Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

La 59^ Biennale di Venezia.

Dalla semplicità della proposta serba agli animali monumentali e iperrealistici collegati agli antichi miti.

Testi a cura di Lara Petricig e David Radovanovic.
Fotografia a cura di David Radovanovic.

petri1
















Si intitola The milk of dreams, quindi “Il latte dei sogni” la nuova edizione della Biennale di Venezia inaugurata per la 59^ volta e visitabile fino al 27 novembre ‘22. La curatrice dell’esposizione Cecilia Alemani ha scelto il titolo mentre progettava la mostra a tavolino nel suo appartamento di New York, durante il lockdown della pandemia e pare si sia ispirata al mondo visionario e surrealista del libro di favole di Leonora Carrington che oltre ad artista era pure scrittrice e il Surrealismo diventa il punto di riferimento espositivo. Fatto apposta per includere una larga varietà di tematiche il titolo fa venire in mente anche la scena finale di Nuovomondo di Crialese dove i protagonisti del film immaginano di nuotare in un mare di latte e inquadrati dall’alto sempre più distanti diventano delle piccole sagome astratte nascoste sotto il cappello che indossano. L’immagine appena ricordata - del tutto casuale - permette di introdurre subito il progetto del padiglione serbo sito ai Giardini, uno dei più belli se valutiamo la semplicità della proposta e l’essenzialità comunicativa che non è per niente qualcosa di scontato. Vincitore del concorso del suo Ministero per la partecipazione alla Biennale il prof. di Nuove tecnologie di Belgrado Vladimir Nicolic tratta il suo tema preferito ovvero l’acqua con il progetto Hod sa vodom (Cammino con l’acqua). In realtà in uno dei due video, quello verticale, l’artista si fa riprendere da un drone fermo mentre nuota in una piscina olimpica da ciò deriva la verticalità del video giocato sulle linee rette e sul concetto di dimensione piccola (e astratta) dell’uomo rispetto allo spazio occupato dall’acqua. All’ingresso, sviluppate in larghezza troviamo delle precomposizioni di video messi uno a fianco all’altro per avere una vista panoramica del Mare Adriatico della costa montenegrina con le riprese effettuate con tre telecamere fisse quando all’orizzonte non c’erano imbarcazioni, quindi uno spazio vuoto, blu scuro, profondo, infinito, uno spazio di solo mare.

petri2













L’esposizione si svolge come di consueto nelle due storiche sedi veneziane adiacenti quella dei Giardini e dell’Arsenale, ad apertura “suggestiva” di ciascuna la curatrice ha deciso di esibire delle sculture monumentali che si rifanno all’Oriente africano e alla sua antropologia, premiando le due artiste con un Leone d’Oro 2022. All’Arsenale Brick House il busto ieratico di donna nera in bronzo alto quasi cinque metri di Simone Leigh artista del padiglione americano; mentre ai Giardini l’Elefante soprannaturale di Katarina Fritsch, scelto quando il progetto-Biennale era in fase di ideazione. Inserito nello spazio di apertura del padiglione centrale moltiplicato da specchi, l’elefante diventa il simbolo di una rassegna che coinvolge 213 artisti o in qualche modo dovrebbe rappresentarli. “...Assume le vestigia […] di società matriarcali, alla base della struttura familiare di questa specie” si legge nella didascalia scritta sul muro a spiegazione dell’opera, quindi si presume introduca le artiste donne: ben 191. Si tratta di una vecchia opera realizzata trentacinque anni prima dal calco di un elefante vero e impagliato: l’animale inerte e verniciato assume un aspetto poco eloquente soprattutto perché di sculture di animali ce ne sono state altre prodotte nei decenni a seguire. La tedesca Fritsch è la vincitrice del Leone d’Oro alla carriera ma da una Biennale ci si aspetta un qualcosa di concretamente nuovo, di poter visionare le ultime tendenze, quelle degli ultimi due (o tre) anni. Se gli artisti viventi che vi partecipano superano la metà e le loro proposte corrispondono ad opere realizzate in precedenza la rassegna tende ad essere un’ampia rilettura del passato che diventa il luogo di rifugio.

petri3














Il successivo intervento della Leigh nel padiglione degli Stati Uniti è “l’installazione” Sovereignty costituita da una certo numero di statue monumentali africane in bronzo e in ceramica, tecnicamente belle riportano l’attenzione sul corpo femminile, sono presentate in gruppo quindi come fossero un’installazione: volumetricamente compatte e poste in pura presenza a rivendicare la blackness come matrice culturale alternativa, probabilmente, e ricollegandosi all’interesse per il primitivismo artistico. Un allestire consolatorio per “non dimenticare” la perdurante logica coloniale e imperialista? Il razzismo e i suoi meccanismi di esclusione? Uno sguardo passivo sulla storia (e sulla Biennale n.58).
E ancora inerente alla lunga vicenda della colonizzazione, dedicato alla decolonizzazione algerina (discriminazione e razzismo) c’è lo spazio francese dove sulle note di alcune vecchie canzoni come “Amore vuol dir gelosia…”anni ‘30 di Nilla Pizzi ci si immerge in atmosfere anni ‘60 allietati dallo spettacolo cabarettistico di due professionisti di tango che intervengono nella finzione di un set-cinematografico tutto predisposto con la rivisitazione di alcune coproduzioni filmiche realizzate tra Algeria, Francia e Italia.

petri4



















Ma tornando agli animali monumentali il discorso si fa interessante e più aderente alla tematica espositiva del corpo, nel risultato di trasformazione estetica operata su due cavalli che va ben al di là del “soprannaturale”della Fritsch, potendo giungere (anche involontariamente) alla simulazione di una performance. Osserviamo molto da vicino la donna-cavallo distesa sul fieno realizzata da Uffe Isolotto nel padiglione danese e nella stanza accanto il suo compagno solennemente impiccato al soffitto prendendo pure in prestito da Cattelan l’idea dell’animale impagliato e appeso; il risultato finale si mantiene straniante (non per la tragicità della storia rappresentata) fino al momento in cui il visitatore razionalizza che non possono essere delle creature vere perchè i centauri sono esseri mitologici. Una scultura emozionalmente toccante che trattiene a lungo il visitatore sull’osservazione coinvolto dall’insolito forte iperrealismo. Tecnicamente richiama un’altra scultura, quella della donna dai capelli ramati in camicia da notte bianca nel padiglione Venezia. Creazione perfetta frutto di ultimissime tecnologie messe a punto dal gruppo Ophicina e dallo scenografo trevisano Paolo Fantin: una sorta di “scannerizzazione” di una ragazza vera in carne ed ossa. L’installazione si chiama “Alloro” e percorre la metamorfosi del corpo femminile che si decompone nella madre terra prima di trasformarsi in un ramo di alloro: questa volta è il mito rivisitato di Dafne e Apollo.
Le sculture iperrealistiche nella Biennale si riallacciano storicamente ciascuna a un mito greco. L’artista indiana Mrinalini Mukherjee unisce la tradizione artigianale con il design contemporaneo intrecciando con la tecnica macramé voluttuose grandi dee della fecondità fatte di fibre di canapa viola e gialle.

