Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Fuorisalone 2023

Fuorisalone 2023: la natura esplode in ATAVICO,

l’installazione di Madì nelle 5 vie Art+Design

 Logo Madi

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Il mondo animale è protagonista della collezione di arredi unici presentata dal 17 al 23 aprile presso “Lo Studio” in via San Maurilio 11.
Modern room interior mockup psd

Milano, marzo 2023 – Ancestrale come il richiamo lontano di una nuova coscienza, primordiale come la vitalità della natura e del suo rinnovato valore simbolico. Con questo impulso l’artista e designer Madì presenta ATAVICO, l’installazione ospitata durante il Fuorisalone 2023 presso “Lo Studio” in via San Maurilio 11, nel circuito delle 5 vie Art+Design. “Lo Studio”, fondato da Beatrice Petriccione di Vada, sin dal 1986 è un punto di riferimento nella zona per l’interior design con tessuti di arredamento e carta da parati, accessori, complementi d'arredo e mobili su misura.

ATAVICO nasce dall’esigenza di riequilibrare il rapporto tra l’uomo e la natura e di definire il design come strumento di libera espressione ma anche di un cambiamento verso una progettazione sostenibile. In ATAVICO la natura riprende i suoi spazi e interagisce con i visitatori tra armonie estetiche e vibrazioni delicate che toccano tutti i sensi.

In questo contesto, la fauna vive attraverso le creazioni di Madì: figure di animali sono protagonisti e emergono da arredi e complementi che fungono loro da cornice. Ciascun pezzo è unico e realizzato a partire da vecchi mobili e oggetti abbandonati, restaurati e decorati a mano con tecniche artigianali, in linea con lo spirito “art craft design” delle 5vie, dove convivono antichi mestieri e creatività contemporanea.


L’amore per gli animali è ispiratore e guida della produzione artistica di Madì. La sua filosofia è racchiusa nella parola OT-TONE:

-       OT come Off Topic, non convenzionale e fuori dagli schemi. Non solo aironi e farfalle. Insetti, piccoli roditori e persino dinosauri, grazie all’armonia delle forme e al gusto estetico di Madì diventano protagonisti di raffinati e originali pezzi d’arte.

-       TONE come colore – quelli brillanti delle resine e delle lacche lucide - ma anche timbro, il suono dell’istinto da ascoltare e seguire.

-       OT-TONE come il materiale d’elezione delle produzioni di Madì. L’ottone è un metallo lucente e riflettente, duttile e malleabile ma inossidabile e insostituibile. È presente sotto forma di lamine lavorate e inserite secondo tecniche antichissime o attraverso dettagli come pomoli, chiavi e curiosi decorazioni tridimensionali.

“ATAVICO mi permette di presentare al pubblico, in un’occasione importante come il Fuorisalone 2023, il mio universo interiore attraverso un progetto creativo emozionante e dal forte valore simbolico” dichiara Madì. “Insieme alle mie opere, ATAVICO rappresenta un viaggio alla riscoperta dell’armonia della natura più istintuale che diventa una nuova visione di arte e di bellezza che guarda al futuro.“

Installazione digitale ATAVICO

Madì ovvero Marella Diomedi nasce ad Albenga (Savona) sotto il segno del Sagittario. Mamma di due ragazzi, è orgogliosa delle sue radici contadine e vive circondata nella natura sin da piccola. Nella sua casa nella campagna incontaminata dell’entroterra ligure ospita numerosi animali ai quali si ispira per le sue creazioni. Con il nome di Madì esprime il suo innato senso estetico e il talento verso le lavorazioni artigianali della materia insieme al gusto per i dettagli ricercati. La sua spiccata curiosità negli anni l’ha portata in giro per il mondo alla ricerca di nuove forme dal mondo animale e vegetale che assecondano il suo estro e la sua fantasia.

www.designbymadi.com

Giuseppe Trentacoste, le mille vite della tela di juta piegata.

Di Giorgio Barassi.

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove,
nella forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi.
(Bruno Munari)

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È ormai chiaro che Giuseppe Trentacoste realizza un tipo di operazione artistica singolare e riconoscibile, poiché gli anni di lavoro tra le tele di juta e il materiale che serve a farle diventare figura, corpo, volto od oggetto sono serviti ad assestare le sue posizioni tra quelle di chi non può definirsi solo artista. Beppe, pochi lo chiamano altrimenti, raduna le sue forze creative attorno alla modellatura di quelle tele che coprono un materiale plastico malleabile, attende che la forma diventi definitiva, estrae il modello in materiale plastico e fissa il risultato con l’aiuto delle resine, dopo aver colorato con attenzione le parti che intende non lasciare alla nudità della juta. Lavoro non facile, certo, ma soprattutto segno di una serie lunga e ripetuta di esperimenti, prove, indagini convincenti e di una coerenza creativa che fa di lui un artista dalla indipendenza certa.
Non gli piacciono gli schemi, la preordinata maniera di concepire un’opera, ma non rifiuta i canoni e si fa volta a volta latore di un messaggio certo che riguarda la società, i personaggi della storia, i grandi artisti, il mondo della fantasia e comunque le vicende che storicamente si sono accavallate nella storia degli uomini. Perciò non è difficile imbattersi in bassorilievi (questo è, ai fatti, il risultato della sua operazione artistica) che prendono le mosse dai versi di Rilke o dal racconto della civiltà del lavoro, come non lo è imbattersi in sue opere figlie della acuta osservazione del fantastico mondo dei bambini, degli animali, dello sport. Sperimentazioni che lo hanno portato, nel 2022, ad insistere su una colorazione fatta di pigmento puro, in polvere, che si adegua alle rozze trame di quei sacchi componendo qualcosa di solio e netto, sia che si tratti di una figura umana o di oggetti-cult come il Maggiolino VW, in ciò rispondendo ai canoni della cultura Pop.
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Non esistono perciò limiti alla elaborazione di temi che in comune hanno il vero corpus delle sue opere, e cioè il sacco di juta, rigorosamente proveniente da lunghi viaggi sull’Oceano. Beppe li sceglie uno ad uno, perché siano il segno di un effimero passaggio di migliaia di chilometri e perché ripropongano le loro scritte originarie, la loro identità che rivive tra pieghe, cuciture, macchie del tempo e la difficoltà di adattare il tutto ad una superficie di legno a cui aderiscono dopo trattamenti non sempre gentili, fatti di forza da artigiano e passione da vero artista.
Trentacoste ha vissuto, nel febbraio del 2022, una sua personale che potremmo definire la prima vera antologica della sua carriera. È accaduto nelle sale dell’Armeria del Castello Ducale di Torremaggiore (FG), e il successo è stato evidente, senza sbavature. Ma conoscendone il carattere volitivo, si è trattato di una tappa importante per continuare ad indagare, porsi obiettivi, sperimentare ed incedere senza soste. È cosi che sono nate le sue reinterpretazioni, raffinate e singolari, delle grandi opere della storia, come quella scena di bottiglie allineate che ripetono gesti e colori della straordinaria Ultima Cena di Leonardo. Una rivisitazione delicata e convincente, proposta in diverse dimensioni, che dà l’idea di cosa e quanto le sue “tele piegate” riescano a significare grazie alle sue manipolazioni accorte. Se si pensa che si tratti di un punto di arrivo, si pensa male. Trentacoste è un ottimista, ma anche un paziente incassatore. Forse perché la sua grande passione, la boxe, gli ha insegnato quel che lui oggi insegna ai giovani: attendere con freddezza e resistenza il tempo per sferrare l’attacco giusto, coordinato e preciso. Ma sempre e costantemente preparati e forti.
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Dunque aspettiamoci altri temi, altre tele piegate, altri colori con nuove sperimentazioni. Il ring dell’arte non pone limiti, soprattutto alla fantasia produttiva che riesca ad appassionare il collezionista quanto il neofita. E infatti Trentacoste ha creato una serie di opere da dedicare al mondo, finora agli esordi, del NFT. Ci ha studiato e si è applicato con attenzione, ed ora dice la sua anche in quelle atmosfere tanto diverse dagli studi di Arte Investimenti, da cui ogni domenica arrivano immagini che riguardano i suoi lavori, durante le trasmissioni di Laboratorio Acca, rubrica che ha scelto dalla prima ora per una diffusione più ampia del suo operato.
Le tele piegate (e colorate, ma anche nude nella loro severità che sa di luoghi lontani) di Beppe Trentacoste sono una certezza, ormai. E il pubblico mostra di interessarsene e di attendere il prossimo passo di questo autorevole artista che non può essere confuso con altro o altri. Ha dato un tono di riconoscibilità al suo lavoro dalle prime battute, e se il sacco di juta evoca altri nomi ed altre atmosfere è solo per la convenzione, a cui non aderiamo, di dover per forza collegare una esperienza artistica a qualcosa o qualcuno.
Di questi ultimi tempi sono le opere che abbiamo chiamato “BeppePop”, perché se esiste una Pop art italiana, questa non può prescindere dalle icone più popolari presso quelli che oggi sono uomini e donne e ieri erano ragazzini. È popolare ciò che di frequente passava davanti ai nostri occhi, e così il vecchio camion Fiat 690, la gloriosa Topolino, la Renaul4 ed altri oggetti-cult sono entrate nella narrazione del Gran Saccàio, con buona pace dell’amato Maggiolino VW.
Per Trentacoste il sacco è il vero protagonista dell’opera, e le cuciture, ad esempio, che appaiono qua e là sono figlie del suo stato d’animo. Quando sono assenti dall’opera, sottolineano la serenità creativa. Se abbondano, la furia ed il cruccio del creare si affacciano maggiormente in opere più sofferte e non meno interessanti. Riassumere il lavoro di Trentacoste in pochi argomenti è fuorviante. Perché nessuno, nemmeno lui, può prevedere i confini in cui includerle. Le corde del ring scompaiono, e lui continua a combattere anche a costo di saltare fuori dal quadrato e proseguire il gesto altrove. Ce lo insegnano le sue installazioni enormi, da cui si affacciano volti diversi di una umanità varia, senza limiti geografici o confini imposti. Per questo Trentacoste è libero di agire nel suo mondo singolare, in ragione di una libertà creativa non condizionabile.
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Vedute sentimentali. La forza leggiadra delle città di Paolo Fedeli.

