Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

C'era na vorta... l'Ottobrata Romana

Dal 2 al 15 ottobre 2021
Vernissage 2 ottobre ore 17.00 presso la Galleria Ess&rrE
Ospiti "Le maghe"
2 ottobre - I Vinarelli di Laila
3 ottobre - Versi di... vini
4 ottobre - Consegna sottopasso
5 ottobre - Inaugurazione Galleria d'Arte Suburbana "Al Sottopasso" con Mostra collettiva
A cura di Alessandra Antonelli
Progetto grafico di Roberto Sparaci
laila1

Waves

La Galleria Ess&rrE presenta la
Mostra collettiva
"Waves"

Saranno presenti i seguenti artisti:
Ebby 70, Elio Atte, Domenico Balestrieri, Roberta Conti, Giusy Dibilio, Fabrizio Esposito, Davide Favaro, Giusy Cristina Ferrante, Gaia Maria Galati, Rita Lombardi, Fernando Longo, Annalisa Macchione, Marinella Peyran, Franco Pintus, Francesco Ponzetti, Michelangelo Riolo, Maria Grazia Russo, Laila Scorcelletti e Anna Maria Tani.

Vernissage 16 ottobre 2021 ore 17:00 fino al 29 ottobre 2021
Presso la Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma, Lungomare Duca degli Abruzzi 84, locale 876

A cura di Alessandra Antonelli
Direttore Artistico Roberto Sparaci
Grafica di Fabrizio Sparaci

"INSPIRE"

Alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma, nella mostra “Inspire” con inaugurazione sabato 18 settembre 2021 alle ore 18:00, in una cornice di primario impatto emotivo a ridosso delle bellissime imbarcazioni a fare da contorno a questa meravigliosa esposizione dal 18 settembre al 1 ottobre 2021, saranno ezoste alcune opere di artisti di assoluto livello pittorico. Gli artisti presenti saranno: Ebby 70, Domenico Balestrieri, Giusy Dibilio, Fabrizio Esposito, Emanuela Fera, Livia Licheri, Fernando Longo, Barbara Monti, Paola Guia Muccioli, Franco Pintus, Michelangelo Riolo, Maria Grazia Russo e Anna Maria Tani.

Mostra a cura di Alessandra Antonelli
Progetto grafico: Fabrizio Sparaci
"Inspire"
Galleria Ess&rrE - Porto turistico di Roma - loc. 876
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - +39 329 4681684
dal 18 settembre al 1 ottobre 2021

Inaugurazione sabato 18 settembre 2021 alle ore 18:00

INTENSI CROMATISMI

Alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma, nella mostra “Intensi cromatismi” con inaugurazione sabato 4 settembre 2021 alle ore 18:00, in una cornice di primario impatto emotivo a ridosso delle bellissime imbarcazioni a fare da contorno a questa meravigliosa esposizione dal 4 al 17 settembre 2021, alcune storiche opere scelte di Mario Schifano saranno esposte unitamente ai lavori di un artista di assoluto livello pittorico, Giancarlo Amabile.

Mario Schifano protagonista della scena Pop italiana dell’ultimo ventennio, fu uno dei più importanti artisti italiani della scena nazionale e internazionale degli anni Sessanta. Artista dall’animo ribelle e graffiante, Mario Schifano ad oggi è considerato uno dei più prolifici pittori del Dopoguerra.

Giancarlo Amabile artista dove nei suoi quadri ogni elemento è espressione di una natura esuberante selvatica, sempre sospesa tra il limite fisico e l’ispirazione metafisica, ha una potente e ossessiva struttura - tema con variazioni, nella miglior tradizione delle “Goldberg” di Bach e delle “Diabelli” di Beethoven - ci colpisce in maniera decisa e forte giacché contiene profondi livelli di letteratura.
Invito Schifano Amabile
Intensi cromatismi
Galleria Ess&rrE - Porto turistico di Roma - loc. 876
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - +39 329 4681684
dal 4 al 17 settembre 2021

Inaugurazione sabato 4 settembre 2021 alle ore 18:00

Mario Puccini “Van Gogh involontario”

Una collezione riscoperta e altri capolavori.
Museo della Città di Livorno.
Dal 2 luglio al 19 settembre 2021.
A cura di Silvana Gatti.

Puccini sta a Fattori, come Van Gogh sta a Cézanne; ed entrambi i due coloristi, Puccini e Van Gogh, tramutano in masse fluide e vibratili i serrati e compatti blocchi dei due costruttori.

[M. Tinti, in Mario Puccini, Firenze, 1931]

Al Museo della Città di Livorno un’importante mostra celebra il centenario della morte di Mario Puccini (Livorno 1869 - Firenze 1920), artista sulla scia dei Macchiaioli definito da Emilio Cecchi nel 1913 un “Van Gogh involontario”. La rassegna è a cura di Nadia Marchioni con il supporto del Comitato scientifico formato da Vincenzo Farinella, Gianni Schiavon e Carlo Sisi. L’esposizione amplia le ricerche avviate in occasione dell’esposizione del 2015 al Palazzo Mediceo di Seravezza.
puccini1













L’input della mostra parte dalla riscoperta di una importante collezione di dipinti di Mario Puccini, di cui si vuole celebrare il valore storico e artistico, ponendo al contempo una riflessione su opere mai presentate prima o raramente esposte in passato.
Mario Puccini nasce a Livorno il 28 giugno 1869 da Domenico e da Filomena Andrei, quinto di sei fratelli.
Sin da adolescente ama disegnare e dipingere, contrastato dal padre, fornaio e gestore della trattoria La Bohème di Livorno, che riuscì a garantire ai propri figli un’infanzia abbastanza agiata e la possibilità di studiare. Dopo gli studi tecnici a Livorno, il giovane ottiene l’autorizzazione paterna a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze a cui si iscrive nel 1884. Nel 1887 frequenta la Scuola di Figura, Copia dal Vero, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1890, dopo aver vinto un concorso bandito dal Ministero della Pubblica Istruzione per la creazione di un metodo di proiezioni ortogonali, consegue il Diploma dell’Accademia e quindi l’abilitazione all’insegnamento del disegno. Nell’autunno del 1893, l’artista subisce un tracollo psicologico che ne causa il ricovero all’ospedale Civile di Livorno, e successivamente, il 4 febbraio 1894, all’Ospedale Psichiatrico San Niccolò a Siena dove, ricoverato per “demenza primitiva”, viene dimesso dagli psichiatri il 5 maggio 1898 e affidato, “non guarito”, alla custodia del padre, permettendogli di riacquistare la libertà.
puccini2