petri5













Anche la videomaker Loukia Alavanou, in rappresentanza della Grecia si ispira a un mito, quello di Edipo re con un nuovissimo cortometraggio in VR (realtà virtuale) di 15 minuti. Lo spettatore lo guarda seduto su una delle quindici apposite postazioni, entrando dapprima in una gabbia con dei gracchianti avvoltoi che consumano il loro pasto e poi, come fosse un drone, sorvolando il campo rom di Nea Zoia a ovest di Atene con la possibilità di vivere vertiginosamente l’intero scenario tutto attorno aiutandosi con i movimenti della testa e della sedia. La regista ci fa entrare nell’intimità delle baracche registrando sul posto il sonoro in un sofisticato sound design. Da non sottovalutare il suo lavoro di preparazione alle riprese; di accettazione e sensibilizzazione dei rom nel divenire attori della docufiction e infine ne sfrutta il grottesco e la teatralità della recita sommandoli nel montaggio a simboli come la stella della Mercedes, i Rolex e la passione per l’oro che convenzionalmente la nostra società attribuisce alla popolazione zingara. Nei contenuti fa emergere alcune problematiche legate al loro vivere nella baraccopoli privi di cittadinanza e a cui le autorità greche impediscono la scelta di un luogo di sepoltura, un po’ come il problema del vecchio Edipo nel mito di Sofocle.
Molti progetti tendono ad ancorarsi al passato guardando sia alla storia che al mito. Si intitola Sirens (2019-2020) il cortometraggio della fotografa Nan Goldin, alludendo al canto magico delle sirene mitologiche che attiravano i marinai verso le coste conducendoli alla morte; nel video esse diventano la metafora di quanto succede con gli stupefacenti, omaggiando Donyale Luna top model afroamericana e musa di Andy Warhol, morta di overdose. Il video non nasce da delle riprese realizzate dalla nota fotografa bensì dalla selezione di una trentina di film di registi di un certo calibro da cui sono state scelte alcune scene di ballo: il montaggio di brevi clip ad effetto glamour mostra i corpi che si muovono attraversati da allucinazioni e alterati da sostanze stupefacenti.
  • Pubblicato in Rivista

LUCI E OMBRE D'OTTOBRE

Appuntamento con l’arte alla Galleria Ess&rre il 1 ottobre alle ore 17 della mostra “LUCI E OMBRE D’OTTOBRE” con un aperitivo con gli artisti Paul De Haan, Gaia Maria Galati, Laila Scorcelletti e Maria Grazia Russo Furstenberg. Saranno ospitate le opere in arte materica di Piero Orlando e le splendide lampade di Mattia Fabietti con le bellissime barche a fare da cornice a questo nuovo evento ricco di novità. Le telecamere di Antonello Nazarini che immortalerà tutto l’evento e le suadenti note del violino di Federica Quaranta.
Laila
Inoltre il 9 ottobre partirà dalla Galleria l'evento “C'ERA 'NA VORTA L'OTTOBRATA ROMANA 3° EDIZIONE 9 OTTOBRE 2022” promosso dalla DMO H2O TEVERE MARE e organizzato dall'Associazione culturale LE TARTARUGHE.
Insomma un evento nell’evento in cui l’arte
in tutte le sue forme sarà indiscussa protagonista. Arte contemporanea e arte antica negli scavi di Ostia Antica.
Curatori Alessandra Antonelli e Fabrizio Sparaci.
Info:
+39 329 4681684 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari Galleria: lun. ven. 10-13 e 16-19 sabato 17-19 domenica su appuntamento.
Schermata 2022 09 23 alle 12.24.07

Sulle orme di Pasolini. Percorsi, Popoli, Cronaca.

Di Fabrizio Sparaci.

Intellettuale controverso, scandaloso per le sue idee ancor prima che per un’omosessualità che non nascondeva nell’Italia bigotta del suo tempo, Pier Paolo Pasolini aveva 53 anni quando venne assassinato all’Idroscalo di Ostia in circostanza ancora non del tutto chiarite. Il centenario della sua nascita è stata l’occasione per tornare a riflettere e discutere sulle sue opere e sulla sua poetica, perché Pasolini è, oltre ogni ragionevole dubbio, uno dei più grandi intellettuali del Novecento dall’incessante e febbrile produzione che lo ha visto abbracciare tutti i generi e i linguaggi espressivi, per un pensiero che ancora oggi divide, fortemente vivo, vero e totale. La sua tragica morte ha spento il suo respiro, non certamente le sue idee. Indipendente da qualsiasi ideologia, grande sperimentatore di linguaggi, convinto della responsabilità civile e morale del ruolo dell’intellettuale nella società, attraverso la poesia, la narrativa, il cinema e l’impegno sociale di denuncia e provocazione ha saputo leggere più di ogni altro la contemporaneità nonché intuire fin dove si sarebbe spinta la società.

pasolini1














Per celebrare la figura di Pasolini, la terza edizione di Voghera Fotografia, dal titolo “SULLE ORME DI PASOLINI. Percorsi, Popoli, Cronaca”, presenta cinque progetti fotografici d’autore con oltre 170 opere fotografiche che coinvolgono quattro grandi autori della fotografia italiana come Roberto Villa, Ivo Saglietti, Graziano Perotti e Daniele Vita, oltre a una straordinaria selezione di immagini provenienti direttamente dagli Archivi Farabola.
Il festival, dedicato alla fotografia di autore organizzato e promosso da Spazio 53 in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Voghera, patrocinato da Provincia di Pavia, Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia e UNICEF, manifestazione riconosciuta FIAF, realizzata in sinergia con la 17ª edizione di Milano Photofestival e che si avvale della partnership tecnica di PhotoSHOWall, si svolgerà per tre fine settimana da sabato 10 a domenica 25 settembre al Castello Visconteo di Voghera.
Arnaldo Calanca: “Pier Paolo Pasolini ha insegnato a tutti cosa significhi lottare per difendere le proprie idee. Intellettuale scomodo e anticonformista, incapace di fare calcoli e scendere a compromessi, le sue parole e le sue idee ancora oggi dividono e fanno riflettere. Abbiamo anche noi voluto omaggiarlo nel centenario della sua nascita rivolgendoci a grandi autori e scegliendo cinque letture differenti e trasversali che riteniamo riescano a cogliere la poetica di un artista che non ha mai smesso di raccontare la realtà, che è stato attaccato e screditato con ogni mezzo, processato trentatrè volte per le sue idee e la sua arte”.

