Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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La Settima Arte

protagonista a Fara Sabina
di Francesco Buttarelli
Magia, sogno, cultura ed arte nelle notti di agosto al Fara Film Festival. Organizzato dalla sapiente regia di Pietro Oddo, coadiuvato dall'assessore alla cultura del comune Paola Trambusti e dalla responsabile del museo storico Chiara Appolloni, il festival si è sviluppato in quattro giorni, suscitando nei presenti una miscellanea di sensazioni. Ci sono tanti modi infatti per vivere il cinema. Alcuni ne fanno una professione, realizzano film in qualità di registi, produttori, attori, sceneggiatori; altri lo guardano, sperando di esserne incantati e trasportati più vicini o più lontani dalla propria vita. Altri ancora lo studiano per trarne teorie, affascinati dall’inafferrabile universo che il cinema riesce a proporre sin dall'inizio della sua storia. Il Fara Film Festival ha realizzato buona parte di quanto sottolineato.
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Attraverso la visione serale di film d'autore, preceduti da dibattiti ed interviste stimolanti, con attori e registi, Pietro Oddo e Ilario Di Giovambattista sono riusciti a coinvolgere il pubblico rendendolo non solo partecipe, ma parte realmente attiva dell'evento. Personaggi del calibro di Gabriel Garko, Maurizio Mattioli, Pablo e Pedro, Anna Falchi, Gianfrancesco Lazzotti Giselda Volodi, Lorenzo Lazzarini, Lorenzo Giovenga, Maria Chiara Centorami, Alessandro Valori, Cristian Marazziti, sono riusciti a dialogare con il pubblico mettendo a nudo gli aspetti più importanti dell'arte cinematografica. Il culmine dell'evento si è avuto con il concorso del festival del cortometraggio. Un'iniziativa particolare che ha visto protagonista una giuria popolare, chiamata a scegliere il vincitore tra otto splendidi corti in gara sapientemente presentati dalla regista Guendalina Zampagni. Nel corso della cerimonia di premiazione, i giurati hanno evidenziato come non sia stato semplice stilare una graduatoria di merito, visto il valore di ogni singolo opera. Al termine della votazione è risultato vincitore il corto dal titolo “Rocky” di Daniele Pini; un corto ben diretto con una storia originale che si basa sull'esistenza di un amico immaginario, destinato ad avere una scadenza di vita che lascia importanti interrogativi sul senso dell'esistenza.
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Una segnalazione di merito è stata attribuita al corto “Non mi posso lamentare” di Elisa Billi e Cristiana Mecozzi, ambientato in un ipotetico ufficio reclami, il corto si muove in un luogo senza punti di riferimento, immaginario e reale al tempo stesso, qui i problemi dell'umanità veri o ipotetici si accavallano mostrando l'essere umano nudo con la sua problematica esistenziale. Per quattro giorni indimenticabili Fara in Sabina è divenuta un centro propulsivo di arte e cultura. Turisti provenienti da ogni luogo hanno invaso lo splendido centro storico, visitando ogni angolo del suggestivo paese, compreso l’antico convento delle Clarisse. Il regista Marco Mari ha realizzato un corto sui luoghi più significativi dell'antico borgo di Fara in sabina, evidenziandone la storia mistica e coinvolgendo attraverso interviste alcune suore del convento. Un contributo culturale e divulgativo si è avuto da Rai3 Regione, che attraverso i servizi della giornalista Gemma Giovannelli ha raccontato i momenti più significativi del festival. Quando le prime ombre della sera rendevano il borgo ancora più suggestivo, il pubblico degustava i cibi proposti dalla qualificata ditta Martini Eventi in una piazza elegantemente organizzata ad incontri conviviali.
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Effetto Araki

