Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

I Tesori del Borgo - Sant'Agata sul Santerno

Antica cittadina di origini estensi della Pianura romagnola, tra Ravenna e Bologna. Dove la storia e le tradizioni convivono in armonia con la modernità e il progresso.
di Amanda Capucci
Sant’Agata sul Santerno con i suoi 3000 abitanti è il secondo comune più piccolo della Provincia di Ravenna e il meno esteso quanto a superficie. Nonostante questo, è un paese di antiche tradizioni e sorge su un’importante via di comunicazione, la via San Vitale che collega Bologna con Ravenna. L’antica Pieve di Sancta Agatha viene fatta risalire al 740; eretta sopra un tempio pagano, compare in diversi documenti di epoche successive. Il paese sorse attorno alla chiesa ed ha sempre portato il nome della Santa Martire di Catania. Per tutto il Medio Evo Sant’Agata fu disputata dai signori locali, trovandosi, suo malgrado, teatro di scontri fra truppe avverse. Una delle date più significative della storia del paese è il 1440. Il 23 settembre di quell’anno, Papa Eugenio IV cedette in feudo alcune terre della Bassa Romagna tra cui Sant’ Agata, agli Estensi di Ferrara per 11.000 ducati d’oro. Il castello assunse quindi il nome di S. Agata Ferrarese, nome che conservò fino all’Unità d’Italia. S. Agata subì la sorte di molti altri paesi della Bassa Romagna: nel 1598, il ritorno nello Stato della Chiesa dopo la dinastia estense, la sottomissione all’esercito napoleonico nel 1796, il ritorno sotto lo Stato Pontificio nel 1815 e, infine, con i plebisciti del 1859, l’annessione al Regno d’Italia. Nel 1863, per Regio Decreto, il paese assume l’attuale denominazione di “S. Agata sul Santerno”. Nel secondo conflitto mondiale il paese venne quasi completamente distrutto dai bombardamenti.
Tes borgo4
Il fiume Santerno. La storia di Sant’Agata si identifica con quella del fiume Santerno e il territorio, con il paesaggio, un tempo soltanto agrario, oggi anche industriale, che circonda il paese. Il fiume Santerno nasce nei pressi del Passo della Futa e confluisce, dopo un percorso di 99 Km, nel fiume Reno a Sud della Statale 16 (Ravenna-Ferrara). La confluenza è stata creata artificialmente perché in epoca romana il fiume, giunto in pianura si gettava nelle paludi che caratterizzavano un tempo la Bassa Padana. Il fiume Santerno, almeno nel suo corso inferiore, era navigabile: per questo costituiva un’importante via di comunicazione.
Opere architettoniche: gli edifici legati alla storia
La Torre civica. La torre civica è detta anche Torre dell’Orologio, o “La Porta” perché fu costruita sull’antica porta di accesso al castello medioevale che sorse nei primi secoli dopo il mille. Fonti autorevoli ne attribuiscono l’edificazione ai Faentini. La costruzione era cinta da solide mura che formavano un quadrilatero circondato da un largo fossato detto “La Fossa”. Dell’antico castello non rimase che un torrione, ma pare che ve ne fossero tre, trasformato, poi, nella Torre dell’orologio con ampio arco, “La Porta” che immette nel piazzale della chiesa arcipretale, anch’essa costruita nel recinto del castello. Parte dello spazio circondato dall’antica Fossa costituisce oggi la piazza principale del paese, Piazza Umberto I°. I più recenti lavori di restauro alla Torre, su progetto dell’architetto Mazzotti, furono eseguiti nel 1990. La campana dell’orologio, detta della “ragione” sin dai tempi remoti, certamente già nel 1487, come appare dagli antichi “Statuti” emanati dal Duca Ercole I° d’Este, serviva per chiamare a raccolta i cittadini che governavano il paese e si è conservata fino ai giorni nostri.
Palazzo Comunale. L’epoca di costruzione è incerta, ma si presume che sia dello stesso secolo del castello del quale faceva parte come appare dal Catasto Napoleonico del 1800. Ne sono una prova anche i muri obliqui a scarpata nella base, che come in tutte le rocche era costituita da uno spalto svasato. Le modifiche ed i cambiamenti subiti ne hanno profondamente alterato la struttura originaria. L’edificio, abitazione del Vicario nel periodo estense, è sempre stato usato come sede amministrativa e ristrutturato anche nel dopoguerra perché gravemente danneggiato nella notte del bombardamento alleato. All’interno sono poste le lapidi di illustri santagatesi.
Tes borgo3
Villa padronale. già di proprietà del lughese Gregorio Ricci Curbastro, matematico di fama internazionale. Incerto l’anno di costruzione che si colloca sicuramente alla fine dell’Ottocento, sulle strutture di una casa colonica del 700.
Chiesa arcipretale. dedicata a S. Agata V e Martire. L’odierna chiesa fu costruita nel 1881 per volontà di Mons. Ercole Rambelli, arciprete di S. Agata dal 1874 al 1917. Il progetto fu affidato all’architetto Pritelli di Faenza che si ispirò allo stile neoclassico, in voga nel sec. XIX. La pianta è a croce latina, con transetto ed abside semicircolare. La facciata in pietra a vista si sviluppa in verticale, terminando con un frontone triangolare; l’interno è a navata unica con nicchie laterali; Il soffitto a volta termina in cornici dentellate. Nella chiesa ci sono sette altari, il maggiore dedicato a S. Agata. Nell’abside è collocata una pala d’altare con l’immagine della Santa, opera del pittore massese Orfeo Orfei. Le notizie sul precedente edificio abbattuto nel 1881, per far posto all’attuale, sono scarse e frammentarie. Dalle mappe, appare evidente che la chiesa occupava gran parte dell’attuale piazzetta E. Rambelli. Era stata edificata, con ogni probabilità, negli anni 1494-95. Nel 1891 fu costruito il campanile, sempre su progetto dell’architetto Pritelli. Durante l’offensiva delle truppe alleate del 9 aprile 1945, fu cannoneggiato e mozzato. Nel 1951 furono compiuti i restauri.
Cornicione Rinascimentale. Nella parete esterna della sacrestia dell’attuale chiesa Arcipretale, verso occidente, alla sommità si trova un cornicione in cotto del 1494 in stile rinascimentale. E’ quel che rimase del bel cornicione che ornava la vecchia chiesa, la cui facciata era stata progettata dal Bramantino.
Opere pittoriche che si trovano nella chiesa o nella vicina canonica.
Nell’aprile del 1944 la chiesa venne dotata di un nuovo altare maggiore, opera marmorea del faentino Antonio M.Vassura e fu affrescata dal massese Umberto Folli che dipinse la volta del presbiterio con la raffigurazione dei 4 Evangelisti: fu il primo affresco dell’allora giovane e promettente pittore. Si era nel novembre del 1943, in piena guerra, quando iniziarono i lavori di decorazione e di restauro dell’edificio. Il pittore già definito astro nascente dalla critica ravennate, lavorando alacremente impiegò alcuni mesi per decorare la cupola e dipingere i 4 Evangelisti ai rispettivi lati. La Pala d’altare dipinta alla fine dell’Ottocento rappresenta S. Agata Vergine e Martire. Autore Orfeo Orfei di Massa Lombarda. Conservati in canonica ed opportunamente restaurati sono due dipinti su tela che prima del 1933 si trovavano nella chiesa della Madonna dello Spasimo distrutta dalla guerra: San Sebastiano e San Rocco (sec. XVI) di autore anonimo. Sempre alla chiesetta della Madonna dello Spasimo apparteneva il dipinto ad olio su tela (sec. XVII) di San Michele Arcangelo di Domenico Tasselli, che faceva da sfondo alla statua della Vergine del Rosario. Nel 1945 la pala d’altare fu ritrovata fra le macerie della chiesa distrutta. Un’altra pala d’altare rappresenta “San Gregorio, la Trinità con M. Vergine e le anime purganti”. Il quadro detto anche“ il Purgatorio” è del sec. XVIII, autore Andrea Barbiani di Ravenna. Infine, si aggiungano tre dipinti su tela ovale di autore ignoto del sec. XVIII, quello di S. Agata V. e Martire e due tele gemelle con Le nozze di Cana e la Comunione degli Apostoli.
Suppellettili preziose. Fra le numerose suppellettili preziose sono da notare un’acquasantiera del sec XVI, la statua di San Vincenzo Ferreri del sec. XIX, modello Graziani Ballanti di Faenza, arredi sacri in bronzo, candelabri ,calici ostensori, un reliquiario del XVI sec., pianete ed altri paramenti sacri a partire dal sec. XVI.
Tes borgo6
Più recenti la Via Crucis di Bartoli e Cornacchia, 14 ceramiche dei famosi artisti brisighellesi e un’ ampia terracotta in ceramica del faentino Riccardo Gatti (195) raffigurante il Battesimo di Gesù, in bassorilievo. Presso il Municipio di S. Agata sono conservati i due preziosi libri degli Statuti (Sec. XV). Sono copie dello Statuto promulgato nel 1487 dal duca Ercole I d’Este, una rara raccolta di leggi per gli “homini di Sancta Agatha”. Uno dei libri, il più antico, è un codice miniato, purtroppo non l’originale del 1487, perché risale a qualche decennio più tardi: è in pergamena elegantemente vergata e ornata con belle miniature a colori fra i quali predominano il rosso e il blu; i caratteri sono in stile gotico. L’altro volume, cartaceo, è manoscritto anch’esso, ma in corsivo e in epoca più recente (1758): fu dettato “verbo ad verbum” dall’abate Andrea Ferdiani, al sacerdote Giacomo Azzaroli, come copia del primo. I due testi sono stati finalmente restaurati su interessamento dell’Amministrazione Comunale, nel 2018.
Beni artistici scomparsi. Convento benedettino cosiddetto delle “Angioline”, Chiesa della Madonna dello Spasimo con campanile gotico risalente al XV-XVI secolo, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale e mai più ricostruita; ambone della vecchia chiesa rinascimentale che si trova ora nella vicina chiesa di Ascensione con 4 pannelli in bassorilievo, raffiguranti i 4 Evangelisti.
  • Pubblicato in Rivista

