Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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PIETRASANTA

Incastonata nel biancore marmoreo delle Alpi Apuane, come una perla preziosa dentro la sua conchiglia, declinante, tra promontori e ridenti colline, verso quella parte incantevole di costa tirrenica nota come Versilia, Pietrasanta, insieme al Forte dei Marmi, Viareggio, Camaiore e alcune altre località di quel territorio, è da anni meta ambitissima di villeggianti di tutte le nazionalità e di frequentatori di locali alla moda.
Ma il nome di questa suggestiva cittadina toscana, ricca di storia e di bellezze naturali, è legato soprattutto all'arte, in modo particolare all'artigianato artistico del marmo e alla scultura, tanto da essere, ormai, conosciuta in tutto il mondo come la Piccola Atene italiana. «È dagli anni '60 che da noi arrivano scultori di fama internazionale, artisti e appassionati di arte». commenta Chiara Celli, direttrice del Museo dei Bozzetti “Pierluigi Gherardi” di Pietrasanta. Che continua, orgogliosa «Il Museo dei Bozzetti nasce nel 1984, a seguito di alcune iniziative promosse da Jette Muhlendorph, fotografa, giornalista e critica d'arte danese che fin dai primi anni '80 raccolse presso i laboratori e le fonderie di Pietrasanta una grande documentazione fotografica sulla tradizione della lavorazione artigianale caratteristica della città. Il passo successivo fu la creazione, appunto, del Museo dei Bozzetti, il cui intento è quello di documentare l’attività artistica degli scultori che vengono nel nostro territorio da tutto il mondo per realizzare le proprie opere nei nostri laboratori artigiani. Questo Museo è un'istituzione unica nel suo genere a livello mondiale ed è il riflesso diretto dell’attività che maggiormente caratterizza il comprensorio apuo-versiliese, in particolare Pietrasanta, cioè la scultura. La sua sede fa parte del Complesso dell'antica Chiesa e Convento di Sant'Agostino, oggi Centro Culturale “Luigi Russo” che ospita anche la biblioteca comunale “Giosue Carducci”».
museodeibozzetti foto di Luca Romano1
Il Centro Culturale attualmente offre parecchi spazi per l'organizzazione di iniziative culturali ed artistiche di vario genere. Nel Chiostro e nelle Sale dei Putti e del Capitolo, vengono allestite mostre personali e collettive di scultura, pittura, fotografia e documentarie. Nel grande Salone dell'Annunziata si tengono conferenze e convegni, mentre la Sala delle Grasce ospita iniziative di formazione ed esposizioni d'arte. Nella Chiesa di S.Agostino si svolgono le grandi mostre dei maestri dell'arte e, spesso, concerti di musica classica.
La tradizione scultorea del marmo e il Museo dei Bozzetti
Una tradizione di secoli lega la città di Pietrasanta alla lavorazione artistica del marmo. Tale attività che vede attivi i maestri pietrasantesi è attestata in diversi centri toscani fin dal XIV secolo, oltre ad essere testimoniata dalle opere presenti nelle chiese cittadine. è a Pietrasanta che nel Cinquecento Michelangelo venne a firmare contratti per i marmi da lui fatti cavare sulle vicine Alpi Apuane. All'attività dei laboratori del marmo si sono poi aggiunte quella delle fonderie artistiche del bronzo e delle botteghe dei mosaicisti, dei formatori, degli ingranditori in creta. In epoca più recente questo vivere in simbiosi con l'arte è continuato e sempre più continua a svilupparsi grazie alla particolare abilità e maestria degli artigiani locali, odierni prosecutori dell'antica tradizione, che attrae scultori di ogni parte del mondo, tra cui i maggiori esponenti dell'arte contemporanea, che confluiscono qui per realizzare le proprie opere. Ospitato nel cinquecentesco ex-convento di Sant' Agostino, il Museo si propone di raccontare il processo di creazione e realizzazione di un’opera in marmo e in bronzo, valorizzare generazioni di artisti e documentare le indelebili tracce che essi hanno lasciato.
La Collezione
I bozzetti (in scala ridotta) e i modelli (in dimensioni reali) rappresentano l’idea iniziale dello scultore prima della traduzione in opera compiuta. Le loro dimensioni variano da pochi centimetri a qualche metro e sono realizzati in vari materiali, soprattutto gesso. Essi raccontano come nasce una scultura e comunicano sia la parte creativa, l’idea, il sogno, il progetto di ciò che sarà, sia la parte tecnica, la traduzione in opera, con tutte le sue variabili ed i suoi protagonisti. La collezione museale raccoglie oggi oltre 700 bozzetti e modelli, prevalentemente in gesso, di sculture di più di 350 artisti italiani e stranieri. Le opere realizzate sulla base di questi bozzetti si trovano in musei, collezioni e parchi di tutto il pianeta, per cui visitando l'esposizione si può avere un ampio panorama delle varie tendenze artistiche che hanno attraversato il Novecento ed avere così una visione complessiva della scultura contemporanea. Sono rappresentati, tra gli altri, maestri come Henri Georges Adam, André Bloc, Helaine Blumenfeld, Fernando Botero, Antonio Bozzano, Davide Calandra, Arturo Carmassi, Pietro Cascella, César, Pietro Consagra, Niki De Saint Phalle, Novello Finotti, Jean Michel Folon, Gonzalo Fonseca, Rosalda Gilardi, Emile Gilioli, Gigi Guadagnucci, Jean Robert Ipousteguy, Igor Mitoraj, Costantino Nivola, Isamu Noguchi, Maria Papa, Alicia Penalba, Beverly Pepper, Giò Pomodoro, Edoardo Rubino, Carlo Sergio Signori, Ivan Theimer, Giuliano Vangi, Leone Tommasi, Kan Yasuda. Altro spazio, nato recentemente e legato al Museo, è quello di Palazzo Panichi, affacciato sulla Piazza Duomo, ospita a rotazione selezioni tematiche di bozzetti che seguono il filo conduttore degli eventi espositivi collegati al calendario elaborato dal comitato S.T.Art – Grandi Eventi di Pietrasanta, con ciò arricchendone il percorso espositivo e mettendolo “in vetrina”,.     «Un’opportunità per valorizzare i bozzetti e un’occasione in più per tutti, adulti e bambini, per soffermarsi a godere della creatività degli artisti, scoprire il mondo “magico” della scultura, riflettere sui messaggi trasmessi dalle opere» sottolinea la Celli. Tutto questo costituisce una ricca quanto qualificata offerta culturale ed espositiva che, nel tempo, ha dato i suoi frutti, arrivando a far registrare per il 2016 un boom di visitatori al Museo dei Bozzetti e nella nuova sede di Palazzo Panichi in Piazza Duomo. I visitatori sono passati da 12.287 del 2015 a 21.511 dell’anno scorso (+ 75%). Ma è stato nel complesso che l’offerta museale pietrasantina ha registrato un exploit di accessi, del tutto superiore a ogni ottimistica previsione.
