Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

Artisti allo specchio. Il mio viaggio

Le mani nel fango con Dante negli occhi.
Di Mario Zanoni.

Serpeggia nelle tenebre, Gerione, spiega le ali e vola, poi scivola nel fango nel silente fetore infernale.
Le mani nel ‘fango’ sono un piacere negato ai bimbi, ma sono anche l’orgoglio dei tornianti faentini. Non è facile comprendere, senza esperienza diretta, cosa provano le mani immerse in questa materia fredda e appiccicosa che sembra non poter esprimere altro che la sua viscida consistenza. Il fango. Ma questa fangosa condizione invece dura poco, basta poco tempo, basta il calore delle mani e l’acqua lentamente evapora lasciando tra le dita quella materia molle ma consistente, malleabile e plasmabile all’infinito a cui un pensiero, un sogno, finalmente darà forma.
zanoni1










Inutile ricordare che il primo ad usare questa, diciamo, materia fu, a suo tempo, ‘Nostro Signore’ con risultati a volte deprecabili, figure antropomorfe incapaci di esprimere quel che natura prevedeva, a volte invece parve che quasi l’intera potenza divina si potesse manifestare attraverso una creatura umana. Lo conferma il fatto che alcuni di questi ‘geniali’ seppero trasformare sogni e sentimenti in qualcosa che, al sentire umano e forse anche divino, fosse paragonabile alla stessa meravigliosa natura del creato. Sottolineo ‘sentimento’ inteso come fede, volontà di azione, perseveranza nell’intenzione. Da non confondere, mi sia consentito il dire, con l’emozione, elemento deleterio per chi si pone, nella propria creatività di orientare la sua opera verso la più alta aspirazione, quella tensione spirituale che scaturisce dal profondo e che ha il potere di elevare, per chi ne gode, a diventare lui stesso parte dell’opera. Ho pianto, ebbene sì, la prima volta che nella galleria dell’Accademia di Firenze mi trovai di fronte al David, ma l’emozione non era tanto legata all’opera in sé quanto nel mio percepire quello che Michelangelo era magistralmente riuscito ad esprimere in quel gigantesco pezzo di marmo, l’emozione di un giovane di fronte ad una sfida impossibile, armato di una rudimentale fionda, la tensione di ogni muscolo del corpo, il volto teso, ma sereno, la paura della sfida, ma anche il coraggio di sfidare. Non la magia della tecnica, ma il dramma che l’autore ci racconta arriva dritto al cuore.
zanoni2












Come l’emozione non ha cervello, il pensiero non ha cuore. Il sogno, l’intuizione, l’idea recano, in potenza, la sacralità dell’intenzione e tuttavia, essere fedeli a ciò che si è concepito non sempre è impresa facile, a volte è sacro sacrificio. Non ci sono parole, per descrivere a coloro che non hanno avuto la tenacia di ammuffire in biblioteca o esegeti, filosofi, ermetici ermeneuti, secoli di timore reverenziale, baratro della ragione ed apocalisse dell’emozione, l’infernale e paradisiaco delirio della Commedia dantesca. Il “sommo poeta” è sacro ed intoccabile, ogni sua parola, verso o canto va studiato ed interpretato. Nasce così la figura del “dantista”, professione ancora oggi molto in voga. Il primo di loro fu un tal Giovanni Boccaccio da Certaldo che pare abbia diligentemente ricopiato il manoscritto di Dante e già qui si alza il venticello della calunnia; conoscendo il ‘certaldese’ come letterato di alto profilo, nonché umanista e spirito creativo, possiamo essere certi che la copia sia specchiatamente identica all’originale? Il Sommo, a mio parere, con la Commedia, lancia una sfida a se stesso ma anche al mondo a cui appartiene, a quel medioevo cristiano che non sa ancora dimenticare l’antico retaggio pagano ancorché impegnato nelle infinite dispute tra potere temporale e laicità dello stato.
zanoni3









Cosa ci fa, quindi Gerione re dell’Eritea, oltretutto ucciso da Eracle, quindi non punibile, nei pantani infernali? La Commedia contiene, in armoniosi racconti poetici, fatti reali, personaggi mitici, epiche gesta senza che Dante senta minimamente il bisogno di motivarne la presenza, ci sono perché ce li ha messi, e basta. La creatività non si domanda perché esiste, ma potrebbe dare mille risposte, anche se tutte false. La mia fascinazione sull’opera di Dante nasce da questo, raccontare una storia non perché vera, ma solo perché mi piace ed ho voglia di raccontarla. Mitici racconti, leggende di eroi divenuti archetipi hanno da sempre ispirato il mio lavoro, l’opera di Dante in un certo senso ribalta la prospettiva e fornisce una visione surreale dove mito e realtà si confondono lasciando uno spazio immaginario in cui tutto è pos- sibile ricreare ed è tutto vero e tutto fantasia. Ma a quel punto, che importanza ha?
  • Pubblicato in Rivista

Quelli di Laboratorio AccA

Mostra dedicata agli artisti di Laboratorio AccA.
Galleria Ess&rrE – Porto Turistico di Roma.
A cura della redazione.
lab1lab2
Con una inaugurazione davanti al mare di Roma in una bella giornata di giugno, ha preso il via la mostra “Quelli di Laboratorio AccA” dedicata gli artisti che fanno parte del team della trasmissione di Acca International sulle reti di Arte Investimenti.
Rappresentati da una loro opera scelta, gli artisti di Laboratorio AccA hanno concretizzato la loro presenza sul mercato con una esposizione che ha avuto il compito di avvicinare le loro operazioni artistiche alla gente, fuori dalla tivù. Una varietà di stili e condotte artistiche apprezzata dai visitatori e dei diportisti, nello scenario del Porto Turistico di Roma che va man mano affollandosi come è giusto che sia, nel segno della ripresa delle attività all’aperto. Questa ed altre iniziative mirate sono nei programmi della squadra di Laboratorio AccA, che continua a segnare ottimi ascolti ed attenzione verso gli artisti proposti, oggi conosciuti meglio dal pubblico grazie alla fortunata trasmissione della domenica alle 21.30.
lab3lab4lab5








Una atmosfera benaugurale per il futuro, che ha permesso a molti di vedere da vicino quello che il gruppo di artisti “della televisione” riesce a realizzare in pittura e scultura alla Ess&errE, di fronte al mare ed alle belle barche nel porto. Interesse consolidato dalla presenza di altri artisti che hanno potuto informarsi sui dettagli delle condizioni di partecipazione a Laboratorio AccA, consultabili comunque anche sui siti www.accainarte.it e www.arteinvestimenti.it
La mostra, durata quindici giorni, è un altro passo importante della squadra di Laboratorio AccA, che riserva per la prossima stagione televisiva ulteriori novità.
  • Pubblicato in Rivista

Il bianco è in scena

Di Rita Lombardi.
Il bianco è un colore?
Per i nostri antenati non vi erano dubbi: il bianco era un vero colore, addirittura uno dei colori basilari del sistema antico, insieme al rosso e al nero. Nelle società antiche era non-colore tutto ciò che non conteneva pigmenti e quindi il colore base del supporto, grigio od ocra della pietra e della terracotta, grezzo per il filato naturale e la tavola di legno, beige per la pergamena, etc. Soltanto quando la carta è diventata il supporto principale dei testi e delle immagini, e quindi, dato per “scontato”, è nata l’equivalenza tra bianco e non-colore. Ma il bianco è un colore a tutti gli effetti.
Nel 1600 Newton dimostra che la luce bianca, fatta passare attraverso un prisma, si scompone in tutti i colori dell’arcobaleno. Oggi sappiamo che la luce bianca contiene energia in regioni diverse dello spettro elettromagnetico più o meno nelle stesse quantità. Un oggetto, quindi, appare bianco quando la luce bianca che lo illumina viene tutta riflessa da questo, mentre appare nero quando tutto lo spettro viene assorbito, ma, se una parte viene assorbita ed una parte viene riflessa, l’oggetto appare del colore della luce riflessa, ad esempio, un pomodoro appare rosso perché assorbe gran parte delle componenti blu e verde dello spettro, riflettendo soprattutto quella rossa.
fig 1






