Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Vincent Van Gogh

Multimedia & Friends
di Silvana Gatti
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E' stata inaugurata il 26 gennaio, presso lo Spazio Lancia di Torino, la mostra ‘Vincent Van Gogh multimedia & friends’, a cura del Prof. Alberto D’Atanasio, nato a Spoleto nel 1961 e professore di Storia dell’arte negli istituti d’insegnamento superiore, docente incaricato per l’Estetica dei linguaggi visivi, teoria della percezione e psicologia della forma presso l’Accademia di belle arti di Brescia dal 2011 a oggi.
L’esposizione, che proseguirà sino al 29 aprile 2019, organizzata da Navigare immagine e comunicazione, approfondisce il punto di osservazione su Van Gogh partendo da documenti recentemente emersi, gli stessi utilizzati anche per la sceneggiatura del film sul maestro. Si tratta di una rassegna ad ampio spettro, che accanto ad alcune opere originali offre una visione virtuale delle opere del maestro olandese, affiancate a fedeli riproduzioni eseguite da alcuni studenti dopo approfondite ricerche sui metodi di lavoro di Van Gogh. Un evento accattivante suddiviso in diversi spazi di fruizione: la sezione multimediale curata da Giovanna Strano; l’ambiente “Per sempre Vincent”; la sezione dedicata alla realtà virtuale; la “Stanza dei segreti” a cura di Alberto D'Atanasio, con opere originali e inedite al pubblico di Degas, Renoir, Monet e dello stesso Van Gogh; lo “Spazio di Vincent”; la sezione “La moda incontra Van Gogh”; l’area “Education” per le scuole. Un’esistenza travagliata quella di Vincent, sempre alla ricerca della bellezza attraverso dense pennellate che regalano pura emozione, basta fermarsi dinanzi alla fedele ricostruzione della sua “Camera da letto” nella «casa gialla» di Arles, dove l’artista si era rifugiato con la speranza di formarvi un atelier di pittori avanguardisti. L’opera, dipinta nel 1889, è stata più volte replicata con piccole varianti. Delle tre versioni la prima, oggi esposta ad Amsterdam, fu eseguita nell’ottobre 1888, mentre le altre sono particolarmente interessanti perché Van Gogh le realizzò durante il volontario ricovero al manicomio di Saint-Rémy-de-Provence, quasi come se volesse aggrapparsi al periodo felice vissuto ad Arles. Osservando la stanza ricostruita ci si immerge nell’atmosfera mattutina della vita di Vincent, con il letto di legno risistemato dopo il risveglio. Sull’attaccapanni posto dietro la spalliera del letto si vedono appesi alcuni indumenti di uso quotidiano ed il famoso cappello di paglia con cui Van Gogh si era ritratto nel 1887. Sulle pareti non mancano un autoritratto del pittore, il ritratto di una sconosciuta e due stampe giapponesi, genere in voga all’epoca, di cui Vincent era un ardente appassionato. Il percorso prosegue ed il visitatore viene avvolto dalle proiezioni delle opere in grandi dimensioni. La sezione multimediale della mostra documenta il lavoro e le vicissitudini di questo artista nel periodo tra il 1880 e il 1890, indagandone pensieri, sentimenti e stati d’animo durante il periodo trascorso a Arles, Saint Rémy e Auvers-sur-Oise, luoghi in cui creò molti dei suoi immortali capolavori.
Un’esperienza di realtà virtuale con gli Oculus Samsung Gear VR immerge i visitatori all’interno delle opere dando loro la possibilità di catturare ogni minimo dettaglio. Opere mostrate attraverso dettagli ad altissima definizione, prestando particolare attenzione alle loro caratteristiche principali e consentendo di comprenderne l’uso del colore, la tecnica e le fonti di ispirazione. Accompagnate da una colonna sonora classica, più di 2.500 immagini di Van Gogh in grande scala creano un’atmosfera magica riempiendo schermi giganti, pareti ed immergendo il visitatore nei colori vibranti e nei vivaci dettagli che costituiscono l’unicità dello stile di Van Gogh.
Nell’ambiente intitolato “Per sempre Vincent”, la visione delle opere e dei luoghi del Maestro è accompagnata dalla voce dell’attore Francesco Di Lorenzo che interpreta il pittore olandese. In questo spazio espositivo, 23 videoproiettori offrono una luminosità tale da far perdere allo spettatore la percezione del reale immergendolo all’interno dell’opera per condurlo, con immagini, suoni e parole, in un itinerario di accostamento alla profonda umanità dell’artista.
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Dinanzi agli occhi dei visitatori scorrono le immagini delle vedute campestri e del seminatore, soggetto quest’ultimo tratto da Millet, artista molto amato da Van Gogh, dalle cui opere prendeva spesso spunto sino a crearne delle versioni personalizzate diventate famose a livello mondiale. La meridiana (la siesta), in particolare, è un soggetto già trattato da Millet in un pastello, riprodotto ad olio da Van Gogh ruotando a specchio l’opera di Millet e stravolgendone i colori con altri di forte impatto. Amava i contrasti del giallo con il viola e del blu con l’arancio, Vincent, stesi con pennellate dense di colore materico. Nonostante sia sostanzialmente uguale, il dipinto vangoghiano è altra cosa rispetto al disegno di Millet. Van Gogh lo personalizza e lo arricchisce cromaticamente, trasformando una scena di vita rurale in colori pastello in un fantastico tripudio di colori. La Meridiana fu dipinta durante il soggiorno di Van Gogh a Saint-Rémy di Provence durante il ricovero in ospedale. Vincent scrisse al fratello il suo modo di procedere con queste parole: “più che altro è come tradurre in un'altra lingua, quella dei colori, le impressioni del chiaroscuro in bianco e nero”.
Il culmine dell’emozione si raggiunge nella cosiddetta “Stanza dei segreti”. Oltrepassata una tenda scura, il visitatore si trova, come per magia, di fronte ad alcune opere originali di Monet, Renoir, Degas e dello stesso Van Gogh, tutte inedite al grande pubblico. Opere concesse in prestito da privati che non sono pubblicate nemmeno sui libri di storia dell’arte o nei saggi dei più grandi ricercatori. Unica eccezione è l’opera di Renoir che fu esposta nel 1999 a Roma presso il Museo del Risorgimento nel Palazzo del Vittoriano. In quell’occasione l’o- lio del grande Maestro francese entrò in una importante esposizione: “Renoir, dall’Italia alla Costa Azzurra”. Inoltre, la “Stanza dei segreti” ospita dieci riproduzioni fedeli dei disegni del Maestro, a dimostrare la differenza tra la pittura impressionista, che metteva il disegno in secondo piano, e quella espressionista di Van Gogh, che dava molta importanza al disegno.
Nello “Spazio Vincent” sono esposte cinque opere ricreate con la stessa tecnica, con gli stessi utensili e materiali del Maestro così che il visitatore possa comprendere la tecnica usata dall’artista. Nella sezione “La moda in- contra Van Gogh, incontro tra Arte e Art Couture”, sono esposti otto abiti che richiamano le opere più importanti dell’artista olandese, a cura della fashion art designer Gisella Scibona.
Grande importanza è riservata alla didattica con attività e percorsi appositamente pensati per le scuole. Negli spazi espositivi è stato ricreato l’atelier del Maestro, al fine di stimolare le scolaresche e i ragazzi a scoprire i segreti dei pittori esposti in mostra, diventando per un giorno artisti essi stessi. La sezione scuole è curata dall’Associazione Altera.
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Inevitabile un giro nel book shop a fine mostra, per acquistare il libro scritto da Giovanna Strano, “Vincent in love, il lavoro dell’anima”. Un libro in cui gli amori del pittore si arricchiscono della fantasia della scrittrice che, dirigente scolastica appassionata di arti figurative, ha deciso di dedicare a Van Gogh il suo primo romanzo.
Una mostra perfetta per le famiglie che, senza andare nei musei di Amsterdam o Parigi, hanno la possibilità di conoscere il mondo di un artista che ha lasciato il segno nella storia ed ha portato con sé un mistero irrisolto, quello della sua morte. Mentre storicamente si associa la sua morte al suicidio, alcuni storici come il Prof. Alberto d’Atanasio riconducono la sua dipartita ad un omicidio.
La storia narra che morì la notte del 29 luglio del 1890, all'età di 37 anni a Auvers-sur-Oise, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto due giorni prima. Questa tesi è messa in discussione da Steven Naifeh e Gregory Smith, due storici dell'arte americana che affermano che Van Gogh sarebbe stato ucciso da René Secrétan, sedicenne che amava vestirsi da cowboy e sparare agli animali. Il pomeriggio del 27 luglio, in compagnia di suo fratello, il giovane avrebbe premuto per sbaglio il grilletto e colpito l'artista che vagava nei campi. Van Gogh non denunciò i ragazzi perché a causa del- la sua depressione trovò nella morte un sollievo e non voleva che i due fossero condannati per avergli fatto una cortesia. Tesi avvalorata dalle persone che lo conoscevano, scoperta per la prima volta dal famoso storico dell'arte tedesco John Rewald che visitò Auvers negli anni 30 del secolo scorso. Steven Naifeh e Gregory Smi- th hanno trovato importanti dettagli a sostegno di questa ipotesi, in primis l’angolazione obliqua del proiettile, non dritta come ci si aspetterebbe se il pittore si fosse suicidato.
Un fine vita avvolto dal mistero dunque, a rendere ancora più catartiche le opere di un uomo che ha lottato costantemente per fare il mestiere del pittore, pur non riuscendo a vendere in vita le sue opere, ad eccezione del “Vigneto rosso”, acquistato da Anna Boch, una pittrice belga, collezionista d’arte. Il dipinto fu acquistato nei primi mesi del 1890 per 400 franchi belgi, forse perché le piaceva il dipinto o per mostrare il suo sostegno a Van Gogh. Il fratello Theo morì solo sei mesi dopo. La moglie di Theo, Johanna van Gogh-Bonger ereditò i dipinti di Vincent. Grazie al suo ope- rato, Van Gogh divenne l’artista conosciuto oggi in tutto il mondo. Fu il figlio di Theo e Johanna, Vincent Wil- lem van Gogh, a prendersi cura della collezione di opere dopo la morte di sua madre, fondando il Museo Van Gogh di Amsterdam.