Di Giorgio Barassi.

La nostra meta non è mai un luogo,
ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose.
(Henry Miller)

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Di sicuro l’intensità delle sue vedute nasce da una propensione allo sguardo analitico, che ha radici profonde, territoriali e tecniche: è una fortuna, per i pittori toscani, avere attorno quella bellezza cantata in milioni di parole. Lo è di più quando quella fornitura è inizio di un percorso e poi raggiunge vertici lirici innegabilmente alti, come accade con Paolo Fedeli. Artista di sentimento, prima ancora che di tecnica, inappuntabile, e di ruolo, perché è sempre più raro incappare in chi, come lui, racconta vedute di città moderne con una forza che si affaccia gentilmente da ogni sfumatura e da ogni tinta scelta con cura e dedizione. Una narrazione che invita al fantasticare, lasciando che lo sguardo spazi oltre, in orizzontale ed in verticale, facendoci pensare a come avrebbe proseguito il discorso su una dimensione più grande e come ci avrebbe attratti in quella sapiente miscela di prospettiche contemporanee, fino a rendere secondaria l’individuazione del luogo ritratto.
È infatti chiaro l’intento di Fedeli, che non accetta il limite di ritrarre e rappresentare, ma con le sue accorte diluizioni, con le marcate accentazioni su colori primari ci porta dentro le sue opere come a coinvolgerci nella ricerca del fantastico e dell’immaginario che ben popolano i suoi quadri, anche quando crediamo che si tratti, tout court, di una “veduta”. Anche nelle canoniche interpretazioni della sua bella Toscana o dipingendo Venezia, Fedeli aggiunge e toglie con una abilità naturale: quella di non renderci una cartolina, ma di portarci dentro una atmosfera, un sentire romantico e contemporaneo che ne caratterizza la ricerca. È chiaro che le sue vedute metropolitane sono aggiornamenti del concetto stesso del ritrarre un angolo, una via, un panorama urbano. Le grandi città, spesso algide nella loro natura di palazzoni e vie larghissime, sembrano acquisire una sentimentale forza di espressività affascinante, perdendo i caratteri dello scenario quotidiano e portandoci alla attrazione verso luoghi di solito caotici, pieni di rumori e di vociare sparso.
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Se, nel definire il Vedutismo del Settecento, va ovviamente fatta la differenza tra il “capriccio”, che distorceva la realtà dei luoghi, confondendoci, e la veduta realistica che si limitava a rappresentare il posto, per Fedeli bisognerebbe coniare un termine che qualifichi ulteriormente la sua ricerca. Infatti, a guardare con attenzione il suo ultimo operato, lo spazio immediatamente di fronte a noi è quasi completamente libero dagli ingombri di automobili e figure umane, ci lascia il gusto di immaginarci da soli sotto la pioggia in mezzo ad una Avenue americana e ci permette di goderne l’imponenza senza subire l’opprimente verticalità degli edifici. Ci fa gustare una visione che rimette l’uomo al suo posto di autentico progettista dello spazio, evocando silenzi laddove è impossibile pretenderli, tra il traffico, le insegne luminose e le vetrine colorate. Una visione positiva che è, in realtà, la posizione di partenza degli artisti di sentimento e non dei narratori della contemporaneità. Fedeli costituisce una piacevole eccezione, permettendoci di sentire nelle sue opere, tra le guglie del Duomo di Milano o tra un altissimo lampione di un incrocio nel centro di Los Angeles e l’aria che lo circonda, una folata di vento uguale a quella che avvertiremmo, seduti su un gradino in pietra di una chiesetta, nella sua campagna toscana.
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Per questo, e per una naturale propensione alla pittura silenziosa ed efficace, pare che tutta la sua operazione artistica sottenda una forza determinante e impercettibile insieme, che si percepisce nel tratto deciso delle pennellate, ma mai chiassoso o ridondante. È così anche nelle rare nature morte, collocate su un piano che lascia intravedere uno scenario di case, senza togliere il gusto di un garbato e ponderato dripping in primo piano. Gli scenari delle sue città, specialmente quelli notturni, sistemano tra terra e cielo, tra il selciato e lo svettare dei fabbricati, una distribuzione del colore che rende esattamente l’idea di un equilibrio dei toni, di una accorta spartizione delle luci e delle ombre che, raccontate così, farebbero pensare ad armonie del passato. E invece in Fedeli, per temi e per coerenza descrittiva, si manifesta una contemporaneità ferocemente attuale, uno stare al passo con la vita e tutte le sue sfumature, ivi comprese quelle nevrosi quotidiane che le città distribuiscono a piene mani ogni giorno.
I riflessi delle luci dei fari delle automobili sul selciato, quelli delle vetrine illuminate, quelli delle finestre e della illuminazione urbana formano una scena integrata ed integrante, un tutt’uno col racconto della pittura di Fedeli, e si possono leggere come una visione, sì, ma talmente più grande di quella ritratta, da diventare uno sguardo autentico sul contemporaneo di ognuno di noi. Il fragile uomo, in fondo, è quello che ha progettato e costruito, e quasi viene da chiedersi perché tanta velocità ci sta superando e, a volte ci schiaccia. Nelle vedute contemporanee ed urbane di Fedeli ci si può rifugiare per osservare col giusto distacco quella parte sentimentale che alle città, tutto sommato, rimane ancora.
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Nel Segno dell Musa. Le interviste di Marilena Spataro.

