Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Artistic symphony

A fine agosto la Galleria Ess&rrE inaugura la mostra dedicata a tre donne che si sono maggiormente distinte nel panorama artistico nazionale. Parliamo di DIDIF (Daniela Delle Fratte), Giusy Cristina Ferrante e Anna Maria Tani.
Tre donne dall'innato senso creativo che della passione ne hanno fatto la loro missione d'arte creando opere di fascinosa unicità, fantasia pittorica e talendo artistico.
Durante tutto il loro percorso, ognuna con la peculiarità propria, hanno evidenziato una capacità realizzativa che solo personalità spiccate riescono a fare di una tela bianca un'opera unica, speciale, accattivante, in cui lo spettatore si immedesima nel percorso cromatico e fantasioso dell'arte. Artiste che oltre ad essere ben riconoscibili, cosa fondamentale per un maestro d'arte, hanno una percettibile sensibilità che riescono a trasmettere al fruitore finale non può che rimanere affascinato.

La mostra inaugura il 31 agosto alle ore 18,00

dal 31 agosto al 13 settembre 2019

Minestrini and friends

“Minestrini and friends”


La mostra creata da Fausto Minestrini, dopo il successo al “Minestrini Master Cup”, gara di golf svoltasi all’ “Antognola golf” dove il Maestro ha messo in premio alcune sue opere e ha invitato i suoi allievi a dipingere nel prestigioso circolo sportivo, seguiterà al Porto turistico di Roma in un altro meraviglioso spazio che è appunto la sede della Galleria Ess&rrE che vanta numerose esposizioni all’interno del Porto stesso.

La voglia di proporre artisti che fanno parte dell’esperienza quarantennale del noto pittore, scultore, performer e anche lodevole giocatore di golf, oltre che ideatore dello studio dove gli allievi prendono tutto ciò che da un artista del suo calibro ci si attende e che può trasmettere in fantasia, capacità, idee, voglia di inventare nuove opere, ci ha dato l’idea di realizzare una collettiva proponendo ai nostri collezionisti, amici e anche solo curiosi di godere per fare proprie le opere degli stessi che sono stati qui invitati e che saranno presenti per l’inaugurazione del 20 luglio con circa 25 opere di livello assoluto.

Lo scopo è quello di proseguire un progetto in cui crediamo molto, che ha suscitato un importante interesse all’interno dell’Antognola golf ed avrà maggiore spinta dalla collaborazione con la Galleria Ess&rrE e della Acca Edizioni che continueranno a seguire con interesse le capacità pittoriche di questi artisti. Non si esclude la partecipazione all'evento inaugurale di personaggi della cultura e del mondo dello spettacolo come per altri eventi organizzati.

L’inaugurazione dell’evento si terrà il giorno 20 luglio alle ore 18,00 presso la Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma e si concluderà il 2 agosto.

Gli artisti in esposizione sono: Fausto Minestrini, Paolo Ballerani, Lucia Arcelli, Eugenia Caceres, Claudia Fulvi, Barbara Cosmi, Giovanna Papa, Danilo Mariani, Roberto Mariani, Giusy Palombi.

Galleria Ess&rrE – Porto turistico di Roma – loc. 876

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

00121 Roma – cell. 329 4681684

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Metamorfosi

Con la mostra “Metamorfosi si apre ufficialmente l’estate al Porto di Roma in cui cinque artisti tra cui una scultrice propongono circa 25 lavori dell’ultima produzione.
“Metamorfosi” - trasformazione favolosa nella letteratura e nella mitologia e in particolare trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, specialmente del mondo classico, nelle quali il termine è usato anche come titolo soprattutto al plurale, una forma che muta nella natura, nel caso del bruco in quella meravigliosa opera che è la farfalla e così come nel pensiero di un artista che poi si trasforma in opera d’arte, la mutazione del pensiero che si trasforma in concetto per poi arrivare alla fase finale che è il quadro o la scultura, mutazione del pensiero o dell’idea che l’artista riesce a trasmettere con l’abilità pittorica, con la tavolozza e coi pennelli, con la creta o con la cera, con il marmo o la pietra per arrivare alla definitiva metamorfosi dell’opera. Così Bianca Beghin, Elisabetta Maistrello, Elena Modelli, Sara Stavla e Andrea Zuppa ci trasportano nel mondo meraviglioso dell’arte con opere inedite in cui i pensieri hanno avuto la giusta "Metamorfosi".

BIANCA BEGHIN Nasce nel Veneto della natura e del paesaggio, da questi territori prende in eredità uno sconfinato amore per l’osservazione e una tenera inclinazione al colore. La sua preparazione, seppur da autodidatta, richiama un’apprezzabile disciplina che si riversa nei successi professionali internazionali. Nel 2016 espone a Senden in Germania, a settembre dello stesso anno alla collettiva di Mistelbach in Austria. Numerose nel frattempo le presenze dell’artista in Veneto, in particolare a Padova, dove, nel 2017 si classificherà quinta al Concorso Internazionale di Arte Contemporanea “Lo Sguardo”, presso la galleria MAG Mediolanum Art Gallery. Nel 2018 partecipa alla Collettiva nelle storiche sale della Casa dei Carraresi a Treviso. Nella tarda estate dello stesso anno, è ospite coi suoi dipinti a Palazzo Zenobio, una delle location più prestigiose di Venezia. Tuttavia, la tecnica e la competenza di Bianca Beghin vengono apprezzate anche dal gusto artistico tedesco, a Berlino, ad autunno già maturo, la pittrice è una delle firme scelte per la mostra “Sequenze”. Anche nei primi mesi del 2019, Bianca Beghin partecipa a collettive presso gallerie di Padova, Udine, Gorizia e Mentana. In programma nei prossimi mesi, due mini collettive a Roma e una sua personale a Padova. Attualmente Bianca Beghin vive a Padova, dove nel suo atelier silenzioso crea opere in cui i confini delle cose sembrano sfuggire sempre di più, è quasi come se volesse raggiungere in ogni dipinto una dimensione di sogno, un nuovo Altrove.

SARA STAVLA vive e svolge la sua attività di pittrice a Padova. Con queste opere l’artista desidera mettere in evidenza un tema che l’ha sempre affascinata: l’esplorazione lungo i confini del concreto e del visionario. Parte dei suoi lavori si trovano in Norvegia, Inghilterra, Germania, Ucraina. Ha appena concluso una sua personale a Padova. I suoi quadri sono stati esposti recentemente a Verona, Perugia e Berlino.

ELISABETTA MAISTRELLO Vicentina di nascita, Padovana d'adozione. Figlia d'arte del mondo orafo. Ha frequentato studi di pittura figurativa, iperrealista e scultura. Elisabetta è un' artista autodidatta, dotata di grande sensibilità e rigore tecnico si appresta alla sperimentazione di varie tecniche pittoriche, dopo vari anni di attività, è approdata ad una sintesi pittorica di indiscutibile fascino. Elisabetta è arrivata oggi a una sintesi in cui un uso suntuoso e abilissimo della materia si associa ad un senso del colore di estrema e suprema sensibilità dando vita ad opere figurative di forte impatto visivo ed emotivo. Elisabetta ha affermato il suo stile, in lei la contemporaneità e il moderno dialogano con l'antico in nome del messaggio dell'opera d'arte: usa normalmente il figurativo, alle quali da una impronta tutta sua, lontana dalla pittura di maniera. Mantenendo i connotati della pittura tradizionale, Elisabetta è riuscita ad evidenziare la forma ed il disegno, attraverso le macchie di colore che vivono di vita propria. I suoi dipinti sono eseguiti con straordinaria attenzione alle vibrazioni luminose, usando una tecnica particolare e personale, da Lei definita
"eccentrismo cromatico”. Dal 2008 ad oggi ha partecipato a varie mostre di cui: • Fiera Arte Padova – Padova • Fiera Arte Parma - Parma • Vincitrice del primo premio "MoMArt Art Exhibition" - Padova • Mostra Nowart a cura della galleria Inarte Werkkunst Italia presso Mediolanum Art Gallery con la presenza di Vittorio Sgarbi. • Permanenza presso la Banca Fideuram Private Banker- Pd • permanenza Galleria MAG Mediolanum Art Gallery - Padova • Mostra collettiva di "San Martino" con la partecipazione del critico d'arte Luca Nannipieri presso Fondazione Mazzoleni - Alzano L. - Bg Attualmente espone al Forte Village di Pula in Sardegna presso la galleria Art Events - Fondazione Mazzoleni

ANDREA ZUPPA nato nel 1973, si laurea in Architettura allo IUAV nel 2001, attualmente è docente di ruolo nella scuola secondaria di primo grado. Da sempre è interessato al disegno, alla grafica ed in particolare alla pittura ad acquerello e con tecniche miste. Durante gli studi universitari frequenta corsi di disegno e pittura. Nel 2007 conosce Yuliana Manoleva che lo introduce nei suoi corsi ad un nuovo modo di considerare ed usare l’acquerello. Continua tutt’ora la sua formazione frequentando corsi e workshop in Italia e all’estero. Partecipa ad estemporanee e mostre collettive in particolare con la Galleria Città di Padova. Ha curato le illustrazioni e la grafica di copertina di varie pubblicazioni. I suoi soggetti spaziano dal figurativo all’astrato, ma con una continua e costante ricerca di una nuova espressività che lo caratterizzi. Le sue opere sono esposte in Spagna e StatiUniti. Mostre recenti a Berlino, Monaco, Milano.