fig. 1



Nell’antichità gli unici pigmenti disponibili per ottenere il colore bianco erano il bianco di piombo, o “biacca” e il “bianco di San Giovanni”, un carbonato di calcio. La biacca è un pigmento molto coprente che però tende a scurire nel tempo diventando marrone, ma, usato nella tecnica ad olio ed evitando miscele contenenti zolfo, garantisce stabilità. Non viene usata negli affreschi e nelle tempere perché non si mescola in modo omogeneo nell’acqua, oltre al fatto che, in mancanza, di medium oleosi, quel bianco diverrebbe in poco tempo marrone. La biacca, essendo un carbonato basico di piombo, è un pigmento tossico, come tutti i composti a base di piombo. Contiene un residuo radioattivo che scompare in circa 160 anni, permettendo, così, di datare i quadri antichi.
Per secoli, dall’Antico Egitto e fino al 1700 la biacca entrava nella composizione del belletto per le donne e per gli attori, in quanto permetteva di ottenere una carnagione diafana e luminosa con danni, però, irreversibili: pelle rovinata, pazzia, sterilità, fino alla morte. Nel 1840 viene sintetizzato il “bianco di zinco”, poco coprente e nel 1930 il “bianco di titanio”, molto coprente, oggi il più usato, mentre la biacca è quasi scomparsa. Quando sono stata nella stanza della Segnatura in Vaticano, del gigantesco affresco (5x7,70 metri) “La Scuola di Atene” dipinto da Raffaello Sanzio mi ha colpito soprattutto il bianco dell’immaginario edificio classico e delle toghe perché occupa più della metà dell’intera superficie affrescata. Tutto quel bianco che mi avvolgeva e dava luce all’intera stanza mi è apparso come il vero protagonista dell’opera, simbolo della luce dell’intelligenza, della saggezza e della conoscenza che tutti i filosofi raffigurati hanno accolto e manifestato.
Nel secolo scorso con il neoplasticismo di Mondrian e Vantongerloo il bianco irrompe sulla scena e il rosso, il giallo, il blu e il nero sono relegati nel ruolo di comparse. In fig. 2 un quadro di Piet Mondrian.
fig.2








fig. 2




I MONOLOGHI DEL BIANCO di Malevic, Morellet e Savelli.

La rivoluzione russa è appena iniziata e Kasimir Malevic (1878 - 1935) opera la sua personale rivoluzione con “La composizione suprematista bianca su bianco” (fig.3) del 1918, ora al MoMA di New York.
Su una tela quadrata bianca campeggia un quadrato anch’esso bianco, posto in posizione instabile, ed è tale da generare nell’osservatore la sensazione che esso si muova venendogli incontro. Con quest’opera Malevic raggiunge vertici di definitiva assolutezza, un punto estremo oltre il quale non può procedere.
fig.3








fig. 3



Egli scrive: “Il quadrato porta il mondo bianco affermando il segno della purezza della vita creatrice dell’uomo”. Malevic è un’astrattista e per lui approdare all’astrazione significa operare una selezione di forme universali ed incorruttibili prive di agganci con la realtà, dove il colore, per esprimere l’astrazione, deve essere steso in maniera piatta ed omogenea senza passaggi tonali. Malevic stabilisce, così, i principi cardine di tutta la futura astrazione geometrica. Ed il quadrato, archetipo essenziale, diventa la porta di accesso alla parte più profonda dell’essere umano, elemento di un nuovo linguaggio universale da opporre alla irrazionalità dell’istinto e del sogno.
Malevic è, infatti, alla ricerca di una nuova immagine del mondo, perché così come è, il mondo, è rovinato ed appiattito dal materialismo.
La sensazione che comunica l’opera è quella di una spessa coltre di neve che copre ogni cosa: bruttezza e bellezza, ricchezza e povertà. Ma la neve è destinata, in primavera, a sciogliersi, scivolando giù come il quadrato e rivelando un mondo pulito e rigenerato, come quello che, si sperava, sarebbe sorto dopo la rivoluzione appena scoppiata. L’utopia di un artista visionario! Ma per capire Malevic bisogna conoscere il suo lato profondamente mistico. Fin dai primi anni del XX secolo Malevic entra in contatto con la teosofia e poi con gli scritti di Pyotr Ouspensky studioso dell’esoterismo di George Ivanovitch Gurdjieff (vedi nota) di cui diffonde le idee specialmente nel libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”. Purtroppo lo Stalinismo impedisce a Malevic di sviluppare la sua ricerca spirituale e il suo rivoluzionario stile pittorico.
È il francese François Morellet (1926- 2016) a raccogliere il testimone di Malevic, portando avanti sia la sua ricerca spirituale che il suprematismo. E un sotterraneo filo “russo” collega Malevic a Morellet, che nel 1948 si diploma in russo e si avvicina alla filosofia di Gurdjieff. Legge “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Ouspensky. Lo affascina la prosa esoterico-iniziatica, i riferimenti all’Oriente. Dirà poi: “Ciò che mi interessava era l’idea del controllo del corpo e della mente, l’idea di trascendere sé stessi”. Dopo qualche anno abbandonerà la filosofia e gli esercizi di Gurdjieff, ma l’aura dei valori orientali rimarrà per sempre in lui. Si avvicinerà successivamente alla Meditazione Zen. Nel 1950 scopre l’artista svizzero Max Bill e l’arte concreta. Da questo momento in poi il suo vocabolario si fonderà sul quadrato, una struttura elementare che gli permette infinite variazioni. Nel 1960 entra a far parte del GRAV, gruppo di arti visuali. Successivamente si ispira ai numeri casuali e sperimenterà le installazioni con tubi al neon. Più tardi Morellet dirà: “Dell’esperienza degli anni cinquanta-sessanta ho conservato una grande fedeltà alla logica, alla precisione e alla geometria, tutto ciò mi ha permesso di prendere le distanze dai miei umori, i miei fantasmi, i miei drammi”.
fig.4








fig. 4



In fig. 4 un’opera del 1987, Steel Life n. 3, parte di un ciclo. è ancora un quadrato completamente bianco in equilibrio instabile con una cornice che diventa ricciolo e blocca il suo scivolare verso il basso. è un’opera che non offre appigli alla mente, né connessioni culturali. è lì nella sua estrema purezza e semplicità. Pare dire all’osservatore: “Accetta il mondo così come è, non avere aspettativa, rabbia, nostalgie, rimpianti, accetta il presente, non rifiutarlo in nome di un passato che non è più e di un futuro che non è ancora. Sei qui ed ora”. Le tecniche di Gurdjieff, la Meditazione Zen, la logica, la matematica sono tutte parte dell’uomo Morellet e sono in tutte le sue opere, da contemplare in silenzio.
E contemplazione è il termine che ci conduce ad Angelo Savelli.
Angelo Savelli (1911-1995), conosciuto come Maestro del Bianco, nel 1934 consegue il brevetto di pilota e 2 anni dopo si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma. Combatte nella Seconda Guerra Mondiale. Al 1950 risalgono le prime opere astratte e 7 anni dopo Savelli approda “al periodo bianco”, la sua fase più celebre. Da questo momento elimina dalla tavolozza qualsiasi colore all’infuori del bianco che diventerà, quindi, per quasi quattro decenni, il mezzo attraverso il quale esprime la sua astrazione. Scrive Savelli: “ci sono due forme di spazialità, quella reale e terrena di Fontana e quella mia che definirei eterica”. Nel 1962 è chiamato ad insegnare nel Dipartimento di Belle Arti dell’Università di Philadelphia. A sua volta Savelli chiama ad insegnare Dorazio e in breve tempo il Dipartimento diventerà la migliore Scuola d’Arte degli U.S.A.
Pratica quotidianamente l’hatha yoga - ha iniziato nel 1947 - e la meditazione Zen e grazie a queste pratiche riesce a superare i gravi disturbi fisici che lo affliggono. Savelli usa corde, gessi, veli e tulle, modifica le forme, innalzando il bianco ad unico colore, perché puro, luminoso ed assoluto. è un astrattista che, elaborando un’arte monocromatica, realizza opere di estrema rarefazione e pulizia formale, libere da qualsiasi riferimento figurativo ma anche dalle forme geometriche, pura espressione della sua necessità interiore di raggiungere la semplicità universale. Questa necessità, insieme al rigore formale, trovano, secondo me, ispirazione nella sua lunga pratica dell’hatha yoga e della Meditazione Zen. Penso che in molte sue opere protagonista sia la colonna vertebrale, pilastro del corpo e fulcro della vita fisica e psichica dell’uomo, nonché tema centrale della pratica delle asana, come ad esempio per la scultura in fig. 5.
fig.5