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ENNIO CALABRIA

… verso il tempo dell’ essere
di Marina Novelli
La pittura capisce prima di me”.
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A Roma, Palazzo Cipolla ha visto fino allo scorso 27 gennaio, l’attesissima esposizione di uno degli artisti italiani fra i più significativi, stiamo parlando infatti della grande rassegna antologica di Ennio Calabria, in cui fa da protagonista assoluta la pittura in tutta la sua potenzialità di lettura del mondo attuale, ad esattamente sessant’anni dalla sua prima mostra personale, avvenuta nel novembre del 1958 presso la Galleria La Feluca e a poco più di trent’anni dalla sua ultima ampia mostra antologica nel Museo di Castel Sant’Angelo nel 1987. È doveroso precisare pertanto che l’uscita di scena negli Anni Sessanta di Ennio Calabria è da attribuirsi ai notevoli disaccordi intercorsi con Renato Guttuso, che lo vedevano come una parte politica all’opposizione e che ancor oggi, l’artista tratta come una questione di cui si limita a raccontare come di un ineluttabile fatto storico ampiamente do- cumentato. Ennio Calabria è stato il protagonista, sia culturalmente che pittoricamente parlando, della grande, enorme trasformazione dell’arte nel tempo, guidandone praticamente il mutamento e portando questa capacità creativa, questa sua assoluta supremazia, da allora ad oggi in ma- niera assolutamente originale e proiettando inoltre, il figurativismo italiano ed europeo dallo scorso secolo ad oggi, imponendosi pertanto quale protagonista assoluto, sempre in li- nea con il suo tempo. La grande esposizione di Palazzo Cipolla è stata fortemente voluta dal Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e realizzata da Poema, in collaborazione con l’Archivio Calabria e con il supporto di Civita Mostre. A curare questa grande espo- sizione, che suona quasi come una sorta di “risarcimento” nei confronti di Ennio Calabria, con sessant’anni di sublime pittura al suo attivo, è stata la indiscussa maestria di Gabriele Simongini, il quale scrive:《Lungo sessant’anni di ricerca la pittura per Calabria ha sempre avuto un potente valore sociale, in senso ampio, come strumento conoscitivo delle infinite trasformazioni di un mondo passato dalla Guerra Fredda all’attuale dominio globale delle corporazioni hi-tech e di un’Italia ormai irriconoscibile, passata dall’entusiasmo della ricostruzione e del boom economico allo spaesamento dell’o- dierno ruolo di emblema della crisi europea. Una pittura di “storia”, dunque e pur in senso ampio, etimologico (dal latino “historia”, ovvero “ricerca, indagine, cognizione”), mai illustrativo, con una profonda identificazione fra vicende collettive e autobiografia interiore》.
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“L’arte è eccellenza della soggettività che è l’antitesi del pensiero unico”. Ennio Calabria, da sempre orientato a cogliere i sintomi e le cause della regressione e della prevalenza di un istinto collettivo di inclinazione oppressiva quasi come se corrispondesse, per contrasto, ad un sempre crescente progresso tecnologico; oggi egli ritiene che la sua espressione pittorica “si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce”. Di estremo interesse sono state le parole del Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele che ha asserito infatti, in fase di Conferenza Stampa, quanto segue: 《Ennio Calabria ha traghettato il figurativismo italiano ed europeo dal secolo scorso ad oggi, imponendosi come protagonista assoluto sempre in linea con il suo tempo. Dalle opere di questo artista - cui sono particolarmente lieto di dedicare un’antologica così ricca e completa come quella che qui presentiamo - promanano un’energia ed una vitalità che sono specchio del suo approccio critico ed appassionato al mondo che lo circonda, atteggiamento che sfocia in una ricerca a tutto tondo sulla condizione esistenziale dell’individuo contemporaneo e sulle dinamiche di un’epoca in perenne evoluzione》. Significativo è anche il fatto che in questa mostra, nella disposizione delle opere, si sia deciso di compiere un percorso non cronologico, a ritroso per l’esattezza, consentendo ai visitatori di ammirare subito, non appena entrati nella prima spaziosa sala di Palazzo Cipolla e di essere magnificamente investiti dalle sue opere più recenti, attratti come calamite dalla suggestiva potenza del- la sua espressione artistica al giorno d’oggi, che di certo non si smentisce e non smette mai di sorprenderci; sebbene però, la mostra sia stata aperta con un quadro non certamente privo di significato quale “Imponderabile nel circo” esposto per la prima volta nel 1958 in occasione della sua prima personale, opera a cui hanno fatto seguito i suoi più noti capolavori quali: “La città che scende” del 1963; “Funerali di Togliatti” del 1965, opera questa che è stata esposta molto di rado; “Pantheon” del 1978-79; “Il traghetto di Palermo” del 1984; “La città dentro” del 1987; “Eretto antropomorfo” del 1993 per quanto riguarda il passato, ma a cui ha fatto seguito un ampio spazio di significative opere realizzate dal 2000 ad oggi: “Presentimento d’acqua” e “Ombre del futuro” del 2008; “Il pensiero del corpo” del 2010, “ Patologia della luce” del 2012; “L’uomo e la Croce” del 2016 e molte altre; esposizione a cui sono state incluse pertanto le cinque opere inedite realizzate espressamente per l’occasione nei mesi più recenti prima che la mostra avesse inizio. Una particolare attenzione meritano anche i suoi suggestivi ritratti, partendo da “Stalin” del 1964 e “Mao Pianeta” del 1968, fino a “Italo Calvino. Voglia di eterno” del 2013, tanto per citarne alcuni e agli indimenticabili ritratti dedicati a Papa Giovanni Paolo II, nonché ad una nutrita serie di autoritratti, pastelli e una serie di manifesti realizzati da Calabria nel corso degli anni.
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Ad accrescere il valore intrinseco di molte opere esposte abbiamo visto alcuni testi scritti di pugno dall’artista e inseriti nelle didascalie delle opere stesse, ampliandone così, immancabilmente, il valore della fruizione. “L’arte restituisce alla storia i sintomi delle mutazioni in atto”. Delle 80 opere eccellentemente esposte nelle sale, due dei cinque quadri datati 2018 mi hanno particolarmente colpita: “L’ombrello rotto” e “Il branco”. L’opera “L’ombrello rotto” è intesa come il simbolo della perdita di tutte le protezioni. Con l’ombrello infatti ci proteggiamo dalla pioggia e quando l’ombrello si rompe, si sconquassa ed esplode riducendosi in brandelli, ci sentiamo senza protezione alcuna… indifesi! Estremamente esposti a qualsiasi tipo di insidia! L’opera pertanto sta a significare quanto gli esseri umani senza ideologie e, spesso e purtroppo, senza Fede… siano soli. Smarriti.! Il dipinto “Il branco” invece, è scaturito da un incontro reale, in cui egli stesso si è imbattuto una notte mentre in auto faceva ritorno nel suo studio; con i fari della sua auto infatti ha illuminato un branco di cani randagi, famelici, restando profondamente colpito dalla forza di questa visione. Egli, nella sua espressione pittorica non ne fa una visione prettamente realistica, ma la traspone nel simbolo del “branco” oggi, in riferimento a tutto ciò che significa fare “gruppo ciecamente”, vedi ad esempio il “branco di stupratori”; l’esempio di una società massificata in cui stanno prevalendo le forze brutali ed aggressive, senza controllo, insite negli istinti umani più bassi. Una volta ancora in Calabria notiamo quanto egli parta dal quotidiano per arrivare ad una visione sociale di più ampio respiro… un Calabria sempre di una attualità sorprendente… che sembra quasi fermare o addirittura, precorrere i tempi! “La pittura non dice, racconta”. (Ennio Calabria)
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Balla a Villa Borghese