Da sabato 6 luglio alle ore 18:00 gli artisti, tutti presenti all’inaugurazione saranno dediti ad accogliere i collezionisti, gli amici e semplicemente i visitatori con un brindisi inaugurale nella splendida location del Porto turistico di Roma

La mostra rimarrà aperta fino al 19  luglio alle 20:00

Per info: Galleria Ess&rrE – cell. 329 4681684 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

GIORGIO DE CHIRICO

In mostra a Genova e Torino.
a cura di Silvana Gatti.
“Schopenhauer e Nietzsche per primi mi insegnarono il non senso della vita e come tale non senso potesse venir rappresentato.” G. De Chirico
GENOVA - PALAZZO DUCALE
GIORGIO DE CHIRICO. IL VOLTO DELLA METAFISICA
30 MARZO - 7 LUGLIO 2019
Dopo 25 anni, il Pictor Optimus torna a Genova,
con una mostra che presenta 100 opere, realizzate
nel corso della sua intera carriera
TORINO - GAM
GIORGIO DE CHIRICO. RITORNO AL FUTURO
Neometafisica e Arte Contemporanea
19 APRILE - 25 AGOSTO 2019
A cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni
 
De Chirico
Gli estimatori di Giorgio de Chirico (Volo, Grecia, 1888 – Roma, 1978), nel 2019, possono sentirsi appagati visitando ben due mostre in due locazioni di sicuro interesse, la prima al Palazzo Ducale di Genova, la seconda, visitabile fino al 25 agosto, alla GAM di Torino.
Nel centro del capoluogo ligure, il Palazzo Ducale accoglie l’esposizione “Giorgio de Chirico. Il volto della Metafisica”, prodotta e organizzata da ViDi, in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. La mostra, curata da Victoria Noel-Johnson, presenta 100 opere, realizzate dal Pictor Optimus nell’arco della sua intera carriera, provenienti da importanti istituzioni e musei, come la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico (Roma), la Galleria Nazionale d'Arte Moderna (Roma), il MART (Rovereto), la Galleria d'Arte Moderna (Palazzo Pitti, Firenze), la Collezione Banca d’Italia, la Fondazione Museo Alberto Sordi (Roma), la Casa-museo Boschi Di Stefano (Milano), il Museo Luigi Bellini (Firenze), il Museo d'Arte Moderna Mario Rimoldi (Belluno), nonché da prestigiose collezioni private. La rassegna mette in luce il percorso artistico del Maestro che, cent’anni fa, nel 1919, rivolse la pittura Metafisica (1910-1918) a favore di stili e tecniche ispirati al classicismo e ai grandi maestri del passato. Un percorso, quello di De Chirico, in continua evoluzione, per dirla con le sue stesse parole “Come i frutti autunnali siamo ormai maturi per la nuova metafisica […]. Siamo esploratori pronti per altre partenze”. L’aspetto sottolineato nella mostra genovese è il legame di De Chirico con la filosofia del tardo Ottocento, ed in particolar modo con Nietzsche. Le opere di De Chirico esplorano il capovolgimento del tempo e dello spazio, con prospettive ed ombre irreali, creando un senso di spaesamento, attraverso accostamenti senza senso di oggetti comuni in ambienti inaspettati. De Chirico ama il lato enigmatico delle cose, senza tuttavia pretendere di trovare un senso ultimo ad una realtà che di senso non ne ha. Le sue opere sono riconoscibili per l’insieme di figure e oggetti indecifrabili che pongono il fruitore dinnanzi ad immagini che rimandano ad una realtà inafferrabile, atemporale, sconfinando nell’immaginario. Secondo De Chirico, infatti, l’arte deve essere per l’uomo uno strumento per conoscere se stesso, per lasciar fluire pensieri e suggestioni soggettive rispecchiando lo stato d’animo del momento. Magritte sostenne che quando poté osservare dal vero un quadro di De Chirico i suoi occhi ” videro il pensiero per la prima volta”. In un suo autoritratto, De Chirico si è rappresentato nel vano di una finestra, con lo sguardo vagante in un cielo color verde spento, senza nuvole e senza vita. Gli occhi, raffigurati senza pupille, rimandano ad una condizione di cecità esteriore e al contempo alla veggenza, tematica con radici che affondano nella cultura classica e filo rosso dell’arte di De Chirico. L’occhio non vede gli oggetti materiali, in quanto calato in una dimensione metafisica per cogliere l’intima essenza delle cose. Questo è il vero contenuto della pittura metafisica, della quale questo ritratto si può infatti considerare come una sorta di manifesto. La posa scelta dal pittore è malinconica, alludendo a quella con cui Friedrich Nietzsche si faceva abitualmente fotografare. Il Pictor Optimus si sente legato al filosofo da un’affinità fatale, unito a lui dall’amore per la civiltà classica. Basta pensare ad Arianna, figura mitologica di spicco nella produzione di de Chirico.
De Chirico 1
Nella simbologia dechirichiana la giovane rappresenta la malinconia in versione nietzscheana, vista come via d’accesso ad uno stato emotivo sotterraneo, di estatica contemplazione del proprio Io. Arianna, in virtù del legame con il dio Dioniso, che porta in sé eros e thanatos, è principio di vita e allo stesso tempo di morte. Nella mitologia, Arianna si unisce a lui in un atto amoroso, rispecchiando la fusione tra due mondi, quello umano e quello divino. Nella figura della giovane si fondono la dimensione generativa e quella distruttiva, appartenente a Dioniso. Nella mitologia classica, il simbolo del susseguirsi di queste due dimensioni è il labirinto, che rappresenta qualcosa di mortale in grado di dialogare con la vita stessa. Arianna, unendo in sé i due stati, riesce a districarvisi perfettamente, conducendo in salvo Teseo. De Chirico, che conosce questi miti, li fa propri nella sua arte. L’arte metafisica cancella le distanze tra individuo, mondo e psiche. Il mezzo concreto per rappresentare questa dimensione unitaria è per De Chirico lo spazio. L’immaginario spaziale di de Chirico è fondamentale, e forse è il vero cardine intorno al quale ruota la sua poetica. L’artista ci propone quasi sempre spazi ampi nei quali spicca la presenza di arcate e porticati, che rappresentano il passaggio sempre aperto tra interno e esterno, tra conscio e inconscio. In questo dialogo tra dimensioni troviamo esplicitata la fusione tra i principi nietzscheani apollineo e dionisiaco: il primo razionale e ordinatore, il secondo di vitalità caotica e irrazionale. Nietzsche pone tali principi all’origine e nel cuore della realtà, che può nascere soltanto attraverso la comunione tra questi due aspetti antitetici e al contempo inscindibili. La via d’accesso per poterli comprendere è la soggettività: è soltanto attraverso essa che l’individuo si rapporta con il mondo esterno. Scrivendo a Guillaume Apollinaire nel 1916, de Chirico racconta come il filosofo greco Eraclito ci insegna che il tempo non esiste e sulla grande curva dell’eternità il passato è uguale all’avvenire. L’obiettivo della mostra genovese è portare avanti tale concetto. La rassegna si apre con una selezione di lavori che introducono il tema del viaggio e del ritorno, metafora per la scoperta della metafisica “multidimensionale” secondo la lettura di de Chirico. Sono esposte opere che dialogano anche con la teoria nietzschiana del- l’eterno ritorno, come L’ebreo errante (1917), Ulisse (Autoritratto) del 1922, Ritorno di Ulisse (1968), Il figliuol prodigo del 1974 e del 1975. La figura di Ulisse (Autoritratto) è dinamica, giunto in un non luogo, nudo e con barba e capelli incolti, indica con il braccio teso il luogo da cui arriva e sembra in procinto di ripartire, in un eterno viaggio senza fine.
