Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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L’ultima cena

L'ultima cena è universalmente riconosciuta come la scena biblica più rappresentativa della vita di Gesù prima della Passione. Pensando a questo Sacro evento, il nostro pensiero si concentra sul capolavoro di Leonardo Da Vinci; ma ci sono stati altri artisti nel corso del tempo, dal Rinascimento ai nostri giorni, che hanno realizzato stupende opere d’arte riguardanti il saluto di Gesù ai suoi Discepoli. Non tutte le rappresentazioni risultano di chiara e semplice lettura, alcune sono colme di mistero e lasciano l’osservatore con interrogativi storico-religiosi, mentre altre ci mostrano personaggi e scene di vita ordinaria di non facile interpretazione. Questo convivio ha affascinato tanti artisti che per secoli si sono cimentati nella raffigurazione di 13 persone che cenano intorno ad una tavola; il tutto attraverso l’uso di tecniche diverse pervase da un fascino mistico e da una sete di ricerca. L’ultima cena di Leonardo è la più famosa opera rappresentativa del commiato di Gesù dagli Apostoli.   
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Leonardo percepisce la necessità di raggiungere una naturale e totale compenetrazione tra lo spazio dipinto e quello reale che costituisce, non a caso, una delle prerogative salienti delle imprese milanesi dell’artista nel campo della pittura murale. Nell’Ultima Cena la concezione del dipinto è concepita dall’ambientazione della scena entro una vasta sala che si propone come una prosecuzione dello spazio del refettorio. Sul diaframma che separa lo spazio reale da quello dipinto si collocano i protagonisti dell’Ultima Cena, che sembrano “abitare” l’ambiente dipinto mentre sono investiti da una forte luce proveniente da sinistra. Altra intensità luminosa è data dalla tovaglia bianca, imbevuta dalla luce che sopraggiunge dalla finestra del refettorio, che permette a chi osserva di apprezzare il senso chiaroscurale di ogni figura. In primo piano spicca la figura di Cristo, leggermente staccata dalle altre. Con il capo leggermente reclinato e gli occhi socchiusi, Cristo sembra aver appena pronunciato la frase più importante. In epoca contemporanea, lo scrittore Dan Brown autore del romanzo giallo “Il Codice Da Vinci”, fornisce un significato esoterico al dipinto. Secondo questa teoria, il discepolo alla destra di Gesù sarebbe in realtà una donna e precisamente Maria Maddalena; un’ipotesi storicamente priva di alcun fondamento. Leonardo, con il suo genio, crea una scena in movimento intorno alla figura immobile di Gesù. Gli apostoli sono sistemati a gruppi di tre e in ognuno di essi si scorge una diversa reazione alle parole di Cristo. Importante risulta lo svolgimento temporale dell’azione tanto che ogni Apostolo sembra stia parlando al suo vicino. Nell’ultima cena di Salvador Dalì traspare evidentissimo il concetto che nella mente dell’artista vi fosse impresso l’affresco di Leonardo; tuttavia l’autore affronta l’opera in un modo del tutto particolare ed originale. Il suo dipinto appare sospeso tra il Sacro e il profano e rompe le regole tradizionali dell’iconografia classica utilizzando simboli di non facile interpretazione. Il punto di riferimento resta sempre il dipinto di Leonardo Da Vinci, ma Dalì cambia le sembianze di Gesù attribuendogli i lineamenti della propria moglie Gala. Quando l’opera fu esposta per la prima volta, venne censurata e giudicata scandalosa e blasfema dal mondo cattolico.
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La figura di Cristo è attraversata da una luce limpida che proviene dallo stupendo paesaggio posto alle sue spalle: la baia di Port Ligat, ove il pittore trascorreva gran parte dell’anno. Gesù, pur restando seduto sembra immerso nell’acqua, indica ai discepoli che esiste un Dio nell’alto dei cieli, quasi presagendo il prossimo distacco da loro. I dodici Apostoli sono collocati in modo simmetrico intorno al maestro, ma i loro volti non sono visibili e sono ritratti nell’atto della preghiera, conseguentemente risulta impossibile identificare il volto di Giuda. La tavola risulta spoglia, poco imbandita, vi compare un pezzo di pane e un bicchiere di vino. Tutti i discepoli indossano vesti candide. La figura che compare alle spalle di Cristo ha un volto invisibile e simboleggia Dio. Originale l’ambientazione dell’ultima cena di Dalì all’interno di un “dodecaedro”, un riferimento inscindibile per l’autore riguardo il numero 12, il numero degli Apostoli; un richiamo ed un collegamento all’aritmetica cosmologica. Del tutto diversa e per alcuni versi non facilmente leggibile l’ultima cena di Tintoretto, ambientata all’interno di una taverna veneziana negli anni in cui l’artista viveva in Laguna. Compare sulla tavola una torta con delle candeline che ancora oggi sono oggetto di disputa per stabilirne il significato; (la stessa scena è presente nell’ultima cena di Pomponio Amalteo del 1574, opera conservata al castello di Udine). La stupenda opera di Tintoretto mostra diverse interpretazione di luminosità: la prima luce proviene dalla lampada a soffitto che permette di illuminare tutti i personaggi. Compare poi anche una luminosità religiosa rappresentata dall’aureola posta sulle teste degli Apostoli e sul capo di Gesù. Infine compare la luminosità spirituale attraverso figure fatte solo di luce, ideate per conferire alta spiritualità alla scena. Il quadro, perfetto in ogni dettaglio appare come una rappresentazione reale di teatro. Una radicale rivoluzione avviene con Paolo Veronese nell’opera: “Cena a casa di Levi”, un dipinto mai accettato dall’inquisizione, ma giammai modificato da Veronese.
Cena 1
Gesù siede al centro della grande tavola circondato da una moltitudine di uomini, donne, giullari e militari del tutto estranei alla vita degli apostoli. Tutti sembrano disinteressarsi dalla presenza di Gesù a tavola, molti discutono tra loro animatamente e l’ambientazione risulta ricca e si stacca nettamente dalla sobrietà dei precedenti dipinti.
di Francesco Buttarelli
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Le grandi Mostre

E' un gradito ritorno quello del maestro della videoarte contemporanea Bill Viola a Firenze. E' qui, nella capitale del Rinascimento, che l'artista americano ha iniziato negli anni '70 a muovere i primi passi con la videoarte ed è qui che oggi ritorna accolto con un'ampia rassegna di opere che vanno, appunto, da quei mitici anni '70 fino ai giorni nostri. Nella cornice rinascimentale di Palazzo Strozzi, dove sarà presente fino al 23 Luglio 2017, la mostra, intitolata “Bill Viola. Rinascimento elettronico”, vede i lavori del maestro statunitense messe in uno straordinario quanto spaesante dialogo tra antico e contemporaneo con capolavori di grandi maestri del passato, che sono stati fonte di ispirazione per questo artista, segnandone l’evoluzione del linguaggio. Nello specifico i video di Viola sono messi a confronto, oltre che con l’architettura di Palazzo Strozzi, con le opere di cinque maestri del Rinascimento: Pontormo, Andrea di Bartolo, Masolino da Panicale, Paolo Uccello e Lukas Cranach.