di Marilena Spataro
Effetto Araki, la mostra in corso, fino al 30 settembre, nei suggestivi spazi del complesso di Santa Maria della Scala a Siena, è l'omaggio che la città toscana dedica, per gli oltre 50 anni di carriera, al maestro giapponese Nobuyoshi Araki, tra i maggiori fotografi della contemporaneità di fama internazionale.
«La rassegna, visto il consistente numero di opere fotografiche in esposizione, oltre tremila scatti, e l'ampio lasso di tempo in cui le circa 20 serie di foto sono state realizzate, si pone come una retrospettiva del lavoro del maestro giapponese» commenta il curatore della mostra, Filippo Maggia, che in questa veste, oltre che in quella di amico, segue Araki da più di 20 anni. «Essendo stati invitati - afferma Maggia – già da qualche tempo a tenere una esposizione di lavori di Araki a Siena, abbiamo pensato che sarebbe stata l'occasione giusta per dar vita a qualcosa che tratteggiasse in maniera importante la lunga carriera del maestro, oggi sulla soglia degli ottant'anni. Nasce, appunto, da qui questa vasta selezione di opere che danno conto del suo lungo percorso artistico. Di fatto una retrospettiva vera e propria, considerando che esporre tutta la ricchissima produzione di Nabuyoshi Araki sarebbe impossibile. Seguo da curatore l'artista giapponese da molto tempo e posso tranquillamente affermare che Effetto Araki è veramente una mostra diversa da tutte le altre tenutesi fino a ora in Europa e in Italia, con alcuni lavori realizzati per questo evento e con parecchie serie inedite, in quanto mai esposte in alcuna altra sede». «Questa mostra - prosegue il curatore - é la palese conferma del grande valore artistico e della grande bellezza che caratterizzano il lavoro del maestro Araki. Si va ben al di là, infatti, delle foto del bondage che lo resero famoso nel mondo».
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Tra le serie che vengono presentate a Santa Maria della Scala, è possibile ammirare le Satchin and his brother Mabo, Sentimental night in Kyoto, August, Tokyo Autumn e altre ancora, presentate per la prima volta in Italia, alcune delle quali sono inedite pure in Europa, come Anniversary of Hokusai’s Death e Gloves. Nella raccolta Araki’s Paradise, realizzata appositamente per Siena, si hanno fotografie che Araki scatta utilizzando la sua casa come un palcoscenico. «A Siena, abbiamo un Araki particolarmente originale, riflessivo e emozionante, che qui sembra voler riassumere la sua intera vicenda artistica e umana» sottolinea Maggia.
Lungo il percorso espositivo troviamo il racconto dedicato a Satchin and his brother Mabo, due ragazzini vicini di casa di Araki, immagini degli anni sessanta; Subway of Love, fotografie scattate nella metropolitana di Tokyo a cavallo degli anni settanta; ritratti classici di eleganti donne e uomini giapponesi e le composizioni intitolate Araki’s Lovers degli anni ottanta e novanta; una raffinata selezione di bondage; le immagini appartenenti a Tokyo Diary del decennio 2000-2010, diario fotografico che Araki aggiorna quotidianamente dal 1980, e la cronaca del 2017 intitolata Anniversary of Hokusai’s Death, in onore del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai. Accanto al toccante Sentimental Journey in versione completa (il racconto del viaggio di nozze con la moglie Yoko in 108 fotografie in bianco e nero), viene proposta per la prima volta in Italia l’altrettanto emozionante lavoro intitolato Sentimental night in Kyoto; e poi ancora l’Amant d’Août, dedicata alla modella Komari; le fotografie realizzate in occasione dei 60 anni dalla fine della guerra, The 60th year after the End of the War, e una ventina di dittici dalla serie Tokyo Nude, architetture simboliche della capitale giapponese accostate a nudi femminili. Oltre alle Polaroid organizzate in tavoli, scatti che narrano del quotidiano vivere dell’artista a Tokyo, compaiono altre due recenti serie dedicate alla sua città natale: Tokyo Summer Story e Tokyo Autumn, brillante e luminosa la prima - come lo è la calda estate della capitale giapponese, melanconica e intima la seconda, velata di luce crepuscolare.
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Con le composizioni floreali, a celebrare la bellezza e la caducità della vita, viene presentata anche la serie Balcony of Love, fotografie organizzate sulla terrazza di casa animate dalla presenza del gatto Ciro, insostituibile compagno di vita del fotografo giapponese. «Quello che di Araki mi ha sempre colpito e che ammiro maggiormente - conclude il curatore - è quel suo ricercare a tutti i costi la bellezza e le diverse emozioni che da essa scaturiscono attraverso i suoi scatti, altro aspetto che mi affascina è poi la disinvoltura con cui lavora e la semplicità in cui lo fa. Partendo dalla quotidianità, Araki riesce con il suo obiettivo a costruire immagini di straordinaria qualità estetica, oltre che tecnica. Le sue modelle, ad esempio, sono persone che sceglie tra la gente comune e con cui riesce a instaurare una fortissima comunicazione empatica ed emotiva. Con loro trascorre tutto il tempo necessario, provando e riprovando a volte per mesi, fino a raggiungere quei risultati di grande fascino e perfezione che tutti noi possiamo ammirare nei suoi scatti di ieri e di oggi».
A completare la mostra Effetto Araki, un video che presenta Araki mentre seleziona le opere della mostra insieme al curatore Filippo Maggia e un libro catalogo, edito da Skira, con una selezione di 300 opere fra quelle in mostra.
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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro
“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900
Rabarama, artista italiana nota a un pubblico, anche internazionale, per le sue suggestive figure scultoree d'androgino, ci racconta la sua esperienza in un mondo, come quello della scultura, ancora dominato dal maschile. E ci confida timori e speranze sui progetti futuri che la vedono impegnata in una ricerca stilistica ed espressiva che indaga il rapporto tra spirito e materia.
Rabarama, come e quando nasce il suo incontro con l'arte, in particolare con la scultura?
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«Credo che la necessità di esprimermi tramite la scultura sia sempre stata nel mio DNA, trasmessami dai miei genitori. Mio padre, infatti, è un pittore e scultore noto, mentre mia madre è ceramista. Il poter, sin da piccola, approcciarmi a vari tipi di espressione artistica mi ha permesso di sperimentare e scegliere autonomamente quale fosse quello che meglio esprimeva il mio essere e che sarebbe poi divenuto il mio percorso di vita. La conferma della mia vocazione l’ho avuta a soli 9 anni, partecipando alla mia prima esposizione d’arte a Verona».
Lei è nota soprattutto per le sue figure androgine, ed è tra le poche scultrici italiane della contemporaneità affermatesi a livello internazionale. Come è andata, com'è che ce l'ha fatta?
«Credendo fortemente in quello che sono e che amo fare, studiando per apprendere le basi da cui sviluppare il mio personale linguaggio ed ovviamente lavorando sodo. L’esigenza di comunicare tramite la scultura era ed è per me imprescindibile. Inoltre, nel mio percorso ho avuto anche la fortuna di trovare persone che hanno creduto in me e nel mio messaggio, fino all’incontro con la galleria con la quale ho sottoscritto il mio primo contratto di esclusiva per e- sporre in Italia e all’estero. Ritengo fondamentale mantenere umiltà e professionalità durante tutto il percorso, per non perdere di vista quali sono i propri valori e ciò che mi ha permesso di raggiungere i miei obiettivi».
Qual è la visione che emerge dalle sue sculture, in particolare del femminile?
«Laddove utilizzo il corpo femminile nei miei lavori credo sia possibile individuare armonia nelle forme, forza ed energia positiva».
Quali sono i suoi canoni estetici di riferimento. E quali i moventi artistici da cui nascono le sue “donne”?
«Come riferimento ho due artisti la cui ricerca è stata per me emotivamente molto coinvolgente ed hanno lasciato un segno intenso nel mio lavoro: nella pittura, Lucian Freud, mentre per quanto riguarda la scultura, Louise Bourgeois. Entrambi mi turbano emotivamente, coinvolgendomi ad un livello profondo, ed ispirano il mio lavoro, nel quale metto sempre una parte di me stessa, spesso la più intima che non riuscirei altrimenti a comunicare al mondo».
Quali i materiali che predilige per queste sue figure?
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«Principalmente la terracotta semi refrattaria, a cui sono legata in maniera particolare e con la quale realizzo i prototipi, da cui poi vengono ricavati gli esemplari in bronzo ed a volte originali in marmo. Nel tempo, ho inoltre sperimentato anche altri materiali, tra cui gomma e resina, ferro, legno, ed addirittura metalli preziosi per creazioni di gioielleria. Ogni materiale ha la sua nobiltà se in esso viene trasmesso senza filtri il concetto originale dell’artista».
Anni fa ha affermato: "L’arte nella contemporaneità non è più sempre fedele allo studio delle proporzioni e dell’armonia come in passato". Cosa intendeva dire?
«Un tempo si seguivano dei canoni estetici precisi, cercando di imitare la realtà. Con il contemporaneo, invece, questo limite viene a mancare e si può dare importanza ad un elemento fisico piuttosto che ad un altro per dare maggiore enfasi a quel particolare dettaglio e rafforzare dunque il messaggio che l’artista vuole trasmettere. Ad esempio, io realizzo nelle mie figure mani e piedi con una dimensione maggiorata rispetto ai canoni classici, e la ragione potrebbe essere fatta risalire alla ricerca di effetto ed equilibrio».
Secondo lei, perché nella storia dell’arte la scultura si declina quasi esclusivamente al maschile?
«Perché tendenzialmente è un lavoro faticoso, si ha a che fare con materiali e pesi importanti da gestire. Partendo dal materiale grezzo e informe, il pensiero creativo viene trasformato in opera d’arte attraverso l’ausilio della forza manuale».
Pensa che oggi il mondo femminile da soggetto passivo di rappresentazione artistica, come quasi sempre avveniva in passato, possa trasformarsi in soggetto attivo, capace di portare il suo contributo di creatività nel mondo delle arti figurative?
«Anche in passato ci sono state importanti donne artiste, ma a causa della condizione sociale in cui versavano, e che ancora oggi molte subiscono, non gli era concesso lo spazio ed il riconoscimento che meritavano. Le donne hanno una creatività differente rispetto all’uomo, siamo creatici di vita, e questo sicuramente non può essere escluso dal panorama artistico».
Ultimamente Rabarama sembra essersi resa meno visibile. Una scelta esistenziale, un momento di riflessione o un sopito interesse a stare sotto i riflettori del mondo dell'arte contemporanea?
«Attualmente sto rifondando su delle basi differenti il mio lavoro, che gestisco da ora in completa autonomia (infatti non ho rapporti di esclusiva con nessuna galleria), e questa scelta mi sta rendendo una persona più forte e completa. È un momento di ripresa di coscienza di me che preferisco in parte tenere privato, ma che sicuramente si riflette nel mio lavoro».
Cosa ne pensa delle arti visive di oggi. Le tecnologie che avanzano possono essere utili a sollecitare la creatività artistica o invece, come reputano molti suoi colleghi e maestri del 900, rischiano di diventare strumenti di appiattimento e massificazione dell'arte?
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«Si tratta a mio parere di una generazione nuova che utilizza mezzi differenti. Io nasco dalla scultura classica, ma nel mio percorso ho fatto tentativi di interazione con le nuove tecnologie, per arrivare anche a dei risultati differenti. Tempo fa ho collaborato per un progetto legato mapping 3d su una mia opera, per “darle vita” in un certo senso, mantenendo quel- lo che è il mio personale linguaggio artistico. Il mio cuore comunque rimane nella materia. A mio parere non vi è massificazione, ma un ampliamento dei mezzi che permettono agli artisti di tradurre il proprio pensiero nei più svariati modi».
A cosa sta lavorando in questo periodo?
«Espressione della libertà individuale, su una base di consapevolezza dell’essere, introducendo anche nuove simbologie. La base della mia ricerca è sempre l’essere umano, ma cerco di scavare sempre più a fondo, per sradicare limiti e paure e permettere alla luce interiore di fuoriuscire».
Quali i suoi progetti futuri e i suoi sogni?
«Rimane sempre il desiderio di trasferirmi definitivamente e poter lavorare con maggior continuità all’estero. L’Italia è un paese bellissimo, ricco di arte, ma troppo complicato per chi vuole vivere di questo. È purtroppo chiuso alle nuove iniziative; all’estero c’è più apertura mentale e fame di idee, voglia di creare, conoscere e supportare, anche investendo».
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Cristina Fornarelli: Eros, garbo ed equilibrio