Il Parco internazionale della Scultura Contemporanea
Ideale prosecuzione all'aperto del Museo dei Bozzetti, il Parco Internazionale della Scultura Contemporanea, rappresenta un altro marchio che contraddistingue la città di Pietrasanta e la sua antica e radicata tradizione nel campo della realizzazione di creazioni scultoree. Costituito da un vasto numero, work in progress, di sculture monumentali di arte contemporanea poste in spazi pubblici, il Parco è il segno evidente dello stretto legame tra la cittadina e i maestri della scultura che qui hanno lavorato o che ancora vi lavorano con assiduità. L'ampio percorso museale all'aperto si snoda per strade, piazze, giardini non solo del centro, ma anche delle frazioni. La collocazione di queste opere qualifica altamente il paesaggio urbano, unendosi ad appositi interventi per ambientare opportuna- mente le sculture, e gli conferisce una connotazione tipica che evidenzia il connubio tra Pietrasanta e l'arte. Tra i maestri in mostra con le loro opere si ricordano, tra gli altri: Fernando Botero (Il Guerriero, 1992), Pietro Cascella (Memoria di Pietrasanta, 2001) Novello Finotti (Donna tartaruga, 1994 e Sant'Antonio, 2010), Renzo Maggi (Monumento al Donatore, 2013), Francesco Messina (Il pugilatore, 1992), Igor Mitoraj (Il centauro, 1994 e Annunciazione, 2013)
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Il MuSA
Il MuSA è una sala con attrezzature tecnologiche all’avanguardia che permette la composizione e la visione di video, filmati, fotografie, virtual tour, che giocano e si rincorrono su otto grandi schermi, con un’acustica perfetta e differenziata, mentre sei touch screen permettono di visitare e interagire con i luoghi e gli attori dell’affascinante mondo del marmo. Il MuSA racconta la storia del territorio sul quale nasce, delle sue imprese, dei suoi artisti che proprio sulle risorse della terra hanno fondato, sin dal XVI secolo, la loro fortuna. Il MuSA nasce dalla terra che lo ospita e ne costituisce testimonianza attraverso territorio, materiali, imprese. Con lo stesso intento è stata creata la nuova Biblioteca Virtuale che fornisce materiale utile per approfondire le tematiche che costituiscono storia e personalità di questo florido territorio. Sono molte le opere degli artisti che hanno lavorato a Pietrasanta, spesso affidandosi alla professionalità dei laboratori e delle fonderie locali, presenti in alcune tra le più importanti collezioni di Musei pubblici e privati nel mondo. Per citarne solo alcuni: il MoMA di New York, la National Gallery di Londra, il Museo degli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Norvegia, l’Hermitage di San Pietroburgo e il Kunsthaus di Zurigo. Il MuSA in questa sezione, nel rendere omaggio ai Maestri, si propone da un lato di ampliare il potere evocativo e divulgativo delle partnership già avviate e, dall’altro, di costruirne altre, così da contribuire anche a livello internazionale allo sviluppo ed alla conoscenza del ‘sistema Pietrasanta’.
I laboratori artigiani e la tradizione scultorea raccontati da Rino Giannini
Rino Giannini, scultore e personaggio poliedrico con esperienze internazionali, e non solo nel campo dell'arte, classe 1939, è la memoria storica di Pietrasanta, la sua amata città dove è nato e dove vive e lavora da sempre. Per le sue mani il marmo non ha segreti, ha iniziato, infatti, a lavorarlo da apprendista artigiano che ancora era un adolescente. Con il tempo è diventato uno scultore di successo, le sue opere sono presenti in spazi pubblici e privati che vanno dall'America alla Cina; è inoltre stato per parecchi anni docente di Tecniche del marmo all'Accademia di Carrara. Parte da lontano, Giannini, nel raccontare la storia di Pietrasanta e le vicende che lo riguardano, il suo narrare è avvincente e carico di pathos: «Fu nel Cinquecento – dice - , soprattutto con Michelangelo, che le nostre cave, da Carrara a Pietrasanta alle altre località della Versilia, divennero una meta per scultori e artisti che arrivavano da fuori. Michelangelo s’inerpicava personalmente per i sentieri delle montagne dove si trovano le cave, lui andava a caccia dei marmi migliori, il suo preferito era il bianco statuario, oggi divenuto molto raro da trovarsi». L' “oro bianco”, come viene chiamato il marmo di Carrara, è estratto a una altitudine elevata, nelle cime delle Alpi Apuane. Le cave di marmo sembrano “tane”, quasi città scavate all’interno della montagna. Il lavoro dei cavatori è duro e pericoloso, in passato, quando non esistevano le stesse tecnologie di oggi, si verificavano spesso incidenti non di rado mortali. Estrarre dalla roccia richiede grande perizia, la roccia occorre saperla governare, saperci entrare, saperla scavare, non è un caso che per secoli questo mestiere si tramandava da una generazione all'altra. La bravura dei cavatori consiste nel saper trasformare la massa informe e ribelle in blocchi di marmo, che poi vengono trasportati a valle. Oggi la tecnologia rende ognuna di queste operazioni molto più agevoli compreso il trasporto, una volta i massi di marmo tagliati e squadrati venivano accompagnati fino al mare dai lizzatori che per questo si servivano di funi e paletti. è dal tempo di Michelangelo che le cave hanno cominciato ad assumere un ruolo centrale per l’economia di tutta la Versilia, a partire da Pietrasanta, qui intorno alla metà dell'800 sono arrivate committenze da tutto il mondo per lavori in marmo dedicati all'arte sacra. Spiega lo scultore pietrasantese: «Questo perchè da noi parallelamente alla estrazione del marmo si erano andate formando botteghe artigiane che lo lavoravano con grande bravura. Le opere per l'arte sacra fatte in marmo comportava che a loro corredo si realizzassero altri lavori, quali accessori, ovvero balaustre e quant'altro, sia in bronzo che in metalli diversi, nonché molto spesso si richiedevano dei mosaici. Molte botteghe artigiane cominciarono ad attrezzarsi in tal senso, diventando vere e proprie fonderie, dove si lavoravano, appunto, bronzo e metalli. Altre si specializzarono nell'arte del mosaico, non è un caso che Pietrasanta arrivarono a fine '800 bravissimi mosaicisti da Venezia, qui attratti dalle cospicue committenze straniere, specie da oltreoceano, che insieme ad opere di arte sacra in marmo, chiedevano anche lavori musivi». «Con il tempo  prosegue Giannini - la tradizione artigiana si è fatta arte. Io stesso ne sono testimone e in parte protagonista, ho, infatti, girato il mondo in lungo e in largo per consegnare mie opere, per realizzarle nei luoghi più disparati del pianeta e per fare mostre. è con orgoglio che mi sento di affermare che gli artigiani di Pietrasanta, con la loro bravura e maestria e con la loro grande sensibilità artistica, sono coloro che hanno regalato prestigio e qualità a questa mia terra, oggi riconosciuta a livello internazionale come la culla del marmo e dell’artigianato artistico. Questo lo sanno gli accademici, che a Carrara hanno fondato nel 1769 l’Accademia di Belle Arti, dove ho avuto l'onore di insegnare e dove ho potuto contribuire, insieme a nomi prestigiosi di docenti e artisti famosi, a formare le nuove generazioni».
