Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Maurizio Romà

Orizzonti di senso tra bianco e nero e teorema di vita
Testo critico di Paola Simona Tesio

Ogni uomo crea senza saperlo, quando respira - sosteneva Paul Valéry - Ma l’artista sente di creare. Il suo atto coinvolge tutto il suo essere».
L’arte è una combinazione di istanti, di sequenze di vita, di attimi pulsanti che sottendono alla natura umana del dare vita a qualcosa. Impulso indecifrabile, che rimane talvolta inaccessibile, intraducibile, ma che è spinta, propulsione, agire.
A CORDE INTERROTTE 50cmMaurizio Romà coglie attraverso i contrasti, definibili come “non colori”, le luminescenze del vero. Si muove sul filone dell’Optical Art, districandosi tra il bianco (non colore/insieme di tutti i possibili cromatismi) ed il nero (assorbimento di tutte le parvenze coloristiche). In questo “universo in bilico” delinea opere che smuovono il visivo.
Vasilij Kandinskij nel saggio “Lo spirituale dell’arte” definiva l’essenza del bianco in questi termini: «In particolare il bianco, che spesso è considerato un non colore (soprattutto grazie agli Impressionisti che non vedono “nessun bianco in natura”) è quasi il simbolo di un mondo in cui tutti i colori, come princìpi e sostanze fisiche, sono scomparsi. È un mondo così alto rispetto a noi, che non ne avvertiamo il suono. Sentiamo solo un immenso silenzio che, tradotto in immagine fisica, ci appare come un muro freddo, invalicabile, indistruttibile, infinito. Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto. Interiormente lo sentiamo come un non suono, molto simile alle pause musicali che interrompono brevemente lo sviluppo di una frase o di un tema, senza concluderlo definitivamente. È un silenzio che non è morto, ma è ricco di potenzialità. Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. E la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell'origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell'Era glaciale». Il nero invece rappresenta l’assoluta mancanza di resistenza e di possibilità.
Bianco come la luce, silenzio positivo di nascita o ri-nascita, nero come la quiete immobile. Genesi e declino, poli dell’esistenza, tensioni, propulsioni, è quanto emerge dalle opere di Romà, che simboleggiano l’equilibrio nonostante la precarietà racchiudendo la metafora dell’esistere che si modifica costantemen-te, ad ogni istante, virando come le modulazioni dei suoni, dall’ardire al silenzio. Onde sinuose di contrasti e materia che si rincorrono costantemente in infinite variazioni, come la luce e l’ombra. Ambiziosi cromatismi in eterna opposizione che paiono sottendere lo scorrere del tempo, incarnano il moto perpetuo del divenire, in cui tutto evolve e si trasforma. Opere in grado di destare nel riguardante complessi movimenti interiori che, quasi articolandosi come suoni, si svelano grazie ad una pura geometria estatica e vibrante. Le sue creazioni ottiche sono inoltre caratterizzate dalla straordinaria tridimensionalità resa possibile dall’incursione dei materiali.
OPTICAL II 40cm FRONTRomà è un artista che ha saputo cogliere dal bianco e nero tutte le sue potenzialità scolpendole e plasmandole. Il suo percorso creativo all’insegna dei contrasti inizia attraverso il disegno e la fotografia in bianco e nero per evolversi in quella che potrebbe definirsi, coniando un nuovo termine, “GeOptical Art” o muoversi nell’ambito della “Pitto-Scultura” attraverso l’incursione dei materiali recuperati, objet trouvé, che dinamizzano e rendono tattile il substrato della sua estetica.
Il cammino di Romà tra i sentieri dei contrasti non è abitato soltanto dalla dualità del bianco e nero ma si snoda un altro interessante filone nella serie denominata “Teorema di vita”, che si potrebbe ascrivere al movimento del Neoplasticismo, corrente artistica ispirata ai principi teorici della “plastica pura” formulati da Mondrian e divulgati dalla figura chiave di Theo van Doesburg attraverso la rivista De Stijl. Nelle opere di Romà ascrivibili a tale contesto, riemergono assonanze con Mondrian, connotate però da innovazioni espressive degne di nota. I preludi del movimento neoplastico traevano le radici dal cubismo e dall’astrattismo caratterizzandosi in un nuovo linguaggio espressivo che ricercava l’armonia attraverso le configurazioni geometriche nascenti da incroci di linee, colori primari e “non colori” e in grado di conformarsi in rettangoli campiti da contrasti e cromatismi, quasi fossero finestre che si aprivano su di un mondo nuovo, alla ricerca di un preciso equilibrio tra uomo, ambiente e paesaggio. Nei “teoremi di vita” di Romà l’operato geometrico si fa tuttavia esistenziale, concretizzandosi ulteriormente mediante le incursioni di graffi o di lacerazioni, talvolta evidenziati da colate di colore, quasi fossero percorsi, segni, tracce di esistenza. Fluttuazioni incisive di quel mondo umano così complesso ed articolato, dominato da vittorie e sconfitte, da gioie e sofferenze, da urla e silenzi, il cui eco rimane scolpito oltre ogni configurazione geometrica, sfuggendo a qualsiasi connotazione statica. Perché la vita vera è vivida come un graffio sulla tela.