di Giorgio Barassi
Diciamolo subito.
L’erotismo è femmina.
E anche se a raccontarne le pieghe più lontane e gli aspetti più diversi sono stai molti uomini, l’argomento, trattato dalle donne, è meglio descritto.
Sarà per quella loro predisposizione, a volte compulsiva, alla autoanalisi, che coglie nel segno o per semplice narrazione vista dagli occhi di chi è naturalmente fornito, ma le donne ne sanno di più. O forse ne sanno meglio. La pittura non dozzinale o facilmente dimenticabile ci ha regalato grandi interpreti, pennellate carnose e peccaminose, eleganti allusioni ed evidenze del corpo femminile e del suo mostrarsi che non passano via come molto altro. Nondimeno i grandi fumettisti, stavolta prevalentemente maschi, hanno agitato generazioni di adulti (almeno così era scritto: “fumetto per adulti”…) con rotondità accennate o marcate in punta di china, riprodotte in bianco e nero e fortunate quanto le grandi opere che avessero come punto di arrivo “quel che non si dice”. Ma si fa, e chi lo nega mente.
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Cristina Fornarelli parla chiaro, va dritta sul suo binario di racconto erotico garbato e sottile, a volte marcato da qualche dettaglio più malizioso ma mai volgare, né fuori dalle righe. In un bailamme di artisti, spesso presunti, che paiono avere ad obiettivo il solo far parlare di sé, le sarebbe bastato calcare la fortunata mano, educata al liceo artistico di Bari e poi dagli studi severi di design, per scatenare la curiosità, almeno. Ma non è quel che cerca. Il corpo, le commistioni, le inclusioni e gli accorgimenti di una anima informale decorano e campeggiano negli sfondi e sulle figure completando le sue donne e le loro scene, aggiungendo loro quella riconoscibilità che rende le sue opere sempre vive nella memoria di chi le guarda. Dipinti apparentemente essenziali, dall’obiettivo nitido e marcato, ma in realtà pieni di mille dettagli da scoprire guardando dentro ed oltre le semplici e percepibili, gradite sinuosità. In questo c’è la sua cura e la sua accortezza, quelle di mettere nei posti più diversi della superficie della tela gli accenni a un delicato dripping, le pennellate trasversali, una stesura a tratti intermittente come in un puzzle e i colori più diversi che arricchiscono e completano una armonia moderna, nientaffatto confondibile con gli eccessi o con le esasperazioni dei racconti di sesso o di corpi dipinti da chi cerca solo un ipocrita scandalo o un immediato consenso, destinato poi a sgonfiarsi ben presto. La sua è una ricerca che lei stessa definisce “erotica alla maniera di Tinto Brass, su quelle note, ma senza la ricerca assoluta del fischio da apprezzamento maschile fuori luogo e tempo”.
Abbiamo provato a ribattere che il suo è un racconto si erotico, ma vellutato e in discreta penombra creativa, sebbene esplicito ed accattivante. Come gli effetti di Adrian Lyne e di quell’indimenticato film che fu Nove settimane e mezzo. Non possiamo sapere se è d’accordo, perché nella sua natura vulcanica c’è il gettarsi dietro le spalle il pregresso e pensare a lavorare, creando, ammorbidendo, marcando, cercando nuove pose, nuovi corpi da lasciare allo sguardo indiscreto senza una sola macchia di volgarità, pieni di una carica erotica speciale, singolare, delicata e chiara. La storia della pittura nazionale è piena di grandi artisti che del nudo hanno fatto una bandiera. Più o meno segnando il tempo della loro creazione e più o meno destando opinioni discordanti, pareri antitetici, apprezzamenti o rifiuti palesi. È nella storia della fortuna di tutte le opere, si sa. Ma quel che suscita il lavoro della Fornarelli è l’indagine come fatto complementare al solo primo sguardo, che mai si può esaurire in una occhiata fugace. Perché il suo cercare la porta a variazioni che attraggono, a pose studiate che calamitano in un vortice di sensualità e nello stesso tempo di apprezzamento sincero. Nulla è lasciato alla liturgia del dipingere il nudo, né tampoco al caso. La costruzione dei dipinti della tosta pittrice barese e figlia del mondo è piena di elementi concatenati e sciorinati sulla tela con un atteggiamento quasi distaccato, ma complice. Come se una strana e intrigante via di mezzo unisca le tecniche e la passione e i due elementi insieme escano fuori ad ogni osservazione, specialmente se non distratta. Di questi tempi, è merce assai rara. Senza levar gli scudi a favore delle dinamiche, peraltro sacrosante, del- la difesa della figura femminile, se ne fa garbata paladina e difenditrice, spiattellando nei formati più diversi tutto l’eros che alberga in quelle magnifiche creature che chiamiamo restrittivamente donne. Le sue sono donne del mondo, dei posti che ha visitato o che visiterà, perché la sua biografia è cosparsa di viaggi e permanenze da cui ha tratto linfa pittorica, osservazioni, spunti, diari annotati dentro i pennelli. Cristina ha dunque centrato l’obiettivo del racconto del corpo e della sua bellezza cercando di variare sul tema senza guardare le sue tele con il distacco snob di chi sembra essere genitore di mille creazioni e galleggia in un’aura di finta superiorità. Lei è, invece, parte integrante delle sue figure.
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Eppure sembra allontanarsene in ragione, però, del fatto semplice di doversi occupare continuamente di rinnovare, modulare e cambiare passo, costruzione e identità a quei corpi, restituendoceli ancora più ricchi e diversi, senza il rischio di affezionarcisi troppo. E cosi li rende ancora più carichi di sano erotismo, singoli nella loro unicità senza perdere il senso della unità concettuale del suo prodotto. Un cammino complesso ma ininterrotto, con approdi possibili ovunque possa sciogliere le riserve del “non si dice” e “non si fa”. Inutile negare che il tema dell’erotismo interessa chiunque. A parlarne, cantarne e dipingerne senza veli mentali sono in pochi, per coraggio creativo e senza inibizioni indotte. è così che lei dipinge. Senza falsi pudori, con equilibrio ed oggettività.
Impegnata, tra l’altro, nel progetto artistico CalifArte, ha dato anima e colori a due canzoni di Califano (che di donne fu indiscusso cantore e appassionato seduttore) forse meno note delle altre ma piene di ammirazione per il sesso erroneamente definito debole. Amanti anonimi e Una donna diventano racconti di quotidiana e perfino popolare carica erotica, scene da semplice camera da letto e non da alcova, da grande albergo e non da motel. Una differenza non minima. C’è modo e modo di mostrarsi, direbbero le fantasticate mangiatrici di uomini, ma lo dice anche la logica. La potenza dei corpi della Fornarelli sta nella loro essenziale semplicità, che alla fine è l’ingrediente migliore per rendere tutto più misterioso e più ricco. Per quanto arricchite da una incessante ricerca tecnica, le sue sono donne, tante donne, a cui per avventura potrem- mo aver stretto la mano o ammiccato, suggellando il rituale più antico e noto del corteggiamento, che, ahinoi, sta via via perdendo forma e diffusione. Fatto che non capiterà a questa artista che mostra di avere il senso equilibrato del significato della parola eros e quello altrettanto equilibrato di una pittura che prima di ogni cosa altra, è assai gradevole.
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Galleria Pontevecchio di Imola