NELLA SOVRANITA' DEL SILENZIO: dal Nostos all'Archè

Arte e cultura a Sant’Agata sul Santerno (RA)
Qui dove l'immagine solida abita il vuoto, regna sovrano il silenzio, silenzio che unisce le diversità di queste plastiche presenze, che dicono la mistica sospensione delle forme di un immaginario che oltrepassa il tempo.
C'è in queste immagini una ritrovata nostalgia che chiude nel ritorno testa e coda dell'uroburos, circolarità di un continuo che celebra il tempo dell'eterno ritorno.
“Io e un altro” affermava Rimbaud, e queste forme sono il frutto di una alterità ritrovata che noi conteniamo, è una ricerca dell'origine, un salpare verso la sorgente, là dove appare il “ genio del luogo”, là dove controcorrente risaliamo al centro originario degli archetipi.
Queste sculture evocano nel presente un futuro già passato, qui sta il nostos e l'erranza, qui l'archè regna col genius loci sulle peculiarità naturali del territorio, mentre le immagini interpretano i misterici responsi del silenzio, dove il futuro annuncia il passato e il passato dice il presente.
Giovanni Scardovi

SantAgata2

Nella sovranità del silenzio
dal Nostos all'Arche'
Mostra di scultura
21 dicembre 2019/10 febbraio 2020
Sala del Consiglio Comunale
Piazza Giuseppe Garibaldi, 5
Sant'Agata sul Santerno
Espongono
Gianni Guidi
Sergio Monari
Giovanni Scardovi
Sergio Zanni
Mario Zanoni
Info: 348 646 3783
Apertura: da lunedì a venerdì 10,00/13,00, martedì e giovedì ore 10,00/13,00 - 15,00/17,30
1-2-8-9 febbraio 10,00/12,00 - 16,00/18,00
Festivi su appuntamento
Sotto una buona stella
pittura, scultura, design
21/12/2019 - 10/02/2020
Spazio espositivo LOGOS
Piazza Umberto I, 8
Sant'Agata sul Santerno
Espongono
Nicoleta Badalan, Alberto Bambi (Balber), Anna Baraldi, Grazia Barbieri, Giuseppe Bedeschi, Tiziana Bortolotti, Paolo Buzzi, Dina Castagni Nasce', Tiziana Grandi, Laila, Elena Modelli, Maurizio Pilo', Maria Leanna Serri, Giovanni Scardovi, Roberto Tomba, Mario Zanoni
A cura di Marilena Spataro in collaborazione con Alberto Gross
Info 339 7325579
Apertura: da mercoledì a sabato
Ore 16,30/18,30
Altri giorni su appuntamento
Gli artisti di Sotto una BUONA stella, devolveranno parte dei loro eventuali incassi al reparto di Pediatria dell'Ospedale Civile di Imola
Di Versi Per Versi
Reading poetico
Sabato 4 gennaio 2020, ore 17,00
Sala del Consiglio Comunale di Sant'Agata sul Santerno
Partecipano i poeti
Francesca Tuscano
Roberto Batisti
Paolo Melandri
Giovanni Strocchi
Giovanni Scardovi
Conducono la serata la giornalista
Marilena Spataro e il critico d'arte e poeta
Alberto Gross
Gli eventi sono promossi dall'associazione culturale LOGOS e godono del patrocinio del Comune di Sant'Agata sul Santerno, dell’Ausl di Imola e sono realizzati in collaborazioni con Galleria Ess&rrE e Acca Edizioni di Roma
  • Pubblicato in Rivista

Natale d'Arte

Mostra “Natale d’Arte”

al Porto turistico di Roma

L’accoglienza sul territorio romano è molto ricca, fra le tante proposte culturali in città, nel centro, in periferia o sul mare, ci sono offerte per tutte le esigenze.