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“Ritratti d’artista” - Maestri del ‘900
Enzo Cucchi
Tra i più noti protagonisti della Transavanguardia, apprezzato a livello internazionale fin dagli anni 80. Artista visionario, che sogna e fa sognare. Senza però dimenticare la necessaria concretezza del vivere, fatta di fatica e lavoro delle mani, come le sue salde radici marchigiane gli hanno insegnato da sempre.

© Courtesy dell’artista Omar Golli e della galleria Zero di Milano
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Qual è, maestro, la poetica di fondo che fa da filo conduttore alla sua arte. E quali i linguaggi artistici e le forme espressive che meglio la rappresentano?

Tra le tante altalene, marciapiedi, rampe che abitano la città suburbana che incorporo, la poetica che mi muove è in fondo la più locale, dove mi sposto nel quotidiano, e dove riconduco il mio passato. La lingua italiana è un canto senza fine. Poeti come Delfini, Rebora, Majakovskj, Campana, Penna, hanno allietato le mie letture. La pittura, il disegno e la scultura sono le forme espressive a cui sono più vicino. Al resto rinuncio.
Come nasce il suo interesse per l'arte e quali i maestri del tempo e del passato che più l'hanno influenzata agli esordi?
I Pittori vanno studiati tutti con attenzione, anche i minori, anche gli scarsi. L’artista deve studiare sempre.
Anche perché l’unica vera selezione che l’arte effettua nel tempo, selezionando se stessa, avviene tramite le opere.
Un disegno seleziona un altro disegno, un quadro seleziona un altro quadro. Così avanza la storia dell’arte.
Più che un interesse la mia è vita. Io non lavoro, vivo. Potete chiederlo a chi mi sta vicino. Non vado mai in vacanza, non parlo altro che di lavoro. Non mi interessa null’altro, oltre ai rapporti umani e sentimentali. Quanto agli artisti del passato, Piero della Francesca per citarne uno, ma bisogna studiarli tutti, dagli esempi più antichi di arte ai più contemporanei, andare in giro per mostre e poter parlare con giovani pittori per me è formativo, quanto guardare un’opera dentro una chiesa, ogni giorno.
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Qual è il suo rapporto con la sua terra di origine. C’è qualche aspetto che abbia inciso ovvero che ricorra nel suo fare artistico?

Il rapporto con le Marche rispecchia anche il mio stato giuridico fiscale. Sono residente a Morro D’Alba, domiciliato a Roma. In quella terra ci sono nato. La linea delle colline la ricordo a memoria. è una terra di contadini, e tra loro sono cresciuto. Da loro ho appreso a fare le cose con le proprie mani (gli arti). Fare affidamento solo su figure necessarie, specialisti, per il resto, è bene sbrigarsi nel lavoro tutto il più possibile da soli. Poi si sta in compagnia, parlando di cosa è accaduto al lavoro, ma in maniera libera dal lavoro. Tutto ha un senso preciso, lo dimentichiamo sovente.
Come coglie oggi il senso della Transavanguardia da cui ha preso le mosse il suo lavoro?
La Transavanguardia fu utilissima per uscire dall’impasse ricolma di ipocrisia a cui si era autocondannata l’arte povera. Le ideologie applicate all’arte, negli anni ‘80, si svelarono come altarini, non vi è nessuna voglia di critica al sistema reale, ma solo alternativa brama di innestarsi in un mercato ricco. Più l’artista era per formativo e installativo e concettuale, facendosi beffe delle vecchie formule (“i quadri da salotto borghese”), più negli anni a seguire, proprio quell’artista così antisistema, divenne baluardo del mercato e dell’arte istituzionale che tanto intendeva criticare. La Transavanguardia, e prendo spunto proprio dagli ammirati detrattori, è stato invece l’ultimo movimento possibile. Il curatore fallimentare di come si muoveva il vecchio mondo. è stata l’ultima corrente artistica prima che il web prendesse il sopravvento su tutto.
La Transavanguardia attraversava tutte le correnti con il citazionismo, il culto della persona, vi erano già tutti gli ingredienti della società odierna, mancava la tecnologia che poi giunse e tutt’ora tutti ci appaga. Precursori nonostante il nostro volere, è così. Eravamo solo un gruppo eterogeneo di ragazzi che sognavano e producevano arte potente. Ognuno con la sua radice differente.
Cosa è rimasto nel mondo dell’arte e nelle sue stesse opere di quella eredità?
Il mondo dell’arte contemporaneo deve tutto alla Transavanguardia. Tanto i tratti lodevoli quanto i più macabri.
Tutto ciò che oggi potete analizzare a livello globale con qualsiasi artista, segue gli stessi schemi che vennero istituzionalizzati proprio negli anni ‘80 (nasce art Basel), proprio con dei giovani scapigliati a cui Bonito Oliva affibbiò il nome di transavanguardisti.
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Da una parte sembra che nell’arte contemporanea si vada affermando, specialmente in Europa, un ritorno a forme espressive più legate alla tradizione e alla figura. Dall’altra, però, molti artisti vengono accusati di muoversi su coordinate individuali, rivolte più alla spettacolarizzazione che a un progetto artistico. Qual è il suo parere?

Siamo in un momento di grande fragilità del tessuto artistico, in quanto parte più sensibile di tutta la società, si può analizzare lo stato di salute di una civiltà ammirandone le arti. Oggi il caos predomina, sistemi enormi si autoorganizzano da soli, e anche l’arte sembra essere messa sotto scacco dalla tecnologia. Ma una delle qualità primarie dell’uomo è saper guizzare via dalle situazioni. Credo che anche questa volta, ci affideremo a una tecnologia considerandola uno strumento di salvezza, senza renderci conto che quella tecnologia ci arrecherà danno, ma a danno fatto sapremo velocemente abbandonare e dimenticare quella data tecnologia e svilupparne un’altra, sulle macerie che siamo soliti produrre attorno a noi. Siamo dei gran distruttori sa? Gli artisti verranno sempre accusati di qualcosa. Fare l’artista, a livello interiore, è un grande dramma, checché se ne dica. Siamo figure protette... individualisti, collettivisti, se si definiscono artisti, sono coraggiosi a prescindere.
Come vive da artista e da uomo la contemporaneità?
Consapevole di essere io la contemporaneità. Consapevolezza che dovremmo avere tutti.
Quale a suo avviso il rapporto che deve intercorrere tra etica ed estetica?
Il rapporto intrinseco tra etica ed estetica è un feedback. L’estetica influisce sull’etica e viceversa, è un equilibrio dinamico costante e simbiotico.
Quanto l’arte influenza la società e viceversa?
Credo che l’arte sia, in maniera del tutto inconsapevole ed inevitabile, la vera testa d’ariete della società umana.Tutto viene mosso dall’arte, le scienze, la moda, i costumi, la politica. Quando l’arte viene influenzata troppo dai tempi che corrono, non è arte di livello eccelso. è ovvio che la produzione artistica venga influenzata dai tempi in cui viene formalizzata: tecnologie a disposizione e politiche (che nascono però entrambe da intuizioni artistiche passate) influenzeranno la produzione dell’opera, ma non la concezione. è un feedback materia spirito. L’idea nasce indipendentemente dalle materie a disposizione? Non ci è dato saperlo. Con le materie e gli attrezzi a disposizione si cercherà di creare l’opera derivata dall’idea. è un movimento continuo di mirabile perfezione, abbastanza indipendente da noi. Il libero arbitrio credo muova al massimo il 30% delle cose. Il resto è purissimo determinismo. L’artista è solo un’antenna un po’ più sintonizzata delle altre. Non ricordo chi disse: “tu sei figlio del tuo tempo, io sono figlio del tempo”.
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Qual è, maestro, la sua previsione sul futuro delle arti figurative, in particolare le più tradizionali quali pittura e scultura, in un mondo globalizzato e in un’era come la nostra, segnata irrimediabilmente dal virtuale e da tecnologie sempre più avanzate e socialmente invasive, seppure spesso di grande utilità?