Uscito dal manicomio Puccini riprende quasi subito a dipingere, grazie anche al sostegno degli amici pittori (soprattutto Lloyd, Ghiglia, Micheli) e collezionisti (Sforni): fino al 1920, anno della sua morte, l’artista dipinge senza sosta, concentrandosi di frequente su variazioni dei soggetti prediletti, cercando nell’immediatezza di geometrie e colori del mondo esterno un’ancora di salvezza per la propria fragilità interiore. La malattia mentale e l’appassionato utilizzo dei colori accesi hanno contribuito a creare un filo rosso fra la pittura di Puccini e quella di Van Gogh, la cui opera il livornese aveva ammirato, assieme a quella di Cézanne, nella collezione fiorentina di Gustavo Sforni, con il quale entrò in contatto nel 1911 grazie all’amico Oscar Ghiglia.
Del periodo che va dall’uscita dal manicomio al 1906, si hanno scarse notizie. Nel 1901 partecipa alla III Esposizione d’Arte di Livorno, con il dipinto Paese-Gabbro; del 1902 è il dipinto Darsena, datato e dedicato a Mario Galli, che esprime già i tratti tipici di quella che sarà in seguito la produzione pittorica dell’artista, dalla salda costruzione plastica dell’immagine entro cui il colore si accende di smalti e vibrazioni, libero da condizionamenti.
Alla morte del padre (1906), essendo la madre già deceduta nel 1901, Puccini decide di dedicarsi definitivamente alla pittura, andando a vivere da solo e guadagnandosi da vivere costruendo aquiloni e marionette per i ragazzi, cifre ed ornati per le ricamatrici, insegne per i negozi. Dopo il 1909 inizia a frequentare il Caffè Bardi, in piazza Cavour, ritrovo degli artisti livornesi per le cui colonne appronta, all’incirca nel 1911, almeno due dipinti ed altrettanti carboncini di grandi dimensioni, su committenza di Ugo Bardi, proprietario del caffè. Da qui l’artista viene apprezzato anche a Firenze grazie a collezionisti e mercanti quali Angelo De Farro, Mario Galli, Ermando Fanfani, Checcucci, Romolo Monti e l’industriale Querci.
Migliorate le sue condizioni economiche, Puccini lascia la bottega in cui abitava per andare a vivere nel fondo che era stato di un ciabattino, al quartiere “Gigante” vicino alla Fortezza Nuova; quindi si trasferisce in Piazza del Cisternone, in un alloggio più accogliente.
puccini3










Vive a Livorno traendo ispirazione dalle sue coste e dalla campagna circostante, e nelle sue opere raffigura barconi all’ormeggio, scorci, angoli di paese ma soprattutto l’amata Torre Medicea, ripresa da ogni angolazione. Nel 1910 è documentato un suo primo viaggio a Digne, paese delle Alpi Marittime francesi, e nel 1912 partecipa all’Esposizione di Belle Arti di Livorno, quindi si reca di nuovo a Digne per alcuni mesi, ospite del fratello, dove la sua tavolozza si esprime con tonalità più chiare, meno accese. Nel 1913 e 1914 espone di nuovo a Livorno, Firenze e Roma; nel 1915 è presente con il dipinto Scaricatori alla “Secessione Romana”, nella Sala Internazionale. Durante gli ultimi anni l’Artista dipinge in Maremma, all’aperto e nelle più variabili condizioni atmosferiche, peggiorando il suo precario stato di salute che si aggrava a causa di un’infezione polmonare; ricoverato all’Ospedale Santa Maria Nuova in Firenze, il 17 giugno, muore il giorno seguente, 18 giugno 1920.
Definito come uno dei pochi e rari “fauves” italiani, affascinante colorista, sottovalutato dalla critica, risulta avanguardista nell’uso espressivo e spaziale delle linee pure, riabilitando la funzione coloristica in modo del tutto spontaneo, avvicinandosi all’Espressionismo tedesco che traspose nell’arte i tormenti freudiani dell’inconscio e l’emozione del colore, attraverso l’indagine delle emozioni, per una nuova libertà espressiva. Allo stesso tempo, si affianca alle complesse ricerche di tipo divisionista della Scuola Toscana - rappresentata nei primi anni Novanta da Nomellini, Kienerk, Müller ed Angelo Torchi, quindi da Amedeo Lori e, nei primissimi anni del Novecento, da Benvenuti, Lloyd e Chini - volto a liberare il colore dai riferimenti figurativi.
La collezione esposta in questa mostra delinea lo sviluppo della carriera artistica di Puccini dal suo esordio, a partire dai rari ritratti della fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, in cui si evidenzia il legame con l’ambiente artistico fiorentino di fine secolo e con i maestri Fattori e Lega, alla maturità colorista, così come si manifestò dopo i cinque anni trascorsi negli ospedali di Livorno e Siena. Con oltre cento opere divise in otto sezioni, la mostra è l’occasione per far dialogare i capolavori della citata collezione con una serie di altri selezionati dipinti provenienti da diverse raccolte e da prestigiosi musei come la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e le Gallerie degli Uffizi.
puccini4









La prima sezione è dedicata agli esordi di Puccini in ambito tardo ottocentesco, quando in Toscana primeggiavano artisti quali Fattori e Lega; il giovane pittore, a Firenze per studiare all’Accademia accanto all’illustre maestro, esordisce come ritrattista accanto al suo amico Nomellini, suo concittadino. La Bambina che prega, dipinto del 1887, è qui apprezzabile per la sua intensità espressiva.
La seconda sezione documenta il periodo della crisi psichica che portò l’artista ad essere ricoverato, ventiquattrenne, all’ospedale di Livorno ed in seguito al Manicomio di San Niccolò di Siena, dove rimase dal 1893 al 1898; le foto d’epoca, i documenti e i disegni conservati nell’Archivio storico della Asl 7 di Siena documentano la crisi esistenziale che crea un parallelo con il grande Van Gogh, fornendo preziose indicazioni, grazie allo studio delle cartelle cliniche e ad una rara lettera dell’artista al direttore dell’Istituto senese, sugli anni della sua “reclusione”. In questa sezione documentaria sono presenti tre autoritratti dell’artista, eseguiti fra il 1912 e il 1914, che riflettono lo spirito di un uomo sensibilissimo, desideroso di affermare un’immagine pubblica serena e rispettabile, che nasconde una prorompente e anticonvenzionale urgen- za espressiva.
La terza sezione analizza il legame tra Puccini ed il maestro Fattori, sino al superamento del suo insegnamento, favorito dall’influenza europea della pittura in Toscana fra Ottocento e Novecento, quando artisti come Nomellini e Müller si distanziarono artisticamente dall’anziano maestro cercando fuori confine nuove strade fra impressionismo, divisionismo e simbolismo. “Puccini - scrive la curatrice della mostra - rimanendo in qualche modo fedele all’insegnamento di Fattori e al saldo impianto grafico e compositivo dei suoi lavori, fu capace di rinnovarne il messaggio e la forza espressiva esasperandone la sintesi formale e caricando la visione con la potenza del colore, talvolta completamente astratto dalla realtà, come nel caso dei buoi azzurri, evidentemente debitori delle acutezze disegnative del maestro”. Presenti in questa sezione una serie di confronti fra opere di Puccini e di artisti come lui cresciuti sotto il modello fattoriano e vicini all’artista, fra cui Bartolena, Benvenuti, Ghiglia, Ulvi Liegi, Micheli.
La quarta sezione mostra il ritorno alla pittura, da parte di Puccini, dopo il periodo di silenzio della seconda metà degli anni Novanta, in una veste completamente mutata; l’artista non si dedica più allo studio della figura umana, ma spazia nel paesaggio livornese, tra scorci solitari e silenziose marine, messi a confronto, nel Museo della Città, con le fotografie d’epoca, evidenziando l’interpretazione al contempo realistica e visionaria dell’artista. I visitatori della mostra potranno ammirare in particolar modo la resa cromatica della luce, e l’uso del colore che si fa materia, che in alcune opere imita il rilievo e la texture di un muro, mentre in altre riesce a rendere l’idea della salsedine depositata su una corda o una vela.
puccini5