pasolini2













I cinque progetti fotografici su Pier Paolo Pasolini

Attraverso 5 grandi mostre allestite lungo le quattro sale al Piano Nobile del Castello Visconteo si è cercato di creare un percorso visivo vicino a quello che Pasolini, sempre fedele a sé stesso e contro ogni conformismo, ha visto con i propri occhi e ha vissuto come narratore della realtà, riuscendo a portare alla luce con la sua opera letteraria e cinematografica i tormenti interiori di una società intera.
Inoltre, ognuna delle cinque mostre di Voghera Fotografia 2022 sul pensiero di Pier Paolo Pasolini avrà un QR Code dedicato che permetterà di poterle visitare anche in versione virtuale grazie al progetto speciale photoSHOWall “10x5xPasolini”.
“L’oriente di Pier Paolo Pasolini - Il fiore delle mille e una notte” nelle fotografie di Roberto Villa, che nel 1973 trascorre oltre tre mesi e mezzo in Medio Oriente, seguendo le riprese del “Terzo film della Trilogia della Vita”, personalmente invitato da Pier Paolo Pasolini, come studioso dei linguaggi del cinema e della fotografia. Ha così modo di realizzare un ampio ed analitico reportage fotografico, sul set e fuori dal set sull’aspetto antropologico e sociologico, delle popolazioni delle diciotto località che sono state le “locations” del film, dalla Persia di Reza Pahlavi fino alla Yemen già allora in guerra. Un viaggio affascinante, a tratti rischioso, magico e misterioso, in luoghi ricchi di storia ma anche complessi, chiusi apparentemente allo sguardo dell’occidente, ma nello stesso momento abitato da genti curiose, interessate, coinvolgenti e che appunto si faranno naturalmente attraversare. A Voghera Roberto Villa presenta 42 fotografie.

pasolini3














“Sotto la tenda di Abramo” di Ivo Saglietti
. L’autore, vincitore di tre premi World Press Photo, presenta 44 fotografie in bianco e nero che, basandosi su un racconto su Padre Paolo Dall’Oglio, mettono in risalto i tre aspetti fondamentali della vita nel monastero: il dialogo interreligioso cattolico e musulmano, l’accoglienza e la preghiera. In particolare, viene messo in evidenza il dialogo possibile e necessario tra le religioni e gli uomini attraverso l’esperienza comunitaria nell’antico monaste- ro siro antiocheo di Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), luogo di ospitalità abbarbicato sulle montagne della Siria.
“Yemen 1997” di Graziano Perotti. Pierpaolo Pasolini scriveva “La sola ricchezza dello Yemen è la sua bellezza” per l’amore che lo legava a questa terra ricca di contrasti forti che ha raccontato come nessuno. La mostra, che presenta 50 fotografie in bianco e nero e a colori, è un reportage sociale, con piccole e grandi storie di umanità e di luoghi per raccontare e descrivere un Paese poco conosciuto restituendo dignità ad ogni singolo soggetto fotografato, nonché allo spazio architettonico o ambientale laddove compaiono terrore e speranza, sofferenza e compassione.
“Bagnanti” di Daniele Vita. L’autore offre delle immagini su un tema particolarmente caro a Pasolini: i giovani visti nella loro dimensione più vera, popolare e vissuta. La mostra, attraverso 26 fotografie in bianco e nero, racconta le esperienze di un gruppo di dieci adolescenti dagli 11 ai 15 anni a Catania, città con un’alta percentuale di persone colpite da povertà ed esclusione sociale, dove i ragazzini spesso accelerano inconsapevolmente le loro esperienze di vita dedicandosi ad attività illegali come il furto o lo spaccio di droga. Daniele Vita li ha ritratti d’e- state, quando i ragazzi dei quartieri più poveri di Catania passano le giornate sugli scogli, a San Giovanni Licuti, a La testa del leone e al campo da basket, e ha voluto raccontarli con semplicità durante alcuni attimi di spensieratezza vissuti in libertà in quanto ha sentito molta energia nel loro spirito e un bisogno impellente di recuperare il tempo perduto.

Film "Edipo re" 1967 di Pier Paolo PasoliniSant'Angelo Lodigiano (LO), 28/06/1967 Nella foto: l'attrice Silvana Mangano e lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini durante la lavorazione del film alla Cascina Moncucca@ArchiviFarabola [699711]

















“Pier Paolo Pasolini dagli Archivi Farabola”
. La mostra, di 32 fotografie, è una significativa rassegna di immagini provenienti direttamente dagli Archivi Farabola, di cronaca e di lavoro del grande sceneggiatore, attore, regista, scrittore, drammaturgo, ma prima di tutto poeta italiano, ripreso in pubblico, nella vita quotidiana o immortalato durante la produzione dei suoi film, capaci sempre di creare grande scalpore nell’opinione pubblica.
Accanto ai progetti fotografici dedicati a Pier Paolo Pasolini, la terza edizione di Voghera Fotografia propone due importanti mostre di Paola Rizzi (L.U.L.U Ora che so / Now I Know) e Beppe Bolchi (Città senza Tempo) con circa 30 fotografie, la prima e originale “Camera Obscura” permanente in Italia realizzata con il solo e primitivo sistema a Foro Stenopeico, oltre a un ricco programma di attività collaterali tra presentazioni di libri, dibattiti, work- shop, esposizioni ed eventi che trasformeranno la città di Voghera in epicentro della fotografia.

INFORMAZIONI AL PUBBLICO
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.vogherafotografia.it
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.spazio53.com

  • Pubblicato in Rivista

Artisti allo specchio. Appunti della luce e dell’ombra.

Di Mario Zanoni.

Ermetismo e psicologia sono connesse da interazioni filosofiche vicendevolmente fertili: se la seconda, infatti, è indispensabile per comprendere le reali finalità sottese all’inesausta ricerca di una tradizione millenaria, la prima, per contro, getta una luce chiarificatrice sul significato recondito di tanti archetipi inerenti la dimensione onirica individuale e collettiva. Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo.

spek1



















“Perché stai sempre adorando, Socrate santo,
questo giovane? Nulla sai di più grande,
che con occhio d’amore
come gli dei lo contempli?”.
Chi pensa il più profondo ama il più vivo,
sublime gioventù intende, chi ha guardato nel mondo,
e finiscono i savi sovente
con inclinare al Bello.”

spek2





















Anche in alcuni passi della Genesi la natura è declassata alla stregua di un dono divino da sfruttare e manipolare. Al contrario, la tradizione ermetica ha cercato di stabilire, sotto il profilo teoretico, delle differenti modalità relazionali con il mondo sensibile. Non è più l’uomo che domina una phýsis ormai desacralizzata, ma un lavoro di trasformazione della materia in grado di perfezionare la totalità del mondo naturale e dello spirito, capace di ricongiungere quest’ultimo alla matrice universale, opus di riconciliazione nell’unità dello spirito e della materia, teoretico ed al contempo sperimentale, in cui l’alchimista “mette a morte” la realtà esistente per ottenere un nuovo inizio foriero d’incorruttibilità ed immortalità, gettato nell’hic et nunc del mondo contingente e non soltanto negli orizzonti escatologici di una promessa oltremondana.

spek3


















Celeberrima frase dal ‘Mito della caverna’ con la quale Platone definisce chi è il vero filosofo: è colui che ama la verità (aletheia) e non insegue l’opinione (doxa). «Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?» (La Repubblica, 515b) Per sommi capi denuncerò quali pensieri albergano nella mia mente mentre sono intento a vivere la vita ed operare nella nobile terrena materia la mia personale “tradizione millenaria”. Dare corpo ad un’ombra, si chiamerà: Opera. Dare corpo ad una immagine reale, si chiamerà: racconto, leggenda, mito che nell’immaginario collettivo diventerà archetipo. Non pago di dare corpo ad un’ombra voglio raccontare di cosa non vedo, in quella tenebra, cos’altro si nasconde ma so che c’è, una molteplicità di presenze misteriose che, dal nulla, senza motivo, entrano nelle mie mani, si creano e si mettono finalmente in evidenza davanti al mio stupore incredulo. Il tempo di un sorriso, e poi domani qualcuno mi farà domande alle quali non saprò rispondere... Non è pretenziosa arroganza per chi esercita nell’arte artificio della propria interiore tensione spirituale la ricerca del sublime, dell’ineffabile che lo avvicini, il più possibile alla Grande Opera, quella del Supremo Creatore! “…finiscono i savi sovente inclinare al bello”.
  • Pubblicato in Rivista

Milano. Da romantica a scapigliata.

