Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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ECCEZIONI - mostra collettiva alla Galleria Ess&rrE del Porto di Roma

Il 15 aprile 2023 al Porto turistico di Roma, con le imbarcazioni che contornano la proposta culturale, apre i battenti alle ore 17:00 la mostra “ECCEZIONI” con cinque artisti, di cui una scultrice e una fotografa d’eccezione, provenienti da ogni parte d’Italia.
Cinque pregevoli autori dell’ Arte italiana che con i loro lavori faranno da apripista alla primavera culturale negli spazi della Galleria Ess&rrE.

Gli splendidi tramonti del litorale laziale cingeranno la mostra che alza ulteriormente l’asticella del livello artistico grazie proprio a questi meravigliosi lavori che saranno presentati per l’occasione e contestualmente presenteremo, inoltre, il libro “Nelle pieghe dell’anima” di Gabriella Castagna che sarà lieta di autografare ogni singola copia a tutti gli intervenuti.

I cinque pregevoli autori, presenti all’inaugurazione con cui brinderemo insieme sono: Emanuele Biagioni, Margherita Torricelli, Tony Favre, Gaia Maria Galati e Mirella Scotton.

 La mostra ha lo scopo di proporre altri nuovi artisti che non hanno ancora avuto l’occasione di essere presentati negli spazi della Galleria Ess&rrE, che ospita la mostra, ai collezionisti e anche solo i curiosi della stessa, che saranno parte integrante delle scelte mirate e opportunamente fatte da Alessandra Antonelli, curatrice della mostra, e da Fabrizio Sparaci allestitore della medesima con la supervisione di Roberto Sparaci organizzatore degli eventi espositivi.

Insomma un aprile che è partito in grande stile per l’evento internazionale precedente con Wolker Merkle che ha suscitato moltissimo interesse e ora si appresta ad essere il giusto proseguio artistico-culturale cercando di stuzzicare ogni più scettico palato.

Vi aspettiamo per un aperitivo dalle 17:00 alle 20:00 di sabato 15 aprile, con musica live di Dj set Prettycixo e interviste con le telecamere di ZTL Tv curate da Antonello Nazarini.

Insomma la Galleria Ess&rrE continua ad essere un punto di riferimento per gli appassionati d’arte e non solo e garantisce sempre una meravigliosa proposta culturale.

Dal 15 al 28 aprile 2023

Curatori: Alessandra Antonelli e Fabrizio Sparaci

INFO: +39 329 4681684 - +39 392 2289810 - +39 388 6378032

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Orari galleria: Sabato dalle 17 alle 20

Domenica su appuntamento

Dal lunedi al venerdi 10-13 e 16-20

 

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La Galleria Ess&rrE inaugura il 1° aprile alle ore 17:00 la mostra Personale di Volker Merkle.

La meravigliosa location in cui ha sede la galleria fa da giusta cornice alle opere e ai pezzi di arredo scelti per i palati più attenti alle nuove interpretazioni artistiche.

Il sapore internazionale che la Galleria ha iniziato a proporre sta suscitando un notevole interesse e questa sarà la prima di una lunga serie di aperture oltre frontiera per promuovere artisti europei e non solo che hanno voglia di presentare le loro opere al collezionismo italiano.
In questo caso Volker Merkle artista tedesco che vive e lavora in Germania, ha creato le sue opere pittoriche su cemento utilizzando contrasti di colore nati da pigmenti naturali che si fondono con le linee e si aprono all’immaginazione di chi le guarda.

I pezzi unici di arredo sono prodotti esclusivamente con legni pregiati ed inox.

Il suo linguaggio artistico rappresentata totalmente il suo essere. 

Sempre presente nelle ultime Biennali di Venezia, ha esposto a Palazzo Merati, una dimora di Giacomo Casanova, negli Archivi della Chiesetta della Misericordia nel Sestriere del Canareggio, nella Galleria Art Space alla Giudecca, nella Art Manni Galleria del Lido, alla Scoletta Battioro sul Canal Grande e con una personale nello Spazio Oresi a Rialto e ora a Roma alla Galleria Ess&rrE.

Ha partecipato a numerose Mostre a Londra ed a Firenze riscuotendo notevole interesse.

E’ presente in permanenza in una prestigiosa Galleria di Milano nel cuore di Brera ed in numerose collezioni private e presso la Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma.

DjSet Prettycixo accompagnerà la serata con le meravigliose musiche degli anni '80/90

Interviste e riprese da parte di Antonello Nazarini per ZTL TV


La mostra si protrarrà fino al 14 aprile 2023 ed è a cura del Dott. Carlo Francesco Galli e da Rita Calenda.

Direzione artistica: Roberto Sparaci e Alessandra Antonelli - Management: Fabrizio Sparaci.

Vernissage: sabato 1° aprile 2023 ore 17.00, Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma.

Orari di apertura: lun - ven 10.00 – 19-00

                               Sabato 17.00 – 20.00

                               Domenica su appuntamento

INFO: +39 329 4681684 - +39 392 2289810 - +39 388 6378032

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Roma Contemporanea 2023

Sgarbi 4La Acca Edizioni è lieta di comunicare che sono aperte le iscrizioni per "Roma Contemporanea 2023" che si terrà come per lo scorso giugno nelle prestigiose sale di Palazzo della Cancelleria dal 21 al 27 giugno2023, nella sede storica della Cancelleria Apostolica, che ancora oggi accoglie i tribunali della Santa Sede.
Nell 'occasione, con estremo orgoglio, ricordiamo a tutti gli artisti interessati che anche quest'anno il Prof. Vittorio Sgarbi sarà con noi per presentare la mostra il 21 settembre 2023 alle ore 18:00 nella splendida Aula Magna affrescata dal Vasari.
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Per poter partecipare occorre richiedere il bando tramite mail a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e attendere il risultato della selezione che avverrà entro pochissimi giorno dall'invio del materiale richiesto.
Sgarbi 7La giuria sarà composta da: Roberto Sparaci, Fabrizio Sparaci, Giorgio Barassi e Alessandra Antonelli che è anche curatrice dell'evento.
Ogni artista potrà esporre due opere del formato massimo 80x80.