fig. 5



A proposito dell’opera in Fig. 6 “Love letter to a figure point” Savelli scrive: “…sentii che io stesso ero diventato spazio”. L’unico elemento posto sulla tela bianca di 90 x 70 cm occupa meno del 5% di tutta la superficie e si trova sulla mediana verso l’estrema periferia di destra dell’osservatore. La tela è sostanzialmente vuota come la nuda parete bianca davanti alla quale il praticante Zen resta a lungo, nel più assoluto silenzio, con l’unica compagnia del proprio respiro, mentre nella sua mente i pensieri galoppano furiosi, fino a quando, dopo molto tempo e molta pratica, non trovando attenzione, si dileguano donando pace e appagamento. Savelli ci comunica l’importanza di essere centrati e l’esperienza che ha fatto della piena consapevolezza dell’essere che è vuoto ed è infinito, un paradosso che ritroviamo, non a caso, nei testi esoterici dell’estremo Oriente. è una conoscenza che arriva, però, soltanto dopo una continua e paziente pratica, con un lungo percorso, per questo Savelli pone il piccolo-grande punto nella periferia di destra. Il critico d’arte Alberto Fiz ha scritto: “L’arte di Savelli presenta un carattere sacro, è sacra perché reca in sé un messaggio trascendente, una dimensione spirituale”.
fig.6








fig. 6




CONCLUSIONI

Il bianco assoluto scelto da questi artisti è il colore che ci libera dal dogma, dal peccato e dalla colpa; non ci sono dei, né punizioni, solo pura esistenza consapevole, pura pace. Ritengo Mondrian, Malevic, Morellet e Savelli ricercatori spirituali, quasi maestri spirituali, che hanno tentato di trasmettere nelle loro opere, che sono espressioni di una religiosità nuova, l’infinito che ci abita. Contemplandole, anche in fotografia, possiamo accogliere, per osmosi, queste conoscenze nate dalla loro esperienza. A loro dedico questa frase del cantautore Franco Battiato: “Per toccare alte vette di spiritualità si deve togliere, sottrarre, sfiorando così la musicale eloquenza del silenzio, anticamera del Divino”. Ma è l’uomo, prima che l’artista, che deve togliere, sottrarre da sé stesso, ammaestrando il corpo alla immobilità, la mente al silenzio e trascendendo le proprie emozioni.
NOTA
George I. Gurdjieff di origine greco-armena, nato nell’Armenia Russa forse nel 1872, è stato filosofo, mistico, maestro di danze armene. Ha formato un primo gruppo a Mosca nel 1912 e un secondo a San Pietroburgo nel 1913. Nel 1920, per sfuggire alla Rivoluzione Russa si trasferisce a Costantinopoli e nel 1922 a Parigi. Muore in Francia nel 1949. I suoi insegnamenti che combinano Cristianesimo, Buddhismo e Sufismo (in particolare le danze dei dervisci) si diffondono in tutta Europa e negli Stati Uniti d’America. Nucleo del suo insegnamento è la convinzione che la maggior parte degli esseri umani vivano come sonnambuli rispondendo meccanicamente agli stimoli esterni e a tutto ciò che accade loro. Gurdjieff sostiene che solo con la continua e costante consapevolezza e studiando i principi di questo automatismo ci si può risvegliare. Egli guarda alle tradizioni esoteriche orientali ed occidentali per elaborare tecniche ed esercizi che consentano di superare questi automatismi, che sono psicologici ed esistenziali, al fine di ottenere un livello superiore di vitalità. Questo complesso di tecniche ed esercizi, tenuto segreto, viene ancora oggi impartito non tramite libri, ma da discepoli qualificati.
Fra i suoi discepoli italiani il cantautore Franco Battiato, Gian Roberto Casaleggio e la cantante Alice.
  • Pubblicato in Rivista

Il bacio nella storia dell'arte

Di Francesco Buttarelli.
Il bacio ha rappresentato per gli artisti un simbolo magico, unico, talmente importante da risultare presente in ogni momento storico. Nessun gesto amoroso possiede l’enfasi ed il trasporto di un bacio, un atto di naturalezza e di puro sentimento. Esiste anche un’iconografia particolare riguardante il bacio di Giuda, molto spesso rappresentato come esempio di tradimento (mirabile l’affresco di Giotto della cappella degli Scrovegni a Padova); tuttavia, nella storia dell’arte il bacio ha sempre evidenziato in ogni artista il sentimento che guida il mondo da millenni: l’amore. L’esempio più emblematico è rappresentato dal “Bacio” di Francesco Hayes, uno dei maggiori artisti del Romanticismo italiano. Il dipinto mostra un travolgente bacio tra due amanti.
butt1















Una lettura attenta ci mostra i protagonisti che vorrebbero fermare il tempo, regalandosi un attimo di eternità. Oltre al coinvolgimento romantico, il dipinto rappresenta simbolicamente un concetto politico: un bacio che l’Italia dona alla Francia per simboleggiare l’alleanza tra i due popoli durante la Seconda Guerra d’Indipendenza. L’opera è stata realizzata in tre copie, in ognuna i protagonisti indossano vestiti di colore diverso. Una intensa sensazione di forza e passione è riscontrabile nell’opera di Auguste Rodin. Traspare sensualità e mistero. L’occhio dell’osservatore si muove da un luogo nascosto cosi da valorizzare l’intensa intimità. Il “Bacio” fece scandalo, poiché l’artista si riferì alla vicenda dei due amanti cognati, Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, caduti in tentazione durante una lettura amorosa riguardante Lancillotto e Ginevra. Il libro incriminato è visibile nella mano di Paolo.
butt2










Rodin si calò nella triste storia d’amore al punto di cadere svenuto durante la realizzazione dell’opera. Il bacio di Klimt appare proiettato come un simbolo del periodo definito Secessione. Il fondo del dipinto, in foglia d’oro fu ispirato all’artista viennese dalle tessere dei mosaici bizantini di Ravenna. Un uomo ed una donna sono uniti da un abbraccio al centro di uno spazio astratto. L’uomo sembra avvolgere il viso della donna con le sue mani in modo affettuoso e sembra chinarsi sul volto di lei dall’alto. La donna mostra il volto reclinato di lato, poggiato sulla spalla sinistra dell’amato. Lui ha una ghirlanda di foglie di edera tra i capelli (simbolo attribuito al dio Dioniso), lei è avvolta in una veste attillata che lascia scoperte le spalle ed in parte le gambe. Un’aura dorata sembra avvolgere i due amanti.
butt3










Tenera ed originale la tela del grande artista Marc Chagal. I personaggi ritratti, il pittore e sua moglie Bella, si trovano in una stanza variopinta e si scambiano un bacio che potremmo definire di “difficile realizzazione”. L’artista si mostra sospeso nell’aria in una posizione strana per poter baciare la donna amata. La scena è giustificata dal grande amore e dalla stima che l’artista nutre nei confronti della sua donna; lei è capace di rendere perfetta ogni situazione, ed il bacio diviene così il simbolo di un amore profondo.
  • Pubblicato in Rivista

La mostra “Sguardo nei movimenti“

opere della collezione del Museum of Modern Art (UGD)-Dubrovnik.
A cura di Svjetlana Lipanović.
sv4











Nel mese di marzo 2021, presso il Museum of Modern Art Dubrovnik (Umjetnička galerija Dubrovnik – UGD) è stata allestita una splendida mostra con numerose opere provenienti dalla loro collezione. I tre piani della Villa Banac, - sede del Museo, con una vista spettacolare sul mare - hanno accolto nelle loro ampie sale una rassegna retrospettiva dell’arte croata moderna dalla nascita - nei primi anni del Novecento - fino ai giorni nostri. Al primo piano si possono ammirare le creazioni più recenti degli artisti ragusei: Tolj, Jurjević, Burđelez, Lošić, Ivanišin, Kardum, Pegan Baće, Opalić, Ercegović, Bratoš, Vlašić, Dražić, Selmani, Gverović, Skvrce, Šimunović e anche di maestri di altre nazionalità, come Farber, McCurry, Fabre. Le creazioni sono dedicate al rapporto tra la politica, le istituzioni e l’arte, la guerra, ed altro.
sv1