Viale C.Pisacane, 31/A
40026 IMOLA (Bologna)
dal 24 agosto al 6 settembre 2019
Logos Contemporary Art Summertime 2019
Forme e colori dell'immaginario
collettiva di pittura e scultura
Sguardi di colore oltre il visibile
personale di pittura di Giusy Dibilio
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Dopo una breve pausa estiva, ha riaperto i battenti la Galleria Pontevecchio di Imola, dove, il 24 agosto, alle 18,30, si sono inaugurate in contemporanea le mostre Forme e colori dell'immaginario, collettiva di pittura e scultura, e la personale di pittura di Giusy Dibilio, Sguardi di colore oltre il visibile.
I due eventi espositivi, sono stati promossi dall'Associazione culturale LOGOS in collaborazione con l'Associazione culturale Arte&Arte in Imola e con la nota Galleria Ess&rrE di Roma che ha partecipato all'esposizione con alcuni dei suoi migliori talenti.
Ad esporre per la galleria di Roma, sono state chiamate quattro pittrici di scuola romana e una scultrice di scuola faentina. Per la pittura hanno esposto: Giusy Dibilio, (che, oltre a tenere una sua personale, è stata presente con un paio di dipinti anche nella collettiva), Laila, Annalisa Macchione, Rita Lombardi. Sul fronte scultura Ess&rrE si è presentata con la scultrice/ceramista imolese, Elena Modelli. Altra scultrice/ceramista in mostra è la faentina Anna Grossi, allieva del maestro Guido Mariani di Faenza.
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A questi validi artisti si sono aggiunti, con i loro suggestivi lavori, due, altrettanto validi, pittori bolognesi, Maria Leanna Serri, della scuola del maestro Fausto Minestrini di Perugia, e Roberto Tomba, artista di lungo corso e d'innegabile originalità, legato all'Associazione LOGOS e a una serie d'importanti gallerie di Bologna.
Al vernissage del 24 Agosto, hanno presenziato, oltre agli artisti, la titolare della Galleria Pontevecchio di Imola, Anna Giargoni, il titolare della Galleria Ess&rrE di Roma, Roberto Sparaci, il critico d'arte, Alberto Gross, la curatrice, Marilena Spataro.
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I tesori del “Museum of Modern Art Dubrovnik"

