Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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DANIELE FRATINI: “Fra il Sacro ed il Profano”.

di Francesco Buttarelli.
"Io senza Arte sopravvivo…
ma è l’Arte che non sopravvive senza di me!”
Colori, vita strappata dalle pagine della storia, determinazione, speranza… queste sono le innumerevoli sfumature dell’arte sfacciata e diretta di Daniele Fratini, un giovane artista contemporaneo che ha fatto di una passione il suo messaggio di vita da trasmettere al mondo. Daniele nasce a Foligno nel 1984, dove attualmente vive ed opera nel silenzio inebriante delle notti Umbre.
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Si immerge nel mondo dell’Arte nell’infanzia,copiando e rappresentando immagini su qualsiasi foglio di carta avesse a disposizione fino ad arrivare alla tela. Si ispira alla Pop Art, ai personaggi del passato che hanno fatto la storia come se volesse rendere eterna la loro immagine, il loro messaggio, la loro vita che fa parte di un passato inconsciamente dimenticato dalla società moderna. Predilige e sperimenta ogni tecnica artistica espressiva, grazie agli stimoli ed alle sollecitazioni che riceve dal suo maestro Sergio Timi. Ottiene, alla sua giovane età, riconoscimenti importanti sia dal pubblico che dalla critica specializzata esponendo numerose opere personali e collettive sia in Italia che all’estero. Adotta una tecnica “puntiforme”che nasce da una accurata osservazione del soggetto scelto, riportando su tela ogni piccolo dettaglio, ogni sfumatura viva dell’anima, per poi isolarlo drasticamente nello spazio. Olio, acrilico, smalto e passione… tecniche miscelate per far perdere alle immagini la loro concretezza e per dare alle sue opere una libertà che si articola in abili alternanze di vuoti e di pieni pittorici inseriti in un preciso schema compositivo. L’espressione è il fulcro di ogni sua creazione, proprio per questo le sue opere non contengono soggetti casuali, bensì identità speciali che hanno ammaliato con la loro storia l’ispirazione dell’artista. Nelle tele di Daniele Fratini è riportata un’ essenzialità cromatica molto incisiva che vede prevalere le sfumature tonali del blu che si fondono nel bianco, dove il suo messaggio di verità storica è elegantemente graffiato da una sacralità volutamente peccatrice. Una delle sue opere più rilevanti è “Save the bees” dove grida al mondo il suo messaggio d’allarme contro la perdita della biodiversità. “Smettiamola con l’uso indi- scriminato di pesticidi… meno Api, meno impollinazione, automaticamente meno garanzie di vita… ”La giovinezza, la freschezza di un Arte ricca d’identità velate di storia, la passione che si plasma in un colorato grido di speranza… questa è l’Arte di Daniele Fratini: fredde immagini accarezzate da una profonda e calda sensibilità.
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VALENTINA D’IGNAZI: ARTISTA NELLA VITA

Valentina è una giovane donna che possiede una personalità forte, incisiva, maturata attraverso scelte complesse. Nel suo stile di vita assolutamente indipendente, libero da imposizioni, è riuscita a coniugare ironia e sentimento, memoria e invenzione, gioco e racconto. Non è un caso se molti dei temi che percorrono trasversalmente l’arte sono legati all’universo femminile. Valentina si presenta come innamorata della vita. Bella, accattivante, affascinante, generosa, sensuale e misteriosa; percepisce il rapporto tra i due sessi senza pregiudizi. Attraverso alcune domande sono riuscito ad evidenziare gli elementi costitutivi del suo essere artista e donna. Due aspetti dell’universo femminile che si intersecano attraverso la penna, il pennello, i sogni, le speranze ed i rimpianti che una donna tiene celati nella clessidra del proprio tempo.
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Cosa significa scrivere per te?

R: Quando scrivo esprimo il mio vissuto al meglio, evidenziando la parte reale di me che emerge attraverso un fluire di sentimenti e pensieri. Scrivere vuol dire compiere un viaggio introspettivo e condividere sensazioni con altri. Nel momento in cui dipingo il caos della mia anima fluisce dalle profondità e le immagini vanno lette tenendo conto di un’intimità che nel quotidiano tendo a nascondere, luce e buio, segreti e realtà.
D: Cosa significa per te essere donna?
R: Considero essere una donna un dono. Per secoli siamo state definite “sesso debole”, ma la realtà ha mostrato il contrario. Conosco il valore delle donne e la loro forza per affermarsi in un mondo non sempre disposto ad ascoltarle. Ritengo che il mondo femminile rappresenti il cardine dell’esistenza stessa dell’umanità.
D: Cosa significa per te l’amore?
R: L’amore è il sentimento universale che guida la vita. La famiglia, l’amore per un uomo, per un amico sono i principali perni per crescere, vivere e credere negli ideali. Senza alcun dubbio la famiglia di origine ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Il caldo esempio dei miei nonni e dei miei genitori ha consentito alla mia personalità di crescere e svilupparsi. Quando riesco a raggiungere un obiettivo sento che sono stati loro a guidarmi. Quello che conta non è avere accanto un uomo o una donna, l’importante è essere amati, senza cercare di cambiare colui che ti è accanto. Amore vuol dire ricchezza e crescita spirituale nella massima libertà.
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D: Quale libro porteresti con te in un viaggio?

R: Il libro che porterei sempre con me è “Anima di acqua dolce”, poiché avendolo scritto rappresenta una parte di me con vicende vere e vissute; inoltre ha rappresentato un sogno che si è realizzato.
D: Quali sono gli autori che preferisci?
R: Amo maggiormente gli autori italiani soprattutto quelli contemporanei. Giulio Perrone è un autore romano che prediligo, narra le sue storie con semplicità ed ironia. Alda Merini rappresenta per me un baluardo della poesia di ogni tempo. La sua sofferenza di vita mi ha ricordato sensazioni che ho provato. Adoro una sua frase che sento profondamente mia: ”io sono selvatica di natura, amo tutto ciò che mi tenta e non mi corrompe”. Una frase che sembra scritta per me.
D: Esiste un libro dei sogni?
R: Esiste il libro che scrivo quando sento in me il bisogno di raccontare… e nelle pagine compaiono tutti i miei sogni.
E’ stato bellissimo e coinvolgente parlare con una donna particolare e rara, capace di attraversare il mondo con una forte determinazione.
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LA GEOMETRIA SEGRETA DI RAFFAELLO SANZIO, Il "DIVIN" PITTORE.

