Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

URL del sito web:

Nel segno della Musa (Rocchetti)

Le interviste di Marilena Spataro
“Ritratti d’artista”
Nazareno Rocchetti, marchigiano doc: pittore, scultore, ceramista, performer. Artista eclettico, dalle mille sfaccettature. Con nel cuore le Marche cui regala la sua ennesima mostra di scultura monumentale:
“Anthropomorphosis. Nella forma del legno”.
Ripe San Giensio, dal 30 Giugno al 30 Agosto 2019
crediti fotografici di Paolo Cudini
nel segno della musa
Quando e come è avvenuto il suo incontro con l'arte?
«Credo che il talento artistico sia qualcosa che, in un modo o nell'altro, appartiene all'essere umano fin dal momento della sua nascita. Solo che poi per l'incontro vero e proprio con l'arte occorre trovare la chiave capace di aprire la porta dove quel talento naturale si trova. Per me è stato così: a fornirmi la chiave che ha liberato la mia ispirazione artistica è stato il maestro spagnolo Josè Guevara. Lo conobbi per motivi di carattere professionale; visto che al tempo esercitavo da fisioterapista, venne da me per dei trattamenti. Le nostre conversazioni ben presto scivolarono sull'arte e, non appena ebbi modo di vedere le sue opere, me ne innamorai perdutamente. Da queste “visione” e dalle nostre chiacchierate scaturii in me una grande curiosità e un interesse profondo nei confronti dell'arte, il che fu la spinta definitiva che mi portò a decidere di iniziare il mio percorso artistico con più convinzione e consapevolezza di prima; sì perchè, precedentemente all'incontro con il maestro spagnolo, avevo iniziato a bazzicare l'arte, cimentandomi con la terracotta da cui traevo sculture ispirate al mondo naturale o a figure di amici e familiari. Al tempo, come già detto, esercitavo la professione di fisioterapista e un giorno quasi per caso presi a manipolare la creta notando subito che così come mi veniva bene e spontaneo manipolare il corpo per fini terapeutici, altrettanto bene mi veniva manipolare la materia per finalità creative».
Quali i modelli e gli artisti che l'hanno guidata lungo questo suo percorso?
«Innanzitutto è la natura ad essere la mia prima maestra. Sono un autodidatta e, nonostante le mie scar- se conoscenze accademiche, reputo di potermi considerare la più bella espressione dell'ignoranza del- l'arte, ad insegnarmi e ad ispirarmi è sufficiente la natura, perché basta avere gli occhi e una buona vista per cogliere i capolavori che essa ci offre».
Qual è la poetica di fondo che fa da filo conduttore al suo lavoro?
«L'amore, la famiglia, tutte quelle cose che ho potuto assaporare in giovane età, valori questi che in una società come la nostra, sempre più spesso vengono a mancare. C'è in me per questo una profonda delusione, quasi una tribolazione, sentimenti che mi coinvolgono emotivamente anche dal punto di vista artistico, nelle mie opere desidero esprimere e rappresentare appunto questo coacervo di emozioni che convivono dentro di me, da cui, però, non sono esenti anche ottimismo, gioia di vivere e tanta passionalità. Passionalità che poi è la chiave di volta di tutto il mio lavoro, sia in pittura, dove adotto la tecnica del fuoco, che è tutto dire, e che ho appreso dal maestro ed amico Josè Guevara, sia nella scultura e quant'altro, dove lo scavare e il manipolare mi viene proprio dalla forza della passione».
nel segno della musa 1
Quindi le sue opere vengono concepite più sull'onda delle emozioni piuttosto che, come accade per molti artisti oggi, sulla base di un progetto artistico?
«Non v'è ombra di dubbio! Senza emozioni non si fa arte. Certamente oggi c'è un'arte che corrisponde all'arte del business, ma questa, a mio avviso, non ha niente a che fare con la vera arte, che è quella del cuore e dei valori che ci hanno insegnato, che poi sono quelli fondanti, quanto fondamentali, per l'uomo e per la società. L'arte oltre ad avere valenze di carattere estetico deve possedere una forza di carattere etico, culturale e sociale. Sostengo da sempre che la conoscenza artistica è indispensabile per la formazione dell'essere umano e della società e che, perciò, andrebbe acquisita fin dalla più giovane età, l'arte è infatti capace di conferire una sensibilità tale che nessun altro insegnamento è in grado di dare. Purtroppo in una società materialistica come quella in cui viviamo, ribadisco, tutto si riduce al business, un discorso come questo si fa molta fatica a portarlo avanti, specie da noi in Italia. Non è un caso che il nostro Paese sul fronte dell'arte contemporanea sia la cenerentola dell'Europa. Continuiamo a vivere sugli allori del Rinascimento, che sebbene sia stato un momento unico al mondo a di rara magia, è ormai storia. Abbiamo poi avuto il 600, 700, 800 e 900. Ora che siamo negli anni 2000 occorre prendere atto che ci si deve adeguare all'arte del nostro tempo, valorizzando meglio e di più le nostre risorse artistiche e umane della contemporaneità, che sono tante e molto valide, quanto, se non più, che altrove».