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ArtCity 18

Artcity Novellidi Marina Novelli


Vediano quest’anno cosa tirerà fuori dal suo ‘capello magico’ - pensavo mentre mi recavo alla conferenza stampa di ArtCity 2018 del 22 giugno u.s. -” la curatrice Edith Gabrielli non smette mai di sorprenderci!” Memore infatti delle interessanti iniziative dello scorso anno 2017, pensavo tra me e me: “… come dimenticare il doppio ritratto “I due amici” del Giorgione in Labirinti del Cuore, il restauro delle Sette Fatiche di Ercole o il Giardino Ritrovato di Palazzo Venezia, una vera e propria oasi nel traffico frenetico della Capitale, nonché l’indimenticabile presenza di Giuliano Montaldo ed Ernesto Assante, senza dimenticare le spettacolari esposizioni in Castel Sant’Angelo che hanno ridonato vita e interesse a sale oramai cadute nel dimenticatoio, come ad esempio le cosiddette Sale Cambellotti, ora splendenti di luce, con le loro evocative decorazioni in Stile Liberty, oppure ridonando una nuova dignità alle prestigiose sale di Palazzo Venezia, superando vecchi, arcani ed obsoleti ricordi. Le attività da me citate sono solo una modestissima parte dell’imponente attività culturale svolta dal Polo Museale del Lazio, di cui Edith Gabrielli, prestigiosissima storica dell’arte del ‘Artcity2017400, è direttrice. Attività di enorme rilievo artistico che hanno avuto luogo in tutto il Lazio, spaziando nelle più disparate e molteplici espressioni dell’arte, siano esse relative ad arti visive o legate alla musica e allo spettacolo. Anche quest’anno ha confermato la sua valenza artistica... ArtCity è stato ed è infatti un progetto organico di iniziative culturali, nato per i musei e per i musei, in grado di unire sotto un immaginario ombrello comune oltre centocinquanta iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e… last but not least... audiovisivo, coprendo un periodo partito lo scorso giugno fino al prossimo novembre. ArtCity è giunta quest’anno alla sua seconda edizione, ed è stata realizzata, dal Polo Museale del Lazio, l’istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che gestiscono ben quaranta musei e luoghi di cultura di Roma e del Lazio. Creare occasioni di visita, questa è stata da sempre la grande intuizione di ArtCity, attraverso attività pensate su misura, sfruttando l’attitudine a vivere nuove esperienze, e soprattutto in estate quando la curiosità dei visitatori è favorita anche dal sublime aspetto meteorologico di Roma… e del Lazio, conservando come costante centrale la tutela e il decoro dei luoghi, nonché il rigore scentifico e la qualità artistica, mantenendo però, come obiettivo centrale, un processo di fidelizzazione capace di trasformare il Museo in una mostra di crescita culturale e di coesione sociale. Il quadro metodologico di riferimento è rimasto simile all’edizione del 2017, così come identico è stato anche l’impegno del recupero e valorizzazione delle collezioni permanenti; vale la pena citare a questo proposito il restauro degli strumenti musicali conservati a Castel Sant’Angelo, come ad esempio la spinetta cinquecentesca che Maurizio Croci ha suonato il 13 settembre u.s. all’interno della Sala Paolina, sala di rappresentanza fatta decorare da Paolo III Farnese. Vediamo attraverso una rapida “carrellata”, quali sono state le sezioni di ArtCity 2018: Il Museo come non l’hai mai visto ha aperto le porte di giorno e di notte a percorsi “segreti” in alcuni dei monumenti più Artcity2celebri di Roma e del Lazio, quali le prigioni, la stufetta di Clemente VII ed appena restaurate e visitate per la prima volta le Olearie di Urbano VII a Castel Sant’Angelo, le marciaronda, i sottotetti e il Belvedere di Palazzo Venezia, i sotterranei del Vittoriano e il Santuario della Fortuna a Palestrina. L’arte e l’architettura sono protagoniste nelle mostre di respiro internazionale come Armi e potere nell’Europa del Rinascimento, che è stata allestita nella doppia sede di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, nonché la suggestiva e sorprendente Eternal City, una collezione fotografica appartenente al Royal of British Architects esposta nella Sala Zanardelli del Vittoriano. I Bambini e ArtCity è stato un progetto interamente dedicato ai bambini che ha proposto una modalità innovativa facendo vivere il patrimonio culturale attraverso l’incontro con le arti sceniche. Un confronto tra museo e teatro… una serie di spettacoli che hanno avuto luogo in tutto il Lazio, dal Palazzo Farnese di Caprarola all’Abazzia greca di San Nilo a Grottaferrata, fino a Villa Lante a Bagnaia. Le Arti performative - musica antica e moderna, teatro e danza, hanno dominato invece le rassegne del Giardino Ritrovato a Palazzo Venezia, Sere d’Arte a Castel Sant’Angelo, Musica al Vittoriano curata da Ernesto Assante, ed ancora all’insegna della qualità e della sperimentazione In musica, In scena e Luci su Fortuna in tutti i quarantasei luoghi del Polo Museale del Lazio; tre anni sono trascorsi da quando, nel marzo 2015, questi è divenuto operativo, con lo scopo di gestire musei e luoghi di cultura fra i più importanti sia della nostra capitale e sia della nostra regione… tre anni durante i quali il Polo ha trovato una identità facendosi altresì strada nel complesso mondo della gestione dei beni culturali. Si può inoltre annoverare, fra le proprie missioni istituzionali del Polo, la costituzione del sistema museale regionale, vale a dire la messa in rete dei soggetti pubblici e privati che si occupano di beni culturali nel Lazio ed ArtCity 2018, nata nei musei per i musei, “I labirinti del Artcity 3cuore” ha costituito un altro passo importante in quella direzione. La parola chiave dell’edizione dell’anno in corso è stata continuità in quanto già nel 2017, ArtCity aveva fatto registrare un rimarchevole successo di critica (ben tre volumi di Rassegna Stampa!) e soprattutto di pubblico in quanto è stato sfiorato un numero di 600.000 persone presenti nelle varie iniziative. La mostra di Giorgione “I labirinti del cuore”, che lo scorso anno mi aveva profondamente commossa, oltre alle altre mostre d’arte, ha toccato il top delle presenze, collocandosi tra le mostre più in vista in Italia nel 2017, ed è stato notato che anche persone che non erano mai entrate in un museo, grazie ad ArtCity hanno potuto compiere questo primo importante passo! Vale la pena pertanto riportare quanto il dottor Antonio Lampis che ha la gestione di tutti i Musei Statali, e da cui il Polo Museale dipende, affermò in sede di conferenza stampa: “È questa una iniziativa emblematica per quello che sta succedendo nella riforma dei musei ed in particolare per i Poli Museali. Ho recentemente scritto sul ruolo sociale che oggi hanno i musei - egli asseriva - “musei invisibili”, come li chiamarono nel 2004, quando vennero presi d’assalto. Oggi stiamo lavorando intensamente sull’intera rete museale. Non dobbiamo dimenticare però che come avviene in tutta Europa, ed anche in Italia, c’è una frattura fra le grandi città ed i piccoli paesi, le grandi aree rurali e le popolazioni che li vivono… ed ecco che un programma di rete di questo genere, una istituzione come il Polo Museale ha un ruolo importantissimo per poter saldare questa frattura. È un ruolo realmente importante su cui nei prossimi anni, saranno investite tante energie… molte di più rispetto agli anni passati. La parola “Musei” è entrata nella testa di tante persone, come mai nella storia, ed è importante avere queste iniziative private che confermino la meravigliosa realtà interna italiana. Fin dal primo giorno del mio incarico, avvenuto nel settembre 2017, ho raccomandato ai musei di qualunque tipo, anche quelli archeologici e quelli d’arte antica, di avere un costante rapporto con l’artista vivente, affinchè il nostro patrimonio meraviglioso sia costantemente alimentato di numerose opere Artcity 4d’arte. I musei hanno anche un ruolo sociale e qui con ArtCity, vedo un programma che coinvolge centinaia di artisti di altissimo livello. Il mio complimento nei confronti della dottoressa Edith Gabrielli non è un complimento di circostanza ma è davvero un complimento molto sentito. Il Polo del Lazio sta diventando - aggiungeva - un polo esemplare in questo momento di cambiamento di governance del sistema museale ed in particolare dei Poli.”
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Le Olearie di Urbano VIII