La Galleria Ess&rrE, situata nel Porto turistico di Roma, di fronte al mare e a pochi chilometri dal sito archeologico di Ostia Antica propone la Mostra “Natale d’Arte” in cui 20 artisti si confrontano per posizionarsi nel panorama nazionale artistico fra le proposte che la Galleria, nella persona del management Roberto Sparaci e del direttore artistico Sabrina Tomei con la valida collaborazione di Alessandra Antonelli che cura i rapporti con gli artisti, porta avanti con entusiasmo e rinnovata energia anche in virtù dei successi televisivi che la domenica sera sui canali 123 ddt e 868 sky di Arte Investimenti, sta portando a conoscenza anche ai meno esperti, artisti di qualità assoluta, a cui viene dedicata la massima attenzione e fare loro la giusta promozione per far si che le opere abbiano, come sta accadendo con sempre maggiore frequenza, la giusta collocazione nelle collezioni private.

Dal figurativo all’astratto, dal surrealismo al concettuale passando per l’informale, quadri e sculture per una grande scelta di qualità e corrente pittorica a cui nessuno potrà astenersi. Ogni opera viene selezionata con cura ed esposta con dovizia di particolari in modo che il fruitore possa avere, con la massima tranquillità, modo di scegliere l’opera da accogliere nella propria collezione.

Gli artisti in mostra sono:

Ornella De Rosa - Giusy Dibilio - Didif (daniela delle Fratte) - Sabrina Golin - Tano Festa - Giusy Cristina Ferrante - Rosy mantovani - Giovanni Manzo - Andrea Marchesini - Federica Marin - Elena Modelli - Achille Perilli - Sebastiano Plutino - Francesco Ponzetti - Valentina Roma  - Mirella Scotton - Antonella Squillaci - Giò Stefan  - Anna Maria Tani - Enrica Mazzuchin.

 

La mostra inaugurerà il 21 dicembre 2019 alle 16:00 e si concluderà il 24 gennaio 2020.

Durante tutte le feste la Galleria osserverà i seguenti orari.

Dal lunedì al venerdì dalle 10:00 alle 18:00 –

il sabato e la domenica dalle 16 alle 19 o su appuntamento per orari personalizzati.

Chiuso il 24-25-26-31 dicembre e il 1° gennaio 2020.

 

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 – Loc. 876

Tel. 329 4681684

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.accainarte.it

Le parole giuste contro la violenza sulle donne

Nella Pettenon Cosmetics di San Martino di Lupari una riflessione sull’importanza dei gesti concreti e di un uso corretto delle parole a favore delle donne vittime di violenza.

Debora Leardini ha presentato la mostra fotografica da lei curata "Trip", un percorso interiore che racconta la violenza attraverso il vissuto di otto donne che ha incontrato, con le parole, la scrittura, incontri. Immagini in bianco e nero che comunicano la violenza attraverso sensazioni, la fragilità di fronte a cui stanno facendo un percorso di riscatto e rinnovamento.
La mostra di Debora Lardini sarà esposta all'interno della Pettenon Cosmetics fino al 20 dicembre. L’autrice, psicologa psicoterapeuta, ha sviluppato il progetto fotografico sul tema della violenza sulle donne in quattro tappe, ciascuna delle quali affronta l’elaborazione della violenza subita. La prima: non sentirsi a casa dentro il proprio corpo a causa del vissuto di violenza. La seconda: la scissione emotiva e la derealizzazione. La terza: il viaggio di cura insieme ad altre donne per lasciare insieme il peso, condividendolo e mostrandolo con la simbologia di una valigia trasportata nel bosco e gettata poi in mare. La quarta: il recupero della forza, il contatto possibile, la rinascita di progetti e ruoli.


foto incontro donnePer comprendere meglio il percorso di rigenerazione di una donna, per affrontare attraverso le parole giuste il nostro quotidiano, per scoprire che cosa accade in una donna vittima di violenza, in un minore che assiste e in un uomo maltrattante, l'azienda di cosmetica professionale per capelli viso e corpo Pettenon Cosmetics il 25 novembre ha organizzato l’incontro “La bellezza dei gesti concreti. Contro la violenza sulle donne, esaltiamo la bellezza dei gesti concreti e delle parole giuste".

Secondo il report della Polizia di Stato la violenza sulle donne è un reato che avviene ogni 5 minuti, ma in aumento è il numero di denunce. “E’ importante informare per reagire” afferma Francesca Anzalone, esperta di comunicazione ”E’ necessario imparare a utilizzare un linguaggio corretto ed efficace, per aiutare le persone a comprendere quello che sta succedendo e informare la società”.

I fratelli Pegorin hanno intrapreso un percorso imprenditoriale con un grande impegno nella responsabilità sociale. “Sosteniamo da anni il gruppo Polis” ha detto Gianni Pegorin, Presidente Pettenon Cosmetics S.p.A “e spero che anche nelle aziende del nostro territorio ci sia una sensibilità verso associazioni e situazioni di prevenzione della violenza. Siamo un’azienda storica, dove lavoriamo perché le donne si sentano bene”.

“Questa giornata dovrebbe essere la quotidianità delle nostre vite” ha affermato Federico Pegorin, Ad Pettenon Cosmetics S.p.A “purtoppo i dati confermano un fenomeno dilagante a cui bisogna mettere un freno. La bellezza è in ognuno di noi e quella luce deve essere l’obiettivo che ci fa sorridere”.

Trip Debora LeardiniSull’importanza di una semantica corretta quando si parla di violenza di genere si è focalizzata Alice Zorzan, di Gruppo Polis, che ha parlato della violenza di genere, diretta e assistita, vissuta da donne e minori con la testimonianza di Casa Viola “Ci sono le parole giuste e parole da evitare nella stampa e nei mezzi di comunicazione” ha spiegato Zorzan “ non dobbiamo concentrarci sui comportamenti che ha la donna assume. Anche le immagini possono vittimizzarla per una seconda volta”. Zorzan ha poi letto una lista di parole da bollino rosso stilate dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana.

Antonio Di Donfrancesco di Gruppo Polis ha condotto un intervento dedicato a “la violenza di genere dalla prospettiva di chi lavora con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive” sottolineando come sia importante trasmettere un’educazione ai maschi che non consenta loro di giocare con i sentimenti, di minimizzare o utilizzare parole che danno la responsabilità solo al partner.
Sull’importanza di una semantica corretta e l'impatto sociale di un'azienda di bellezza come la Pettenon Cosmetics si è soffermata Anna Ginefra, HR Director AGF88 Holding, sottolineando come l’azienda riconosca alle donne autostima, autonomia e quella consapevolezza che consente alle donne di avere fiducia nelle loro capacità.

Chiara Brunoro, Brand Manager di Pettenon Cosmetics S.p.A a proposito dell'importanza delle parole nella presentazione dei prodotti dedicati alla bellezza, ha spiegato come l’azienda stia lavorando sui iconografie, linguaggio e immagini per scardinare luoghi comuni, per esempio con il tentativo di esprimere l’immagine di una donna coraggiosa e audace.

Infine, Elena Barbuzzi, Innovation and R&D Director, Pettenon Cosmetics S.p.A., nel descrivere il viaggio nella bellezza attraverso l'innovazione, ha affermato che il mondo “beauty” è una necessità che risponde al mondo delle donne, che fare ricerca significa sapere imparare dagli errori e che la bellezza è non arrendersi in un mondo in cui ci si sente liberi.
 