Quale il suo impegno in questa direzione?
«Io vivo per l'arte. Adesso che ho raggiunto un'età in cui ci si può appropriare del proprio tempo, allorchè si può dire qualcosa in più rispetto a quando si lavorava e quindi, in modo o nell'altro, si era condizionati nelle relazioni sociali, non faccio altro che esprimere in piena libertà a parole e nei fatti, specie attraverso l'arte, il mio pensiero e la mia visione delle cose. Le mie mani, queste mani che il Signore mi ha donato come un prezioso regalo e che mi hanno permesso di svolgere un lavoro dignitoso che ha contribuito a farmi conoscere e a farmi apprezzare da tante gente, poi amici, sono quelle stesse mani che scolpiscono e che dipingono e che desiderano dare al mondo il loro contributo attraverso il lavoro artistico. Mio padre mi ha insegnato che le nostre mani sono fatte una per prendere e una per donare. E che bisogna prima di tutto donare, che a prendere si è sempre in tempo. Ecco, con le mie mani io desidero innanzitutto dare, dare ogni cosa che sia nelle mie possibilità d'artista. Reputo sia doveroso divulgare l'arte con tutti i mezzi e in tutte le maniere possibili specialmente tra le nuove generazioni che vanno educate in tal senso; nella caducità della vita, l'arte è ciò che resta e che ci rende immortali individualmente e collettivamente, essa è la maggiore testimonianza del nostro passaggio, della nostra civiltà e del tempo in cui si vive, in cui si è vissuti».
In questo momento quali sono le forme espressive e i linguaggi artistici che meglio rappresentano la sua poetica. E quali i materiali che ama utilizzare in scultura?
«Amo tutti quei materiali che mi portano allo scontro perchè così, scontrandomi con la materia, riesco a penetrarne la più intima natura. Lavoro con piacere su materie dure: pietre, bronzo, legno, specie l'ulivo, che è un legno meraviglioso che possiede un linguaggio fantastico. Dietro alla dura corteccia, gli ulivi nascondono dei tesori che non tutti possono vedere: si coprono per non far vedere, come appunto fanno tutti gli esseri umani, io ho la possibilità di spogliarli questi ulivi, questi alberi, per vedere le bellezze che ci sono dentro e vedendole cerco di esaltarne la natura scolpendo delle figure che sento appartenere a loro così come all'intera umanità. Tali figure le “forgio” per farle parlare di amore, di abbracci, della sacralità del vivere. Fare questo, dare sacralità alle mie opere mi viene spontaneo, è qualcosa di ancestrale che mi porto dentro, quell'abbraccio universale, cosmico, francescano, sento che mi appartiene da sempre e cerco di condividerlo con il mondo attraverso la mia arte, così come ho fatto con il mio Cristo delle Marche, un'opera scultorea in granito nero, alta quasi tre metri dove un Cristo senza croce, da un'altura che spazia tra terra, mare e cielo, abbraccia le Marche e simbolicamente l'intero universo».
nel segno della musa 2
Attualmente è impegnato con una serie di eventi espositivi, tra cui una mostra temporanea di sculture monumentali in legno che si svolgerà in una suggestiva location all'aperto a Ripe San Ginesio, e alla quale, mi pare, lei conferisce un valore particolare. Ce ne parla?
«Sono un marchigiano doc e tifo per le Marche. Una regione bellissima situata nel cuore del nostro meraviglioso Paese. Il che è davvero simbolico. Un cuore bellissimo, ricco di arte e di bellezze naturali straordinarie, come testimoniano gli stupendi borghi di cui questa nostra terra è ricca e che vanno valorizzati e promossi perchè meritano di essere conosciuti e visitati, insieme al loro straordinario patrimonio umano, culturale, artistico e, non ultimo, architettonico. Ho vissuto per anni da giovane in giro per l'Italia e ho girato il mondo, ma con me ho portato le Marche sempre nel cuore. Da anni ormai sono rientrato nella mia terra dove vivo e lavoro felicemente presso una contrada di Cingoli, in provincia di Macerata. Questa mostra a Ripe San Giensio, un piccolo quanto affascinante borgo del Maceratese, come tutte le altre mostre che ho realizzato e che spero realizzerò in futuro nei meravigliosi borghi sparsi per le Marche, è per me di eccezionale importanza: la mia arte trasuda marchigianità e mi dà gioia pensare che le esposizioni e gli eventi che mi riguardano possano costituire un'ulteriore attrattiva per far conoscere l'incantesimo di questi nostri luoghi, vere e proprie perle incastonate tra mare e montagna, al maggior numero di gente possibile. Spero che chi abita le grandi città venendoci a visitare capisca di quanta bellezza e serenità si possa godere qui da noi».
C'è ancora un sogno nel cassetto, dell'ormai affermato artista Nazareno Rocchetti, che attende di realizzarsi?
«Guardi, sto facendo il tavolo adesso. Quando sarà ultimato il tavolo ci metterò il cassetto e dopo le svelerò il mio sogno. Occorre quindi pazientare ancora un po' per saperlo».
  • Pubblicato in Rivista