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Dagli anni '60 Pietrasanta è meta di artisti, soprattutto scultori, italiani e stranieri, più famosi e meno famosi, arrivati qui sapendo di trovare non solo i materiali migliori in marmo, ma anche le maestranze artigiane più rinomate di tutto il mondo sia per quanto riguarda la lavorazione, con le tecniche più disparate e ormai avanguardistiche, dell'“oro bianco”, sia per quanto riguarda la lavorazione del bronzo e di ogni altro materiale metallico, trattati anch'essi con estrema perizia in fonderie altrettanto rinomate. A queste capacità, si aggiunge una straordinaria abilità nel trattare, con tutte le tecniche, il mosaico, l’intarsio, la stamperia d’arte. Non c'è da stupirsi, perciò, se in questi luoghi, nomi celebri come Botero, Mitoraj, Vangi, solo per citarne alcuni, hanno fissato la loro dimora d'artista, realizzando con tutti i tipi di materia molti dei loro capolavori. Opere queste che, partite dalle botteghe artigiane pietrasantine, hanno preso rotte internazionali, arrivando a destinazione in città quali New York, Mosca, Tokyo, Parigi, Shanghai e in ogni altro angolo della terra, per diventare immortali. Botero, Mitoraj, Messina, Vangi, Folon, Moore, e molti altri scultori hanno lasciato, e continuano a lasciare, tracce visibili della loro presenza attraverso opere che decorano molti angoli della cittadina versiliese; un museo a cielo aperto di rara suggestione e che, a ragion veduta, ha guadagnato a Pietrasanta la fama di Piccola Atena italiana. «Il nostro artigianato artistico  commenta Rino Giannini  è un fiore all’occhiello non solo per il nostro territorio, ma per l'intera nazione che può contare sui migliori artigiani della manifattura artistica made in Italy. Gli artisti hanno a disposizione le migliori maestranze per realizzare i propri lavori, tra l'altro possono scegliere tra più botteghe dello stesso settore e concentrate nello stesso territorio, una comodità anche questa che si è rivelata vincente sul fronte delle committenze». Sebbene assiduo frequentatore di molti laboratori artigiani locali, soprattutto del marmo, parecchi dei quali ha tenuto a battesimo come socio fondatore, Rino Giannini i suoi lavori ama realizzarli in proprio. Nel suo studio dimora in pietra a vista dove lavora, l'anziano scultore ha la possibilità di trovare ispirazione comunicando con l'assoluto. Inerpicata in cima a una lussureggiante collina, immersa nel verde di una natura selvatica quanto ricca di profumi e colori, la casa studio del maestro pietrasantese gode, infatti, di un paesaggio a dir poco mozzafiato. Se da una parte è possibile ammirare le statuarie cime della Alpi Apuane protendersi verso il cielo di Toscana in un abbraccio con l'eternità, dall'altra, guardando verso l'orizzonte, è impossibile non emozionarsi davanti alla bellezza dell'immensa distesa marina delle azzurre acque di Versilia, acque che, nelle giornate più limpide, vedono stagliarsi sulla skyline, fantasmi galleggianti di rara suggestione, le lontane isole dell'Arcipelago toscano. Afferma con orgoglio Giannini «Nel 1970 sono stato uno dei soci fondatore del C.A.M.P., consorzio degli artigiani del marmo di Pietrasanta. Oggi uno degli studi più prestigiosi di Pietrasanta è di un mio ex allievo; Massimo Pellegrinetti, scultore ed artista a tutto tondo ed anche docente di Tecnologia ed uso del marmo, delle pietre e delle pietre dure all'Accademia di Brera. Le sue opere sono presenti in varie sedi non solo italiane, ma pure straniere. Non dico che questa sua brillante carriera sia tutta merito mio, ma in parte sì. Ho cercato di trasmettere ai miei allievi la mia passione per il lavoro fatto con le mani oltre che con il cervello, ad essere artisti ed artigiani insieme. Ed è quello che fa Massimo, la sua opera nasce dalle sue mani, cio' anche quando si tratta di opere di grande dimensioni. Sul fronte delle idee è uno sperimentatore, il che me lo fa apprezzare ulteriormente». Sempre attento al dibattito dell’arte contemporanea, Pellegrinetti, è animato da uno spirito di ricerca continua, utilizzando materiali e soluzioni stilistiche polivalenti. Nel lavoro creativo è poliedrico, a volte le sue opere rimandano a sensazioni distaccate e ironiche, altre a sincera partecipazione, altre ancora hanno connotazioni di tipo simbolista. Sempre suscitano ammirazione. «Un laboratorio di scultura che frequento volentieri aggiunge Giannini - è lo Studio Pescarella a Vallecchia, una frazione di Pietrasanta. Mi piace, perchè è internazionale e forma artisti, in genere giovani, provenienti da tutto il mondo, che lì ci lavorano per mesi, imparando a trattare sia il marmo che la pietra, lì trovano tutti gli strumenti necessari per fare le opere, ma anche assistenza, stimoli artistici, insegnamento, ospitalità e tanta amicizia». «Pietrasanta è tutto questo, un luogo accogliente e amicale dove i suoi artigiani sono amici dell'arte e degli artisti tutti, dai più famosi ai meno famosi, agli allievi. Come si fa a non amarla!» conclude il maestro. Fondato nel 2002 da tre stranieri, lo statunitense, Neal Barab, la tedesca, Lotte Thuenker e la svizzera-americana, Jaya Schuerch, che lo gestiscono in qualità di partner, questo Studio attualmente vede operativi permanentemente sei artisti, soprattutto stranieri, altri, sempre in numero di sei, vi lavorano a turni stagionali. Alla Pescarella arrivano dall'Europa, America del Nord e del Sud, Corea, Giappone, Cina e da ogni altro territorio d'Oriente ed d'Occidente. «Siamo venuti a Pietrasanta sottolineano gli artisti, non solo perchè questa città è la patria del marmo, ma perchè qui l'arte, oltre a impararla, si respira nell'aria. E questa è una magia che non si trova in nessuna altra parte del mondo»
di Marilena Spataro
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Ivana Jovanovic Trostmann