Lo spettatore entra poi nel mondo degli esterni metafisici, uno dei te- mi più riconoscibili della sua arte, come i panorami urbani (le piazze d’Italia, le torri), e i bagni misteriosi, qui raccontati attraverso le illustrazioni realizzate per Mythologie di Jean Cocteau del 1934. Sono quindi esplorate le figure che frequentemente popolano le sue opere, dagli anni dieci agli anni settanta, quali i trovatori-manichini, i personaggi mitologici come Diana, Mercurio, Ettore ed Andromaca, le muse inquietanti e gli archeologi. I manichini senza lineamenti sono di un’attualità incredibile, in quanto sembrano anticipare i moderni robot. A queste figure si aggiungono i disegni illustrativi per il libro di Massimo Bontempelli Siepe a nordovest (1922). A Genova sono anche in mostra i diversi approcci sul tema degli interni metafisici che risalgono al suo soggiorno ferrarese durante la prima guerra mondiale e che furono oggetto di un successivo sviluppo; tra questi, quadri e disegni con un assortimento di costruzioni architettoniche e geometriche, frammenti di antichità, templi, quadri e altri oggetti inaspettati.
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La mostra prosegue con l’analisi del tema della natura metafisica, con nature morte o vite silenti (come de Chirico preferì definirle a partire dal 1942), come Il dolce siciliano (1919), Mandarini su un ramo (1922-23), Natura morta (1930) e Corazze con cavaliere (natura morta ariostea) del 1940, nonché una selezione di cavalli in riva al mare ed i paesaggi neobarocchi. La fase neo-barocca dell’artista, con cavalli baldanzosi e cavalieri corazzati, sente l’influenza dei paesaggi di Rubens e dei cavalli di Delacroix, evidenziando come la metafisica dechirichiana incontra la tradizione. Lo stesso legame si ha nei ritratti che contengono chiari riferimenti alla ritrattistica quattrocentesca e cinquecentesca – quale Ritratto della madre (1911) e La signora Gartzen (1913) - ma anche autoritratti di de Chirico in abiti del Seicento ispirati alle opere di Rubens e Velázquez. Sono inoltre presenti copie e libere interpretazioni di opere dei grandi maestri quali Dürer, Watteau, Courbet e Renoir, e di grandi artisti italiani: La gravida da Raffaello (1920) e Testa di fanciulla da Perugino (1921).
Accompagna la mostra genovese un importante catalogo Skira, con testi della curatrice, di Simona Bartolena, Fabio Benzi, Daniela Ferrari e Ara H. Merjian.
Spostandosi da Genova nella città sabauda, la grande mostra “Giorgio de Chirico. Ritorno al Futuro, Neometafisica e Arte Contemporanea”, presentata alla GAM di Torino, ha un approccio differente, in quanto presenta un dialogo tra la pittura neometafisica di Giorgio de Chirico e le generazioni di artisti che, in particolare dagli anni Sessanta in poi, si sono ispirati alla sua opera, riconoscendolo come il maestro che ha anticipato la loro nuova visione e che con la sua neometafisica si è posto in un confronto diretto con gli autori più giovani.
La mostra torinese, a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni, è organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con la Fondazione Gior- gio e Isa de Chirico e presenta un centinaio di opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private.
La metafisica di Giorgio de Chirico ha influenzato le arti visive, ma anche la letteratura, il cinema, le nuove tecnologie digitali, arrivando fino a confini inaspettati come videogiochi e videoclip, in un interesse globale che va dall'Europa agli Stati Uniti fino al Giappone.
Nel 1982, Maurizio Calvesi, scrivendo del maestro nel suo volume “La Metafisica schiarita”, sottolineava l'importanza del de Chirico neometafisico per l'arte contemporanea: “perché riconoscemmo i tuoi colorati chiaroscuri, le tue sfere, i tuoi segnali e le tue frecce, i tuoi schienali e le tue ciminiere, i tuoi oggetti smaltati ed ora come staccatisi dai quadri, qualcosa delle tue schiarite e delle tue sospensioni, nel nuovo momento di un’arte che si disseminò come un concerto o una pioggia rinfrescante”.
De Chirico 3
Non a caso, la neometafisica di de Chirico sembra già dialogare con la pop art e con l'arte internazionale, in particolare americana. Nel 1974, durante un ricevimento a casa dell’ambasciatore italiano Vinci a New York, De Chirico ultraottantenne incontrò Warhol non ancora cinquantenne, maestro delle icone pop. Artefice dell’incontro Carlo Bilotti che, dopo la morte di De Chirico, appoggiò Warhol che voleva misurarsi col grande maestro, prestandogli alcune opere. Ne nacquero ope- re in cui i manichini e gli elementi metafisici erano rivisitati in chiave seriale.
Con una pittura di grande intensità e felicità cromatica, il de Chirico neometafisico sembra dunque rispondere agli omaggi degli artisti più giovani creando un dialogo a distanza di grande intensità e vitalità. In questo modo de Chirico si è posto come una delle fonti dirette dell'arte di molte generazioni di artisti italiani e internazionali, sospese tra le immagini dei segnali urbani, delle merci della civiltà di massa e le memorie di una bellezza classica e perduta, un accostamento anticipato dallo stesso de Chirico nel suo romanzo Ebdòmero.
La mostra evidenzia questo rapporto intenso e profondo, mettendo in relazione le opere neometafisiche di de Chirico con le nuove tendenze dell’arte italiana e interna- zionale come la Pop art di Andy Warhol, Valerio Adami, Franco Angeli, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Gino Marotta, Ugo Nespolo, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Emilio Tadini. La mostra presenta anche un grande prosecutore della Metafisica come Fabrizio Clerici, la pittura di Renato Guttuso e di Ruggero Savinio, insieme a grandi artisti internazionali come Henry Moore, Philip Guston, Bernd e Hilla Becher. Il percorso propone anche maestri dell’arte povera come Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto, le visioni concettuali di Fabio Mauri, Claudio Parmiggiani, Luca Patella e Vettor Pisani, fino ad arrivare alle ombre geometriche di Giuseppe Uncini, alla fotografia di Gianfranco Gorgoni, alle sculture di Mimmo Paladino, ai dipinti di Alessandro Mendini e di Salvo, al mistero di Gino De Dominicis, ai tableaux vivants di Luigi Ontani, e a protagonisti delle ultime generazioni internazionali come Juan Muñoz, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli. Oltre al prestito delle opere neometafisiche della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, la mostra presenta un’animazione digitale di Maurice Owen e Russell Richards, insieme a opere di artisti contemporanei provenienti dalle collezioni della GAM di Torino e tra questi Claudio Abate, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Franco Fontana, Fausto Melotti. Una piccola sezione della mostra è riservata al tema della citazione e della copia, esercizio prediletto da de Chirico nella sua lunga ricerca sulla pittura dei grandi maestri e presenta un disegno originale di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti, insieme a disegni di de Chirico dedicati allo studio degli affreschi michelangioleschi della Volta della Cappella Sistina e a opere del ciclo su Michelangelo di Tano Festa, pittore che tra i primi ha compreso la forza innovativa della pittura di de Chirico, in un collegamento con l’arte del passato che, nella curva del tempo, ha il potere di rifondare l’arte del futuro.
La mostra torinese è accompagnata da un catalogo edizioni Gangemi International con testi di Lorenzo Canova, Riccardo Passoni e Jacqueline Munck. Due mostre, due approcci differenti per approfondire la conoscenza di un artista che ancora oggi non smette di affascinare i pittori attivi, che prendono spunto dalle sue opere continuando a nutrire il filone metafisico della pittura. 
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I mondi di Riccardo Gualino