Novara, Castello Visconteo Sforzesco.
22 ottobre 2022 - 12 marzo 2023.

A cura di Silvana Gatti.

A Novara l’autunno si apre con una ricca mostra, “Milano. Da romantica a scapigliata”, ideata e prodotta da Comune di Novara, Fondazione Castello e Mets Percorsi d’Arte, che documenta, attraverso circa settanta capolavori, i cambiamenti avvenuti nel capoluogo lombardo tra gli anni dieci e i primi anni ottanta dell’Ottocento. Periodo che ha visto la caduta del Regno napoleonico d’Italia, la costituzione del Regno Lombardo Veneto e la seconda dominazione austriaca, le prime rivolte popolari e le guerre d’indipendenza che nel 1859 portarono alla liberazione.
Il percorso espositivo, ideato dalla curatrice Elisabetta Chiodini coadiuvata da un Comitato scientifico di cui fanno parte Niccolò D’Agati, Fernando Mazzocca, Sergio Rebora, si snoda in otto sezioni attraverso le sontuose sale del Castello Visconteo Sforzesco di Novara. Il visitatore viene carpito dalle opere che segnano l’evoluzione della pittura lombarda dal Romanticismo alla Scapigliatura, movimento culturale nato a Milano negli anni sessanta dell’Ottocento che coinvolgeva poeti, letterati, musicisti, artisti, uniti dall’insofferenza nei confronti delle convenzioni della società e della cultura borghese.
Milano, durante il regno di Maria Teresa d’Asburgo, dal 1740 al 1790, aveva iniziato ad arricchirsi dal lato monumentale e urbanistico, proseguendo negli anni della Repubblica Cisalpina, del Regno d’Italia, della Restaurazione e del Risorgimento, sino a rivestire i panni di una città moderna. La città continuò a rinnovarsi anche in seguito, con la costruzione della Stazione Centrale, inaugurata nel 1864 dal Re d’Italia Vittorio Emanuele II, la demolizione del Coperto dei Figini, palazzo rinascimentale in Piazza Duomo (1864) al fine di ampliare la piazza e costruire la Galleria Vittorio Emanuele (1865) e l’ideazione della Piazza del Teatro, nel 1865 battezzata Piazza della Scala. Nell’ottobre del 1875, in occasione della visita dell’imperatore tedesco Guglielmo I, fu demolito il Rebecchino, rione quasi in mezzo a piazza Duomo, frequentato dalla malavita cittadina. Una città culturalmente assai vivace, frequentata da viaggiatori stranieri e abitata da un facoltoso ceto borghese, in contrasto con gran parte della popolazione che viveva in povertà.

novara1
















Il visitatore della mostra viene accolto da due capolavori ispirati a opere letterarie di grande successo popolare: I Lambertazzi e i Geremei di Defendente Sacchi (1796-1840) e Paul et Virginie di Jaques-Henri Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814). Di Francesco Hayez (1791-1882) è l’Imelda de Lambertazzi eseguita nel 1853 per il collezionista monzese Giovanni Masciaga. Storia di amore e morte ambientata nella Bologna delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, la tragica vicenda di Imelda e di Bonifacio era stata oggetto di opere poetiche e Hayez aveva affrontato il soggetto già negli anni venti. Nel secolo XIII le due famiglie dei Lambertazzi e de’ Geremei riempirono Bologna di scandali. Nella famiglia dei Lambertazzi una figliuola di nome Imelda metteva un po’ d’amore fra i litigi frequenti tra le due famiglie, ed il suo cuore batteva per Bonifacio de’ Geremei. Hayez raffigura i due giovani nel momento in cui Bonifacio tenta di persuadere Imelda alla fuga. La giovane innamorata guarda smarrita Bonifacio, svelando l’emozione per via delle membra trepidanti, mentre il giovane dallo sguardo fisso attende una risposta. Nel buio, sulla destra, dietro il ricco tendaggio si intravedono i fratelli della giovane che nella camera attigua stanno in agguato.
Di Alessandro Puttinati (1801-1872) è la scultura in marmo Paolo e Virginia eseguita su commissione del conte Giulio Litta. Capolavoro della scultura romantica, fino al recente ritrovamento era conosciuta solo attraverso l’incisione di Giuseppe Guzzi pubblicata nel 1845 ne le Gemme d’arti Italiane. La scultura raffigura Paolo e Virginia (Paul et Virginie), protagonisti dell’omonimo romanzo scritto dal francese Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre e pubblicato nel 1787. I due, amici d’infanzia, si innamorano ma dopo mille peripezie muoiono tristemente: Virginia nel naufragio del vascello Saint-Géran, Paolo poco dopo a causa del dispiacere. L’amore devoto di lui, inchinato di fronte all’amata, e la premura di lei che gli cinge il collo quasi a proteggerlo, unitamente al gesto tenero dello sfiorare la chioma riccioluta rispecchiano un sentimento di complicità dei due amanti da commuovere il fruitore.

novara2

















La prima sezione della mostra è dedicata alla “pittura urbana”, termine coniato nel 1829 da Defendente Sacchi per definire il nuovo genere di veduta prospettica elaborato tra il secondo e terzo decennio dell’Ottocento da Giovanni Migliara (1785-1837). I dipinti di Migliara documentano l’evoluzione del paesaggio urbano in epoca romantica, come la Veduta di Piazza del Duomo in Milano, 1828, dalla Collezione di Fondazione Cariplo e la Veduta dell’interno del I.R. Palazzo del Governo, del 1834. Dipinti ricchi di particolari, che descrivono l’atmosfera milanese dell’epoca, attraverso l’abbigliamento dei passanti ed il passaggio dei cavalli guidati dai cavalieri vestiti elegantemente e con il pittoresco cilindro in testa, in contrasto con i personaggi più poveri. Seguono opere di Giuseppe Elena (1801-1867) come Veduta di piazza della Vetra in Milano, 1833, dalla Collezione di Fondazione Cariplo e di Luigi Premazzi (1814-1891), nonché di Luigi Bisi (1814-1886).
Esposte inoltre opere di Giuseppe Canella (1788-1847), che prediligeva la prospettiva aerea come in Veduta del canale Naviglio presa sul ponte di San Marco, 1834, dalla Collezione di Fondazione Cariplo, e Veduta della corsia de’ Servi in Milano, 1833. Angelo Inganni (1807-1880) è presente in mostra con La veduta di Piazza del Duomo con il coperto dei Figini, eseguito nel 1839 per l’imperatore Ferdinando I d’Austria, e La colonna di San Martiniano al Verziere con neve cadente, del 1845. Opere che immergono il visitatore in un viaggio d’altri tempi.
La mostra prosegue con dipinti raffiguranti i protagonisti della storia milanese. Sono esposti “ritratti ambientati” e scene di genere eseguiti da Giuseppe Molteni (1800-1867). Considerato il “principe dei restauratori” del suo tempo è intervenuto su opere dei musei milanesi (dallo Sposalizio della Vergine di Raffaello ai dipinti di Mantegna), ma anche della National Gallery di Londra. I suoi ritratti erano richiesti da regnanti, aristocratici, artisti e intellettuali. Il percorso prosegue con opere di Francesco Hayez, rinnovatore non solo del genere storico ma anche del ritratto, al quale Molteni aveva lanciato una sfida nel campo della ritrattistica. Tra le opere in mostra dei due pittori: il Ritratto di Alessandro Manzoni di Molteni, in cui lo scrittore viene colto in un’espressione molto intensa e dinamica, ed il Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe, uno dei vertici della ritrattistica di Hayez.
Seguono lavori di Carlo Arienti (1801-1873) con il Ritratto del conte Carlo Alfonso Schiaffinati in abito da cacciatore (1834) e di Giovanni Carnovali, soprannominato il Piccio (1804-1874) per via della sua bassa statura, artista impegnato in una ricerca sulle potenzialità espressive del colore. Nei suoi ritratti la ricerca psicologica si affianca all’espressività pittorica resa con sottili impasti coloristici e mezze luci, al fine di rendere una delicata atmosfera all’insieme dell’opera. Presenti anche Domenico (1815-1878) e Gerolamo Induno (1825-1890), artisti di indole assai diversa, ma entrambi narratori del proprio tempo, raccontato attraverso la storia degli umili, in questa sala rappresentati rispettivamente da L’offerta, presentata a Brera nel 1846, e da Scioperatella, del 1851.