L’arte concettuale che ha caratterizzato vari movimenti d’avanguardia negli anni 50 e 60 si trova al secondo piano. Le opere riflettono una ricerca nata nei movimenti o nel gruppo “Exat 51”, “Gorgona”, oppure durante le manifestazioni negli anni 60 e 70 intitolate “Le nuove tendenze”. Le creazioni astratte che si allontanano dal figurativo e nelle quali le forme si perdono, portano le firme di Gliha, Šimunović, Kinert, Prica, Šebalj. Osservando i quadri di Murtić e Kuliš si notano le influenze dell’astrattismo espressionista americano. I due scultori Bakić e Džamonja con le loro sculture fanno parte delle ricerche nate nei decenni passati e indirizzate a scoprire le nuove interpretazioni delle forme in rapporto con la luce.
Inaspettatamente dall’arte astratta si passa al figurativo con: Fatur. Jakelić, Peko, Mitrović, Škerlj, Stanić, Hegedušić, Kulmer, rappresentanti eccellenti del realismo.
sv2








Al terzo piano sono collocati i più bei quadri degli artisti ragusei: Rajčević, Job, Ettore, Dulčić, Gusić, Masle, Vojvodić, Pulitika, Trostmann, Šerbu. Facilmente riconoscibili per il modo di dipingere unico, e le loro tele espressioniste sono una sinfonia di colori acesi dalle mille tonalità. L’attenzione particolare meritano i pittori Miljan, Rašica, Murat che con altri artisti nella prima parte del ventesimo secolo hanno dipinto all’aria aperta. Il racconto di nascita della pittura contemporanea croata tramite i quadri continua con i classici tra quali sono: Vidović, Tartaglia, Crnčić, Kraljević ed altri, per concludersi con i due grandi fondatori Vlaho Bukovac e Mato Celestin Medović. Le tele di Vlaho Bukovac sono di piccole dimensioni e racchiudono tutta la sua conoscenza dell’arte di dipingere acquisita durante il soggiorno a Parigi, mentre i paesaggi di Mato Celestin Medović rappresentano un inno alla natura in cui il colore assume il ruolo predominante.
La mostra - un vero gioiello - è rimasta aperta fino il 31 maggio 2021 e, nei tempi cupi che stiamo vivendo a causa della pandemia, è un luogo incantato dalla bellezza eterna che solo l’arte può creare.
Foto: Miho Skvrce 
  • Pubblicato in Rivista

"due minuti di arte"

In due minuti vi racconto la storia di William Turner, il pittore della luce.
di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com
www.facebook.com/dueminutidiarte

William Turner è uno degli artisti che è riuscito a cogliere in pieno l’essenza del romanticismo. La paura dell’infinito, il rispetto per le forze ancestrali della natura, il fascino per ciò che l’uomo non riuscirà mai a comprendere. Tutto questo è reso da Turner con un tratto delicato e fuggevole, che rende le sue opere simili a sogni impressi su tela. Ve lo racconto in due minuti, di arte.
2min1










1.
Joseph Mallord William Turner (Londra, 1775 - Chelsea,1851) è considerato uno dei più importanti artisti inglesi. È conosciuto come “Il pittore della luce” per la sua capacità di cogliere nelle sue opere l’energia ancestrale della luce, che l’artista considerava “emanazione dello spirito divino”.
2. William Turner è stato uno degli esponenti di spicco del romanticismo ma, grazie al suo modo particolare e “fuggevole” di ritrarre la realtà, cogliendone le sfumature percettive, viene anche considerato un precursore dell’Impressionismo.
3. Nei suoi dipinti Turner ritrasse per lo più paesaggi che, grazie agli splendidi contrasti di luce e al sapiente uso dei colori, diventano mondi onirici e allucinati. I suoi dipinti evocano atmosfere rarefatte in cui la realtà si fonde con il sogno, come ad esempio nell’opera “Chichester Canal” del 1828.
2min2









4.
William Turner era affascinato dal potere maestoso della natura che nelle sue opere ha sempre un ruolo attivo: tempeste, valanghe, naufragi, incendi sono infatti i soggetti preferiti dall’artista inglese. La natura appare come un ente supremo di fronte al quale l’uomo è piccolo e insignificante. Un esempio? L’opera “Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi”, realizzata nel 1812.
5. L’estetica di Turner è improntata sulla concezione romantica di “sublime”, ossia la paura per ciò che è infinito e ai limiti dell’umana comprensione (come i fenomeni naturali estremi), capace di terrorizzare e affascinare l’uomo che ne viene incomprensibilmente attratto.
6. Il 16 ottobre 1834, informato che il parlamento inglese stava andando a fuoco, Turner accorse immediatamente sul luogo della catastrofe armato di pennello a acquerelli per non perdere quella fonte di ispirazione. Così nacque l’opera “Incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni” (1835).
2min3











7.
Si dice che una volta Turner si sia fatto legare all’albero di una nave nel corso di una tempesta, per osservare da vicino quell’evento maestoso. Secondo molti però, questa è solo una leggenda.
8. William Turner, nonostante fosse già in vita un artista riconosciuto e rispettato, non ebbe mai molti amici. Preferiva trascorrere la maggior parte del tempo col padre che visse con lui per trenta anni, lavorando nel suo studio come assistente.
9. Con la morte del padre nel 1829, Turner andò incontro a un lungo periodo di depressione che portò l’artista a isolarsi, limitando al minimo ogni forma di comunicazione verbale. C’è un bellissimo film che traccia un bel ritratto dell’artista e del suo carattere ombroso e silenzioso, si tratta di “Turner”, film del 2014 con il bravissimo attore Timoty Spall nei panni dell’artista.
10. Alla sua morte William Turner destinò parte della sua eredità all’istituzione di un fondo di aiuto per “gli artisti in disgrazia”. Decise inoltre di donare le sue opere allo stato britannico, perché le custodisse tutte insieme in una galleria a lui dedicata. Ciò non accade e le opere di Turner vennero disperse in vari musei e collezioni private, disonorando l’accordo con l’artista.

  • Pubblicato in Rivista

La Fondazione MAST presenta “DISPLACED”

La prima mostra antologica del fotografo Richard Mosse.
7 maggio – 12 settembre 2021.
A cura di Silvana Gatti

La Fondazione MAST presenta Displaced, la prima mostra antologica dell’artista Richard Mosse, a cura di Urs Stahel. Una rassegna, questa del fotografo irlandese, che riflette come uno specchio le tematiche più scottanti della nostra epoca: migrazioni, conflitti e cambiamenti climatici. Unendo il documentarismo con l’arte fotografica, Mosse pone davanti ai nostri occhi le immagini che mostrano i luoghi chiave degli attuali cambiamenti sociali, economici e politici.
In mostra alla Fondazione MAST sono esposte 77 fotografie di grande formato che includono gli scatti più recenti della serie Tristes Tropiques (2020), realizzati nell’Amazzonia brasiliana. Il fotografo all’HuffPost: L’Amazzonia ha una finestra temporale di 10 anni dopo i quali sconfiggerà sé stessa e non potrà più sostenere il Pianeta.
La mostra propone anche due monumentali videoinstallazioni immersive, The Enclave (2013) e Incoming (2017), un grande video wall a 16 canali Grid (Moria) (2017) e il video Quick (2010).
mast1