la mostra ai Musei Reali di Torino.
Da venerdì 7 giugno a sabato 30 novembre 2019.
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Nel cuore di Torino, a due passi da Piazza Castello, è stata inaugurata il 7 giugno la mostra “I mondi di Riccardo Gualino”, che i Musei Reali dedicano alla sua ricca collezione, con più di 300 opere in mostra fino al 30 novembre 2019. La rassegna riunisce la collezione appartenuta a Riccardo Gualino, presentando un importante nucleo di opere conservate alla Galleria Sabauda di Torino e alla Banca d’Italia di Roma, insieme a dipinti, sculture, arredi e fotografie provenienti da musei e istituzioni torinesi e nazionali, raccolte private e archivi, primo fra i quali l’Archivio Centrale dello Stato. E’ un’occasione unica per conoscere l’intero arco della vita e del collezionismo di Riccardo Gualino, capitano d’industria e finanziere, figura di spicco nell’economia italiana del Novecento.
Riccardo Gualino, nato a Biella nel 1879, imprenditore e mecenate, è stato un importante collezionista di capolavori d’arte. La mostra, a cura di Annamaria Bava e Giorgina Bertolino, documenta l’intero arco della sua vita, nei diciotto ambienti delle Sale Chiablese, con accostamenti tra opere e fonti storiche che documentano il forte legame tra i progetti realizzati da Gualino nella sfera economica e l’impegno profuso nel campo dell’arte e della cultura. L’apice della sua vita imprenditoriale coincide con il massimo sviluppo della sua collezione.
Il nome Gualino nel 1928 è inserito nella rosa dei cinque uomini più ricchi d’Europa. Dapprima commerciante di legname, la sua ambizione lo porta ad acquisire banche, in società con Giovanni Agnelli fonda la SNIA, diventa azionista di riferimento e vicepresidente della Fiat, lancia i filati artificiali, ha interessi nel settore chimico e in quello alimentare.
La sua ascesa è molto rapida e le sue cadute vertiginose. Nel 1914 acquista un enorme terreno sulle rive della Neva, intenzionato a costruire una nuova San Pietroburgo sullo stile di Manhattan. La Rivoluzione d’Ottobre manderà a monte il progetto, ma non fermerà la sua fame di affari.
Al successo di aziende come la Snia Viscosa e la Unica corrisponde, fra il 1920 e il 1930, l’apice della collezione, con le acquisizioni di opere come la Madonna in trono di Duccio da Buoninsegna, la Venere di Botticelli, Venere e Marte del Veronese, la Négresse di Édouard Manet, il Paesaggio campestre di Claude Monet. Non manca l’Oriente, con il Buddha in meditazione del XIII-XIV secolo, rilucente nella sua lacca dorata. In questo periodo, i Gualino si fanno ritrarre da Felice Casorati, nelle pose auliche dei signori rinascimentali, assumendo nella vita reale il ruolo di mecenati, sostenitori dei giovani artisti, e in particolare dei Sei Pittori di Torino, della danza d’avanguardia e del teatro, con l’apertura, nel 1925, di una sala privata nella loro residenza e poi del Teatro di Torino.
I visitatori di questa mostra possono ammirare la Venere del Botticelli della collezione Gualino. La prima traccia dell’opera risale al 1844 quando la acquistò un reverendo inglese, che in seguito la cedette a un barone. L’opera si pensava perduta nell’incendio della casa di quest’ultimo, ma fu ritrovata dagli eredi che la vendettero a Riccardo Gualino. Nel 1930 la Venere, realizzata da Botticelli con la collaborazione dei suoi allievi, divenne patrimonio della Galleria Sabauda. La “Venere di Torino” è indubbiamente collegata a “La nascita di Venere”, opera custodita presso gli Uffizi di Firenze che ottenne un grandissimo successo, tanto che già all’epoca la committenza chiese che venissero realizzate altre immagini di questa straordinaria bellezza femminile. Botticelli, in quest’opera, decise di ritrarre la figura della Venere su sfondo nero. La donna raffigurata è Simonetta Vespucci, amata da Giuliano de’ Medici e morta a soli ventitré anni. Già durante la vita dell’artista, il mercante fiorentino Antonio Billi scriveva che l’artista dipingeva bellissime donne nude e Giorgio Vasari, nelle sue “Vite”, confermava la testimonianza con queste parole: “Per la città, in diverse case fece tondi di sua mano, e femmine ignude assai”. Solo tre “Veneri” sopravvivono, attribuibili a Sandro o alla sua bottega: la Venere di Berlino, quella di Torino e una in collezione privata a Ginevra. Si tratta di nudi monumentali, tra i primi dipinti profani dell’Europa postclassica che trovano ispirazione in un modello antico conosciuto come Venere de’ Medici, o Venere pudica, dove la Dea è sorpresa a coprirsi con le mani le parti intime.
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Riconoscibili in mostra anche le opere di Felice Casorati, tra cui il ritratto dello stesso Gualino che rispecchia pienamente un linguaggio artistico piuttosto statico, privo di ogni dinamismo, quasi geometrico, da cui traspare la malinconia tipica dell’artista.
La mostra non si limita all’esposizione di numerose opere, ma è completata da fotografie e documentazioni che raccontano gli spazi originali in cui quadri e dipinti erano conservati. Ad esempio le sale del Castello di Cereseto Monferrato, prima residenza di Gualino, in stile neogotico, oppure la palazzina di via Galliari a Torino. Ma anche l’ufficio all’ultimo piano di corso Vittorio Emanuele II. Le foto documentano la vita di Riccardo Gualino e di sua moglie Cesarina Gurgo Salice, e l’atmosfera degli anni Venti iniziati in pieno sviluppo industriale per concludersi nella crisi economica mondiale e nell’ascesa del regime fascista in Italia. Importanti le immagini degli stabilimenti che Gualino ha fondato nel settore del legname, del cemento, della seta artificiale e del cioccolato.
Il 19 gennaio 1931 Riccardo Gualino, accusato di bancarotta fraudolenta in seguito alla crisi finanziaria del 1929, viene mandato al confino a Lipari da Mussolini e l’anno dopo a Cava dei Tirreni. Cesarina lo segue. Rilasciato nel 1932, privato ormai del suo impero economico, si trasferisce nel 1933 con la moglie a Parigi, dove nel 1934 fonda la Lux film. Comincia per lui la nuova carriera di produttore cinematografico e, per Cesarina, che a Parigi ha frequentato l’Accademia Colarossi, quella di pittrice. La collezione è concessa per sanare i debiti con lo Stato: una parte entra alla Pinacoteca Sabauda, l’altra in Banca d’Italia.
Scontata la pena, per Gualino iniziò un nuovo periodo fiorente a Roma, alla Rumianca e alla Lux Film, casa di produzione di Riso amaro di De Santis e di Senso di Visconti. Nella capitale, dove vivrà per trent’anni, perduta la prima favolosa collezione, ne inizia una seconda, di nuovo ricchissima. Il dialogo tra passato e presente si rinnova, come suggeriscono in mostra la giovane Clelia dipinta da Felice Casorati nel 1937 e la trecentesca scultura con Santa Caterina. Cosmopolita e grande viaggiatore, negli anni venti e trenta Gualino ha percorso l’Europa, le Russie e gli Stati Uniti, intrecciando la vita degli affari con quella del collezionismo. Mossa da un forte impulso verso la modernità e il futuro, l’esistenza di Gualino trascorre tra fabbriche ultramoderne e dimore d’eccezione, sedi della sua favolosa collezione, frequentate da studiosi, musicisti, artisti, danzatori, intellettuali, politici e industriali. La collezione Gualino è considerata una delle più significative e importanti raccolte italiane del Novecento. Comprende sculture e dipinti, reperti archeologici, arredi, vetri e ceramiche, oreficerie, arazzi e tessuti, datati dall’antichità ai primi decenni del XX secolo, provenienti dall’area europea, orientale e mediorientale.
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Condivisa con la moglie Cesarina Gurgo Salice, la collezione nasce come raccolta con funzione d’arredo, per poi assumere un nuovo e più ampio orientamento, grazie al sodalizio con lo storico dell’arte Lionello Venturi, coinvolto come consulente nel 1918. Nel corso degli anni venti, la collezione entra nella sfera del mecenatismo, con il sostegno offerto agli artisti attivi a Torino, in particolare a Felice Casorati e al gruppo dei Sei di Torino. Nel 1925 Gualino inaugura il Teatro di Torino, uno spazio aperto al pubblico, di produzione e di ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza e del cinema, modellato sull’esempio dei teatri “d’eccezione” di Parigi, Vienna, Londra e Berlino. Nel 1928 un nucleo consistente della collezione viene esposta nelle sale della Pinacoteca Sabauda di Torino. L’attività dell’imprenditore s’interrompe alla fine del 1930 con il crack determinato da una serie di fattori tra cui la Grande crisi del 1929, le perdite della Snia Viscosa, la principale azienda del suo Gruppo, la bancarotta di un socio francese e l’ostilità di Mussolini. Le sue proprietà, compresa la collezione (in parte già assegnata nel 1930 alla Galleria Sabauda) e i beni mobili e immobili sono posti in liquidazione e consegnati alla Banca d’Italia. Il confino segna una netta cesura tra due epoche, un decisivo cambio di passo e di approccio esistenziale. Dopo un soggiorno a Parigi, i Gualino ritornano in Italia: acquistano una villa a Firenze e una serie di abitazioni a Roma. Le opere d’arte tornano alle pareti delle nuove case. Alla passione per il teatro subentra quella per il cinema che si concretizza con l’attività della Lux Film, la casa di produzione di pellicole come Riso amaro, del 1949, diretto da Giuseppe De Santis. Al suo fianco c’è sempre Cesarina che condivide con lui una lunghissima vita piena di viaggi, incontri e amicizie memorabili: tra gli altri, D’Annunzio e Gobetti, Nijinskij, Solomon Guggenheim, Curzio Malaparte, Winston Churchill, i Kennedy, Liz Taylor, Luchino Visconti. Lui e Cesarina, amanti di tutte le arti, dall’architettura alla danza, alla musica, alla pittura, costruiranno castelli e teatri, daranno vita a splendide stagioni di eventi e acquisteranno una strabiliante raccolta di capolavori, da Botticelli a Modigliani: una parte di essi costituiranno la “Collezione Gualino”, patrimonio della Galleria Sabauda di Torino. Riccardo Gualino muore nella sua casa di Arcetri, sulle colline fiorentine, il 7 giugno 1964 all’età di ottantacinque anni.
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“A Night At The FORUM” a Cinecittà nel RomeVideoGameLab