I visitatori di questa rassegna sperimenteranno straordinarie esperienze di immersione tra spazio, immagine e suono ideate dal genio creativo di Bill Viola, ripercorrendone in tal modo la carriera, segnata dall’unione tra ricerca tecnologica e riflessione estetica, dalle prime sperimentazioni con il video negli anni '70 fino alle grandi installazioni più recenti concepite per catturare il pubblico attraverso forti esperienze sensoriali.
The Crossing Fire 1996 Piano Nobile
Nato a New York nel 1951, Bill Viola è internazionalmente riconosciuto come uno dei più importanti artisti contemporanei, nonché il maestro incontrastato della videoarte dei giorni nostri. Esplorando spiritualità, esperienza e percezione, Viola indaga l’umanità: persone, corpi, volti sono i protagonisti delle sue opere, caratterizzate da uno stile poetico e fortemente simbolico in cui l’uomo è chiamato a interagire con forze ed energie della natura come l’acqua e il fuoco, la luce e il buio, il ciclo della vita e quello della rinascita. «Sono davvero felice  dichiara l'artista  di recuperare le mie radici italiane e di avere l’occasione di ripagare il mio debito con la città di Firenze attraverso le mie opere. Dopo aver vissuto e lavorato a Firenze negli anni settanta, non avrei mai immaginato di avere l’onore di realizzare una così grande mostra in un’istituzione così importante come Palazzo Strozzi». Creare una mostra di Bill Viola a Palazzo Strozzi, in un percorso espositivo unitario tra Piano Nobile e Strozzina, significa celebrare anche la speciale relazione tra l’artista e la città di Firenze, dove il maestro statunitense ha soggiornato agli inizi della sua carriera; tra il 1974 e il 1976 è stato direttore tecnico di art/tapes/22, straordinario centro di produzione e documentazione del video fondato e diretto da Maria Gloria Bicocchi. Nella capitale toscana Bill Viola è tornato più volte, nel 2013 ha donato il suo Self Portrait, Submerged agli Uffizi, così sottolineando il suo speciale legame e la sua gratitudine per questa città; tale video è il primo ad essere stato collocato nella più ampia ed esaustiva collezione di autoritratti oggi esistente al mondo. La mostra dei lavori di Viola presenti a Palazzo Strozzi trova una sua diretta prosecuzione in altre location di Firenze e della Toscana attraverso importanti collaborazioni con musei e luoghi del territorio dove sono esposte opere dell’artista, esaltando il suo rapporto con la storia e l'arte italiane. In occasione della rassegna Palazzo Strozzi ha inoltre creato un’esclusiva collaborazione con l’Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze. Grazie a uno speciale biglietto congiunto è possibile visitare la mostra di Palazzo Strozzi insieme al Battistero di San Giovanni e al Museo dell’Opera del Duomo.
Surrender 2001 Piano Nobile
Qui sono eccezionalmente esposti i video Observance (2002) e Acceptance (2008): due celebri opere di Bill Viola dedicate ai temi del dolore e della sofferenza esaltando la riflessione sull’umanità e sul senso religioso nel mondo contemporaneo, che sono messe in dialogo con due simboli del museo fiorentino come la Maddalena penitente di Donatello e la Pietà Bandini di Michelangelo. Pioniere della videoarte, nell’arco di una carriera di oltre 40 anni, Bill Viola ha lavorato con un’ampia varietà di media, realizzando opere oggi esposte nei più importanti musei del mondo. Suoi temi di riferimento sono esperienze umane universali come la nascita, la morte, il disvelamento della coscienza, che egli elabora attraverso il confronto con fonti artistiche occidentali e orientali e il riferimento a tradizioni religiose come il buddhismo zen, il sufismo islamico e il misticismo cristiano.
L'evento espositivo è a cura di Arturo Galansino (direttore generale, Fondazione Palazzo Strozzi) e Kira Perov (direttore esecutivo, Bill Viola Studio), ed è stato promosso dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dal Bill Viola Studio con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi e Regione Toscana.
Il catalogo è di Giunti
Bill Viola.
Rinascimento elettronico
Orario mostra
Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00 Giovedì: 10.00-23.00
InfoTel +39 055 2645155
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Prenotazioni Sigma CSC
Dal lunedì al venerdì
9.00-13.00 / 14.00-18.00
Telefono: +39 055 2469600
di Marilena Spataro
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Paule Kelley

Donne: Angeli privi paradiso, diavoli che bruciano i sensi dell’uomo in un infernale vortice di seduzione. Questo rappresentano le inebrianti opere di Paul Kelley, le donne e la loro magica bellezza, la celebrazione del corpo femminile in un immagine che fissa nel tempo tutta la loro dolce imponenza.
Kelley nasce in Nuova Scozia nel 1955, dove in età adulta frequenta i suoi studi accademici presso il Mount Allison University di Sackville, new Brunswick negli anni 1973-1975 .L’Arte non è mai stata parte integrante della sua vita durante l’infanzia, tranne alcuni disegni effettuati in carboncino ed un gruppo di incisioni colorate conservate gelosamente da suo nonno. Nonostante tutto la creatività era un fuoco che lo avrebbe divorato nel tempo.
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“L’Arte è qualcosa che vivo, non qualcosa che faccio. Essere un artista non è un lavoro. Si tratta di uno stile di vita o di una vita. Spero che quello che penso è unico per me”
L’artista canadese vive in Lahave, con sua moglie e la sua famiglia nella casa centenaria di sua proprietà, contornata da amici, da lavori di piccole entità e da uno stile di vita abbastanza tranquillo cullato dalla quiete della natura. Quando non lavora infatti ama fare jogging o andare in kayak. Proprio in questa pace Paul trova l’ispirazione per concedersi all’arte, concentrando la sua attenzione sulla sottile differenza che c’è fra “sensuale bellezza” ed “erotismo sessuale”, elementi fondamentali dell’affascinante mondo femminile. Secondo l’artista anche un immagine può essere sexy e per esserlo deve attrarre principalmente l’occhio per poi arrivare dritta al cuore.
“Ho sempre considerato il mio lavoro come una celebrazione della figura femminile e un ritratto della splendida presenza visiva delle donne nel nostro mondo, oltre che la sua umanità e il suo intelletto. Penso che sia importante per apprezzare la bellezza come fine a se stessa. ..”
 L’Arte diventa così una avvenente ricerca per immortalare questa sensualità, un lavoro d’amore che, come tutte le pitture realistiche, sono il risultato di centinaia di ore di attività che coinvolgono un’attenta ed accurata manipolazione della luce e del colore, della forma e della composizione, per creare un ritratto vivo e seducente. Paul predilige la pittura ad olio, con pennelli di martora, aderendo alla tradizionale monocromia in pittura, non escludendo qualsiasi combinazione di tecniche e l’utilizzo di diversi materiali. La necessità di creare diventa nel tempo parte di lui.