Richard Mosse, classe 1980, è un fotografo documentarista concettuale irlandese di Kilkenny, vive a New York ed è uno dei fotografi più apprezzati e quotati a livello internazionale. Dopo la laurea al King’s College di Londra in Letteratura inglese e un Master in fine Art a Yale, ha preso la decisione di lasciare tutto e tutti per seguire il suo obiettivo e partire. Prima in Medio Oriente, poi in Europa Orientale per finire al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, seguendo sempre il suo interesse per gli effetti dei conflitti in zone di crisi dove, utilizzando una pellicola a infrarosso a colori, mira a creare nuove prospettive di visione della realtà. Per dirla con le parole di Urs Stahel, curatore della mostra, “Richard Mosse crede fermamente nella potenza intrinseca dell’immagine, ma di regola rinuncia a scattare le classiche immagini iconiche legate a un evento. Preferisce piuttosto rendere conto delle circostanze, del contesto, mettere ciò che precede e ciò che segue al centro della sua riflessione. Le sue fotografie non mostrano il conflitto, la battaglia, l’attraversamento del confine, in altri termini il momento culminante, ma il mondo che segue la nascita e la catastrofe. L’artista è estremamente determinato a rilanciare la fotografia documen- taria, facendola uscire dal vicolo cieco in cui è stata rinchiusa. Vuole sovvertire le convenzionali narrazioni mediatiche attraverso nuove tecnologie, spesso di derivazione militare, proprio per scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra”.
I luoghi protagonisti dei conflitti con le loro situazioni critiche vengono fotografati e filmati con l’uso di tecnologie di derivazione militare, stravolgendo completamente lo stile tradizionale della rappresentazione fotografica, ottenendo immagini che, nonostante la durezza dei contesti rappresentati, colpiscono per estetica, suscitando stupore ed incredulità nel visitatore. Quando attraverso la bellezza, che l’artista definisce “lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone”, si documenta la sofferenza derivante dalle tragedie del nostro tempo, “sorge un problema etico nella mente di chi guarda”, che si ritrova confuso, disorientato.
mast2














I primi lavori (MAST.Gallery)
- Richard Mosse inizia a occuparsi di fotografia nei primi anni 2000, durante l’ultimo periodo degli studi universitari. I suoi primi scatti vengono effettuati in Bosnia, in Kosovo, nella Striscia di Gaza, lungo la frontiera fra Messico e Stati Uniti e vedono l’assenza quasi totale di figure umane. Soltanto le immagini che compongono la serie Breach (2009), che testimoniano l’occupazione dei palazzi imperiali di Saddam Hussein in Iraq da parte dell’esercito americano, vedono la presenza di alcuni personaggi. Sono scatti che raccontano il dopoguerra, mettendo davanti ai nostri occhi non il conflitto, la battaglia, l’attraversamento del confine, ma la distruzione, la sconfitta ed il collasso dei sistemi all’indomani della catastrofe.
Infra (MAST.Gallery) e The Enclave (Livello 0) - Tra il 2010 e il 2015, prima per Infra e poi per The Enclave, articolata videoinstallazione in sei parti sullo stesso tema, Richard Mosse si reca nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Nord Kivu, località in cui viene estratto il coltan, un minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio, materiale che trova largo impiego nell’industria elettronica e che è presente in tutti i nostri smartphone. Il Congo, ricco di risorse minerarie, una delle aree più ricche dell’intero continente africano, è segnato da continue guerre e disastri umanitari senza precedenti: dopo il genocidio in Ruanda del 1994 le milizie ribelli stabilitesi nella Repubblica democratica del Congo non hanno mai smesso di alimentare nuove ondate di violenza. Basta pensare all’ambasciatore Luca Attanasio ed al carabiniere Vittorio Iacovacci, entrambi uccisi in un attentato il 22 febbraio 2021, per capire il coraggio e lo spirito giornalistico che spingono Richard Mosse a esplorare a fini documentaristici ogni angolo del mondo.
Per i suoi scatti in queste zone devastate è stata scelta Kodak Aerochrome, una pellicola da ricognizione militare sensibile ai raggi infrarossi, ormai fuori produzione, in grado di localizzare i soggetti mimetizzati. Ed ecco che, sorprendentemente, negli scatti di Infra, la pellicola immortala la clorofilla presente nella vegetazione rendendo visibile l’invisibile, regalandoci in una versione del tutto inedita la lussureggiante foresta pluviale congolese, trasfigurata in uno splendido paesaggio surreale dai toni del rosa e del rosso. In Infra sono stati immortalati paesaggi maestosi, scene con ribelli, civili e militari, le capanne in cui la popolazione, sempre in fuga, trova momentaneo riparo da un perenne conflitto combattuto con machete e fucili. Richard Mosse, attraverso le sue foto artistiche, scardina i tradizionali criteri della fotografia di guerra. Il contrasto tra la bellezza della natura e la crudeltà della guerra viene sottolineato in particolar modo nell’imponente videoinstallazione in sei parti The Enclave, progetto gemello di Infra. Qui Richard Mosse pone davanti ai nostri occhi il contrasto tra la natura della foresta della Repubblica Democratica del Congo e la violenza dei soldati dell’esercito e dei ribelli. Nella rigogliosa boscaglia si susseguono azioni militari, addestramenti e scontri tra i combattenti. I rumori che accompagnano le immagini rendono il dolore degli uomini, grazie al video sui soldati uccisi. I rumori diventano poi melodie per lasciare spazio ad un paesaggio contrastante per la sua bellezza. Il fotografo e regista, accompagnato dall’operatore Trevor Tweeten e dal compositore Ben Frost, ha realizzato The Enclave per il Padiglione Irlandese alla 55° edizione della Biennale di Venezia nel 2013, ispirandosi al celebre romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
mast3












Heat Maps (MAST.Gallery Foyer) e Incoming (Livello 0)
- Dal 2014 al 2018 Mosse ha focalizzato la sua attenzione sui fenomeni migratori e sulle tensioni derivanti dalla dicotomia tra accoglienza e rimpatrio. Mosse, con la sua tenacia, è stato nei campi profughi Skaramagas in Grecia, Tel Sarhoun e Arsal a nord della valle della Beqa’ in Libano, i campi di Nizip I e Nizip II nella provincia di Gaziantep in Turchia, il campo profughi nell’area dell’ex aeroporto di Tempelhof a Berlino e molti altri. Per Heat Maps e la video installazione Incoming, è stata usata una termocamera capace di registrare le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi: anziché immortalare i riflessi della luce, registra le cosiddette “heat maps”, le mappe termiche. Questa tecnica militare, usata sin dalla guerra di Corea, consente di “vedere” le figure umane da una trentina di chilometri di distanza, senza tuttavia rivelarne l’identità.
Incoming (2017) è un’installazione audiovisiva divisa in tre parti che utilizza la termografia a infrarosso. Richard Mosse, che ne è il regista e produttore, e il suo team - il direttore della fotografia Trevor Tweeten e il compositore e sound designer Ben Frost - hanno lavorato su tre scenari: nella prima parte, sono ripresi i preparativi su una portaerei per il decollo di jet militari impegnati in operazioni di controllo dei cieli mediterranei. Nella seconda parte, sono immortalati i migranti su barconi sovraffollati mentre attendono i soccorsi. Nell’ultima parte, i migranti sono ripresi nei campi profughi, tra tende e capannoni, nella loro nuova e forzata quotidianità in attesa di riprendere il loro viaggio di speranza verso l’Europa centrale. Per produrre il video wall del 2017 Grid (Moria), Richard Mosse è stato più volte nel campo profughi sull’isola greca di Lesbo, un campo noto per le sue pessime condizioni. Le riprese sono state effettuate con termografia ad infrarosso (heat maps).
Ultra e Tristes Tropiques (MAST.Gallery Foyer). Tra il 2018 e il 2019, Mosse esplora la foresta pluviale sudamericana spostando la sua ricerca dai conflitti umani alle immagini della natura. In Ultra, con la tecnica della fluorescenza UV, Mosse scandaglia il sottobosco, i licheni, i muschi, le orchidee selvatiche, le piante carnivore e, alterandone lo spettro cromatico, trasforma queste immagini in uno spettacolo multicolore e scintillante. L’artista descrive in maniera spettacolare la biodiversità, tra proliferazione e parassitismo, voracità e convivenza tra le specie, per evidenziare la ricchezza che l’umanità rischia di perdere a causa dei cambiamenti climatici e dell’intervento dell’uomo. Con Tristes Tropiques, la serie più recente di Richard Mosse, viene documentata con la precisione della tecnologia satellitare la distruzione dell’ecosistema ad opera dell’uomo. La tecnica fotografica utilizzata è definita da Denis Woods “counter mapping”, una forma di cartografia di resistenza che grazie a fotografie ortografiche multispettrali mostra i danni ambientali difficilmente visibili dall’occhio umano. Richard Mosse ha scattato queste fotografie di denuncia lungo il fronte di deforestazione di massa nell’Amazzonia brasiliana. I droni rilevano come in una mappa le tracce del fuoco che avanza inesorabilmente lungo le radici delle foreste, gli effetti dell’allevamento intensivo, delle miniere illegali per l’estrazione di oro e minerali. Ogni mappa di Tristes Tropiques mostra i delitti ambientali perpetrati su vasta scala, diventando per il fotografo un archivio che li documenta.
Chiude la mostra il video Quick del 2010, un filmato girato dallo stesso Richard Mosse che ricostruisce la genesi della sua ricerca e della sua pratica artistica attraverso i temi a lui cari come la circolazione del virus Ebola, la quarantena e l’isolamento, i conflitti e le migrazioni, muovendosi tra la Malesia e il Congo orientale.
Una mostra da vedere, per acquisire maggiore consapevolezza rispetto ai problemi etici, ecologici, ambientali e sociali del mondo in cui viviamo. Per non dire “non lo sapevo” di fronte agli sfruttamenti ambientali e umani in atto nei paesi extra-europei, per capire il perché dei flussi migratori, per ammirare quel che resta della bellezza della natura, con l’auspicio che il monito di Richard Mosse possa essere ascoltato affinché l’umanità si attivi per rendere più vivibile l’unico pianeta disponibile per la nostra fragile vita. 