dal 4 luglio al 29 settembre 2019
di Svjetlana Lipanović
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Uno dei più prestigiosi musei croati “Museum of Modern Art Dubrovnik” (Umjetnička galerija Dubrovnik) sito nella omonima città antica sulle sponde dell’Adriatico, ha esposto i suoi tesori inestimabili nelle tre grandi mostre organizzate presso lo spazio espositivo del Museo ed, anche nell’ambito della “Galleria Dulčić, Masle, Pulitika”. Il 4 luglio nella splendida Villa Banac , in cui ha sede il Museo si è inaugurata la grande esposizione disposta sui tre piani, intitolata: “ L’arte moderna e contemporanea: la mostra dalla collezione del “Museum of Modern Art Dubrovnik”, che si potrà ammirare fino al 18 agosto 2019. Nelle ampie sale del Museo, sono visibili i quadri selezionati tra circa 2700 opere della collezione, che illustrano l’arte croata dalla fine del 19 secolo. ai giorni nostri. La Villa Banac, una costruzione armoniosa in marmo dell’ architettura moderna croata con una vista mozzafiato sul mare e all’isola di Lokrum è un “scrigno” perfetto per custodire le immortali opere di Vlaho Bukovac, Mate Celestin Medović, Ivan Meštrović, Emanuel Vidović che si possono considerare gli iniziatori dell’arte moderna croata. Nei loro quadri si riflettono i periodi in cui hanno vissuto ed, i stili che variano dalla Secessione e dall’Impressionismo per arrivare all’ Espressionismo. Oltre questi grandi nomi sono presenti anche gli artisti del 20 secolo: Ivo Dulčić, Miroslav Kraljević, Antun Masle, Đuro Pulitika, Edo Murtić, Oton Gliha, Dušan Džamonja, Frano Kršinić, Vladimir Becić e tanti altri illustri nomi.
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I pittori di Dubrovnik sono rappresentati con Josip Trostmann, Tomo Gusić, Josip Škerlj, Slaven Tolj, Ana Opalić, Dubravka Lošić, ed altri. Si notano le influenze degli anni cinquanta e sessanta, le tendenze della pittura post-moderna degli anni ottanta fino alle varie espressioni d’arte in cui sono inclusi: fotografie, installazioni, video, ecc. Steven McCurry, Robert Farber, Mladen Tudor, Damir Fabijanić, con altri fotografi conosciuti a livello internazionale sono presenti all’esposizione, con le loro opere. L’importante mostra è a cura della Dott.ssa Rozana Vojvoda. Nel centro della Città si trova “ Galleria Dulčić, Masle, Pulitika” in cui dai primi di luglio fino al 29 settembre sono state allestite due mostre, una dedicata agli artisti Ivo Dulčić, Antun Masle, Đuro Pulitika che sono i tre rappresentanti eccellenti dei pittori ragusei contemporanei. I loro quadri riconoscibili dallo stile inconfondibile, rischiarati dalla luce accecante del sole e, dipinti con i colori vivaci sono esposti al primo piano, mentre al secondo, in cui si trova la mostra “ I paesaggi e le vedute 1905-1955” ci si può immergere nelle magnifiche immagini con cui gli artisti ragusei hanno fermato sulle tele le scene viste, alla metà del secolo scorso.
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I due curatori delle mostre sono la Dott.ssa Petra Golušić e, la Dott.ssa Rozana Vojvoda. Nel periodo estivo, le tre mostre senza dubbio, sono degli eventi culturali che saranno una piacevole sorpresa per gli amanti d’arte ed anche per tutti i visitatori della Città che vogliono trovare una oasi di pace per godere della grande bellezza delle opere esposte.
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Festival della Mente - XVI edizione