INFO: +39 329 4681684 - 392 2289810 -
388 6378032


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Fuorisalone 2023

Fuorisalone 2023: la natura esplode in ATAVICO,

l’installazione di Madì nelle 5 vie Art+Design

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Il mondo animale è protagonista della collezione di arredi unici presentata dal 17 al 23 aprile presso “Lo Studio” in via San Maurilio 11.
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Milano, marzo 2023 – Ancestrale come il richiamo lontano di una nuova coscienza, primordiale come la vitalità della natura e del suo rinnovato valore simbolico. Con questo impulso l’artista e designer Madì presenta ATAVICO, l’installazione ospitata durante il Fuorisalone 2023 presso “Lo Studio” in via San Maurilio 11, nel circuito delle 5 vie Art+Design. “Lo Studio”, fondato da Beatrice Petriccione di Vada, sin dal 1986 è un punto di riferimento nella zona per l’interior design con tessuti di arredamento e carta da parati, accessori, complementi d'arredo e mobili su misura.

ATAVICO nasce dall’esigenza di riequilibrare il rapporto tra l’uomo e la natura e di definire il design come strumento di libera espressione ma anche di un cambiamento verso una progettazione sostenibile. In ATAVICO la natura riprende i suoi spazi e interagisce con i visitatori tra armonie estetiche e vibrazioni delicate che toccano tutti i sensi.

In questo contesto, la fauna vive attraverso le creazioni di Madì: figure di animali sono protagonisti e emergono da arredi e complementi che fungono loro da cornice. Ciascun pezzo è unico e realizzato a partire da vecchi mobili e oggetti abbandonati, restaurati e decorati a mano con tecniche artigianali, in linea con lo spirito “art craft design” delle 5vie, dove convivono antichi mestieri e creatività contemporanea.


L’amore per gli animali è ispiratore e guida della produzione artistica di Madì. La sua filosofia è racchiusa nella parola OT-TONE:

-       OT come Off Topic, non convenzionale e fuori dagli schemi. Non solo aironi e farfalle. Insetti, piccoli roditori e persino dinosauri, grazie all’armonia delle forme e al gusto estetico di Madì diventano protagonisti di raffinati e originali pezzi d’arte.

-       TONE come colore – quelli brillanti delle resine e delle lacche lucide - ma anche timbro, il suono dell’istinto da ascoltare e seguire.

-       OT-TONE come il materiale d’elezione delle produzioni di Madì. L’ottone è un metallo lucente e riflettente, duttile e malleabile ma inossidabile e insostituibile. È presente sotto forma di lamine lavorate e inserite secondo tecniche antichissime o attraverso dettagli come pomoli, chiavi e curiosi decorazioni tridimensionali.

“ATAVICO mi permette di presentare al pubblico, in un’occasione importante come il Fuorisalone 2023, il mio universo interiore attraverso un progetto creativo emozionante e dal forte valore simbolico” dichiara Madì. “Insieme alle mie opere, ATAVICO rappresenta un viaggio alla riscoperta dell’armonia della natura più istintuale che diventa una nuova visione di arte e di bellezza che guarda al futuro.“

Installazione digitale ATAVICO

Madì ovvero Marella Diomedi nasce ad Albenga (Savona) sotto il segno del Sagittario. Mamma di due ragazzi, è orgogliosa delle sue radici contadine e vive circondata nella natura sin da piccola. Nella sua casa nella campagna incontaminata dell’entroterra ligure ospita numerosi animali ai quali si ispira per le sue creazioni. Con il nome di Madì esprime il suo innato senso estetico e il talento verso le lavorazioni artigianali della materia insieme al gusto per i dettagli ricercati. La sua spiccata curiosità negli anni l’ha portata in giro per il mondo alla ricerca di nuove forme dal mondo animale e vegetale che assecondano il suo estro e la sua fantasia.

www.designbymadi.com

Giuseppe Trentacoste, le mille vite della tela di juta piegata.

Di Giorgio Barassi.

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove,
nella forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi.
(Bruno Munari)