Biografia di Raffaello Sanzio.
a cura di Rita Lombardi.
Raffaello Sanzio nasce il 28 marzo 1483, un venerdì santo, a Urbino, piccolo stato governato da una delle più importanti famiglie del Rinascimento, i Duchi di Montefeltro, amanti delle arti e mecenati. Raffaello è figlio del pittore Giovanni Santi, un dotto artista, che dirige in Urbino un importante atelier d'arte.
Il Ducato di Urbino, nella seconda metà del Quattrocento, è divenuto un centro umanistico di primo piano che richiama da tutta Europa artisti ed intellettuali di prestigio. Qui arrivano, tra gli altri, Leon Battista Alberti, Francesco Laurana e Antonio Pollaiolo. Piero delle Francesca vi giunge nel 1469 e viene ospitato proprio da Giovanni Santi. Giovanni fa allattare il figlio, non da una balia, come si usava all'epoca, ma dalla madre che sarà anche la sua unica educatrice. Purtroppo la donna muore quando Raffaello ha solo otto anni, ma la tenerezza materna lo ha segnato per sempre ed emerge prepotente nelle sue madonne, le più belle e tenere di tutta la storia dell'arte.
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Giovanni Santi insegna tutti i segreti dell'arte pittorica al figlio e si fa aiutare da lui, “ancor fanciullo”, dice il Vasari, in molte opere destinate alla città di Urbino.
Il 1° agosto 1494 muore anche il padre.
Raffaello, a soli undici anni, deve affrontare un altro dolore e diventare precocemente adulto. Con un solido patrimonio alle spalle e la protezione dei Montefeltro, si prende cura, con un socio del padre, dell’atelier, frequentando contemporaneamente, a Perugia, la bottega del Perugino, considerato il maggior pittore dell'epoca. A diciassette anni, con la qualifica di “Magister”, firma il primo contratto per una pala d'altare destinata ad una chiesa di Città di Castello.
Alla fine del 1504 si trasferisce a Firenze, il centro artisticamente più vivo dell'intera Europa: è un uomo di bell'aspetto, educato e gentile. Firenze rappresenta una svolta fondamentale per la sua crescita artistica.
Qui studia dal vivo le opere di Masaccio, Donatello, Botticelli, Luca della Robbia e Michelangelo. In particolare frequenta Leonardo da Vinci. Durante questo soggiorno lavora per committenti di Perugia, Urbino e Firenze. Nel 1508, su sollecitazione di Donato Bramante, lascia Firenze per Roma. è stato appena eletto al Soglio Pontificio Giulio II che conosce l'importanza politica delle grandi imprese artistiche. Qui Raffaello riesce ad imporsi come uno dei maggiori artisti: è pittore, architetto e restauratore di antichità. A Roma muore il 6 aprile, un venerdì santo, del 1520.
In diciotto anni di attività ha creato un patrimonio unico per ricchezza, varietà ed armonia con la sua pittura giudicata universale per l'eccellenza dell'invenzione, del disegno, della prospettiva, del chiaroscuro e del colore .
L'arte di comporre un quadro.
Geometria visibile e geometria nascosta
L'arte di comporre un quadro è una scienza matematica molto sottile e molto segreta che si nasconde sotto l'apparente disinvoltura dei grandi Maestri e, come vedremo, sotto la “divina grazia” di Raffaello. Essa è discreta e si fa dimenticare, ma non sbaglia mai, donando alle opere le Iignes principales come scriveva Eugéne Delacroix. La costruzione interna di un'opera d'arte è la sua poesia più segreta ed anche la più profonda.
Bisogna anche tener presente che un dipinto o un affresco si dispiega entro una forma ben definita che esercita un'azione imperativa sul suo contenuto, azione che è determinante per l'organizzazione della superficie da dipingere generando, essa stessa, figure geometriche con il risultato di offrire un utile suggerimento oppure esercitare una forte disciplina.
Per secoli gli artisti, riuniti in corporazioni, si sono basati unicamente sulla sezione aurea, disponendo gli elementi, inscritti in figure simboliche, come la vesica piscis e la stella a cinque punte, all’interno di una maglia modulare a moduli quadrati tutti uguali. Ma a Firenze, nel Quattrocento, complici i nuovi studi sul- l’antichità classica, gli artisti sentono troppo rigide e ripetitive queste regole e cercano nuove teorie per esprimere nelle loro opere naturalezza e varietà. Per essere pittori riconosciuti nel Rinascimento, come nel Medioevo, è indispensabile non solo saper disegnare, ma saper disegnare secondo le regole.
Leon Battista Alberti (1404-1472), grande teorico, scrive intorno al 1450, “De re aedificatoria” in cui propone di applicare alle arti plastiche i rapporti musicali armoniosi per l'orecchio di cui già Platone nel Timeo aveva esaltato la bellezza, Piero della Francesca (1415-1472), pone le basi teoriche e pratiche della prospettiva che nell'antichità e nel Medioevo veniva risolta con tecniche empiriche. Nel suo trattato “Perspettiva Pingendi”, scritto prima del 1482, utilizza la matematica per costruire la teoria della prospettiva fornendo anche regole pratiche ai pittori in modo che possano ricreare nel piano l'illusione spaziale.
Questa struttura matematica ha un enorme successo e si diffonde rapidamente in Europa, costituendo l’ossatura interna delle opere d’arte dei grandi Maestri europei fino al XIX secolo (ed è anche la poesia nascosta del famoso “Bacio” di Hayez).
Raffaello, entrato in contatto con tutte queste teorie fin dall'infanzia, le amplia ulteriormente nel suo soggiorno fiorentino. Ed è proprio questa costruzione geometrica interna, rigorosa ed attentamente studiata, che, unita ad una oculata scelta del colore, dà alle sue opere equilibrio e grazia e le rende fonte di pace e serenità.
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Analizzo ora la costruzione geometrica di alcune sue opere.
Sposalizio della Vergine
Nel 1504 Raffaello termina la pala d'altare “Lo sposalizio della Vergine”, oggi alla Pinacoteca di Brera (Milano), ma destinata inizialmente ad una chiesa di Città di Castello.
Per espresso desiderio dei committenti il pittore riprende lo schema dell'analoga pala del Perugino dando, però, al soggetto una leggerezza e una naturalezza che l'opera del Perugino non possiede.
Qui Raffaello sfrutta la forma rotonda della parte superiore della pala completando la circonferenza e ponendo l'anello nuziale nel punto più basso di questa, lì, dove interseca la mediana verticale, evidenziata questa, dal portale aperto del tempio e dalla cintura del rabbino. Sul bordo inferiore di questa circonferenza colloca, a sinistra, il profilo della donna in primo piano e il braccio di Maria, e a destra, il braccio di Giuseppe fino alla spalla coperta dal mantello giallo. Dà naturalezza alla scena collocando i piedi di tutti questi personaggi in primo piano su un altro arco di circonferenza. Una prospettiva centrale, poi, porta al tempio, una costruzione di sedici lati, perfettamente inserita sotto la centina dell'arco, più leggera e armoniosa di quella del Perugino. Allontanando il tempio e scalando le figure in profondità Raffaello dà ariosità alla scena e contemporaneamente indirizza lo sguardo focalizzandolo sul momento clou della cerimonia.
Madonna del Cardellino
Raffaello ha dipinto numerose madonne con bambino, tutte caratterizzate da particolare equilibrio, grazia e dolcezza. Una delle più note è la “Madonna del cardellino” eseguita tra il 1505 e il 1506 per le nozze del fiorentino Lorenzo Nasi e ora nella Galleria degli Uffizi (Firenze).
La struttura piramidale del gruppo è data da un triangolo isoscele centrale con il vertice ad 1/8 dall’alto e la base ad 1/8 dal bordo inferiore. I visi delle tre figure sono disposti in un triangolo equilatero, interno al primo, con il vertice coincidente nel vertice di questo e con la base tra le mani di Maria; al centro di questa base sono collocate le manine di San Giovannino e il cardellino. Sulla mediana verticale Raffaello pone il naso di Maria, la sua cintura scura e il suo ginocchio destro, che punta verso l’osservatore; questo ginocchio è il centro di una circon- ferenza sulla quale sono adagiati i contorni dei morbidi corpi dei due Bambini.
L’intera scena è poi racchiusa tra due verticali, evidenziate in alto da due esili alberi, quella di sinistra termina nel piedino destro di San Giovannino e quella di destra nel piede sinistro di Maria.
Madonna Bridgewater
Molto complessa è la costruzione geometrica sottostante la poco nota “Madonna Bridgewater”, caratterizzata da un particolare movimento di torsione, sia della Madonna che di Gesù Bambino, ispirato alle forme serpentinate di Michelangelo. Il dipinto, che si trova nella National Gal- lery of Scotland di Edimburgo, è stato completato nel 1507.
Qui Raffaello divide il rettangolo a metà verticalmente e in quattro parti orizzontalmente, collocando la testa di Maria nel quarto superiore e la sua mano destra, l’ombra del manto azzurro e il piedino sinistro di Gesù su una linea orizzontale ad 1/4 dalla base.
Le due figure sono all’interno di un triangolo rettangolo che ha i vertici rispettivamente nell’angolo in basso a destra, nel centro del lato superiore e nel centro del lato sinistro. Su uno dei due cateti si colloca la fronte di Maria e il gomito di Ge- sù, che tira con un gesto birichino il velo della Madre, incrociando il Suo sguardo. Tra il secondo cateto di questo triangolo e una sua parallela, che unisce il punto a 3/4 del lato sinistro (dal basso) con il punto a 1/4 del lato destro (sempre dal basso) è collocato il corpo di Gesù Bambino.
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STRANI FILI: ADRIANO DESARLO E L’INFORMALE