  • Pubblicato in Rivista

"Cinque artisti dei sentimenti"

Cinque pittori e i sentimenti di tutti. Sentimenti, introspezione, richiami alle tematiche ambientali, grazia, natura. Verso temi così importanti e così universali si rivolge la mostra che si inaugura il 7 dicembre alle 16.00 nei locali della galleria Ess&errE del Porto Turistico di Roma e sarà visitabile fino al 20 dicembre.
Cinque artisti veneti, Sara Stavla, Bianca Beghin, Elisabetta Maistrello, Alessio Schiavon e Andrea Zuppa, affrontano temi di interiorità e di grande importanza con opere che spaziano dalla urgenza della terra, evocata dall’informale di Sara Stavla, agli alberi ed alla natura protagonista in opere di Bianca Beghin. Elisabetta Maistrello porta le sue donne all’attenzione di chi continua a non rispettare la loro immensa sensibilità, mentre Alessio Schiavon indaga da par suo il romantico mondo dei fiori, i messaggeri delle belle sensazioni. Ad Andrea Zuppa, sempre a caccia di nuove forme espressive, il compito dell’indagine profonda su tutto quanto inquieta la società e l’uomo.
Cinque identità artistiche che esprimono una pittura di indagine e impegnativa ma gradevole ed abbordabile, in fascinosi formati significativi. I temi e le problematiche sociali e del quotidiano sono il loro campo di azione naturale, spingendo i cinque “sentimentali” alla costante ricerca di nuove vie artistiche per temi attuali e condivisi. La loro espressione è tracciata dal filo conduttore del “sentire” la pittura come un mezzo che trasmetta la profondità del sentimento di amore per il mondo, che va difeso con decisa dolcezza.
Mostra a cura di Giorgio Barassi.
Direzione artistica: Sabrina Tomei.
Management: Roberto Sparaci.

Ideas Harbour

Al Porto turistico di Roma nella splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle bellissime imbarcazioni, 10 giorni di Arte contemporanea dedicata all’arte, alla cultura e al piacere di conoscere gli artisti personalmente. Sedici artisti di estrazioni e personalità diverse, circa 30 opere dal comune denominatore. Ogni opera avrà l’onere e l’onore di cercare di trasmettere le sensazioni che solo l’arte riesce a comunicare, per immergersi in un contesto artistico unico nel suo genere e avere la possibilità di comprare qualcosa di unico, singolare, particolare. Artisti che visto l’interesse che riscuotono, la Galleria Ess&rrE li promuove con lavori di assoluta qualità con le mostre che sono appunto un filo conduttore per la promozione del lavoro progettuale che la galleria sta diffondendo nella splendida realtà romana direttamente sul mare.
Le opere in esposizione sono di: Nicole Auè, Filippo De Luca, Giusy Dibilio, Maurizio Diretti, Didif (Daniela Delle Fratte), Emanuela Fera, Giusy Cristina Ferrante, Laila, Rita Lombardi, Anna Lisa Macchione, Anna Maggio, Romeo Mesisca, Roberto Pinetta, Leandro Ricci, Michelangelo Riolo, Anna Maria Tani.
Dal 26 novembre al 6 dicembre 2019 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma - locale 876
00121 Roma
Cell. 329 4681684
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Inaugurata a Milano Fontana Colonna, un’opera innovativa e sostenibile di Forme D'Acqua per la nuova Linea Solidi d'Acqua

Forme d’Acqua ha partecipato ad Architect@Work - Milano, la manifestazione internazionale dedicata all'innovazione nel mondo del design e dell’architettura. Un appuntamento giunto alla sesta edizione, che si è svolta il 13 e il 14 novembre al Mico Congressi.

FdA ColonnaFontana ok

L’azienda veneziana, specializzata nella realizzazione di fontane di design da esterno ed interno, è stata selezionata dalla commissione tecnica della manifestazione con l’opera “Fontana Colonna”. Una fontana “Made in Italy”, durevole, affidabile, a risparmio energetico, realizzata dalla designer Simona M. Favrin, che appartiene alla nuova Linea Solidi d’Acqua. Facile da gestire, facile da collocare, facile da acquistare. La fontana Colonna si distingue per queste tre innovazioni.

L’acqua tracima dalla sommità di un parallelepipedo in acciaio marino verniciato, e scende con precisione nel bacino di raccolta alla sua base. Una colonna d’acqua illuminata, che arreda l’outdoor e l’indoor. Solida e rigida nelle sue forme, si distingue per la sua flessibilità di utilizzo e personalizzazione. Un prodotto semplice che facilmente si integra in contesti privati o pubblici.

Architect@Work è una delle manifestazioni fieristiche a livello europeo dedicata al design e all’architettura di ambienti interni ed esterni, destinata a progettisti, architetti, designer, ingegneri e professionisti del settore. Un punto di incontro e di scambio di idee, con momenti di formazione e seminari dedicati ad argomenti specifici, caratterizzato da un taglio internazionale considerato che si svolge in periodi differenti, in vari paesi europei ed extra-europei.

Tema dell’edizione 2019 In&Out: l’economia circolare in architettura. Focus sulla rigenerazione dei materiali e delle soluzioni costruttive in un’ottica eco-sostenibile, data la responsabilità del mondo dell’architettura nei confronti del pianeta.

FdA Colonna lineaSolidi fontaneSostenibili ok
Linea Solidi d'Acqua 

Colonna fa parte della nuova Linea Solidi d'Acqua, una nuova linea di fontane in serie personalizzabili.
Made in Italy, durevoli, affidabili, sostenibili.
Caratterizzate da uno scorrimento dell’acqua omogeneo e regolare, donano armonia all’ambiente nel quale vengono inserite, diffondendo l’energia positiva racchiusa negli elementi che le compongono, primo fra tutti l’acqua, fonte di Armonia, di Bellezza e di Energia vitale.

Il flusso dell’acqua silenzioso, controllato e privo di schizzi, le rende particolarmente adatte all’inserimento in ambienti internipubblici o privati, che arricchiscono con l’alto valore estetico, contribuendo anche alla salubrità dell’aria con una corretta umidificazione.

Realizzate in acciaio inox AISI 316, durevole e stabile anche senza verniciatura, sono resistenti anche all’esterno, in qualsiasi condizione ambientale. Sono dotate di impianto performante a basso consumo energetico per il movimento ed il ricircolo dell’acqua. L’attenta scelta dei materiali e della componentistica tecnologica garantiscono la massima affidabilità e assicurano funzionalità e durabilità nel tempo.

Sono disponibili in una ricca proposta di forme e misure e possono essere caratterizzate grazie alla scelta dei materiali, delle finiture e degli optional tecnologici. Un’ampia palette di colori permette la massima personalizzazione e l’integrazione della fontana in qualsiasi ambiente.