Ad inizio Novecento lo stile di Puccini risulta differente rispetto alle opere precedenti, distanziandosi dall’insegnamento di Fattori per giungere ad una matura e personale interpretazione del clima post-impressionista francese, attraverso colori smaglianti che tanto ricordano lo stile vangoghiano. Opere quali La strada nel bosco e Il fienaiolo evocano brillantemente le atmosfere del genio olandese, rese con pennellate arancioni e gialle, che da Millet e Van Gogh scivolano sino al nostro sguardo con lo stile brillante di Puccini per celebrare l’epopea dei campi.
La quinta sezione documenta il fermento culturale della città di Livorno, attraverso due dipinti eseguiti da Puccini raffiguranti Il Lazzaretto di Livorno, uno dei quali eseguito, assieme ad un grande disegno a carboncino, per la decorazione di una sala del Caffé Bardi, ritrovo di intellettuali ed artisti dal 1909. Osservando Il lazzaretto di Livorno balza subito agli occhi il contrasto tra la barca, simbolo di libertà, ed il muro che separa idealmente la libertà dalla reclusione, il tutto sottolineato dalla figura dell’uomo raffigurato di spalle. Il giallo è il colore prevalente ed evoca inevitabilmente alcune opere di Van Gogh mentre il muro riflette lo stile di Fattori. A Puccini ed altri pittori furono commissionate le decorazioni del Caffè di piazza Cavour, di cui si espongono quelle di Renato Natali, Corrado Michelozzi e Gino Romiti, con un delizioso bozzetto per una perduta decorazione di Gastone Razzaguta ed un disegno di Benvenuto Benvenuti che ricorda l’aspetto della sala del locale; un disegno di Puccini eseguito sul cartone intestato del Caffè, in suggestivo confronto con il celebre Ritratto di Aristide Sommati, realizzato da Modigliani su carta intestata del locale durante il suo soggiorno livornese del 1909, completano la sala in cui due grandi artisti livornesi del primo Novecento sono posti a confronto.
puccini6












Una sala della mostra è dedicata all’attività grafica dell’artista. Disegni su grande formato raffigurano scorci cittadini, porti, paesaggi, animali, contadini, modelle, mostrando la tecnica eccellente raggiunta dall’artista anche nel tratto di matita e carboncino.
Nella sesta sezione sono esposti diversi paesaggi, da quelli eseguiti a Digne, nelle Alpi Marittime, dove Puccini si reca nel 1910 e nel 1912, a quelli della Versilia e Seravezza, ai dipinti della campagna fra Livorno e Pisa, i dintorni di Castiglioncello, la Maremma. Il percorso prosegue con le opere che raffigurano vari personaggi. Lavoratori, bambini seduti in ozio davanti alla porta di umili abitazioni, contadini. Un mondo fatto di silenzio e di sudore, rallegrato dalle immagini dei bimbi. Nell’ottava sezione è presente una selezione di ritratti e nature morte, queste ultime eseguite in gran numero da Puccini, che dal 1911, grazie anche ad una società per la commercializzazione delle sue opere costituita dagli amici Benvenuti e Pierotti della Sanguigna, comincia ad ottenere un certo successo nelle vendite. Una sezione della mostra evoca Il giardiniere di Van Gogh oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, prima opera dell’artista olandese esposta in Italia, a Firenze, alla Prima Mostra italiana dell’Impressionismo nel 1910, dopo essere stata acquistata a Parigi da Gustavo Sforni, nella cui collezione fiorentina Puccini poté ammirarla durante una documentata visita. L’immagine dell’opera vangoghiana documenta l’evoluzione in senso europeo della pittura pucciniana attraverso l’interpretazione personale della libera pennellata a corpo del- l’olandese, in una serie di capolavori che si avvicinano alle opere di Van Gogh.
Una mostra di sicuro interesse per approfondire la conoscenza di un pittore di grande caratura, presenza importante nella storia dell’arte italiana.
  • Pubblicato in Rivista

SILVIA PACI:Talento, surealismo e metafisica

A cura di Giorgio Barassi.
Non riuscivo a distinguere bene quelle cose che di solito l’occhio registra senza difficoltà: i pali della corrente, le luci, le automobili in sosta, il cielo nero.
C’era una strana bellezza nelle loro distorsioni surreali. Sembravano assalire gli occhi da ogni parte.
(Banana Yoshimoto)

La giovane età di Silvia Paci fa pensare subito al fatto che il suo talento sia nato con lei e sia stato semplicemente svezzato in un territorio, la Toscana, che sa di arte pura ad ogni angolo. Divenuto maggiorenne, quel talento ha iniziato a prendere la via del successo, perché il talento di Silvia non può essere confuso con altro e non può subire l’onta della limitazione. Le sue scelte sono state difficili e sofferte, ma l’intenzione era quella di direzionare studi ed esperienze verso un punto indefinito, immaginario e provocatorio. Nulla di confrontabile è nella sua pittura, che intriga quanto intriga un mistero. Ha scelto bene di chiamarsi fuori dalle definizioni sommarie del suo percorso, e perciò ha scelto un cammino arduo, sapendo bene di poggiare su una tecnica notevole e una conoscenza dell’arte a lei precedente davvero invidiabile.
Così Silvia ha fatto crescere le sue doti, alimentate da studi specifici e sperimentazioni complesse, senza abbandonarsi alle sirene di un mondo difficile ed inquinato. Attribuirle una definizione come semplice surrealista è dunque poco, perché la miscela delle sue visioni, che diventano quadri, prevede una forte conoscenza delle tecniche più difficili, la sperimentazione in senso ampio e una conoscenza dei cardini della metafisica non indifferente.
paci1