a Castel Sant’Angelo

…ora restaurate!

di Marina Novelli

Sono tornate alla luce, dopo un importante lavoro di restauro, le cosiddette Olearie, magazzini utilizzati per la conservazione dell’olio, riserva essenziale per l’illuminazione degli ambienti, per l’uso alimentare ed anche militare nel caso di assedi e che furono realizzate sfruttando le celle radiali del basamento del Mausoleo di Adriano, in occasione degli intensi lavori di ristrutturazione di Castel Sant’Angelo, avviati da Urbano VIII, appena salito al soglio pontificio nell’ambìto programma di ricostruzione delle piazzeforti a protezione dei domini Olearie 1della Chiesa. Documenti dell’epoca hanno riportato ai lavori di muratura, autorizzati nel maggio 1631… “sotto al torrione di San Giovanni in fare le vasche per tenerci l’olio”. L’accesso alle olearie, difeso da un portone e una grata lignei e mediante una scala in muratura con soglie in travertino, conduce all’interno e su un lungo corridoio senza uscita, si aprono le quattro celle con banconi laterali, dove all’interno dei quali sono state murate delle giare in terracotta che fungevano da contenitori per l’olio, e contrassegnate dall’incisione di numeri romani. Al fine di non disperdere il prezioso contenuto delle giare, il pavimento non è perfettamente piano, ma lievemente pendente e se ne possono scorgere dei vasi in terracotta inglobati nel pavimento stesso, studiati per raccogliere eventuali perdite di olio prezioso; tali punti di raccolta, sette in tutto, distribuiti a seconda della pendenza del massetto, sono a tutt’oggi in buono stato di conservazione. L’intervento di restauro ha visto anche lo svuotamento degli ambienti in cui erano state ammonticchiate casse di materiali e depositi indiscriminati e non pertinenti all’uso, mentre hanno visto una profonda pulizia e deciso consolidamento degli intonaci… bella infatti la scala in travertino che conduce alle Olearie! Uno scrupoloso lavoro di restauro quindi, curato da Giovanni Belardi e realizzato da Luca Pantone in cui nulla è stato trascurato e che ha visto nell’impianto elettrico, l’utilizzo delle più moderne lampade a LED, adeguando gli ambienti alle norme sul risparmio energetico. Ebbi modo di visitare le Olearie in fase di conferenza stampa e ne rimasi molto affascinata…” un’altra perla di inestimabile valore - pensai - … venuta alla luce e che ci ricorda il lavoro dell’uomo…alla sua creatività e pertinacia… nonché indiscusso spirito di abnegazione. Dalla conservazione dell’olio per illuminare e per sconfiggere il buio, fino all’ impiego delle più recenti lampade LED… abbracciando così un bell’arco…un arco temporale!”
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Art&Vip