Ingresso gratuito solo su prenotazione
Orari: martedì - domenica, 10:00 - 19:00
  • Pubblicato in Rivista

Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d'arte.
BUTTERFLY EFFECT.
di Alberto Gross
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
fleurs1











I generosi, affettuosi e longanimi lettori di questa rubrica ricorderanno il viaggio - voluto intraprendere qualche mese fa - nelle terre di Romagna, alla scoperta del vitigno bianco principe e identitario della regione, l’Albana.
Torniamo ora nelle medesime prossimità, specificatamente a Castrocaro Terme, Terra del Sole, a conoscerne l'interpretazione dell'azienda Marta Valpiani. Una cantina a conduzione familiare dove è il cuore a condurre lo sguardo e la natura a dettare tempi ed intervalli, volontà e rappresentazioni di un territorio munifico, nobilmente gagliardo e prodigo di colori, amore ed eleganza.
Le vigne nascono sopra i pendii della collina di Bagnolo, a circa trecento metri sul livello del mare: un territorio variegato che imprime alle uve peculiarità differenti a distanza di pochissimi metri. Le sabbie dorate e l’arenaria, le argille azzurre a nord, quelle rosse a sud e le rocce dello spungone, a testimoniare una antichissima genesi marina che suffraga e giustifica il carattere sapido e iodato di tutti i vini dell’azienda. I vitigni coltivati all'interno dei circa 12 ettari di proprietà sono gli autoctoni romagnoli: Sangiovese, Albana e Trebbiano. Il regime biodinamico asseconda e si lascia condurre dalle cadenze stagionali, cercando di tutelare e preservare le caratteristiche del territorio, evitando di confonderne identità e conformità aderenti ad un terroir così profondamente distinto.
fleurs2












L’Albana “Madonna dei Fiori”, in omaggio alla patrona di Castrocaro Terme, nasce soltanto nelle annate più propense, da vigne che vanno dai 30 ai 60 anni di età: fermentazione spontanea, senza macerazione, sei mesi in cemento e almeno altri sei mesi di affinamento in bottiglia. Il dorato intenso e brillante del 2018 già seduce, promettendo frutta gialla matura, ammaliante e dalle fantasticherie esotiche; il naso non tradisce le aspettative, l'ingresso deciso è di albicocca, pesca nettarina, prima di intrecciarsi a delicate sfumature di mango, frutto della passione, uva passa e scorza d’agrume candita. Il sorso è goloso e sapido assieme, note resinose di tiglio, acacia, la sensazione tannica ad anticipare un finale accennatamente tostato di mandorla e nocciola.
Intrigante l’etichetta a raffigurare il Hemerocallis, il fiore “bello di giorno” poiché si dischiude al mattino per morire la sera stessa; similmente l’immagine della farfalla che campeggia sulla capsula delle bottiglie, simbolo di vita, rinascita, continuità ed immortalità dell’anima, trasformazione, metamorfosi e liquidità del tempo.
fleurs3












Volteggiano nell’aria, volo di burro, le morbide curve melodiche di “Un bel dì vedremo” della Butterfly di Puccini, davanti agli occhi si alternano le grandi interpretazioni della tenera vicenda di Amore e Psiche: l’abbraccio semplice, sobrio e delicato di Canova, in cui Psiche dona al palmo dell’amato la propria vita e anima, trasportate dalle ali di una farfalla, la fragilità eburnea accarezzata da Francois Gerard, attraverso la quale i due amanti paiono quasi custoditi e protetti dalla vivida eternità di quello spiegarsi ed agitarsi d’ali sopra le loro teste.
Un’ultima suggestione da un artista che trasporta e traduce il surrealismo storico in una sorta di “realismo metaforico”: la “Partenza della nave alata” di Vladimir Kush, allegoria di vita variopinta, palingenesi, quasi orfica catarsi, viaggio senza fine, fino alla meraviglia senza parole, fino al cuore del prodigio. 
  • Pubblicato in Rivista

I Tesori del Borgo: Poppi

A cura di Marilena Spataro.
Antico Borgo medievale del Casentinese, ricco di storia, bellezze artistiche, architettoniche, naturalistiche e paesaggistiche. E che ancora risuona del fragore delle armi dell'imponente Battaglia di Campaldino, che vide combattere tra le fila dei Guelfi il sommo Dante Alighieri. A lui, accolto poi da profugo nel monumentale Castello dei Conti Guidi, la cittadina toscana ha dedicato, in occasione del 700esimo della morte, dall'11 a 13 giugno, così come negli anni a venire, un'articolata iniziativa evocativamente intitolata “L’Inferno a Campaldino”.

Sono innumerevoli i tesori d’importanza artistica, architettonica, urbanistica e storica di quel meraviglioso scrigno che è Poppi, ridente cittadina in provincia di Arezzo, adagiata sulla sommità di un colle nelle terre del Casentino, ancora cinta delle antiche mura, e da dove si go- de di un panorama assolutamente mozzafiato. Dare conto di tutte le preziosità di questo territorio, peraltro insignito della targa di uno de “I Borghi più Belli d’Italia”, non è impresa facile. Ci proviamo, iniziando il nostro itinerario con una visita al monumentale Castello dei Conti Guidi, simbolo di queste Terre.
borgo1










IL CASTELLO

Il Castello sovrasta un bellissimo panorama ed è stato testimone, l’11 giugno del 1289, della battaglia che si combattè a Campaldino, nella piana sotto l’abitato; si trattò di uno dei più grandi scontri campali d’armi del Medioevo, al quale partecipò, come Guelfo bianco, anche Dante Alighieri, il quale successivamente ne ha immortalato la memoria nel V Canto del Purgatorio: Firenze contro Arezzo, ovvero Guelfi contro Ghibellini; i fiorentini mettono sotto assedio il castello di Poppi; la Repubblica vince, i conti Guidi sono esiliati dal Casentino e Poppi passa sotto il diretto controllo di Firenze, seguendone le sorti. Un busto di Dante Alighieri, posto nella piazza antistante il Castello, ricorda il legame del Sommo Poeta con questo storico edificio dove, nel 1310, fu ospitato per un anno dal Conte Guido di Simone da Battifolle, durante il suo esilio da Firenze, la città che gli aveva dato i natali.
L’attuale struttura fu edificata tra la fine del XII e il XIV secolo dalla famiglia Guidi, importantissima nella storia di Poppi: il primo dei conti Guidi di Poppi, è nominato dall’imperatore Arrigo VI “conte di tutta la Toscana”; per questo Poppi diventa il capoluogo politico e amministrativo del Casentino, conservando tale ruolo anche sotto il dominio della Repubblica fiorentina, a partire dal 1440. Incerta la paternità dell’edificio: la parte più antica è attribuita non univocamente a Lapo di Cambio, mentre la più recente, databile alla fine del XIII secolo, sarebbe di Arnolfo di Cambio. All’interno dell’edificio sono presenti, oltre alla cappella, il museo sulla battaglia di Campaldino, rappresentanta da un grande plastico collocato nella sala del Piano Nobile del Castello, una biblioteca e il Centro di documentazione Giovanni Gualberto Miniati. Visitando la cappella, sulla volta della navata unica si può ammirare uno dei più importanti cicli di affreschi della provincia di Arezzo. Quasi interamente affrescati sono anche i suoi muri: da segnalare i tre cicli sulle Storie di San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e della vita di Maria, oltre alle figure di santi collocate al di sotto di questi. In una nicchia posizionata al di sotto di una finestra è presente un polittico trompe-l’œil affrescato, mentre su ognuno dei quattro angoli della volta sono dipinti gli Evangelisti in trono, la cui paternità è stata attribuita a Taddeo Gaddi, allievo di Giotto.
borgo2