Ma guarda un Pop

di Giorgio Barassi
tripassi barassi 1
Non è facile essere, con coerenza e costanza, testimone di un tempo che non si è vissuto. Eppure sembra che Eolo Tripassi sia stato oggi e davvero a cavalcioni di una Honda 750 four, capelli al vento, magari con un foulard legato a cravatta e i Levi’s scampanati a rischiare la bruciatura accanto alla testata e al tubo di scappamento, mentre una lei riccioluta gli spinge i seni contro la schiena ad ogni cambiata. Pare proprio che abbia dato una sonora sgommata da una vecchia Duetto in una di quelle vie di Roma che oggi si percorrono a piedi, fatte le italiche e ricorrenti eccezioni. Avremmo potuto immaginarlo altrove, nel panorama degli anni 70, coacervo di bellezza, contestazioni e sangue. Ma Tripassi non fa sconti. Il suo dipingere arriva come una frustata, si fa largo tra la consuetudine e i remake che hanno molto di nostalgico e pure tanto di banale. Realizza una pittura evocativa ma vista con un occhio tanto garbato quanto accorto. Invoca, richiama, rilegge e dipinge come fosse lì ed allora, senza che noi ci si perda nel trito meandro del “ somiglia a…”.
Questa sua sfacciataggine è figlia di una profonda conoscenza, oltre che di una attenzione alle tinte da cui emerge anche un umano distacco, perché il pittore non diventi prigioniero della sua pittura ma la usi come imbattibile arma, possedendone i segreti. Da quella conoscenza, mai rinnegata e sempre rinfoltita attraverso racconti, osservazioni, opere che gli passano tra le mani, collezioni di antichi amici e giovani neofiti, arrivano figure e modi che allora sottolinearono una importante frattura sociale e oggi vengono richiamate al tempo come fossero (e in molti casi sono) più attuali dell’asfittico attuale.
tripassi barassi 2
Guardando il corpus dei suoi lavori riemerge un dato a cui si fa caso solo dopo dettagliata osservazione: i suoi dipinti fanno riemergere il bel volto di un epoca restrittivamente definita “Pop”, ma che in realtà ha gettato le basi su cui si è appoggiata fin troppo la pittura e la non-pittura dei decenni seguenti. A questa seconda caratteristica di quella fase artistica, Tripassi tiene di più. Se, come Giovan Battista Marino reclamava quattrocento anni fa “è del poeta il fin la meraviglia…” , ciò vale anche per l’artista, il cui merito primario è quello di destare la meraviglia, riuscendoci o meno. In questo, Tripassi riesce senza sforzi, perché le carte da pacchi (che evocano Schifano senza scimmiottarlo) i profili umani senza volto (e qui è chiamato in causa il Mambor migliore) e molte altre impostazioni delle sue opere hanno nella narrazione singolare e nella unicità espressiva l’elemento che le rende gradite come fossero uscite oggi da un pennello di quella genìa di artisti che alla opinione e conoscenza comune sono pochi, ma che in realtà erano di più e avrebbero potuto maggiormente raccontare la loro arte se questa nazione non fosse avvinghiata da una bigottaggine di pensiero diffusa quanto biasimabile.
In tempi attuali, vedere le sue opere è come rivedere “Malizia” o “Peccato veniale”, con una maturità che permette di accorgersi di una completezza e di una efficacia che all’epoca, ammantate dalla soverchia bellezza della Antonelli, ci sfuggirono in nome di uno sguardo attento ad altro, per ragioni naturali e condivisibili. Ci si può rileggere gli ultimi film in bianco e nero, la faccia dolce di Katiuscia o quella da bel duro di Franco Gasparri, un Cremino o una 124 sport, purché si badi alla intima forza dell’andare di una pittura si evocativa, ma spostata nel contemporaneo da una spinta introspettiva piena di confronti con l’altro, di richiami alla riflessione, di dichiarazioni sul sociale che spesso campeggiano in scritte verticali come quelle dei bar di allora.
Tripassi barassi
Tripassi ha dunque dato corpo alle ombre della Pop Art italiana. Non ha pescato solo dal repertorio di “quei tre” di Piazza del Popolo, ma pare far riemergere, nella struttura e nella operazione artistica nuda e cruda, quella folta schiera di artisti che avrebbero potuto (e in parte ci sono riusciti) dire la loro. È come se rivendicasse la poetica di Pascali, Fioroni, Tacchi, Lombardo, Lo Savio, Kounellis, Maselli ed altri di cui può sfuggire il nome ma mai l’importanza. Eolo Tripassi ne rivendica l’esistenza sferrando i suoi colpi migliori, che sono come un grido di vendetta a favore di una autentica epopea, addormentata agli occhi dei più per ragioni diverse, commerciali e di malcostume. Fa sempre più comodo, al pub- blico, ricordare poco e pochi nomi. Quelli che avevano fatto veramente chiasso allora sono spariti dalle citazioni di maniera e riaffiorano prepotenti nelle costruzioni Pop di questo artista dall’animo gentile, come dicono i suoi azzurri moderati e sognanti, ma senza anemici sfumati di smalto o afflittivi scuri troppo autoreferenziali o di mera protesta.
Impegnato, tra l’altro, nel progetto CalifArte, lui che di Califano fu amico e confidente, esalta le doti introspettive e fa sfavillare di introspezione e garbato racconto le opere dedicate alle canzoni del Maestro. Il sentimento non manca mai, figuriamoci quando si parla dell’amico Poeta.
È come se quella valanga di idee, a molti ignote, filtrate da una lente da osservatore acuto e paziente, si dipanasse in più dimensioni e su argomenti maggiori, più grandi e filotecnologici, più “moderni”, insomma. E così l’ esistenza, la malinconia, le solitudini ma anche la natura, gli oggetti e la parola scritta diventano catalizzatori di una grande voglia di raccontarsi, aprendo il sipario su una conoscenza che si affronta con una strategia non appiattita, viva e vegeta come il Pop di allora. Una indagine che da una dettagliata forma di giusto sapere diventa motivo trainante di ogni e ciascun dipinto. E che si vada in moto a rischi maggiori oggi e in posti ben diversi da quelli di uno ieri neppure tanto lontano, non importa. Importa la pittura, esattamente quanto a Tripassi importa l’esprimersi alla maniera Pop. Rigorosamente italiana.
  • Pubblicato in Rivista

