battito di ciglia, entro il quale cancellazione ed emersione dell'immagine altro non siano che differenti nomenclature di una medesima istanza visiva, praticata ed annullata nella molteplicità sinuosa e liquida dello spazio.
L'accortezza stilistica di Carlo Lanini opera una sorta di transizione dalla poetica classica dell'immagine rappresentata ad una “mitopoietica” del tutto personale in cui la maschera - “prosopon” in greco classico - riacquista il proprio significato di persona: i gesti, i movimenti, i vezzi di un Arlecchino della Commedia dell'arte si vestono della verità che solo la difesa di un costume e di una maschera sa dare. La persona non viene nascosta o dissimulata dalla maschera, è - essa stessa - la maschera.
Giovanni Pastore racconta invece immagini di viaggio in cui il sapere geografico abbandona la considerazione del divenire delle cose, lasciato, a sua volta, alla storia. Le sue sono narrazioni, storie di persone che divengono repertori di concetti, sillogi di modelli mentali dai quali dipende la nostra fiducia che la spiegazione delle dinamiche del mon-do sia Carlo Lanini arlecchino olio su tavola cm 33x70correlata alla sua descrizione: una geografia umanistica che impedisce al soggetto di sfuggire o di allontanarsi definitivamente dalle nostre possibilità sensibili, divenendo - alfine - invisibile.
E' uno speciale tipo di archeologia del divenire a muovere l'intero lavoro di Maurizio Pilò: l'albero ritratto nei suoi lavori diviene metaforicamente l'insieme delle leggi che regolano l'Universo, catalizzatore e vettore di esperienze plurime e stratificate che rinnovano la propria capacità evocatrice una volta lasciate riaffiorare naturalmente dal magma che ne camuffa la natura, dissimulandone i confini. L'artista scrive in questo modo storie naturali dalla tattilità visiva estrema, occupate in una radicalità analitica che trasfigura la sua personale memoria – intuitiva ed inconscia – nella mia e nelle nostre suggestioni, sia referenti di un reale vissuto, sia ipoteticamente soltanto vagheggiate. Il lacerto, lo strappo, la concrezione di colore a riempire l'incavo di un tronco, a macchiare d'oro le dita del cielo non sono che gli incidenti, le contingenze quotidiane, gli insignificanti e fondamentali movimenti del tempo che registrano le differenze dei giorni, le discrasie nel Giovanni Pastore Solo un filo disperanza cm 50x66 acquerellocomune spazio dell'agire. La scultura di Mario Zanoni integra relazioni complementari nell'inesausta ricerca dell'altro da sé: è la praticata visionarietà di una forma incline alla distorsione della natura, la costruzione di una metaforma che ne superi lo svelamento in una sorta di prometeismo artistico praticato nei termini di una poetica del proliferante. Il dettaglio diviene elemento contrastivo assoluto, luogo prediletto di decantazione di accadimenti che si reificano solo se pensati come fantastici, appartenenti ad un altro quando supposto ed ultradimensionato. Alla lineare contemplazione dell'apollineo viene preferita la meravigliante mostruosità del dionisiaco. Le piccole installazioni di Elena Modelli preparano mondi surreali, stravaganti, iperbolici, viottoli e crocicchi in cui sarà normale incontrarsi con chiocciole variopinte che ci scrutano curiose, dalle antenne svagatamente vigili: un'ipotesi di elevata leggerezza visiva che riconduce alla lezione di grandi nomi del fumetto nostrano come Altan e Jacovitti.
Infine Liè (Lietta Morsiani) infonde nelle sue terrecotte la purezza intatta del femminino ancestrale unita alla disgregazione ineludibile della materia. Le forme sono incavo, protezione e svelamento al tempo stesso, nascita e morte della natura viva delle cose: viva perché ogni disfacimento ricostruisce sé stesso, la donna - terra, sangue, madre, universo che crea il tempo rigettando via Urano dal proprio ventre - si ibrida a volte in forme zoomorfe, percorre sinuosità impreviste fino a scontrarsi e perdersi nella sacralità di un nido, muta, urlante gli squarci profondi di una notte portata al rogo dalla propria alba.