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È ormai chiaro che Giuseppe Trentacoste realizza un tipo di operazione artistica singolare e riconoscibile, poiché gli anni di lavoro tra le tele di juta e il materiale che serve a farle diventare figura, corpo, volto od oggetto sono serviti ad assestare le sue posizioni tra quelle di chi non può definirsi solo artista. Beppe, pochi lo chiamano altrimenti, raduna le sue forze creative attorno alla modellatura di quelle tele che coprono un materiale plastico malleabile, attende che la forma diventi definitiva, estrae il modello in materiale plastico e fissa il risultato con l’aiuto delle resine, dopo aver colorato con attenzione le parti che intende non lasciare alla nudità della juta. Lavoro non facile, certo, ma soprattutto segno di una serie lunga e ripetuta di esperimenti, prove, indagini convincenti e di una coerenza creativa che fa di lui un artista dalla indipendenza certa.
Non gli piacciono gli schemi, la preordinata maniera di concepire un’opera, ma non rifiuta i canoni e si fa volta a volta latore di un messaggio certo che riguarda la società, i personaggi della storia, i grandi artisti, il mondo della fantasia e comunque le vicende che storicamente si sono accavallate nella storia degli uomini. Perciò non è difficile imbattersi in bassorilievi (questo è, ai fatti, il risultato della sua operazione artistica) che prendono le mosse dai versi di Rilke o dal racconto della civiltà del lavoro, come non lo è imbattersi in sue opere figlie della acuta osservazione del fantastico mondo dei bambini, degli animali, dello sport. Sperimentazioni che lo hanno portato, nel 2022, ad insistere su una colorazione fatta di pigmento puro, in polvere, che si adegua alle rozze trame di quei sacchi componendo qualcosa di solio e netto, sia che si tratti di una figura umana o di oggetti-cult come il Maggiolino VW, in ciò rispondendo ai canoni della cultura Pop.
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Non esistono perciò limiti alla elaborazione di temi che in comune hanno il vero corpus delle sue opere, e cioè il sacco di juta, rigorosamente proveniente da lunghi viaggi sull’Oceano. Beppe li sceglie uno ad uno, perché siano il segno di un effimero passaggio di migliaia di chilometri e perché ripropongano le loro scritte originarie, la loro identità che rivive tra pieghe, cuciture, macchie del tempo e la difficoltà di adattare il tutto ad una superficie di legno a cui aderiscono dopo trattamenti non sempre gentili, fatti di forza da artigiano e passione da vero artista.
Trentacoste ha vissuto, nel febbraio del 2022, una sua personale che potremmo definire la prima vera antologica della sua carriera. È accaduto nelle sale dell’Armeria del Castello Ducale di Torremaggiore (FG), e il successo è stato evidente, senza sbavature. Ma conoscendone il carattere volitivo, si è trattato di una tappa importante per continuare ad indagare, porsi obiettivi, sperimentare ed incedere senza soste. È cosi che sono nate le sue reinterpretazioni, raffinate e singolari, delle grandi opere della storia, come quella scena di bottiglie allineate che ripetono gesti e colori della straordinaria Ultima Cena di Leonardo. Una rivisitazione delicata e convincente, proposta in diverse dimensioni, che dà l’idea di cosa e quanto le sue “tele piegate” riescano a significare grazie alle sue manipolazioni accorte. Se si pensa che si tratti di un punto di arrivo, si pensa male. Trentacoste è un ottimista, ma anche un paziente incassatore. Forse perché la sua grande passione, la boxe, gli ha insegnato quel che lui oggi insegna ai giovani: attendere con freddezza e resistenza il tempo per sferrare l’attacco giusto, coordinato e preciso. Ma sempre e costantemente preparati e forti.
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Dunque aspettiamoci altri temi, altre tele piegate, altri colori con nuove sperimentazioni. Il ring dell’arte non pone limiti, soprattutto alla fantasia produttiva che riesca ad appassionare il collezionista quanto il neofita. E infatti Trentacoste ha creato una serie di opere da dedicare al mondo, finora agli esordi, del NFT. Ci ha studiato e si è applicato con attenzione, ed ora dice la sua anche in quelle atmosfere tanto diverse dagli studi di Arte Investimenti, da cui ogni domenica arrivano immagini che riguardano i suoi lavori, durante le trasmissioni di Laboratorio Acca, rubrica che ha scelto dalla prima ora per una diffusione più ampia del suo operato.
Le tele piegate (e colorate, ma anche nude nella loro severità che sa di luoghi lontani) di Beppe Trentacoste sono una certezza, ormai. E il pubblico mostra di interessarsene e di attendere il prossimo passo di questo autorevole artista che non può essere confuso con altro o altri. Ha dato un tono di riconoscibilità al suo lavoro dalle prime battute, e se il sacco di juta evoca altri nomi ed altre atmosfere è solo per la convenzione, a cui non aderiamo, di dover per forza collegare una esperienza artistica a qualcosa o qualcuno.
Di questi ultimi tempi sono le opere che abbiamo chiamato “BeppePop”, perché se esiste una Pop art italiana, questa non può prescindere dalle icone più popolari presso quelli che oggi sono uomini e donne e ieri erano ragazzini. È popolare ciò che di frequente passava davanti ai nostri occhi, e così il vecchio camion Fiat 690, la gloriosa Topolino, la Renaul4 ed altri oggetti-cult sono entrate nella narrazione del Gran Saccàio, con buona pace dell’amato Maggiolino VW.
Per Trentacoste il sacco è il vero protagonista dell’opera, e le cuciture, ad esempio, che appaiono qua e là sono figlie del suo stato d’animo. Quando sono assenti dall’opera, sottolineano la serenità creativa. Se abbondano, la furia ed il cruccio del creare si affacciano maggiormente in opere più sofferte e non meno interessanti. Riassumere il lavoro di Trentacoste in pochi argomenti è fuorviante. Perché nessuno, nemmeno lui, può prevedere i confini in cui includerle. Le corde del ring scompaiono, e lui continua a combattere anche a costo di saltare fuori dal quadrato e proseguire il gesto altrove. Ce lo insegnano le sue installazioni enormi, da cui si affacciano volti diversi di una umanità varia, senza limiti geografici o confini imposti. Per questo Trentacoste è libero di agire nel suo mondo singolare, in ragione di una libertà creativa non condizionabile.
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Vedute sentimentali. La forza leggiadra delle città di Paolo Fedeli.

Di Giorgio Barassi.

La nostra meta non è mai un luogo,
ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.
(Henry Miller)