Stjepko Mamić e Davor Vuković Mostra “LA POESIA DEL MARE

19-26 settembre 2019
di Svjetlana Lipanović
la poesia del mare 1
Nel mese di settembre si svolgerà negli spazi della prestigiosa Galleria Angelica, nel centro di Roma la mostra di Stjepko Mamić e Davor Vuković, due tra i più interessanti pittori croati contemporanei. L’importante evento curato da Svjetlana Lipanović, presenterà una quarantina d’opere dedicate al mare e, alle isole sparse nell’ Adriatico. Le tele raccontano lo splendore del meraviglioso mondo marino e sottomarino a cui gli artisti sono legati con amore profondo. Nello stesso tempo, le poetiche immagini rendono un omaggio alla natura, la magnifica, incontrastata dominatrice che con la sua forza arcana introduce gli amanti dell’arte, in un modo senza tempo.
Stjepko Mamić, pittore raguseo si distingue per le sue originali creazioni in cui i mille colori sono rischiarati dal luccichio delle foglioline dorate ed argentate inserite con una tecnica innovativa sulle tele. Nei suoi coloratissimi quadri sono immortalati i pesci dalle forme stilizzate, le meduse che ricordano i fiori tropicali e diversi abitanti degli abissi, mentre altre immagini riportano le reti, le barche con i pescatori nascoste nelle insenature della costa dalmata, le vele oppure i paesaggi mediterranei intorno all’antica città di Dubrovnik. Una delle caratteristiche dei quadri è la luce che entra dall’alto nelle profondità marine illuminando con raggi argentati gli angoli bui del mondo misterioso. Il pittore che non appartiene a nessun movimento pittorico, crea direttamente sulle tele le sue opere, lavorando con la spatola e, rifinendole in seguito con un sottile pennello. L’innato talento artistico, la grande fantasia e il senso del colore che gli appartengono sono accompagnati con la gioia di vivere, espressa da tonalità brillanti.
La sua carriera pittorica è segnata dai successi a livello nazionale ed internazionale. Negli anni passati Mamić ha partecipato alle diverse mostre personali e collettive in Italia, Danimarca, Regno Unito, Svizzera, Giappone, Stati Uniti, Francia, Corea del Sud, Iran, Cina, Stati Uniti, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Croazia ed altri paesi sparsi nel mondo. Sarebbe quasi impossibile elencare tutti i premi e le onorificenze ricevute dall’artista nella pluriennale attività. L’ultima che gli è stata consegnata a Parigi il 22 giugno 2019 è l’elezione a membro di Societé Académique Arts-Sciences-Lettres. L’artista fa parte delle varie Associazioni artistiche in Croazia, Regno Unito e Germania nonché di “Stjepko Art” costituita a Dubrovnik. Spesso presente in Italia, è stato nominato Maestro dell’Arte e Ambasciatore della cultura nel mondo, nel 2014 a Lecce, mentre gli altri premi gli sono stati consegnati nel 2015 a Firenze e in importanti esposizioni in Francia.
la poesia del mare 2
Presente con le sue opere a Spoleto ed alla Biennale di Venezia nel 2017, ha avuto delle ottime critiche dal prof. Vittorio Sgarbi, critico d’arte. A Roma ha esposto presso: “Museo Crocetti” nel 2016, la “Galleria Angelica” nell’ ottobre del 2017 e presso la “Galleria Consorti” e la galleria “Rossocinabro” nel corso del 2018 per ritornare di nuovo, con “La poesia del mare”, nella Città Eterna. Il suo detto “L’Arte è la vita” dimostra il suo legame indissolubile con l’arte a cui ha dedicato la sua esistenza.
Davor Vuković, eccellente pittore prematuramente scomparso nel 2015 si presenta con i dipinti in cui si nota una accurata ricerca pittorica, basata sul colore. L’Alfa e l’Omega della sua creatività è proprio il colore che diventa l’inizio e la fine di tutto. L’artista, grande amante della natura con cui vive quasi in simbiosi, ha creato delle immagini stupende, illuminate dal sole del Mediterraneo in cui si riconosce l’arcipelago delle isole dalmate. E’ un posto magico “il locus amoenus” nato dai ricordi dell’artista, legati all’infanzia trascorsa sulla riva del mare.
la poesia del mare
Vuković fu sopranominato “il Maestro della innovazione formale” dai critici newyorchesi, la città in cui ha esposto con successo. I suoi quadri sono facilmente riconoscibili per le immagini a due strati, con cui si crea un certo movimento. Sotto le pennellate colorate si nasconde il primo dipinto accennato, avvolto in una ragnatela dai fili colorati. In questo modo si ottengono degli effetti nuovi, una immagine della realtà trasformata simile ad un sogno colorato dalle tonalità dell’arcobaleno. Il pittore, conosciuto particolarmente negli Stati Uniti , in seguito alla mostra tenuta a New York nel 2013 è stato inserito con il suo quadro “Adriatic Wonder” nella prestigiosa edizione “The Best Modern and Contemporary Artists”. Il suo percorso artistico è cosparso da premi meritati, ricevuti presso le mostre all’estero e in Croazia. Gli ultimi premi gli sono stati assegnati durante “European Biennale” a Parigi nel 2014 e, il successivo alla sua scomparsa nella Mostra Florence Art, del 2015 a Firenze. A Roma, gli amanti d’arte hanno potuto ammirare le sue creazioni presso le gallerie: ” Il Collezionista”, “Galleria del Bramante” “Il Teatro dei Dioscuri” nel 2015, e in seguito nella “Domus Romana” nel 2016 e “Galleria Consorti” nel 2017.
Questa volta Stjepko Mamić e Davor Vuković, i due grandi amici si trovano insieme ad esporre per presentare al pubblico romano il loro mondo pieno di poesia e, a confermare ancora una volta, l’amicizia che continua al di là del tempo e, della vita terrena.
  • Pubblicato in Rivista