Ogni nuova creazione è una “curva di apprendimento”, raramente basata su formule ed imposizioni. E’ proprio questo per Paul il modo migliore per far si che un’opera incarni tutte le sfumature della sua passione. Qualunque sia il soggetto, dall’ambiente marino ad una giovane donna con i tacchi alti, il risultato è una immagine equilibrata, misteriosa ed invitante…arte sensuale nella sua forma essenziale. Il lavoro di Paul Kelley è realista e figurativo ed i suoi dipinti possono sembrare nitide fotografie. Molte opere sono nate ispirandosi ad ambienti nei pressi della sua casa, soprattutto nei paesaggi e nei ritratti familiari, e con il tempo il colore guadagna una notevole intensità diventando sempre più curato nei dettagli. Sono proprio i dettagli ad arricchire le sue opere, a renderle interessanti e non banali.
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Fra gli artisti contemporanei la sua fama è principalmente legata al web, che è quasi l’unico modo a disposizione per conoscere interamente le sue opere. Nei primi mesi del 1990 ha lasciato una parte di mostre e collaborazioni con gallerie, cominciando a trattare direttamente con i privati. Questo rapporto diretto tra artista e cliente ha richiesto più impegno e tempo, portando Paul ad una maturità artistica e ad un elevato livello di eccellenza. “Radici Sensual”, tenutosi a Toronto nel 2008, ha segnato un ritorno alle mostre dopo quindici anni di assenza. Attualmente è rappresentato da TL Norris Gallery, Greensville, Carolina del Sud; l’Emma Buttler Gallery, San Giovanni, NL.
Kelley è la dimostrazione che l’Arte pùo racchiudere un mondo, dove i sensi sfumano nell’astrazione, dove la bellezza è la vita che scorre fra le curve di una bella donna.
di Valentina D'Ignazi
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“due minuti di arte”

Se ricordiamo il Novecento come il secolo “in bianco e nero” il merito è anche (soprattutto) di Cartier-Bresson che con la sua Leika ha ritratto i momenti più importanti della storia d’Europa rendendo elegante e sensata una realtà che forse non lo era poi così tanto. Non bisogna dimenticare che da quando Cartier-Bresson ha impugnato per la prima volta la macchina fotografica il Novecento è riuscito a dare il peggio di sé, “donando” alla storia l’olocausto, la Guerra Mondiale e la cortina di ferro.
Eppure Cartier-Bresson è riuscito a rendere avvincente e straordinario anche ciò che non siamo abituati a considerare tale, dalle strade bagnate dalla pioggia al volto di una vecchina in un vicolo. Credo che sia merito della sua empatia, un dono che il grande Bresson sfruttava per cogliere l’anima dei suoi soggetti, rubarla e chiuderla in una foto. Che poi è questa la potenza della fotografia: racchiudere l’attimo nel sempre, strappare la giovinezza allo spie-tato scorrere del tempo, cogliere il “momento decisivo” e renderlo arte. Per sem-pre.
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Ma chi era Cartier-Bresson? Lo racconto in due minuti.
1. Henry Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 - L'Isle-su-rla-Sorgue, 2004) è stato uno dei più grandi fotografi di sempre, nessuno come lui è riuscito a cogliere lo spirito del Novecento per renderlo immortale in scatti meravigliosi. Per questo motivo è passato alla storia come “L’occhio del secolo”.  
2. Con le sue foto ha raccontato la Guerra Civile Spagnola, quella cinese, l’occupazione nazista in Francia, l’erezione del muro di Berlino e i funerali di Gandhi. È stato inoltre l’unico fotografo occidentale a cui fu concesso realizzare foto in Unione Sovietica negli anni della Guerra Fredda.
3. Fotoritocco, filtri, complicate elaborazioni al computer: niente di tutto questo. Per Cartier- Bresson la differenza tra una buona fotografia e uno scatto mediocre risiedeva nella capacità di riuscire a cogliere il momento decisivo e renderlo immortale. Il suo libro più importante, non a caso, è intitolato “The decisive moment (1952). Cartier-Bresson non amava accompagnare le sue foto con lunghe dida- scalie, di solito si limitava a indicare luogo e data. “Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi  dichiarò  sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”.
4. Coerente con questa filosofia, Cartier-Bresson nei suoi ritratti non mette i soggetti in posa ma preferisce fotografarli nel quotidiano, mentre sono inseriti nel loro ambiente. Non amava usare l’esposimetro per regolare l’apparecchio, ma il bilan- ciamento tra bianchi e neri conferisce ai suoi scatti un intenso equilibrio dinamico.
5. A Cartier Bresson è legato lo storico brand di macchine fotografiche Leika, che lui considerava “un’estensione del suo stesso occhio”. La prima, una 35 mm con lente 50 mm, la acquistò nel 1932, dopo un viaggio in Costa d’Avorio che lo fece innamorare della fotografia.
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6. Durante la Seconda Guerra Mondiale Cartier-Bresson si arruola nell’esercito francese ma fu fatto prigioniero dai tedeschi. Rimase in un campo di prigionia per trentacinque mesi durante i quali tenta più volte di evadere riuscendoci solo al terzo tentativo. Una volta libero entra nelle fila della Resistenza francese, fotografando la liberazione di Parigi nel 1944.
7. Nel 1947 fonda con i suoi amici fotografi David Seymour (conosciuto nel 1934), Robert Capa, George Rodger e William Vandivert, la Magnum Photos, che diventerà la più grande agenzia fotografica al mondo. Da questo momento comincerà a viaggiare per il mondo, realizzando re-portage fotografici che passeranno alla storia.
8. C’è anche l’Italia nelle foto di Cartier-Bresson, che vi farà tappa più volte tra il 1951 e il 1973. Nel 1962 ad esempio, si reca in Sardegna per un reportage per la rivista Vogue. Farà tappa anche in Basilicata, raccontando nei suoi scatti un mondo arcaico e misterioso, dove le donne hanno il volto rugoso e saggio delle vedove e i bambini giocano scalzi tra i vicoli di tufo dei Sassi di Matera.
9. Oltre che un grande fotografo, Cartier-Bresson è stato anche regista. Ha mosso i primi passi nel mondo del cinema come assistente del regista francese Jean Renoir, figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir. Tra le opere più importanti di Bresson regista c’è “Le Retour”, documentario del 1946 sul ritorno dei rifugiati di guerra francesi.
10. Una delle foto più note di Cartier-Bresson è Hyères, Francia, 1932. Famosi anche i ritratti di personaggi famosi, come Albert Camus, Coco Chanel, Marcel Duchamp, Gandhi, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Richard Nixon, Jean-Paul Sartre ed Igor Stravinsky.
di Marco Lovisco
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“7”

Just call me Lucifer!’ cantano i Rolling Stones in ‘Sympathy for the Devil’, ed anche i Laibach, li conoscete?
Sia il ‘Neue Slowenische Kunst’ (conosciuto anche con l'acronimo NSK) che i ‘Laibach’, membro più conosciuto del collettivo, sono stati oggetto di un certo numero di studi. Il mio vuole partire da una prospettiva artistica legata all’esoterismo, un esoterismo dettato da ritualismo e sapiente utilizzo dei simboli. Impossibile negare un parallelo tra le loro attività e gli elementi essenziali di una manipolazione magica delle masse basato sull'uso selettivo di potenti immagini che provocano deliberatamente forti reazioni emozionali. Dopotutto il Mago non è forse colui che è in grado di controllare e ‘guidare i fantasmi di altri’? Ma, un momento: cosa c’entra una canzone con l’arte figurativa?