di Giorgio Barassi.
Dipingere è azione di autoscoperta.
Ogni buon artista
dipinge ciò che è.
(Jackson Pollock)
In principio fu il desiderio di dipingere, esprimendosi senza freni. Poi quei freni furono definitivamente esclusi dalla operazione artistica, ma senza clamori o esagerazioni che facessero gridare allo stupore. Quindi una matassa sistemata in un angolo di una anonima portineria risvegliò il concetto di continuità, di stesure di un discorso, di tentativo di cercare il capo delle cose e della vita. E allora quei fili andarono ad avvolgere lo scheletro che sostiene il corpo di un quadro.
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Pare semplice, ma è una evoluzione, di quelle che piacciono agli artisti informali, i quali sono dotati di una tale verve creativa da non saper estinguere il loro discorso a causa delle tante cose da dipingere.
Adriano Desarlo arriva alla pittura consegnando alla storia della sua vicenda un assunto che fu di Leonardo da Vinci: la pittura è poesia silenziosa. E lui, schivo e garbato, continua a preferire i lancinanti strilli del suo dipingere caleidoscopico a tante, troppe chiacchiere. L’ arrivo alle opere in cui i fili la fanno da padrone è davvero figlio di un caso. Ma il destino, in agguato come una spia inafferrabile, non ha fatto i conti con l’acume e il senso di ricerca dell’ artista milanese, che ha captato una sua propria forma di espressione, intingendo nell’ esperienza le nuove composizioni.
Nondimeno le sue opere più “tradizionali” sono ricche, abbondanti e grondanti di pittura, ma mai disordinate. Rispondono ad un inquadramento nello spazio offerto dalla superficie del quadro solo perché Desarlo è uno che sta alle regole e rispetta i codici di Madre Pittura. Il che ne fa un artista pienamente capace di assecondare ed adeguarsi.
Da questa sua compostezza e dal rispetto delle regole non si allontana mai, neppure quando sembra che la sua ricerca vada ad aggrapparsi a fantasie eccedenti la misura. Sembra, ma non è così. Desarlo si avvicina a quella contemporaneità dell’ arte che accenna sovente ad eccessi, a volte destando stupore, critiche ed improperi, con una differenza sostanziale: lui rimane nel suo circuito di ricerca e non cerca lo stupore. Semmai cerca, e spesso ha trovato, una ammirazione ragionata, l’ accettazione di quel suo comporre che sta nei termini della modernità, si, ma senza strafare. Si può dire che non ci sono intermittenze nelle sue creazioni. Che il colore cada verticalmente verso il basso o si assesti come roccia nella superficie del quadro, è perfino naturale. Ma quel che conta è la unità concettuale del racconto, che accetta i limiti dimensionali, non tenta di imporsi a tutti i costi ed è come un quaderno di appunti ordinato e scandito dalla com- postezza, perché giunga al fruitore con lo stesso dosaggio con cui a lui sono giunte le idee che trasformano l’ispirazione in opera .
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Quella dei fili è una operazione artistica coraggiosa ma convincente, in cui pare che siano quei filamenti a tenere insieme l’eterno supporto della pittura e non viceversa. È come se Desarlo, con la pazienza del bravo agricoltore che salva le piante dal freddo di dicembre, rinforzasse i canoni della Pittura irrobustendone lo scheletro. È come se un rispettoso muratore andasse a controllare che il suo manufatto sia al sicuro, senza fidarsi dei calcoli, precedendo con la prudenza l’ardimento costruttivo, nel quale, comunque, crede fermamente.
Ma è anche come se un ragionamento di concetto prendesse lo spazio necessario per dipanarsi. E quello spazio è irrimediabilmente un quadro. Il suo telaio è la struttura su cui, nel mondo e in quello stesso momento, un numero incalcolabile di artisti sta riversando un mare di idee. Una pienezza ed una convinzione che non vanno chiamate “messaggio” ma “testimonianza”. Di modernità, di riflessione e di gioia del superare le classificazioni offerte dalla convenzione e dirsi, con garbo, artista informale dalle idee in continua, lenticolare progressione.
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Le parole giuste contro la violenza sulle donne

Nell'azienda Pettenon Cosmetics di San Martino di Lupari una riflessione sull'importanza dei gesti concreti e di un uso corretto delle parole a favore delle donne vittime di violenza .
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San Martino di Lupari, 25 Novembre 2019. Per comprendere meglio il percorso di rigenerazione di una donna, per affrontare attraverso le parole giuste il nostro quotidiano, per scoprire che cosa accade in una donna vittima di violenza, in un minore che assiste e in un uomo maltrattante, l'azienda di cosmetica professionale per capelli viso e corpo Pettenon Cosmetics ha organizzato l'incontro "La bellezza dei gesti concreti. Contro la violenza sulle donne, esaltiamo la bellezza dei gesti concreti e delle parole giuste".
Secondo il report della Polizia di Stato la violenza sulle donne è un reato che avviene ogni 5 minuti, ma in aumento è il numero di denunce. "É importante informare per reagire" afferma Francesca Anzalone, esperta di comunicazione e moderatrice dell'evento. "É necessario imparare a utilizzare un linguaggio corretto ed efficace, per aiutare le persone a comprendere quello che sta succedendo e informare la società".
I fratelli Pegorin hanno intrapreso un percorso imprenditoriale con un grande impegno nella responsabilità sociale. "Sosteniamo da anni il gruppo Polis" ha detto Gianni Pegorin, Presidente di Pettenon Cosmetics S.p.A "e spero che anche nelle aziende del nostro territorio ci sia una sensibilità verso associazioni e situazioni di prevenzione della violenza. Siamo una azienda storica, dove lavoriamo perché le donne si sentano bene".
"Questa giornata dovrebbe essere la quotidianità delle nostre vite" ha affermato Federico Pegorin, AD di Pettenon Cosmetics S.p.A "purtroppo i dati confermano un fenomeno dilagante a cui bisogna mettere un freno. La bellezza è in ognuno di noi e quella luce deve essere l'obiettivo che ci fa sorridere".
Sull'importanza di una semantica corretta quando si parla di violenza di genere si è focalizzata Alice Zorzan, di Gruppo Polis, che ha parlato della violenza di genere, diretta e assistita, vissuta da donne e minori con la testimonianza di Casa Viola. "Ci sono le parole giuste e parole da evitare nella stampa e nei mezzi di comunicazione" ha spiegato Zorzan "non dobbiamo concentrarci sui comportamenti che la donna assume. Anche le immagini possono vittimizzarla per una seconda volta". Zorzan ha poi letto una lista di parole da bollino rosso stilate dall'Ordine dei Giornalisti della Toscana.
Antonio Di Donfrancesco di Gruppo Polis ha condotto un intervento dedicato a "la violenza di genere dalla prospettiva di chi lavora con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive" sottolineando come sia importante trasmettere un'educazione ai maschi che non consenta loro di giocare con i sentimenti, di minimizzare o utilizzare parole che danno la responsabilità solo al partner.
Debora Leardini ha presentato la mostra fotografica da lei curata "Trip", un percorso
interiore che racconta la violenza attraverso il vissuto di otto donne che ha incontrato con le parole, la scrittura e con incontri. Immagini in bianco e nero che comunicano la violenza attraverso sensazioni, la fragilità di fronte a cui stanno facendo un percorso di riscatto e rinnovamento.
Sull.importanza di una semantica corretta e l'impatto sociale di un'azienda di bellezza come la Pettenon Cosmetics si è soffermata Anna Ginefra, HR Director AGF88 Holding, sottolineando come la azienda riconosca alle donne autostima, autonomia e quella consapevolezza che consente alle donne di avere fiducia nelle loro capacità.
Chiara Brunoro, Brand Manager di Pettenon Cosmetics S.p.A., a proposito dell'importanza delle parole nella presentazione dei prodotti dedicati alla bellezza, ha spiegato come l'azienda stia lavorando sulle iconografie, linguaggio e immagini per scardinare luoghi comuni, per esempio con il tentativo di esprimere l'immagine di una donna coraggiosa e audace.
Infine, Elena Barbuzzi,Innovation and R&D Director, Pettenon Cosmetics S.p.A., nel descrivere il viaggio nella bellezza attraverso l'innovazione, ha affermato che il mondo "beauty" è una necessita che risponde al mondo delle donne, che fare ricerca significa sapere imparare.
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Divisionismo - La rivoluzione della luce.