Il TRITTICO DEGLI EVANGELISTI

Il Codex Purpureus Rossanensis nella interpretazione dello scultore Mario Zanoni.
La testimonianza dell'artista che ha realizzato il Trittico degli Evangelisti ispirato
all'antico Codice miniato del VI secolo. La pala è attualmente in mostra a Monte San Martino, nella chiesa di San Martino Vescovo.
Così come il ‘Purpureo Codice’ si propone di rivelare ai credenti di quel tempo misteri, similitudini e concordanze nella narrazione dei quattro evangelisti, mi sono messo all’opera per illustrare in un trittico policromo e polimaterico il prezioso con- tenuto iconografico delle parabole narrate.
L’impresa, alla quale ho dedicato quasi un anno della mia vita, mi ha riportato a quel che poteva essere la trasmissione del messaggio cristiano in quel tempo, riservata ad una ristretta cerchia tra clero e nobiltà, e solo nei secoli successivi attra- verso il mosaico prima e l’affresco poi si creò un’ampia divulgazione popolare.
Il mio sogno segreto era di leggere negli occhi di chi osserva la mia minuscola pala lo stesso stupore degli antichi di fronte ai vangeli narrati dai dipinti nelle cattedrali di quel tempo lontano.
Mario Zanoni
codex 1
Il Codex Purpureus Rossanensis è un Evangeliario greco miniato, che contiene l’intero Vangelo di Matteo, quasi tutto quello di Marco e una parte della lettera di Eusebio a Copiano sulla concordanza dei Vangeli. Si tratta di un testo adespoto (se ne ignorano, infatti, gli autori) di cui rimangono, degli originari 400, 188 fogli di pergamena lavorata, tinta in colore purpureo. La grafia in cui è redatto è la maiuscola biblica o greca onciale, con termini in scriptio continua (senza separazione delle parole), privi di accenti, spiriti, segni di interpunzione, eccetto il punctum che segna il passaggio da un periodo all’altro.
Frontespizio dei canoni.
La pagina contiene una miniatura, in cui viene raffigurata la fascia ornamentale circolare delineata, sia all'interno che all'esterno, da una cornice aurea che si interseca lungo le direttrici del diametro orizzontale e verticale, dando luogo a quattro tondi collocati nella suddetta fascia ornamentale. In ciascuno di questi è dipinta la mezza figura di un evangelista ritratto su un fondo azzurro. I ritratti dei quattro evangelisti non hanno caratterizzazioni individuali, per cui Matteo è identificabile grazie al nome inciso in alto, gli altri invece sono identificabili grazie alle iniziali: Marco a sinistra, Luca a destra e Giovanni in basso. Ognuno di essi si connota per la presenza dell'aureola, della copertina del libro dorato e per il singolare gesto di alzare la mano destra. Nello spazio che intercorre tra un tondo e l'altro si ravvisano dei dischi di colore nero, arancione, indaco e rosa. Al centro di questa illustrazione compare la scritta: “Struttura del canone delle concordanze tra i Vangeli”.
codex
La scelta fra Gesù e Barabba.
Nella metà superiore della pagina illustrata, Pilato viene raffigurato al centro, seduto nello stesso tribunale presente nella miniatura del processo a Cristo. Ai lati del tribunale una folla di uomini gesticolano, mentre a destra una figura in uniforme è occupata a scrivere su una tavoletta di cera.
Nella metà inferiore della pagina, a sinistra, Cristo è fiancheggiato da due ufficiali, a destra Barabba si accompagna a due carcerieri. Il carceriere, vestito di rosso, tiene una fune attorno al collo di Barabba e guarda Pilato, mostrando di attendere una sua decisione.
Comunione degli Apostoli.
“Prese il pane, profferite le parole di ringraziamento, Egli lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo”. Sulla pagina destra, altri sei apostoli incedono da sinistra verso destra per ricevere il vino. Sui loro capi si legge: “Presa la coppa, profferite le parole di ringraziamento, Egli la diede loro dicendo: "Questo è il mio sangue”.
Colloquio coi mercanti nel tempio.
I particolari della scena sono tratti, quasi tutti, dal secondo capitolo del Vangelo di Giovanni. Il tempio viene raffigurato a sinistra in modo abbastanza schematico. Nel cortile munito di colonne ha luogo il colloquio tra Gesù e i sacerdoti del tempio. Cristo, rappresentato tra le due colonne nere, tiene nella mano destra una frusta, mentre a destra sono presenti uomini e animali in fuga. La miniatura raffigura Cristo con i sacerdoti subito dopo la cacciata dei mercanti dal cortile.
Senza titolo 6
Parabola delle vergini
L'unica fonte di questa parabola è il Vangelo di Matteo. Una porta a pannelli divide la scena a metà: a sinistra si identificano le cinque vergini stolte: esse, vestite in abiti colorati con torce spente in mano, incedono dietro la prima, vestita di nero, che bussa alla porta chiusa. Nella scena di destra si riconoscono le cinque vergini sagge, abbigliate di bianco con in mano, ognuna, una torcia accesa.
Ultima cena
Cristo e i dodici apostoli sono disposti attorno ad una tavola semicircolare, al centro della quale si distingue una coppa d'oro. Il sesto apostolo da sinistra vi intinge il pane, mentre Cristo alza la mano come se volesse parlare. La miniatura illustra l'azione descritta da Marco, 26 - 23: “Colui che intinge la mano nel piatto con me, mi tradirà”. L’episodio è commentato dal versetto riportato in alto, in greco, “In verità vi dico che uno di voi mi tradirà” (Marco, 26 -21). Nella scena di destra, è proposta la lavanda dei piedi, nel momento in cui Cristo si china a lavare i piedi a Pietro; il versetto greco riportato recita: “Egli (Pietro) gli dice: tu non laverai i miei piedi.” (Giovanni 13, 8).
  • Pubblicato in Rivista