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Di sicuro l’intensità delle sue vedute nasce da una propensione allo sguardo analitico, che ha radici profonde, territoriali e tecniche: è una fortuna, per i pittori toscani, avere attorno quella bellezza cantata in milioni di parole. Lo è di più quando quella fornitura è inizio di un percorso e poi raggiunge vertici lirici innegabilmente alti, come accade con Paolo Fedeli. Artista di sentimento, prima ancora che di tecnica, inappuntabile, e di ruolo, perché è sempre più raro incappare in chi, come lui, racconta vedute di città moderne con una forza che si affaccia gentilmente da ogni sfumatura e da ogni tinta scelta con cura e dedizione. Una narrazione che invita al fantasticare, lasciando che lo sguardo spazi oltre, in orizzontale ed in verticale, facendoci pensare a come avrebbe proseguito il discorso su una dimensione più grande e come ci avrebbe attratti in quella sapiente miscela di prospettiche contemporanee, fino a rendere secondaria l’individuazione del luogo ritratto.
È infatti chiaro l’intento di Fedeli, che non accetta il limite di ritrarre e rappresentare, ma con le sue accorte diluizioni, con le marcate accentazioni su colori primari ci porta dentro le sue opere come a coinvolgerci nella ricerca del fantastico e dell’immaginario che ben popolano i suoi quadri, anche quando crediamo che si tratti, tout court, di una “veduta”. Anche nelle canoniche interpretazioni della sua bella Toscana o dipingendo Venezia, Fedeli aggiunge e toglie con una abilità naturale: quella di non renderci una cartolina, ma di portarci dentro una atmosfera, un sentire romantico e contemporaneo che ne caratterizza la ricerca. È chiaro che le sue vedute metropolitane sono aggiornamenti del concetto stesso del ritrarre un angolo, una via, un panorama urbano. Le grandi città, spesso algide nella loro natura di palazzoni e vie larghissime, sembrano acquisire una sentimentale forza di espressività affascinante, perdendo i caratteri dello scenario quotidiano e portandoci alla attrazione verso luoghi di solito caotici, pieni di rumori e di vociare sparso.
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Se, nel definire il Vedutismo del Settecento, va ovviamente fatta la differenza tra il “capriccio”, che distorceva la realtà dei luoghi, confondendoci, e la veduta realistica che si limitava a rappresentare il posto, per Fedeli bisognerebbe coniare un termine che qualifichi ulteriormente la sua ricerca. Infatti, a guardare con attenzione il suo ultimo operato, lo spazio immediatamente di fronte a noi è quasi completamente libero dagli ingombri di automobili e figure umane, ci lascia il gusto di immaginarci da soli sotto la pioggia in mezzo ad una Avenue americana e ci permette di goderne l’imponenza senza subire l’opprimente verticalità degli edifici. Ci fa gustare una visione che rimette l’uomo al suo posto di autentico progettista dello spazio, evocando silenzi laddove è impossibile pretenderli, tra il traffico, le insegne luminose e le vetrine colorate. Una visione positiva che è, in realtà, la posizione di partenza degli artisti di sentimento e non dei narratori della contemporaneità. Fedeli costituisce una piacevole eccezione, permettendoci di sentire nelle sue opere, tra le guglie del Duomo di Milano o tra un altissimo lampione di un incrocio nel centro di Los Angeles e l’aria che lo circonda, una folata di vento uguale a quella che avvertiremmo, seduti su un gradino in pietra di una chiesetta, nella sua campagna toscana.
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Per questo, e per una naturale propensione alla pittura silenziosa ed efficace, pare che tutta la sua operazione artistica sottenda una forza determinante e impercettibile insieme, che si percepisce nel tratto deciso delle pennellate, ma mai chiassoso o ridondante. È così anche nelle rare nature morte, collocate su un piano che lascia intravedere uno scenario di case, senza togliere il gusto di un garbato e ponderato dripping in primo piano. Gli scenari delle sue città, specialmente quelli notturni, sistemano tra terra e cielo, tra il selciato e lo svettare dei fabbricati, una distribuzione del colore che rende esattamente l’idea di un equilibrio dei toni, di una accorta spartizione delle luci e delle ombre che, raccontate così, farebbero pensare ad armonie del passato. E invece in Fedeli, per temi e per coerenza descrittiva, si manifesta una contemporaneità ferocemente attuale, uno stare al passo con la vita e tutte le sue sfumature, ivi comprese quelle nevrosi quotidiane che le città distribuiscono a piene mani ogni giorno.
I riflessi delle luci dei fari delle automobili sul selciato, quelli delle vetrine illuminate, quelli delle finestre e della illuminazione urbana formano una scena integrata ed integrante, un tutt’uno col racconto della pittura di Fedeli, e si possono leggere come una visione, sì, ma talmente più grande di quella ritratta, da diventare uno sguardo autentico sul contemporaneo di ognuno di noi. Il fragile uomo, in fondo, è quello che ha progettato e costruito, e quasi viene da chiedersi perché tanta velocità ci sta superando e, a volte ci schiaccia. Nelle vedute contemporanee ed urbane di Fedeli ci si può rifugiare per osservare col giusto distacco quella parte sentimentale che alle città, tutto sommato, rimane ancora.
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Nel Segno dell Musa. Le interviste di Marilena Spataro.

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“Ritratti d’artista” - Maestri del ‘900
Enzo Cucchi
Tra i più noti protagonisti della Transavanguardia, apprezzato a livello internazionale fin dagli anni 80. Artista visionario, che sogna e fa sognare. Senza però dimenticare la necessaria concretezza del vivere, fatta di fatica e lavoro delle mani, come le sue salde radici marchigiane gli hanno insegnato da sempre.

© Courtesy dell’artista Omar Golli e della galleria Zero di Milano
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Qual è, maestro, la poetica di fondo che fa da filo conduttore alla sua arte. E quali i linguaggi artistici e le forme espressive che meglio la rappresentano?

Tra le tante altalene, marciapiedi, rampe che abitano la città suburbana che incorporo, la poetica che mi muove è in fondo la più locale, dove mi sposto nel quotidiano, e dove riconduco il mio passato. La lingua italiana è un canto senza fine. Poeti come Delfini, Rebora, Majakovskj, Campana, Penna, hanno allietato le mie letture. La pittura, il disegno e la scultura sono le forme espressive a cui sono più vicino. Al resto rinuncio.
Come nasce il suo interesse per l'arte e quali i maestri del tempo e del passato che più l'hanno influenzata agli esordi?
I Pittori vanno studiati tutti con attenzione, anche i minori, anche gli scarsi. L’artista deve studiare sempre.
Anche perché l’unica vera selezione che l’arte effettua nel tempo, selezionando se stessa, avviene tramite le opere.
Un disegno seleziona un altro disegno, un quadro seleziona un altro quadro. Così avanza la storia dell’arte.
Più che un interesse la mia è vita. Io non lavoro, vivo. Potete chiederlo a chi mi sta vicino. Non vado mai in vacanza, non parlo altro che di lavoro. Non mi interessa null’altro, oltre ai rapporti umani e sentimentali. Quanto agli artisti del passato, Piero della Francesca per citarne uno, ma bisogna studiarli tutti, dagli esempi più antichi di arte ai più contemporanei, andare in giro per mostre e poter parlare con giovani pittori per me è formativo, quanto guardare un’opera dentro una chiesa, ogni giorno.
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Qual è il suo rapporto con la sua terra di origine. C’è qualche aspetto che abbia inciso ovvero che ricorra nel suo fare artistico?