Sarzana, dal 30 agosto al 1 settembre 2019
Dal 30 agosto al 1 settembre torna a Sarzana uno degli appuntamenti culturali più attesi di fine estate, il Festival della Mente, il primo festival in Europa dedicato alla creatività, diretto da Benedetta Marietti e promosso dalla
Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana
(www.festivaldellamente.it).
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Filo conduttore della XVI edizione è il concetto di futuro, che sarà indagato e approfondito, da diversi punti di vista, attraverso le parole di scienziati, filosofi, letterati, storici, artisti italiani e stranieri.
Con conferenze, dialoghi, laboratori e spettacoli, da sedici anni il Festival esplora, con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti, la nascita e lo sviluppo delle idee e dei processi creativi, affrontando sempre temi di attualità sociale e scientifica con uno sguardo interdisciplinare per consentire al pubblico di orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo.
«Il concetto di “futuro” è sempre stato importante e necessario per la mente umana – spiega Benedetta Marietti – ma acquista particolare significato in un’epoca come la nostra, densa di cambiamenti sociali, di trasformazioni tecnologiche e di incognite che gravano sul presente. Con il consueto approccio multidisciplinare, il festival si interroga sugli scenari possibili che ci attendono in campo scientifico e umanistico, senza però dimenticare che per immaginare un futuro a misura d’uomo bisogna per forza conoscere il passato. E con la ferma convinzione che il miglior modo per predire il futuro, come sosteneva Abraham Lincoln, sia crearlo e inventarlo a partire dall’oggi».
Durante i tre giorni del festival il pubblico potrà incontrare nomi importanti della scienza e della letteratura, tra cui alcuni ospiti affezionati della manifestazione, come lo storico Alessandro Barbero, lo studioso del mondo classico Matteo Nucci e lo psicanalista Massimo Recalcati, ed ascoltare anche voci inedite del panorama culturale italiano e internazionale in una quarantina di incontri che registrano ogni anno una grandissima affluenza di pubblico. Così come non mancherà la sezione per bambini e ragazzi – curata da Francesca Gianfranchi – con i suoi numerosi workshop, letture animate e spettacoli sempre presi d’assalto dall’entusiasmo dei più piccoli.
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Anche per l’edizione 2019 saranno coinvolti numerosissimi volontari – ragazzi delle scuole superiori, studenti universitari, associazioni culturali: lo scorso anno in 500 con impegno e vitalità hanno contribuito a decretare il successo del festival.
Facebook: @festivaldellamente
Twitter: @FestdellaMente
Instagram: festival_della_mente
Canale Youtube: Festival della Mente Sarzana
L’hashtag ufficiale del festival è #FdM19
Informazioni sul sito:
www.festivaldellamente.it
Ufficio stampa: Delos - 02.8052151 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Minestrini and friends