Il disegno, la scultura e la pittura più che mai assumeranno valore. Più l’epoca va digitalizzandosi, più le prove concrete della mano dell’uomo vengono meno. Le opere svolte con tecniche tradizionali diverranno, lo sono già, come dei fossili di una tecnologia ancora vivente ma non più funzionale. Se tutto presto venisse stampato in 3D? Anche le emozioni ormai vengono ricercate in formule visive, come i video, ben più intrattenenti e interattive di un quadro.
L’effimero diverrà più che mai Necessario in un mondo volto alla massima funzionalità. Si immagini una futura Resi- stenza contro un despota AI fantascientifico, dove come in fahrenheit di Bradbury ogni uomo saprà sempre riprodurre, tramite una matita e un pezzetto di carta, un disegno, un segno, un messaggio indecifrabile alle macchine e alle telecamere che galleggeranno tra di noi come passerotti paranoici. Posso immaginare oasi costosissime che venderanno la possibilità di restare disconnessi… I giri che sa fare l’umana mente sono sempre intricati, difficilmente una civiltà si svilupperà in maniera semplice e prevedibile, come la ricerca del bello. Sempre presente nell’uomo, ha canoni molto variabili nel tempo, intercettarlo non è da tutti.
Artista affermato e di fama internazionale, con una carriera di enorme successo. Enzo Cucchi come si definisce oggi. Quali i suoi progetti futuri. C’è ancora un sogno nel cassetto che desidera si realizzi?
Vivo, e ogni giorno spero, alla stessa maniera. I sogni li espongo dentro le gallerie che mi permettono di farlo: la Galleria Zero… di Milano, la Galleria Giustini-Stagetti di Roma, Balice-Hertling Galerie di Parigi, la Hillsboro Fine art di Dublino e a Galeria Madragoa, di Lisboa.
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Les fleurs et les raisins. Trasversali allegagioni d’arte. Quando il vino è buono, pulito e giusto.

di Alberto Gross.
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Si conferma come essenziale appuntamento all’interno del pure vasto e variegato calendario delle nazionali manifestazioni enologiche, dedicato a chi ricerca qualità nel vino senza prescindere da naturalezza ed etica professionale e produttiva: organizzata da Bologna Fiere, sotto la direzione artistica di Slow Food, per il secondo anno consecutivo è ritornata Slow Wine Fair, la fiera che ha riunito oltre settecento produttori da tutta Italia e da più di venti Paesi esteri accomunati dall’unico intendimento di offrire al consumatore un vino “buono, pulito e giusto”. Un virtuoso terzetto di aggettivi che sarebbe desiderabile potere ritrovare costantemente nel nostro calice quotidiano.
Tra i tanti assaggi eccellenti e pregevoli esperienze ne scegliamo uno sulla base sia del capriccio che della preziosa singolarità della degustazione: l'azienda è Sturm, situata a Cormòns e - segnatamente - a Zegla, uno speciale cru di pochi declivi che salgono dal cuore del Collio Friulano fino alla Slovenia. L’impasto territoriale è quello storico della ponca: marne e arenarie stratificate ricche di sali e fossili marini dove le viti crescono al riparo dai venti freddi in un microclima ideale per la migliore maturazione fenolica delle uve.
Il Sauvignon viene vendemmiato in tre epoche differenti a distanza di pochissimi giorni: il primo raccolto preserva le note varietali e vegetali dell'uva, la foglia di pomodoro, il bosso, il sambuco; con il secondo - il più difficile e sfuggente - si acciuffano i sentori agrumati di cedro e pompelmo, mentre il terzo raggiunge la piena maturità della frutta gialla, pesca e mango su tutte. Il risultato è un palato fresco e profumatissimo che non cede un centimetro della propria solidità sapida ma blandisce con un sorso goloso, teso e mai ripetitivo.
Tre passaggi di tempo come “Le tre età della donna” di Gustav Klimt, dove la calma priva di lentezza è oro prezioso che riluce fulvo e splendente attraverso le carezze dei giorni. Il dramma si appiana e si accomoda, risolvendosi tra le volute allegre del “Pas de trois” della principessa Odette sopra lo specchio fisso e infinito del suo Lago di Cigni.
E abbassate la luce.
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Da Monet a Picasso.

Capolavori della Johannesburg Art Gallery.
Fino al 7 maggio 2023.
Palazzo Barolo - Via delle Orfane 7.
10122 Torino.

A cura di Silvana Gatti.

“Da sempre l’arte rappresenta un mezzo per mettere persone diverse in comunicazione tra loro da un punto di vista culturale. Un ponte che si è mantenuto saldo attraverso relazioni cordiali tra le Nazioni. Un modo per costruire la conoscenza reciproca e offrire prospettive positive per la ricchezza e la varietà dei diversi popoli del mondo. Questa mostra non fa eccezione: è un modo per il Sudafrica - e in particolare per la città di Johannesburg - di mettersi in comunicazione con altre città del mondo attraverso questa prestigiosa collezione d’arte”
Vuyisile Mshudulu - Direttore Arti, Culture e Tradizioni Città di Johannesburg
1 Gustave Courbet La scogliera a Étretat 1869 olio su tela Johannesburg Art Gallery










Gustave Courbet
“La scogliera a Étretat” - 1869 - Olio su tela,
©Johannesburg Art Gallery


A Torino, nella prestigiosa sede di Palazzo Barolo, una mostra dal titolo trainante annovera sessantatré opere della collezione Johannesburg per un viaggio nella storia dell’arte internazionale. Aperta al pubblico nel 1910, la Johannesburg Art Gallery è tra i principali musei d’arte del continente africano e vanta una collezione di altissima qualità. Protagonista della raccolta della collezione fu Dorothea Sarah Florence Alexandra Ortlepp Phillips, meglio nota come Lady Florence Phillips, moglie del magnate dell’industria mineraria Sir Lionel Phillips. Hugh Lane, esperto d’arte e mercante anglo-irlandese, appassionato mecenate, la aiutò nell’impresa, suggerendole diverse acquisizioni. Lady Florence è stata anche una forte sostenitrice degli artisti del Sud Africa, e sognava di trasformare un centro minerario, cresciuto grazie alla ricchezza dei suoi giacimenti, in una città con un museo che non fosse solo un luogo in cui esporre le opere d’arte, ma uno spazio dove fare e promuovere cultura per i cittadini; un riferimento per tutti, non solo per gli appassionati d’arte. L’obiettivo di lungo termine era quello di preparare la strada per la crescita di una Scuola d’Arte Sudafricana, incentivando gli artisti locali, per una crescita culturale di tutta la popolazione.
La mostra torinese racchiude opere originali provenienti da suddetta collezione, con i maggiori protagonisti della storia dell’arte di tutti i tempi: Monet, Signac, Courbet, Degas, Cézanne, Sisley, Derain, Picasso, Matisse, Rossetti, Modigliani, Bacon, Warhol, Lichtenstein, Kentridge.
3 Paul Cézanne Bagnanti 1898 litografia a colori Johannesburg Art Gallery