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Monet “Il mio giardino è l’opera più bella che io abbia mai creato”

Monet car… asserisce Claude Monet riferendosi al suo reale giardino della casa di Giverny e, quando si accede nell’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano, si ha l’impressione di essere davvero immersi nel Monet ritratti 2turbinio dei suoi delicati e poetici colori…colori di un magnifico giardino di cui sembra possibile coglierne anche la fragranza! Ma cerchiamo di, passo dopo passo, ripercorrere la sua vita per sapere come e quando Monet è arrivato a Giverny.
Egli nasce a Parigi il 14 Novembre del 1840 ed inizia la sua carriera di artista all’età di quindici anni in Normandia, nelle vie di Le Havre, cimentandosi in disegni e caricature che ritraggono la borghesia francese, dandy e pittoresche donne normanne nei loro tipici abiti, soffermando la sua attenzione più sulle silhouettes e sugli atteggiamenti, che sui particolari fisionomici. Nella mostra sono infatti esposti i fogli eseguiti tra il 1855 e 1859 e che rappresentano le prime opere conosciute dell’artista. Si notano infatti diverse caricature di personaggi del mondo dell’arte apparse sulla stampa nazionale dell’epoca, tra cui quelle del grande fotografo e caricaturista Nadar. Grazie all’interessamento del suo connazionale Lucienne Boudeme egli sarà presto introdotto nel mondo della pittura en plein air proprio sulle coste normanne ed all’età di vent’anni entra all’Académie Suisse di Parigi, dove conosce Camille Pisarro e solo dopo due anni incontra Frédéric Bazille, Pierre Auguste Renoir ed Alfred Sisley…i fondatori del gruppo “impressionista”. Allo scoppio della guerra franco prussiana, insieme alla famiglia si rifugia a Londra, dove si immerge nello studio delle opere della scuola inglese. L’impatto con Constable e Turner lo influenzano per un approfondito studio sulla luce, sui “riflessi” della luce sull’acqua, sul fenomeno della rifrazione, diffrazione e dissolvenze che estrinsecherà nelle successive opere impressioniste e che ci consentono di tuffarci nella sua arte. Nel 1871 inoltre, dopo una visita nei Paesi Bassi, afferma che i paesaggi olandesi sono di una luminosità incomparabile. Il 1872 vede realizzata la sua tela più celebre “Impressione – Levar del Sole” che verrà esposta in occasione della prima mostra del gruppo impressionista a Parigi. Nel 1877 dà inizio alla serie di vedute della Gare Saint Lazar, esposte nella successiva terza mostra impressionista, partecipando inoltre a diverse collettive del gruppo, ma solo il 7 Giugno 1880 inaugura la sua prima personale negli ambìti locali della rivista La Vie Moderne, ed intorno a quegli stessi anni, egli dipinge anche una serie di ritratti che hanno per soggetto i componenti della sua famiglia… ritratti definiti “pietre preziose” in quanto testimonianza di rilievo del suo periodo da ritrattista, alcuni dei quali elegantemente esposti in mostra. Dopo questa fase però lo vediamo discostarsi totalmente dalla descrizione visiva dei dettagli del soggetto per concentrarsi, Monet car 2anima e corpo, sull’interpetrazione del paesaggio, eliminando la presenza umana quasi del tutto, ma immergendosi nella rappresentazioneMonet ritratto 1 della natura, espressa con rapide, vivaci e fluide pennellate, senza lasciarsi tentare dall’insidia della ricerca dei dettagli nella composizione. Per la prima volta nel 1883, Monet si trasferisce in un modesto casolare a Giverny, non interrompendo però i suoi numerosi viaggi alla scoperta di paesaggi, scorci, scenari e luoghi sempre differenti. Lo vediamo visitare con Renoir la Costa Mediterranea da Marsiglia fino a Genova e, successivamente sulla riviera ligure… ma la visita a Belin è per lui provvidenziale in quanto incontra il suo amico e stimato critico d’arte Gustav Geffroy. Riesce, nel 1890, ad acquistare l’ambìta casa di Giverny quando, insieme alla sua seconda moglie Alissia, si immerge totalmente nella cura delle sue due passioni: la pittura ed il giardinaggio. Ne consegue un giardino straripante di