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Partiamo dagli inizi: il collettivo artistico ‘Neue Slowenische Kunst (dal tedesco “Nuova Arte Slovena”)’ viene fondato nel 1984 nell’allora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Noto per l’utilizzo di simbologie riprese dai regimi totalitari conditi con la sfacciataggine del Dadaismo e lo stile militaresco della jugo-wave (una sorta di declinazione della new wave, se così possiamo dire), è formato da diverse entità complementari. Dato che in questa sede ci occupiamo primariamente di arti visive voglio evidenziare per primo il gruppo Irwin: fondato a Lubiana nel 1983 conta tra i suoi membri Dusan Mandic, Miran Mohar, Andrej Savski, Roman Uranjek e Borut Vogelnik. Inizialmente chiamato “Rrose Irwin Sélavy”, con una chiara allusione a Marcel Duchamp che lo usava come pseudonimo femminile (eros c’est la vie), diviene poi semplicemente Irwin. Si aggiungono poi il noto gruppo musicale “Laibach” (il nome di Lubiana al tempo dell’occupazione tedesca nazional-socialista), il gruppo teatrale “Gledalisce Sester Scipion Nasice” (poi conosciuto come “Kozmokineticni Kabinet Noordung”) ed il reparto di design “Novi Kolektivizem”. Irwin si palesa nel cosiddetto retro-principle (una sfera dell’arte contemporanea che attinge dai modelli del passato per dare vita ad una visione dialettica dell’arte occidentale presente e futura). Non è uno stile o una tendenza d'arte, ma un principio di pensiero, un modo di comportarsi e di agire. Detta con D’Annunzio suonerebbe come “vivere la vita come un’opera d’arte”. Nei suoi progetti il gruppo Irwin ha approfondito avanguardia e totalitarismo nella storia dell'arte europea, radicalizzandone gli archetipi a livello esoterico.
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Ne consegue il concetto di “retroavantgardismo”: come suggerisce il nome richiama l'attenzione all’indietro (“re- trò”) e contemporaneamen-te in avanti (“avanguardia”). Questa posizione è evidente nel titolo paradossale di una dichiarazione ufficiale del gruppo nel 1987: “Il futuro è il seme del passato”. In sostanza, il retroavantgardismo consiste nell'uso riciclato di vecchi simboli, immagini e idee filosofiche, in particolare quelli utilizzati da governi o da altre istituzioni per raggiungere e mantenere il potere. L’idea della complessità dell'immagine rimane alla base della creazione: per gli artisti un'immagine non è mai neutrale, né appare mai in uno spazio neutro. L’arte di Irwin è complessa e ha un effetto traumatico e provocatorio traendo il suo humus direttamente da grafiche con forti connotazioni politiche e/o artistiche (fasciste, sovietiche, religiose, volkisch). Non esistendo lo spazio neutrale, il lavoro di Irwin diventa sempre più attento alle location stesse, sia negli spettacoli che nelle mostre. La cura delle loro performances diventa così parte dell’opera, come i pezzi stessi ivi rappresentati. All’interno del collettivo NSK Irwin lavora principalmente all’immagine pittorica delle produzioni dei Laibach (dischi, CD, mixed-media) caratterizzandone in maniera inconfondibile l’iconografia: implica poi la manipolazione delle masse attraverso emozioni forti provocate da un sapiente uso di simboli e disegni, atto magico-creativo che si manifesta concretamente nel reale. I maghi più potenti, concepiti in questo modo, sono quelli che catturano con maggior forza l’attenzione delle masse: gli artisti popolari ed i politici. Una volta che la natura della magia è dunque intesa come un metodo di impegno e manipolazione dell'immaginazione umana (piuttosto che come controllo delle forze soprannaturali) le implicazioni che nascono sono interessanti ed inaspettate. Vista sotto questa luce, la magia appare non solo potenzialmente reale, ma acquista anche caratteristiche di qualcosa di piuttosto familiare: il potere della persuasione e del fascino associato ai mass media. I processi intersoggettivi che essa afferma esistere sono alla base della comunicazione del nostro mondo di oggi, siamo tutti massa. E la massa da sempre viene controllata attraverso dei rituali che manipolano la fantasia.
Non possiamo dubitare che la NSK ed i Laibach adottino consapevolmente il ritualismo, basandosi sulla convinzione che il potere del rituale agisca sulla coscienza in modo primordiale e possieda anche una dimensione politica, o meglio, che il potere politico conduca più facilmente al totalitarismo quando viene emanato in modo rituale. E’ in tal modo che provoca profonde reazioni emotive, e non infrequentemente irrazionali. I concerti della band (anche se il termine è riduttivo) sono permeati, addirittura costruiti, in maniera molto simile ad un rituale arcaico, mentre la dialettica testuale ed il contenuto politico visivo della performance suggerisce la somiglianza tra i metodi magici e politici della persuasione.
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Visto sotto questa luce, è a mio avviso innegabile che l’operazione della NSK sia una forma di psicomagia (pensiamo ad Alejandro Jodorowsky), che a sua volta riflette la magia della persuasione politica. L'implicazione di quanto sopra accennato è che esiste un patto, per quanto ben nascosto, tra arte, politica e magia. Ciò significa  che un aspetto importante dello studio dell'esoterismo sta nel suo potenziale contributo alla comprensione e all'interpretazione di aspetti più ampi della realtà sociale, come la natura del potere politico e dell'indottrinamento ideologico, visti in una prospettiva nuova. I riferimenti esoterici sono sottilmente manifesti attraverso una potente iconografia politica, che li cela pur sbattendoli letteralmente in faccia: è un’operazione magico-rituale degna degli antichi sciamani europei, in cui la tribù si riconosceva inconsapevole ma al tempo stesso pienamente cosciente grazie all’appartenenza al clan stesso, vivificata dal sangue degli antenati e dagli animali totemici. In Laibach, e quindi nella NSK, è il cervo a farla letteralmente da “signore”. E’ lui la croce primigenia che si staglia naturalmente contro la modernità del capitale, nella sua purezza selvatica e divina: esotericamente la figura del Cristo è difatti legata al cervo, richiamo della divinità protoceltica Kernunnos, l’Apollo iperboreo. La correlazione tra arte, politica ed esoterismo nel contesto del progetto NSK è un tutt’uno che non può essere scisso, dobbiamo fare un atto di fede (se preferite di comprensione), per convincerci di questo.
E’ evidente che uno sguardo fortemente critico verso il modernismo occidentale contraddistingua sia Irwin che Laibach; il tutto partendo dal presupposto del lavoro collettivo più che da quello individuale. A conferma di ciò, nelle copertine dei dischi non vengono mai citati i nomi dei singoli musicisti. Analogamente, gli artisti-pittori di Irwin non firmano mai individualmente i loro lavori, ma utilizzano un bollo certificato che ha tutta la valenza magica del sigillo, più che del semplice logo aziendale. Questo è un primo indizio di quanto il lavoro magico svenga ‘attivato’ ad ogni produzione riservata al pubblico. La realtà consensuale a loro data in pasto viene smascherata e presentata in una forma elegante ed al tempo stesso inquietante attraverso un processo di riorganizzazione tipico del metodo di trasformazione alchemico: la pri-ma fase del processo è la nigredo associata alla dissoluzione, alla malinconia e all'immaginazione della morte. Nei testi dei Laibach l’intenzione è quella di esplorare la psicologia della massa e la logica della manipolazione attraverso le informazioni contenute nella musica, che corrisponde perfettamente alla definizione della magia come controllo volubile dell'immaginazione umana. La capacità di plasmare le forze di attrazione e di distruzione è infatti quella che viene tradizionalmente assunta dai maghi.