Mater Mediterranea

Rassegna Internazionale di Arte Contemporanea
“Gli uomini e le donne della pittura, della scultura, della fotografia, della musica, della letteratura e della poesia non imbracciano armi, non innescano pretestuosi attriti, non istigano e non dividono; l’arte offre suggestioni forme e, colori nati nella culla più calda del cuore, fra le emozioni più care della vera ricchezza della propria vita; allora, l’arte diventa focolare domestico ove ogni interprete continua a narrare le storie più belle dell’uomo…”
Rosario Sprovieri
di Valentina D'Ignazi
MAter 1
Inizia così, da giovedì 13 giugno a domenica 30 giugno, questo inebri- ante viaggio nel mondo dell’Arte contemporanea dove meravigliose opere di pittura, scultura e fotografia saranno a disposizione di tutti coloro che amano perdersi in mondi nuovi, inesplorati…mondi dove l’anima non ha etnia e confini. L’evento: Mater Mediterranea è curato dall’Associazione Culturale ArtinArte e coinvolge artisti nazionali ed internazionali selezionati , di grande esperienza e di notevoli capacità artistiche e tecniche. Ad ospitare questo imperdibile evento è il più grande luogo di culto d’Europa: La Moschea di Roma, grazie alla straordinaria disponibilità della Direzione del Centro Culturale Islamico, del suo Segretario Generale dott. Abdellah Redouane e dell’Imam Salah Ramadan; i locali della parte espositiva della Moschea, opera dell’Architetto Paolo Portoghesi. Quale spazio migliore per conoscere ed esplorare mondi nuovi, in un forte abbraccio artistico fra diverse civiltà e culture della terra.
“La “mission comune” - che abbiamo condiviso per la progettazione della prima edizione di Mater Mediterranea - è un filo poderoso, teso steso fra acqua e terra, è una vera rete pronta a salvare lo spirito e ad accogliere la bellezza. Un vero palcoscenico prestigioso ove quell’umanità laboriosa e colta può riconoscersi, sognatori degli stessi sogni, amati figli della stessa gente; uomini e donne baciati dalla luce dello stesso sole e soggiogati dalla brezza leggera e dal lasciarsi incantare dai suoni e dai venti dello stesso mare Mediterraneo.”
MAter 2
A partecipare a questo meraviglioso evento è un’ Artista contemporanea che abbiamo avuto l’onore di conoscere e raccontare sulla Rivista di Art&Art: Giada Domenicone. In questo viaggio artistico Giada si rifà all’antica tematica dell’esistenza, di quanto ogni essere umano sia interprete e partecipe del proprio destino. L’allegoria del filo e della trama sta ad indicare la metafora del percorso della vita che si intreccia, si scompone e si ricompone alla ricerca della giusta strada da percorrere.
“Penelope non ha dubbi, afferma l ‘Artista nel titolo della sua opera: “Penelope non voleva un marito, voleva Ulisse”. Riportato a noi significa che la scelta di essere “Mater” vuole dire dare senso alla propria vita mediante l’attenzione e l’interesse al dono dell’esistenza, anche con la volontà estrema di raggiungimento dello scopo attraverso le numerose traversie che si scompongono e ricompongono quotidianamente.”
L’innaugurazione di questo prestigioso evento , alla presenza di ospiti del mondo giornalistico, di molte personalità delle rappresentanze Diplomatiche estere a Roma e presso la Santa Sede, nonché di tanti Artisti, è fissata per le ore 18:00 di giovedì 13 giugno, presso viale della Moschea 85, 00199 - Roma. Sarà possibile visitarla dalle ore 10:00 del mattino sino alle 13:00, poi dalle 13:30 alle 19:00 tutti i giorni.
Ci sono mondi che ancora non abbiamo esplorato, ci sono confini che solo l’Arte ci permette di superare con i piedi ben saldi sulla nostra terra, solo con l’immaginazione e nell’interpretazione di un’opera d’Arte c’ è la nostra più intima libertà, la scoperta inconscia di noi stessi… il riconoscersi, nella creazione di un artista, è un gesto d’amore ricco di fratellanza e umanità.
  • Pubblicato in Rivista

I Tesori del Borgo - Ripe San Ginesio

Come far diventare un piccolo borgo dell’entroterra in una meta turistica molto amata.
di Giulia Sancricca
Tesori del borgo
Superare le necessità del sisma, lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione e la perdita delle tradizioni.
Sono azioni possibili e a dimostrarlo è Ripe San Ginesio. Un paesino arroccato su una collina della valle del Fiastra, un caratteristico paese di origine medioevale in provincia di Macerata. Di quel periodo conserva ancora il suggestivo impianto urbanistico con vie strette a spirale, con vicoli interrotti da piagge e scalinate, con case addossate le une alle altre e congiunte tra di loro da alti cavalcavia che affascinano i turisti. Ma non sono solo questi i punti di forza che trainano le visite nel borgo medievale. In questo paese che conta poco più di 800 abitanti, infatti, sono state applicate delle strategie per far sì che si potesse far fronte ai problemi nati nei borghi storici. Problemi che sorgevano nei paesi già prima del sisma e che, dopo il 2016, si sono accentuati. Ripe San Ginesio, però, grazie al progetto Borgo Futuro è diventato un paese dinamico e vivace, sia dal punto di vista culturale che sociale.
Nel centro storico il Comune ha attuato la politica di ristrutturazione di alcuni locali che sono stati messi a disposizione a coloro che volevano installare in maniera permanente una bottega artigiana, pagando solo un affitto simbolico. E’ stata data la priorità ad attività che fossero creative, artistiche, artigianali.
La prima avviata è stata una bottega alimentare con prodotti a km zero, poi un birrificio artigianale che è nato in forma ridotta e successivamente ha avuto la necessità di ingrandirsi, chiedendo un ulteriore spazio. Poi la bottega di un ceramista; un laboratorio di gioielli realizzati con pietre naturali; uno spazio è stato concesso a Giaconi Editore per creare un luogo di incontro di scrittori, appassionati di lettura.
tesori del borgo 1
Una strategia che ha permesso anche a chi non frequentava Ripe San Ginesio, di incuriosirsi a visitarlo.
Oltre a questo sono state proposte manifestazioni culturali in maniera cadenzata, per tutto l’anno, per fare in modo che queste attività non si trovassero da sole, ma fossero accompagnate da iniziative collaterali. Ripe San Ginesio vanta una Pinacoteca Comunale di Arte Contemporanea con significative testimonianze della contemporaneità integrate al territorio.
La ricca collezione nasce in seguito alle donazioni effettuate in occasione di “RipeArte”, esposizione a carattere contemporaneo allestita annualmente nei vicoli e nelle piazze del suggestivo borgo medievale dal 1982, grazie all’iniziativa di giovani pittori, scultori e abitanti appassionati. È già nato, ed è in crescita, un progetto di arte diffusa: l’idea di un percorso ciclopedonale dove saranno installate le sculture che fanno parte del parco della pinacoteca, con una scenografia paesaggistica. E' in questo particolare contesto culturale che si inserisce la mostra di scultura di Nazareno Rocchetti, promossa dal Comune e dall’Unione Montana dei Monti Azzurri.
tesori del borgo 2
L’idea della mostra di Rocchetti vede come ambientazione lo scenario naturale di una arena, realizzata con la riconversione di una cava in disuso.
Il contatto con lo scultore è nato grazie alla manifestazione dei Fumi Cotti, per la quale l’artista aveva realizzato l’etichetta delle bottiglie dell’ultima edizione. Poco dopo, quindi, il pensiero è tornato a quello che tutti conoscono come l’artista del fuoco che porterà dal 30 giugno al 30 agosto prossimi le sue opere nel fantastico borgo di Ripe San Ginesio.
  • Pubblicato in Rivista