…“le sue visioni, la sua modernità, la sua
intelligenza artistica”…prima del Futurismo!
di Marina Novelli
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Il fruscio dei rami mossi dal vento…forse il Ponentino romano, irregolare ma persistente che soffia delicatamente sulla mia faccia, facendomi volare il cappello… mentre il silenzio circostante è rotto dallo scricchiolio delle foglie e degli aghi di pino sotto ai miei piedi e dal sereno cinguettio degli uccelli… colori primaverili e profumazioni tenui ma ricche di nostalgia come nei tramonti... è ciò che ho avvertito entrando nella Aranciera di Villa Borghese… proprio dinanzi alle suggestive opere di Giacomo Balla. Il Museo Carlo Bilotti, nella sua affascinante ed incantata Aranciera di Villa Borghese, proprio in quel che definirei “il suo verde cuore pulsante”, ha visto, la mostra antologica di Giacomo Balla, in cui sono state esposte le sue opere dipinte nella Villa stessa; una interessante indagine sulla sua prima pro- duzione pittorica, quando non ancora futurista, ci mostra il suo studio della luce e del colore. Intendo focalizzare l’attenzione su quelle che sono state le ragioni che hanno dato l’imput alla celebrazione di questa splendida mostra… straordinariamente bella e si- gnificativa. Elegante! Siamo nel 1904 e dopo il matrimonio con Elisa Marcucci, Giacomo Balla da Torino, si trasferisce in un antico monastero in Via Parioli, 6 (attuale Via Paisiello) a Roma. Nelle stanze-cella di questo luogo felice, situato ai margini periferici dell’allora città estremamente differente da come si presenta ai nostri giorni, Balla ama immergersi nella descrizione pittorica di ciò che vede dal balcone del suo studio, oppure subito in prossimità della porta dell’abitazione. Nel 1910 egli realizza il suo grande polittico Villa Borghese in cui il tema della natura ai confini della città di Roma diventa per Balla ciò che la “ Montagne Sainte-Victoire” rappresenta per Paul Cézanne, e cioè una materia da indagare e approfondire, da provare e riprovare, scarnendola fino all’astrazione. Si tratta infatti di uno dei primi temi sperimentali affrontati dal pittore, che riuniti organicamente in questa mostra in un numero di una trentina di opere, sembrano preludere all’epoca eroica del Futurismo. Ritroviamo infatti i temi della Rondine, vista dallo stesso balcone, l’Automobile in corsa, la Velocità astratta, le Linee forza di paesaggio, le Trasformazioni forme spirito, il Mercurio che passa davanti al sole, ecc. ecc. Un successivo ampliamento della mostra, nelle sale del primo piano del Museo, accentra l’attenzione, attualizzando lo “sguardo fotografico” di Balla attraverso una serie di scatti Mario Ceppi, realizzati negli stessi luoghi delle opere esposte.
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La mostra ha visto inoltre la proiezione del film di Jack Clemente “Balla e il Futurismo”, che nel 1972 è stato vincitore del premio Leone d’Argento, nella sezione documenti d’arte in occasione della Biennale di Venezia. Nel 1971 Giacomo Balla realizza il suo primo film come regista, “Balla et le futurisme”, diventato poi documento storico sulla vita e l’opera del protagonista del Futurismo. Echoes, famoso brano dei Pink Floyd, utilizzato nella colonna sonora del film, fu concesso a Clemente dalla band, conosciuta in occasione delle riprese del film concerto di Adrian Maben “Pink Floyd a Pompei” nel 1971. Elica e Luce, figlie di Balla, sono le protagoniste del racconto che insieme allo straordinario appartamento in Via Oslavia ci conducono lungo il corridoio, dentro le stanze, oltre la finestra di questa dimora dove l’artista ha messo in atto dando origine a quella “Ricostruzione futurista dell’Universo” teorizzata nel 1915 con Depero. Un grazie speciale alla curatrice di questa elegante quanto delicata e suggestiva mostra, la storica dell’arte Elena Gigli, che da molti anni incontriamo quale studiosa impegnata nella catalogazione dell’opera di Balla e che non si è risparmiata, in fase di Conferenza Stampa, nel guidarci, passo dopo passo, nella descrizione delle opere. Ella nel suo “excursus” ci ha inoltre illustrato parte della vita di Giacomo Balla che, nato a Torino nel 1871, si trasferisce a Roma nel 1895 e che dopo aver cambiato varie abitazioni, grazie all’interessamento dell’allora Sindaco Nathan, ad abitare in un Convento Casermone proprio a ridosso di Villa Borghese, attuale Parco dei Principi, in via Paisiello angolo via Nicolò Porpora. Balla5
Caratteristica di questo grande Convento è un piano rialzato sul quale troneggia una “ringhiera” che verrà più volte immortalata nelle sue opere pittoriche, vedi infatti “La bambina che corre sul balcone”, grande quadro futurista oggi nella collezione Grassi di Milano. Ringhiera che ritroviamo anche in numerosi pastelli e nel quadro Maggio, dove viene invece immortalata la sua moglie Elisa, nonché la ritroviamo nella sua proiezione come ombra sul prato nell’opera ritraente la Casa Convento. È straordinario pensare che Giacomo Balla si affacciava da questa ringhiera per ammirare l’adiacente Parco dei Daini, aggettante su Villa Borghese che, nel 1902 acquistato dal Comune di Roma ritroviamo abbandonato e trascurato (forse l’inizio di un successivo degrado!). Il nostro geniale artista era solito attraversare la Villa passeggiando ed estasiato guardarsi intorno, scoprendone le sue bellezze anche negli angoli più reconditi e anfratti, non risparmiandosi di ritrarre angoli, fontane, sentieri, vegetazione e più precisamente gli alberi. È pertanto possibile anche al giorno d’oggi fare un giro, specie in prossimità del Museo Canonica, che al tempo prendeva il nome di “La Fortezzuola”, per ritrovare gli stessi scorci, gli stessi alberi…le stesse atmosfere e non ultimo la inconfondibile sagoma del Cupolone stagliata sul suggestivo, caldo, nostalgico... inconfondibile tramonto romano.
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Matera sulla vetta d’Europa

di Francesco Buttarelli
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La città ci viene incontro e ci sorprende come un'immensa fotografia, a tratti surreale, istintivamente onirica. I colori e le luci mostrano un territorio percorso da civiltà remote tutte incise dei reperti archeologici presenti. Una memoria universale che racconta l'indicibile fatica del lavoro e l'affermarsi dell’arte attraverso secoli di storia. Nelle crepe delle antiche case arricchite da effigi Sacre si coglie il senso della memoria. Le immagini proposte nelle molteplici mostre sembrano restituire un dialogo ed un simbolismo a molti sconosciuto, eppure vivo da sempre nelle arterie della “città dei sassi” che vanta novemila anni di storia. Attraverso scavi preistorici che rivelano uno spaccato del mondo paleolitico e neolitico inizia il viaggio in una cultura articolata composta da una complessa rete di simboli e significativi motivi che successivamente hanno visto la presenza del mondo greco-ottomano, normanno, angioino e aragonese. Per cogliere l’essenza dell’arte di Matera, proiettata ai vertici europei nel 2019, occorre misurarsi con “spazi lontani”, distanti dal turismo di rapida osservazione, volti a comprendere una civiltà sopravvissuta all’imponderabile ciclo del tempo. Nel visitare “Ars Excavandi” ci siamo immersi in un ambiente lontano, antico che può suggerirci come costruire le città del futuro o addirittura su come organizzare la vita su di un altro pianeta.
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Ci addentriamo in un percorso disseminato di caverne, ove l'arte dà origine a paesaggi, architetture e civiltà. Sono evidenziati i più importanti ecosistemi del mondo attraverso un tunnel spazio temporale che si snoda tra il museo Ridola e palazzo Lanfranchi. Tavole multimediali permettono al visitatore di creare un collegamento tra passato e presente in un viaggio culturale che ha come fine ultimo di rendere visibili ed attuali le civiltà fiorite in ogni epoca. Temi ed immagini ancestrali e primitive che ben si accordano alla città, sembrano stridere con la modernità della multimedialità; le stimolazioni sensoriali talvolta dirompenti e fortemente significanti che accompagnano il visitatore amplificano il senso di “viaggio a ritroso” alla ricerca dell’uomo e della sua necessità di espressione ed affermazione di sé. Un viaggio onirico nelle viscere dell’umanità stessa che deve trarre dal passato stimoli e riflessioni per disegnare il proprio futuro. Originale e ricca di significati la visita da effettuare alla galleria d’arte; qui il “rinascimento mediterraneo” troppo spesso trascurato viene riabilitato da un “rinascimento visto dal sud”. La mostra ci guida verso una lettura inedita su uno dei periodi artistici più importanti italiani. Le 180 opere presenti ci mostrano testimonianze provenienti dai maggiori musei d’Italia e d’Europa. Nella galleria, pitture e sculture si alternano creando un gioco che ha come fine l’incontro tra il rinascimento ed il mediterraneo. Come non citare i “sassi”, la linfa di Matera. I sassi, che incorniciano come una cintura una città che spesso ne è stata ostaggio, oggi vedono il valore di queste costruzioni esaltato, compreso ed apprezzato. La notte illumina Matera di colori forti e tenui, così la città diventa magica nel turbine delle mostre, dei concerti, delle danze, delle sue chiese, dei suoi scavi, delle pietre che sussurrano e ci parlano di eternità.
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Willow: Total-Pop