 a cura di Silvana Gatti.
Dal 23 novembre al 5 aprile 2020 al Castello Visconteo Sforzesco di Novara.
E' stata inaugurata il 23 novembre scorso, presso il Castello Visconteo Sforzesco di Novara, la mostra Divisionismo La rivoluzione della luce, che proseguirà sino al 5 aprile 2020. Promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, con i patrocini di Commissione europea, Regione Piemonte e Provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (Main Sponsor), Fondazione CRT e Esseco s.r.l., la rassegna è curata da Annie-Paule Quinsac, critica d'arte, che si è laureata alla Sorbona ed è stata titolare per venticinque anni della cattedra di storia dell'arte dell'Ottocento presso la University of South Carolina. E’ tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta.
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Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione annovera settanta opere provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private.
Il Divisionismo nasce a Milano, sulla scia del Puntinismo francese, e si sviluppa nel Nord-Italia grazie a Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico, pubblicista e a sua volta pittore, che con il fratello Alberto gestisce a partire del 1876 una galleria d’arte a Milano. Vittore diffonde, tra i pittori della sua scuderia, il principio della separazione dei colori in singoli punti o linee che interagiscono fra di loro in senso ottico; i colori non vengono miscelati sulla tavolozza ma accostati sulla tela secondo il principio dei colori complementari. Sarà la retina del fruitore a ricomporre tonalità e sfumature derivate dalla pittura "per punti". Questi, che da vicino appaiono distinti, da distante tendono sempre più ad unificarsi per tonalità omogenee, rendendo l’immagine di alberi o personaggi. Rispetto al puntinismo, i puntini diventano pennellate filamentose spesso sovrapposte, preannunciando il dinamismo futurista. La pennellata divisa viene scelta dagli artisti per raffigurare paesaggi naturali e tematiche sociali. Solo l’antirealista Gaetano Previati sfocia in una visione simbolista che deriva dal mito, da un’interpretazione visionaria della storia o dall’iconografia cristiana.
Il percorso della mostra si apre con gli artisti della galleria Grubicy. Troviamo qui opere raffiguranti vari personaggi, da Tranquillo Cremona con “Pensierosa” (1872-1873), a Daniele Ranzoni con “Il bambino Morisetti” (1885). Giuseppe Pellizza da Volpedo con “Le ciliegie” (1888-1889), Angelo Morbelli con “La partita alle bocce” (1885), Gaetano Previati con “Le fumatrici di hashish” (1887), Emilio Longoni con “Le capinere” (1883). “Dopo il temporale” (1883-1885), opera non ancora divisionista di Giovanni Segantini, racconta il mondo della pastorizia attraverso una scena in cui un pastore guida il gregge verso lo squarcio di luce che irrompe tra i nuvoloni. Segantini, spirito solitario, amava la montagna e descriveva il lavoro dell’uomo, come si può vedere anche in “La portatrice d’acqua” (1886).
La seconda sezione della mostra è dedicata alla I Triennale di Brera tenutasi a Milano nel 1891, che sancisce l’uscita ufficiale del Divisionismo in Italia attraverso opere eseguite dai principali esponenti del gruppo: Segantini, Morbelli, Pellizza, Previati, Longoni e Giovanni Sottocornola e lo stesso Vittore Grubicy, che abbandonata la gestione della galleria presentava alcuni paesaggi.
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Al pianoterra si può ammirare la grandiosa “Maternità” (1890-1891) di Previati di proprietà del Banco BPM. In questo dipinto, Gaetano Previati fa riferimento al tema cristiano della Vergine con il Bambino, visto in chiave laica e simbolista. Una giovane madre è seduta a sinistra del dipinto mentre culla e allatta il bambino. Indossa un velo bianco e un abito blu ed è circondata da angeli, uno dei quali è accasciato sul sepolcro coperto da erba ver- de. Ai piedi della madre crescono gigli bianchi e alcuni anemoni. Il velo bianco ed i gigli alludono alla purezza di Maria, mentre gli anemoni violetti ai piedi della Madonna rappresentano la breve vita di Cristo. Infatti l’anemone è un fiore che appassisce velocemente, e gli anemoni rossi rappresentano il sangue di Cristo. Quest’opera fu esposta alla prima Triennale di Brera nel 1891. Il Simbolismo, compariva, così, per la prima volta nell’arte ufficiale italiana.
Al primo piano sono esposte alcune tra le opere presentate a quella Triennale, tra cui spicca “L’oratore dello sciopero” (1890-1891) di Longoni, uno dei manifesti del divisionismo, dal netto realismo cromatico, che fa della pittura uno strumento di militanza politica. Come Nomellini, Longoni aderiva alle idee anarchiche e socialiste e la rivolta dell’operaio cittadino divenne il soggetto principale delle sue opere.
La mostra prosegue con la sezione dedicata al trionfo del Divisionismo con i suoi principali interpreti. All’ovile di Segantini fa parte di un ciclo di tre opere dedicate agli effetti della luce di una lanterna in un ambiente buio. Tele che riflettono in chiave moderna gli stilemi della tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio a Le Nain senza dimenticare i Fiamminghi o gli effetti luministi delle acqueforti di Rembrandt, che Segantini conosceva. L’aggiunta in questa opera di oro in polvere, incorporato all’impasto fresco, crea nell’ambiente un suggestivo luccichìo. Fontanalba di Fornara è il capolavoro che conclude il ciclo dedicato all’alpeggio estivo della valle Vigezzo, dove il pittore trascorse le estati dal 1903 al 1905. Fornara, seguendo i dettami della tecnica segantiniana, raffigura la sua valle sottolineandone la diversità dall’Engadina, ispiratrice del maestro Segantini. Il dipinto di Longoni, Riflessioni di un affamato, è tipicamente divisionista, e traduce con forza la diseguaglianza sociale in una città in cui i poveri aumentano esponenzialmente in funzione dell’arricchimento dei pochi.
La quarta sala è dedicata a Pellizza da Volpedo, con cinque opere fondamentali nel percorso dell’artista: “Il ponte” (1893-1894), “Il roveto (Tramonto)”, (1900-1903), “La processione” (1893-1895), “Sul fienile” (1893-1894) e “Nubi di sera sul Curone” (1905-1906). Il ponte è considerato il primo dipinto pienamente divisionista di Pellizza. Sul Fienile viene ideato nell’estate 1892, osservando di fronte allo studio il fienile di casa in ombra mentre al di là di quella struttura si estendeva la campagna luminosa. Pellizza sviluppò l’idea della fine di una vita contrastante con la natura che si rinnova. Il dipinto ritrae un operaio agricolo senza dimora che si ritrova a finire i suoi giorni sul giaciglio di paglia del fienile.
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Molto belle le opere esposte nella quinta sezione, che immergono i visitatori nell’atmosfera ovattata e silenziosa della neve, con i paesaggi di Segantini, Fornara, Cesare Maggi, Morbelli, Matteo Olivero, Pellizza e Tominetti. Particolare il paesaggio lirico “La neve. Crepuscolo invernale” (1906) di Pellizza, tra gli ultimi realizzati dall’artista. Il 14 giugno 1907, non reggendo al colpo della morte della moglie e del figlio neonato, il pittore si sarebbe impiccato nel suo studio.
Nel corridoio di accesso alla sesta sala troneggia il grandioso “Migrazione in Val Padana” (1916-1917) di Previati. Il dipinto raffigura un tramonto autunnale della campagna ferrarese, come un ritorno all’infanzia, alla propria terra. Altre opere di Previati esposte sono “Le tre Marie ai piedi della croce” (1888), mai più visto dal 1920, “Il magnifico trittico Sacra famiglia” (1902) e Il vento o Fantasia (1908) prestato dal Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera.
Il percorso continua con sette disegni di Segantini, tra cui Ave Maria sui Monti (1890), Vacca bianca all’abbeveratoio (1890) Rododendro (1898) e La natura, disegno di presentazione (1898). Queste opere su carta, eseguite in casa, durante le lunghe serate o giornate rigide in cui non era possibile lavorare all’aperto, andavano a colmare il vuoto di olii già venduti, divenendo a loro volta una vera e propria collezione.
L’ultima sezione della mostra documenta l’evoluzione del Divisionismo nei primi decenni del Novecento con opere dei principali interpreti: “Primavera della vita” (1906) e “Sorriso del lago” (1914) di Longoni, “Alba domenicale” (1915) e “Meditazione” (1913) di Morbelli, e “Sole e brina” (1905-1910) di Nomellini, “Ora radiosa” (1924-1925) di Fornara, cui si aggiungono tele di divisionisti meno noti quali Angelo Barabino, Carlo Cressini, Cesare Maggi, e Matteo Olivero. Molto bello, di Filiberto Minozzi, Scoglio a Bordighiera – “Mareggiata” (1908)
La grande tela Baci di sole di Nomellini, raffigura la moglie e il figlio Vittorio immersi in un’atmosfera luminosa ricca di vegetazione che ricorda i colori di Renoir e Monet. Una mostra da non perdere nella cornice del Castello Visconteo Sforzesco di Novara, ricco di storia e ristrutturato per seguirne la vocazione museale, come sottolineato dal sindaco di Novara Alessandro Canelli, che ha scelto come obiettivo del suo mandato quello di promuovere ad ampio spettro lo sviluppo della cultura nella sua città.
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“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI AMEDEO MODIGLIANI, ARTISTA ROMANTICO E BOHEMIAN.
di Marco Lovisco
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Ci sono vite che sembrano venute fuori da un romanzo, in cui il genio, la follia, la passione, la malinconia e la malattia compongono una melodia immortale, come La bohéme di Puccini.
Ecco: la vita di Amedeo Modigliani somiglia a quest’opera teatrale.
Lui è bello, dotato di grande talento ma molto povero in una Parigi ricca di grandi artisti e di notti da vivere senza alcuna ricchezza se non la passione e la fame di vita, vissuta tra grandi bevute, amicizie profonde e belle donne. È per questo suo modo di intendere l’esistenza che molti amano Modigliani ma non è questo ciò che lo ha reso immortale. Mi piace ricordare il grande Modì non tanto per il suo temperamento irrequieto quanto per i suoi ritratti languidi e per quel modo con cui è riuscito a cogliere la bellezza rendendola immortale. Mi piace ricordarlo per i suoi colli sinuosi e per quegli “occhi a cui ha tolto l’età”.
Vi racconto tutto questo in due minuti (di arte).
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1.
Amedeo Modigliani (1884-1920), soprannominato “Modì” o “Dedo” è uno dei più importanti artisti italiani del Novecento. Pittore e scultore, Modigliani è considerato l’icona dell’artista romantico e maledetto: bello, geniale, povero e passionale.
2. Cuore grande e corpo fragile: Modigliani non ha mai goduto di buona salute. A 14 anni contrae una febbre tifoide e due anni dopo si ammala di una forma grave di tubercolosi che condiziona tutta la sua vita costringendolo nel 1914 (circa) ad abbandonare la scultura per evitare di respirare le polveri scaturite dal processo di lavorazione.
3. Modigliani nasce in Italia, a Livorno ma già a ventidue anni (nel 1906) si trasferisce a Parigi per vivere in una comune di artisti situata nel quartiere di Montmartre, all’epoca cuore pulsante delle avanguardie grazie ad artisti come Picasso, Matisse, Utrillo e Diego Rivera.
4. Molti hanno descritto Modigliani come un ragazzo timido e silenzioso ma al contempo impulsivo, capace di diventare aggressivo per motivi apparentemente futili. È nota la sua passione per l’alcol e le donne ma gli amici lo ricordano soprattutto come una persona con un grande temperamento che lo porta a compiere azioni di eclatante generosità e coraggio o atti biasimevoli come le chiassose liti ubriache con l’amico e pittore Utrillo, che spesso costringevano i gestori dei caffè di Montparnasse a cacciarli in strada.
5. La prima mostra di Modigliani nel 1917 dura solo poche ore, il capo della polizia di Parigi, scandalizzato dai celebri nudi distesi ritratti dall’artista decide di farla chiudere per oscenità.
6. I colli lunghi e flessuosi, gli occhi sottili che osservano l’infinito e le mani sul grembo, in attesa. I ritratti di Modigliani colpiscono per la capacità di catturare con pochi semplici tratti l’essenza dei suoi soggetti, arricchendola di un’eleganza senza tempo. Pare che Modì impiegasse molto poco ad eseguirli: due, tre sedute di posa al massimo.
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7.
Modigliani muore a soli 36 anni a causa di una meningite tubercolotica. Lo trovano agonizzante nel letto i suoi vicini di casa, aggrappato a Jeanne Hébuterne, la giovane moglie al nono mese di gravidanza. Le sue spoglie vengono sepolte al cimitero parigino di Père Lachaise. I compagni fanno una colletta per pagargli le esequie.
8. Alla notizia della morte dell’amato, Jeanne si suicida lanciandosi nel vuoto, uccidendo sé stessa e il figlio che porta in grembo. I genitori di Jeanne, che non avevano mai approvato la relazione con il controverso Modigliani, la fanno seppellire nel cimitero parigino di Bagneux, solo nel 1930 i suoi resti vengono riav- vicinati a quelli dell’amato, custoditi nel cimitero parigino di Pére Lachaise. Il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrifizio”.
9. Alla vita di Modigliani sono dedicati numerosi film, come lo sceneggiato Modì, prodotto dalla Rai nel 1990 e I colori dell’anima – Modigliani, film del 2005 con Andy Garcia nelle vesti dell’artista (in cui la storia dell’artista appare però molto romanzata). Alla vita di Modigliani è dedicato anche un album di Vinicio Capossela: Modì e un bel libro di Corrado Augias.
10. Anche dopo la sua morte Modigliani fa parlare di sé: suscita scalpore infatti nel 1984 il caso delle false teste di Modigliani, sculture ritrovate nel Fosso Reale dove, secondo la leggenda, l’artista le avrebbe lanciate perché criticate da alcuni amici artisti. Molti critici si affrettarono ad esaltare la bellezza di quelle opere che poi si rivelarono dei falsi clamorosi. Il cantautore Caparezza parla di questa vicenda in una delle sue canzoni: Teste di Modì.
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I messaggi dell'anima nelle opere simboliche di KARIMA LARABA