di Marina Novelli
Il festival italiano degli “applied games” è tornato! Dopo il grande successo della edizione dello scorso anno, che è stata salutata da un altissimo consenso di pubblico (dieci mila visitatori della più diversa conformazione sociale e professionale), nelle giornate dal 10 al 12 maggio u.s., migliaia di visitatori hanno di nuovo affollato i viali degli Studios di Cinecittà che hanno reso famoso il cinema italiano in tutto il mondo. RomeVideoGameLab 2019 è una sorta di festival laboratorio orientato a scoprire tutte le novità e le molteplici potenzialità dei videogiochi coniugati ai mondi dei beni culturali, della conoscenza, della formazione e della didattica… ed anche quest’anno RomeVideoGameLab non si è smentita essendo notevolmente cresciuta per spazi e attività, proponendosi come una occasione destinata a ragazzi, famiglie, appassionati e professionisti per giocare, imparare, accrescere la propria professionalità e competenza ma anche allo scopo di divertirsi, stare insieme e conoscere nuove idee, mondi e persone…e perché no, anche avvicinarsi all’archeologia!
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“Un turista, rimasto indietro durante una visita al Foro di Augusto a Roma, raccoglie un oggetto che lo trasporta nel passato. Bloccato nel I secolo, dovrà vestire i panni del guardiano del Foro e svolgere i compiti assegnati, per poter tornare a casa prima del sorgere del sole. I rumori della notte e le memorie del passato lo accompagneranno e lo aiuteranno a capire un mondo lontano eppure vicino, quello dell’Impero Romano, durante il regno di Augusto”.
“Una notte al Foro” è un titolo educational, basato sulla narrazione, su ambientazioni realistiche e ricostruzioni scientifiche per PlayStation®VR.
Si tratta di una magica immersione nello straordinario mondo della Roma augustea. Piccola nota storica!… Ottaviano, meglio conosciuto come Augusto, riuscì a porre fine all’ultima guerra civile della Repubblica Romana sconfiggendo Marco Antonio nella Battaglia di Azio, inaugurando così, a Roma, il periodo di pace più lungo in Europa denominato Pax Romana, aprendo di fatto l’età imperiale romana. La nostra storia invece inizia con la bravata di un uomo che decide di attardarsi oltre l’orario di chiusura tra le rovine del Foro… bravata che però si trasforma in una magica e sorprendente avventura notturna, quando però una voce misteriosa lo riporterà indietro nel tempo, vestendo addirittura i panni di un militare romano di guardia nel Foro. Portando a termine però i “compiti” che gli verranno assegnati, si manifesteranno frammenti di conoscenza tali da consentire la ricostruzione dell’immagine della vita romana durante il I secolo. Interessante! Si evince infatti, quello che è il rapporto tra la realtà virtuale e “come” questo campo virtuale riesca a disegnare la nostra realtà quotidiana. <>, ed in questo senso si avvicina molto all’etica e all’estetica del VideoGameLab che ci mostra una realtà come “potrebbe” essere… ed è ciò che è stato ampiamente esplorato durante questi tre giorni di esposizione, indagando come “potrebbe essere” la nostra società futura. Il nostro presente ha molto a che fare con il VideoGame, sia con il cinema e sia con l’immaginario. Cinecittà vuole fermamente essere la “casa dell’immaginario”… italiano e mondiale. Ma torniamo alla nostra “A Night At The Forum”, e come abbiamo già visto si rimane intrappolati per una notte nel Foro di Augusto. Possiamo definire questa situazione quale environmental narrative game in 3D per PlayStation®VR, il sistema per la Realtà Virtuale di PlayStation®4 , ambientato a Roma, prodotto da VRTRON, sviluppato in collaborazione con CNR ITABC, con il supporto scientifico del Museo dei Fori Imperiali – Mercati di Traiano - e realizzato grazie ad un finanziamento della Commissione Europea con il progetto REVEAL. È il primo videogioco 3D in prima persona, realizzato in Italia per un sito archeologico. Con questa produzione, il CNR conferma il proprio impegno sul fronte della ricerca applicata alle creative industries, sviluppando un nuovo approccio alla conoscenza del passato e alla promozione del nostro territorio, servendosi di un particolare videogioco chiamato appunto Environmental Narrative Videogame, che utilizza scenari reali acquisiti sul campo, ricostruiti seguendo le fonti archeologiche, e una traccia narrativa coinvolgente che si basa, anche in questo caso, su elementi storici. VRTRON, società di videogiochi di Malta, si è occupata della produzione e sviluppo, mentre il CNR ITABC ha curato la creazione dei contenuti (a partire dal modello 3D ricostruttivo già realizzato e in via di aggiornamento), identificando gli obiettivi comunicativi, in collaborazione con il Museo dei Fori Imperiali. E proprio a questo proposito Lucrezia Ungaro, responsabile dei Mercati di Traiano nonché del Museo dei Fori Imperiali stesso, si è espressa dicendo quanto segue: << Già da molto tempo siamo impegnati in questo percorso a servizio del pubblico al fine di migliorare la comunicazione museale, avendo infatti diversi spettacoli, di interazioni e di virtualità, ma questa del gioco, ci mancava! Ed è proprio attraverso il gioco che si può attrarre maggiormente una fascia di pubblico, non assente nei nostri target, ma di sicuro meno coinvolta, e non solo in riferimento alle fasce scolari intorno ai vent’anni, ma anche oltre. night forum 1
Ed è quindi opportuno riferirsi a quel bacino di utenza positiva, che vede nel gioco non solo un passatempo ma anche un aspetto dell’intelletto, affinché il gioco sia un impegno e non solo un semplice passatempo. Ragion per cui il nostro obiettivo, rispetto al mondo del patrimonio culturale e dell’archeologia in particolare, è quello di usare le nostre competenze e le nostre conoscenze mettendole a disposizione di una modalità diversa di intrattenimento. Il sistema del videogioco è senza dubbio un modo per entrare nel mondo variegato della comunicazione e c’è quindi da aspettarsi un bel successo, tale da continuare con questa sfida su questa strada appena iniziata >>…e personalmente condivido in pieno! Mi sono trovata infatti, all’ inizio un po’ titubante, ad immergermi nella magnifica realtà virtuale di “A Night At The Forum”, ho indossato il “visore di realtà” assistita e guidata dai preziosi insegnamenti di navigazione che lo stesso eccellente Kim Mifsud, produttore di VRTON, mi ha, pazientemente impartito. Pazientemente perché confesso di essere completamente all’asciutto di nozioni sulla navigazione nel gioco, ma… una volta apprese le prime rudimentali acquisizioni… wow!… una emozione i n e n a r r a b i l e!!! Il Tempio di Marte era lì… torreggiava davanti a me, vivido, vibrante!... assolutamente e magnificamente spettacolare! La ricostruzione del Foro di Augusto da me visto, come del resto da moltissimi altri visitatori, in forma virtuale è stato il frutto di una lunga collaborazione con il CNR ITABC. I “visori di realtà virtuale” fanno parte invece, della Playstation VR della Sony che è il device su cui gira “A Night At The Forum” e nello specifico il casco contiene degli schermi ad altissima definizione, separati a loro volta, uno per occhio per dare quell’effetto di 3D, nonché una parte audio al fine di rendere ancora più realistica l’esperienza. ll Foro di Augusto, a Roma, è situato in un’area, a tutt’oggi, non accessibile al pubblico per motivi di sicurezza, ragione questa che ci invoglia ancora di più nella partecipazione a questo progetto; le ricostruzioni mostrano il tempio di età augustea, i due portici laterali, e il grande muro di fondo che lo separava dalla Suburra. Augusto fece un voto per vendicare la morte di Giulio Cesare, nel 42 a.C., prima della Battaglia di Filippi, l’assolvimento di questo voto consentì la costruzione del suo Foro e, nello stesso tempo del Tempio di Marte Ultore (dal latino ultor, vendicatore). Ma come hanno fatto, viene voglia di chiederci, per l’acquisizione di tante descrizioni così dettagliate? Bene, in effetti, molte notizie, per quanto riguarda la vita quotidiana nell’Antica Roma, sono state attinte da tutte le fonti scritte a disposizione, e prime fra tutte le “tavolette cerate”, che in realtà rappresentano i “quaderni” dell’antichità, che potevano essere scritti con l’uso di uno stilo sulla cera e poi, successivamente essere cancellati per poi essere riscritti di nuovo…un ringraziamento quindi a Pompei, Ercolano e all’Archivio Sulpiciano che hanno rappresentato la fonte principale delle preziose conoscenze. <>.
night forum 2Non possiamo nascondere l’interesse e la curiosità davanti alle immagini del video, né possiamo non considerare che la “simulazione” sia in realtà la parola di connessione tra i giochi e quello che è stata la presenza dei “geni” dell’Aeronautica in esposizione. Era infatti, orgogliosamente, presente a Cinecittà durante il VideoGameLab, un simulatore delle Frecce Tricolori! Come infatti ha tenuto a sottolineare, in fase di Conferenza Stampa, il Tenente Colonnello Paolo Nurcis,
che ha spiegato come la loro attività sia quella di trovare, saggiare, cercare di conoscere ambienti che ancora non si conoscono ma che sono da “imparare”… tipico della simulazione “volativa”, che per loro non rappresenta un gioco, ma è un vero e proprio ambiente di lavoro e molto utile, ritenendo pertanto formativo e interessante farlo conoscere anche a livello didattico ai visitatori che hanno visto la presenza di un simulatore molto sensoriale e molto ludico; si è trattato infatti di una sorta di “palla” atta a contenere due utenti che, al suo interno, si sono lasciati “shakerare”, quindi “squotere” per simulare quello che si vede all’interno di una delle facciate del simulatore, dando luogo appunto, ad una performance di un aereo delle Frecce Tricolori. L'altra cosa che mi ha fatto subito sposare questa causa - ci ha detto il Colonnello Nurcis - è che mi sembra che questo ambiente , rispecchi tutto quello che ho cercato di costruire nell’Aeronautica; quando nel 2009/2010, uscì il gioco Assassin’s Creed e mio figlio era solito giocarci, e a furia di vederlo, sono diventato non solo cosplayer come Altamir, ma di fatto sono riuscito a entrare e a far entrare questa simulazione di ambiente, come un qualcosa in grado di dare una spinta notevole alla divulgazione storica, immersiva e di conseguenza, abbiamo infatti cominciato a costruire ambientazioni storiche anche di tipo aeronautico, come ad esempio l’idroscalo di Orbetello come era negli anni ’30, oppure l’aeroporto di Padova come era negli anni della Prima Guerra Mondiale. Straordinaria l’attenzione e l’interesse che hanno destato i simulatori dell’Aeronautica in VideoGameLab che ha visto, nei tre giorni di esposizione, salire al loro interno, due per volta appunto, oltre mille persone, quasi tutti ragazzi…ed anch’io, lo confesso, (essendo giovane da un sacco di tempo…!), sono stata fortemente tentata! Una elettrizzante simulazione di volo in 3D, con i visori e non soltanto all’interno del simulatore che si muove. Non è mancato infatti un energico e sentito applauso anche ad un ragazzo disabile in carrozzina all’uscita dal simulatore. Che lo si voglia o no, questo è il futuro che ci attende, e investire sul notevole patrimonio artistico che contraddistingue il nostro paese, consentendone una maggiore divulgazione, non farebbe altro che accrescere il suo valore storico, estetico…e umano!