Un metodo artistico efficace, spesso impiegato da NSK, consiste nell'utilizzo di significanti e frammenti di cultura popolare già esistenti e di riorganizzarli in modo da rendere visibili le loro apparentemente nascoste tendenze totalitarie. Questo è un processo che i Laibach stessi definiscono “la questione dell'alchimia”. Il meccanismo che lega immagine e musica è spesso criptico, proprio perché lavora su piani diversi ma complementari: gli occhi vedono qualcosa che accende la speranza dell’albedo, la seconda fase che emerge dalla grafica (ed ecco la copertina di ‘Sympathy for the Devil’ dove campeggia una felice famiglia germanica sigillata dai simboli della NSK). L’inconfondibile voce cavernosa del cantante scandisce le parole al ritmo della nigredo mentre le parole della canzone anelano alla purificazione di chi ascolta. Ecco quindi il passaggio metapolitico (come atto magico di persuasione) dato da una coin- cidenza degli opposti che fonde l'immagine e il testo associati a ciò che normalmente è considerato un ossimoro. NSK e Laibach decostruiscono costantemente le certezze artistiche e politiche rendendole ambigue attraverso il riarrangiamento (remix) e l’interpretazione personale del collettivo. L'alchimia è il metodo con cui le sostanze vengono portate alla perfezione o almeno ad uno stato “superiore” prima di scomporre le loro parti più semplici e poi ricostruirle.
I metodi impiegati da NSK condividono questo approccio, in quanto il loro obiettivo ultimo è ricreare. La pittura, il design, il teatro, la musica concorrono insieme alla creazione non del nuovo uomo, ma degli uomini nuovi come collettività. Come entità biologica terrestre determinata da arte, politica e magia. Esorcismo e rigenerazione sono elementi presenti sin dagli albori (nel brano Vade Retro contenuto nel disco Nova Akropola per esempio). Il recupero di un'anima persa è l'obiettivo tipico della guarigione sciamanica, tornando alla dimensione tribale cui si faceva cenno all’inizio. Come lo è della religione: nell'alchimia cristiana l'albedo consiste nella Resurrezione di Cristo dopo la Passione e il sacrificio sulla croce, simbolo eletto dallo stemma/sigillo del NSK, sinonimo della liberazione dell'anima. In piena analogia con l'obiettivo della magia bianca, anche se traspare ancora una volta come speculare. Nel mondo della NSK l'arte è politica e la politica è magia; una magia dove i simboli si mescolano alle emozioni e dove i sogni generano a loro volta simboli. Nella loro fusione si realizza la Grande Opera. L'obiettivo finale della missione è l'obiettivo (utopico?) della rigenerazione, la rubedo: "Noi siamo gli ingegneri dell'anima umana", cantano i Laibach. Ai nostri sensi l’ardua sentenza.
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Divin “Bestiario”

Reduci dal successo al Circolo degli artisti “Casa di Dante” di Firenze le prestigiose sculture del Maestro Mario Zanoni dedicate all'immaginario dantesco sbarcano a Cossano Belbo (CN) in occasione della 20esima edizione della ormai mitica Sagra degli In. Le opere, in tutto dieci sculture del ciclo dei Divin “Bestiario”, saranno in mostra, il 20 e il 21 Maggio 2017, nella storica Cantina dell'Antico Castello di Cossano Belbo, una location antica e di rara suggestione, resa ancora più suggestiva dall'allestimento della designer piemontese Letizia Rivetti, curatrice, insieme allo scrittore Giordano Berti, dell'evento espositivo. «Tra le mostre di pittura e di foto che arricchiscono la ventesima edizione della Sagra degli IN ho il piacere di presentare questa mostra di scultura di Mario Zanoni con opere dedicate all'immaginario e al fantastico nella Divina Commedia, un autentico gioiello che rappresenta un deciso salto di qualità delle proposte culturali di questa manifestazione e che di certo non mancherà di incontrare il gradimento e l'apprezzamento del pubblico» afferma Giordano Berti.
Caronte. F.to Maila Stolfida sinistra Rapaci Medusa Il Destino. F.to Maila StolfiDaimon cramicaAquila ceramica cangiante
Il Divin "Bestiario". Figure del fantastico animale e dell'immaginario nella Divina Commedia, serie di terrecotte work in progress, realizzate da Mario Zanoni a partire dal 2015 in omaggio al Sommo poeta Dante Alighieri nel 750° anniversario della sua nascita, furono presentate per la prima volta nel Luglio del 2015, quando, nell'incantevole cornice della Rocca medievale di Bagnara di Romagna, si è svolto un articolato evento dantesco, tra l'altro di grande successo, ideato da Marilena Spataro e che ha visto al centro la mostra delle 26 sculture di Zanoni. Questa collezione dell'artista romagnolo, rappresenta, a oggi, un unicum assoluto nell'ambito della scultura contemporanea, ciò sia per quanto riguarda la vastità del ciclo scultoreo da un punto di vista numerico (attualmente oltre 30 sculture) e sia, soprattutto, per l'interpretazione data alle figure dell'immaginario dantesco da Mario Zanoni, un immaginario, che, come sottolinea il critico Alberto Gross nel testo che accompagna il catalogo del Divin “Bestiario”, si caratterizza per una visionarietà alquanto originale di stampo gotico medievale: «Se punto di partenza per questo ultimo ciclo di opere - “Il Divin Bestiario” risulta il mondo della Commedia dantesca e la sua fauna variegata, difforme e deforme, l'artista tende tuttavia a procedere naturalmente per accumulo di suggestioni, stratificazioni e incastri che moltiplicano e riverberano ogni ipotesi di figura. In questo Zanoni può letteralmente definirsi un visionario: l'immagine non viene “veduta” ma “visionata”, tra sensazione e percezione si frappone una virtù oscura che penetra la natura conferendole una brillantezza violenta, uno spirito quasi febbrile, tanto impercettibile e frammentario, quanto mai icastico ed incisivo […] In tale contesto la logica della figurazione, la narrativa dell'immagine cedono il passo ad una più ampia dialettica di carattere non già razionale, quanto intuitivo: Cerbero è sì il cane a tre teste, Caronte è il traghettatore di anime e Medusa ha capelli di aspide e sguardo che pietrifica, ma la loro storia, la loro universale e condivisa mitologia viene trasformata in mitopoiesi, nella ricostruzione e riproposizione di un teatro personalissimo ed individuale. Si tratta di una sorta di soggettivazione dell'oggetto in cui la maschera  pròsopon in greco antico  si riappropria del suo significato archetipico andando a sovrapporsi e a coincidere con la “persona”. Dal punto di vista formale le sculture di Zanoni si producono quasi come delle emersioni dalla tattilità visiva estrema in cui tutto è ascensionale: dalle fiamme che avvolgono Paolo e Francesca alle ali dei grifoni, dalle corna dei fauni ai totem finanche alla rappresentazione stessa della Morte non c'è soluzione di continuità. La materia sembra radunarsi per raggiungere una dimensione superiore, ultraterrena  motivo certamente già presente nel gotico  ma che l'artista stravolge secondo direttive mutevoli, dinamizzando, accelerando un movimento che nella simultaneità sintetica dei punti di vista sia ad un tempo centrifugo e centripeto. L'allusività delle figure integra relazioni complementari cercando sempre l'altro da sé, disponendosi ad accogliere, non ad escludere: è la sperimentazione di una visionarietà incline alla distorsione della natura, alla costruzione di una metaforma che ne supera lo svelamento in una sorta di prometeismo artistico praticato nei termini di una poetica del proliferante. Parafrasando Arthur Danto si tratta di una ipotesi di trasfigurazione delle multiformi potenzialità dell'irreale. Il dettaglio diviene elemento contrastivo assoluto, luogo prediletto di decantazione di accadimenti che si reificano solo se pensati come fantastici, appartenenti ad un altroquando supposto ed ultradimensionato. Mirabile visu, incredibile dictu».