Passions of art

passions of art
La mostra Passions of Art è approdata al Porto turistico di Roma con 23 artisti di indiscusso valore.
Grande successo di pubblico che, complice un clima particolarmente adatto, ha riversato nella galleria molti curiosi e collezionisti da ogni parte del Lazio.
Gli artisti oltre che a ricevere insieme agli organizzatori gli interessati, si sono molto impegnati nel realizzare opere uniche per rendere in arte visiva ciò la mente vorrebbe imprimere sulla tela. In molti casi nella figurazione riusciamo a capire immediatamente il significato di un’opera, ma nell’astratto e nell’informale ognuno di noi riesce a leggere secondo la propria sensibilità e capacità percettiva il messaggio che il pittore o lo scultore vorrebbe trasmettere. Non sempre si intuisce nell’immediato il messaggio ma proprio questa difficoltà fa si che nei colori, nelle pennellate, nella stesura e nell’amalgama della tavolozza si provino quelle sensazioni e intuizioni capaci di fare innamorare il visitatore di questa o quell’opera.
passions of art 1
L’arte è un mondo a sè, capace di far discutere per diverso tempo su un soggetto piuttosto che su una pennellata o su una geometria senza trovare un comune accordo se non quello che è la bellezza dell’opera stessa.
Come già accaduto nelle precedenti occasioni, Rete Oro, partner della galleria, è stata presente con un inviato che si è dedicato alle interviste agli artisti e al curatore della mostra.
Artisti in esposizione:
Rosy Bianco, Filippo De Luca, Giusy Dibilio, Giusy Cristina Ferrante, Daniela Issoglio, Laila, Paola Leonardi, Livia Licheri, Marco Lodola, Rita, Lombardi, Anna maggio, Romeo Mesisca, Elena Modelli, Mara Morolli, Annalisa Macchione, Leonardo Niloa, Antonietta Nori, Sebastiano Plutino, Paola Romano, Norman Tacchi, Anna Maria Tani, Valentina Valente, Mario Zanoni.
passions of art 3
Passions of art
11al 24 maggio 2019
Galleria Ess&rrE
Porto turistico di Roma
Locale 876
L.mare Duca degli Abruzzi, 84 00121 – Roma
Cell. 329 4681684
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.accainarte.it
  • Pubblicato in Rivista

Brescia Photo Festival III edizione 2-5 maggio 2019

f3 The Atlas of Beauty Mihaela Noroc 12 1La terza edizione del Brescia Photo Festival, rassegna internazionale di fotografia con la direzione artistica di Renato Corsini, si terrà a Brescia da giovedì 2 a domenica 5 maggio 2019 (www.bresciaphoto-festival.it).
Promosso da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. - Centro della fotografia italiana, esplorerà per quattro giornate molteplici aspetti del vastissimo universo femminile affiancando allo sguardo di grandi artisti della fotografia dall’Ottocento a oggi – da Man Ray a Robert Mapplethorpe, da Vanessa Beecroft a Francesca Woodman, da Julia Margaret Cameron a Mihaela Noroc ed Elisabetta Catalano – riflessioni e progetti inediti che indagano la complessità del femminile nella società contemporanea. 10 sedi – per un totale di 4.000mq espositivi – nel centro storico di Brescia e in provincia ospiteranno 18 mostre e progetti espositivi – 11 produzioni del festival e 7 monografiche di cui 3 in Persone che fuggono dalla Libia durante gli scontri tra i ribelli e le forze pro Gheddafi. Valico di frontiera di Ras JdirTunisia 2011 Paolo Pellegrin Magnum Photos 1edite in Italia – che valicheranno i confini temporali del festival e proseguiranno fino all’estate; talk con gli artisti; workshop; concerti; proiezioni cinematografiche e visite guidate. Saranno coinvolte anche le gallerie d’arte di Brescia, le librerie e le biblioteche con progetti sul tema: il festival vuole infatti essere anche un momento di festa per esplorare lo straordinario patrimonio artistico e architettonico del capoluogo lombardo e il suo territorio. «Fondazione Brescia Musei rinnova, con la terza edizione, il format del Photo Festival realizzando una vera e propria invasione fotografica cittadina di grande qualità e in linea con le idee al centro del dibattito dell'agenda internazionale, dell'opinione pubblica e dei media – dichiara Stefano Karadjov, nuovo direttore di Fondazione Brescia Musei – un’avventura di Festival da non perdere concentrata in un weekend di eventi e feste ma che proseguirà, fino a settembre inoltrato, con la tenuta delle mostre per una estate a tutta immagine». Una nessuna centomila foto Marzia Malli Brescia Photo Festival 2019 1Il Museo della città, un antico monastero femminile di origine longobarda, accoglie Da Man Ray a Vanessa Beecroft, un percorso di 8 mostre: un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico; 3 monografiche dedicate al ritratto dal XIX al XXI secolo e due progetti one-off, omaggio a grandi artisti contemporanei. Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan, racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di grandi artisti di fama internazionale dall'Ottocento a oggi tra cui Vanessa Beecroft; E.J.Bellocq; Bill Brant; Robert Mapplethorpe; Elmut New ton; Man Ray; Peter Witkin; Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).
Donne dietro l’obiettivo, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, conta invece 100 immagini delle più importanti fotografe italiane: Paola Agosti; Marina Ballo Charmet; Letizia Battaglia; Silvia Camporesi; Lisetta Carmi; Elisabetta Catalano; Paola Mattioli.
Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere di autrici tra cui Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).
  • Pubblicato in Rivista