ARCHITETTURE, PALAZZI, EDIFICI SACRI

Oltre che un centro cittadino dalle architetture armoniose, dotato di ampie piazze e di gradevoli porticati, nonchè ricco di edifici e palazzi storici, tra cui il Palazzo Giorgi, un tempo sede pretorile, oggi Museo Civico e spazio espositivo di mostre d’arte contemporanea, sono presenti, sia a Poppi che nelle località periferiche e nelle frazioni, diverse chiese ed edifici sacri, alcuni di antica datazione, e che vale la pena di visitare. Delle chiese di Poppi città suscitano particolare interesse: La Propositura dei Santi Marco e Lorenzo, edificio sacro eretto nel 1284, ricostruito e poi riconsacrato nel XVIII secolo. L’interno ha un impianto a navata unica, le cappelle laterali mostrano tabernacoli di gusto tardobarocco con significative pale, tra cui la Pentecoste (1575 circa) e la Deposizione di Francesco Morandini, detto il Poppi, e la Resurrezione di Lazzaro d Jacopo Ligozzi (1619). Altra interessante chiesa cittadina è quella di San Fedele, le cui prime notizie risalgono al X secolo, quando fu fondata. Sappiamo che nel 1007 era già un monastero benedettino. Col passare del tempo l'originaria struttura divenne angusta per cui, tra il 1185 e il 1195, si trasferì all'interno del castello di Poppi e la consacrazione della nuova chiesa di San Fedele venne fatta dal vescovo di Fiesole. Ingrandita nei secoli seguenti e internamente trasformata in stile barocco, nel 1810 l’abbazia venne soppressa e ridotta a semplice parrocchia. Tra il 1928 e il 1934 sotto la guida dell’architetto Giuseppe Castellucci fu restaurata e fu ripristinata nello stile romanico. Tra le opere di maggiore fascino presenti nell'attuale chiesa si ricordano: una Madonna col Bambino in trono attribuita al Maestro della Maddalena (1280-1290 circa), un San Benedetto tra i santi Bernardo e Michele, opera di Carlo Portelli, mentre alla parete di fondo dell'abside si trovano un San Giovanni evangelista e una Santa Caterina del Passignano. Edificio d’interesse, sotto il profilo dell'architettura e dell’arte, a Poppi città, è la chiesa della Madonna contro il Morbo costruita, tra il 1657 e il 1659, su progetto del medico poppese Francesco Folli, aperta al culto nel 1657 e terminata nel 1705. La struttura è a pianta esagonale con tetto coperto da una piccola cupola e circondata su tre lati da un loggiato. Nell’interno, sui tre lati opposti, si aprono tre archi, di cui il centrale accoglie l’altare maggiore con una tavola con Madonna con il Bambino e San Giovannino, attribuita alla scuola di Filippino Lippi. Recentemente è stata ritrovata, restaurata e ricollocata nell’altare principale della chiesa, dove si trovava in origine, una tela di Lorenzo Lippi, datata 1664, e raffigurante i Santi Giuseppe, Antonio da Padova con il Bambino e il Beato Torello da Poppi con a fianco un lupo. Tra gli edifici sacri - chiese, conventi e monasteri - di particolare fascino, di cui alcuni molto antichi, del territorio legato a Poppi va segnalato, innanzitutto, il complesso monumentale dell’eremo di Camaldoli (sec. XI).
borgo3










Esso è costituito da un eremo e da un monastero ed è posto alle falde della catena appenninica che divide la Romagna dalla vallata del Casentino in Toscana. Altra località consigliata, in specie per il suo patrimonio naturalistico, è Badia Prataglia, collocata com’è nel cuore verde del suggestivo Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. A queste località se ne aggiungono per attrazione e interesse naturalistico paesaggistico, a volte urbanistico e, spesso dotate di edifici e opere importanti sotto il profilo dell’arte e dell’architettura, molti altri luoghi del territorio di Poppi, che per essere “gustate” appieno andrebbero, però, visitate di persona. Qui ci limiteremo a citarne quanto meno i nomi: Avena, Becarino, Fronzola, Larniano, Lierna, Memmenano, Ponte a Poppi, Porrena, Quorle, Quota di Poppi, Riosecco, Sala, San Martino a Monte, San Martino in Tremoleto. Ad arricchire l’ampio patrimonio artistico e culturale di questo suggestivo Borgo storico dell’Aretino, una serie d’iniziative che ne caratterizzano da sempre la vita cittadina, in modo particolare durante la stagione estiva, quando Poppi è meta di una cospicua presenza turistica internazionale. In questo 2021 l’offerta culturale è incentrata sulle celebrazioni dantesche, nel 700esimo anniversario della morte del Sommo poeta fiorentino. In suo onore, dall’11 al 13 giugno, si è tenuta una originale quanto articolata iniziativa intitolata “L’inferno a Campaldino”, dedicata allo storico scontro d’armi di Campaldino, che, com’è noto, vide partecipare, tra i cavalieri, anche Dante Alighieri. Tale manifestazione da quest’anno in poi, rappresenta un appuntamento fisso nel mese di Giugno a Poppi. Ricco di eventi il calendario delle attività dell’11, 12 e 13 giugno 2021, che ha visto mettere in campo, oltre alla suggestiva rievocazione storica, l’inaugurazione del museo “L’inferno a Campaldino”  presso il piano nobile del castello, oltre ad esposizione di documenti, libri, testi storici di grandissimo interesse, convegni, spettacoli teatrali, ludici e di vario genere. A tali iniziative se ne aggiungono molte altre a tema dantesco, che proseguiranno per tutto il 2021; in programma prestigiose mostre d’arte contemporanea, performance poetiche, conferenze e dibattiti.
  • Pubblicato in Rivista

“L’Inferno a Campaldino”

Poppi:
11, 12, 13 giugno 2021
Un progetto che sarà confermato e rinnovato ogni anno in ricordo della giornata di San Barnaba.
A cura di Marilena Spataro

Castello/P.zza D’Armi/Borgo di Poppi
Il progetto “L’inferno a Campaldino” è un programma di attività ed eventi culturali in collaborazione con istituzioni, università ed associazioni del territorio di Poppi e della Toscana. Si tratta di un percorso composto di esperienze culturali e di spettacolo che parte nel giugno 2021, con iniziative ispirate alla presenza di Dante ed alle opere dantesche direttamente collegate al territorio teatro della battaglia di Campaldino (giugno 1289). La battaglia può essere considerata l’evento principale e storicamente più rilevante nelle vicende del Casentino e della Toscana medievale ed il culmine dello scontro tra Guelfi e Ghibellini. Le fazioni incarnano la rivalità tra le città di Arezzo e Firenze che andavano organizzando il proprio dominio anche attraverso la costruzione di alleanze “forti” per sopraffare la rivale: Firenze in campo guelfo, Arezzo in campo ghibellino. Dante Alighieri, che a Campaldino ha combattuto tra le fila fiorentine dando il proprio contributo come feditore (cavaliere di prima linea), riporta parte della sua esperienza nella Divina Commedia legando indissolubilmente la battaglia alla letteratura oltre che alla storia. Il comune di Poppi celebra quindi il 700esimo anniversario della morte del sommo poeta con eventi, attività e mostre di valenza internazionale e con una rievocazione storica unica nel panorama rievocativo medievale.
Il progetto si sviluppa su tre linee di azione:
-Attività storico-museali e scientifica
-Attività rievocativa
-Attività artistico-culturale
campaldino1