novara

















La terza sezione è dedicata alle Cinque giornate di Milano e agli episodi che nel marzo del 1848 portarono alla temporanea liberazione di Milano dalla dominazione austriaca. Tra gli autori si ricordano Carlo Bossoli (1815-1884), vedutista di origine ticinese, ma vissuto e formatosi a Odessa. Bossoli si stabilì a Milano nel 1843 - e raggiunse fama internazionale attraverso dipinti rievocativi delle guerre d’indipendenza, come Carlo Alberto al balcone di Palazzo Greppi, dal Museo del Risorgimento di Milano; Carlo Canella (1800-1879), fratello di Giuseppe, con Porta Tosa in Milano (il 22 marzo 1848), 1848-1850, dalla Collezione Intesa Sanpaolo e ancora Baldassare Verazzi (1819-1886), presente in mostra con Episodio delle cinque giornate, Combattimento presso Palazzo Litta, dal Museo del Risorgimento di Milano.
La rassegna prosegue con le opere dei fratelli milanesi Domenico e Gerolamo Induno, pittori apprezzati sia dalla critica che dal pubblico dell’epoca, grazie alla raffinatezza con la quale ogni particolare era raffigurato sulle loro tele. Una selezione delle loro opere raffigura gli umili interni domestici della gente comune della Milano di quegli anni, e documenta il loro vivere quotidiano, i drammi e le difficoltà di quei tempi difficili, le loro piccole gioie. Tra questi Pane e lacrime, di Domenico Induno. Interessante anche l’opera del fratello Gerolamo, La fidanzata del garibaldino, sul cui sfondo compare un busto di Garibaldi mentre sul muro poco più in alto è appesa una riproduzione del noto bacio di Hayez. Il dipinto colpisce per il realismo della scena, e documenta come nel 1862 il bacio di Hayez fosse già famoso e riprodotto in serie, se lo troviamo appeso come decorazione in questa povera stanza. Oppure trattasi di un omaggio dell’Induno al grande Hayez.
Nella quinta sezione, esposti alcuni dipinti di autori protagonisti del rinnovamento del linguaggio pittorico: Eleuterio Pagliano (1826-1903) con Il libro di preghiere, 1857-1858 e Giuseppe Bertini (1825-1898), con Ofelia, 1860-1870, entrambi dai Musei Civici di Varese; Piccio, presente con il Ritratto di Gina Caccia, del 1862, Federico Faruffini (1833-1869), con lo splendido olio Toletta antica, 1865 circa, insieme a Pagliano tra i primi artisti lombardi a rinnovare la propria pittura sulle ricerche più avanzate di quella napoletana, incentrate sul colore e sulla luce, tendenze avvicinate da Faruffini alla metà degli anni cinquanta nel corso di un soggiorno romano durante il quale il pittore conosce e frequenta Domenico Morelli (1823-1901), Bernardo Celentano (1835-1863) e Saverio Altamura (1822-1897).
E ancora il milanese Filippo Carcano (1840-1914), allievo di Hayez, impegnato nell’elaborazione di un nuovo linguaggio che potesse risultare idoneo a comunicare in senso moderno il “vero” come nel magnifico Giardino con effetto di sole, 1867-1868 circa.

novara3
















Mentre la ricerca pittorica effettuata durante gli anni sessanta da Filippo Carcano non era apprezzata dai critici che definivano la sua arte “una pittura filacciosa, senza contorni di sorta, quasi senza piani e senza prospettiva”, altri giovani artisti seguivano la sua impronta; lo documentano i dipinti di Giuseppe Barbaglia (1841-1910), di Vespasiano Bignami (1841-1929) con il Viale delle balie o Nei vecchi giardini, 1877, dalla Collezione del Banco BPM e di Mosè Bianchi (1840-1904) con scene di vita quotidiana. Opere di artisti che si allontanano dalla tradizione accademica ricercando uno stile più moderno.
Si prosegue con opere dipinte nel corso dei secondi anni sessanta da Tranquillo Cremona (1837-1878) e Daniele Ranzoni (1843-1889), prima dell’elaborazione del linguaggio scapigliato tipico della loro maturità artistica; tra queste di Cremona sono esposte Amaro calice, 1865, dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, il Ritratto di Alberto Pisani Dossi, 1867, dalla Casa Museo Pisani Dossi di Corbetta e il Ritratto di Nicola Massa Gazzino, 1867-1869 circa, dai Musei Civici di Pavia. Di Ranzoni il Ritratto della sorella Virginia, 1863-1864 circa, dalla Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni di Novara e il Ritratto di donna Maria Padulli in Greppi, 1869 circa.
Sono gli anni in cui nasce il movimento della Scapigliatura, movimento di contestazione anti-borghese nato a Milano, centro della trasformazione industriale. Il termine Scapigliatura viene usato per la prima volta da Cletto Arrighi nel suo romanzo “La Scapigliatura e il 6 febbraio”, in cui racconta di uomini ribelli e disordinati, scontenti della situazione politica e sociale del periodo. L’ultima sezione accoglie alcuni capolavori scapigliati eseguiti dalla metà degli anni settanta ai primi anni ottanta. Tra questi Melodia e In ascolto, tele eseguite da Cremona tra il 1874 e il 1878 su commissione dell’industriale Andrea Ponti, Visita al collegio, ancora di Cremona, riferibile al biennio 1877-1878, e alcuni ritratti eseguiti da Ranzoni, quali il Ritratto della signora Luigia Pisani Dossi, esposto a Brera nel 1880, lo splendido Giovinetta inglese, 1886 circa e Ritratto di Antonietta Tzikos di Saint Leger.