Intervista a Pamela Camassa

Come è iniziata la tua
carriera artistica?
Fin da piccola sono sempre stata affascinata dal mondo della moda, infatti a 14 anni ho iniziato a lavorare come modella. Nel 2002, all’eta di 18 anni, vinco “Miss Mondo Italia”, ma il vero portone si apre quando nel 2005 mi classifico terza a Miss Italia, ed è proprio da li che è partito tutto. è un concorso di bellezza che ti da tanta visibilità, e per me anche se non ho vinto, è stata davvero una vetrina importante.
Ti sei sempre contraddistinta per la tua bellezza e la capacità di entrare nel cuore dei telespettatori con la tua solarità. passionaria, sanguigna, ma la vera Pamela, fuori dalle telecamere è una donna timida o estroversa?
Com’è Pamela fuori dalle telecamere?
Camassa 2Diciamo che come sono in televisione, lo sono anche nella vita. Mi ritengo una ragazza solare ed estroversa ma nello stesso tempo timida e riservata… una ragazza semplicissima che ama quello che fa…
In questi anni Abbiamo avuto modo di vederti affiancare grandi nomi della Tv, con grande talento e disinvoltura, quale tra questi ti porti nel cuore?
Nel mio “piccolo” percorso televisivo ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare con grandi nomi della televisione, li porto tutti nel cuore, ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa… partendo dalla disciplina ed eleganza di Milly Carlucci, dalla simpatia, voglia di divertirsi e di improvvisare di Max Giusti e poi lui, il mio Pigmalione, Carlo Conti, una persona fantastica, piena di vita, divertente e allo stesso tempo molto professionale e perfezionista… al quale non smetterò mai di dire grazie per avermi fatto partecipare a molti suoi programmi.
Di ballo ne hai raffinato le tue qualità a “Ballando con le Stelle”, ma anche la tua voce lascia tutti senza fiato, si può dire che sei un’artista completa, ti piacerebbe condurre un format che ti veda alla prova in tutte le arti?
Ho sempre avuto la passione per la danza, pensate che da piccola spesso registravo tutte le sigle televisive, per poi riguardarmele e imparare le coreografie. Chi se lo sarebbe mai immaginato che proprio in quelle registrazioni un giorno ci sarei stata io. Partecipare a Ballando con le stelle è stato davvero bello e divertente, diciamo che si è realizzato un piccolo sogno! Poi c’è la passione per il canto, che grazie alla partecipazione a Tale e Quale show ho potuto raffinare… e come ammiravo i balletti in tv, non mi sono mai persa un’edizione del festival di SanRemo, insomma, Portatemi a vedere un musical e sono la persona più felice di questa terra.
Il mio sogno nel cassetto? Essere protagonista proprio di un Varietà…
Ma parliamo dell'arte visiva, di scultura, con la domanda di rito al personaggio di ogni numero di Art&trA. Chi è il tuo artista preferito?
Mi ha sempre incuriosito l’arte in generale… ma sono sempre stata attratta da un uomo in particolare, lui è un personaggio misterioso, pieno di lati oscuri… un pittore, un ingegnere… un genio… Leonardo Da Vinci.
Camassa 4Cosa ti emoziona di lui?
Leonardo Da Vinci mi emoziona e mi affascina per le sue scoperte, per le sue creazioni che nascondono tutt'ora mille significati e segreti… un uomo dai mille interessi, una mente che non smetteva mai di inventare, ma soprattutto, mi ha sempre incuriosito il suo lato esoterico… la sua scrittura criptica da destra verso sinistra, i rebus e le frasi in codice che si inventava… insomma era davvero un genio. A volte mi domando, chissà cosa penserebbe oggi Leonardo, a vedere l’evoluzione delle sue invenzioni, tra cui aerei, biciclette, armi da guerra, sottomarini, automobili ecc… ne sarei davvero curiosa.
Ma l'artista Pamela si è mai affacciata al mondo della pittura in prima linea?
Non mi sono mai affacciata al mondo della pittura in prima linea, ma fin dai tempi della scuola ho sempre amato disegnare, infatti ad educazione artistica avevo 10. Ero molto brava a copiare e a prendere spunti dalle altre creazioni, ma l’unica pecca che mi attribuiva la mia professoressa, era quella di avere poca inventiva… magari chissà, se avessi portato avanti questa passione, sarei potuta diventare una brava pittrice di falsi d’autore!
Nel tempo libero cosa ti piace fare? Sei una donna che ama andare ai musei, alle mostre?
Nel mio tempo libero amo cantare, andare al cinema e a teatro, fare shopping e, avendo la passione per la fotografia, molto spesso, mi diverto anche a fare la turista, quindi girovagare per la città, (p.s. Vivo in una delle città più belle del mondo, Roma!) e visitare mostre e musei…
Che ne pensi dell'arte contemporanea che oggi unisce sopratutto il digitale con opere sotto forma di video?
Io sono molto affascinata dall’evoluzione che ha la tecnologia anno dopo anno e che permette cosi all’arte contemporanea di diventare qualcosa di unico, di realistico, di surreale e spettacolare. Amo molto questo tipo di arte, perché molto spesso ti lascia a bocca aperta e perché è un’arte talmente innovativa che non smetterà mai di stupirti.
Un saluto speciale a te che stai leggendo Art&trA… perché significa che sei nato con un dono… quello della passione per l’arte...
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Miriam Ferrucci