Dal ciclo del Divin “Bestiario” sono nate, in dicembre del 2015, delle sculture piu' piccole, in bronzo dorato e oro  ceramica, modellate in terracotta dallo stesso Zanoni, poi “forgiate”, alcune da artigiani orafi fiorentini, altre, in terracotta ceramizzata con la tecnica del terzo fuoco, dalla prestigiosa bottega Gatti di Faenza, altre ancora in bronzo fuso con l'antico metodo artigiano della cera persa, sono uscite, invece, dalla famosa fonderia Venturi di Bologna. Parte di questa “preziosa” collezione è stata presentata nel mese di luglio del 2016 nei raffinati spazi in stile Liberty del Gran Caffè Giubbe Rosse di Firenze.
Minosse cer oro
Per l'occasione fu presentato un pregiato libro d'artista di Zanoni sull'immaginario dantesco nella Divina Commedia corredato da testi poetici della poetessa Francesca Tuscano. Tale libro, insieme ad alcuni tra i più raffinati esemplari delle opere in bronzo dorato e oro-ceramica, saranno esposti, insieme alle dieci terrecotte del Divin “Bestiario”, alla Sagra degli IN di Cossano Belbo, così arricchendo di ulteriori suggestioni estetico culturali la proposta espositiva della  manifestazione.
Con il ciclo del Divin Bestiario, Mario Zanoni, ha inteso, infatti, iniziare un percorso di “riscrittura” in termini plastici, utilizzando diversi strumenti espressivi, della Divina Commedia attraverso una libera e personalissima interpretazione delle figure dantesche. Pensato come mostra itinerante, il Divin “Bestiario”, nel Gennaio del 2017 arriva, con grande soddisfazione dell'artista romagnolo, a “casa”, ad accogliere le sue opere “dantesche” furono, infatti, i prestigiosi spazi della Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti – “Casa di Dante” di Firenze.
L'iniziativa di Firenze promossa dalla Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti – “Casa di Dante” di Firenze, realtà culturale dal nome tanto prestigioso quanto la fama di fucina artistico-letteraria che da oltre un secolo l'accompagna, con il patrocinio del Comune di Firenze, si rese possibile grazie al contributo della ROB CAR affermata azienda di Lugo di Romagna (RA), che, nella figura del suo titolare, Mario Betti, cultore del poema dantesco e appassionato di arti visive, ha sostenuto l'iniziativa artistica dell'amico e concittadino Mario Zanoni nel suo omaggio al Sommo poeta, da sempre figura amatissima a Ravenna e provincia.
Mario Zanoni, artista attivo fin dagli anni 70, è noto per le sue originalissime reinterpretazioni di antiche mitologie. Tante le esposizioni in Italia e non solo: in Inghilterra, nel 1992 per Tony Macintosh espone terrecotte e bronzi a Tenterden e a Rye, nel Sussex, e nel 1993 alla "Library Gallery" a Eastbourne.
Nel 1993 ha realizzato una serie di opere plasticopittoriche in gesso e cemento che sono state esposte in mostra a New York a una rassegna d’arte per l’UNESCO.
A Ravenna nel 1996 ha realizzato per gli spazi della sede centrale della Cassa di Risparmio di Ravenna l'opera monumentale in bronzo Sol Invictus, a Lugo, nel 2003 ha creato Aleph, opera monumentale in bronzo e acciaio istallata nella sede locale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato.
Divin Bestiario.
Figure del fantastico animale e dell'immaginario nella Divina Commedia
Cantina dell'Antico Castello di Cossano Belbo (CN)
Sabato 20 e Domenica 21 Maggio 2017
ingresso gratuito
Info mostra:
www.prolococossanobelbo.it
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cell. +39 342 1835613
di Marilena Spataro
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Pistoia Dialoghi sull’uomo

Dopo il successo della scorsa edizione con 20.000 presenze, torna dal 26 al 28 maggio Pistoia – Dialoghi sull’uomo (www.dialoghisulluomo.it), il festival di antropologia del contemporaneo promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli.
“La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi” è il tema dell’ottava edizione che richiama la nomina della città toscana a Capitale Italiana della Cultura sul quale si confronteranno importanti pensatori italiani e internazionali.
G. Berengo Gardin Gubbio 1976 Gianni Berengo Gardin Contrasto
Il centro storico di Pistoia, quest’anno sotto i riflettori di tutto il mondo, sarà animato da un ricco palinsesto di incontri, spettacoli, conferenze e dialoghi, rivolti a un pubblico interessato all’approfondimento culturale e alla ricerca di nuovi stimoli per comprendere e decodificare la realtà di oggi.
«Il tema scelto quest’anno si può considerare il punto di partenza degli studi antropologici  spiega Giulia Cogoli la declinazione plurale del concetto di “cultura” rappresenta infatti non solo la principale acquisizione teorica dell’antropologia culturale, ma anche una delle grandi rivoluzioni conoscitive del Novecento. Oggi lo snodo cultura/culture è più che mai importante perché ben al di là dell’antropologia, nella letteratura, nella filosofia, nella scienza, nella musica, nella storia hanno “fatto irruzione” autori provenienti da quelle “culture” che un tempo erano oggetto di studio. Pensiamo all’importanza della letteratura post-coloniale o alla centralità dei dibattiti sul multi culturalismo e sul meticciato culturale».  
In occasione di questa ottava edizione nasce il Premio internazionale Dialoghi sull’uomo, un riconoscimento conferito a una figura che con il proprio pensiero e lavoro abbia testimoniato la centralità del dialogo per lo sviluppo delle relazioni umane e contribuito a migliorare lo scambio interculturale, in Italia e nel mondo. Il premio vuole essere un ideale complemento delle molteplici attività promosse in questi anni dal festival Dialoghi sull’uomo a favore del costante confronto culturale in ogni ambito.