di Giorgio Barassi
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Pop art totale: nel segno, nella efficacia e nel successo. Willow conferma le sue capacità di artista dopo una serie di affermazioni culminate nella fortunata mostra alla Fabbrica del Vapore di Milano, il suo più grande solo show finora, ed approda (il termine non è casuale) a Genova, città di mare e di navi, ad un evento per MSC Crociere. Ironico ed ormai iconico, Willow incarna il senso intimo della Pop art. Il termine, non va dimenticato, deriva da “popular art” e, per quante variazioni abbia subito nei significati e nel tempo, a quella popolarità diffusa e fortemente sociale si riferisce. La formazione dell’artista parte dalla Scuola del Fumetto e Illustrazione di Milano e arriva a collaborazioni con grandi aziende e nel cuore del design, senza lasciare al passo le più importanti gallerie d’arte italiane ed estere che richiedono continuamente il suo lavoro allegro, riconoscibile e vincente.
Willow esprime con una disinvoltura fantasiosa ed armonica quelle capacità di artista che ha nella costruzione e nella sapienza da illustratore le note migliori. Utilizza gli schemi del fumetto ad impatto immediato e gioca spregiudicatamente accorto coi colori, coinvolge ed attrae. Una conquista graduale e omnicomprensiva, perché, a ragionarci, non ci sono limiti alla applicazione della sua operazione artistica. Potrebbe dipingere ovunque e portare il suo codice di espressioni in qualunque spazio, su qualunque oggetto di uso comune o hors d’usage dandogli una caratteristica che riconduce alle sue esperienze pregresse ed alla curiosità che lo ha spinto e sostenuto in ogni passaggio della sua ormai consolidata affermazione.
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Se la sua Milano gli ha tributato il gran successo della mostra organizzata da Arte Investimenti alla Fabbrica del Vapore, non sono minori i successi riscossi all’estero né la crescita esponenziale del suo pubblico, che individua in Willow un narratore del tempo che viviamo. Non un cronista dell’essenziale, ma un illustratore alla miglior vecchia maniera, di quelli che sono cresciuti all’ombra del Duomo e riempivano le pagine dei settimanali e dei quotidiani nazionali all’inizio del secolo ventesimo. Achille Beltrame o Walter Molino, per dirne solo due, hanno reso a chiunque l’idea dell’articolo scritto e hanno vissuto, come altri, italiani e bravissimi, una fortuna fondamentale: quella della riconoscibilità assoluta del loro lavoro. Nello stesso modo Willow ha oggi un linguaggio noto e confortante. Perché a guardare le sue composizioni vivaci e le nuvolette riempite con una o due lettere e un deciso punto esclamativo, sai che lì c’è Willow, con la sua Pop art, che più che Neopop è Total-Pop. Proprio in conseguenza della diffusione senza limiti di spazio, oggetti o tele. Queste ultime sembrano limitare le sue ampie capacità di racconto, ma il bello e l’imprevedibile arriva sempre alla prossima tela, come in un racconto a fumetti. Tutti a bordo, dunque, a Genova il 22 marzo: il Total-Pop Willow ha altri colori da raccontarci.
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Victor Vasarely