My Special Thanks to Roberto Roscani che, invitandomi, mi ha concesso la possibilità di scoprire emozioni misconosciute ma che ho trovato, invece, estremamente ricche di creatività, talento… ed energia!
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Lignano, meta perfetta per un ultimo weekend estivo con la mostra di Andy Warhol

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Con una cornice verde che conta oltre 1.200.000 pini marittimi e, alle sue spalle, la selvaggia bellezza della laguna di Marano, area dalla biodiversità straordinaria molto nota anche per il pesce di qualità delle sue acque, Lignano Sabbiadoro riserva non poche sorprese se di desidera vivere un week-end di fine estate al mare, tra relax, natura, enogastronomia e cultura. Un’ottima occasione di viaggio può essere la mostra “Andy Warhol: la Pop Art a Lignano”, in programma dall’8 settembre al 13 ottobre, alla Terrazza a Mare, edificio simbolo della località rivierasca friulana che si protende sospeso verso il blu dell’Alto Adriatico. La mostra, organizzata per il 60° anniversario di Lignano in omaggio alla sua modernità e capacità guardare avanti con occhi colorati capaci di emozionare e accogliere, mette in scena la rivoluzione del genio di Pittsburgh attraverso l'espo- sizione di opere iconiche come Marylin, i Flowers, Sant’Apollonia, Jackie Kennedy e Beethoven, litografie, memorabilia e video d’epoca. L’ingresso è gratuito ed è possibile visitarla tutti i giorni dalle 18.00 alle 24.00.warhol
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Mirabili visioni - Elena Cappelletto, Sabrina Golin, Andrea Marchesini, Mirella Scotton