Il rapporto con le Marche rispecchia anche il mio stato giuridico fiscale. Sono residente a Morro D’Alba, domiciliato a Roma. In quella terra ci sono nato. La linea delle colline la ricordo a memoria. è una terra di contadini, e tra loro sono cresciuto. Da loro ho appreso a fare le cose con le proprie mani (gli arti). Fare affidamento solo su figure necessarie, specialisti, per il resto, è bene sbrigarsi nel lavoro tutto il più possibile da soli. Poi si sta in compagnia, parlando di cosa è accaduto al lavoro, ma in maniera libera dal lavoro. Tutto ha un senso preciso, lo dimentichiamo sovente.
Come coglie oggi il senso della Transavanguardia da cui ha preso le mosse il suo lavoro?
La Transavanguardia fu utilissima per uscire dall’impasse ricolma di ipocrisia a cui si era autocondannata l’arte povera. Le ideologie applicate all’arte, negli anni ‘80, si svelarono come altarini, non vi è nessuna voglia di critica al sistema reale, ma solo alternativa brama di innestarsi in un mercato ricco. Più l’artista era per formativo e installativo e concettuale, facendosi beffe delle vecchie formule (“i quadri da salotto borghese”), più negli anni a seguire, proprio quell’artista così antisistema, divenne baluardo del mercato e dell’arte istituzionale che tanto intendeva criticare. La Transavanguardia, e prendo spunto proprio dagli ammirati detrattori, è stato invece l’ultimo movimento possibile. Il curatore fallimentare di come si muoveva il vecchio mondo. è stata l’ultima corrente artistica prima che il web prendesse il sopravvento su tutto.
La Transavanguardia attraversava tutte le correnti con il citazionismo, il culto della persona, vi erano già tutti gli ingredienti della società odierna, mancava la tecnologia che poi giunse e tutt’ora tutti ci appaga. Precursori nonostante il nostro volere, è così. Eravamo solo un gruppo eterogeneo di ragazzi che sognavano e producevano arte potente. Ognuno con la sua radice differente.
Cosa è rimasto nel mondo dell’arte e nelle sue stesse opere di quella eredità?
Il mondo dell’arte contemporaneo deve tutto alla Transavanguardia. Tanto i tratti lodevoli quanto i più macabri.
Tutto ciò che oggi potete analizzare a livello globale con qualsiasi artista, segue gli stessi schemi che vennero istituzionalizzati proprio negli anni ‘80 (nasce art Basel), proprio con dei giovani scapigliati a cui Bonito Oliva affibbiò il nome di transavanguardisti.
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Da una parte sembra che nell’arte contemporanea si vada affermando, specialmente in Europa, un ritorno a forme espressive più legate alla tradizione e alla figura. Dall’altra, però, molti artisti vengono accusati di muoversi su coordinate individuali, rivolte più alla spettacolarizzazione che a un progetto artistico. Qual è il suo parere?

Siamo in un momento di grande fragilità del tessuto artistico, in quanto parte più sensibile di tutta la società, si può analizzare lo stato di salute di una civiltà ammirandone le arti. Oggi il caos predomina, sistemi enormi si autoorganizzano da soli, e anche l’arte sembra essere messa sotto scacco dalla tecnologia. Ma una delle qualità primarie dell’uomo è saper guizzare via dalle situazioni. Credo che anche questa volta, ci affideremo a una tecnologia considerandola uno strumento di salvezza, senza renderci conto che quella tecnologia ci arrecherà danno, ma a danno fatto sapremo velocemente abbandonare e dimenticare quella data tecnologia e svilupparne un’altra, sulle macerie che siamo soliti produrre attorno a noi. Siamo dei gran distruttori sa? Gli artisti verranno sempre accusati di qualcosa. Fare l’artista, a livello interiore, è un grande dramma, checché se ne dica. Siamo figure protette... individualisti, collettivisti, se si definiscono artisti, sono coraggiosi a prescindere.
Come vive da artista e da uomo la contemporaneità?
Consapevole di essere io la contemporaneità. Consapevolezza che dovremmo avere tutti.
Quale a suo avviso il rapporto che deve intercorrere tra etica ed estetica?
Il rapporto intrinseco tra etica ed estetica è un feedback. L’estetica influisce sull’etica e viceversa, è un equilibrio dinamico costante e simbiotico.
Quanto l’arte influenza la società e viceversa?
Credo che l’arte sia, in maniera del tutto inconsapevole ed inevitabile, la vera testa d’ariete della società umana.Tutto viene mosso dall’arte, le scienze, la moda, i costumi, la politica. Quando l’arte viene influenzata troppo dai tempi che corrono, non è arte di livello eccelso. è ovvio che la produzione artistica venga influenzata dai tempi in cui viene formalizzata: tecnologie a disposizione e politiche (che nascono però entrambe da intuizioni artistiche passate) influenzeranno la produzione dell’opera, ma non la concezione. è un feedback materia spirito. L’idea nasce indipendentemente dalle materie a disposizione? Non ci è dato saperlo. Con le materie e gli attrezzi a disposizione si cercherà di creare l’opera derivata dall’idea. è un movimento continuo di mirabile perfezione, abbastanza indipendente da noi. Il libero arbitrio credo muova al massimo il 30% delle cose. Il resto è purissimo determinismo. L’artista è solo un’antenna un po’ più sintonizzata delle altre. Non ricordo chi disse: “tu sei figlio del tuo tempo, io sono figlio del tempo”.
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Qual è, maestro, la sua previsione sul futuro delle arti figurative, in particolare le più tradizionali quali pittura e scultura, in un mondo globalizzato e in un’era come la nostra, segnata irrimediabilmente dal virtuale e da tecnologie sempre più avanzate e socialmente invasive, seppure spesso di grande utilità?

Il disegno, la scultura e la pittura più che mai assumeranno valore. Più l’epoca va digitalizzandosi, più le prove concrete della mano dell’uomo vengono meno. Le opere svolte con tecniche tradizionali diverranno, lo sono già, come dei fossili di una tecnologia ancora vivente ma non più funzionale. Se tutto presto venisse stampato in 3D? Anche le emozioni ormai vengono ricercate in formule visive, come i video, ben più intrattenenti e interattive di un quadro.
L’effimero diverrà più che mai Necessario in un mondo volto alla massima funzionalità. Si immagini una futura Resi- stenza contro un despota AI fantascientifico, dove come in fahrenheit di Bradbury ogni uomo saprà sempre riprodurre, tramite una matita e un pezzetto di carta, un disegno, un segno, un messaggio indecifrabile alle macchine e alle telecamere che galleggeranno tra di noi come passerotti paranoici. Posso immaginare oasi costosissime che venderanno la possibilità di restare disconnessi… I giri che sa fare l’umana mente sono sempre intricati, difficilmente una civiltà si svilupperà in maniera semplice e prevedibile, come la ricerca del bello. Sempre presente nell’uomo, ha canoni molto variabili nel tempo, intercettarlo non è da tutti.
Artista affermato e di fama internazionale, con una carriera di enorme successo. Enzo Cucchi come si definisce oggi. Quali i suoi progetti futuri. C’è ancora un sogno nel cassetto che desidera si realizzi?
Vivo, e ogni giorno spero, alla stessa maniera. I sogni li espongo dentro le gallerie che mi permettono di farlo: la Galleria Zero… di Milano, la Galleria Giustini-Stagetti di Roma, Balice-Hertling Galerie di Parigi, la Hillsboro Fine art di Dublino e a Galeria Madragoa, di Lisboa.
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte. Quando il vino è buono, pulito e giusto.