Paul Cezanne
“Bagnanti” - 1898 - Litografia a colori
©Johannesburg Art Gallery


Il percorso della mostra comincia con l’arte inglese dell’Ottocento e termina con una selezione di artisti sudafricani. La prima sala ospita un omaggio a Lady Phillips all’età di 46 anni, con un ritratto firmato da Antonio Mancini, artista che all’epoca, grazie a un soggiorno londinese e all’amicizia con John Singer Sargent, era molto conosciuto e lavorava come ritrattista per le dame dell’alta società.
La prima sezione della mostra è dedicata alla scena inglese dell’Ottocento, molto presente nella collezione del museo non solo per il lo stretto legame della società che ha dato vita alla Art Gallery con gli ambienti britannici, ma anche perché alcune donazioni hanno ulteriormente arricchito la collezione con opere vittoriane e preraffaellite. Presenti in questa sezione opere di piccole dimensioni del grande protagonista del romanticismo britannico Joseph Mallord William Turner, acquerelli raffiguranti paesaggi di ampio respiro. Del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti è molto bello il ritratto “Regina Cordium”, che raffigura Elizabeth Siddal, la modella e pittrice che posò per diversi quadri dipinti dai preraffaelliti. John Everett Millais con l’opera “Cuci cuci!” si allontana invece dai preraffaelliti propendendo verso una pittura accusata di esser scesa ad un livello più commerciale.
4 Claude Monet Primavera 1875 olio su tela Johannesburg Art Gallery









Claude Monet
“Primavera” - 1875 - Olio su tela
©Johannesburg Art Gallery


La seconda sezione ripercorre la scena francese del XIX secolo. Con la scuola di Barbizon il paesaggio cessa di fare da sfondo scenografico a episodi storici o mitologici e diventa un genere artistico autonomo, ben rappresentato da un poetico paesaggio di Corot di piccole dimensioni. Troneggia nella sala uno splendido scorcio delle falesie di Étretat che riflette il fedele realismo di Courbet. Nel 1858 Eugene Boudin nota in un negozio di Le Havre delle piccole caricature eseguite da Monet, e colpito dal suo talento lo invita a dipingere dal vero sulle coste della Normandia. Da questo incontro nasce la futura scuola impressionista. In questa mostra si possono vedere due bellissime marine di Boudin rese con rapide pennellate, che accompagnano il visitatore a proseguire con uno splendido paesaggio agreste di Monet, esposto in una piccolissima saletta dove i visitatori amano fermarsi per fare un selfie.
Presenti anche Guillaumin, Sisley e Degas con le immancabili ballerine, fino alle generazioni del postimpressionismo. Una sezione eterogenea, che documenta pochi decenni di pittura ma con una sorprendente varietà di linguaggi, suggerendo un percorso conosciuto ma sempre interessante, che parte dalle ricerche sul vero dei grandi padri del movimento, prosegue negli anni d’oro dell’impressionismo per arrivare a coloro che si sono spinti oltre, aprendo le porte al XX secolo. Presenti nella sezione, oltre alle personalità cardine di questa epocale svolta - quali Cézanne con le sue bagnanti e Van Gogh – anche artisti come Signac con il suo stile puntinista, Le Sidaner, Vuillard, Bonnard e altri.
La terza sezione è occupata dal nucleo novecentesco del museo, con opere provenienti anche da donazioni in quanto sia Lady Florence Phillips che Hugh Lane mostravano poco interesse verso le avanguardie che attraversavano la scena europea. Tra i protagonisti della scena del primo Novecento troviamo André Derain con le sue Dalie, Picasso con alcune litografie e la Testa d’Arlecchino, Modigliani e Matisse, con le sue donne sensuali, ed un Rossetti, perla della collezione.
5 Edgar Degas Due ballerine 1898 pastello su carta Johannesburg Art Gallery











Edgar Degas
“Due ballerine” - 1898 - Pastello su carta
©Johannesburg Art Gallery



Il percorso prosegue poi nel secondo dopoguerra, con opere di importanti maestri della scena internazionale, tra cui spicca un doloroso ritratto di Francis Bacon e il trittico - omaggio a Beuys - di Andy Warhol.
La sezione finale, emozionante, è dedicata alla scena sudafricana, l’arte del mondo di Lady Phillips, dove di notevole valore sono le tre opere di Kentridge, che parlano delle ingiustizie sociali e della memoria storica sudafricana. Le opere esposte sono firmate da artisti ben rappresentativi di un contesto che da sempre si dibatte tra culture diverse, diviso tra tradizioni locali e influenze europee.
Una mostra da non perdere, da visitare preferibilmente in settimana onde evitare le lunghe code e l’affollamento nelle sale piuttosto piccole di Palazzo Barolo, dove viene gestita l’eredità culturale e operativa dei Marchesi di Barolo e ha sede l’Opera Barolo. Palazzo Barolo è una delle più importanti dimore nobiliari barocche della Città di Torino. Oggi, dopo un’attenta ristrutturazione, è possibile visitare e ammirare il Palazzo, i suoi appartamenti e il patrimonio di opere d’arte. Qui vissero i Marchesi, intrattenendosi regolarmente con Sua Maestà Carlo Alberto, il Conte di Cavour, Massimo d’Azeglio, Silvio Pellico e i nobili dell’epoca.
6 Paul Signac La Rochelle 1912 olio su tela Johannesburg Art Gallery






Paul Signac
“La Rochelle”
1912
Olio su tela
©Johannesburg Art Gallery

La mostra sarà aperta:
Dal Martedì al Venerdì 10:00 - 17:30
Sabato e Domenica 10:00 - 18:30
Lunedì chiuso.
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Riflessioni artistiche poetiche

Orfeo e l’artefice.

Di Roberta Frabetti.

Non aveva mai indugiato nei piaceri della memoria. Le impressioni scivolavano su di lui, momentanee e vivide… conosceva il terrore, ma anche la collera ed il coraggio… A poco a poco il bell’universo lo abbandonò; un’ostinata nebbia gli cancellò le linee della mano, la notte si spopolò di stelle e la terra era insicura sotto i suoi piedi. Tutto si allontanava e si confondeva. Quando si accorse che non poteva più vedere, gridò. Giorni e notti trascorsero sulla disperazione della sua carne, ma una mattina si svegliò, osservò le cose indistinte che gli stavano intorno ed inspiegabilmente sentì, come chi riconosce una musica o una voce, che tutto questo gli era già successo… Allora discese nella sua memoria e gli parve interminabile, e da quella vertigine riuscì ad estrarre il ricordo perduto che brillò… forse perché non lo aveva mai osservato, tranne forse in sogno. Con quale stupore comprese. In questa notte dei suoi occhi mortali in cui stava scendendo, ancora una volta lo attendevano l’amore ed il rischio… Era suo destino cantare e lasciare concavemente ri- sonante nella memoria umana ciò che aveva veduto…” J. L. Borges ritrae un artefice viscerale e visionario: creando il mondo comprime il tempo, aderisce vibrando ai meandri dell’anima.
Il corpo è squassato da riflussi emotivi che sorgono improvvisi come magma, e lo lacerano aprendo in esso peripli vertiginosi. Ma non è caro agli Dei, non ha mai indugiato nei piaceri della memoria.
E così un tiepido, ostinato oblìo cancella come nebbia sinuosa la mappa del destino a lui concesso, la rotta dei suoi giorni: tutto fugge al suo sguardo come spinto da soffio di ninfa e si confonde attratto in lontananza, o forse in profondità.
Giunge al limite, nel buio. E grida, l’artefice, grida l’indistinto, il senza nome: fluttuando grida l’eco di istanti ciechi.
Poi si ferma, ascolta il repentino silenzio: il rischio che tutto, adesso, scompaia. Anche lui stesso. Folate murmuri e ronzio, la paura che ghermisce e trascina dentro il tempo ripiegato, la paura che rende naufraghi, accartocciati, implosi. (Fig. 1)
Sta rinchiuso in sé come intriso di rugiada, alla fine della notte; voci sommesse lo avvolgono e vibrando leggere gli paiono piume, sussurrano schiocchi di canne, sibili e lugubri rombi di tempesta che risuonano nel buio fin quando all’ultimo, all’estremo, è un solitario schianto.
è sospeso, immobile. Si ripete il suo sentore e gli attimi indistinti sono già lame di luce, ne riconosce i suoni, ne respira la vertigine: li vede, li canta. Li traccia nel vuoto.
L’artefice intuisce, d’ improvviso: ogni istante è nostalgia.
E il suo volto muta i tratti.
rif art 2



