FdA ColonnaFontana lineaSolidi tracimazione acqua LED ok
Designer - Simona Marta Favrin

Appassionata ed esperta di vetro artistico, con un’approfondita conoscenza della materia, dei metodi e delle tecniche della produzione vetraria, ha collaborato con la Scuola del vetro Abate Zanetti, con Consorzio Promovetro Murano e con importanti Maestri muranesi, sia nell’ambito del design del vetro che della progettazione di spazi promozionali ed espositivi.  Ha seguito numerosi progetti, curato e allestito molte mostre dedicate al vetro artistico. Con Forme d’Acqua si avvicina alla materia “acqua”, progettando spazi esterni ed interni, applicando il design al verde e all’acqua e realizzando fontane ed installazioni in cui sperimenta il connubio acqua-vetro.

Forme d’Acqua - Venice Fountains

Forme d’Acqua, azienda leader nel settore della progettazione e realizzazione di fontane custom, crea i propri progetti basandosi sul binomio acqua – materie prime di altissima qualità, una formula che porta a creare fontane di grande importanza sia in Italia che all’Estero, sia per ambienti esterni che interni.

“Progettiamo e realizziamo le nostre fontane a Venezia, con professionalità ed esperienza, continuando l’antica tradizione artigianale conosciuta nel mondo” afferma Gianluca Orazio, CEO di Forme d’Acqua. “Abbiamo a cuore valori ben precisi,come la sostenibilità, l’affidabilità, la qualità dei materiali, la tecnologia, e soprattutto la loro bellezza. Siamo artigiani dell’acqua, che non ha una forma di per sé ma, se trattata con sapienza e originalità, può affascinare, divertire, lasciare senza fiato, proprio come Venezia”.

  • Pubblicato in Rivista

De Chirico e il suo tempo.