Messina processione della Vara 1966 Gianni Berengo Gardin Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia
Per il quarto anno i Dialoghi ospitano un’esposizione fotografica: Gianni Berengo Gardin realizzerà la mostra “In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana” a cura di Giulia Cogoli, dal 26 maggio al 2 luglio, presso le sale affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia. Una mostra pensata e organizzata appositamente per il festival, con 60 fotografie in diversi formati del maestro della fotografia contemporanea.

Per ulteriori informazioni:    
www.dialoghisulluomo.it
Ufficio stampa Delos Tel. 02.8052151    
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Fang Zhaolin

Considerata oggi una delle figure principali della pittura cinese del XX secolo, capace con la sua pittura di creare un ponte tra l’arte cinese e quella occidentale, l’opera di Fang Zhaolin rispecchia pienamente lo spirito dinamico di un’artista che non smise mai di viaggiare tra Asia, Europa e Stati Uniti, alla ricerca delle proprie radici.
Ed è proprio nel suo instancabile bisogno di conoscere quello che accadeva nel mondo dell’arte fuori dai confini della propria patria che si trova uno dei principali segreti dell’arte di Fang Zhaolin, nata a Wuxi nella provincia dello Jiangsu nel 1914 e scomparsa a Hong Kong nel 2006 all’età di 93 anni.
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Per la prima grande retrospettiva italiana a lei dedicata, patrocinata dalla Regione Lombardia e dal Comune di Milano, il Museo della Permanente di Milano, in collaborazione con il Museo Xuyuan di Pechino, presenta 66 opere su carta di riso che ripercorrono l’intero percorso pittorico dell’artista, erede sì della tradizione artistica cinese, ma capace di contaminarla creando uno stile del tutto riflettente lo spirito moderno del suo tempo.
Curata da Daniel Sluse (direttore della Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) e Jean Toschi Marazzani Visconti, la mostra Fang Zhaolin. Signora del Celeste Impero, aperta al pubblico dal 15 giugno al 10 settembre, diventa così un affascinante racconto spirituale della Cina del XX secolo che guarda al futuro e si confronta con un mondo nuovo, attraverso una pittura delicata, sottile ed elegante.
Fang Zhaolin, madre di otto figli che crescerà da sola per la scomparsa prematura del marito, approfondisce la conoscenza della storia occidentale, del classicismo, del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto. Ciononostante, pur inserendo nelle sue opere elementi e tecniche del modernismo occidentale, è sulla Cina che verte tutta la sua opera. Una Cina dai paesaggi grandiosi, quasi sempre popolata da una vita intensa che anima la sua memoria e scaturisce dai suoi pennelli, ma decisamente con colori, tratti e composizioni nuove.
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Tuttavia l’innovazione di Fang Zhaolin non é solo nella scelta di colori contrastanti, nelle figure geometriche astratte o nelle superfici piatte, ma anche nella capacità di creare un ritmo musicale attraverso pennellate libere, incisive, in costante alternanza fra inchiostri leggeri e spessi: la straordinaria e personalissima capacità di integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura costituisce l’elemento cruciale della cinesità dei dipinti di Fang Zhaolin.
Uno stile calligrafico unico che, da netto e deciso, si trasforma dal 1960 in una evoluzione ispirata all’asprezza e al primitivismo, caratterizzato da linee imprevedibili, leggere e pesanti, bagnate e asciutte. L’intreccio armonico di calligrafia e pittura è stato per Fang Zhaolin lo strumento principale per esplorare l’essenza della tradizione cinese e per esprimere le proprie emozioni.
di Carlos Vìntem
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“Tra&art”

Grande magazzino stile americano? rigattiere? porta portese? No, design.
Il designer o disegnatore di stile, è quello che deve trovare il giusto mezzo tra bellezza e funzionalità e questo mezzo, lo deve trovare sia per cose piccole come uno spillo, sia per cose grandi come un aereo. Il disegnatore può anche essere inventore; partendo da una forma di eleganza, di ergonomicità o di idroninamicità può, magari per serendipità, giungere alla creazione del nuovo oggetto utile che prima non c'era.
Potremmo anche definire il design come il bello messo al servizio dell’utile. Non si scappa e non s’imbroglia, l’oggetto di design deve essere bello e utile allo stesso tempo. Se l’oggetto è bello, ma inutile o poco funzionale, non è design; al massimo è un esperimento, una prova; al peggio è un fallimento.
Ma per parlare di design bisogna farlo con un disegnatore, così ho preso la macchina e sono andato a trovare uno dei più prolifici e longevi designer italiani: Fabio Lenci.
Questo nome non vi dice nulla? e vasca Teuco? Ecco, lui è l'inventore della famosa vasca-ambiente relax della Teuco.
Prima di partire, però, giusto due dati per farvi capire chi andrò a conoscere. Ingegner Fabio Lenci, leva 1935 ad oggi firma più di 700 brevetti, è stato professore di Product Design presso La Sapienza di Roma, alcuni progetti sono stati esposti al Museum of Modern Art di New York, altri a Pachino, Philadelphia e Monaco di Baviera. Con i suoi prodotti ha rappresentato l'Italia al Word Expo del 1988 a Brisbane, Australia. Premiato col Compasso d'Oro alla carriera nel 2016.
Nel 2001 nasce la Lenci Design, laboratorio di progettazione e prototipazione coadiuvate dal valente operato delle figlie Maela e Juna.
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Roma, Eur, primo pomeriggio. Seguo le indicazioni del navigatore pregustando l'arrivo presso uno delle magnifiche architetture del Piacentini. Parlo troppo presto, mi trovo invece in periferia, su una strada scassata, polverosa e piena di buche. Vuoi vedere che come al solito sto navigatore ha sbagliato strada?
–    Scusi, è da queste parti lo studio Lenci?
–    Sì, è laggiù, in fondo a destra.
In fondo a destra? Beh, male che vada troverò un bagno, magari della Teuco ;-)
Invece trovo un cancello al di là del quale un cartello appoggiato ad un muretto.
Suono, si apre, entro. Lenci mi viene incontro sorridente. Mi accompagna a fare un giro nel laboratorio, poi ci sediamo nel suo studio e inizio a tormentarlo di domande.
–    Me medesimo: Secondo lei il design può essere considerata una forma d'arte?
–    Lenci: No, secondo me il designer è un manipolatore di dati. Raccoglie dati dal mercato, dal-le nuove e più recenti tecnologie, dalla sociologia e anche dagli industriali stessi che poi sceglieranno il prodotto finale. Tutto è finalizzato alla realizzazione del giusto prodotto per quello specifico tempo e quella specifica azienda.
–    Me medesimo in persona: Forse una delle differenze tra arte e design sta anche nel fatto che il compito dell'artista sta nel procedere per introspezioni, prendendo la parte di sé per il tutto sociale, nel tentativo di affrancare l'uomo dall’“Insostenibile leggerezza dell'essere” alleggerendolo dalle sovrastrutture psicosociale (dovrebbe), mentre il designer lavora per la realizzazione di un prodotto meramente commerciale.
–    Lenci: Esattamente.
–    Me medesimo sempre me:  Come ha cominciato?