Ama i classici, Silvia Paci, e ovviamente ha deciso di ispirarsi a un periodo fortunato della pittura e del pensiero degli inizi del XX secolo, andando a scavare tra le donne del surrealismo. Leonora Carrington, Dorothea Tanning e Dora Maar su tutte. Allora, dopo la fine della Prima guerra mondiale, le donne del surrealismo decisero che il loro mondo, quello femminile, non poteva essere relegato al solo ruolo di muse ispiratrici, e, quando andava bene, di modelle. Volevano ed ottennero una autonomia espressiva che fu a tratti molto più provocatoria e decisiva di quanto fosse perfino nei pensieri di André Breton.
Nelle sale si ballava il charleston e un certo Dottor Freud cominciava a far emergere la categoria dell’inconscio. Oggi, quando il rap è di casa, Silvia Paci fa battere il martello della provocazione che nasce dall’incontro della strana dolcezza della metafisica con lo sbigottimento da surrealismo. Surréalité, si diceva. Sopra od oltre. Non importa. Le figure di Silvia, qual che sia la loro ambientazione, preferibilmente misteriosa, avvolta da boschi fitti o da spazi assolati, nascono da una corretta e meticolosa costruzione tecnica e attirano quanto il totale delle sue opere. Come se avvenisse, finalmente, qualcosa che riesce ad attrarre nella sua globalità e trascina in un alone di pensiero, di immaginazione e di inquietudine. Va detto che l’inquietudine appena evocata è però un dato che stimola riflessioni e complementi della osservazione del suo lavoro, perché, in fondo, a Silvia Paci piace raccontare quel che molti hanno a volte in sorte di sognare. Solo che non tutti lo dicono.
paci4












Dare un perimetro di azione alle sue operazioni artistiche è fuori luogo. Intanto perché proprio la sua capacità espressiva avrà mille e mille forme ancora da affrontare, e poi perché quell’inconscio e quella surréalité sono elementi svincolati da qualunque previsione, da qualsivoglia programmazione possibile. Il possedere una tecnica di cui tutto conosce, è per la pittrice toscana un mezzo e non un fine. Sa di poter contare su una preparazione importante, e questo le serve a dare maggior carica espressiva alle sue figure, che sbucano da una fondamentale assenza del reale pur essendo grandi prove narrative di una pittura colta, quasi antica, che si arricchisce di interventi degni della più innovativa sperimentazione moderna. È come se Silvia avesse già previsto che i temi e la tecnica della sua maniera di operare fossero davvero una via per far emergere quanto realizza. Di fatto, oggi, è mol- to più trasgressivo saper dipingere un vol- to che impiastricciare fingendosi alternativi.
I più recenti lavori, che sono trampolino e non punto di arrivo, pescano in una doppia forma di rispetto evocativo del passato dell’Arte. Il romanzo di Emily Bronte, Cime tempestose, del 1846, uscito l’anno dopo col titolo inglese Wuthering Heights, ha portato Silvia Paci ad ispirarsi non solo alla appassionante e drammatica storia d’amore che finisce per diventare distruttiva. Ma ad attingere addirittura al lavoro già dedicato dal grande Balthus (Balthasar Klossowsky de Rola) alla illustrazione di quel romanzo, coi suoi propri principi creativi, nei primi anni Trenta del XX secolo. Da lì, con le sue visioni surreali e metafisiche, Silvia propone intensi dipinti di figure, compreso il suo autoritratto, dalle posture innaturali ma non sgradevoli, quasi irreali ma riconoscibili ed intriganti come tutta la sua pittura.
paci2











Lo ha fatto, in qualche caso, bagnando il pennello solamente nelle terre d’ombra, col chiaro intento di ridare vitalità a tinte che sanno di passato e soprattutto di lontani maestri toscani. Ne deriva un racconto che contiene tecnica, mistero, surrealtà e sospensione del tempo. Attese che si leggono anche nei suoi grandi dipinti in cui, spietatamente, narra di disagi sociali, di misteriose figure incombenti alle spalle di leggiadre bellezze dal volto delle Madonne di scuola toscana, vestite di veli, o colorate nell’abbigliamento o addirittura coperte da qualche sdrucito lenzuolo, come un moderno sudario.
Si incrociano, come per magia storica, le storie di Balthus e quelle di Silvia Paci. Il primo, provocatorio, innovatore, dall’inconfondibile erotismo narrativo, non ha mai fatto mistero del suo autentico amore per Masaccio, Piero della Francesca, Simone Martini, Masolino. Riportò in auge la pittura delle figure quando la figurazione venne emarginata, compiendo un atto di coraggio che la storia ha premiato. Silvia ha invece affrontato anni di lavoro a Berlino, mescolando la sua naturale prontezza e raffinatezza creativa toscana, che sa di alta pittura, con le avanguardie più temerarie e con vicende di osservazione della realtà dal profondo significato, che finisce nei suoi quadri con una stupefacente facilità, a molti suoi colleghi ignota. Una operazione non semplice ma altamente notevole, in un marasma che non ne vuole sapere di arrendersi al fatto certo di una decadenza di ispirazioni e creazioni. Il suo avanzare non è un viaggio controcorrente fine a sé stesso. È figlio di un convincimento cresciuto coi colori dei secoli trascorsi, nel rispetto delle regole essenziali ma pienamente arricchito da accorte stravaganze fascinose.
paci3












Quel che ci aspettiamo da Silvia Paci non è calcolabile. I veri talenti, in tutti i cam- pi, non sono prevedibili. Chi affronta il suo lavoro pensando di intuire dove possa andare a parare il suo talento fa la fine del difensore del gioco del calcio che tenta di bloccare il fenomeno autentico. Dribblato, umiliato, sconfitto da una genialità imprevedibile ma in fondo semplicissima: lei fa quel che non è dato ad altri di saper fare. E lo fa benissimo.
  • Pubblicato in Rivista

Paù: centralità del colore, puntualità del segno.

A cura di Giorgio Barassi.

Questa gran volta del cielo, sotto la quale stupiti viviamo.
È come una lanterna, magica di illusione:
il Lume dentro n’ è il sole, la lanterna è il Mondo;
e noi, come forme fuggenti, sbigottiti, passiamo.
Omar Hayyam, Persia XI-XII sec.