Oltre la metafisica
(E la voce critica di Roberto Longhi)
dechirico3
Si potrebbe partire da quel 1919, giusto cent’anni fa, che rimane una data cruciale per il grande metafisico. L’episodio è notissimo: De Chirico allestisce una mostra alla romana Casa d’arte Bragaglia, che in un primo tempo doveva consistere in “un’esposizione di disegni; una trentina circa”, Progetto per buona parte modificato così da presentare una panoramica abbastanza esaustiva dell’intera sua produzione metafisica. Scelta che forse riteneva opportuna anche per dissipare ogni dubbio sul ruolo svolto in questa moderna via della pittura, del tutto autonoma rispetto alle avanguardie che proprio dai suoi esordi metafisici avevano tenuto banco giusto fino a quella data: a cominciare da cubismo, futurismo e le prime espressioni dell’astrattismo, per intenderci. […] Per quella mostra aveva chiesto all’amico Papini, collaboratore del quotidiano ‘Il Tempo’, una recensione che immaginava sarebbe stata senz’altro favorevole. Lo scrittore gli suggerì invece di contattare Roberto Longhi, allora molto giovane, non ancora trentenne, ma che, come assicurava Papini, “capiva più degli altri”. […] Viene dunque la recensione di Longhi, che aveva visitato in silenzio l’esposizione accompagnato da un de Chirico prodigo di spiegazioni, e concludendo l’incontro con l’invito a prendere un ‘coffee’ (lo pronunciava snobisticamente in inglese lo studioso) mentre continuava ad ascoltare il pittore e “perfidamente, satanicamente, orrendamente forgiava già nell’imo fondo del suo animo il colpo mancino”, come poi ricorderà de Chirico.
dechirico5
Dunque, la stroncatura, rimasta famosa, e anzi famigerata, che era seguita a quella non meno velenosa pubblicata da Longhi su De Pero (scritto proprio così), che per certe analogie ne costituisce un significativo anticipo. Col sospetto, forse non infondato – anche se quasi mai considerato – che l’impietosa recensione dell’esposizione dechirichiana tornasse a vantaggio di Carrà, considerando che il sodalizio fra i due ex sodali della metafisica si andava logorando, mentre si rinsaldava il rapporto fra Longhi e Carrà sfociato poi in una duratura amicizia. […] Accusato il colpo, de Chirico ha la rivelazione del ‘classico’, come ricorda, davanti al Tiziano al museo di Villa Borghese. E a conclusione dello scritto ‘Ritorno al mestiere’ per la rivista ‘Valori Plastici’ si spinge a proclamare “Per mio conto sono tranquillo, e mi fregio di tre parole che siano suggello d’ogni mia opera: Pictor classicus sum”. Vale a dire un pittore fuori dallo scorrere del tempo e del divenire delle vicende artistiche. E molto diversamente da Carrà, che il suo museo, ovvero i suoi modelli storici, li aveva già dichiarati, de Chirico si spinge a sostenere che occorre ripartire dall’accademia, dal disegno, dalle copie dei gessi, per riappropriarsi di un mestiere che la pittura moderna sembra aver dismesso.
Nascono le ville romane, ritratti e autoritratti, nature morte, busti classici, figure mitologiche e nudi di donna, non senza che riappaiano ancora manichini, magari con resti archeologici incorporati; e interni metafisici, e gladiatori spaesati nel chiuso di una stanza, e mobili nella valle, ancor più ‘déplacés’, e cavalli in riva al mare, magari su une plage antique come confermano templi e rocchi di colonne. Insomma, un campionario di soggetti che va ad includere anche copie di capolavori del passato. E intanto, altri artisti, con antenne spesso più sensibili di molta critica, interpretano ognuno in modo proprio la pittura metafisica: da Sironi a Casorati, per non parlare della breve stagione metafisica di Morandi in uno scorcio di tempo sul finire del secondo decennio del secolo. […]
dechirico4
Entra in scena nei primi anni ’20 il ‘Novecento’, sotto l’intelligente tutela di Margherita Sarfatti, l’antesignana delle critiche d’arte, apprezzata anche oltre i confini nazionali. Il gruppo, inizialmente di sette artisti con Sironi in primo piano si allargherà in pochi anni a dismisura giungendo a superare il centinaio di adepti. […] Il ‘realismo magico’ che Bontempelli mutua per l’Italia dal critico tedesco Franz Roh, offre da parte sua una riscoperta di figure e ambienti di una realtà quotidiana come sospesa in un tempo fermo, per certi aspetti di suggestione ancora metafisica, con figure come Donghi, e Funi che già si era inscritto fra i sette artisti del primo gruppo di ‘Novecento’. Col riscoperto (da Longhi) Piero della Francesca quale riferimento all’antico. “Un realismo preciso, avvolto in un’atmosfera di stupore lucido”, come scriveva lo stesso Bontempelli. Che diventa un fondamentale, ineludibile riferimento anche per quell’École de Rome con Melli, Capogrossi, Cavalli e Cagli, così definita da Valdemar George in una mostra parigina del 1929. È anche il tempo romano della ‘Scuola di via Cavour’, come la chiamò Roberto Longhi. Protagonisti, tre giovani: Scipione, una folgorante meteora, coi suoi turbamenti, diviso fra l’Apocalisse di Giovanni e Une saison à l’infer di Rimbaud, e una visionarietà barocca, scomparso a nemmeno trent’anni; l’amico Mario Mafai e la compagna Antonietta Raphael, lituana dalle intense accensioni cromatiche. Una pittura, la loro, quanto più lontana dalla severa monumentalità di certo ‘Novecento’, ormai attaccato anche dal regime per quanto alcuni protagonisti, Sironi in testa, fossero impegnati soprattutto negli anni ’30, in una decorazione muraria di pubblica committenza, celebrativa di motivi e miti del fascismo.
Con uno sguardo all’antico, ma filtrato da tutt’altra cultura attraverso le esperienze parigine, si ritrova Campigli che già era stato corrispondente del Corriere della Sera nella capitale francese e che si rivolge, in un arcaismo sui generis, soprattutto all’arte etrusca ed egizia, del tutto estraneo al culto montante della romanità imperiale nella retorica del regime.
dechirico1
A Parigi fin da prima del futurismo, e con frequentazioni dell’élite dell’avanguardia artistico – letteraria francese, Severini, passato nelle file della compagine marinettiana ad una vicinanza al cubismo sintetico e all’orfismo, era giunto poi al recupero di una figurazione classica, dedicandosi, dopo l’incontro con Maritain, anche a cicli di soggetto religioso, e alla pratica della decorazione rilanciando una tecnica quasi dismessa come il mosaico. Vie del tutto personali, quasi estranee al fervore e alla logica dei gruppi ufficiali, delle tendenze codificate, sono quelle percorse da alcune figure – per fare solo qualche esempio – come l’estroso De Pisis, svezzato nella Ferrara metafisica a contatto soprattutto con de Chirico e Savinio. E Licini, ormai in crisi col suo particolare ‘realismo’ seguìto all’esordio precocissimo nella mostra rimasta famosa all’hotel Baglioni di Bologna nel ’14, in pieno clima futurista, con Morandi, Giacomo Vespignani, Bacchelli e Severo Pozzati (poi noto in Francia come Sepo, l’affichiste). Proprio nella città felsinea, Carlo Corsi, il documentatissimo ‘francese di Bologna’, guarda Vuillard e Bonnard ma per darne una rielaborazione di altro timbro nel mutare delle soluzioni cromatiche, nel variare dei motivi. Disponibile verso i più giovani molto più di Morandi, sempre più innalzato sopra un ambiguo piedistallo come grande ‘solitario di via Fondazza’. Savinio, fratello eclettico di de Chirico, musicista capace di sorprendere giovanissimo l’avanguardia parigina, scrittore cui il grande metafisico deve pur qualcosa – anche questo aveva insinuato Longhi nella sua stroncatura – e pittore di inconfondibile peculiarità, inscena la sua vena surreale con arguta intelligenza e diramata cultura. Intanto, il non più giovane Balla, archiviate le elaborazioni astratte e le ricerche plastiche nel pieno secondo futurismo, poco dopo la firma del ‘Manifesto dell’aeropittura’ conclude la sua vicenda col gruppo marinettiano per darsi ad una ritrattistica di un realismo mimetico apparso sconcertante per un protagonista dell’avanguardia del primo futurismo. Al punto di finire poi quasi dimenticato. […]
Quanto alla scultura, che Martini, il maggior scultore italiano della prima metà del secolo, avrebbe bollato nel ’47 – due anni prima della scomparsa – come “lingua morta” (ma riferendosi alla ‘statua’, ovvero ad un linguaggio plastico ormai desueto, privo di rispondenza alla ‘verità’ della vita), le vicende della plastica nel primo ‘900 avevano incontrato subito un inciampo critico. E di quale peso, come si sarebbe compreso in seguito, trattandosi ancora una volta di Longhi. Che ave- va esordito con ‘La scultura futurista di Boccioni’, anno 1914, di segno decisamente positivo per il protagonista maggiore del movimento, ma facendo strame, al contempo, di quasi tutta la scultura da Bernini in poi. […]
dechirico2
E ancora, in una recensione alla ‘Sindacale’ romana del ’29: “Solitamente spericolato sulle cime della scultura d’ogni tempo e luogo, Arturo Martini che ha da poco strabiliato a Milano con quel Figliol prodigo dove la plastica romanità del gruppo si complica di qualche barbarico tratto alla Shaw, imbussola oggi in queste sue quattro ‘teste’, con il piglio prestigioso di un imbonitore di lotteria, i numeri di Medardo Rosso, dei busti – reliquiario romanzi e dell’arte runica, di Modigliani e del Fayoum, della romanità e del vero. Numeri dosati diversamente in ognuna, ma sempre con una intelligenza da stordire”. Ma certo, tempo dopo, almeno Marini, e il “delicato vignettista” Manzù, e magari il Messina o il Minguzzi di certi anni, per fare solo due nomi, avrebbero meritato un’adeguata attenzione. […]
A tener conto, poi, che nel secondo dopoguerra, mentre per alcuni artisti, a cominciare da Sironi, ha inizio un pesante ostracismo per ragioni ideologiche, facendo per così dire d’ogni erba un fascio, de Chirico appare sempre più un grande isolato nel suo aristocratico distacco dalle tendenze di maggior grido su una scena artistica dominata dalle neoavanguardie. E anzi, tutta la sua storia è letta, molto arbitrariamente, come se quasi solo la stagione metafisica si dovesse inscrivere a pieno diritto fra le vicende capitali dei primi due decenni del secolo. In realtà sono quei valori tenacemente rivendicati da de Chirico a subire una confutazione sempre più radicale, fino alla negazione stessa della legittimità dell’opera e segnatamente della pittura. Quasi una parola d’ordine – poi rinnegata, come si è visto – delle neoavanguardie più radicali. E occorrerà attendere, appunto, un paio di decenni, in un clima generale nuovamente mutato, con recuperi quasi indiscriminati del passato remoto e prossimo, per fare cadere tutte le incomprensioni, o almeno rivederle, su tutta la multiforme opera dechirichiana, sulle sue diverse stagioni pur sempre fra loro strettamente legate e tenute insieme da un filo conduttore inconfondibile. Una storia capitale, come si è ben compreso, tra le più complesse del secolo.
Claudio Spadoni 
  • Pubblicato in Rivista