Distacco 2018 olio su tela 80x120cmfoto 009 copiaUn insieme, spesso contrastante, di emozioni caratterizza i dipinti di Miriam Ferrucci, opere realizzate partendo dalla tecnica del fotorealismo. Un’immagine fotografica, che Miriam stessa realizza “obbligando” il soggetto a una posa da lei suggerita, viene poi, riprodotta sulla tela, elaborando con perizia e lunghe ore di lavoro con il pennello, ciò che l’obiettivo ha carpito: non siamo, come ad un primo e superficiale sguardo sembrerebbe, di fronte a delle opere iperrealiste, produzioni virtuosistiche della fotografia, di ben altra carica emotiva vivono protagonisti ritratti dalla Ferrucci. Alcuni dettagli dei corpi e dei volti vengono così messi a fuoco attraverso espressioni o gestualità esasperati, per esaltare emozioni nascoste, ciò che l’obiettivo fotografico non avrebbe mai rivelato, la mano talentuosa dell’artista fa emergere, per poi narrare una rabbia incontenibile, un segreto da tutelare, una malinconia che lascia trapelare il rammarico per l’ineluttabile passare del tempo o una consapevolezza interiore conquistata.
Donne e uomini che sfidano la tela e fanno emergere la loro vitalità, che diventa tangibile e reale, le emozioni forti e potenti si trasmettono come in un transfert dalla persona rappresentata a chi guarda i dipinti. Un gioco di complicità coinvolge l’osservatore richiamato in un dialogo intimo ed interiore. Si veda l’opera Maieutica che già dal titolo si ispira alle dottrine dei grandi filosofi, ad evocare il confronto come stimolo creativo tra persone consapevoli. Se il linguaggio pittorico è quasi cinematografico e moderno molteplici sono i richiami alla grande pittura da Lotto e Vermeer fino ad arrivare a Lucian Freud, gesti pacati e sguardi enigmatici sembrano mettere in discussione l’unicità e l’identità panoramica galleriadi ognuno dei personaggi rappresentati. Alcuni ritratti maschili esprimono rabbia e angoscia e la sensazione che nessuno possa essere in pace con sé stesso. La rappresentazione del femminile suggerisce all’artista una riuscita carrellata di personaggi, e così Rosa, Ophelia e le altre evocano altre storie e altre narrazioni. Via via questi volti femminili ci inoltrano in abissi interiori e ombre ora visibili dell’anima: la sfida nello sguardo impenetrabile degli occhi, contornati a suggerire una mascherina, del ritratto Anima, l’evanescenza dell’essere che ci suggerisce Ophelia. Figura femminile simbolo di innocenza violata, icona e musa immortale nella rappresentazione letteraria e iconografica, viene riproposta dalla Ferrucci in forma di ritratto contemporaneo al quale difficilmente lo spettatore riesce a sottrarsi come ipnotizzato, anche, dalla componente simbolica dell’acqua prefigurazione della follia e della caduta nell’abisso, in un intreccio indissolubile tra la vita e la morte.
Anima 2014 tecnica mista su tela 50x70cmOphelia 2015 tecnica mista su tela 40x40cmUna maturità anche stilistica contraddistingue gli ultimi lavori: il doppio ritratto Ritiro, viaggio simbolico e percorso identificativo dove si evidenzia la duplice rappresentazione di uno stesso soggetto, ancora il gioco del moltiplicarsi, il motivo archetipo del doppio che evoca l’incessante ricerca della propria identità, identificazione e alienazione, il confrontarsi con la propria Ombra (Jung) e infine la raggiunta armonia tra inconscio e coscienza. Tutto questo ci suggerisce la giovane donna dai lunghi capelli rossi che si disgiunge da sé stessa, libera, immersa nella calma contemplativa nella piena consapevolezza del sé. Nel grande ritratto il Distacco è una gestualità pacata delle mani che si attestano quasi in posizione difensiva, che domina il dipinto pervaso dal profondo messaggio allegorico. Un nuovo ordine simbolico sembra aver sovvertito il senso stesso del ritratto e di chi è rappresentato, lo sguardo della donna si perde e non senza timore trasferisce al linguaggio alchemico delle mani la comunicazione della propria distanza, la separazione dal tutto, il distacco.
Silvana Bonfili
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Carsten Paulsen:

“Il mio cuore è nel lago”

di Valentina D’Ignazi

Paulsen 4Semplicità, linee, fantasia… queste sono le tre parole chiave dell’Arte di Carsten Paulsen nato il 12 aprile del 1947 ad Aarhus in Danimarca, un uomo che ha fatto dell’Arte semplicemente la sua continuità nella vita.
Inizia il suo approccio in questo mondo a soli sette anni fino a diventare un rinomato professore universitario e membro di alcuni gruppi e associazioni di artisti.
Si definisce un artista che segue l’e-spressivismo ed il naturalismo, un uomo che rappresenta su tela le opere già integre nella sua immaginazione. Trova ispirazione nella lettura, nei luoghi che ha visitato con sua moglie Karin, nella sua vita scandita tra i doveri in Danimarca ed i piaceri Italiani. Proprio in Italia Carsten, in un piccolo paesino della provincia di Rieti (Paganico Sabino) crea da un rudere abbandonato una dolcissima dimora artistica, uno studio, finalizzato ad essere il suo piccolo rifugio dal mondo, dove il silenzio e la pace inebriano i sensi e rendono libera la fantasia.
“Dalle piccole realtà nascono grandi sogni”
In questa piccola realtà che si culla sul lago del Turano infatti, nella quiete della notte ed accanto ad un calice di buon vino, nascono le sue opere più belle e significative che verranno Paulsen 6poi esposte in moltissimi musei nazionali ed internazionali facendogli acquistare una rilevante notorietà. E’ attratto dalle linee, dalla schematicità instabile di scorci che sente il bisogno di rappresentare non appena si ritrova solo nel suo studio. 
“La storia è superficie, linea… come se la città chiede una cosa ed io le rispondo”. 
Venezia è la città che più di tutte ha contribuito ad ispirare la sua fantasia per la realizzazione di diverse opere. Usa l’olio su tela, con colori semplici ed allo stesso tempo decisi che sfumano in immagini senza tempo e ricche di racconti e poesia.
“Ogni volta che dipingo ho la convinzione che la mia creazione deve essere un capolavoro” .
Riesce a creare anche più opere nello stesso tempo, con la determinazione di rispondere a tutte le sue ispirazioni cercando di collocarle l’immagine che nasce nella sua mente nella storia. Carsten Paulsen vive ed opera in Danimarca con la sua famiglia, che lo ha sempre sostenuto ed incoraggiato nel suo lungo percorso artistico. E proprio in Italia, fra quelle montagne silenziose che fermano il tempo, fra Paulsencielo e acqua dolce, c’è il Sogno di un uomo che sfuma nella tela i suoi sogni, il suo mondo… l’immagine astratta della sua anima pura e senza età.
“ESISTONO LUOGHI CHE CI CHIAMANO, MAGARI ANCHE DA MOLTO LONTANO. NON NE CONOSCIAMO LA RAGIONE, MA, ANCORA PRIMA DI AVERLI VISTI, SAPPIAMO CHE SEGUENDO IL LORO RICHIAMO RITROVEREMO UN PEZZO DELLA NOSTRA ANIMA”
(Silvia Montemurro)
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Theodore Gèricault:

la zattera della Medusa

di Francesco Buttarelli

Intorno alla metà del 1816 si verificò una tragedia di mare; la fregata “La Meduse”, in viaggio verso il Senegal, si arenò al largo di Capobianco. Come fosse potuto accadere questo incidente resta ancora oggi un mistero per gli storici in quanto lo specchio di mare ove avvenne il naufragio risultava del tutto calmo. Avvenuta la tragedia, constatato che la nave era perduta, gli ufficiali (privi di ogni concetto di umanità) si salvarono utilizzando le scialuppe di salvataggio, abbandonando al loro destino marinai e passeggeri. I centocinquanta naufraghi sopravvissuti si ingegnarono a costruire una zattera. In poco tempo realizzarono una piattaforma di venti Theodore gericault la zattera della medusa 1819 10metri per sette su cui presero posto tutti i superstiti. Purtroppo dopo aver vagato in mare per tredici giorni, soltanto quindici tra marinai e passeggeri riuscirono a sopravvivere, dopo aver sperimentato forme di cannibalismo sui cadaveri degli sventurati. L’intervento del vascello militare “Argus” permise la messa in salvo di pochissimi scampati. Gèricault fu talmente impressionato da questo episodio da dipingere una tela, ove viene raffigurato il momento del salvataggio dei naufraghi. Lo stupendo dipinto ci mostra la zattera, carica di corpi, alcuni dei quali senza vita, mentre attraversa le acque di un mare buio e tempestoso. All’orizzonte si scorge il profilo di una piccola nave: la salvezza. Con una pittura forte, unita ad un cromatismo significativo, Gèricault fa emergere dai volti dei personaggi la follia, il terrore della morte attraverso una rappresentazione verista di chiara lettura.
Con una tela larga oltre sette metri e lata quasi cinque il pittore riesce a testimoniare la condizione dell’uomo che su una zattera o in un qualsiasi altro luogo è destinato ad essere vinto negli ideali e nelle speranze. Gèricault aveva vissuto attraverso scenari grandiosi ed inquietanti, dalla grandezza degli ideali napoleonici uniti con l’eredità della rivoluzione francese, sino alla conseguente restaurazione e reazione dell’antica nobiltà. Le figure sono disposte lungo una linea diagonale che attraversa il quadro da sinistra verso destra; obliqua risulta anche la zattera che sembra accompagnare i gesti e la posizione dei corpi. Tutto tende e sale verso l’alto sino a culminare nella figura di un uomo che cerca di sventolare un lembo di camicia verso l’orizzonte illuminato da bagliori funesti, ove si intravvede una piccola nave; ma l’orizzonte non è rassicurante, sulla sinistra del dipinto compare un’onda scura, alta come un muro, che sta per respingere il relitto mentre il vento gonfia la vela in direzione opposta. I protagonisti della tTheodore gericault la zattera della medusa primo schizzo 1818 02ragedia sono figure di corpi forti, perfetti. Anche il vecchio posizionato sulla sinistra vicino ad un giovane morto, mostra una figura vigorosa. Geniale risulta la capacità dell’artista nel modellare l’anatomia in forme scultoree e nel rappresentare con cruda realtà la morte. Volti lividi, braccia cadenti dimostrano un’attenta osservazione ed una conoscenza fisica di corpi senza vita. (L’artista per realizzare l’opera frequento gli obitori per ritrarre dal vero le membra contratte). Nei diciotto mesi impiegati per realizzare “La zattera della Medusa”, Gèricault studiò ogni minimo particolare. La grande forza rappresentativa scaturisce interamente dagli ideali dell’autore che riesce ad evidenziare nella tela i naufraghi in pose classiche, quasi eroiche, provocando una tensione ideale che accompagnerebbe gli sventurati nel paradiso degli eroi di Ossian. I protagonisti sono gli uomini, il resto del dipinto è circoscritto in uno spazio limitato. L’opera venne acquistata nel 1819 dal Louvre. I moralisti mostrarono scetticismo poiché avevano letto nel quadro una critica alla società dell’epoca ed un rimpianto dell’epopea napoleonica. L’opera era un capolavoro e proiettò Gèricault tra gli immortali dell’arte di ogni tempo.
ammutinamento sulla zattera pen
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“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia della pop art: tra fumetti, barattoli di zuppa e dive del cinema
di Marco Lovisco
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Se un tempo gli artisti rappresentavano santi, imperatori e paesaggi di campagna, e poi, di improvviso hanno cominciato a trarre ispirazione da attori, fumetti e prodotti da supermercato, significa che qualcosa nel frattempo è cambiata. La portata innovativa e rivoluzionaria della pop art va ricercata proprio in questo, nella sua capacità di urlare al mondo “Il re è nudo!” (come il bambino della celebre fiaba di Andersen).
Nella società statunitense degli anni Sessanta, in pieno boom economico e ascesa del consumismo sfrenato, gli idoli da venerare non si trovavano più nelle chiese, ma negli schermi dei televisori e sui cartelloni pubblicitari. Al mondo in bianco e nero della prima metà del secolo si contrapponeva quello sgargiante, colorato ed eccessivo del benessere che sembrava essere alla portata di tutti. Cambiavano i valori, cambiava la visione del mondo, cambiava la società.