novara4















Tra questi dipinti, La giovinetta inglese spicca per raffinatezza. È stato dipinto in un periodo travagliato per il pittore, al rientro dal suo viaggio in Inghilterra, allorché in preda ad una forte depressione venne rinchiuso per qualche giorno nel manicomio di Novara. Questo non pregiudicava la sua produzione, portandolo alla ricerca introspettiva dei soggetti dipinti. Ranzoni, come gli altri pittori scapigliati, non è interessato al ritratto fotografico, bensì alla resa psicologica del soggetto, come si evince da questo dipinto di ragazza il cui movimento delle mani denota una sensazione di incertezza e di malinconia.
Una mostra da non perdere, affascinante viaggio nella Milano dell’Ottocento attraverso opere indimenticabili degli artisti più noti e molte altre di grande qualità di artisti considerati minori ma da riscoprire, realizzate in un periodo di vivace transizione, dal Romanticismo alla Scapigliatura, che ha segnato la storia dell’arte milanese e lombarda.
  • Pubblicato in Rivista

Biografie d’Artista - Lo sguardo del critico

Di Marilena Spataro.

Il mondo visivo di Luciana Ceci, tra realtà e sogno.

L'arte di Luciana Ceci ha sguardi ampi, frugali e immaginifici insieme; un altro mondo visivo, più vivo, inquieto, si pone, attraverso le sue opere, davanti agli occhi dello spettatore.
Pittrice, disegnatrice, calcografa, scultrice, di grande esperienza, questa eclettica artista marchigiana, guarda da sempre all’arte come refrigerio dell’anima, portatrice di bellezza e di armonia, nonché di idee che traggono linfa da una comprensione profonda della condizione umana e della sua caducità. E che affondano le proprie radici nel genius loci della sua affascinate Terra, le Marche.
Terra affascinante sì, quanto, spesso, tormentata dai capricci di una natura sublime, tuttavia capace di enormi spietatatezze e di cui, nella sensibilità artistica di Luciana, in qualche modo si colgono le tracce. È da qui, da una visione esistenziale e da un fare artistico di ampio respiro che bisogna partire per individuare il senso più profondo che caratterizza il lavoro di questa artista, in tutte le forme espressive in cui di volta in volta esso si manifesta, sempre e comunque attraverso un imprinting dal segno inequivocabile, che va dall’uso originale e sapiente del pennello, al bulino e ad ogni altro strumento calcografico, alle sue stesse mani.

ceci1




















Attenta conoscitrice della Storia dell’arte e delle diverse tecniche delle arti plastiche e figurative, di cui, peraltro, è stata insegnante presso diversi istituti privati, Luciana Ceci negli anni della sua formazione ha attinto alla migliore tradizione novecentesca dei grandi maestri, quali, in scultura, Henry Moore sotto l'aspetto formale, Alberto Giacometti per senso poetico. E se, nella recente opera “Lei”, l’eco è giacomettina, in “Amiche” la scultura di Luciana si spinge più in là, alle prime avanguardie storiche, in una splendida performance plastica e stilistico compositiva che porta dritto a Matisse ed al suo meraviglioso capolavoro “La Dance”. Citazioni colte e raffinate che, in “Battaglia di Campaldino” e in tanti altri gruppi scultorei, riecheggiano Arturo Martini per composizione, ruvida matericita', oltre che per la presenza di basi a supporto delle sculture, realizzate in modo da diventare così elemento del tutto. Solitamente si tratta di basi nere a supporto di opere monocromatiche in terracotta refrattaria, perciò bianca, indicative di una visione, quella del bianco e del nero, della luce e del buio, che guarda agli opposti non quali elementi contrastanti, bensì quali elementi complementari: la coniutio oppositorum di junghiana memoria, ovvero lo Yin e lo Yang del pensiero orientale, da cui si genera l’armonia dell’universo, del Tutto.
In pittura sono i maestri del Realismo magico che sembrano voler tracciare inizialmente il percorso artistico di Luciana Ceci, tra essi Ubaldo Oppi, con il suo mondo sognante sospeso tra naturalismo e metafisica (come nel recente quadro dell’autrice, “Il Manifesto”), ovvero Felice Casorati, con i suoi rimandi a una pittura neorinascimentale fatta di personaggi immobili in pose frontali, nonché composizioni algide e dall’assoluto rigore geometrico (così come in “Sconosciuta” del 2021).

ceci2



















Nel 1928, Massimo Bontempelli riferendosi al Realismo magico, scrisse: un mondo delineato con «precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi una altra dimensione in cui la vita nostra si proietta». Considerazione che, a mio avviso, ben descrive l’arte del dipingere della nostra artista.
Un discorso a parte, merita l’opera incisoria di Luciana, che pur avendo conoscenza della migliore tradizione dell’incisione del passato e dei suoi più importanti maestri, tende ad avvalersene poco. La soluzione alla quale ella giunge, nel tratto, nei soggetti, nelle immagini e nella composizione, è l’esito di una personale ricerca connotata da estrema modernità, originalità e da un elevato profilo artistico.
Tante, dunque, le influenze e i rimandi cui l’artista marchigiana ha rivolto nel tempo lo sguardo per cogliere l’essenza e i segreti dei grandi maestri, a partire da quelli del ‘900. Di ciascuno ha saputo fare tesoro, assorbendo e metabolizzando nel corso della sua carriera la lezione estetica, nonché ogni altro aspetto percepito come congeniale ed affine.
Il che le ha consentito di giungere a una sintesi pittorica, scultorea e incisoria, e a un linguaggio espressivo, personalissimi, di assoluta riconoscibilità e in cui le suggestioni dell’immagine e la magia delle atmosfere conducono immancabilmente ad una personalità d’artista a tutto campo, che si inscrive tra i migliori talenti del panorama artistico contemporaneo.

ceci3



















Nota

Luciana Ceci è nata a Chiaravalle (AN). Nel suo percorso formativo ha approfondito le tecniche di pittura, scultura e ceramica con maestri tra cui Thomas Orthmann per la pittura a olio, Adriano Calavalle per l’incisione e Cosimo Carrino per la manipolazione dell’argilla, dando sempre primaria importanza al colore. In modo personale inventa corpi umani, volti, facce, paesaggi. Espone dal 1996 in personali e collettive in Italia e all’estero ottenendo premi e riconoscimenti. Alcune sue opere sono state acquisite per collezioni private e pubbliche in Italia, Germania, Ucraina, Lituania e Austria. Vive e lavora a Fano (PU).
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Pubblicato in Rivista

I Tesori delle nostre città

Rimini.
Una dimensione della memoria.


Di Alberto Gross.