GUGGENHEIM

La collezione Thannhauser - Da Van Gogh a Picasso
Milano - Palazzo Reale
dal 17 Ottobre 2019
al 1 marzo 2020
a cura di Silvana Gatti
guggenheim1
L'autunno milanese si apre con una straordinaria mostra a Palazzo Reale, con cinquanta opere provenienti dalla collezione di Justin K. Thannhauser, donata nel 1963 alla Solomon R. Guggenheim Foundation, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York. La collezione, di altissima qualità, raccoglie principalmente opere di impressionisti, postimpressionisti e di Picasso e rappresenta il fiore all’occhiello del Museo Guggenheim, in quanto documenta la fase iniziale dell’arte moderna.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, MondoMostre Skira e organizzata in collaborazione con The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York, la mostra è curata da Megan Fontanella, curatrice di arte moderna al Guggenheim. Occasione unica e rara per ammirare opere dei grandi maestri della pittura europea che normalmente sono esposte oltre oceano, e che documentano un arco temporale che ha attraversato tutto il ventesimo secolo. Dopo la prima tappa al Guggenheim di Bilbao e la seconda all’Hotel de Caumont di Aix-en-Provence, Palazzo Reale di Milano rappresenta la tappa finale della mostra, dopo la quale queste splendide opere ritorneranno a New York presso il Museo Guggenheim, nell’edificio-culto realizzato da Frank Lloyd Wright.
La mostra presenta capolavori dei grandi maestri impressionisti, post-impressionisti e delle avanguardie dei primi del Novecento, tra cui Paul Cézanne, Edgar Degas, Paul Gauguin, Édouard Manet, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Vincent van Gogh e un nucleo importante di opere di Pablo Picasso.
Tra le opere in mostra troviamo due dipinti di Pierre-Auguste Renoir: Donna con pappagallino (1871), tematica che era stata affrontata anche da Manet, e Natura morta: fiori (1885). Differenti nello stile sono le opere di Georges Braque, artista considerato tra i capostipiti della rivoluzione cubista che stravolse l’arte del Novecento. La sua opera si incentrò soprattutto sulle nature morte, affrontate con un nuovo occhio dotato di molteplici prospettive e punti di vista coesistenti, come nelle opere in mostra Chitarra, bicchiere e piatto di frutta su un buffet (1919), Teiera su fondo giallo (1955) appartenuti a Thannhauser, a confronto con Natura morta (1926-1927) di proprietà del Guggenheim. Noto soprattutto per il suo apporto al movimento cubista e per la sua collaborazione con Pablo Picasso, al contrario di diversi artisti del Novecento, che divennero personaggi mediatici degni di fama, Georges Braque preferiva ritirarsi per lunghi periodi all’interno del proprio studio. Particolare anche Paesaggio vicino ad Anversa (1906), città che ricordava a Braque la sua città natale, Le Havre.
Di Paul Cézanne sono esposte sei opere, tra cui quattro appartenute ai Thannhauser – i due paesaggi Dintorni del Jas de Bouffan (1885-1887) e Bibémus (1894-1895), che raffigurano luoghi nei pressi della Montagna Sainte-Victoire, dove l’artista aveva affittato un capanno per dipingere in solitudine, usando i colori della Provenza e le due nature morte, Fiasco, bicchiere e vasellame (c. 1877) e Piatto di pesche (1879-1880) – messi a confronto con un altro paesaggio e al celebre Uomo con le braccia incrociate (c. 1899), prima opera di Cézanne acquisita dal Guggenheim nel 1954, che fece all’epoca molto scalpore per il prezzo pagato di 97.000 dollari. Opere che, sommando il senso del volume alla sensibilità impressionista, preannunciano il cubismo.
guggenheim2
Non mancano le sculture, in quanto Thannhauser aveva collezionato varie opere di Edgar Degas, noto per i dipinti delle ballerine, ma anche scultore raffinato, come documentano in mostra le tre splendide sculture in bronzo realizzate tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento: Ballerina che avanza con le braccia alzate, Danza spagnola e Donna seduta che si asciuga il lato sinistro. Sculture che testimoniano l’amore di Degas per il mondo della danza e dell’universo femminile. Dei primi anni del Novecento è un altro bellissimo bronzo: Donna con granchio di Aristide Maillol.
Nel 1928 la galleria Thannhauser di Berlino aveva organizzato una grande retrospettiva di Paul Gauguin: la mostra milanese vanta la presenza di un suo paesaggio, Haere Mai (Vieni qui) del 1891, opera eseguita a Tahiti, in cui Gauguin fissò sulla tela l’immagine romantica di un paradiso da lui idealizzato, che sedusse molti europei sul finire dell’Ottocento.
Non poteva mancare, nella collezione Thannhauser, l’artista Edouard Manet, presente in mostra con Davanti allo specchio (1876), dipinto in cui è ritratta una nota cortigiana, l’amante dell’erede al trono olandese, colta di spalle con il corsetto semiaperto; l’atmosfera è molto intima e la figura molto sensuale, resa con pennellate decise quasi a cogliere l’attimo, dando l’impressione di uno sguardo fugace da parte dell’artista, quasi avesse colto l’immagine spiando la damigella. Accanto a questa troviamo Donna col vestito a righe (c. 1877-1880), opera lasciata incompiuta da Manet e sottoposta nel 2018 ad un accurato restauro che ha rivelato le rapide pennellate dell’artista e uno splendido tessuto nei toni del blu-viola. Di Claude Monet, il padre dell’impressionismo, è esposto un paesaggio veneziano, Il Palazzo Ducale, visto da San Giorgio Maggiore (1908), donato al Guggenheim da Hilde Thannhauser. L’artista dipinse questo quadro durante una visita a Venezia alla fine del 1908. Il Palazzo Ducale è stato dipinto da Monet in sei tele differenti, per mostrare i differenti effetti di luce a seconda dell’ora del giorno. Monet, in maniera quasi maniacale, dipingeva diverse copie della stessa opera nei diversi momenti della giornata, per cogliere “en plein air” gli effetti dei cambiamenti di luce. Il Palazzo del Doge fu realizzato ne- gli ultimi anni della sua carriera quando, avendo già acquisito un proprio stile, ultimò questa serie di dipinti a Parigi.
guggenheim3
Il percorso della mostra continua con tre opere di Vincent van Gogh: Il viadotto (1887), che risente dell’influenza degli artisti francesi impressionisti e postimpressionisti e restaurato nel 2018 a cura del Guggenheim; Paesaggio innevato (1888), interessante per la figura di un uomo che, col suo cane, si incammina su un sentiero inserito in un paesaggio agreste dalla notevole fuga prospettica; e Montagne a Saint-Rémy (1889).
Una vasta sezione è dedicata alle opere di Pablo Picasso, grande amico di Justin Thannhauser, con ben tredici opere, di cui dodici dei Thannhauser e una, Paesaggio di Céret (1911), del Guggenheim. L’arco temporale va dal 1900 al 1965, con opere eccezionali: Le Moulin de la Galette e Il torero (1900); Al Caffè e Il quattordici luglio (1901), opere eseguite dall’artista ventenne durante il suo primo soggiorno a Parigi; Fernanda con la mantella nera (c. 1905) di stampo fauvista; Donna in poltrona (1922) ispirata alla statuaria antica; la Donna con i capelli gialli (1931), ritratto di Marie-Thérèse Walter; Natura morta: fruttiera e caraffa (1937); Natura morta: frutti e vaso (1939); Giardino a Vallauris (1953); Due piccioni dalle ali spiegate (1960). L’aragosta e il gatto (1965) documenta l’amicizia di Picasso verso il suo collezionista, in quanto riporta un’affettuosa dedica dell’artista; l’opera fu infatti il regalo di nozze di Picasso ai coniugi Thannhauser.
Oltre alle opere della collezione Thannhauser, la Guggenheim Foundation ha scelto di esporre alcuni altri prestigiosi lavori degli stessi celebri artisti o di altri grandi maestri. A Milano sono dunque esposte: di Henri Rousseau Gli artiglieri (c. 1893-1895) e I giocatori di football (1908), già di proprietà di Justin Thannhauser nel 1910 e poi venduto; di Georges Seurat tre dipinti a tema agreste realizzati tra il 1882 e il 1883: Contadine al lavoro, Contadino con la vanga e Contadina seduta nell’erba; di Robert Delaunay La città (1911), che fece parte della prima mostra del Cavaliere azzurro organizzata a Monaco da Thannhauser nel 1911-12; di André Derain Ritratto di giovane uomo (c. 1913-1914); di Juan Gris Le ciliegie (1915). Si prosegue con Montagna blu (1908-1909) di Vasily Kandinsky, dipinto fondamentale nel percorso dell’artista, molto apprezzato da Solomon R. Guggenheim che fu un grande collezionista di Kandinsky. Paul Klee - altro esponente del Cavaliere azzurro, di cui Thannhauser aveva organizzato nel 1911 a Monaco la prima mostra in Germania - Letto di fiori (1913) dove il soggetto naturalista viene dissimulato utilizzando forme frammentate dai colori dissonanti; di Franz Marc, altro artista del gruppo, Mucca gialla (1911); di Henri Matisse Nudo, paesaggio soleggiato (c. 1909-1912).
“Dopo aver vissuto per cinquecento anni in Germania – aveva dichiarato Justin Thannhauser dopo aver perso i figli e la prima moglie – la mia famiglia è ora estinta. Per questo desidero donare la mia collezione”. Nel 1963 con questo gesto filantropico “l’opera di tutta la mia vita trova infine il suo significato”.
La storia della collezione Thannhauser
Nel 1905 Heinrich Thannhauser, mercante d’arte ebreo padre di Justin, apre la prima galleria a Monaco e nel 1908 presenta una grande retrospettiva dedicata a Van Gogh in Germania. Dal 1909 viene affiancato dal figlio Justin, che diventerà l’organizzatore di mostre nelle varie gallerie aperte in Europa. Nel 1911-12 viene presentata la prima esposizione del gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere azzurro).
guggenheim4
Il Cavaliere azzurro fu un gruppo di artisti formatosi a Monaco di Baviera nel 1911 e attivo fino allo scoppio della prima guerra mondiale che ne causò la dispersione. Fu il secondo in senso temporale dei due nuclei fondamentali dell'espressionismo tedesco, dopo Die Brücke fondato a Dresda nel 1905. L'attivismo di Kandinskij e del suo gruppo, lungi dal caratterizzarsi in senso politico (come era accaduto a Die Brücke), si avvicinava piuttosto all'atteggiamento dei Fauves francesi, per un senso lirico e gioioso della vita.
Nel 1913 viene inaugurata una delle prime grandi mostre dedicate a Picasso; inizia così una lunga amicizia tra Justin e il maestro spagnolo che durerà sino alla morte dell’artista nel 1973. Durante la prima guerra mondiale Justin entra nell’esercito, sarà ferito e decorato con la croce di ferro, sposa Käthe, da cui avrà i figli Heinz e Michel. Nel 1920 Justin apre una galleria a Lucerna, insieme a suo cugino Siegfried Rosengart, e nel 1926 nella galleria di Monaco presenta una importante mostra su Degas. Nel 1927 apre una nuova galleria a Berlino. Sono di questi anni le grandi mostre dedicate a Gauguin, Matisse e Monet. Nel 1935 muore il padre Heinrich e nel 1937, Justin si trasferisce a Parigi aprendo una nuova galleria.
Nel 1940 quando le truppe tedesche invadono Parigi Justin è in Svizzera e non può ritornare in Francia. Alla fine di quell’anno si imbarca a Lisbona per New York. Nel 1944 il figlio Heinz viene ucciso in guerra, l’altro figlio Michel si suicida nel 1952, mentre la moglie Käthe muore nel 1960. Due anni dopo Justin sposa Hilde Breitwisch. La casa dei Thannhauser a New York in un ventennio è diventata luogo di ritrovo di grandi personaggi del mondo della cultura, dell’arte, della musica, del teatro, del cinema, della fotografia come Leonard Bernstein, Louise Bourgeois, Henri Cartier-Bresson, Marcel Duchamp, Jean Renoir e Arturo Toscanini. Senza eredi e condividendo appieno la promozione dell’innovazione artistica di Solomon R. Guggenheim, decide di donare al museo americano settantacinque opere della sua collezione, tra cui trenta lavori di Picasso. Nel 1965 le opere sono presentate nella sala dedicata del Museo. Justin Thannhauser muore nel 1976 in Svizzera a 84 anni. La seconda moglie Hilde nel 1984 dona al Museo altre 10 opere, che entrano nella collezione Guggenheim alla sua morte nel 1991.
  • Pubblicato in Rivista