Quello che fa Paù non è solo dipingere con una passione invidiabile. È trasmettere, infondere e propagare la serenità che arriva dalla bellezza del coordinamento e della armonia di colori e segni, siano essi i “puntini” come lei stessa li definisce, siano le variazioni sul tema che stanno via via popolando lo sfondo o addirittura i tre quarti di alcune sue opere.
Non è più un segreto, ormai: la chiusura delle attività, lo svuotarsi delle città e dei paesi a causa di una stramaledetta pandemia ha costretto Paù (al secolo Paola Belluco) in casa come tutti gli altri, ma è davvero il caso di dire che lei ha fatto di necessità virtù. La passione per le arti l’ha sempre animata, una dimestichezza coi colori l’ha sempre avuta, ma stavolta si trattava di tradurre in espressione pittorica la filosofia esistenziale di una artista che ormai può sfornare dal suo enorme bagaglio creativo qualsiasi invenzione tenuta insieme dalla centralità del concetto del Mandala e dalle variazioni su temi che sanno di oriente e di antica e sapiente pazienza.
pau1










Mandala è un termine sanscrito, che indica qualcosa di sacro, di forma rotonda. Ma è anche un termine che per il buddhismo indica una serie di disegni per scopi meditativi. Indica anche il luogo che il soggetto sceglie e circoscrive perché lì ha sede la sua divinità invocata. Ha molti altri significati, spesso discussi nei secoli, ma alla fine concordano tuti o quasi nel definirlo il centro attorno al quale muovere la concentrazione ed il pensiero perché diventi rifermento ed insieme universo, benessere, spiritualità.
E qua potremmo citare i tanti casi in cui la centralità, non solo nel pensiero orientale, ha un significato profondo e diffuso, noto a chiunque ed evocato in vicende tecniche ed artistiche. È circolare il rosone del fronte delle chiese, è circolare il medaglione centrale della gran parte dei tappeti orientali, è un cerchio il nimbo, cioè il centro attorno al quale si inscrive un personaggio delle icone antiche, è il cerchio un luogo che limita e confina ma che avvolge e comprende. È circolare, infine, lo stesso aspetto del punto, ingrandito a visione d’occhio e almeno perce- pibile nella sua completezza. Si parte dal Mandala e si arriva a significati profondi, che con la policromia e la accortezza certosina delle opere di Paù, diventano innanzitutto gradevoli, ma poi anche affascinanti ed in alcuni casi decisamente sorprendenti.
pau2











Non le è bastato mettersi di buzzo buono e coltivare il senso di una sacrosanta pazienza per comporre le sue opere che sanno di miniatura e contemporaneamente di grandiosità. Paù ha voluto usare gli spazi attorno alla descrizione dei suoi lavori policromi e circolari per disseminarli di piccoli punti dalla bellezza caleidoscopica. Punti multicolori a cui arriva l’occhio di chi cerca di evadere dalla centralità, linee perfette e colorate che agghindano il senso di quel benessere e gli danno il tono delle più avanzate scoperte della cultura Pop in pittura, cioè quelle variazioni sul tema centrale che furono i dripping, le sciabolate di colore, le sovradipinture rispetto al soggetto centrale, i piccoli punti o spazi colorati che furono dall’inizio del XX secolo ragione di accorto impegno per molti grandi artisti.
Ma così, potrebbero pensare i meno attenti, si va fuori dal tema, fuori dal cerchio e fuori dall’analisi di una pittura completa e precisa. E sissignori è proprio quello che Paù fa coi suoi dipinti. Fatta salva quella centralità, che abbiamo detto appartenente non solo alle culture strettamente orientali, si tratta di “fare un quadro” e muoversi senza divagazioni eccessive verso le mille fantasie che lo spazio lascia all’artista. Ecco che compaiono grandi spazi monocromi, in basso ed in alto resi intriganti da un andare sinuoso di disegni boteh (la forma a fagiolino che tutti chiamano disegno kashmir) o che addirittura quel cerchio di colori e segni concentrici si sposta verso la periferia delle tele, lasciando grandi spazi al colore pieno, oppure che quel centro sia ripetuto più volte a riempire di dualità e senso del doppio la già ricca operazione artistica di questa sapiente e paziente artista.
pau4











Eppure tutto risponde ad un coordinamento lenticolare e insieme di imprevedibili, variopinti segni collocati in spazi che sarebbero altrimenti semplice scenografia di bellezza e solo capaci di eccitare la visuale del semplice sbigottimento. Paù cerca di indicare una via che renda il dipinto in grado di sostenere la prova, da qualsiasi parte lo si incominci a guardare. Meglio se la scansione visiva si poggia sul centro, che è nucleo ed insieme punto di arrivo. Lo fa con una descrittività piena, curata, intensa. Fino ad affollare di piccole e convesse virgole di colore un angolo del quadro, fino a sovrapporre puntini di colori azzeccati e concorrenti che tirano la volata ad una visione non più di insieme, ma totale ed omnicomprensiva. Come ad indicare una armonia visibile nei dettagli, ma piena e viva in tutta l’organicità della sua singolare pittura. Una unità concettuale dai principi incrollabili, ma non severi. Una convinzione del ricercare che sembra accompagnata dalla grazia dei tanti colori pronti a squillare su fondi compatti, uniformi e spesso lucidi, attraenti.
pau3








Un punto che non è intermittente, né semplice decoro. È il senso stesso del significato della vita delle genti sulla terra, l’affollarsi attorno, il coordinarsi. Una speranza di armonia e nel tempo stesso la certezza del fatto che senza quel concorde muoversi nessun concerto di idee sarà mai possibile. Significati e valori che nascono dall’io profondo, dalla coscienza di sé che un artista deve mettere nel suo lavoro perché, ed è proprio il caso di Paù, quella è l’arte in cui meglio sa esprimersi. Quello è il modo migliore che ha per rivelarsi, raccontarsi e raccontarci. Siamo fragili, di fronte alla immensità. Ma insieme possiamo affrontare grandi sfide. E la pittura ha avuto ruoli fondamentali nell’accompagnare e sottolineare l’avanzare della conoscenza. Paù lo sa bene. Ma non distraetela mentre lavora alla sua prossima opera. Racconterà di qualche altra collocazione dei suoi punti allineati e concentrici, lascerà spazio al colore intenso in fondi significativi quanto un soggetto, farà andare di qua o di là i suoi punti, le sue rette pluricolorate, le sue pennellate Pop… nessuno sa dirlo finché lei non avrà smesso di chiudere, è il caso di dirlo, il cerchio attorno ad una sua opera.
Oppure provate a distrarla. Tanto alzerà la testa dalla tela solo per fingere di ascoltare. Poi tornerà a dipingere, perché quella è la sua missione. Dipingere per fare arte che sia benessere e non semplice stupore.
  • Pubblicato in Rivista

Laboratorio AccA porta l’arte in discoteca

La Primavera dell’ Arte nel Giardino del Cuore.
A cura della redazione.