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La mostra creata da Fausto Minestrini, dopo il successo al “Minestrini Master Cup”, gara di golf svoltasi all’“Antognolla golf” dove il Maestro ha messo in premio alcune sue opere e ha invitato gli allievi a dipingere nel prestigioso circolo sportivo, ha avuto seguito al Porto turistico di Roma in un altro meraviglioso spazio che è appunto la sede della Galleria Ess&rrE che vanta numerose esposizioni all’interno del Porto stesso.
La voglia di proporre artisti che fanno parte dell’esperienza quarantennale del noto pittore, scultore, performer e anche lodevole giocatore di golf, oltre che ideatore dello studio dove gli allievi prendono tutto ciò che da un artista del suo calibro ci si attende e che può trasmettere in fantasia, capacità, idee, voglia di inventare nuove opere, ci ha dato l’idea di realizzare una collettiva proponendo ai nostri collezionisti, amici e anche solo curiosi di godere per fare proprie le opere degli stessi che sono stati qui invitati e che sono stati presenti per l’inaugurazione del 20 luglio con circa 25 opere di livello assoluto.
Lo scopo è quello di proseguire un progetto in cui crediamo molto, che ha suscitato un importante interesse all’interno dell’Antognolla golf ed avrà maggiore spinta dalla collaborazione con la Galleria Ess&rrE e della Acca Edizioni che continueranno a seguire con interesse le capacità pittoriche di questi artisti.
L’inaugurazione dell’evento si è tenuta il giorno 20 luglio alle ore 18,00 presso la Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma e si è conclusa il 2 agosto.
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Gli artisti in esposizione sono stati: Fausto Minestrini, Paolo Ballerani, Lucia Arcelli, Eugenia Caceres, Claudia Fulvi, Barbara Cosmi, Giovanna Papa, Danilo Mariani, Roberto Mariani, Giusy Palombi.