Tutti i colori dell’arcobaleno caratterizzano le tele di Ivana Jovanovic Trostmann nata nel 1966 a Dubrovnik /Ragusa/ la magnifica città croata, sulle sponde dell’Adriatico.     
La Città fiabesca immersa in un paesaggio lussureggiante, vanta una storia millenaria, testimoniata tra l’altro, da  innumerevoli opere d’arte conservate nei musei del centro storico. Indubbiamente Jovanovic Trostmann, una vera maestra del colore è fra gli artisti contemporanei più apprezzati che continua con successo, la gloriosa tradizione dei pittori ragusei. Dopo la laurea conseguita nel 1989 presso l’Accademia di Belle Arti a Sarajevo,  si specializza nel 2002 a Zagreb/Zagabria/ in storia dell’arte, sotto la prestigiosa guida del professore ed accademico Tonko Maroevic. Dal 1990 fa parte dell’HDLU /L’Associazione degli artisti croati/. La sua attività pittorica è accompagnata con il lavoro didattico presso diversi  istituti scolastici a Dubrovnik. Nella città natale ha fornito la sua consulenza artistica: durante la sistemazione del reparto pediatrico dell’ ospedale Sv. Vlaho /San Biagio/, nonché dei due campi sportivi, e del sottopassaggio, ecc.. Inoltre, si è dedicata all’illustrazione dei libri dove si possono ammirare le pagine dipinte con le immagini suggestive ad alto contenuto poetico.
Langelo
Negli anni passati la pittrice ha allestito 22 mostre personali in patria, in Montenegro ed Ungheria due paesi con quali intrattiene una  continua collaborazione. La sua presenza è stata notata in 30 rassegne collettive presso città croate, in Giappone, Montenegro, negli Stati Uniti. Il pubblico romano ha potuto ammirare le sue opere nel 2015, al Teatro dei Dioscuri, presso la “Domus Romana” e la sede dell’Associazione italocroata, nel 2017. Le sue esposizioni spesso hanno uno scopo umanitario, in perfetta sintonia con la personalità sensibile dell’artista. Il mondo pittorico delicato, etereo, fantasioso di Ivana, simile a un sogno che annulla le brutture esistenti, riflette con radiosi colori la bellezza segreta della natura, impregnata di una profonda spiritualità. Le tele, risultato della meditazione personale, riportano alla luce immagini espressioniste, illuminate dalle tonalità calde del Mediterraneo. Sono un inno silenzioso al Creatore, alla perfezione del creato del  quale spesso, non ci accorgiamo in quanto persi nel vortice della quotidianità. Ci invitano ad osservare attentamente, ad ammirare con stupore l’abbinamento dei colori, le forme del nostro mondo, per poter cogliere e godere della sua perfezione, nell’attimo fuggente. Il gioco fra le luci e le mille tonalità delinea le nature morte, i delicati fiori, i paesaggi assolati, gli interni delle case, le immagini sacre, oppure le composizioni piene di simboli. La pittrice con il suo innato, formidabile senso del colore predilige: il rosso, il blu, il giallo, il bianco e il nero con quali costruisce oppure solo accenna le forme. A volte, i quadri non sono completamente rifiniti e dagli spazi bianchi si sprigionano raggi di luce. Altra caratteristica evidente è proprio la trasparenza dei dipinti realizzati con segni leggeri e usando colori ad olio ed acrilico, su tela.
La chiesetta
Alcune opere sono il risultato delle sensazioni visuali che si liberano di qualsiasi forma reale. Le linee verticali ed orizzontali sono mosse dal ritmo interno e, con le sembianze trasparenti assumono connotati simbolici di forte impatto visivo. Un'altra fonte dell’ispirazione che alimenta la sua ricerca artistica si trova nelle rappresentazioni sacre, dove predomina la figura di Gesù. Il suo volto è contemplato nelle immagini, con particolare attenzione allo sguardo che cambia, secondo le situazioni dipinte. Verso la fine del 2016 si è tenuto l’evento intitolato “L’arrivo”, dedicato al Nazareno e realizzato dall’artista negli spazi di Palaca Sponza /Il Palazzo ducale/ a Dubrovnik. Attualmente è in preparazione una sua mostra personale che si terrà a Roma nel corso dei prossimi mesi. Il famoso scrittore russo Dostojevski disse una celebre frase: “La bellezza salverà il mondo”. Guardando i quadri della pittrice, regno incontrastato della grande bellezza, possiamo solo augurarci che la profezia sarà compiuta, tramite immortali opere d’arte dove le sue, hanno un posto d’onore.  
a cura di Svjetlana Lipanovic
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GiovanniManzo