Lo scorso 30 aprile, a Poviglio (R.E.) nella cornice del Giardino Estivo del Cuorematto Club, gli artisti di Laboratorio AccA hanno esposto le loro opere per un evento che ha salutato il ritorno alla attività dello storico locale emiliano. Nato nel 1979 col nome di Rocambole Club, il Cuorematto è una delle invenzioni di Gigi Colombi, che, in veste di pittore, è anche uno dei protagonisti di Laboratorio AccA, con lo pseudonimo di “Conte”.
lab1lab2
È stata un’idea proprio di Colombi quella di portare l’arte in discoteca, e, dal mattino alla sera di domenica 30 maggio, nel Giardino estivo del Cuorematto sono state esposte le opere di tutti i protagonisti della fortunata trasmissione televisiva. Un ambiente singolare ed unico che ha convolto i presenti e permesso ai visitatori di conoscere da vicino gli artisti e porre loro qualche domanda sul loro operato.
L’operazione è riuscita, complice un clima ottimo e una atmosfera scanzonata e fuori dagli schemi classici di una mostra, in linea con i principi che animano le trasmissioni della domenica sera ad Arte Investimenti.
La squadra di Laboratorio AccA ricorda agli artisti interessati ai progetti Tv che possono consultare le condizioni di partecipazione sui siti: www.accainarte.it e www.arteinvestimenti.it alla sezione Laboratorio AccA.
lab3lab4
Due le e-mail a cui indirizzare le richieste di partecipazione:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
All'attività televisiva si aggiungono finalmente gli eventi pubblici che non è stato possibile realizzare negli ultimi tempi per le note vicende legate alla pandemia. Laboratorio AccA annuncia una serie di eventi collegati alla trasmissione, finalizzati alla miglior diffusione del lavoro e del valore degli artisti partecipanti al progetto.
  • Pubblicato in Rivista

ELENA DI FELICE: La delicatezza del concetto

Di Giorgio Barassi.

Si può urlare o parlare sommessamente, per esprimersi. Si può nicchiare o rispondere a tono, di fronte ad una provocazione. Si può accettare la realtà, per amara che sia, o ci si può opporre adducendo valide ragioni, farcite da una sensata dose di gentilezza.

Elena Di Felice sta permanentemente nel mezzo di tutte queste forme espressive, riassunte a titolo di mero esempio, perché il suo cammino artistico non prevede soste, né ripensamenti di sorta. Dalla certezza tecnica con cui costruisce le sue opere alla pienezza del gradevole che i suoi lavori emanano, tutto, nel suo operare, è calibrato secondo schemi di pieno interesse verso la società e la condizione dei fragili, di chi è ingiustamente discriminato, di coloro che a vario titolo subiscono il rullo compressore della crudeltà sociale.
di felice1di felice2
Temi difficili che hanno fin qua visto molte forme espressive a raccontarlo, ma spesso si è caduti nel ricorrente o nel giudizio uniformante. “…esprime un concetto… grida contro… simboleggia la protesta…”. Si sono stesi chilometri di parole, e si è ricorso ad un termine abusato, per quanto rispettabile: concettuale.
Dalla nascita alle sue variazioni, inquinamenti e storpiature, il “concettuale”, nato per definire lo spostamento dell’interesse creativo non più verso il senso estetico di un’opera ma verso i concetti che essa esprime. Da qui, attraverso un cinquantennio di ripetizioni, improvvisazioni e pseudo-invenzioni, fatte salve quelle produzioni che hanno davvero colto nel segno, la stessa parola, “concettuale” è andata via via dimagrendo nel suo significato, e si sono accalcati uso e consumo della stessa in situazioni certamente inadeguate.

Elena di Felice parte dalla espressione più asciutta dei suoi concetti e delle sue idee, ma aggira l’ostacolo mettendoci una creatività che sa di certo di gradevolezza e colore, di una tecnica sua propria e di un uso accorto di brandelli di carta, colori e parole scritte che compongono un concerto di idee chiare, evidenti ed attraenti nella loro forma. Dunque è possibile essere “concettuali” strizzando l’occhio al gradevole, attirando l’attenzione su temi fondanti e giuste cause senza urlare né destare stupore eccedente la misura. E così, ad esempio, il concetto di “uguale e diseguale” diventa una distribuzione di segni matematici agghindati in una policromia di carta e colori appoggiati con cura sulla tela, come una pavimentazione policroma di idee che sia innanzitutto attraente e non respingente. Lo stesso accade con temi scottanti come quello della violenza sulle donne. Elena scrive i nomi, ideali e purtroppo non solo immaginari, su un fondo di un giallo calamitante, ed usa anche lì quel suo preparare le opere bagnando le carte pregiate per poi passare alla asciugatura ed alla sovrapposizione degli elementi che sanno di collage e contemporaneamente di décollage, perché quel che è stato già fatto non la interessa, semmai la stimola a fare meglio.
di felice3di felice4
E così farfalle, ciliegie, stelle ad otto punte, fiori dai larghi petali, frutta, foglie, diventano quel che vediamo di colpo, ma contengono messaggi intensi ed esprimono concetti, è il caso di dire, chiarissimi. Quello che appare ha la forma di ciò che attira, ha l’aspetto bello che cerchiamo in un’opera, non è superato dalla importanza di ciò che Elena Di Felice comunica. Eppure, con quel processo di attenzione e curiosità che serve nel saper guardare l’arte, avvicinandoci notiamo le azzeccate combinazioni di pezzetti di carta cercati e trovati ad hoc, una ricerca dell’effetto finale che contiene idee, pensieri, riflessioni, inviti e considerazioni altissime. Ad Elena interessa l’efficacia, non quel che senza guardare bene potremmo vedere ad occhio distratto. Perciò si può dire che il suo lavoro abbia sconvolto l’andare delle solite definizioni ed abbia portato l’interesse dell’osservatore a fermarsi su più elementi costitutivi delle sue opere. Colore, tecnica, temi e contenuti combinati in una forma affascinante, un linguaggio stilistico singolare e per niente confondibile. Coglie nel segno, la sua arte, perché se è certo che i contenuti del lavoro di un artista debbano essere davvero tali, è altrettanto certo che chi guarda, e accade spesso in questa società, va attratto, interessato, incuriosito. Questo, di fatto, accade con le opere di Elena Di Felice.
di felice5











La sua è una delicatezza rude e una cruda garbatezza, perché quel che affronta, a viso aperto e con grande senso della ricerca, non è mai il racconto di un fiore o di una foglia. Ma è il contenuto importante, sorretto dalla piacevolezza, di quel che va urlato forte dentro una forma gradevole. L’operazione artistica con le caratteristiche di ciò che è chiaro e percepibile è servita. 
  • Pubblicato in Rivista

Nel segno della Musa. Le interviste di Marilena Spataro.

“Ritratti d’artista”
Protagonisti del XXI secolo.
Lorenzo Tugnoli
Pluripremiato fotoreporter di fama internazionale. Romagnolo, classe 1979. Apprezzato per i suoi scatti anche in ambito artistico. Ad oggi unico italiano ad aver vinto, nel 2019, il Premio Pulitzer per la Fotografia (Feature Photography). Cui si sono aggiunti: World Press Photo nel 2019 (categoria General news), nel 2020 (categoria Contemporary issues) e il primo premio in “Spot news” (categoria Storie) nel concorso fotografico: “World press photo 2021” per il suo foto-racconto “Port Explosion in Beirut” sulla tragica esplosione al porto di Beirut.