Quale divino cenno concede all’artefice nuovo slancio creatore?
Una voce, un canto strano lo cattura: si abbandona al buio, attratto da una forza senza nome che lo rende un grumo, un seme di tempo che al tempo ritorna.
“Il ricordare non escluda i sensi ma li esalti nuovi, come pozzi in cui la luce della luna diviene, nel buio, misura ai giorni.”
è Orfeo a parlare, colui che al buio cercò il volto del suo amore che, debole, rimase ombra. Ma il tempo che tutto attrae, quel seme di infinito che radica nell’anima e la conforma a sé, quel punto luminoso che a tutto è origine, cercava aspetto nell’effimero. Cercava ascolto e chiedeva segni, nuovi orizzonti allo sguardo. Orfeo sapeva.
Orfeo il trace (Fig. 2) che si insinuò nella risonante gola di Rodope come in una scoscesa ferita, discese nel buio di Angeli memori di vita divina e ne riportò all’uomo gli interdetti segni: confluenze di eterno ed effimero, mappature originarie e scandite dai passi ormai lievi della sposa amata che lui guardò, violando il tempo.
L’artefice lo vede, lo ricorda:
“…vagano per quella terra, mute vene d’argento. Il sangue che affluisce agli uomini sorge tra radici e in quel buio sgorga greve come porfido. Vi sono rocce, boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto e quello stagno grande, grigio, cieco che incombe sul suo letto, remoto come cielo. Un manto oscuro, l’uomo snello muto e impaziente, gli occhi tesi in avanti. Il suo passo ingoia il pensiero a grandi morsi, senza masticare...”
E vede l’artefice quelle ali nel buio, dice a sé stesso: “...se anche un Angelo, a un tratto, mi stringesse al suo cuore, la sua essenza più forte mi farebbe morire: perché il Bello non è che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere ancora perché esso, calmo, sdegna distruggerci...”
Orfeo, sguardo che attraversa il labirinto congiungendone gli estremi nella danza, Orfeo che amò Dioniso e come Dioniso visse e morì, Orfeo caro ad Apollo, Orfeo Argonauta che nella fresca luce della luna ascoltò il pianto delle foglie argentate lungo l’Eridano, lo sguardo al fumo greve del carro splendente rovinato a terra.
Orfeo che vinse le Sirene alate (Fig. 3), rubò le melodie d’incanto e le trascrisse in immortali accordi: ecco i nomi, i semi donati all’uomo che chiamano a sé gli esseri.
All’uomo... all’uomo, ripete l’artefice: all’uomo cui spetta trasformarli con nuovi occhi, all’uomo che li guarda tutt’intorno e li vede svaporare come montagne, sprofondare trascinati dal loro futile peso in un baratro senza fine...
“E queste cose - pensa - che vivon di morire, lo sanno che tu le celebri, passano ma ci credono capaci di salvarle, noi che siamo più fugaci di tutto.
Vogliono essere trasformate entro il nostro invisibile cuore, in noi!...”
Lo acceca in quel cielo un bagliore:
“Non dimenticare! In verità noi vivendo moriamo: che sia il vivere morire e il morire, invece, vivere? Ogni anima che avrà visto oggetti veri sarà immune dal dolore sino al tempo seguente, senza danno... Ma se chiude gli occhi al buio, sarà vittima di oblio”.
rif art1





















All’ultimo, all’estremo, un solitario schianto.
Siamo alla fine del 1923, Rainer Maria Rilke ha compiuto la sua ricerca nello spazio interiore del mondo. Affetto da forte depressione, febbri, allucinazioni, spesso gli compare davanti una forma indistinta che aumentava di volume, nutrendosi del suo sangue. La vedeva nei momenti di terrore o di gioia intensa. La vide anche nell’ospedale Salpetriere di Parigi, dove attendeva di essere visitato al Pronto Soccorso. Registra una crisi e vi scorge “un mutamento improvviso o improvvisamente divenuto determinante nella secrezione interna, inibizioni nell’organismo o modificazioni durature o irreversibili. Un urto avvertito fino nel midollo delle ossa.”
Una leucemia mieloide cronica diviene la sua Euridice e lo tiene nel doppio regno tra i vivi e i morti, trasformandolo in figura orfica.
“Esiste veramente il tempo, il Distruttore?
Quando, sul monte immobile, abbatterà la fortezza?
Quando il Demiurgo espugnerà questo cuore che all’infinito appartiene agli Dei? “
Muore il 29 Dicembre 1926, in sanatorio, dopo grandi sofferenze.
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Impressionisti. Tra sogno e colore

Mastio della Cittadella a Torino.

A cura di Silvana Gatti.

3 MANET














Èdouard Manet
“Vaso di Fiori” - Olio su cartoncino - cm 35x25,5



Dall’11 marzo al 25 giugno 2023 il Mastio della Cittadella a Torino ospita la mostra Impressionisti. Tra sogno e colore dedica- ta al periodo dell’Impressionismo parigino tra il 1850 e il 1915. La mostra è stata progettata appositamente per questo straordinario spazio, recentemente restituito alla fruizione pubblica. La rassegna vanta un comitato scientifico internazionale, che comprende Vittorio Sgarbi critico e storico dell’arte, Gilles Chazal - ex Direttore del Petit Palais di Parigi, Maïthé Vallès-Bled - già Direttrice del Musée des Beaux-Arts di Chartres e del Musée Paul Valéry, Alain Tapié - storico dell’Arte, Direttore Peintres de Normandie, e Vincenzo Sanfo - curatore di mostre internazionali, e presenta ben oltre 200 opere tra dipinti, sculture, acquerelli, disegni, ceramiche, incisioni, opere grafiche, oltre a fotografie, documenti, libri e materiali di corredo, al fine di offrire ai visitatori uno spaccato della società al tempo della nascita e affermazione del movimento impressionista.
L’esposizione, che annovera splendide opere d’arte, è arricchita anche da aspetti multimediali, al fine di documentare i profondi mutamenti avvenuti nella società dell’epoca, con l’avvento dell’industrializzazione, la nascita della fotografia, del cinema, dell’elettricità, del telefono e dei primi voli aerei, immergendo i visitator nella Parigi della Bella Époque, che ha visto la nascita dei primi metrò, la costruzione della mitica Tour Eiffel e il raggiungimento di conquiste, che hanno cambiato le prospettive dell’umanità sul nascere del Novecento, all’alba della grande tragedia della prima guerra mondiale.
4 MONET