Ciao Giovanni, innanzitutto complimenti per questa nuova interpretazione dell' impressionismo.
Cosa è successo e come mai questo repentino cambio di stile ?
Andy e Basquit
“Da circa 18 anni ho raccontato a modo mio, attraverso il genere che ho chiamato Impressionismo Contemporaneo, le architteture delle metropoli, Napoli in particolare; un lasso di tempo notevole per spiegare cio' che avevo da dire in pittura e figurazione. Attraverso la grafica ho iniziato un nuovo modo di figurare le citta' e nello stesso tempo ho rivisitato in chiave moderna un genere pittorico, l'impressionismo”.
Sei passato dal raccontare metropoli a dipingere volti di personaggi famosi e animali.
“A mio parere è un passaggio obbligato perchè una volta dipinta una scena di vita quotidiana, la curiosita' mi ha spinto a guardare le persone, gli sguardi, immaginare cosa stessero pensando in quel preciso istante. Ovviamente quello che più mi interessa al momento è la descrizione pittorica di queste persone attraverso questo nuovo linguaggio. Per questo, inizialmente, ho scelto l' immagine di personaggi famosi oppure il mio cane, il volto di una giraffa”.
Brigitte
Hai già un idea dell’evoluzione di questo genere, delle dimensioni dei tuoi dipinti, dei colori che userai?
“Sperimento ogni giorno il tipo di colori, infatti ho inziato con l’olio, ho continuato con l’acrilico, fino ad approdare agli smalti. Quello che ho in mente e' descrivere le emozioni e la personalita’ delle persone attraverso i loro volti; voglio realizzare quadri di grandi dimensioni nei quali i soggetti ritratti dei committenti si identificano con l’immagine attuale e contemporanea che descrivo con il mio nuovo modo di dipingere”.
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Elvino Echeoni in mostra Al Porto di Roma