di Alberto Gross.
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Si conferma come essenziale appuntamento all’interno del pure vasto e variegato calendario delle nazionali manifestazioni enologiche, dedicato a chi ricerca qualità nel vino senza prescindere da naturalezza ed etica professionale e produttiva: organizzata da Bologna Fiere, sotto la direzione artistica di Slow Food, per il secondo anno consecutivo è ritornata Slow Wine Fair, la fiera che ha riunito oltre settecento produttori da tutta Italia e da più di venti Paesi esteri accomunati dall’unico intendimento di offrire al consumatore un vino “buono, pulito e giusto”. Un virtuoso terzetto di aggettivi che sarebbe desiderabile potere ritrovare costantemente nel nostro calice quotidiano.
Tra i tanti assaggi eccellenti e pregevoli esperienze ne scegliamo uno sulla base sia del capriccio che della preziosa singolarità della degustazione: l'azienda è Sturm, situata a Cormòns e - segnatamente - a Zegla, uno speciale cru di pochi declivi che salgono dal cuore del Collio Friulano fino alla Slovenia. L’impasto territoriale è quello storico della ponca: marne e arenarie stratificate ricche di sali e fossili marini dove le viti crescono al riparo dai venti freddi in un microclima ideale per la migliore maturazione fenolica delle uve.
Il Sauvignon viene vendemmiato in tre epoche differenti a distanza di pochissimi giorni: il primo raccolto preserva le note varietali e vegetali dell'uva, la foglia di pomodoro, il bosso, il sambuco; con il secondo - il più difficile e sfuggente - si acciuffano i sentori agrumati di cedro e pompelmo, mentre il terzo raggiunge la piena maturità della frutta gialla, pesca e mango su tutte. Il risultato è un palato fresco e profumatissimo che non cede un centimetro della propria solidità sapida ma blandisce con un sorso goloso, teso e mai ripetitivo.
Tre passaggi di tempo come “Le tre età della donna” di Gustav Klimt, dove la calma priva di lentezza è oro prezioso che riluce fulvo e splendente attraverso le carezze dei giorni. Il dramma si appiana e si accomoda, risolvendosi tra le volute allegre del “Pas de trois” della principessa Odette sopra lo specchio fisso e infinito del suo Lago di Cigni.
E abbassate la luce.
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Da Monet a Picasso.

Capolavori della Johannesburg Art Gallery.
Fino al 7 maggio 2023.
Palazzo Barolo - Via delle Orfane 7.
10122 Torino.

A cura di Silvana Gatti.

“Da sempre l’arte rappresenta un mezzo per mettere persone diverse in comunicazione tra loro da un punto di vista culturale. Un ponte che si è mantenuto saldo attraverso relazioni cordiali tra le Nazioni. Un modo per costruire la conoscenza reciproca e offrire prospettive positive per la ricchezza e la varietà dei diversi popoli del mondo. Questa mostra non fa eccezione: è un modo per il Sudafrica - e in particolare per la città di Johannesburg - di mettersi in comunicazione con altre città del mondo attraverso questa prestigiosa collezione d’arte”
Vuyisile Mshudulu - Direttore Arti, Culture e Tradizioni Città di Johannesburg
1 Gustave Courbet La scogliera a Étretat 1869 olio su tela Johannesburg Art Gallery










Gustave Courbet
“La scogliera a Étretat” - 1869 - Olio su tela,
©Johannesburg Art Gallery


A Torino, nella prestigiosa sede di Palazzo Barolo, una mostra dal titolo trainante annovera sessantatré opere della collezione Johannesburg per un viaggio nella storia dell’arte internazionale. Aperta al pubblico nel 1910, la Johannesburg Art Gallery è tra i principali musei d’arte del continente africano e vanta una collezione di altissima qualità. Protagonista della raccolta della collezione fu Dorothea Sarah Florence Alexandra Ortlepp Phillips, meglio nota come Lady Florence Phillips, moglie del magnate dell’industria mineraria Sir Lionel Phillips. Hugh Lane, esperto d’arte e mercante anglo-irlandese, appassionato mecenate, la aiutò nell’impresa, suggerendole diverse acquisizioni. Lady Florence è stata anche una forte sostenitrice degli artisti del Sud Africa, e sognava di trasformare un centro minerario, cresciuto grazie alla ricchezza dei suoi giacimenti, in una città con un museo che non fosse solo un luogo in cui esporre le opere d’arte, ma uno spazio dove fare e promuovere cultura per i cittadini; un riferimento per tutti, non solo per gli appassionati d’arte. L’obiettivo di lungo termine era quello di preparare la strada per la crescita di una Scuola d’Arte Sudafricana, incentivando gli artisti locali, per una crescita culturale di tutta la popolazione.
La mostra torinese racchiude opere originali provenienti da suddetta collezione, con i maggiori protagonisti della storia dell’arte di tutti i tempi: Monet, Signac, Courbet, Degas, Cézanne, Sisley, Derain, Picasso, Matisse, Rossetti, Modigliani, Bacon, Warhol, Lichtenstein, Kentridge.
3 Paul Cézanne Bagnanti 1898 litografia a colori Johannesburg Art Gallery