Claude Monet
“Deux canots échoués” - Circa 1857 - Disegno - cm 31x23


Questa mostra, come un viaggio a ritroso nel tempo, riporta i visitatori nell’atmosfera di quel periodo, ponendo l’accento su un particolare momento della ricerca artistica, forse meno nota, quella dedicata al disegno, all’incisione e in particolare alle tecniche di stampa, molto popolari all’epoca. Tecniche che trovarono sulla loro strada un nuovo linguaggio, quello della fotografia, che renderà obsoleta l’arte grafica imponendo una riflessione sull’utilizzo o meno di un mezzo, apparentemente superato. Divisi in due correnti, derivanti da Daumier e da Millet, si avvieranno così le sperimentazioni di Pissarro, le riletture goyesche di Manet e le ricerche di Renoir, che condurranno a risultati poi accolti nelle innovazioni formali di uno tra i più grandi sperimentatori delle tecniche grafiche e di riproduzioni a stampa, Toulouse-Lautrec. L’uso del bianco e nero porterà gli impressionisti davanti a delle problematiche a volte apparentemente insuperabili e li costringerà a dover forzare la loro capacità creativa, qui non più aiutata dall'uso del colore, ma solo dal segno e dalla grafia. Artisti come Monet si rifiuteranno categoricamente di usare l’incisione, anche se nello studio del dottor Gachet, spinto dall’entusiasmo di Pissarro, proverà ad incidere due lastre, per ora rimaste sconosciute e sino ad oggi introvabili. Esperienza che non lo entusiasmò e che non ripeté, dedicando invece tempo al disegno e alla tecnica del pastello, a lui più immediate e congeniali, come si può notare nel bellissimo disegno di due barche ormeggiate (Deux canots échoués).
Per altri artisti quello dell’incisione diverrà, invece, un aspetto interessante, ma marginale del proprio lavoro, come ad esempio per Sisley, che realizzò non più di sei tavole incise o litografate, o Cézanne, il quale ne realizzò appena nove, così come Berthe Morisot che lasciò non più di otto rare lastre incise. Manet, invece, ben prima dell’epoca impressionista si era appassionato alle tecniche dell’incisione e aveva realizzato lastre di grande qualità, ispirandosi alla pittura e all'incisione spagnola, in particolare guardando a Velásquez e a Goya e continuando per tutta la sua vita ad incidere e realizzare acqueforti e litografie molto ricercate, ancor oggi, dai collezionisti di tutto il mondo. Degas e Pissarro, comunemente inseriti tra i protagonisti della pittura impressionista, furono anche tra i protagonisti delle sperimentazioni dell’incisione e delle tecniche grafiche, realizzando opere innovative grazie alle loro manipolazioni, rinnovando un mezzo divenuto, a suo tempo, ripetitivo e banale. Essi contribuirono a fare delle tecniche dell’incisione un’arte nuo- va e autonoma, inserendo ritocchi, lumeggiature e altri interventi che le renderanno, di fatto, non opere seriali di riproduzione ma praticamente dei pezzi unici.
5 SOMM












Henry Somm
“Le Chagrin” - 1890 ca. - Pastello - cm 44,5x54



Il percorso espositivo prende il via dagli artisti aderenti al movimento dell’École de Barbizon, con una particolare attenzione alle varie tecniche da loro sperimentate e utilizzate, per proseguire con gli artisti che parteciparono alle otto mostre ufficiali impressioniste. Quando, nell’aprile del 1874, il gruppo di artisti riunito sotto l’egida della Società Anonima degli Artisti Pittori Scultori e Incisori si diede appuntamento a Parigi per una mostra collettiva nello studio del fotografo Nadar in Boulevard des Capucines, non avrebbe mai immaginato di firmare, da lì a breve, il rivoluzionario atto di nascita di un fenomeno senza precedenti. Le tecniche dell'incisione furono, per molti degli impressionisti, il campo più fertile in cui studiare, sperimentare e prendere appunti, come ad esempio per Monet. Basti comparare l'opera simbolo di Monet, il dipinto “Impressions, soleil levant” per notare il riferimento all’incisione di Jongkind “Soleil couchant Port d'Anvers”, realizzata dal grande pittore olandese già nel 1868 e che Monet, dopo averla vista, fece sua attraverso il dipinto divenuto storico e fondamentale per l'arte universale. In quell’esposizione le opere di Pissarro, Degas, Cézanne, Sisley, Monet, Morisot, Renoir scioccarono letteralmente il pubblico generando sgomento e critiche, mentre proprio “Impression, soleil levant” di Monet, venne citato dal critico dell’epoca, Louis Leroy, che, parafrasandone il titolo, creò il termine di pittura “impressionista”.
Una carrellata di opere di grandi protagonisti quali Monet, Degas, Manet, Renoir, Cézanne, Gauguin, Pissarro, ac- canto ad altri nomi come Bracquemond, Guillaumin, Forain, Desboutin, Lepic e tutti gli altri artisti che con loro hanno condiviso l’avventura di un nuovo modo di fare arte, in questa mostra che documenta l’influenza che il movimento impressionista ha avuto nel mondo artistico di fine Ottocento, con la presenza di alcuni artisti quali Toulouse-Lautrec, Permeke, Derain, Dufy, Picasso. La mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, si articola in tre sezioni, partendo dal clas- sicismo di Ingres, attraversando il realismo di Courbet e la lezione della scuola di Barbizon - una corrente paesaggista del realismo collegata alla località di Barbizon in Francia, che ha portato alla nascita dell’Impressionismo e alla sua eredità.
Dedicata ai cosiddetti pre-impressionisti, la prima tappa di questo viaggio, “Da David all’École de Barbizon, i fermenti dell’Impressionismo”, ripercorre il fermento artistico della Parigi di fine ottocento, strettamente legata all’accademismo e controllata dal rigido meccanismo dei Salon. La pittura aulica e dai temi classici dominava il mercato, e la ricerca artistica verso nuovi linguaggi espressivi non era vista di buon occhio. Furono artisti quali Delacroix, Courbet, Millet, Corot ed altri che, uscendo dagli studi e dagli atelier, andarono nelle strade, nei campi, nel mondo reale, per descrivere i mutamenti di una società che si affacciava verso un nuovo secolo, denso di scoperte e trasformazioni, sia sociali che tecnologiche. L’École de Barbizon (la definizione venne coniata del critico scozzese David Croal Thomson nel 1890) comprendeva un gruppo di artisti dagli stili e dalle ispirazioni molto diverse fra di loro che a partire dal 1822, data del primo viaggio di Camille Corot a Barbizon, desideravano lasciare l’ambiente urbano parigino per dipingere a contatto con la natura, prediligendo scene rurali, spesso popolate da personaggi di umile origine quali contadine e massaie. In questa sezione sono esposti lo studio per La morte di Sardanapale di Delacroix, tre capolavori di Courbet, e ancora l’arazzo Le seminatrici di Jean-François Millet, oltre ad una rara serie di cliche-verre di Corot e Daubigny. Questo fermento causò una rivolta nei confronti dell’imperante accademismo e sfociò nella scelta di tematiche rivolte al mondo contadino ed operaio, tanto decantato da Millet, pittore del sociale anticipatore di molte tematiche toccate in seguito da Van Gogh.
2 CEZANNE













Paul Cezanne
Autoportrait - Héliogravure da litografia
cm 16,5x23
Litografia del 1898 - Ed 1939