Al Porto turistico di Roma nella splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle bellissime imbarcazioni a fare da cornice a 15 giorni di arte contemporanea, è stata dedicata la mostra “Mirabili visioni” a quattro artisti che si sono maggiormente distinti nell’ultimo periodo con riuscite esposizioni in numerose città italiane e che si sono confrontati con circa 30 opere della loro recente produzione che vanno dal figurativo all’informale.
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Alcuni di loro li abbiamo proposti anche alle Fiere d’Arte di Roma e Genova 2018/19 e sono stati, inoltre, presenti anche al Progetto CalifArte che si è tenuto nella medesima location dall’8 al 21 giugno 2019 e in occasione 2 giugno in collaborazione con Arte Investimenti li abbiamo presentati sui canali 123 del DT e 868 Sky dove Giorgio Barassi in qualità di mattatore e presentatore, nonchè cantante, ha evidenziato gli artisti che nel prossimo fututo porteremo avanti. Nella mostra “Mirabili visioni” ogni artista ha proposto circa dieci lavori confrontandosi con il pubblico e i collezionisti, a cui hanno dato le varie spiegazioni sui temi proposti per dare la possibilità ad ognuno di immergersi in un contesto artistico di elevata capacità pittorica. Nomi di artisti che stanno riscuotendo un importante interesse nel panorama artistico nazionale e che la Galleria Ess&rrE ha intenzione di proporre con rinnovato entusiasmo anche in virtù di nuove ulteriori programmi televisivi.
Le opere di Elena Cappelletto, Sabrina Golin, Andrea Marchesini e Mirella Scotton hanno coinvolto in modo entusiasmante i collezionisti arrivati da ogni parte del Lazio con rinnovato entusiasmo, in quanto nei giorni immediatamente successivi all’inaugurazione, vuoi per le condizioni meteo avverse vuoi per i vari impegni personali, non avevano avuto modo di visionare.
Elena Cappelletto, ha il desiderio di catturare l'essenza di una bellezza effimera che emerge attraverso delicate pennellate e la gamma di colori luminosi accuratamente selezionati, impreziositi dall'uso della foglia d'oro che scompone l'immagine e, allo stesso tempo, definisce la struttura compositiva creando una nuova luce e uno splendore vivace. Questo principio diventa il trait d'union (inserimento) tra i risultati “informali” della serie Butterflies - il simbolo di una realtà precaria e sfuggente che a volte sembra smaterializzarsi sotto lo sguardo dell'osservatore - e le opere di matrice figurativa, in cui l'immagine femminile emerge come un'icona-simbolo avvolta nel luminoso “sfarfallio” dei tocchi pittorici in un movimento surreale, funzionante come materializzazione di un insieme di emozioni, sensazioni, pensieri generati dal flusso continuo dell'esistenza.
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Negli ultimi anni l'artista ha affinato la sua tecnica stilistica, puntando sulla ricerca di un'espressione personale, capace di combinare - in composizioni sempre raffinate e armoniose - l'innata propensione per il figurativo con una rappresentazione contemporanea e informale.
Sabrina Golin, pittrice poliedrica nata nel 1970 e cresciuta a Johannesburg in Sud Africa da genitori italiani dove frequenta tutte le scuole e il Liceo Artistico. Ora vive a Vicenza. Da sempre si é distinta per una creatività fuori dal comune, molto appassionata e affascinata dal mondo artistico e dall’interior design. Nel 1996 inizia a dipingere a olio e coltivare seriamente questa meravigliosa arte che è la pittura. Nel 2010 dà libero sfogo alla sua fantasia scoprendo e sperimentando varie tecniche su diversi supporti diventando pittrice esperta e professionale con i colori vitrea lavorando su vetro, acciaio e plexiglas con una tecnica unica: ogni opera viene rifinita con miriade di perline di pasta vitrea ed è con questa tecnica che Sabrina si é distinta.
Sabrina dà sfogo alla sua arte in ogni momento. Realizza i suoi lavori sia secondo il suo estro artistico sia in base alle richieste dei committenti e, quando inizia un’opera, anche se questo richiede spesso molte ore di lavoro, non risparmia nella cura dei particolari. Questo suo essere artista è la sua passione e lo trasmette in ogni sua creazione, sia essa un quadro o un vaso di cristallo.
Riesce a dare vita alle emozioni imprigionate nelle forme, passando da scenari onirici a ricordi dell’anima.
L’arte della pittura é cosi intimamente parte di lei che non pesano le tante ore passate a curare i dettagli delle sue opere, la passione e le emozioni che esprime. I colori e il talento la rendono un’artista al di là del tempo. Sabrina ha una rara padronanza tecnica e un maturo senso artistico, felici intuizioni pittoriche rendono armoniose le descrizioni nella loro tonalità, colte sempre da composizioni che denotano una raffinata scelta estetica. È privilegio di Sabrina Golin possedere la capacità di far rivivere su tutte le superfici in virtù di felici impasti apposte con sapienza di segno. Fino ad ora é tantissima la soddisfazione che prova percorrendo questa via e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Dinamica e intraprendente amante del bello e della natura. Sabrina comincia a partecipare a molte rassegne e mostre importanti cominciando negli anni passati con varie collettive d’arte e personali: nel 2012 Arte Padova, nel 2013 Galleria Castello in concomitanza con la Biennale di Venezia e nel 2014 una collettiva a Vienna. Dal 2014 fa parte degli artisti permanenti della Fondazione Mazzoleni di Bergamo.
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Andrea Marchesini nasce a Verona nel dicembre del ’73, ed è figlio d’arte, già a quattro anni comincia a frequentare lo studio della madre.
Ha conseguito la maturità scientifica frequentando nel frattempo studi d’artisti. Nel ’92 dopo un viaggio ad Amsterdam si interessa ai dipinti di Van Gogh e alla sua pennellata materica e rivoluzionaria. S’iscrive alla facoltà di legge di Ferrara per poi abbandonarla definitivamente per l’arte. Vive per sei anni a Londra studiando e frequentando musei e mostre d’arte e in particolare la Tate Gallery affascinato dalla modernità dell’opera di Turner che con la sua pittura di pura luce lo riporterà a una sua vecchia passione “ la luce e il colore dei Veneziani”. Passa altri due anni a Dublino visitando luoghi incontaminati con segni di culture che saranno la base per le sue serie pittoriche: “Tracce” e “Città del Silenzio”; apparizioni miste a grumi, crepe, crateri, impronte, stratificazioni che scavalcano giorni, anni, secoli, millenni, atmosfere di un mondo pluriculturale e multietnico, luoghi e simboli che fanno parte del cammino dell’uomo, dove, però l’uomo è bandito e, la natura si riappropria di tutto ciò che l’aveva mortificata, costruendo nuova vita. A Barcellona viene a contatto con l’opera di Mirò e con il suo mondo coloristico che fa esplodere i suoi quadri.
A Roma vive e lavora dal 2003 al 2006 e ha modo di studiare l’arte classica dal vero, oggi opera a Barbarano Vicentino, dove dopo aver passato una fase astratto informale barocca “Dinamismo Cosmico” ne vive un'altra notevolmente più astratta con una dina- mica del colore in costante evoluzione “Connessioni”.
Si dedica inoltre alle grandi tele ed arazzi che appartengono alla tematica “Affabulando”, “Oltre la siepe” e “Satyricon 2016” dove usa liberamente tutti i linguaggi del suo tempo e del passato mescolandoli con cinema, fumetto, cartoons e satira.
L’ultima fatica “Pop surreal” a cura di Alain Chivilò nella Casa dei Carraresi è stato un successo annunciato.
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Mirella Scotton, ha iniziato fin da giovanissima a disegnare ritratti a matita cimentandomi quasi subito con la pittura ad olio. Ha coltivato la passione per la storia dell'arte trovandovi motivi di riflessione e approfondimento.
Si è dedicata per alcuni anni alla decorazione ceramica affinando le tecniche di pittura su superfici non piane e sviluppando originali progetti nel settore della ceramica industriale e negli ultimi anni si è completamente immersa allo studio dell'arte, ed in particolare alla pittura ad olio, concentrandosi sulla ricerca formale e cromatica. I temi paesaggistici della laguna veneta, dove ha vissuto per parecchi anni, gli scorci fluviali del Sile ed i ritratti delle persone colte nell'atto di compiere semplici azioni quotidiane sono diventati progressivamente più intimi ed informali, mentre le atmosfere ed i sentimenti hanno iniziato a prevalere sull'effetto fotografico.
Il suo percorso artistico è stato ed è tuttora, caratterizzato da progressi scanditi in occasione delle mostre personali e collettive.
Nei suoi quadri la passione e l'istintività si fanno interpreti di ambienti famigliari, come il Sile o la laguna veneta, o di esperienze intensamente vissute e ricercate come Venezia, Parigi, San Francisco e Vienna.

25 maggio al 7 giugno 2019
Galleria Ess&rrE
Porto turistico di Roma - locale 876 00121 Roma - tel. 329 4681684
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AA.VV.