"Pensare a Rimini.
Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d’inverno, le creste bianche, il gran vento, come l’ho visto la prima volta. È piuttosto, e soltanto, una dimensione della memoria”.
Con queste parole Fellini descriveva la propria città, riuscendo a sintetizzare quell’insieme di meravigliose contraddizioni e incoerenze che la rendono tanto sghemba e incomprensibile, quanto affascinante e incantevole.
Divisa tra la sua storia millenaria da una parte e quell’etichetta di capitale del divertimento frivolo e superficiale dall'altra, è forse soltanto negli ultimi due decenni che sta cercando di fare pace con sé stessa e ritrovare un proprio equilibrio ed armonia.

città1















Fondata dai Romani nel 268 a.C. alla foce del fiume Ariminus - l’attuale Marecchia - Ariminum divenne ben presto un centro fondamentale in quanto snodo di importanti vie di comunicazione: la Via Flaminia proveniente da Roma, la Via Emilia diretta a Piacenza e la Via Annia Popilia che collegava la città a Ravenna, Adria, Padova e Aquileia. Della grandissima prosperità raggiunta nella prima età imperiale rimangono due tra i più importanti monumenti dell’epoca, ancora oggi simboli distintivi e caratterizzanti la struttura della città: l’Arco di Augusto e il Ponte di Tiberio.
L’Arco trionfale - costruito nel 27 a.C. - è il più antico arco romano tra quelli conservati: eretto in onore dell'imperatore aveva la funzione originale di porta urbica e segnava la fine della Via Flaminia confluendo nel decumano massimo (l’attuale Corso d’Augusto) e conducendo all'imbocco del cardo massimo. L’attico è purtroppo andato distrutto e ricostruito nel X secolo ma si conserva ancora gran parte dell'iscrizione originale.
Il Ponte fu iniziato nel 14 d.C., ancora sotto Augusto, e terminato nel 21 d.C. sotto il governo di Tiberio: costruito in pietra d'Istria si distende elegantemente lungo le sue cinque arcate a tutto sesto, in stile dorico. L’intera zona circostante è stata recentemente resa totalmente pedonale e la nuova piazza sull’acqua permette di godere di una visione inedita del Ponte, quando il sole gioca a nascondersi tra le sue arcate e la luce si spegne sopra il malinconico specchio che ne raccoglie e custodisce il giaciglio.

città2












Tempio Malatestiano e Castel Sismondo

Per celebrare la magnificenza dei Malatesta - allora signori della città - Sigismondo Pandolfo ordinò nel 1450 i la- vori di trasformazione dell’antica chiesa di S. Francesco nel monumento che avrebbe dovuto rappresentare la grandiosità e l’opulenza della famiglia: la parte esterna fu affidata a Leon Battista Alberti che riprende, nella monumentale facciata, la struttura dell’Arco trionfale romano. L’ambizioso progetto si interruppe tuttavia nel 1460 a seguito delle cattive fortune di Sigismondo e il tempio rimase privo della sua copertura. Al suo interno è conservato l’affresco di Piero della Francesca che ritrae Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a S. Sigismondo, oltre al crocifisso dipinto a tempera e oro su tavola attribuito a Giotto.
Concepito come residenza e fortezza assieme, i lavori per la costruzione di Castel Sismondo furono iniziati nel 1437 e si protrassero fino ai primi anni cinquan- ta: segno di potere e supremazia sulla città, Sigismondo viene indicato nelle grandi epigrafi marmoree come ispiratore, ideatore e coordinatore dell’opera. Con le sue grosse torri quadrate e le poderose muraglie a scarpa è il simbolo rinascimentale malatestiano per eccellenza, all’interno del quale il signore morì nel 1468.

città3


















Non solo storia

All'interno dei più antichi edifici medievali del centro storico - Palazzo dell’Arengo e Palazzo del Podestà - da un paio d’anni ha trovato casa PART, collezione di opere di artisti contemporanei della Fondazione San Patrignano, assieme al retrostante Giardino delle Sculture, spazio museale concepito come un giardino all’italiana.
Rimini tenta quindi, finalmente, di concentrare l’interesse anche per il pubblico dell’arte contemporanea ed è imperdibile - in quest'ottica - una passeggiata tra le strette vie del Borgo San Giuliano: antico quartiere dei pescatori nato attorno all’anno Mille, è reso ancora più caratteristico e suggestivo dai tanti murales eseguiti da pittori riminesi che rappresentano immagini e simboli della visionaria e identitaria iconografia felliniana.

Il ricordo di Leonardo
Tra le tante ricchezze che ancora potrebbero essere riportate vogliamo citare soltanto un ultimo, piccolo gioiello: la celebre Fontana della Pigna, nella centralissima Piazza Cavour, originariamente eretta in epoca romana fu completamente restaurata nel 1543 con i cinquecento scudi finanziati da Papa Paolo III. La statua di S. Paolo posta sulla sommità come ringraziamento venne poi sostituita dalla Pigna in seguito ai nuovi restauri succeduti ai danneggiamenti napoleonici. Indimenticabile la frase che pare abbia pronunciato Leonardo da Vinci in visita alla città e incisa sopra un pannello della fontana: “Fassi un’armonia con le diverse cadute d’acqua, come vedesti alla fonte di Rimini, come vedesti addì 5 d’agosto 1502”.
  • Pubblicato in Rivista

La storia dell’Arte naif in Croazia

Di Svjetlana Lipanović.

La nascita dell’Arte naif croata si può collocare alla fine degli anni 20 nel villaggio di Hlebine, sito nella regione di Podravina. Il prof. Krsto Hegedušić, pittore accademico e docente all’Accademia di Belle Arti a Zagabria, nato a Petrinja si è accorto - durante i suoi soggiorni estivi a Hlebine - delle opere di due contadini: i pittori Ivan Generalić e Franjo Mraz ai quali ha impartito i primi insegnamenti relativi alle tecniche pittoriche. Indubbiamente l’innato talento degli artisti e l’ambiente circostante, fonte di inesauribile ispirazione insieme agli incoraggiamenti di Hegedušić, sono stati determinanti per il sviluppo dell’Arte naif a Hlebine e per la successiva costituzione della “Scuola d’Arte”.

cro4











Ivan Generalić
- “Il cervo nel bosco” - 1956 - Olio su vetro




Inoltre, Krsto Hegedušić fu uno dei fondatori dell’Associazione artistica “Zemlja” (“La Terra”). L’Associazione aveva uno scopo ben preciso di promuovere le creazioni degli artisti - contadini, degli operai e dei bambini. Il 13 settembre 1931 fu organizzata la prima mostra dei pittori naif nel Padiglione dell’Arte a Zagabria. L’arte dei contadini era nata in un periodo storico particolare e anche drammatico, che portò il paese alla Seconda guerra mondiale. La maggioranza della popolazione, circa l’ 80%, si occupava di agricoltura e viveva spesso in condizioni difficili e precarie. L’arte dei pittori naif era diventata un’arma con cui essi denunciavano le ingiustizie sociali, osservando con attenzione l’ambiente circostante. Una delle mostre più importanti fu inaugurata il 18 maggio 1936 nella Galleria Ulrich, a Zagabria e, fino al 1939, la stessa mostra fu allestita in varie città del Regno di Jugoslavia.