Una vita che abbraccia un secolo
di Rita Lombardi
Il Museo d’Arte Moderna del Centro Pompidour di Parigi accoglie dal 6 febbraio, per tre mesi, una grande retrospettiva dal titolo “Vasarely, le partage des formes” dedicata all’artista ungherese (naturalizzato francese nel 1961), considerato il padre della “Optical Art”, brevemente Op-Art.
Vega 1957
Op-Art e Arte Cinetica
In netta opposizione con l’ideologia esistenziale dell’Informale, della Pop-Art, dell’Antirazionalismo in generale, l’Op-Art e l’Arte Cinetica assumono forma di movimenti artistici internazionali verso la metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Utilizzando colori contrastanti e forme geometriche semplici e ripetitive, l’Optical Art vuole produrre illusioni di profondità, di rilievo e di movimento, con- fondere o animare lo sguardo senza far ricorso ad un effettivo movimento dell’opera stessa, mentre le opere dell’Arte Cinetica sono composizioni geometriche mobili, esse cioè si muovono veramente per effetto o dell’aria o dell’acqua o del- l’elettricità o per azione dell’osservatore che può toccarle e metterle in moto. In entrambe le correnti si sperimentano nuovi materiali, come il plexiglass, l’alluminio o la plastica.
Questi sono artisti che ritornano ai principi del Bauhaus con la sua attenzione al sociale, che hanno fiducia nel futuro, nella scienza e nelle innovazioni tecnologiche, come i Futuristi e che seguono in parte l’impostazione filosofico-morale delle Avanguardie Storiche. Studiano, pertanto, i lavori di Albers e di Itten, le opere di Malévitch e le “Compenetrazioni iridescenti” di Balla. Aspirano ad analizzare sistematicamente i fenomeni percettivi al fine di creare una scienza dell’Arte innovativa e utile alla società. Per le loro opere utilizzano un linguaggio pulito ed essenziale, scientifico ed universale, fondato sulle conoscenze della fisica, della biologia e della psicologia. Siamo in presenza, non soltanto, di un impegno continuo di studio e di sperimentazione, ma anche di un atteggiamento morale innovativo e rigoroso, come afferma Otto Piene “la torbidezza del colore è espressione della torbidezza dell’uomo”.
Alcuni artisti come Victor Vasarely e Bridget Riley producono opere esclusivamente nell’ambito della Op-Art, altri come Alexander Calder con i suoi “mobiles”, Yvaral, Otto Piene o Gianni Colombo si muovono solo nella corrente dell’Arte Cinetica, di altri ancora, come ad esempio, Julio Le Parc, abbiamo opere sia di Op-Art, che di Arte Cinetica.
La famosa gallerista parigina Denise René è la prima, in assoluto, a presentare al pubblico le opere di Op-Art e Arte Cinetica organizzando nel 1955 la storica mostra “Le mouvement”. Vi espongono oltre a Victor Vasarely, Alexander Calder, Marcel Duchamp, Jacoov Agam, Nicolas Schöffer, Paul Bury, Jesus Rafael Soto, Jean Tinguely.
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L’uomo Vasarely
Victor Vasarely nasce il 9 aprile 1906 a Pécs, e qui trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1925 è a Budapest, dove inizia a frequentare, per incitamento del padre, i corsi di medicina, ma nel 1927 cambia idea e si iscrive all’Accademia Artistica privata Podolini-Wolkman, dove riceve un insegnamento tradizionale. Inizia a creare manifesti pubblicitari. Ma a Budapest esiste anche il Mühely, un istituto artistico fondato nel 1927 da un ex professore del Bauhaus, Sandor Bortnyik. Vasarely inizia a studiare in questa scuola, da lui definita il “Bauhaus ungherese” due anni dopo, nel 1929. L’anno successivo sposa Claire, conosciuta al Mühely e con lei si trasferisce a Parigi, dove lavora come grafico pubblicitario. Nel frattempo dipinge e studia gli effetti ottici nella grafica.
Nel 1931 nasce il primo figlio André e nel 1934 Jean-Pierre, che sarà anche lui artista con il nome di Yvaral. Nel 1940 conosce la gallerista Denise René, ma inizia il periodo buio dell’occupazione nazista (giugno 1940) e quindi la prima mostra di Vasarely è nel 1944 con gli “Studi grafici”, tra i quali la famosa “Zebra” (fig.1).
Tra il 1994 e il 1947 subisce l’influenza del Cubismo, del Futurismo, dell’Espressionismo, del Surrealismo, successivamente da lui definite “Fausses Routes”.
Nel 1947 la svolta, Vasarely inizia lo studio dell’astrazione geometrica, “la forma nelle forme”. Tra il 1947 e il 1953 produce le opere classificate Gordes-Cristal (Gordes è la località dove ha acquistato una cascinetta verso la fine degli anni ‘40); sono opere caratterizzate da semplici forme e pochi colori. Questo periodo si conclude con l’“Hommage à Malévitch” (fig.2).
Nel 1950 la prima mostra in Europa a Copenhagen.
Nel 1955 la mostra “Le Mouvement”, prima citata, lo rende famoso a livello internazionale; tre anni dopo le sue opere sbarcano a New York e a Buenos Aires.
Nel 1963 presenta la serie “Folklore planetario” di cui fa parte “Vega” (fig. 3) e la serie “Alfabeto plastico”.
Il 1964 è l’anno della mostra “The Responsive Eye” al MOMA (Museum of Modern Art) di New York e della presentazione della serie “Hommage à l’Exagone”.
Negli anni successivi produce rilievi, multipli, sculture e dipinge quadri con colori vivaci e contrastanti, abbandonando del tutto il binomio bianco/nero.
Si dedica alla costruzione di due centri: il Centro Didattico di Gordes (smantellato nel 1996) e quello di Aix-en-Provence, ancora esistente. Sulle facciate di questi edifici, Vasarely applica le gigantografie dei suoi quadri più famosi.
Nel 1993 le sue opere fanno una tournée in varie città del Giappone.
Muore a Parigi il 15 marzo 1997.
Le sue opere hanno avuto una grande risonanza internazionale, influenzando mo- da e cinema e comparendo spesso sulle copertine di riviste e libri di divulgazione scientifica.
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Vasarely teorico della Optical Art
Nel “Manifeste Jaune” pubblicato nel catalogo della mostra “Le Mouvement” del 1955 scrive: “Due forme-colori formano l’unità plastica, vale a dire l’unità di quel- la creazione artistica e la persistente, onnipresente dualità viene finalmente riconosciuta inscindibile” e continua dichiarando che la geometria (quadrato, cerchio, triangolo, etc.), la chimica (cadmio, cobalto, cromo, etc.), la fisica (spettro, intensità dei colori, etc.) costituiscono dei parametri costanti, essendo elementi di un linguaggio che non soltanto è universale e universalmente percepito, ma che si trova alla base di tutte le immagini e di tutte le opere d’arte, ed è questo linguaggio che essi come gruppo vogliono usare esplicitamente.
Anni dopo, per descrivere la Optical Art, si esprime così: “La posta in gioco non è più il cuore, ma la retina, e l’anima bella ormai è divenuta oggetto della psicologia sperimentale. I bruschi contrasti in bianco e nero, l’insostenibile vibrazione dei colori complementari, il baluginante intreccio di linee e le strutture permutate... sono elementi della mia opera il cui compito non è più quello di immergere l’osservatore in una dolce melanconia, ma di stimolarlo, e il suo occhio con lui”. Dichiara inoltre che l’instabilità percettiva che ne deriva è volta a rendere lo spettatore partecipe dell’opera tramite la sua reazione/interpretazione dell’opera stessa.
Nel 1963 confessa: “Una frase (di Bohr, Dirac, De Broglie o di Wiener o di Heisenberg?... non lo so) mi ha colpito come un colpo di frusta, «in fin dei conti, si potrebbe considerare lo spazio-tempo come una deformazione della materia-energia». La fisica pura si rivelava all’improvviso davanti ai miei occhi incantati, il paesaggio abituale spariva, certezza e incertezza si alternavano. Portato dalle onde, fuggivo in avanti, verso l’atomo, verso le galassie, superando campi di attrazione e di repulsione”.
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L’Artista Vasarely
Vasarely porta avanti, con metodo rigorosamente scientifico, la ricerca visiva, basandosi sulla legge ottica dei contrasti simultanei e sulla teoria dei colori. La sua operazione non è volta ad esprimere contenuti simbolici, ma vuole offrirsi soltanto come oggetto della percezione, organizzata su dati matematici, e l’oggetto stesso viene desunto attraverso una serie di processi mentali. Infatti il suo scopo non è la percezione come modo di recepire un dato, ma come fase mentale o pensiero e lo spazio è uno spazio strutturato secondo rapporti quantità-qualità che sono propri della mente umana. Vasarely giunge così alla percezione pura, che esclude ogni trasmissione sensoria ed emozionale. Egli porta a compimento il principio alla base dell’arte astratto-geometrica, cioè che la bellezza pura e universale è raggiungibile solo con l’ar- monia di forme elementari e colori puri.
Vasarely dipinge i primi quadri con i colori ad olio, ma dal 1960 usa esclusivamente i colori acrilici, che ha sperimentato per la prima volta nel 1953 in “Hommage à Malévitch”.
Ora mi soffermo su tre opere: Hat-leg (fig. 4), Torony (fig. 5) e Lava (fig. 6).
Le prime due opere appartengono alla serie “Hommage à l’Exagone”. In questa serie Vasarely elabora il paradosso dei cubi reversibili, già noto agli antichi Romani (è presente infatti in molti mosaici di quell’epoca). In che cosa consiste questo paradosso? Due rombi adiacenti ad un altro rombo compongono un esagono (da qui il nome della serie) e, nello stesso tempo, sono visti come facce di un cubo; possono essere interpretati sia come le tre facce interne e, allora, il cubo sprofonda, o sia come le tre facce esterne e, allora, il cubo emerge. è facile ottenere questo effetto colorando le facce con sfumature di grigio o di ocra, ma molto più complesso, come fa Vasarely, con colori vivaci e contrastanti: richiede sperimentazione ed esperienza. Inoltre il tema viene da lui sviluppato con grande virtuosismo, portandolo ad effetti mai ottenuti prima. Per esempio in Hat-Leg (fig. 4) più cubi reversibili sono dipinti in modo che sembrino spalmati su di una superficie convessa.
In altre opere della serie i cubi si inseriscono in altri cubi, oppure i rombi diventano parallelogrammi che creano paral- lelepipedi, come in Torony (fig. 5).
Sublime è poi, secondo me Lava (fig. 6). Ho l’impressione che più superfici convesse coabitino sulla medesima tela. Sembrano bolle che vogliono emergere, proiettarsi fuori dal quadro, quasi, quasi, stanno per scoppiare! L’opera è stata eseguita nel 1984, quando Vasarely ha 78 anni. Davanti a me appare un uomo che conserva l’atteggiamento meravigliato ed entusiasta dell’adolescente che studiava fisica al liceo, un artista che desidera condividere con noi la sua visione, non la natura delicata o terribile che scorgiamo abitualmente, bensì le basi fisiche e matematiche, eterne ed immutabili, che supportano tali spettacoli, quasi un Leonardo Da Vinci!
Nella sua opera arte e vita erano una cosa sola.
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ESTROFLESSO SARA' LEI!