di Svjetlana Lipanović
La prestigiosa Galleria della Biblioteca Angelica ha ospitato dal 2 al 12 ottobre, nella Città Eterna una splendida mostra intitolata “La Maschera e il vortice” a cura di Giuseppe Ussani d’Escobar, critico d’Arte con cui l’artista algerina Karima Laraba si è presentata al pubblico romano. Le opere di una rara bellezza, esposte negli ampi spazi della Galleria, hanno raccontato tramite immagini luminose e installazioni enigmatiche l’universo simbolico creato dalla pittrice, colmo di significati nascosti.
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Nata in Algeria, vicino al mare, già nell’infanzia felice scoprì il suo grande innato talento per la pittura. Frequentò “Les Boeaux-Arts d’Alger” per perfezionarsi, prima di cominciare ad esporre con successo in patria. La seconda tappa del suo percorso artistico è Parigi, il celebre quartiere di Montparnasse in cui nel suo atelier ha sperimentato varie tecniche pittoriche: ad olio, acrilico, acquerello, tecnica mista, disegno a mano libera, gessetto, carboncino, pastelli. Inoltre, ha realizzato innumerevoli decorazioni pittoriche adoperando la tecnica dell’affresco e della pittura a calce, oppure il trompe l’oeil. La sua creatività si è espressa anche nelle sculture realizzate in gesso e in cartapesta con assemblaggio dei diversi materiali ricercati. La stessa pittrice si definisce “come un tramite attraverso cui fluiscono le ispirazioni, le emozioni forti che simili a un vortice si trasformano nelle sue opere”. Per lei creare, significa respirare, vivere, cogliere con l’attenzione le bellezze e gli orrori del mondo in seguito immortalati sulle tele per trasmettere agli spettatori un messaggio scritto nel linguaggio universale dell’arte.
La mostra allestita a Roma, racchiude come in un prezioso scrigno le più rappresentative creazioni frutto delle esperienze e delle ricerche passate. Ogni tela, ogni scultura visibile è un racconto che tra il sapiente uso dei colori, delle luci e dei vari materiali ci parla in modo silenzioso delle attuali tematiche, spesso dram- matiche della società contemporanea. L’artista con la sua sensibilità ed immaginazione intuisce l’avvicinarsi della apocalisse che potrebbe distruggere il nostro fragile mondo, l’armonia della natura profondamente offesa dallo sfruttamento e dalla incuria del genere umano. Una vera denuncia è l’opera che parla dei paesaggi desolati in cui “Non c’è più niente da pescare”, mentre si nota su un altro quadro, il gruppo dei sopravvissuti alla ricerca del mondo nuovo. Le sculture con i perfetti visi impenetrabili delle maschere bianche sono la personificazione di vari mali nascosti che divorano la società. “Il mistero dei fiori di Giano”, con la sua maschera bifronte è una accusa forte al consumismo sfrenato. La maschera da una parte ingoia la plastica, mentre sul lato opposto si nota la bocca piena dei fiori contaminati fatti dallo stesso materiale che inquina la natura. La ricerca spasmodica della bellezza eterna si è materializzata nella maschera di cartapesta e il manichino biodegradabile intitolato “L’ossessione della bellezza”. Un'altra scultura inquietante è il manichino attorniato da libri con le sembianze celate dalle garze, il simbolo dell’umanità in ginocchio davanti a un sempre più crescente degrado culturale. “L’angelo della pace” si intravede nel fondo bianco come un accenno della speranza, simile alle luci che sono sempre presenti anche nei quadri più tenebrosi e con le tematiche più complesse, perché la luce della speranza, secondo la pittrice non si deve spegnere - mai! Con queste installazioni simboliche, la pittrice si avvicina alla Pop Art rappresentata da George Segal e alla Funk Art americana di cui Edward Kienholz è uno dei maggiori esponenti, ed anche a Joseph Beuys.
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Una delle caratteristiche affascinanti nelle opere di Karima Laraba, oltre l’eccezionale padronanza del colore è la luce che si sprigiona dall’interno delle tele creando una atmosfera rarefatta, sognante fatta di mille sfumature. Particolarmente nei paesaggi, i quadri richiamano il grande pittore inglese Turner, maestro insuperabile delle atmosfere suggestive. La pittrice si lascia travolgere dalla natura, dalla potenza di elementi che la dominano, dalla struggente bellezza del creato. Così nasce “L’onda” un inno all’indomita potenza del mare, “Autunno” una sinfonia delle foglie spazzate dal vento, “Unione della forza nella luce” omaggio alla Regina natura. Algeria “il locus amoenous” è rappresentata con la riva del mare, da cui l’artista è partita per approdare prima nella capitale francese e successivamente a Venezia ritratta nel quadro “La Venezia nel vetro”. Il richiamo irresistibile dell’acqua un elemento rigeneratore, avvolgente, tranquillizzante con cui si sente in simbiosi l’ha portata nella città lagunare dove ha aperto il suo atelier “Myosotis Karima arte”, una vera fucina di creazioni eccellenti, tutte da decifrare. Finora, la pittrice oltre ad esporre nel suo atelier, ha partecipato a diverse Mostre e Rassegne d’Arte, presso gli spazi espositivi sparsi nel mondo:
Consolat Général d’Algérie à Paris “La Baix d’Alger”, “Collettiva di Artisti Algerini” presso l’Ambasciata degli Stati Uniti in Algeria, nel 2000, “Omage a Edouard Mac Avoy” Maison de la Radio-Peintres Du Spectacle-Association Charles Bassompierre a Parigi, “L’autre” Cercle National Des Armées, a Parigi nel 2009, “Tra il Reale e l’Irreale” Spazio Bianco nel 2012, a Venezia, dal “La Maschera e il Vortice” presso la Galleria della Biblioteca Angelica, nel 2019 a Roma. Le mostre elencate sono visibili su internet: http:// www.bibliotecaangelica.beni culturali.it/index.php?it/208/archivio-eventi/313/karima-laraba-la-maschera-e-il-vortice
www.cnaparis.com
www.consulat-paris-algerie.fr.
L’immenso potere immaginativo, con cui si distingue ogni vero artista, unito al talento, alla preparazione, all’impegno costante e appassionato porteranno senza dubbio Karima Laraba a lasciare un segno indelebile nel mondo dell’arte, con i suoi messaggi dell’anima nascosti nelle sue opere simboliche.
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Dal Baltico al Mediterraneo Mostra di Silvana Gatti e Dimitri Kuzmin