Attività storico-museali e scientifica Castello di Poppi Giugno 2021

Inaugurazione del Museo “L’inferno a Campaldino” dedicato alla celebre battaglia, allestito all’interno del castello di Poppi, dedicato alle vicende storiche che videro i guelfi e ghibellini scontrarsi nelle lotte politiche a cavallo tra XIII e XIV secolo, culminate a Campaldino (1289). Di proprietà del Comune, l'interessante edificio costruito dai conti Guidi nel XIII secolo, è visitabile ma pressoché privo di arredi. L’allestimento (permanente) del museo quindi rende particolarmente accattivante e fruibile tutto il piano nobile del castello con esposizioni multimediali, pannellistica e riproduzioni con l’obiettivo didattico ed espositivo di raccontare la Toscana in guerra nel XIII secolo, le principali vicende, gli scontri tra le fazioni dei guelfi e ghibellini, illustrando la guerra nel Medioevo e le tecniche di cui si componeva ovvero in particolare assedi e battaglie campali con la presenza di macchine di assedio, fino a culminare nell’evento direttamente legato a Poppi ovvero la battaglia di Campaldino che vide la partecipazione di Dante. Nell’allestimento è inserito anche il diorama della battaglia realizzato con oltre 6400 personaggi in piombo raffiguranti gli armati nelle posizioni degli opposti schieramenti che si sono affrontati sulla piana di Campaldino, realizzato da Scramasax nel 1989 in occasione del 500ario della battaglia con la collaborazione della Provincia di Arezzo.
-Implementazione dell’offerta museale con una esposizione temporanea di particolare prestigio all’interno della Biblioteca Rilliana, di un campione di documenti originali di ambito “Dantesco” dell’Archivio di Stato di Siena che contengono preziose testimonianze originali legate ai personaggi citati da Dante nella Divina Commedia.
-Conferenze scientifiche affidate a studiosi di chiara fama afferenti al Festival del Medioevo, quali storici, scrittori, giornalisti. Un evento della durata complessiva di tre giorni (11, 12, 13 giugno 2021) dedicato a lezioni di storia aperte al pubblico su Dante, la Battaglia di Campaldino, la contesa fra Guelfi e Ghibellini, i Conti Guidi, la via quotidiana all’epoca del sommo poeta e la storia del Casentino medievale.
-Realizzazione di un catalogo contenente i saggi derivanti dagli interventi previsti nella convegnistica della manifestazione a scopo divulgativo e promozionale partendo da ciò che fu raccontato nel 1989.
campaldino2










Attività rievocativa P.zza D’Armi Poppi/Piana di Campaldino

In concomitanza con la data della battaglia, 11 giugno 2021, il Medioevo prende vita: quando alcune compagnie di rievocatori “Gli eserciti del XIII secolo”, ricreano nell’area del castello dei Conti Guidi un accampamento di fanteria del XIII secolo con tende, velari, armerie e cucine da campo. In tale contesto il pubblico può sia visitare liberamente l’accampamento, che partecipare alle sessio- ni didattiche sull’uso delle armi e sui metodi di combattimento utilizzati dalle fanterie nella battaglia di Campaldino. I rievocatori danno dimostrazioni di combattimento, sia in duello che per schieramento, trasportando il pubblico a diretto contatto dell’atmosfera “infernale” che Dante ha realmente vissuto nel giugno del 1289. Viene inoltre attrezzata un’area per il tiro con l’arco e con la balestra, dove il pubblico in piena sicurezza può sperimentare di persona le due modalità di tiro, normali per l’epoca della battaglia. Le compagnie, inoltre, danno dimostrazione di come ci si alimentava nel Medioevo al seguito degli eserciti, cucinando i propri cibi direttamente sul posto sia per gli strumenti utilizzati sia per la tipologia di cibarie. Una particolare sezione della rievocazione è dedicata alla vita civile con arti e mestieri del tempo, secondo un percorso che ricostruisce alcune attività del XIII secolo (tintura e lavorazione della lana, produzione di cosmetici, profumi e saponi, laboratorio di scrittura e miniatura, lavorazione del ferro per armi ed utensili). Il visitatore ha la possibilità di partecipare a momenti di spettacolo e narrazione con giullaria, musici e duelli di spada, epici e comici, per un’esperienza di living history particolarmente attraente per un pubblico curioso ed interessato, ma garantendo momenti di spettacolo adatto a famiglie e appassionati, permettendo a tutti di fare un viaggio nel Medioevo. La rievocazione storica dell’Inferno di Campaldino presenta al pubblico avvenimenti, personaggi, mestieri, del passato riproposti in modo fondato scientificamente e credibile, oltre che in maniera attrattiva, con l’intenzione di rendere nota soprattutto la fase dell’attesa della battaglia vissuta dalla popolazione, molto spesso poco raccontata. In tale ottica la rievocazione storica, è la ricostruzione di un preciso evento storico, non solo militare, ma che non prescinde dallo svolgimento in campo aperto di uno spaccato della Battaglia di Campaldino con la partecipazione di numerose compagnie di rievocatori in abiti storici del XIII secolo, provenienti da tutta Italia, divisi per schieramenti e riconoscibili grazie alle insegne e ai colori delle varie forze in campo. I rievocatori si affrontano in campo aperto ricostruendo lo scontro combattuto tra le opposte fanterie, con l’obiettivo, nelle edizioni successive, di rievocare anche la parte principale della battaglia, sostenuta dalla cavalleria. In questo senso, sin dalla prima edizione, particolare cura è dedicata alla ricostruzione del feditore fiorentino, ruolo in cui ha combattuto Dante. La rievocazione storica è quindi il tramite per divulgare la conoscenza di un periodo lontano come il XIII secolo, giunta sino a noi anche grazie alla grande opera di Dante Alighieri, ma che in questo caso mostra un Dante meno conosciuto al grande pubblico, l’uomo d’arme che attraversa veramente un inferno, quello della Battaglia di Campaldino nei luoghi in cui si è scritta quella storia.
A completamento di questa seconda linea di azione è attiva una rete di relazioni istituzionali e culturali con i Comuni che condividono la presenza di Dante e di quelli coinvolti nella battaglia, nello specifico Firenze e Arezzo.
campaldino3










Attività artistico-culturali Castello e Borgo di Poppi

Il programma di eventi e spettacoli mette in scena negli spazi del Castello e nel Borgo, letture teatralizzate e musicate, oltre che spettacoli dedicati ai personaggi ed accadimenti storici che videro Poppi come protagonista, a cura di “In arce Dantis” (Il Convivio Dantesco). Si ha, inoltre, la partecipazione al ciclo di spettacoli “Dell'arte contagiosa”, all’interno della Pieve della Badia S. Fedele in Poppi, in particolare dedicato al canto XXXIII dell’Inferno il cui protagonista, tra gli altri, è il conte Ugolino, la cui politica è stata a volte a favore dei ghibellini, a volte a favore dei guelfi.
Partners:
Associazione culturale Scannagallo: promuove e realizza iniziative di carattere rievocativo-culturale, si caratterizza come gruppo storico che organizza e partecipa ad eventi storici ed in particolare attua e gestisce iniziative utili al recupero delle antiche tradizioni storiche, contadine, religiose. Collaborerà con l’Amministrazione comunale per l’attività rievocativa.
Associazione culturale Festival del Medioevo: organizzatrice del celebre Festival del Medioevo di Gubbio. Collabora con l’Amministrazione comunale per la realizzazione dei convegni scientifici.
Archivio di Stato di Siena: collabora con l’Amministrazione comunale nella realizzazione della mostra
“L’inferno a Campaldino” è patrocinato dal Comitato Nazionale Dante 2021 promosso dal MIBACT
  • Pubblicato in Rivista
Sottoscrivi questo feed RSS