Da giovedi 3 al 28 agosto 2017 presso la Galleria Ess&rrE di Roberto Sparaci si terrà l’naugurazione della mostra del M° Elvino Echeoni.
La mostra è articolata in diverse sezioni e avrà in esposizione opere di diverse tecniche di Elvino Echeoni (olii, tecniche miste, disegni e grafiche).
Le opere selezionate da Roberto Sparaci in collaborazione con Remo Panacchia della Galleria Il Mondo dell’Arte di via dei Castani a Roma e con la supervisione del maestro propone anche alcune tele poste all’attenzione del pubblico già in occasione dell’evento di dicembre 2016 allo Zodiaco dove l’artista ha festeggiato i suoi 50 anni di attività artistica.
Pittore, scultore, incisore, restauratore, scenografo ma anche designer, musicista, compositore e autore di testi, il Maestro Echeoni è tra i più rappresentativi artisti italiani in campo internazionale.
 Saranno esposti quadri che proiettano lo spettatore, attraverso le vibrazioni e l’armonia del colore, verso la sintesi pittorica declamata dall’ "Energia vitale". E nell’antologica non potevano mancare oltre alle composizioni floreali e alle figure femminili - la serie di astratti ispirati ai "Momenti musicali" e quelli intitolati alla "Realtà virtuale", in cui il pittore estremizza la tridimensionalità di figure geometriche ad alto contenuto simbolico.