Rifrazioni dell’Antico

Mostra di scultura di Sergio Monari
a cura di Niccolò Lucarelli
5 ottobre 2019/6 gennaio 2020
Casino Nobile di Villa Torlonia, ROMA.
a cura di Marilena Spataro
antico1
Un gradito ritorno a Roma quello dell'artista romagnolo Sergio Monari. Assente dalla Capitale dalla mostra al Teatro Argentina del 1993, il 5 ottobre scorso ha inaugurato una sua personale di scultura nei suggestivi spazi del Casino Nobile di Villa Torlonia, edificio già ricco di storia, di simboli e di significati.
Intitolata Rifrazioni dell'Antico, la mostra rimarrà aperta fino al 6 gennaio del 2020. Le diciotto sculture allestite nello spazio neoclassico del Casino Nobile sono ispirate a temi e personaggi della mitologia greco-romana, cercano il dialogo con le opere della collezione Torlonia, in un gioco di reciproco arricchimento e reinterpretazione. L’allestimento si dispiega, opera dopo opera, su capitoli modellati in forma di umane sembianze, pulsioni, aspirazioni, dubbi e timori: la poesia, l’amore, la guerra, il destino, il tempo, la morte.
Fisicità e concettualità s’incontrano e compongono una vivace agorà, specchio di una polis complessa e contraddittoria, assai lontana da quella vagheggiata da Platone, in cui l’avidità divora l’essere umano.
antico2
L’opera Migrante preda, cuore concettuale della mostra, simbolo della coraggiosa pioniera Medea che lascia la terra natia con la volontà di far incontrare la sapienza di due mondi lontani, suggella metaforicamente l’incontro della scultura di Monari con Villa Torlonia e la collezione di statue antiche, così come quello fra la sua Colchide e la nostra Corinto.
L'evento espositivo é promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale.
Accompagna la mostra un catalogo in forma di libro d’artista, edito da Montanari di Ravenna, con testi del curatore e della critica Raffaella Salato.
Sergio Monari (Bologna, 1950) ha avviato l’attività artistica nei primi anni ottanta riscuotendo ben presto consenso di critica e di pubblico sia in Italia che nel mondo. La sua prima mostra estera risale al 1986, a Lubiana, e nel corso del tempo si sono aggiunte anche Parigi e New York. Nel 1984 e nel 2011 è invitato a esporre alla Biennale di Venezia, mentre nel 2015 una sua opera è stata scelta per la rassegna “Tesori d’Italia”, all’Expo di Milano. Si sono occupati della sua opera importanti critici fra i quali Calvesi, Crispolti, Manzoni, Portoghesi e Tomassoni. Dall’anno accademico 2006/2007 Monari è docente di Tecniche e materiali della scenografia e di Scultura al corso di Scenografia del Melodramma, nella sede cesenate dell’Accademia di Bologna.
  • Pubblicato in Rivista
Sottoscrivi questo feed RSS