rosenquist pop art 3Warhol, Lichtenstein e gli altri artisti della pop art hanno raccontato questa rivoluzione, e lo hanno fatto usando le stesse “armi” usate dalla società dei consumi, al punto da rendere difficile la distinzione tra la provocazione pura e il business calcolato. Ma forse sta proprio in questo la forza del consumismo: non puoi met-terlo in discussione senza finire col farne parte, come una cornice dalla quale è impossibile uscire.
1. La pop art è una corrente artistica nata nella seconda metà degli anni Cinquanta negli Stati Uniti per poi diffondersi con successo anche in Europa negli anni Ses-santa. I principali esponenti di questa corrente furono Andy Warhol, Roy Lichtenstein, James Rosenquist e Claes Thure Oldenburg.
2. Il nome pop art è l’abbreviazione di “popular art”, per sottolineare come questa nuova corrente artistica traesse ispirazione da soggetti “popolari”, ispirati cioè dalla cultura di massa. Pubblicità, televisione, cinema, ma anche scaffali dei supermercati diventano i soggetti delle opere d’arte, come le celebri scatole di barattoli di salsa Campbell di Warhol, gli eroi del cinema e dello spettacolo o le immagini colorate dei fumetti.
Warhol pop art 13. Non a caso la pop art nasce proprio come reazione all’espressionismo astratto, corrente artistica nata negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, basata sull’esternalizzazione del sentire individuale dell’artista attraverso l’arte (es. Jackson Pollock, Mark Rothko). Gli artisti della pop arte invece, cercano ispirazione nella società del loro tempo e nella cultura di massa. Semplificando: se gli artisti espressionisti, attraverso l’arte raccontano se stessi e il proprio universo spirituale, gli artisti della pop art raccontano ciò che li circonda.
4. Come ogni corrente artistica, anche la pop art è figlia del suo tempo. Negli anni Cinquanta, sulle macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, stava nascendo una società che vedeva nella produzione di massa di beni di consumo e nelle moderne tecnologie domestiche (lavatrici, frigoriferi ecc.) un evidente segnale di progresso. La pop art sfrutta proprio le modalità di comunicazione e la filosofia della società dei consumi, trasformandole in arte, con un chiaro intento ironico e provocatorio.
5. Il re della pop art è sicuramente Andy Warhol, l’artista che più di tutti è riuscito a cogliere il cuore dell’America degli anni Sessanta, con i suoi miti e i suoi punti di riferimento. Le sue serigrafie prodotte in serie, che rappresentano attrici come Marilyn Monroe o prodotti industriali come i barattoli della zuppa Campbell sono un’ironica dimostrazione di come l’arte sia un prodotto “da consumare”. Come se fosse uscito da una fabbrica per entrare nelle case delle persone che hanno i mezzi per acquistarlo.
6. Altro grande esponente della pop art fu l’americano Roy Lichtenstein, che prendeva ispirazione dal mondo della pubblicità e dei fumetti. Le sue opere più famose si basano sull’ingrandimento di oggetti comuni tratti da pubblicità e fumetti fino a rilevarne la retinatura con i punti delle tinte primarie. I testi che spesso accompagnano le opere, uniti all’uso di colori decisi o del bianco e nero, rendono le sue opere semplici ma incisive.
7. Altri esponenti di spicco della pop art furono l’americano James Rosenquist che indaga il mondo della pubblicità, del cinema e della televisione con colori vivaci e decisi; George Seagal, famoso per i suoi candidi calchi in gesso e Claes Thure Oldenburg, che realizzò enormi sculture in gesso dipinto raffiguranti gelati, hot-dog o oggetti della vita quotidiana, per evidenziare la voracità del consumismo che sembra muoversi nella società con la forza devastante di un inesorabile gigante.
8. Se Warhol, Lichtenstein e Rosenquist furono i principali esponenti della pop art, probabilmente colui che fece da ponte tra l’espressionismo astratto e la pop art fu l’artista americano Robert Rauschenberg. Nei suoi celebri “combine paintings” (anni Cinquanta) Rauschenberg univa oggetti della quotidianità, frammenti di giornale e materiali urbani, trasformando le sue opere in chiavi di lettura della società.
9. Tornando indietro di qualche anno potremmo annoverare, tra i padri della pop art, anche l’artista americano Edward Hopper, capace di raccontare nei suoi dipinti il lato più autentico e pop della cultura americana di inizio Novecento.
10. Tra i “figli” della pop art ci sono sicuramente gli artisti di strada Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, quest’ultimo scoperto proprio da Andy Warhol. Entrambi, con i loro graffiti, hanno raccontato la cultura popolare della New York anni Ottanta, fatta di asfalto bollente, consumismo esasperato e un’irrefrenabile energia che consumava tutto, come se non esistessero né passato, né futuro, ma solo un fugace presente da addentare come una mela matura.