Bassani, le forme, lo spazio ed il colore.
di Giorgio Barassi
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Arriviamo a Martinengo nella prima giornata di sole e tempo tiepidi dopo le aggressioni dell'inverno, che in Padania cala le terribili carte dei “Giorni della Merla” e gela le ginocchia. La dolcezza della campagna è punteggiata dal passaggio rapido dei trattori, in angoli lindi e silenziosi caratterizzati da villette allineate. Qualcuno coltiva il suo orto e dà una spuntatina ai cespugli, in attesa della fioritura. Una autentica consolazione, nei tempi delle città affollate e dei dialoghi frettolosi ed alternati all’occhiata allo smartphone. Vive qua, a sud di Bergamo e del lago d'Iseo, Andrea Bassani, serio e preciso elaboratore di opere fascinosamente tridimensionali, ordinate come le vie del suo paese. Opere nette e geometricamente impeccabili, figlie di una vicenda creativa in cui Andrea la fa da protagonista al pari della sua curiosità e della sua ricerca.
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Nulla sopravanza nulla. Le sue opere ormai hanno la loro anelata riconoscibilità e non ce n'è una prediletta o assolutamente privilegiata. Quello che riguarda la sua composizione è scandito con cura attraverso linee curve, diagonali, orizzontali o verticali, lasciando all'artista il buon gusto di districarsi fra passione e ispirazione senza ascoltare nessun altro, senza seguire suggerimenti. È come dire “... se mi vuoi, sono così ...” ed è profondamente giusto. Forzare la mano ai veri artisti, d'altro canto, è dannoso e lui è persona a cui non puoi imporre alcunché, perché prende la vita con un distacco ammirevole, fa quello che gli piace ed ha raggiunto una certa notorietà dovuta proprio alla coerenza ed alla pulizia del suo stile, che gli somiglia. Inizi da figurativo, poi una indagine che ha si rivolto l'attenzione a quelli che della tela facevano una superficie modificabile, ma il cammino di Bassani ha preso una via di autenticità e singolarità quando si è fatta avanti l'esigenza di raccontare la solidità del legno e non i soli capricci della estensione volumetrica delle tele. Insomma Bonalumi e Castellani c'entrano, ma non del tutto. Bassani non voleva solo spingere o far rientrare una superficie, magari spostandone il contenuto al di fuori del perimetro di un quadro. Ha voluto dare all'intimità della sua operazione artistica una nota di geometrie solide e piane insieme, ricoprendo il legno sagomato e protrudente o liscio con una tela dipinta all'acrilico e perfettamente aderente alla materia lignea, senza una sbavatura o un granellino di colore in più, senza una piega, senza, insomma, che si possa eccepire la pur minima irregolarità. Ordine e compostezza. La caratteristica delle idee chiare.
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Nella scelta dei colori, prevalentemente primari, e delle forme che vengono incluse in trasparenti contenitori di plexiglass o lasciate libere di comporsi ed assestarsi su una parete è il passo vincente, gradevole e razionalmente decorativo. Quando decide di non chiudere nelle trasparenti scatole il suo lavoro, Bassani tratta la pittura diversamente, aggiunge componenti di fissaggio della tinta che la rendono più lucida, perché deve affrontare un esterno assoluto e vedersela col tempo, che è, peraltro, elemento racchiuso nel suo cercare di definire gli spazi mettendoci una durata giusta, senza ripensamenti.
No, non sono estroflessioni, e Andrea, con garbo e gentilezza, lo ripete motivando. Dopotutto non gli si può dar torto: il proliferare di artisti e pseudo artisti estroflettenti degli ultimi anni inquieta. Una invenzione, quando diventa la ripetizione di sé stessa, non ha più il vigore della originalità se non nei suoi padri. Il lavorare i legni, il rivestirli di tela dipinta e la scelta delle tinte sono i tre quarti del cammino. Il resto lo fa la collocazione. In spazi equidistanti, l'un pezzo ad affiancare l'altro distanziati con la stessa misura, le componenti delle opere di Bassani si adagiano ad un fondo trasparente e lì vengono ordinatamente bloccate, perché si individui senza dubbi la precisione e la ricchezza armonica del tutto. In quadrati o rettangoli, a volte in solidi geometrici nati apposta, fatte per vivere la vita di un quadro, appese al muro o appoggiate su un piano, le opere di Bassani sembrano dirci di che razza di fatica sono fatte. Hanno il carattere delle elucubrazioni in cui si struggono i pensatori più intimisti della pittura complessa ma la facilità di lettura che è delle grandi opere.
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Non è dunque il caso di complicarsi la vita, come è costume di molta critica, azzardando contiguità iperboliche, sciorinando nomi ed evocando firme altisonanti. Ne abbiamo tutti abbastanza del “... ricorda il tale ... “ o “... è vicino al pensiero di ...” o, peggio “ ... con addentellati concettuali che esprimono ...”. Bassani è e rimane Bassani, ed è ora di capirlo bene, perché nulla della sua ricerca è lasciato al caso, nulla richiama in maniera assoluta il tale o il talaltro. In quelle fattezze regolari e ben tornite, in quelle dolci escrescenze conquistate e limate di fino sta la base della sua ricerca. Nella tela colorata che le avvolge aderendovi perfettamente è individuabile l'anima di pittore, che nei colori trova la libertà di annunciare la coerenza della sua ricerca e la continuità del suo percorso. Niente paragoni, niente esigenze comparative né citazioni sperticate. La sua è una attività che ha i ritmi del giusto e pacato pensiero, che trova ispirazione nei silenzi brumosi di quella bella fetta di Lombardia e che rende l'idea di forma, colore e solidità insieme.
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Campeggiano nel suo studio alcuni pezzi fascinosi, sintesi di una fatica dignitosa, attuale e assai più che contemporanea. Avesse vissuto nelle epoche passate, si sarebbe dedicato alla stesura di codici miniati, alla attività della precisione corredata dal giusto arabesco, a far svettare edifici contro il cielo vestendoli ad arte in una linearità ammirevole. Tutto il suo lavoro ricorda quei campanili che affiorano dalla pianura, d'improvviso, in mezzo a un rettilineo tra campi e piccole strade vicinali. Ricorda la saggezza e la perizia di chi, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno, ha costruito ciò che vince il tempo. Che sia il cielo di Lombardia, bello quando è bello per dirla con Don Lisànder Manzoni, o una assolata terra ad accoglierlo, il lavoro di Bassani segna il nostro tempo e rimane come una bella conquista guadagnata senza clamori, senza eccessi, senza esagerare mai. Coi piedi per terra e la fantasia creativa libera di spaziare. A condizione che tutto sia ordinato. Rigoroso. Preciso. AI chiasso, il sciùr Bassani, non si abituerebbe mai, per fortuna.
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Art&Vip

Intervista a
Alessandro Di Carlo
a cura della redazione
Di Carlo2
Divertente e corrosivo, rocambolesco e travolgente, Alessandro Di Carlo abbraccia, provoca, emoziona, e perché no, spiazza i propri spettatori.
Trascinante come solo lui sa essere, si tuffa a capofitto in quel gran mistero umano che è il divertimento, pronto a sorprendere ed entusiasmare il pubblico in televisione così come in teatro.
Un cantastorie dei nostri giorni capace di trasmettere la gioia di una risata liberatoria.
Romano classe 1966, è indubbiamente un grande artista di teatro. Un talento a 360 gradi, limpido, cristallino, eclettico, forse l’unico della sua generazione che sa passare dal comico al drammatico, dalla commedia al noir, dal cabaret al tragico, dal cantato al recitato. In questi anni lo abbiamo visto ed apprezzato sul piccolo e grande schermo, in teatro e in radio.
Da 28 anni colleziona riconoscimenti ma soprattutto tanto calore da parte del pubblico che lo segue fedelmente in tutt’Italia e sul web in “Pillole di Follia”.
Dal 14 Marzo sarà in scena al teatro Ciak di Roma, dopo il grande successo del Sistina, con lo spettacolo “Superleggero tra guantoni e papillon”.
Di Carlo3
Quasi 30 anni di carriera, hai lavorato con i grandi nomi della televisione italiana e in noti programmi comici come Zelig cosa ne pensi della comicità in tv?
La comicità in tivù dipende da quale “scuderia” appartieni, l’arte libera è quasi impossibile...
Teatro o web?
Sono due linguaggi diametralmente opposti, da una parte l’emozione pura del Talento in Teatro, dall’altra la comunicazione elettronica, fredda e nevroticamente super veloce. L’importante rimane sempre comunicare.
Cosa rappresenta Superleggero nel tuo percorso artistico?
SUPERLEGGERO è per me un meraviglioso ritorno all’Intrattenimento puro, scanzonato, allegro, umano e poetico.
Alessandro Di Carlo e il pubblico, negli anni cosa è cambiato nel tuo approccio ai fan che ti seguono in tutta Italia?
L’approccio con le persone in giro per l’Italia, per quanto mi riguarda, non è mai e dico mai cambiato. C’è sempre una linea guida che è quella dell’Empatia, una sorta di “Banchetto Comico” che ci fa riconoscere come Esseri Umani.
E nella tua città?
Nella mia Città è come il resto del Paese: grandi risate, grande affetto, grande voglia di star bene attraverso una risata liberatoria e speranzosa!
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ANTONELLO DA MESSINA