vegetazione e fiori dai mille colori. Originale e pittoresco il ponte giapponese, così come lo stagno, fonte di ispirazione nelle fredde e umide giornate invernali. In seguito, tra il 1899 ed il 1901 soggiorna di nuovo a Londra avendo deciso di effettuare i lavori di ampliamento del giardino e dove dipingerà ben 97 suggestive tele che avranno per soggetto i ponti di Cherring Cross e Whaterloo, nonché il Parlamento e Leicester Square…e ritornato a Giverny, Monet si concentra sul suo giardino acquatico, facendolo diventare il soggetto e- sclusivo della sua produzione pittorica. Al 1903 appartengono le tele da cavalletto raffiguranti Ninfee e Paesaggi acquatici e di cui farà successivamente dono allo stato francese al fine di celebrare la conclusione della Prima Guerra Mondiale. Siamo infatti nel 1907 è, e rimane per lui, il tema prediletto che si evolve in maniera esponenziale anche nelle dimensioni delle tele e tramutando l’atmosfera di Giverny in un mondo da sogno. Il Viale delle Rose, Il Ponte Giapponese rivestono una importanza sostanziale nel suo lavoro in quanto il ritmo delle rapide e fluide pennellate, ricche di colore ma indefinite, il suo gesto ampio, repentino e magistralmente deciso, danno vita ad una e- splosione cromatica che non si cura di rendere riconoscibili i luoghi rappresentati ma vuole solo ed esclusivamente rappresentare se stessa. Le trasparenze dell’acqua e delle atmosfere, nonché la scelta dei motivi fluviali, escludono la stabilità dei piani prospettici, non ci sono infatti prospettive nelle sue opere, ma ci sentiamo “noi spettatori”, parte della prospettiva stessa… siamo dentro i quadri… senza convenzioni! Il problema agli occhi da lui sofferto, non riesce ad ostacolarlo nella sua febbrile ma poetica espressione pittorica, così come non possiamo non definire il suo lavoro come un nobile precursore di quello che poi attuerà Jackson Pollok con il suo “dripping”(tecnica pittorica caratteristica dell’Action Painting) oltre alle successive ricerche sull’impressionismo astratto ame- ricano. Possiamo affermare quindi che queste sueMonet ritratto 3 Monet car 3ultime opere rappresentano il traguardo ed il lato più personale dell’artista francese, non ultimo quello più innovativo e stimolante di tutta l’arte del’900. Monet muore il 5 Dicembre del 1926. Oggi, ben 60 opere del padre dell’impressionismo, provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi (che nel 2016 ha festeggiato 80 anni di vita) sono esposte fino all’11 febbraio 2018, presso la prestigiosa Ala Brasini all’interno del Complesso del Vittoriano... opere queste conservate nella sua ultima, amatissima, dimora di Giverny e che suo figlio Michel donò al Museo di Parigi… oggi, dicevamo, vivono a Roma in una garbata e spettacolare mostra, sensibilmente ed elegantemente curata da Marianne Mathieu, sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e promossa dall’Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Lazio. Un percorso espositivo incantevolmente ricco delle molteplici sfaccettature dell’evoluzione artistica del grande maestro.
C’è da sottolineare, inoltre, che nel 1958 a causa di un tragico incendio all’interno del Museum of Modern Art di New York, diverse opere vennero gravemente danneggiate e tra queste alcuni dipinti di Monet, oltre ad altri, purtroppo, andati per sempre perduti. Sky Arte HD, con un progetto unico ed estremamente ambizioso, facendo leva sulle più moderne tecnologie, è riuscito a riportare alla luce uno dei capolavori purtroppo distrutti dal rogo, si tratta infatti di Water Lilies (1914-26) esposto nell’ultima sala della mostra in atto… (ciliegina sulla torta!) del Complesso del Vittoriano. Ci troviamo davanti ad una “rimaterializzazione” dell’opera, affidata ad un team di esperti, artisti, tecnici che hanno lavorato alacremente con mezzi digitali e tradizionali che ci hanno potuto restituire una riproduzione fedele ed altamente accurata dell’originale.

“Sono in estasi, Giverny è una terra meravigliosa per me”
Claude Monet
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