–    Lenci: Ho avuto la fortuna di avere dalla mia un grande pedagogista: mio padre. Da bambino desideravo un carretto e chiesi i soldi a papà. Lui mi disse che se volevo il carretto non dovevo far altro che costruirmelo. Ecco, direi che ho cominciato così, da quel momento non ho più smesso di inventare e costruire.
(Primi anni Ottanta, prototipi di scooter elettrici a tre ruote con postazione di ricarica dedicata).
–    Sempre me: Come si pensa un oggetto?
–    Lenci: Oltre alla raccolta dei dati di cui le dicevo prima, bisogna riuscire ad immaginare cosa sarà utile in futuro. Bisogna avere le antenne sintonizzate sul cosa sarà e cosa servirà.
–    Me: Cosa pensa che manchi oggi, se manca qualcosa?
–    Lenci: La bottega dell'arte. Manca il luogo dove il maestro insegna all'allievo nella condivisione di spazi e tempi, ed è quello che sto cercando di realizzare con i miei studenti dell'Università. L'Università sforna laureati che però non hanno un'idea di azienda, né un'idea del fare. Qui da me i ragazzi cominciano a capire come si fa impresa.
–    Me: Ma c'è la voglia, nei giovani, di provare, sperimentare, azzardare?
–    Lenci: No, purtroppo no. Hanno paura della novità, di fare impresa, di investire e di rischiare.
E' curioso, penso, viviamo davvero in un'epoca in cui tutto è capovolto: la giustizia, il merito, i diritti, i doveri e adesso sentire che il giovane, il nuovo, ha paura delle novità, mentre Lenci, ragazzo del 1935, ancora oggi si lancia in ardite avventure di sperimentazioni e, dopo aver attraversato con la matita e l'ingegno i più svariati campi dell'industria e aver firmato arredi, sanitari, yacht, poltrone, oggi si lancia, il Lenci, in una nuova avventura: la realizzazione di un idrovolante leggero.
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E guarda caso, non una azienda italiana, ma americana ha già mostrato interesse per questo gioiello della tecnologia e del design.
Lenci ed io ci domandiamo quan-do l'Italia tornerà a dare valore ai suoi figli, a riconoscerne i meriti e a tenerseli cari.
Nell'attesa che ciò accada, restiamo ad esposizione delle più esotiche borse internazionali che da noi vengono per fare spesa.
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Alessandro Papetti

La mostra, dal titolo Paesagginterni, presenta una selezione di 50 opere che ripercorrono la sua vicenda artistica degli ultimi due anni.
Dall’8 aprile al 10 giugno 2017, il MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita la mostra Paesagginterni che documenta gli ultimi sviluppi creativi di Alessandro Papetti (Milano, 1958), una tra le voci più interessanti della pittura figurativa italiana.
L’esposizione, curata da Marco Bazzini, organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, presenta 50 opere, tra oli su tela e tecniche miste su carta, tra cui, per la prima volta, il ciclo dei paesaggi. Si tratta di un ulteriore anello di quella infinita ricerca, come testimonia anche il titolo in cui si saldano, a formare un nuovo neologismo, le parole paesaggio e interno che in arte definiscono due diversi generi pittorici. Infatti, le ultime tele che si aprono verso orizzonti dal sapore naturalistico, anche se rappresentano più luoghi mentali che naturali, prendono origine dal bisogno di uscire dal limite fisico e dal perimetro che caratterizza gli ambienti dipinti, protagonisti della serie pittorica precedente.
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Come sottolinea Marco Bazzini: “Più che ritrarre un singolo soggetto, Papetti è oggi interessato a creare delle atmosfere, a gettare lo sguardo verso quel vuoto che soltanto la pittura può colmare perché non sempre quello che è dipinto rappresenta una delle gabbie mentali con cui ci relazioniamo con il mondo. Anzi, con i suoi paesaggi Papetti vuole indagare proprio la possibilità di produrre un pensiero che assomigli al mondo. È per questo che la rappresentazione umana, caratteristica nel tempo di diversi cicli nel cammino artistico di Papetti si pensi ai primi ritratti segnalati da Testori non appare mai in queste tele. Nessun specchio per chi guarda, nessun dramma in cui immedesimarsi”.
La mostra segna anche l’esordio di Papetti nel campo dell’arte plastica. Al MARCA, infatti, sarà esposta per la prima volta una scultura: un nudo femminile in bronzo, posto in dialogo con una tela.
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Catalogo Prearo Editore.
Note biografiche
Alessandro Papetti è nato a Milano nel 1958, dove vive e lavora. Ha esposto i suoi lavori in importanti fiere dell’arte internazionali e collaborato con numerose gallerie in Italia e all’estero.
Dal 1955 al 2000 ha avuto uno studio a Parigi. Tra le sue mostre in spazi pubblici e musei ricordiamo sul tema dell’archeologia industriale la mostra presso i Musei Civici di Villa Manzoni di Lecco nel 1996. Nello stesso anno, La forza dell’immagine, La pittura del realismo in Europa, tenutasi al Martin Gropius Bau di Berlino così come la mostra Sui Generis al PAC di Milano, curata da Alessandro Riva. Tra il 2003 e il 2004 viene invitato a partecipare a numerose rassegne museali come la mostra dedicata a Testori a Palazzo Reale di Milano e la mostra “La ricerca dell’identità” curata da Vittorio Sgarbi ed esposta in diversi spazi pubblici in Italia. Nel 2005 la fondazione Mudima gli dedica una prima retrospettiva dal titolo “Il disagio della pittura”. Nel 2007 nel Musée des Années 30 di Parigi, in una mostra dal titolo “île Seguin” espone una serie di dipinti dedicati agli ex stabilimenti della Renault. Sempre nel 2007 Sgarbi lo invita a partecipare alla mostra di Palazzo Reale di Milano “Arte Italiana”, 1968-2007 Pittura. A settembre 2009, Palazzo Reale di Milano ospita la sua personale “Il ciclo del tempo” curata da Achille Bonito Oliva. Nel 2010, l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo ospita la prima personale dell’artista in Giappone, dal titolo “Spazi Dinamici”. Nello stesso anno, Villa Manin di Codroipo realizza la personale “Occhi e lune” a cura di Marco Goldin, in concomitanza con la retrospettiva dedicata a Edvard Munch. Nel 2011 espone al Padiglione Italia della Biennale d’Arte di Venezia “L’arte non è cosa nostra” a cura di Vittorio Sgarbi e al Padiglione della Repubblica di Cuba. Del 2012 è la sua personale al Museo dell’Architettura di Mosca “Le fabbriche dell’utopia”. Nel 2014 Luca Beatrice cura la mostra a Palazzo Penna di Perugia “La pelle attraverso”. A novembre del 2015 presenta il risultato di una nuova ricerca pittorica a Roma presso l’Istituto Centrale per la Grafica di Palazzo Poli. In catalogo i testi di Massimo Recalcati, Pia Capelli e Fabio Fiorani.
Orari:
Tutti i giorni, 9.30-13.00; 15.30-20.00
Lunedì chiuso
Ingresso: intero: € 4,00; ridotto: € 3,00
Per informazioni:
Tel. 0961.746797; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.museomarca.info
Ufficio stampa
CLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas
Tel. 02 36 755 700
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www.clponline.it
 
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