Paul Cezanne
“Bagnanti” - 1898 - Litografia a colori
©Johannesburg Art Gallery


Il percorso della mostra comincia con l’arte inglese dell’Ottocento e termina con una selezione di artisti sudafricani. La prima sala ospita un omaggio a Lady Phillips all’età di 46 anni, con un ritratto firmato da Antonio Mancini, artista che all’epoca, grazie a un soggiorno londinese e all’amicizia con John Singer Sargent, era molto conosciuto e lavorava come ritrattista per le dame dell’alta società.
La prima sezione della mostra è dedicata alla scena inglese dell’Ottocento, molto presente nella collezione del museo non solo per il lo stretto legame della società che ha dato vita alla Art Gallery con gli ambienti britannici, ma anche perché alcune donazioni hanno ulteriormente arricchito la collezione con opere vittoriane e preraffaellite. Presenti in questa sezione opere di piccole dimensioni del grande protagonista del romanticismo britannico Joseph Mallord William Turner, acquerelli raffiguranti paesaggi di ampio respiro. Del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti è molto bello il ritratto “Regina Cordium”, che raffigura Elizabeth Siddal, la modella e pittrice che posò per diversi quadri dipinti dai preraffaelliti. John Everett Millais con l’opera “Cuci cuci!” si allontana invece dai preraffaelliti propendendo verso una pittura accusata di esser scesa ad un livello più commerciale.
4 Claude Monet Primavera 1875 olio su tela Johannesburg Art Gallery









Claude Monet
“Primavera” - 1875 - Olio su tela
©Johannesburg Art Gallery


La seconda sezione ripercorre la scena francese del XIX secolo. Con la scuola di Barbizon il paesaggio cessa di fare da sfondo scenografico a episodi storici o mitologici e diventa un genere artistico autonomo, ben rappresentato da un poetico paesaggio di Corot di piccole dimensioni. Troneggia nella sala uno splendido scorcio delle falesie di Étretat che riflette il fedele realismo di Courbet. Nel 1858 Eugene Boudin nota in un negozio di Le Havre delle piccole caricature eseguite da Monet, e colpito dal suo talento lo invita a dipingere dal vero sulle coste della Normandia. Da questo incontro nasce la futura scuola impressionista. In questa mostra si possono vedere due bellissime marine di Boudin rese con rapide pennellate, che accompagnano il visitatore a proseguire con uno splendido paesaggio agreste di Monet, esposto in una piccolissima saletta dove i visitatori amano fermarsi per fare un selfie.
Presenti anche Guillaumin, Sisley e Degas con le immancabili ballerine, fino alle generazioni del postimpressionismo. Una sezione eterogenea, che documenta pochi decenni di pittura ma con una sorprendente varietà di linguaggi, suggerendo un percorso conosciuto ma sempre interessante, che parte dalle ricerche sul vero dei grandi padri del movimento, prosegue negli anni d’oro dell’impressionismo per arrivare a coloro che si sono spinti oltre, aprendo le porte al XX secolo. Presenti nella sezione, oltre alle personalità cardine di questa epocale svolta - quali Cézanne con le sue bagnanti e Van Gogh – anche artisti come Signac con il suo stile puntinista, Le Sidaner, Vuillard, Bonnard e altri.
La terza sezione è occupata dal nucleo novecentesco del museo, con opere provenienti anche da donazioni in quanto sia Lady Florence Phillips che Hugh Lane mostravano poco interesse verso le avanguardie che attraversavano la scena europea. Tra i protagonisti della scena del primo Novecento troviamo André Derain con le sue Dalie, Picasso con alcune litografie e la Testa d’Arlecchino, Modigliani e Matisse, con le sue donne sensuali, ed un Rossetti, perla della collezione.
5 Edgar Degas Due ballerine 1898 pastello su carta Johannesburg Art Gallery











Edgar Degas
“Due ballerine” - 1898 - Pastello su carta
©Johannesburg Art Gallery



Il percorso prosegue poi nel secondo dopoguerra, con opere di importanti maestri della scena internazionale, tra cui spicca un doloroso ritratto di Francis Bacon e il trittico - omaggio a Beuys - di Andy Warhol.
La sezione finale, emozionante, è dedicata alla scena sudafricana, l’arte del mondo di Lady Phillips, dove di notevole valore sono le tre opere di Kentridge, che parlano delle ingiustizie sociali e della memoria storica sudafricana. Le opere esposte sono firmate da artisti ben rappresentativi di un contesto che da sempre si dibatte tra culture diverse, diviso tra tradizioni locali e influenze europee.
Una mostra da non perdere, da visitare preferibilmente in settimana onde evitare le lunghe code e l’affollamento nelle sale piuttosto piccole di Palazzo Barolo, dove viene gestita l’eredità culturale e operativa dei Marchesi di Barolo e ha sede l’Opera Barolo. Palazzo Barolo è una delle più importanti dimore nobiliari barocche della Città di Torino. Oggi, dopo un’attenta ristrutturazione, è possibile visitare e ammirare il Palazzo, i suoi appartamenti e il patrimonio di opere d’arte. Qui vissero i Marchesi, intrattenendosi regolarmente con Sua Maestà Carlo Alberto, il Conte di Cavour, Massimo d’Azeglio, Silvio Pellico e i nobili dell’epoca.
6 Paul Signac La Rochelle 1912 olio su tela Johannesburg Art Gallery






Paul Signac
“La Rochelle”
1912
Olio su tela
©Johannesburg Art Gallery

La mostra sarà aperta:
Dal Martedì al Venerdì 10:00 - 17:30
Sabato e Domenica 10:00 - 18:30
Lunedì chiuso.
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Riflessioni artistiche poetiche

Orfeo e l’artefice.

Di Roberta Frabetti.