Dal dagherrotipo al digitale
La fotografia e le sue tecniche
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A 180 anni dalla sua nascita, il futuro della Fotografia non sembra conoscere confini. L’invenzione che ha cambiato radicalmente la vita delle persone, a ogni latitudine, è sempre stata frutto di emozioni, ricerche, innovazioni infinite che si susseguono una dietro l’altra, passando da arte riservata a pochi a mezzo di comunicazione universale. La fotografia si basa su due grandi principi, quello estetico-creativo e quello tecnologico, ma se la sua storia si è giustamente identificata con quella dei gran- di autori che l’hanno realizzata, meno attenzione è stata riservata alla straordinaria evoluzione delle sue tecniche.
È dunque nell’ottica di raccontare proprio le tecniche che hanno segnato la crescita della fotografia che il Museo della Tecnica Elettrica (MTE) di Pavia presenta sino al 30 giugno la mostra “AA.VV. Dal dagherrotipo al digitale. La fotografia e le sue tecniche”.
“Per noi è stato un onore, ancor prima che un dovere, poter ospitare nei nostri spazi una mostra che raccontasse la storia di uno dei mezzi della comunicazione più democratici che si conosca, la fotografia” – sottolinea Michela Magliacani, direttrice del Museo della Tecnica Elettrica di Pavia - “L’MTE fa parte del Sistema Museale dell’Università di Pavia ed è nostro compito ricercare, conservare e divulgare la storia e la cultura della tecnica elettrica. Ovvero spiegare alle persone che vengono a trovarci la nascita di un qualcosa che fa parte della quotidianità di tutti noi. Con questo spirito crediamo nell’arte e in tutte le sue espressioni per avvicinare grandi e piccoli alla conoscenza del nostro patrimonio”
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La mostra, inserita nella programmazione della prima edizione di Pavia Foto Festival e curata da Roberto Mutti, espone in apposite teche pezzi originali antichi raramente visti da vicino (dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipie, carte de visite, calotipi, carte salate, autochrome, stampe "al chiaro di luna"), pellicole, diapositive e immagini analogiche di un recente passato, fotografie digitali contemporanee.
Tutte le storie hanno un inizio, e quella della fotografia moderna la si può far risalire al 9 luglio del 1839 con il pittore e scenografo teatrale francese Louis Jacque Mandè Daguerre che dava vita al procedimento fotografico conosciuto come “dagherrotipo”: una lastra ricoperta d’argento che, esposta ai vapori dello iodio, messa in camera oscura e posizionata davanti al soggetto da riprendere, dopo una posa lunga e un lavaggio in sale marino e mercurio, svelava un’immagine speculare del soggetto fotografato.
“Esposte ci sono delle vere e proprie rarità, e il tutto è accompagnato da pannelli che spiegano i differenti procedimenti, dal dagherrotipo, che realizzava fotografie che non potevano essere duplicate (si dovrà aspettare il 1841 con l’invenzione dei negativi da parte dell’inglese William Henry Fox Talbot), alle stampe al chiaro di luna. È un percorso completo e affascinante, precisa Roberto Mutti, curatore della mostra e altresì direttore artistico di Pavia Foto Festival – “Bisogna comprendere che quello che per noi è naturale e che facciamo tutti i giorni con i nostri smartphon, una volta richiedeva di attrezzature ingombranti e tempi di posa e sviluppo lunghissimi. Oggi si ottengono risultati eccezionali, ma senza i passaggi che vengono raccontati in mostra non esisterebbe la moderna fotografia, senza dimenticarci di veri e propri miti come la Polaroid, che grazie alla possibilità di realizzare fotografie istantanee ha in qualche modo anticipato l’era digitale”
In mostra al Museo della Tecnica Elettrica di Pavia compaiono anche opere di autori contemporanei (Beniamino Terraneo con i suoi dagherrotipi, Stefania Ricci con le cianotipie, Paolo Marcolongo con clichè verre e kyrlian, Federico Patrocinio con la fotografia stenopeica, Beppe Bolchi con il distacco polaroid in bottiglia, Roberto Montanari con la gomma bicromatata, Dino Silingardi con le stampe al platino e al carbone, Erminio Annunzi con la stampa ad annerimento) che si dedicano a queste antiche e talvolta più recenti tecniche con risultati sorprendenti. Ma anche all'evoluzione contemporanea è dedicato molto spazio, perché il passaggio dalla “camera oscura” (in mostra esempi di comparazione fra stampe su carta baritata e politenata) alla “camera chiara” ha portato a una varietà di soluzioni che vanno dalla stampa lambda a quella ai pigmenti di carbone, dalla fine art alla stampa su materiali diversi come il propilene, il metallo, il plexiglass.
Organizzata da photoShowall, la prima edizione di Pavia Foto Festival, vuole favorire la “contaminazione” tra progetti artistici, spazi espositivi e visitatori, propone sino 30 giugno 2019 un calendario di 15 differenti mostre in 14 spazi pubblici e privati, tra Pavia, Milano e Voghera.
La mostra “AA.VV. Dal dagherrotipo al digitale. La fotografia e le sue tecniche” è visitabile lunedì, mercoledì e domenica dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.30, martedì e giovedì dalle 9.00 alle 13.00.
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Il Museo della Tecnica Elettrica di Pavia (MTE), istituito nel 2007, è oggi diretto da Michela Magliacani, Professore Associato di Economia Aziendale (Università di Pavia).
Importante punto di riferimento per il territorio, il museo ha l'obiettivo di preservare, promuovere e valorizzare il patrimonio culturale della tecnica elettrica ed i suoi elementi materiali e immateriali. Rispetto a tali finalità, il Museo della Tecnica Elettrica di Pavia propone un’offerta educativa permanente che si sviluppa in quattro percorsi didattici rivolti ai ragazzi delle scuole primarie e secondarie, di primo e secondo grado.
Percorso “Energia”. Il tema dell’energia declinato secondo differenti esigenze per differenti livelli scolastici. Dai processi di trasformazione che portano ad ottenere energia elettrica alle moderne tecniche di trasformazione e distribuzione dell’energia stessa.
Percorso “Storico”. Grazie alla collezione museale in esposizione, gli alunni, partendo dall’ambra, viaggeranno attraverso la storia della tecnica elettrica, conoscendo persone, fatti ed invenzioni, sino ad arrivare a quelle tecnologie che oggi rappresentano ancora solo un’ipotesi.
Percorso “Comunicazione”. La storia delle comunicazioni moderne: dal telegrafo di Morse a Internet e le diverse interpretazioni del concetto di “informazione”.
Percorso “Tecnologia”. Che cos’è la Tecnologia? Come e perché si diffonde?
Per cercare di rispondere a queste domande, viene in aiuto la cosiddetta Guerra delle Correnti (elettriche), una delle più accese competizioni economiche di mercato del XIX secolo, per il controllo dell'allora crescente mercato mondiale dell'energia elettrica. I percorsi didattici sono modulabili in relazione alle richieste dei docenti accompagnatori e offrono spunti di approfondimento che il dr. Francesco Pietra, curatore del Museo della Tecnica Eettrica, è disponibile a offrire attraverso cicli seminariali organizzati in loco su specifica richiesta.
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LES FLEURS ET LES RAISINS

Trasversali allegagioni d'arte
di Alberto Gross
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Appuntamento oramai fisso per gli amanti del vino e delle sue pieghe più nascoste, custodite tra le varie peculiarità regionali, anche quest'anno è tornato “Autoctono si nasce”, evento promosso da GoWine, associazione per il turismo del vino.
Nelle sale del “Relais Bellaria” di Bologna un pubblico di appassionati e professionisti del settore ha potuto incontrare direttamente produttori provenienti da tutto il territorio nazionale e scoprire i segreti di quei vini unici, espressione di una regione, a volte identitari di luoghi piccolissimi e sconosciuti ai più.
Proprio questo pare infatti essere lo scopo di GoWine: avvicinare ed incuriosire un pubblico di consumatori che vada poi a conoscere in loco i terreni, le vigne, le persone che sono dietro ai grandi vini italiani.
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Tra tante conferme e piacevolissime sfide - davvero intrigante, a tale proposito, una verticale di Timorasso dell'Azienda Poggio, un vitigno e un vino in grande fase di riscoperta e ascesa – una sorprendente novità è stata la conoscenza con i vini di Rasenna in Tuscany, una piccola azienda in provicia di Arezzo, e con il suo proprietario, Francesco Mondini. Eponimo dell'antica popolazione etrusca, Rasenna si pone l'obiettivo di produrre vino con le metodologie di 2500 anni fa, ipotizzando una sorta di archeologia sperimentale.
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Da vigne di oltre cinquant'anni la vendemmia avviene interamente a mano e la vinificazione e l'affinamento in anfore di terracotta smaltata poste tre metri sotto terra.
Il bianco assaggiato, “Album”, è un blend di Trebbiano e Malvasia: al naso si rivela pungente e suadente ad un tempo, spiccano le note di gelsomino, resina, cera d'api, tenute insieme da eleganti movenze sulfuree, poi si apre all'ingresso della frutta secca, albicocca disidratata, cedro candito, uva passa, mandorla e un sospetto finale di macis. In bocca è pieno, caldo, con un'acidità che mantiene vivo il palato e curioso del sorso successivo. Un vino complesso che avrebbe potuto accompagnare i banchetti raffigurati in tanta pittura vascolare antica: tra i profili di Saffo e Alceo delineati sul famoso vaso del pittore di Brygos immaginiamo qualche simposiarca stanare anfore di questo vino “antico”, riempirne e vuotarne preziose kylikes, brindando alle divinità e con le divinità.
Bere buoni vini è molto spes- so preferibile al contrario.
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