A cura di Massimiliano Bordigoni Denaro
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Le brume, che si levano sulle vaste distese, quasi infinite, delle acque del mar Baltico; quel pallore soffuso, mitigato, nel corso dell’anno, soltanto dal “Sole di Mezzanotte” con le sue “notti bianche”, che tanto bene traspone nelle sue opere l’eccelso pittore Ivan Konstantinovic Ajvazovskij, buon amico di William Turner (e nella fedele copia eseguita da Dimitri Kuzmin, una delle opere del romantico maestro armeno – in cui è ritratta una veduta di San Pietroburgo - è esposta in mostra; mentre notiamo che Dimitri Kuzmin – la cui famiglia è originaria di quella città baltica - ha da sempre amato raffigurare vedute e scorci della prediletta Venezia); quella sorta di raccolta, ovattata intimità, che scaturisce dalla simbiosi con l’elemento acquatico, ci sembrano strettamente legate, anzi, persino ci convincono di poter rappresentare il movente primordiale, più vero ed impercettibile, che contribuisce a forgiare un importante aspetto del carattere, che si sostanzia anche quale idem sentire, proprio a non pochi tra coloro che hanno vissuto attorno a quelle sponde nordiche. Sospingere, cioè, il proprio spirito in alto, oltre il limite segnato dalla dimensione del sensibile. Quelle particolari condizioni climatiche, geografiche, ambientali, psicologiche, hanno, per la loro parte, a nostro parere, concorso ad influenzare personalità, divenute giganti della letteratura, piuttosto, meglio, della cultura universale.
Una fra esse, certamente, può ravvisarsi in Fedor Michailovic Dostoevskij, celebrato romanziere e uomo dal finissimo pensiero; che quasi compendia il contatto dell’ancestrale spiritualità dell’anima russa con il nichilismo dell’era moderna.
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“L’inferno è la sofferenza di non poter più amare” – proclama lo starec Zosima ne “I fratelli Karamazov” (e Dostoevskij, mediante gli insegnamenti insiti nelle parole di questo suo personaggio, in fondo, potrebbe essere ritenuto egli stesso uno starec, una guida spirituale…).
La frase è famosa, colma di significato nella sua laconica semplicità. E molto attuale. Quanti, aimé, ci sembra di veder vivere in questa tormentosa tortura, dannosa per l’anima (l’amore è tutto, è lo scopo della vita stessa - ed invero esso non pare, in sé, circoscritto neppure all’amore verso qualcuno o qualcosa in ispecie, potendo invero sublimarsi in altro di superiore magnitudine…), magari ignari ovvero incoscienti, e nonostante l’esteriorità dei sorrisi, in verità molto di moda ai nostri giorni, in cui vige l’imperio – ormai assoluto quanto fatuo - dell’apparire sull’essere (eppure, rimedio efficace già sarebbe il ricorrere alla saggia massima, per cui in medio stat virtus…).
Mentre uno spirito indubbiamente capace di amare - digradando di latitudine, dal Baltico verso Sud, verso l’altro mare, l’altro termine del binomio che ha dato luogo al titolo della mostra, l’assai più luminoso e caldo Mediterraneo - e che, immediatamente, guardando le tele, ben prima quindi di ricevere conferma facendone personale conoscenza, ci ha trasmesso questa impressione, è personificato da Silvana Gatti.
Già altrove, abbiamo descritto ed offerto una interpretazione dei molteplici significati che ravvisiamo nelle opere di Silvana Gatti. Infatti, abbiamo potuto curare, recensire e presentare una sua personale in Versilia, a Forte dei Marmi, lo scorso anno (e, peraltro, è in quella occasione, che i due artisti in mostra si sono conosciuti; e, avendo recensito e presentato, quest’anno, due mostre di Dimitri Kuzmin – poliedrico artista italo-russo, il quale, oltre a dipingere, è ottimo scultore nonché maestro iconografo, dedicate a Leonardo da Vinci, nella ricorrenza dei cinquecento anni dalla scomparsa, dove egli ha esposto anche alcune copie di opere leonardesche, tra cui una “Gioconda”, è perciò motivo di grande soddisfazione la liaison artistica che si è quindi venuta a creare, indubitabile causa prima della presente mostra).
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E, come allora abbiamo avuto modo partitamente di mettere in luce, il Mediterraneo, in relazione ad alcuni specifici a- spetti che esso esprime, è senza alcun dubbio una delle precipue fonti di ispirazione dell’artista torinese.
Ma in numerose sue tele abbiamo colto, quale sentimento spassionato, pieno, quindi affatto materno, anche un altro elemento: l’amore per l’ ”altro”.
In una accezione, tuttavia, più ampia, che oltrepassa il concetto di semplice amore per il prossimo. Esso appare, invece, come rivolto ad abbracciare chi voglia fuggire da una situazione di sofferenza, certamente dettata da condizioni di mero ordine materiale (tematiche spesso presenti nei suoi dipinti, in quanto cogenti nella loro rude attualità), bensì anche scaturente da ragioni più profonde, radicate nell’inconscio e perciò comprensibilmente più subdole: tutti costoro si trovano innanzi un ostacolo immane da superare, il mare con la sua vastità. Forse, quel mare, ed il necessario viaggio da affrontare per giungere alla meta anelata, potrebbe anche rappresentare l’effigie della metafora di un viaggio interiore; un viaggio intrapreso dal viaggiatore alla ricerca di sé stesso, del proprio “sé”.
Parimenti ad un labirinto, simile a quelli sovente raffigurati nell’iconografia medioevale, da percorrere, anche soltanto per mezzo della mente, in luogo di un pellegrinaggio purificatore e rigeneratore in Terra Santa oppure a Santiago di Compostela. Ma abbiamo in precedenza anche illustrato come in alcune opere di Silvana Gatti sia evocato, a nostro parere, un altro importante simbolo. La “Grande Dea” mediterranea, la “Dea Madre”, rappresenta quel simbolo. Stipite di tutte le divinità, come di tutti gli uomini, essa era oggetto di profonda venerazione, con diversi nomi, per tutti i popoli che vivevano nel bacino del Mediterraneo. Una divinità, invero, anche strettamente legata all’elemento “acqua” (il che probabilmente trova una eco ancora in età storica, con figure femminili divine o a cui comunque vengono ascritti caratteri magici - come ninfe o fate, poste in relazione a fonti, laghi, fiumi, corsi d’acqua). Ed è intuitivo il rapporto tra l’elemento acqueo e l’elemento femminile, dotato della capacità divina di generare la vita.
Ciò, fino all’avvento di stirpi guerriere, instauratrici di una struttura patriarcale, pertanto diametralmente opposta a quella indigena, della società.
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Evento che – ed è questa una nostra personale convinzione – potrebbe essere stato determinante nel sancire la fine della cosiddetta “Età dell’oro” (l’Aurea Aetas, di cui narrano gli antichi), un tem- po, come tutti sanno, contrassegnato dalla pace; quindi una antica, pacifica era di felicità e prosperità. Ed in quella simbologia, che Silvana Gatti trasfonde nelle sue tele con un sapiente, misurato uso del colore (che ci suggerisce altresì rimembran- ze circa la teoria di Goethe sul colore, fatto di “luce” e “buio”, a nostro sommes- so avviso, almeno filosoficamente veridica, in quanto l’esistenza tutta, vita uma- na in primis, a ben guardare, è permeata dall’inscindibile coppia “chiaro/scuro”, termini opposti, contrari solo in apparenza; concetto assai ben reso dalla “scacchiera”, che possiamo incontrare nella scienza araldica), e con nuances ottenute mediante pennellate leggiadre e mai troppo materiche, amiamo cogliere anche un positivo auspicio, un augurio per un non lontano futuro, apportatore di un ritorno a quell’epoca aurea, dominata dalla pace.
Ecco, quindi, che congiungendo idealmente i due mari, in questo itinerario da Nord a Sud (che può comunque, allo stesso modo, utilmente svolgersi nella opposta direzione, da Sud verso Nord), da un Sole fioco e velato ad un Sole sgargiante e potente, dalle nebbie evanescenti alla luce vivida, dalle più fitte oscurità invernali allo splendore accecante dell’estate, il cerchio si conclude in perfetta geometria, in una proporzione aurea, che induce ad evocare ancora Dostoevskij, ed un’altra sua frase assai celebre, che peraltro, in modo molto naturale, si lega al campo dell’arte. “La bellezza salverà il mondo”, viene riferito più volte nell’ “Idiota”, da diversi personaggi, attribuendo quelle parole ad un protagonista di quel romanzo (una figura cui forse è assegnata una funzione escatologica), il principe Miskin. E ognuno è consapevole del potere indubbio che l’arte, quindi l’artista, ha di suscitare la “bellezza”.
Ma, in proposito, dobbiamo notare che, nella lingua russa, la parola “mondo” si esprime con la parola “mir”. E “mir”, in quella lingua, ha anche un altro significato: “pace”…
Presso il Chiostro dell'Annunziata
via Po 45 - Torino
Inaugurazione il 7 febbraio 2020 ore 17.00
Sino al 13 febbraio 2020
dalle 10.00 alle 12.00;
dalle 15.00 alle 19.00
Massimiliano Bordigoni Denaro
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Nel segno della Musa.