I suoi scatti sono molto apprezzati sia nel reportage giornalistico che artisticamente parlando. Come convivono nel suo lavoro queste due anime, del fotoreporter che racconta la realtà e dell’artista che cerca la bellezza e la perfezione?
«Il mio lavoro parte dal racconto degli eventi politici in alcuni paesi del Medio Oriente e dell’Asia centrale, il mio interesse è quello di costruire una narrazione basata sulla grammatica visiva del fotogiornalismo. è chiaro che il processo di produzione delle immagini richiede attenzione dal punto di vista formale. Come tutti gli altri fotografi dedico molte delle mie energie allo studio della luce e dell’inquadratura. Con il tempo ho sviluppato la mia sensibilità visiva ma sono ancora molto attratto dall’ambiguità intrinseca delle immagini fotografiche. Personalmente penso di essere, più che un artista, un buon artigiano che ha imparato a costruire e a confezionare immagini che possano raccontare determinate situazioni. Sicuramente il linguaggio a cui attingo maggiormente è quello della fotografia di reportage anche se sono molto affascinato dalla fotografia d’arte».
BEIRUT, LEBANON - AUGUST 8:Protesters clashes with security forces in central Beirut during a demonstration against the government.After the incident anger has grown among Lebanese citizen toward the establishment. Officials and experts involved in investigating the explosion suggest that neglect, ignorance and stifling bureaucracy played a major part in the tragedy. (Photo by Lorenzo Tugnoli/ Contrasto for The Washington Post)









Lei è romagnolo, figlio di una terra orgogliosamente laica improntata a sentimenti ed ideali di giustizia sociale e libertà. Valori, mi risulta, ampiamente condivisi dalla sua stessa famiglia. Quanto avere respirato fin da piccolo quest’atmosfera, ha contribuito a farle intraprendere la strada del fotoreporter in zone di crisi, di guerra e comunque di povertà, situazioni, insomma, che da sempre reclamano giustizia?

«Sono nato in Romagna e la casa in cui sono cresciuto è sempre stata piena di libri, tra cui quelli dei grandi maestri della fotografia. La mia passione per la fotografia è diventata più forte mentre studiavo all’università di Bologna, dove ho iniziato a fotografare le manifestazioni di piazza negli anni 2000: le manifestazioni contro la guerra in Iraq e il movimento studentesco di quegli anni. In seguito è nata la curiosità di vedere di persona alcuni paesi del Medio Oriente, luoghi che vedevo nei giornali e che erano al centro degli eventi storici di quel periodo. All’inizio c’era un interesse che scaturiva dalla militanza politica ma poi questo ha lasciato strada alla curiosità di scoprire e raccontare i luoghi che esploravo nei miei viaggi. All’inizio viaggiavo cercando di sviluppare delle storie e poi di venderle ai giornali. Ho anche fatto un tirocinio all’archivio dell’agenzia Magnum a New York. Lì mi sono avvicinato ad alcuni fotografi, ho visto come lavorano i grandi maestri e ho conosciuto alcuni editor di grossi giornali. Da quel momento in poi la mia carriera è rimasta vicina al giornalismo statunitense e tuttora lavoro soprattutto per il Washington Post».
C’è qualche figura del passato che l’ha influenzata nel suo lavoro?
«Siccome a casa mia circolavano molti libri, ovviamente anche di fotografia, ho avuto modo di studiare i maestri del passato e del presente. Partendo dai grandi classici come Bresson e Salgado. Al tempo ero molto affascinato in particolare da una serie di autori che hanno lavorato in bianco e nero negli anni ‘90 e hanno coperto i grandi eventi del tempo: la guerra in ex Jugoslavia, la seconda intifada, ecc... Maestri come Paolo Pellegrin, Gilles Peress o James Nachtwey. Queste immagini hanno sicuramente contribuito a formare il nucleo della mia fotografia poi ovviamente il mio gusto si è evoluto e mi sono interessato anche ad altri autori».
BEIRUT, LEBANON - AUGUST 4:Firefighters work to put out the fires that engulfed the warehouses in the port of Beirut after the explosion. (Photo by Lorenzo Tugnoli/ Contrasto for The Washington Post)









Nel 2019, ha ricevuto, unico italiano, il prestigiosissimo Premio Pulitzer per la sezione Best feature photography, assegnatole grazie al suo reportage dallo Yemen, realizzato per il Washington Post nel 2018. A seguire il World Press Photo nel 2019 (categoria General news), nel 2020 (categoria Contemporary issues) e il primo premio in “Spot news” (categoria Storie) nel concorso fotografico “World press photo 2021” per il suo foto-racconto “Port Explosion in Beirut” sulla tragica esplosione al porto di Beirut. Come ha vissuto umanamente, oltre che professionalmente, questi riconoscimenti, a partire dal Pulitzer. Ci parla di quel servizio sullo Yemen?

«Il lavoro premiato sullo Yemen è relativo a una storia che ho fatto nel 2018. In quell’anno ho fatto due viaggi nel paese insieme a Sudarsan Raghavan, il caporedattore del Cairo per il Washington Post. In tutto siamo stati più di due mesi, quindi un periodo di tempo abbastanza lungo per gli standard del giornalismo. Il giornale ha investito moltissime energie in quella storia, e questo è stato molto importante soprattutto perché al tempo non c’erano molti giornali interessati a coprirla. Il fatto di spendere un certo tempo nel paese ci ha dato la possibilità di realizzare un lavoro molto vasto. Abbiamo viaggiato in varie parti del paese, sia nelle zone controllate dal governo che in quelle in mano ai ribelli Houthi. Il nostro lavoro si è focalizzato soprattutto sulla crisi umanitaria scaturita dalla guerra.
Quanto alla mia reazione alla notizia del Pulitzer, all’inizio non ho mostrato molto entusiasmo, il che ha anche un po’ sorpreso la mia editor americana quando mi ha chiamato per dirmelo. Non mi ero reso conto dell’importanza del premio. In quanto europeo tendevo a prestare più attenzione a premi come il World Press Photo. Il Pulitzer è un riconoscimento legato soprattutto ai media americani e io sono l’unico italiano ad averlo ricevuto perché lavoro molto con questo mercato. Si tratta di un premio che viene conferito parimenti al giornalista ed al giornale quindi ha inciso molto positivamente nel mio rapporto con il Washington Post. Ora, sono più libero di scegliere le storie che voglio raccontare, e posso prendere più tempo per realizzarli».
TAIZ, YEMEN - NOVEMBER 26th, 2018:A militiaman stands in a frontline position in the area called al-Zunuj on the northern front of Taiz.The frontline that encircle the city has not moved significantly in the past two years. Humanitarian aid and supplies can be delivered into the city only through a single road still under the control of the coalition.Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto









C’è un’occasione in cui svolgendo il suo lavoro ha sentito la vita in pericolo?