Dentro la pittura
Milano, Palazzo Reale
21 febbraio 2 giugno 2019
Antonello da Messina4
Si è inaugurata a Milano, il 21 febbraio, un’interessante mostra su Antonello da Messina, nata dalla collaborazione fra la Regione Sicilia e il Comune di Milano e con la produzione di Palazzo Reale e MondoMostre Skira, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa.
Antonio di Giovanni de Antonio (Messina, 1430 - Messina, febbraio 1479), soprannominato Antonello da Messina, è stato il più importante pittore siciliano del '400, abile nel coniugare la luce, l'atmosfera e l'attenzione al dettaglio della pittura fiamminga con la monumentalità e la spazialità razionale della scuola italiana. I suoi ritratti sono noti per l’indagine psicologica dei personaggi raffigurati. Si formò alla bottega del Colantonio a Napoli al tempo di Alfonso I che accoglieva artisti di varie provenienze, soprattutto dalle Fiandre. Antonello da Messina si può definire uno dei più grandi pittori rinascimentali dell'Italia meridionale ed esponente della pittura fiamminga in Italia. Compì numerosi viaggi tra Venezia, Milano, la Provenza e Roma. Le visite alle città gli procuravano nuova linfa artistica, e frequentemente arricchiva le varie scuole locali con importanti contributi autonomi, in particolar modo a Venezia, dove fece da apripista per la “pittura tonale” che caratterizzò il Rinascimento veneto. A Roma ebbe modo di apprezzare la monumentalità delle sculture classiche, ed acquisì la tecnica della prospettiva dalle opere di Beato Angelico e Piero della Francesca. Il suo stile è infatti caratterizzato da una ordinata disposizione prospettica tipica dell’arte italiana ed una attenzione ai particolari carpiti dalla cultura nordica.
Purtroppo di Antonello da Messina (1430-1479), al pari di Vermeer, restano poche opere, scampate a tragici avvenimenti naturali e all’incuria degli uomini; quelle rimaste sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico; molte hanno subito in più occasioni pesanti restauri che hanno deturpato per sempre la stesura originaria, altre sono arrivate sino a noi miracolosamente intatte. Considerando il fatto che la sua autografia comprende solamente 35 opere, si può capire l’importanza di questa mostra milanese in cui sono esposte oltre 20 opere del grande Maestro.
Capolavoro assoluto, che da solo vale una visita alla mostra milanese, è l’Annunciata (1475 circa), autentica icona, sintesi dell’arte di Antonello, con lo sguardo e il gesto della Vergine rivolti alla presenza misteriosa dell’Arcangelo Gabriele che si è manifestato, uno dei più alti capolavori del Quattrocento italiano in grado di sollecitare in ogni spettatore emozione e stupore. Il volto raffigurato è quello di una donna giovanissima che, turbata dalla visita dell’Arcangelo, solleva leggermente la mano destra intimorita, mentre con la mano sinistra chiude il velo. La cura del dettaglio, come il leggìo, lascia percepire l’influenza della pittura fiamminga. La potenza evocativa del dipinto è molto intensa, in quanto la presenza dell’Arcangelo si intuisce dal libro sacro in movimento, le cui pagine risultano essere mosse da una brezza divina. In mostra anche le eleganti figure di Sant’Agostino (1472-1473), San Girolamo (1472-1473) e San Gregorio Magno (1470-1475) forse appartenenti al Polittico dei Dottori della Chiesa, tutti provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo. Merita uno sguardo prolungato il celeberrimo Ritratto d’uomo (1465-1476) dall’ironico sorriso proveniente dalla Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù. Utilizzato originariamente come sportello di un mobiletto da farmacia, è stato sottoposto a vari restauri e conosciuto nella tradizione locale come “ignoto marinaio”. Per Vittorio Sgarbi il “Ritratto d’uomo” di Antonello è la Gioconda siciliana, dall’enigmatico sorriso che dà l’impressione di un personaggio fondamentalmente antipatico. Da salvare in quanto un’opera d’arte, parola di Vittorio Sgarbi. Dalla National Gallery di Londra giungono a Milano altri due capolavori, il San Girolamo nello studio (1474-1475) in cui si armonizzano ispirazioni classiche e dettagli fiamminghi e il Cristo benedicente (1474 circa).
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Antonello da Messina dipinse San Girolamo nello studio nei primi anni di soggiorno a Venezia. L’opera ritrae il Santo che visse tra il quarto e il quinto secolo dopo Cristo, traduttore della Bibbia dal greco al latino. La maniacale disposizione degli elementi all’interno della stanza porta subito alla mente alcuni dipinti del Vermeer. San Girolamo nello studio è rappresentato all’interno di uno spazio molto complesso ed elaborato, assorto nella lettura di un pesante volume, probabilmente un testo religioso. L’ambiente evoca quello di una chiesa gotica con tre bifore polilobate, mentre le piccole piastrelle del pavimento, disposte con una rigorosa fuga prospettica, creano una griglia dalla quale si elevano gli elementi architettonici. L’occhio trova due vie di fuga a sinistra e a destra dell’opera, grazie ai paesaggi che compaiono oltre alle finestre. La coturnice rappresentata a destra è un simbolo cristiano, che allude alla Verità di Cristo. Il pavone invece simboleggia la Chiesa e l’onniscienza di Dio. Le piante rappresentate sullo scrittoio sono un bosso, legato alla salvezza divina, mentre il geranio allude alla passione di Cristo. In prossimità del portico rinascimentale di destra, in ombra, si nota il leone simbolo di San Girolamo. Sullo studiolo a sinistra invece è accoccolato tranquillamente un gatto. San Girolamo è intento alla lettura seduto su di una sedia circolare, mentre il libro è poggiato su di un leggio. Sugli scaffali posti dietro allo scrittoio e di fianco sono distribuiti i libri aperti, oggetti di uso quotidiano ed erbe. In prossimità dell’angolo destro a terra è poggiata una ciotola metallica mentre sullo sgabello è posato un cappello da cardinale. Insieme all’utilizzo della tecnica ad olio Antonello da Messina ama i colori saturi e intensi e la rappresentazione minuziosa dei dettagli. I colori delle architetture e dello studio sono caldi, in particolar modo nella veste rossa del santo che viene evidenziato grazie alla prospettiva centrale. Il pavimento e le vedute che si intravedono dalle finestre creano dei contrappunti freddi di grigio e blu, mentre i forti contrasti chiaroscurali definiscono gli ambienti interni. L’illuminazione, secondo la tradizione fiamminga, proviene da diverse fonti. La luce principale proviene dal centro ed esalta la fuga prospettica, mentre altra luce entra poi dalle finestre che si aprono sul fondo della stanza. Tra le opere esposte, importanti anche la Crocifissione (1460 circa) proveniente dal Museo nazionale Brukenthal di Sibiu in Romania e attribuita ad Antonello, prima da Karl Voll nel 1902 e successivamente da Bernard Berenson nel 1932; il Ritratto di giovane (1474) dal Philadelphia Museum of Art, il Ritratto di giovane uomo (1478) dal Museo statale di Berlino. Incantevole La Madonna col Bambino (1475 circa) proveniente dalla National Gallery di Washington, in cui viene esaltato il legame affettivo tra le due figure, per via del bambino giocoso che cerca il seno della madre allungando la mano oltre la scollatura.
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Dagli Uffizi arriva l’importantissimo trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni Battista - acquistati nel 1996 da Antonio Paolucci, allora Ministro dei Beni Culturali - e il San Benedetto di straordinaria qualità pittorica (che la Regione Lombardia ha acquistato tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino).
Il Ritratto di giovane gentiluomo, a lungo considerato il vero volto dell’artista, dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia, è rappresentativo dello stile antonelliano per inquadramento, sfondo, postura e soprattutto attitudine leggermente ironica del personaggio: trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 fu recuperato sette anni dopo dal nucleo di Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri; dal Collegio degli Alberoni di Piacenza il celebre Ecce Homo (Cristo alla colonna) (1473-76). E ancora il Ritratto d’uomo (1475-1476) dalla Galleria Borghese di Roma e il poetico Cristo in pietà sorretto da tre angeli (1474-1476 circa) dal Museo Correr di Venezia.
Destano commozione le opere eseguite dagli eredi del grande Maestro, prima fra tutte la dolcissima Madonna con il Bambino (1480) dall’Accademia Carrara di Bergamo, opera del figlio Jacobello di Antonello, eseguita l’anno seguente la morte del padre. Nell’insolita firma indica, come struggente offerta di devozione filiale, di essere il figlio di “pittore non umano” quindi divino. Jacobello faceva parte della bottega del padre e completò quanto la morte aveva impedito di terminare. E, accanto alle opere del maestro siciliano, sono esposte le copie fatte dagli eredi di famiglia: Antonello e Pietro de Saliba con la loro Annunciata ed Ecce Homo dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Una sezione della mostra è dedicata alla ricostruzione delle vicende della pala di San Cassiano, testo capitale per la storia dell’arte italiana, ricostruita anche tramite la memoria che ne diede David Teniers il Giovane con il suo San Se- bastiano (1659 circa) dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. E consacrata al mito di Antonello nell’Ottocento è esposta la tela di Roberto Venturi Giovanni Bellini apprende i segreti della pittura a olio spiando Antonello (1870) dal- la Pinacoteca di Brera.
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Giovan Battista Cavalcaselle, storico dell’arte, attraverso i suoi taccuini e disegni conduce il visitatore alla scoperta di Antonello da Messina. Grazie alla collaborazione attivata negli anni con la Biblioteca Marciana di Venezia sono presentati in mostra 28 fogli e taccuini di Giovan Battista Cavalcaselle con la sua ricostruzione del primo catalogo di Antonello.
Correda la mostra un importante catalogo edito da Skira, con tutte le immagini delle opere esistenti e riconosciute di Antonello da Messina; una Sezione storico artistica con i saggi di Giovanni Carlo Federico Villa, Renzo Villa, Gioacchino Barbera e sei testi rispettivamente di Roberto Alajmo, Nicola Gardini, Jumpa Lahiri, Giorgio Montefoschi, Elisabetta Rasy e Vittorio Sgarbi. Concludono il volume gli Apparati con Biografia e Bibliografia Ragionata.
Una mostra imperdibile per conoscere la fine introspezione psicologia dei volti degli uomini e delle donne profondamente italiani dipinti dal grande artista e l’eccellenza tecnica fatta di misture e infinite stesure dei colori che Antonello prese dai contemporanei fiamminghi e rielaborò, mescolandola alle influenze venete, nella sua maniera mediterranea, inconfondibile e di assoluta bellezza.
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José Molina