“Rendez vous à Faience”

dall’8 giugno all’8 luglio
Spataro Faenza 2
Un racconto di memoria, storia, cuore del cuore del principio dell'arte, misure a dismisura e voglia di tutto, fino al cuore del miracolo.
Questo è arte, il fine di ciò che è sempre di là da venire, da raggiungere, quanto si compone della propria incomprensibile bellezza, del proprio indecifrabile umore.
La mostra, già dal titolo, pone la città di Faenza come principio fondante, quasi un correlativo oggettivo nel suo “faience” che è sinonimo di ceramica e di ceramica d'arte nel mondo, ponendo la città romagnola come crocevia culturale e fondamentale polo artistico contemporaneo.
è a partire da tali suggestioni che si è voluto intraprendere un percorso che sviluppasse rinnovati ed inediti percorsi artistici, con un piede nella storia e lo sguardo dritto verso il futuro.
Ci sono i dipinti di Giuseppe Bedeschi e quel profumo di mare che si sente da lontano, le sue barche come gusci vuoti, svuotati, mai abbandonati, piuttosto corazze di chi ha combattuto il tempo e vive con la memoria dei giorni - anche futuri - nell'estrema nostalgia di un viaggio inesausto, viaggio di ritorno, di riandata, frammenti riaffiorati in cui lo stile è l'uomo ed il silenzio umido e livido la contingenza che ne deriva.
Spataro faenza 4
Giusy Dibilio si produce in esplosioni cromatiche, vortici di colore tridimensionale che diventano percorsi di rinnovamento sensoriale ed estetico, natu- ralmente percettivo, a ricordare il “Tunnel of love” di cui cantava Mark Knopfler. All'interno di una propria eterogeneità dell'immagine, Anna Bonini inventa paesaggi interiori fantastici, “inscapes” o morfologie psichiche in cui il divenire del colore riverbera sonorità inattese, la rappresentazione è sogno lucido e cosciente di realtà supposte. Dea Galante unisce la capacità e la destrezza nel modellato scultoreo ad uno stile che riporta al popular-surreale degli anni ‘60 e ‘70; allo stesso modo Anna Grossi, la quale aggiunge un portato di critica sociale in cui l'immagine è veicolo di pensiero, critica del lavoro, esasperazione del progresso.
Tiziana Grandi propone composizioni verticali, quasi dei totem che si configurano come espressioni monodiche, costruzioni contenenti qualcosa di primitivo, forse orientale, ad ogni modo profondamente fragile, pure nella ieraticità di una figura elegantemente espressiva, elevata ad immagine.
Spataro Faenza 8
Le sculture di Elena Modelli riportano ad un mondo altro, edulcorato, quasi l'ipotetico giardino di Willy Wonka in cui ogni costruzione zoomorfa viene attraversata dall'ironia e da un soffio di sano disincanto. L'immagine dell'albero è invece leitmotiv all'interno del lavoro di Maurizio Pilò, un simbolo di vita continuamente cangiante e mutevole nel proprio aspetto: come i rami mettono foglie nuove ad ogni passaggio di stagione, così l'artista aggiunge frammenti, lacerti, dettagli, decostruisce, trasforma e ricostruisce in un'opera aperta potenzialmente all'infinito.
Lucio Russo trova la sua peculiarità nella levigatezza delle forme del legno, curve sintetiche ed esplosive seguendo le quali potere attraversare i battiti di polso dell'universo.
Salvatore Vaccalluzzo propone invece un singolare e quantomai suggestivo amalgama di mosaico e scultura, si ritorna ai fasti figurativi dei secoli passati, al cuore della rappresentazione, al genio locale dell'artigianalità espansa.
Spataro Faenza 9
Il lavoro del maestro Mario Zanoni ci trasporta immediatamente all'interno di un immaginario archetipico in cui è il mostruoso a farsi corpo, passando dal conosciuto al “sommerso”: al di là dell'esperienza ci si addentra nelle zone oscure, tra equivoci d'identità, ripetendo ipotesi o promesse di eternità.
“La sorte del pensiero” - scriveva Camus - “non è più quella di rinunciare a sé stesso, ma di rimbalzare in immagini”. Ciò che la pittura di Roberto Tomba ci restituisce non è altro che la visualizzazione di un pensiero, una vivacità di sguardo che trasforma la velocità in movimento, sintesi di ogni profondità e suscettibilità di giudizio. Tutto si produce e si consuma nell'incanto del mistero, nel tormento per l'ignoto.
La pittura di Tiziana Salvi riconduce ad un giaciglio claudicato in cui adagiare l'incanto: c'è la freddezza bruciante di una luce lattiginosa ed elettrica, il sorriso di Selene e la notturna, triplice natura di Ecate, l'oscuro segreto della gestazione, abisso di caduta fino al cuore della propria concavità infinita, bocca spalancata a contenere e disperdere tutta la sete dell'universo.
A completare ed impreziosire la mostra sono stati invitati tre maestri faentini, presenti ognuno con una propria opera, a suggello di una rassegna che intende porsi come singolare ed importante evento all'interno della programmazione artistica cittadina: Ivo Sassi con una delle sue esplosioni scultoree che riportano a visualizzazioni cosmiche e spaziali, Alessandra Bonoli e la sua peculiare geometria sacra delle forme e Guido Mariani, con la sua scultura neoclassica ibridata da un particolare gusto pop-surreale, dai toni elegantemente grotteschi.
Signori, incontriamoci a Faenza, per la sincerità nell'arte, per ogni sorta di virtù.
Alberto Gross












  • Pubblicato in Rivista

Equilibrio e passione

Mostra collettiva di arte contemporanea con artisti selezionati del panorama nazionale.
23 artisti con circa 35 opere e il Porto turistico di Roma.
Suggestiva location per avere un motivo in più per visitare la mostra che si terrà dal 22 giugno al 5 luglio 2019, in cui il mare e le barche fanno da contorno a 15 giorni di arte con gli artisti presenti all'inaugurazione per un aperitivo tutti insieme.
La mostra a tema libero mette a confronto opere, tecniche e idee per completare o iniziare un percorso di collezione con la garanzia della Galleria Ess&rrE che opera nel settore da oltre 30 anni.
Arte, Editoria, Tv, Fiere, Mostre istituzionali e private che hanno caratterizzato il lavoro di Silvio Sparaci prima, e Roberto e Fabrizio Sparaci poi, in collaborazione con Sabrina Tomei e Giorgio Barassi per gli ultimi progetti di rilevanza nazionale.
Sottoscrivi questo feed RSS