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Il mondo enigmatico di GIOVANNI MASUNO

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a cura di Svjetlana Lipanovic

La magnifica mostra personale di Giovanni Masuno intitolata “Leonardo scientifico” è stata inaugurata il 17 luglio 2018 presso lo spazio espositivo della Banca Fideuram San Paolo Invest in Via Cicerone, 54 a Roma. Rimarrà aperta fino il 20 settembre offrendo la possibilità unica di poter ammirare le 39 opere ispirate ai codici di Leonardo da Vinci. Il prof. Giammarco Puntelli ha presentato le splendide tele che racchiudono una ricerca minuziosa della storia effettuata dal pittore, per riuscire a rappresentare con le immagini visionarie le scoperte del genio fiorentino. Ogni quadro creato dal Maestro dove i simboli si intrecciano, racconta una storia magica ed affascinante immortalata con il sapiente uso dell’arte pittorica. Giovanni Masuno è un formidabile narratore, un instancabile ricercatore delle verità celate nel passato e nella mente umana. La sua formazione artistica si è perfezionata con Rinaldo Turati presso LA.BA di Brescia, mentre si è diplomato in modellato e scultura con Cesare Monaco e in disegno e pittura con Davide Castelverde presso la Scuola di Arti e Mestieri Ricchino di Rovato (BS). Negli anni successivi, da uomo curioso e colto si è appassionato alla psicologia e alle scienze umane che ha approfondito inserendo le sue esperienze e i risultati raggiunti nelle opere d’arte. Il Realismo spontaneo caratterizza i suoi dipinti eseguiti con la leggerezza dell’acquarello o con i colori più densi dell’acrilico. Alla mostra romana, oltre i quadri dedicati a Leonardo, sono visibili altre opere ispirate a personaggi eccezionali del passato ed inserite nel progetto “Genius”, con cui ha esposto nel 2018 a Firenze, Anghiari e fra poco a Vinci. L’artista residente nelle vicinanze dell’incantevole Lago di Garda ha esteso la sua ricerca artistica creando le sculture in ceramica raku, gran-fuoco e bronzo. Per il suo nuovo percorso nell’arte, è stato decisivo l’incontro con Mario Pavesi pittore e scultore, allievo del grande scultore Henry Moore. Il lavoro creativo del Maestro è accompagnato anche con l’insegnamento della Leonardo Machiavellico 100x80pittura ed acquerello negli spazi dell’Associazione Culturale Larice di Brescia di cui è uno dei soci fondatori. L’anno 2017 è stato particolarmente significativo per le diverse mostre organizzate dal prof. Puntelli con un nome comune “Master Class di Infinity”, che hanno visto la partecipazione di Masuno al Palazzo Ducale di Sabbioneta, alla Galleria Pall Mall di Londra, alla Galleria Naive e Sebastian Art Gallery a Dubrovik in Croazia.
Per capire meglio il suo universo pittorico avvolto nelle atmosfere misteriose sono significative le afferma- zioni del Maestro: “Sono da sempre grande appassionato di storia, simbologia, culture dei popoli e discipline psicologiche, riguardanti le scienze umane; da qui nasce la mia profonda esigenza di esprimere in arte l’attuale degrado morale e la perdita d’identità dell’essere umano. Convinto che solo la cultura possa “salvare l’umanità”, ho iniziato un percorso artistico dapprima portando alla luce grandi personalità del passato fino ad arrivare alla rappresentazione del decadimento dei valori dell’attuale società. Ho scelto la pittura perché è il linguaggio artistico che più mi rappresenta; nelle mie opere fondo i vari stili, partendo dalla figurazione classica fino ad arrivare all’espressionismo astratto, e uso il colore per dare un forte impatto emozionale. L’obbiettivo finale della mia ricerca artistica è arrivare all’“essenza” per rappresentare concetti filosofici complessi. Il mio lavoro artistico è per me una “necessità esistenziale”.
05 NIKOLA TESLA 120x100Il prossimo appuntamento con il mondo enigmatico di Giovanni Ma- suno è previsto per il 29 settembre 2018 presso la grande Moschea di Roma, dove sarà organizzata la mostra collettiva che parlerà della pace e della fratellanza tra i popoli.
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Eternal City

…uno scrigno di bellezze!

Roma nella collezione fotografica del RIBA… Royal Institute of British Architects.
Eternal Novelli
Nel Monumento a Vittorio Emanuele II, meglio conosciuto con il nome de Il Vittoriano, nella Sala Zanardelli, è tutt’oggi in corso e fino al 28 ottobre p.v., la suggestiva mostra che espone duecento fotografie che ritraggono Roma tra la metà dell’Ottocento e l’età contemporanea; foto appartenenti alla collezione del Royal Institute of British Architects di Londra. Curatori della mostra sono Gabriella Musto che è anche direttrice del Vittoriano, e Marco Iuliano, in collaborazione con Valeria Carullo, e a sua volta per il RIBA, quella della Robert Elwall Photografs Collection da cui provengono tutte le opere. La mostra ha lo scopo di ricostruire l’immagine della città eterna e attraverso una immaginaria lente del Grand Tour, il visitatore può osservare la spettacolare città con gli occhi del mondo anglosassone condividendone gli sguardi iconici ma anche desueti e profondamente evocativi. Roma da sempre ha stimolato l’immaginazione collettiva, specie tra gli stranieri, creando suggestioni indimenticabili; possiamo affermare con eternal 4certezza che, da sempre, la città di Roma, vestita del suo fascino per antonomasia, ha stimolato l’immaginazione collettiva, è stata infatti soggetto ideale per pittori e incisori fin dal Rinascimento, mentre la fotografia ha avuto il suo sviluppo quando “si fa l’Italia”, contribuendo con la sua tecnica ad alimentare quell’aura da cui Roma è avvolta già dai secoli precedenti. In mostra sono esposte immagini principalmente di pittori/fotografi che, nelle prime uscite di gruppo, sistemavano le loro macchine fotografiche negli stessi luoghi, rendendo pertanto complessa l’attribuzione. Vediamo infatti che l’iconica scalinata di Trinità dei Monti ripresa da Via Condotti, o caso ancor più ricorrente il Foro, sono ripetutamente ripresi da punti di vista condivisi da tutti i primi fotografi, con delle varianti davvero minime, quasi indistinguibili. eternal 5Ricorrente, in questo viaggio romano che abbraccia un arco temporale che va dal romanticismo al neorealismo, è il Monumento a Vittorio Emanuele II, con il suo aspetto architettonico di grande impatto… e non solo visivo ma anche simbolico e politico della città eterna. Il RIBA, ovvero il Royal Institute of British Architects fondato nel 1834, oltre ad assere un importante ordine professionale, ambisce anche a promuovere l’educazione alla qualità dell’architettura, sia dentro che fuori la Gran Bretagna ed annovera nella sua collezione fotografica 1,7 milioni di immagini. Le foto selezionate ed esposte in mostra sono accumunate da uno sguardo ampio, molto attento sia al dettaglio archeologico che al paesaggio, passando per la scala intermedia dell’architettura. Fatta eccezione per alcune immagini dei fondi dell’Architectural Press Archive, sono stati proposti esclusivamente scatti fotografici Eternal 1britannici, fino ai giorni nostri: James Anderson, Tim Benton, Richard Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon, Edwin Smith. Questa interessantissima esposizione, promossa ed organizzata dal Polo Museale del Lazio, di cui Edith Gabrielli è direttrice, è anche inserita nella ricca kermesse artistica di ArtCity 2018… grandi emozioni da osservare, da vivere… da ricordare!







Eternal 3
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