… fantasie “lisergiche”!

di Marina Novelli

Salire la scalinata interna del Museo Carlo Bilotti e ritrovarsi immersi ne “L’acqua di Talete”, la suggestiva mostra in cui, per la prima volta, José Molina presenta la sua collezione di iconici lavori ripartiti tra dipinti, disegni e sculture oltre a numerose opere inedite. Lo scorso 29 novembre 2018 ha avuto luogo, infatti fino al 17 febbraio c.a., nelle prestigiose sale della Aranciera di Villa Borghese, la mostra di cui oggi andiamo a considerare.

L’acqua intesa come archetipo, forza primigenia da cui si genera la vita e a cui tutto fa ritorno.
L’acqua che regge il mondo e l’acqua che nutre in analogia con l’universo femminile.

Ma perché proprio il tema dell’acqua nel Museo Carlo Bilotti, che a sua volta è immerso nella suggestiva cornice del polmone verde di Roma: Villa Borghese?
Sì, stiamo proprio focalizzando la nostra attenzione sull’Aranciera di Villa Borghese!
L’edificio infatti, prima di essere adibito ad Aranciera, verso la fine del Settecento, fu ampliato e decorato per volontà di Marcantonio IV Borghese, insieme alla sistemazione del contiguo “Giardino del Lago”, al fine di ospitare eventi e feste mondane. La sua realizzazione fu talmente stupefacente che all’edificio stesso venne attribuito il nome di “Casino dei giochi d’acqua”, proprio per la presenza, come tramandato dalle cronache dell’epoca, di fontane e ninfei di particolare pregio in stile barocco, al fine di creare un intrattenimento non certo privo di stupore, agli occhi festosi degli ospiti e dei familiari.

Da qui, ci ha rivelato il curatore della mostra Roberto Gramiccia, l’idea di allestire una personale dell’artista madrileno José Molina, interamente dedicata al tema naturale dell’acqua, da lui designata quale elemento primordiale che dà origine alla vita e fondamento archetipico sul quale poggia tutto il sistema del reale.
Concetto questo che costituisce la base della filosofia occidentale, in base a quanto riportato da Aristotele nella sua Metafisica; Molina, realizzando sculture e opere pittoriche su tela e su carta, in cui sempre predomina l’acqua stessa, si confronta con questo pensiero, evocandola nelle fattezze metafisiche e visionarie dei personaggi rappresentati, permettendo analogamente il ricrearsi di un mondo fantastico che inesauribilmente riconosce se stesso… all’infinito! Infinitum!
Conseguentemente sono state selezionate, per il Museo Carlo Bilotti, le creazioni più interessanti di José Molina legate al tema dell’acqua secondo una visione “cosmogonica” e ad una serie di lavori che richiamano l’interesse dell’artista nei confronti del legame tra uomo e natura. Proviamo a soffermarci sull’artista… chi è José Molina?
Egli nasce a Madrid nel 1965 e già all’età di undici anni si cominciano a vedere i prodromi di quella che sarà poi la sua natura creativa; frequenta infatti diverse scuole d’ar- te e in seguito lavora nel campo della pubblicità, pur seguitando a studiare, fintanto che all’età di trentacinque anni, decide di dedicarsi totalmente alla pittura.
Milano si fa teatro delle sue prime esposizioni, per poi giungere a Roma nel 2014 e la Real Academia de España ospita la sua prima mostra antologica. Poi lo troviamo a Genova e San Marino, fino a giungere a New York nel 2018 presso la Able Fine Art Gallery.

Oggi Molina vive sul Lago di Como ma le sue opere sono presenti sull’intero mercato internazionale, sia europeo che asiatico.
Abbiamo chiesto al curatore della mostra di Roma, Roberto Gramiccia, data la vasta produzione pittorica dell’artista di contestualiz- zare l’elemento dell’acqua. 《I motivi sono almeno tre》 - egli ci ha risposto - 《Il primo ha a che vedere con le origini del Museo Carlo Bilotti che ospita la mostra. Il secondo con quella antichissima del pensiero occidentale e il terzo sta nella complessità dell’opera di José Molina. Beh! Non è poco, verrebbe da dire! Ma poi non basta 》
- egli continua -《 perché proprio nell’acqua si nasconde il senso più profondo di quella “fragilità apparente” che sostanzia la natura dell’uomo. L’acqua è “molle” e non dispone di una sua propria forma, la sua fisicità appare quasi trascurabile, ma poi se si pensa al diluvio universale nonché alla potenza degli oceani, anche se non si è fisici o filosofi, si comprende bene che nella apparente inconsistenza di questo elemento è custodita una potenza spaventosa… e proprio questa “fragilità” è diventata l’oggetto di principale interesse nella mia vita e nella mia ricerca》.
Continua Roberto Gramiccia…《 È infatti particolamermente significativa la scelta di questo museo a cui indirizzo i miei più sentiti ringraziamenti, in quanto la storia di questo spazio ha a che vedere con l’acqua e non ultimi gli incantevoli giochi d’acqua che caratterizzavano questo edificio nel ‘700 e l’idea che mi è venuta è stata quella di dedicare questa mostra all’acqua… l’acqua di Talete perché mi è sembrato opportuno riferirci alle origini del pensiero occidentale. Talete… i Presocratici…e questo per la semplice ragione che le opere di Josè Molina coniugano temi generali che riguardano le esperienze della vita, le sue origini, modalità e possibilità che la vita assume nei suoi aspetti piacevoli o drammatici…a volte tragici》.

C’è da notare infatti, che molto spesso le opere di Molina sono visionarie e tali da rendere la sua collocazione all’interno di una linea di produzione surrealista, possiamo considerarla sco- lasticamente corretta, ma la prorompente originalità e la fantasia estrema impediscono una collocazione troppo rigida all’interno di un casellario interpretativo o storiografico.
Due opere inedite “Marte nascente e Venere nascente”(2018) sono state realizzate appositamente per questa mostra, da cui si evince quanto sia forte il richiamo all’acqua come elemento in cui si crea la vita e, preziosa risorsa, indispensabile per ogni essere vivente.
Le due figure eseguite a matita grassa, rappresentano un uomo e una donna immersi nel mare, atti a testimoniare che dove c’è l’acqua c’è anche la vita.
La figura maschile, al posto delle gambe ha denti da tricheco, mentre quella femminile ha il becco di un tucano che sta a significare la difficoltà dell’uomo a vivere in armonia con la natura e la necessità di ristabilire un equilibrio.

Questa singolare esposizione è stata promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, patrocinata dall’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia e dall’Istituto Cervantes di Roma, organizzata inoltre con il contributo della Galleria Deodato Arte.

Già! Di Josè Molina si tratta infatti di un “artista Lisergico” come ama definirlo il curatore Roberto Gramiccia, davvero un artista visionario, la cui indomita fantasia non trova quiete… senza alcuna sosta egli ci regala delle emozioni davvero grandi… incommensurabili!

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