«Lavorando come fotogiornalista passo molto tempo a pianificare le storie e i viaggi, soprattutto, in modo da affrontare le situazioni potenzialmente pericolose con prudenza e con cognizione di causa. Cerco di raccogliere informazioni sulla sicurezza nell’area in cui viaggerò, e sulle persone che voglio incontrare. è importante fare un calcolo tra i rischi che si corrono in una certa situazione e le immagini che è possibile realizzare, cercare di capire quanto si sta rischiando e per quale motivo. Infine è molto importante fare in modo che i giornalisti locali con cui collaboro non corrano rischi.
All’inizio ho cominciato a lavorare in zone meno pericolose come la Palestina e poi sono gradualmente passato a zone più difficili come l’Afghanistan. Ma in genere non ho passato molto tempo in prima linea perché sono sempre stato molto più interessato alle cause e alle conseguenze dei conflitti».
Parlando della sua conoscenza del mondo arabo, questa è ampiamente confermata da moltissime foto che testimoniano con grande delicatezza e poesia la società e i popoli di civiltà islamica o, comunque, di realtà molto diverse dalla nostra. Il che, spesso, mette in discussione parecchi degli stereotipi divulgati dalla maggior parte dei media. Quale il suo rapporto con quel mondo che lei documenta?
«Da quando ho iniziato la mia carriera di fotoreporter, per una serie di motivi, mi sono sempre trovato a vivere nei paesi che fotografavo. Ho passato cinque anni a Kabul e ora sono a Beirut. La decisione di trasferirmi è stata motivata dal mio interesse per il paese ma anche dalla maggior facilità di prendere lavori per i giornali se ci si trova già in un luogo. Dal 2015 vivo in Libano, un paese che in qualche modo è diventato la mia seconda casa perché è dove mi sono sposato e dove risiede la mia nuova famiglia.
Il mio fascino per il Medio Oriente risale all’inizio della mia carriera. I primi viaggi li ho fatti appunto in Libano e in Palestina. Da lì sono tornato tante volte. Non c’è dubbio che il modo di guardare certi paesi da parte di noi occidentali sia filtrato da una serie di pregiudizi. Penso che il fatto di passare un po’ di tempo nei paesi che voglio raccontare possa aiutarmi a elaborare il mio modo di vedere un certo luogo. Spesso in me ci sono dei pregiudizi visivi che sono molto difficili da superare. In questo caso sto parlando di modi di vedere e rappresentare un certo luogo che sono ricorrenti nel fotogiornalismo e che è molto difficile superare».
AZZAN, YEMEN - MAY 22nd, 2018:A veiled woman begs outside a grocery store in the village of Azzan.The village of Azzan was under the control of Al-Qaeda until the Shabwani elite forces liberated the area in December 2017. This armed group is aligned with a coalition led by Saudi Arabia and the UAE and is operating in the area in the fight against Al-Qaeda.Over the past year, the shadow war between al-Qaeda and local Yemeni fighters has intensified, largely out of sight and out of the headlines. While much attention has been paid to a separate Yemeni civil war pitting northern rebels against the internationally recognised government, the battle being waged by U.S.-backed Yemeni forces against al-Qaeda militants has escalated.But while the militants have been expelled from some of their strongholds, Yemeni fighters combating the group in the hinterlands of Shabwa and Abyan provinces acknowledge that their recent gains against al-Qaeda are precarious.Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto









Se l’aspettava tutto il successo di oggi quando ha iniziato la sua carriera?

«Questi riconoscimenti sono certamente gratificanti dal punto di vista personale e professionale. Ma ancora più importante dei premi sono le collaborazioni che ho costruito nel tempo con una serie di realtà come il Washington Post in America o Contrasto, la mia agenzia italiana. Questi sono interlocutori molto importanti che sostengono il mio lavoro e mi aiutano a migliorarmi e penso che questa sia la cosa che conta di più. I premi sono importanti ma arrivano e passano, quello che invece rimane è il rapporto di stima e di fiducia con le persone con cui si riesce a sviluppare una collaborazione più a lungo termine».
Quali gli scatti che ama di più?
«I lavori che ho fatto negli ultimi anni sono stati molto importanti per la mia carriera, come quello sullo Yemen che è stato premiato dal Premio Pulitzer. Sono molto legato al mio lavoro in Afghanistan, un paese in cui ho viaggiato per la prima volta nel 2009 e dove ho vissuto per cinque anni. E ovviamente sono molto importanti per me le immagini che ho fatto recentemente dopo l’esplosione del porto di Beirut, perché sono foto che ho fatto nella città dove vivo. Il 4 agosto è stato un giorno che ha cambiato molte cose in Libano ed è stato visto da molti libanesi come un altro fallimento dello stato. La mia storia sull’esplosione del porto di Beirut è stata premiata al primo posto nella categoria Spot News Stories del World Press Photo. La mia speranza è che questo premio contribuisca a fare in modo che questa tragedia non venga dimenticata.».
Cosa significa essere fotogiornalista in un’epoca come la nostra, dove l’attenzione é sempre di più rivolta alla spettacolarizzazione della notizia e dove la manipolazione tende a prevalere sulla verità?
ADEN, YEMEN - MAY 20th, 2018:A tent of in the IDP camp in Mishgafa, north of Aden. Refugee camps have sprung up across Yemen adding pressure on western aid agencies and hospitals while worsening a humanitarian crisis that’s already considered the most severe in the world. Most are running away from clashes near the strategic port city of Hodeida, controlled by northern rebels but now facing a siege by Yemeni forces aligned with a U.S.-backed coalition, led by Saudi Arabia and the United Arab Emirates. Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto









«Sicuramente il modo di fare giornalismo e comunicazione sta cambiando. Molti di noi ricevono la maggior parte delle notizie dai social media o arrivano ai giornali tramite i social. Il ruolo dei giornali e delle agenzie di stampa è quindi ancora più importante perché sono le entità che hanno prestigio e credibilità, che in teoria controllano l’accuratezza delle notizie prima di pubblicarle. E questo porta anche al ruolo dei giornalisti e dei fotogiornalisti, che in teoria dovrebbero avere un’etica professionale e quindi essere più credibili di chi produce citizen journalism. La differenza fra un manifestante con un telefono e le immagini di un fotogiornalista non dovrebbero essere diverse soltanto da un punto di vista qualitativo ma anche dell’accuratezza con cui vengono contestualizzate durante la pubblicazione.».
Quali i suoi progetti e i suoi sogni per il futuro. Pensa di tornare a lavorare in Italia?
«Voglio continuare a lavorare su alcune tematiche su cui mi sono concentrato negli ultimi anni. Continuerò sicuramente a seguire l’Afghanistan. Questo è un paese su cui lavoro da molto tempo e al momento sta vivendo un periodo particolare quindi sento la necessità di continuare a seguirlo da vicino.
Continuerò, ovviamente, a seguire il Libano che considero la mia terra di adozione. In Italia, virus permettendo, torne- rò spesso, mi auguro come prima, per visitare amici e famigliari ma anche per organizzare una serie di mostre che ho in programma per i prossimi anni. Per il resto la mia vita è in Libano dove mi sono trasferito nel 2015. Non credo ritornerò a vivere in Italia almeno per ora».
  • Pubblicato in Rivista
Sottoscrivi questo feed RSS