“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900
Alessandra Bonoli. Una ricerca artistica e antropologica che viene da lontano. E che da sempre indaga i misteri del sacro attraverso lo studio in lontani siti archeologici delle geometrie di antiche civiltà del passato. Nascono così le sculture di Alessandra Bonoli, artista faentina apprezzata a livello internazionale.

Come e quando avviene il suo incontro con l'arte e come nasce il suo percorso da scultrice?

«Mio padre lavorava con il marmo e una sera, avrò avuto più o meno 8 anni, tornò a casa con un piccolo pezzo di marmo chiaro, grezzo e mi disse “Sandra, ci sono stati uomini, erano grandi artisti del passato, che da una pietra hanno creato sculture che respirano”. Io non capii bene il concetto, ma questa frase mi incuriosì e mi ronzò per anni nella mente. L’idea che ci fossero stati artisti così bravi mi spinse a guardare la storia dell’arte. Dico, guardare, perché da bambina soprattutto sfogliavo i libri, in cerca di sculture ‘vive’. E’ così che iniziò il mio primo approccio con l’arte che divenne, poi, un grande amore per l’archeologia. Un amore che mi spinse a viaggiare non come turista, alla ricerca di mondi perduti, alla ricerca della nostra origine, della cultura umana diramata in molteplici e complesse tradizioni. Fin dall’inizio sono stata attirata dall’insieme, ossia dallo spazio della costruzione, nei suoi rapporti tra pieni e vuoti e non dalla forma in sè. Un’opera scultorea, infatti, è soprattutto spazio nello spazio, massa nel vuoto, movimento nell’aria. Quando parlo di opere scultoree mi riferisco anche all’architettura ed in particolare alle architetture sacre dell’antichità, che erano complessi sistemi scultorei abitabili, le cui strutture matematicamente formali, non tralasciavano il sapere universale dei simboli. Quando mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti ho scelto il Corso di Pittura con il professor Concetto Pozzati, in quanto insegnante non tradizionale. Con lui tutte le arti potevano concentrarsi in un unico linguaggio e, questo, era il tipo di ricerca che intendevo percorrere. A quell’epoca ho sperimentato vari materiali e tecniche. Conclusi gli studi è iniziata la mia vita di viaggiatrice instancabile, ma che già aveva avuto qualche precedente. Durante i viaggi i miei taccuini annotavano antiche scritture, simboli, architetture, sensazioni, visioni, suoni e odori da cui, poi, prendevano forma i miei pensieri fatti di parole e di tracciati grafici. Alcuni miei disegni scritti (testi poetici) sono stati musicati dal compositore tedesco Hans Jurgen Gerung e presentati in varie occasioni (ultimamente nel duomo di Costanza). In conclusione, le mie sculture nascono dagli abissi del passato, dal ‘dimenticato’, dalla natura che ci circonda e mi sento come un albero con le radici ben piantate in terra verso mondi sepolti ma con i rami proiettati nell’infinito cielo».
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Agli esordi della sua carriera come venivano percepite le artiste che si dedicavano alla scultura?

«Onestamente non ho mai avuto nessun tipo di problema e non sono stata mai trattata in modo differente rispetto ad un artista maschio. Ho cercato d’imparare a lavorare vari materiali tra cui quelli tipicamente maschili, dalle pietre ai metalli, perché senza l’esperienza tecnica non potevo progettare e, nelle officine o nei laboratori in generale, ho ricevuto sempre molta collaborazione e rispetto, anche se suscitavo tanta curiosità. In poche parole erano contenti che una donna fosse interessata ad entrare in ambiti solitamente relegati agli uomini. C’è da dire che quello degli anni’70 e ‘80 fu un bel periodo, pieno di fermenti culturali, di trasformazioni sociali, di illusioni e gli artisti tendevano ad unirsi in gruppi per organizzare eventi, scelte stilistiche o percorsi sperimentali e le artiste avevano lo stesso spazio dei loro colleghi. Non mi pare che le artiste venissero considerate figurine inferiori. A volte, però, è capitato che qualcuno pensasse di poter ‘approfittare’ del proprio ruolo per far credere di aprire certe porte al mondo femminile con mezzi biechi ma, fortunatamente, questi sono stati rari personaggi. Solo mentalità retrograde possono pensare che una donna artista, in quanto fuori da canoni ordinari e aperta a nuove esperienze, possa essere di facili costumi, travisando il concetto di libertà, di ricerca e sminuendo il valore stesso della donna. Per quello che ho vissuto io penso che le persone vedessero le scultrici come esseri inusuali e un pochino matte, forse anche in funzione della fatica fisica che la scultura comporta. In generale mi sono sentita sostenuta e molto aiutata da chi era fuori dai giri dell’arte, dalle persone comuni che mi regalavano arnesi e materiali o mi ospitavano nelle loro officine insegnandomi i trucchi del lavoro oppure, durante i trasporti e nelle preparazione degli imballaggi, si offrivano per darmi una mano. Nella testa di chi, invece, operava nel mondo dell’arte c’era l’idea che una donna artista potesse essere ‘precaria’, ossia essere un bagliore luminoso in prossimità di spegnersi con la nascita dei figli. Questo può anche essere accaduto, in fondo l’Italia non è nemmeno oggi un paese culturalmente avanzato capace di difendere le categorie femminili (senza le condizioni difficilmente si possono ottenere spazi operativi specifici, così come avviene nel nord Europa), ma non si può nemmeno generalizzare».
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Da allora cosa è cambiato ?