Non aveva mai indugiato nei piaceri della memoria. Le impressioni scivolavano su di lui, momentanee e vivide… conosceva il terrore, ma anche la collera ed il coraggio… A poco a poco il bell’universo lo abbandonò; un’ostinata nebbia gli cancellò le linee della mano, la notte si spopolò di stelle e la terra era insicura sotto i suoi piedi. Tutto si allontanava e si confondeva. Quando si accorse che non poteva più vedere, gridò. Giorni e notti trascorsero sulla disperazione della sua carne, ma una mattina si svegliò, osservò le cose indistinte che gli stavano intorno ed inspiegabilmente sentì, come chi riconosce una musica o una voce, che tutto questo gli era già successo… Allora discese nella sua memoria e gli parve interminabile, e da quella vertigine riuscì ad estrarre il ricordo perduto che brillò… forse perché non lo aveva mai osservato, tranne forse in sogno. Con quale stupore comprese. In questa notte dei suoi occhi mortali in cui stava scendendo, ancora una volta lo attendevano l’amore ed il rischio… Era suo destino cantare e lasciare concavemente ri- sonante nella memoria umana ciò che aveva veduto…” J. L. Borges ritrae un artefice viscerale e visionario: creando il mondo comprime il tempo, aderisce vibrando ai meandri dell’anima.
Il corpo è squassato da riflussi emotivi che sorgono improvvisi come magma, e lo lacerano aprendo in esso peripli vertiginosi. Ma non è caro agli Dei, non ha mai indugiato nei piaceri della memoria.
E così un tiepido, ostinato oblìo cancella come nebbia sinuosa la mappa del destino a lui concesso, la rotta dei suoi giorni: tutto fugge al suo sguardo come spinto da soffio di ninfa e si confonde attratto in lontananza, o forse in profondità.
Giunge al limite, nel buio. E grida, l’artefice, grida l’indistinto, il senza nome: fluttuando grida l’eco di istanti ciechi.
Poi si ferma, ascolta il repentino silenzio: il rischio che tutto, adesso, scompaia. Anche lui stesso. Folate murmuri e ronzio, la paura che ghermisce e trascina dentro il tempo ripiegato, la paura che rende naufraghi, accartocciati, implosi. (Fig. 1)
Sta rinchiuso in sé come intriso di rugiada, alla fine della notte; voci sommesse lo avvolgono e vibrando leggere gli paiono piume, sussurrano schiocchi di canne, sibili e lugubri rombi di tempesta che risuonano nel buio fin quando all’ultimo, all’estremo, è un solitario schianto.
è sospeso, immobile. Si ripete il suo sentore e gli attimi indistinti sono già lame di luce, ne riconosce i suoni, ne respira la vertigine: li vede, li canta. Li traccia nel vuoto.
L’artefice intuisce, d’ improvviso: ogni istante è nostalgia.
E il suo volto muta i tratti.
rif art 2



















Quale divino cenno concede all’artefice nuovo slancio creatore?
Una voce, un canto strano lo cattura: si abbandona al buio, attratto da una forza senza nome che lo rende un grumo, un seme di tempo che al tempo ritorna.
“Il ricordare non escluda i sensi ma li esalti nuovi, come pozzi in cui la luce della luna diviene, nel buio, misura ai giorni.”
è Orfeo a parlare, colui che al buio cercò il volto del suo amore che, debole, rimase ombra. Ma il tempo che tutto attrae, quel seme di infinito che radica nell’anima e la conforma a sé, quel punto luminoso che a tutto è origine, cercava aspetto nell’effimero. Cercava ascolto e chiedeva segni, nuovi orizzonti allo sguardo. Orfeo sapeva.
Orfeo il trace (Fig. 2) che si insinuò nella risonante gola di Rodope come in una scoscesa ferita, discese nel buio di Angeli memori di vita divina e ne riportò all’uomo gli interdetti segni: confluenze di eterno ed effimero, mappature originarie e scandite dai passi ormai lievi della sposa amata che lui guardò, violando il tempo.
L’artefice lo vede, lo ricorda:
“…vagano per quella terra, mute vene d’argento. Il sangue che affluisce agli uomini sorge tra radici e in quel buio sgorga greve come porfido. Vi sono rocce, boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto e quello stagno grande, grigio, cieco che incombe sul suo letto, remoto come cielo. Un manto oscuro, l’uomo snello muto e impaziente, gli occhi tesi in avanti. Il suo passo ingoia il pensiero a grandi morsi, senza masticare...”
E vede l’artefice quelle ali nel buio, dice a sé stesso: “...se anche un Angelo, a un tratto, mi stringesse al suo cuore, la sua essenza più forte mi farebbe morire: perché il Bello non è che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora perché esso, calmo, sdegna distruggerci...”
Orfeo, sguardo che attraversa il labirinto congiungendone gli estremi nella danza, Orfeo che amò Dioniso e come Dioniso visse e morì, Orfeo caro ad Apollo, Orfeo Argonauta che nella fresca luce della luna ascoltò il pianto delle foglie argentate lungo l’Eridano, lo sguardo al fumo greve del carro splendente rovinato a terra.
Orfeo che vinse le Sirene alate (Fig. 3), rubò le melodie d’incanto e le trascrisse in immortali accordi: ecco i nomi, i semi donati all’uomo che chiamano a sé gli esseri.
All’uomo... all’uomo, ripete l’artefice: all’uomo cui spetta trasformarli con nuovi occhi, all’uomo che li guarda tutt’intorno e li vede svaporare come montagne, sprofondare trascinati dal loro futile peso in un baratro senza fine...
“E queste cose - pensa - che vivon di morire, lo sanno che tu le celebri, passano ma ci credono capaci di salvarle, noi che siamo più fugaci di tutto.
Vogliono essere trasformate entro il nostro invisibile cuore, in noi!...”
Lo acceca in quel cielo un bagliore:
“Non dimenticare! In verità noi vivendo moriamo: che sia il vivere morire e il morire, invece, vivere? Ogni anima che avrà visto oggetti veri sarà immune dal dolore sino al tempo seguente, senza danno... Ma se chiude gli occhi al buio, sarà vittima di oblio”.
rif art1





















All’ultimo, all’estremo, un solitario schianto.
Siamo alla fine del 1923, Rainer Maria Rilke ha compiuto la sua ricerca nello spazio interiore del mondo. Affetto da forte depressione, febbri, allucinazioni, spesso gli compare davanti una forma indistinta che aumentava di volume, nutrendosi del suo sangue. La vedeva nei momenti di terrore o di gioia intensa. La vide anche nell’ospedale Salpetriere di Parigi, dove attendeva di essere visitato al Pronto Soccorso. Registra una crisi e vi scorge “un mutamento improvviso o improvvisamente divenuto determinante nella secrezione interna, inibizioni nell’organismo o modificazioni durature o irreversibili. Un urto avvertito fino nel midollo delle ossa.”
Una leucemia mieloide cronica diviene la sua Euridice e lo tiene nel doppio regno tra i vivi e i morti, trasformandolo in figura orfica.
“Esiste veramente il tempo, il Distruttore?
Quando, sul monte immobile, abbatterà la fortezza?
Quando il Demiurgo espugnerà questo cuore che all’infinito appartiene agli Dei? “
Muore il 29 Dicembre 1926, in sanatorio, dopo grandi sofferenze.
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