cro2











Ivan Rabuzin - “Il mio mondo” - 1962 - Olio su tela




L’attività dell’Associazione artistica “Zemlja” fu intensa fino al 1936 e in seguito - anche per il diminuito l’interesse di Hegedušić per l’arte contadina - si è spenta.
Nonostante le innumerevoli difficoltà - causate anche dalla guerra - l’arte naif è sopravvissuta, non solo nell’ entroterra ma anche sulla costa della Dalmazia. Il denominatore comune delle opere è senz’altro la grande attenzione per i particolari, spesso ripetuti, mentre la prospettiva, quasi inesistente, si allarga sovente dall’immagine centrale verso i bordi creando un movimento circolare nel quadro. L’altra caratteristica sono le immagini dipinte sul vetro al contrario. Sarebbe impossibile nominare tutti gli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nell’arte naif croata. Ivan Generalić (1914- 1992), senza dubbio è stato uno dei pittori più conosciuti. Il suo mondo - con passare degli anni - diventa sempre più complesso e fedelmente rappresentato con innumerevoli tonalità. Le sue creazioni sono state ammirate nelle capitali europee, oltremare e in patria. Dal 1945 fu membro dell’Associazione croata degli artisti (ULUPUH). Nel 1958 a Bruxelles, alla Mostra per i 50 anni dell’Arte moderna, ricevette un meritato riconoscimento e le sue opere sono entrate nella storia dell’arte mondiale.

cro1











 Mirko Virius - “La mietitura” - 1938 - Olio su tela




Mirko Virius ( 1889-1943), contadino e pittore dal destino tragico che si è concluso nel campo di concentramento a Zemun, in Serbia, con i suoi dipinti denuncia le ingiustizie sociali ponendosi diverse domande sull’esistenza umana. Ognuno dei tanti artisti naif ha creato una sua personale visione del mondo ma, sicuramente una delle più affascinanti e fantasiose è quella di Ivan Rabuzin (1921-2008):. Le sue coloratissime opere sono un inno alla vita, piene di ottimismo, allegre, e sprigionano la fede in un futuro radioso. La realtà è trasformata nelle composizioni surreali e poetiche: il Sole spesso presente con altre forme circolari, ricorda i mandala indiani, dipinti con colori vivaci. La sua creatività si è espressa anche in arazzi, realizzati in Francia o in Croazia, e nella creazione del grandioso sipario per un teatro a Tokyo ed altro...

cro3










Ivan Lacković Croata - “Le tre mucche sterili” - 1972




Ivan Lacković Croata (1932 2004), inizia con i murales dipinti nel suo villaggio, per dedicarsi - dal 1955 - ai quadri. Possiede un ottimo rapporto con la natura, che racconta con uno stile complesso e soggettivo. Spesso è stato paragonato al pittore fiammingo Brueghel. La sua grande forza è il disegno, e i temi prediletti sono i paesaggi invernali. Un mondo ideale, semplice in Podravina, come imprigionato nel ghiaccio e nella solitudine. Fu membro dell’Associazione croata degli artisti (ULUPUH) dal 1968. Nel 1970 ricevette la grande medaglia d’oro dell’Accademia romana della scienza e della cultura “I 500”. In seguito, nel 1972, fu premiato con la medaglia a Laval, in Francia, durante la mostra nel Museo di Henry Rousseau, e gli fu anche assegnata un’altra medaglia a Morgex, in Svizzera, presso la Mostra degli artisti naif europei. Sono solo alcuni dei premi ricevuti durante la sua fortunata carriera.
Una storia complessa, come è stata la nascita dell’Arte naif croata richiede senza dubbio un approfondimento più ampio e, questo breve testo è solo un invito a conoscere meglio gli artisti naif croati. 
  • Pubblicato in Rivista

Consigli di lettura

A cura di Marilena Spataro.

Il sud è una direzione geografica, non un luogo, e neppure un’identità culturale.
Pubblicato, nella sua prima tiratura, nell'aprile del 2021 per Città edizioni di Reggio Calabria, Il PAESE DEL SOLE di Tonino Mosconi è un ponderoso libro d'autore di fotografie corredate da testi dello stesso autore o di altri scrittori. Tra questi, una interessante presentazione del giornalista e scrittore, Pino Aprile.
Qui una breve introduzione al volume dello stesso Tonino Mosconi.
Cilento, Moio Cilento, Contadino con Mulolett2


Qui una sintesi al volume dello stesso Tonino Mosconi.

“Questo libro è un viaggio in una terra dalla storia millenaria, culla del pensiero moderno, al centro del Mediterraneo. Una terra che fu fenicia, greca, romana, araba, normanna e spagnola, e che nel 1861 con la sua annessione al resto della nascente Italia, diventa sud: come luogo geografico e come identità culturale. Un viaggio che racconta bellezza e devastazione di questa terra e del suo popolo, senza troppo curarsi né delle storie ufficiali né di quelle parallele. La storia è sempre la storia di chi la racconta, e la verità non può essere certo rinchiusa nei libri.
Le pagine di questo libro sono esperienze vissute sul campo; incontri, dialoghi con la gente di strada, con le loro storie di vita vissuta. E vogliono essere un invito, per chi legge, a smettere di credere o non credere alle storie di altri, e cominciare a interessarsi in prima persona alla propria storia, alla propria terra, alla propria intelligenza.
Un invito a porsi domande, lasciar perdere i giudizi confezionati con etichette e data di scadenza, e fidarsi delle proprie sensazioni nel cercare le risposte. Sensazioni che albergano in quegli spazi di coscienza così poco frequentati e poco alimentati, oggi, dai moderni sistemi di vita. Ma che ci sono, dentro ognuno di noi. Bellezza, poesia, l’arte in genere, il libero pensiero, sono i portali di accesso per quegli spazi; le immagini e le parole di questo libro vi ci condurranno per mano”.
Campania, Costiera Amalfitana e veduta sui Faraglioni di Caprilett4


Biografia

Tonino Mosconi è autore di libri, monografie e servizi fotografici a carattere di reportage geografico, etnografico e di ambiente. Ha viaggiato per i cinque continenti raccontando storie legate ai paesi e alle genti, in libri fotografici e monografie illustrate. Collabora con enti pubblici e privati per la promozione e la salvaguardia delle tradizioni culturali e locali. Realizza servizi fotografici per l’editoria libraria, riviste di viaggio, cataloghi e directory aziendali, per l’industria e il turismo.
Tiene corsi e seminari di fotografia e photoshop con metodologia basata prevalentemente sullo studio dell’immagine e sulla percezione visiva.
  • Pubblicato in Rivista

Esistenze

Sabato 17 settembre 2022 alle ore 18 ennesimo nuovo appuntamento con l’arte alla Galleria Ess&rre. Una bipersonale dal sapore internazionale con gli artisti Gilles Roux e SerGiotto Artist con le splendide barche a fare da contorno mentre brinderemo al tramonto del Porto turistico di Roma con le accattivanti opere di questi due maestri tecnicamente diversi fra loro.
Gilles Roux pittore, decoratore, e disegnatore crea opere ispirate a concetti di forme dal concetto della fisica quantistica realizzando paesaggi e atmosfere fiabesche oltre che oniriche.
SerGiotto artist scultore e pittore, crea opere che “escono” letteralmente dalla tela o dal supporto su cui le crea rendendole tridimensionali un po’ come prolungamento dell’immaginazione che colpisce lo spettatore. Insomma due artisti di assoluto interesse che sapranno esporre i loro pensieri e la loro arte direttamente con il nostro pubblico.
Direzione artistica Alessandra Antonelli
Vernissage ore 18
Orari mostra: dal lunedì al venerdì 10-13 e 16-19
Sabato dalle 17 alle 19
Domenica su appuntamento.
Info:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
+39 329 4681684
Sottoscrivi questo feed RSS