La seconda sezione documenta la rivoluzione impressionista con dipinti che raccontano la vita quotidiana, esaltando la realtà di un mondo in veloce cambiamento. L’avvento della fotografia, del cinema e delle grandi trasformazioni, sociali e tecnologiche trasformeranno anche il mondo dell’arte. Attraverso le opere di alcuni dei grandi protagonisti e dei loro comprimari, la mostra racconta l’avventura dell’Impressionismo, che toccò tematiche, sperimentazioni e scoperte di un gruppo di artisti che, pur molto diversi tra loro per stili e tematiche, hanno contribuito, con il loro coraggio, a cambiare in modo radicale il mondo dell’arte, dando vita all’arte moderna. Qui il visitatore apprezzerà le opere di circa 50 artisti protagonisti del movimento. Dipinti, acqueforti, disegni di Degas, Pissarro, Cézanne, si alterneranno alle xilografie e alle sculture di Gauguin. Di stampo prettamente impressionista il dipinto dalle linee essenziali Vaso di fiori di Manet, per proseguire con un ritratto di Berthe Morisot, con i piatti in ceramica dipinti di Bracquemond e l’acquaforte di Renoir del celebre dipinto Il palco, e infine La Senna che si getta tra le braccia del Rodano di Renoir, opera dove l’artista lascia libero accesso alla sensualità.
Dopo la rivoluzione impressionista, l’arte non sarà più la stessa e nuovi artisti si faranno avanti, facendo proprio il modo di dipingere, rapido ed essenziale, degli Impressionisti. All’eredità dell’Impressionismo, racchiusa nelle opere di 30 artisti, da Bonnard a Toulouse-Lautrec, da Ѐmile Bernard a Maurice de Vlaminck, è dedicata la terza e ultima sezione della mostra, con opere di artisti che hanno contribuito a rafforzare il messaggio rivoluzionario dell’Impressionismo. La pittura “en plein air” diverrà, infatti, un modo imprescindibile di dipingere, così come l’utilizzo e la ricerca di tematiche non usuali. Emersero i seguaci del nuovo movimento, dando vita a sperimentazioni, provocazioni e ricerche, prima inimmaginabili. Questo vento di novità libererà il mondo dell’arte, diffondendo quella visione di libertà e provocazione da cui è scaturita l’arte, così come la vediamo oggigiorno.
Prodotta da Navigare srl in collaborazione con AICS e Artbookweb, con il patrocinio del Comune di Torino e della Regione Piemonte, la mostra ripercorre le origini e la storia del rivoluzionario movimento artistico nato in Francia a metà dell’Ottocento, attraverso dipinti ad olio, opere grafiche, studi preparatori, sculture, ceramiche. La mostra Impressionisti tra sogno e colore sarà aperta tutti i giorni con orario continuato: dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 19.30, sabato, domenica e festivi dalle 9.30 alle 20.30.
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Artisti allo specchio. Dipingere il silenzio, tra natura, mito ed astrologia.

Di Renata A.Venturini
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www.renataventurini.it


Ho molto apprezzato il titolo di questo spazio dedicato all’Arte “Artisti allo specchio” perché, per una volta, la biografia potrà essere differente: non un elenco di opere realizzate o di mostre ma potrà essere l’immagine che l’Artista ha di sé, come si vive, cosa lo spinge verso un ideale che sarà irragiungibile perché, se lo raggiungesse non avrebbe più ragione di vivere.
specchio1















Talvolta quando ero sola e mi perdevo nei miei pensieri, una domanda si faceva strada nella mia mente, quasi fastidiosa ed insistente: “Ma sei veramente sicura di esistere?”
Allora mi guardavo intorno, guardavo le pareti e le tele dipinte, le sculture sul camino e sul pianoforte e sorridevo… sì, esistevo perché se “loro” esistevano significava che io le avevo create. Ritengo che questa domanda sia la conseguenza di una infanzia segnata dall’anoressia da cui sono guarita, improvvisamente, a 13 anni. Durante la crescita di questa bimba malaticcia, controllata a vista perché non poteva giocare con altri bambini(se non a rischio di dover stare a letto molti giorni) che trascorreva gran parte del suo tempo sola e spesso su di un albero di pere vivendo fantastiche storie immaginarie, accadde un evento straordinario. Casualmente le capitò di vedere in una rivista “Amor sacro ed Amore profano” di Tiziano. Per lei fu un vero shock, qualcosa che la sconvolse profofondamente. Le sembrava incredibile che un ‘essere umano’ avesse potuto dipingere una tale opera. La bambina di otto anni pianse per diversi giorni senza riuscire a spiegare ai genitori il perché di tanta violenta reazione di fronte ad un quadro ed essi alla fine conclusero che il tutto rientrava nella diversità della loro figlia. Poi, improvvisamente come aveva inziato, la bambina non solo smise di piangere ma sembrò più vivace e quasi sorridente: aveva deciso che anche lei avrebbe dipinto, anche lei, senza dubbio, avrebbe creato qualcosa di grande e straordinario. “Il codice dell’anima” di James Hillman spiega questo avvenimento come il risveglio del daimon.
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Per me fu il risveglio alla volontà di vivere, il bisogno di raccontare la solitudine di un’anima che non riusciva ad accettare la convivenza con il mondo reale, la consapevolezza che la mia nascita non fosse stata un errore… che sì ero “diversa” ma non per questo inutile. La lettura, da sempre mia valida alleata piano piano mi avvicinò alla Mitologia che mi aprì la visione di un mondo straordinario in cui potevo andare sempre più nel profondo e, successivamente all’Astrologia, la grammatica del cielo. Letture che divennero studio (parallelo a quello obbligatorio) per molti anni. Avevo sempre disegnato e dipinto utilizzando tutte le materie che mi incuriosivano, dalla classica matita, la penna, pennino ed inchiostro, la carbonella usata per la graticola ma anche i fiori, soprattutto i muscari, ben pestati e di alcune verdure il liquido.Notevole inconveninte per i miei genitori era la mia tendenza a disegnare sui muri esterni della casa e, di nascosto, nella parte interna degli armadi. Erano spesso grandi, orribili volti che non avevano nulla da invidiare alle sculture dell’isola di Pasqua. Un’esigenza, quella di dipingere, che non conosceva limiti di spazio: volevo urlare all’universo di rendermi ciò che avevo perduto... Hillman descrive in maniera chiara questo stato della coscienza: “…nostalgia, tristezza, silenzio e un anelito dell’immaginazione verso qualcos’altro che non è qui e ora.” (Il codice dell’anima).
Cercavo qualcosa che sapevo d’avere perduto. Non sapevo cosa, né dove, né quando. Il mio daimon infine mi ha condotto durante il mio cammino artistico in quella ‘radura’ che Heidegger chiama Lichtung ed io, con i miei lavori, cerco di raccontare il silenzio della solitudine, la nostalgia di un passato perduto. Come l’Angelo caduto, per orgoglio, ricorda l’eden che non gli appartiene più, così noi umani ci scopriamo soli in una realtà apparente (che non potrà mai darci la felicità) che possiamo tentare di distruggere perché non la possediamo ma che ci sopravviverà sempre lasciandoci senza risposte.
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Biografie d'artista - Franco Girondi.

A cura di Marilena Spataro.

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Mantovano, nato nel 1946, ha compiuto studi scientifici, ma si è formato artisticamente nella Milano degli anni ‘60, dove ha conosciuto Burri e Fontana.
Inizia con collage materici che vanno poi alleggerendosi negli anni ‘80 e ‘90 con l’uso di veli di organza. Approda poi alla sola pittura, motivato da un’intensa ricerca spirituale centrata sulla luce. Nel 2016 ritorna al collage con l’uso di materiali spesso di recupero: cocci di porcellana, vetri, legno, pizzo, foglia d’oro... Realizza anche oggetti concettuali ed elementi di arredamento. Nel 2017 ha festeggiato 50 anni di attività. Ha esposto nelle principali capitali europee, quali Parigi, Londra, Stoccolma, Tirana, Dubrovnik.
Sue opere sono presenti in musei e istituzioni religiose in Italia e all’estero. Recente la sua partecipazione a Expo Abu Dhabi. Altre mostre personali notevoli: Mantova Palazzo Ducale, Mantova Casa del Mantegna, Massa Palazzo Ducale, Fivizzano Museo San Giovannni, Berlino hall. Lacke & Farben, Palazzo Pretorio di Terra del Sole.
Hanno scritto di lui, tra gli altri: Paolo Balmas, Francesco Bartoli, Claudio Cerritelli, Renata Cesarini, Giammarco Puntelli, Roberta Frabetti, Alberto Veca.
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