«Forse in Italia non è cambiato molto anche se i confini si sono ampliati. Ci sono, comunque, più artiste rispetto a un tempo ma vedo che si orientano soprattutto verso paesi esteri. Il mondo dell’arte oramai va oltre i confini, nei giovani la mentalità è cambiata, si è mescolata come le lingue e le esigenze guardano altrove, specialmente in ambito economico. Per proporre il proprio lavoro a livello internazionale l’inglese ha preso il sopravvento e la lingua italiana scomparirà in poco tempo ma, con lei, anche tutta la sua poesia, come l’originalità che distingueva il nostro paese. Salvo in qualche caso, oggi la ricerca artistica maschile o femminile, è praticamente uniforme. Però, nonostante tutto, qualche remora ancora c’è; un pensiero così stupido e limitato da farmi veramente arrabbiare. Infatti, parlando delle poche artiste che utilizzano un linguaggio espressivo lontano dai merletti di pizzo, a volte sento il commento che queste ‘vorrebbero imitare i maschi’, scegliendo il peso di materiali duri. Ma questa, credo, essere una questione d’intelligenza e di cultura perché, prima di giudicare una scelta operativa, si dovrebbe analizzare innanzitutto la poetica del lavoro, capirne i contenuti e quindi il perché di quel dato materiale e non di un altro. In tutti i modi, mi pare un’assurdità che mi fa sorridere, il fatto che ancora oggi si possa pensare che esistano lavori adatti per i maschi ed altri adatti per le femmine. Un po’ da terzo mondo».
Le sue opere sono prevalentemente di grande formato ovvero monumentali, oltre ad essere realizzate in materiali pesanti, come ferro e cemento. Un lavoro piuttosto impegnativo per una donna, o no?
«Mio padre mi ha sempre detto che i maschi e le femmine sono uguali e quindi quello che manualmente sa fare un uomo lo può fare anche una donna e, per questo, non mi sono mai fatta problemi di tipo pratico. Ho semplicemente voluto sperimentare dei materiali e delle tecniche che mi incuriosivano e che mi davano la possibilità di costruire nella realtà le forme nate dentro alla mia testa, in un bellissimo passaggio dalla leggera trasparenza dell’idea alla pesante presenza della materia. Ma la cosa curiosa è che mentre nel mio immaginario, durante le fasi del concepimento, intuisco le forme cogliendone il peso quando, invece, le vedo realizzate mi appaiono leggere come piume, anche se pesano dei quintali. Comunque, se la sua domanda sottintende che per una donna può essere faticoso, le confermo di sì. Ma le confermo anche che lo sarebbe altrettanto per un uomo. D’altra parte le mie forme possono sì, funzionare piccole, ma nascono per essere da esterni, monumentali perché abitabili, strutture in cui entrare e per questo devono essere per forza stabili, realizzate con materiali resistenti agli urti e adeguati alle intemperie».
Lei ha scelto di esprimersi con materiali nettamente diversi dalla terracotta, nonostante sia una faentina doc e Faenza una delle massime eccellenze a livello internazionale nel campo dell'arte ceramica. Quali i motivi di questa sua scelta?
«E’ solo un problema tecnico. Inizialmente ho anche lavorato con l’argilla, poichè le costruzioni tridimensionali di allora richiedevano un materiale plastico come lei. A volte lasciavo le sculture crude, in quanto l’idea dell’oggetto precario le avvicinava maggiormente alla realtà umana. Alla fine degli anni ’70 costruivo dei percorsi facendo stampi in gesso sulle formazioni argillose dei calanchi faentini. A quel tempo il mio lavoro era legato, in parte alla Land Art, in parte all’Arte Narrativa francese o all’Antropologica. Con questi lavori nel 1978 partecipai anche ad un Concorso Internazionale della Ceramica di Faenza e, nel 1979, a Fagnano Olona Varese con la collettiva “L’uso creativo della ceramica”. Successivamente ho utilizzato la pietra arenaria e la pirofila con fanghi colorati. In un secondo tempo, invece, ho unito alla terracotta il cemento colorato oppure il ferro. Man mano, nel tempo, il mio lavoro ha preso una piega sempre più essenziale e, la terracotta, non poteva darmi quel tipo di risultato formale, soprattutto per le grandi dimensioni e anche per via dei ritiri in essiccamento. Questo fu il motivo per cui la lasciai da parte ed iniziai ad usare principalmente il cemento colorato, nero o blu. Poi, data la fragilità del cemento, sono passata prevalentemente al ferro, con il quale posso tranquillamente realizzare sculture di grande dimensione muovendole senza problemi con i carri ponte o le carrucole. Non è detto che prima o poi non torni ad usare l’argilla, come pure la pietra».
Oblò 1986 terracotta e cemento nero h.cm.145
Quali i moventi artistici ed esistenziali della sua arte. Quale la poetica che fa da filo conduttore al suo lavoro e che maggiormente lo caratterizza?

«Dal 1980 la mia ricerca si è orientata soprattutto verso lo spazio tridimensionale, forse per il bisogno di entrare fisicamente dentro all’opera. Una proprietà, questa, che la pittura non poteva offrirmi. L’imponenza architettonica dell’antica “Geometria Sacra”, la cui solidità ben piantata a terra pare mettere radici, mi ha da sempre affascinata. Quelle architetture così pesanti, erette all'eternità, appaiono però pronte a volare, così matematicamente universali, così luoghi di visione spuntati dal tessuto del nulla, entrano in perfetta sintonia con lo spazio e sembrano già essere esistite prima ancora della loro costruzione, materializzando il trasparente. Questa lezione antica è stata il mio primo punto di riferimento; l’inizio da cui partire. Nella mia ricerca la scrittura ha sempre accompagnato in parallelo la costru- zione degli spazi. Parlo di spazi perché non concepisco la scultura in quanto corpo da guardare ma in quanto luogo in cui entrare; istintiva proiezione dell'immaginario costituita da precise leggi numeriche, le stesse che plasmano anche le più semplici manifestazioni naturali. La scultura, quindi, non come possibile architettura nello spazio ma come possibile architettura dello spazio, quasi a ripercorrere i tragitti intangibili della struttura cosmica della quale, ovviamente, l'essere umano ne è parte integrante. Considero le mie poesie 'disegni scritti', una sorta di appunti utili per la costruzione interiore delle forme. Non sono, quindi, forme con un significato ma forme pensanti, animate da una vita propria racchiusa nel loro interno, come ci fosse un cuore nascosto. Il mio è stato un percorso solitario, in una dimensione simile a quella del bosco, dove la tana è il rifugio sicuro, fatto di silenzio e di oscurità. L’essenziale formale non rappresenta, per me, un concetto minimalistico riduttivo ma, al contrario, manifesta il valore fondamentale della struttura stessa nella sua essenza pura di forza vitale, ripulita da ogni fronzolo decorativo; un’inutile deviante aggiuntivo».
Che ne pensa delle arti visive di oggi. Le tecnologie che avanzano sono utili a sollecitare la creatività artistica o invece, come pensano molti suoi colleghi e maestri del 900, rischiano di diventare al contrario strumenti di appiattimento e massificazione dell'arte?
«Sicuramente anche quando fu inventata la fotografia ebbero da polemizzare sul lavoro degli impressionisti o dei divisionisti e così via di fronte ad ogni innovazione o scoperta. Tutto dipende dal modo in cui si usa una tecnologia e, per quello che mi riguarda, mi sento molto aperta anche verso quel tipo di linguaggio che mi incuriosisce sin dagli anni ’80 purchè, però, non venga utilizzato come effetto speciale per sbalordire o per creare giochini per la massa sempre più attirata dalla ‘trovatina’ del momento. Insomma tutto dipende dal come si utilizza una tecnologia e dai contenuti delle proposte. Delle arti visive di oggi preferirei, comunque, non entrare in merito anche perché è tutto soggettivo».
A cosa sta lavorando in questo periodo?
«Sono in meditazione, mi trovo in una bolla di calma piatta interessante. Sto riguardando altri materiali e mezzi che ave- vo lasciato in sospeso da molto tempo».
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