Galleria Ess&rrE
Porto turistico di Roma – loc. 876

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

00121 Roma – cell. 329 4681684

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Etruschi Maestri Artigiani

…“nuove prospettive” da Tarquinia e Cerveteri
di Marina Novelli
Nel mese di luglio di quindici anni fa, le necropoli etrusche di Tarquinia e Cerveteri venivano iscritte nella lista del patrimonio mondiale UNESCO (United Nations Educational Scientifical and Cultural Organization) e proprio al fine di celebrare questo importante anniversario, lo scorso 25 luglio si è tenuta presso il Museo Nazionale Tarquiniense, la Conferenza Stampa relativa all’apertura della prestigiosa mostra Etruschi Maestri Artigiani estesa appunto tra le due città, che da sempre rappresentano nell’immaginario collettivo, la fisionomia degli Etruschi. È straordinario celebrare le pitture della Necropoli di Tarquinia, dove si stagliano con vividi colori le loro scene di vita quotidiana, nonché il paesaggio dei maestosi tumuli di Cerveteri, simbolo di grande senso di devozione e rispetto per i defunti ed immensa testimonianza dell’antica civiltà etrusca. Ed è proprio in virtù di queste abilità indiscusse degli Etruschi come artigiani, ma anche per la loro capacità di apprezzare le arti, che si è giunti alla creazione di questo patrimonio archeologico e storico-artistico, più unico che raro, da cui hanno avuto origine le motivazioni che l’UNESCO ha espresso e che riportiamo per esteso:
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1. Le necropoli di Tarquinia e di Cerveteri sono capolavoro del genio creativo: le grandi pitture murali di Tarquinia sono eccezionali sia per la qualità di esecuzione che per il loro contenuto, che rivela aspetti della vita, della morte e del credo religioso degli antichi Etruschi. Cerveteri mostra in un contesto funerario lo stesso progetto urbanistico e gli stessi schemi architettonici che venivano applicati nella progettazione delle antiche città.
2. Le due necropoli costituiscono un’unica eccezionale testimonianza dell’antica civiltà Etrusca, l’unica civiltà urbanizzata nell’Italia pre-romana. Inoltre, la rappresentazione della vita quotidiana sulle tombe affrescate, molte delle quali sono riproduzioni di case Etrusche, è una testimonianza unica di questa cultura scomparsa.
3. Molte delle tombe di Tarquinia e di Cerveteri rappresentano tipologie di abitazioni che non esistono più. I cimiteri, progettati come città, sono tra i più antichi esistenti nella regione.
Etruschi maestri artigiani. Nuove prospettive da Cerveteri e Tarquinia rappresenta la prima fase di un rinnovamento degli allestimenti e dei percorsi espositivi, in grado di interessare tutto il sito UNESCO, verso un sistema omogeneo di comunicazione, fruizione e valorizzazione. “Nuove prospettive”, sta ad indicare “nuove chiavi di lettura” – ha specificato Daniela De Angelis, direttrice del Sito Unesco di Cerveteri e Tarquinia - come ad esempio lo studio tecnologico e la riproduzione sperimentale degli oggetti, presenti nella prima mostra nel Museo di Tarquinia; il visitatore è infatti invitato ad osservare quanto esposto nelle vetrine e lungo i percorsi di visita, al fine di un migliore apprezzamento del valore storico, culturale e artistico.
Necropoli Cerveteri tumuli monumenti funebri della civiltà etrusca presenti a Cerveteri e patrimonio dellumanità dal 2004
<< Si sente spesso dire che l’obiettivo dei nostri musei e più in generale dei nostri beni culturali deve essere solo e soltanto il turismo internazionale – specifica Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio – a seconda delle circostanze identificato con il pubblico cinese, l’americano, il giapponese e così via. Ora – ella prosegue – il dato reale suggerisce esattamente il contrario. Il dato reale ci dice che il museo, i nostri beni culturali sono ben tutelati e ben gestiti quando vivono in armonia con i rispettivi contesti. Solo così i musei italiani, il paesaggio italiano, la cultura italiana possono fra l’altro acquisire la fisionomia di un potente attrattore per il turismo internazionale>>. Già!...e infatti possiamo ben affermare che questa mostra non designa soltanto l’apertura al pubblico di una prestigiosa esposizione ma pone un altro tassello realizzato dalla vincente strategia di promozione dei musei e delle aree archeologiche fin dalla metà del 2018. Ci è doveroso pertanto aggiungere che l’esposizione sapientemente curata da Andrea Cardarelli e Alessandro Naso, applica una rilettura delle prestigiose raccolte già esistenti nei due musei, anche grazie ai confronti offerti dalla presenza di importanti prestiti come ad esempio alcuni capolavori ceramici conservati a Roma, presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e alcuni celebri oggetti preziosi della Tomba Regolini Galassi, di proprietà delle collezioni dei Musei Vaticani, che per la prima volta tornano a Cerveteri, dove in realtà furono scoperti. Dal percorso museale emergono non pochi reperti particolarmente significativi provenienti dalle necropoli, come abbiamo visto, di Tarquinia e Cerveteri che in maniera estremamente elegante vengono esposti al pubblico. I percorsi realizzati si snodano tra alcune delle più significative produzioni artigianali caratteristiche delle due città: per quanto riguarda le fasi più antiche attribuibili all’aspetto comunemente noto come periodo villanoviano, per Tarquinia si è puntato l’interesse sulla produzione metallurgica, che rappresenta una delle più eclatanti componenti artigianali della prima età del Ferro, mentre per Cerveteri invece è stata considerata la produzione tessile. Ai visitatori è infatti concesso di ammirare sotto una nuova luce oggetti di raro pregio, come l’eccezionale corredo della tomba tarquiniense con la celebre situla (un particolare tipo di vaso cilindrico) dell’inizio del VII secolo a.C. recante il nome in caratteri geroglifici del faraone Bocchoris, ma anche una tomba-lituo, uno scudo e una scure in bronzo finemente decorati, sepolti nel VII secolo a.C. come offerta rituale in un antico deposito votivo di Tarquinia. Dalla fine del VI all’inizio del V sec. a.C. l’importazione di vasellame dipinto da varie regioni della Grecia, con la preminenza assoluta dell’Attica e di Atene in particolare, raggiunse l’apogeo: molti vasi dell’epoca, opportunamente evidenziati nell’esposizione, riportano scene suggestive, che costituirono al tempo un potente ed efficace veicolo di diffusione della cultura e della mitologia dei Greci anche nell’Italia centrale. Ne è celebre testimonianza uno degli oggetti più famosi conservati nel Museo di Cerveteri: il cratere di Euphronios, noto capolavoro della produzione attica, che un etrusco ha voluto per sé e nella sua dimora eterna. La presenza di opere realizzate direttamente da artisti greci ha poi stimolato in Etruria una ricca produzione locale, testimoniata ad esempio dal gruppo delle idrie ceretane (ampi vasi per contenere bevande o raccogliere voti o come urne cinerarie) con il loro stile originale e immediatamente riconoscibile. Ma, nella prospettiva prescelta e con l’intento di far apprezzare la complessità delle operazioni richieste dall’articolata catena artigianale, si è quindi deciso di riprodurre come oggetto-campione un elmo bronzeo di particolare prestigio e significato socio-economico della prima età del Ferro (fine X – VIII sec. a.C.), riprendendo in video le fasi della sequenza produttiva per mostrarle accanto agli oggetti originali e alle riproduzioni. In questo modo sarà possibile a tutti i visitatori verificare quali cognizioni tecniche e quanto sapere artigianale si celino in oggetti, ai quali (… purtroppo!) non si concede che un’occhiata frettolosa.
Concludendo, riportiamo quanto affermato da Edith Gabrielli: <>… e, aggiungiamo noi, vi pare poco?
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Evoluzione - Maurizio Baiocchini

Maurizio Baiocchini
in mostra personale presso la Galleria Ess&rrE Vi invita al finissage il giorno sabato 24 agosto 2019 alle ore 18:30.


Nasce a Roma e si laurea in ingegneria svolgendo per numerosi anni e ricoprendo ruoli importanti nella propria attività.

Artista eclettico, mai ripetitivo negli stili di pittura, è presente in annuari, cataloghi e riviste d’arte moderna e contemporanea.


Ospite all’interno della mostra la fotografa Simona Barrella che propone 12 fotografie dal titolo “Happy” .

Non è solo ritratto della luce la fotografia, qualche volta è il ritratto dell’anima.


Porto turistico di Roma - loc. 876

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - cell. +39 339 5069728

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