 Echeoni in Mostra al Porto di RomaDi lui hanno scritto:
“Un ovaloide reale e la sua ombra: si scopre con stupore che la pittura non si degrada illustrando un aneddoto e, nell’opera di Elvino Echeoni, rivela con sapiente abilità l’evento storico della rappresentazione della “ creazione” nella successione dal mondo inorganico all’organico. Ammaestrato da Cézanne che visualizzò l’illusione della realtà contro il disegno e l’ombreggiatura che danno il volume con l’equilibrio dei colori intensi e forti, vincendo l’apparenza reale delle cose, ottenendo la profondità senza mescolare colori sulla tavolozza Echeoni interpreta le dottrine della biologia e ricorda i graffiti rupestri che indicano con la freccia e il sangue la vita e la morte, la sopravvivenza e la storia evolutiva dell’umanità…: l’onnipotenza dei “moti” nel Creato”. (Prof. Riccardo Giovanni De Col)

Porto Expò 2017

Porto Expò 2017
Manifestazione di Arte contemporanea
Porto Turistico di Ostia
La manifestazione avrà luogo al Porto turistico di Roma dal 20 al 29 ottobre 2017
Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - 00121 Ostia Lido - Roma

Inaugurato nel giugno del 2001, il Porto di Roma si trova immediatamente a sud della foce del Fiume Tevere a soli 10 minuti di auto dall'aeroporto internazionale di Fiumicino “Leonardo da Vinci” e dalle splendide rovine di Ostia Antica, nella zona di pasoliniana memoria dell'idroscalo di Ostia. La posizione è strategica anche per i collegamenti con il centro della città di Roma raggiungibile in pochi minuti con una linea di ferrovia me- tropolitana. Il complesso rappresenta un moderno concetto di porto turistico, fondato su strutture integrate in grado di offrire un grande gamma di servizi a 'mare' e a 'terra', opportunità ricettive sia a livello di business che per il tempo libero.
Expo 2017La Acca Edizioni Roma Srl in qualità di organizzatrice dell’evento, in collaborazione con la direzione del Porto turistico di Roma, e la Galleria Ess&rrE promuove la seguente manifestazione che proporrà artisti provenienti da tutta Europa ad esporre al Porto turistico di Roma dal 20 al 29 ottobre 2017.
L’evento avrà lo scopo di selezionare, promuovere, pubblicare, premiare ed inserire nel contesto del mondo artistico gli artisti di diverse categorie (pittura, scultura, fotografia, grafica, installazioni)ai quali sarà dato ampio risalto mediatico a mezzo tv, giornali, social, web.
Nel contesto della manifestazione verranno organizzati alcuni eventi collaterali legati allo spettacolo con alcuni comici di Zelig e Colorado, alla moda, cinema, musica, danza, che allieteranno il pubblico (previste circa 5.000 presenze giornaliere) e gli artisti partecipanti.

World Food ProgrammeDurante la manifestazione, grazie al prestigioso Patrocinio della FAO (WFP United Nation), sarà organizzata un’asta di beneficenza dove la Galleria Ess&rrE e gli artisti intervenuti doneranno alcune opere il quale ricavato sarà interamente devoluto alla suddetta associazione impegnata da sempre nello sviluppo del settore rurale e nella formulazione di programmi e politiche per la riduzione nella fame nel mondo.

Svolgimento

Inaugurazione il 20 ottobre 2017 con la presentazione degli artisti partecipanti ai quali verranno consegnate le pergamene di partecipazione e alcuni gadget degli sponsor della manifestazione.
La premiazione degli artisti avverrà il giorno 29 ottobre nella serata che sarà presentata da Antony Peth alla presenza del Dott. Alimberto Torri e Roberto Sparaci.

Selezione degli artisti
Gli artisti saranno invitati a compilare il modulo di partecipazione alla manifestazione con l’invio di 2/3 opere a mezzo mail in formato JPG 300 Dpi.
Gli artisti saranno invitati ad inviare una o più opere (a seconda della modalità scelta nella compilazione del modulo) che saranno esposte per tutta la durata della mostra.

Regolamento
La manifestazione è aperta a tutti gli artisti nelle seguenti sezioni: Pittura - Scultura - Fotografia - Grafica - Installazioni.
- Dimensioni delle opere:
Dipinti/foto/grafica non dovranno superare il formato max 130x130
Sculture h. cm. 100 max (in caso di dimensioni diverse la quota di adesione potrebbe variare)
Ogni artista potrà partecipare con una o più opere.
Le stesse dovranno essere inviate a carico dell’artista a mezzo spedizioniere, una volta accettata la candidatura, alla Galleria Ess&rrE che prenderà in carico le opere le quali saranno custodite secondo i canoni e assicurate a carico dell’organizza- zione dal giorno di ricezione e per tutto il periodo della manifestazione e verranno rispedite con il medesimo imballo sempre a carico dell’artista.
Si raccomanda un adeguato imballo per evitare ogni eventuale danno alle opere.

Modalità di partecipazione
Ogni artista dovrà inviare la propria candidatura compilando la scheda di adesione scaricandola la link in calce a questa pagina e spedirla per mail alla Galleria Ess&rrE al seguente indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Gli artisti potranno essere presenti per tutto il periodo della manifestazione.
In caso contrario ci saranno le persone dello staff che avranno facoltà, su mandato scritto dell’artista, di effettuare eventuali vendite delle opere.

Comitato Scientifico

  • Roberto Sparaci (Editore, curatore, organizzatore eventi, gallerista)
  • Dott. Alimberto Torri (Scrittore, direttore artistico rivista Art&trA, artista) 
  • Prof. Francesco Buttarelli (Professore di lettere, scrittore, critico d’arte, saggista)
  • Elvino Echeoni (Artista, curatore, organizzatore eventi, gallerista, musicista)
  • Dott. Alessandro Paltoni (Commercialista, revisore contabile, ex Consigliere X Municipio)
  • Dott. Giuseppe Sorrentino (Imprenditore, artista)
  • Marcello Ciabatti (Presentatore tv e radio, critico d’arte, gallerista, artista)
  • Claudio Alicandri (Artista, organizzatore eventi per i rapporti con l’estero)
  • Giorgio Bertozzi (Curatore, organizzatore di eventi, critico d’arte)
  • Dott.ssa Marilena Spataro (Giornalista, Curatrice, organizzatrice di eventi, critico d’arte)
  • Enrica Verdinelli (Artista, Segreteria Organizzativa dell’Evento)
  • Sandra Inghes (Artista, Segreteria Organizzativa dell’Evento)
Premi
L’ organizzazione metterà a disposizione tre fasce di premi di seguito specificati:

1° premio:   2 settimane di mostra personale presso la galleria Ess&rrE di Roma
2° premio:  1 settimana di mostra personale presso la galleria Ess&rrE di Roma
3° premio:  1 anno di pubblicazione nella rivista Art&trA (6 numeri)

Tutti gli artisti avranno una pubblicazione gratuita nell’Annuario d’Arte Moderna “Artisti contemporanei” 2018

Il Dott. Alimberto Torri e Roberto Sparaci selezioneranno e premieranno personalmente gli artisti e li inviteranno ad esporre gratuitamente nella "La Galleria Ess&rrE" che selezionerà 3 artisti da esporre gratuitamente in una fiera d’Arte nel calendario del 2018

Quota di Iscrizione
La quota di partecipazione, è di 200,00 € e ogni artista avrà a disposizione 1,5 mt. lineari per una o più opere, da versare a mezzo bollettino postale o bonifico bancario.
(Inviare copia del versamento al seguente indirizzo email:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli artisti dovranno conservare copia del pagamento.
La quota di iscrizione non è rimborsabile.
N.B.
Il modulo di iscrizione è scaricabile in calce a questa pagina.

Modalità di pagamento

Postepay: 4023600639155318 intestata a Roberto Sparaci
Bonifico  Bancario:
IBAN:  IT10K0538703200000002169513
Intestato a Acca Edizioni Roma Srl
Bonifico Postale:
Iban:  IT83T0760103200001036490678
Intestato a Roberto Sparaci
Sponsor Manifestazione

“Ritratti d’artista” Maestri del '900 Giuliano Vangi

Maestro Vangi perchè ha scelto la scultura come forma espressiva prioritaria della sua arte?
   «Non ho scelto io la scultura, è la scultura che ha scelto me. Fin da piccolo ho sempre cercato di modellare, di scolpire qualcosa, magari in un mattone, in un sasso, invece, non mi sono mai impegnato a dipingere, a fare quadri».
Come era la scena artistica dei suoi esordi, lei come si poneva rispetto ai movimenti artistici del tempo. Quali i mutamenti più evidenti, in positivo e in negativo, nel mondo dell'arte che ha registrato negli anni della sua lunga carriera?
   «La scena artistica al tempo era popolata da una miriade di movimenti di grande vivacità e originalità d'idee. Io ho guardato con interesse a ciascuno di questi movimenti cogliendone i vari aspetti estetici e teorici, per poi, però, proseguire sulla mia strada sulla base di una mia personale visione. Reputo che il grande fermento artistico e i nuovi modi di fare arte del tempo siano stati per molti versi positivi, per altri meno. Ad esempio, la grande mostra di Henry Moore al Forte Belvedere di Firenze, se da una parte ha fatto conoscere e ha introdotto elementi di assoluta novità che hanno aperto nuove e inesplorati percorsi sul fronte dell'arte astratta e informale anche in scultura, dall'altra ha generato in tantissimi artisti la convinzione che si potesse fare scultura con estrema facilità, levigando forme e mettendo fori a caso, con questo fraintendendo la grande lezione che ci veniva dal maestro anglosassone che, con le sue forme, ha inventato uno stile e un linguaggio scultorei del tutto originali, comunque dotati di quella armonia e perfezione estetico formale, nonchè di una carica poetica ed emotiva, degne della migliore tradizione scultorea del passato».
Quali sono stati i suoi modelli artistici di riferimento del passato?
   «Da quando ho iniziato a studiare prima all’Istituto d'arte, poi per un pò in Accademia, ho guardato, innanzitutto, all'arte antica, questo per capire i valori estetici e formali che ci sono stati tramandati. Da ragazzo ero innamorato dell'arte egiziana di cui amavo particolarmente l'essenzialità nella forma, dopo ho rivolto la mia attenzione ai romani e all'arte etrusca. La mia formazione artistica vera e propria mi deriva dallo studio profondo e appassionato del Rinascimento, soprattutto toscano. Vivendo ormai a Firenze, facevo delle immersioni totali nei musei, nelle chiese e in qualunque altro luogo si trovassero opere d'arte. Amo moltissimo Giovanni Pisano, Donatello e Michelangelo, specie quello delle ultime opere. Idealmente sono stati loro i miei maestri e a loro mi sento molto vicino. Ovviamente con il tempo ho cominciato a guardare ai miei contemporanei, all'arte americana astratta e ad artisti quali Smith e Moore così acquisendo una visione più ampia dell'arte e che corrispondeva ai nuovi linguaggi che si andavano affermando».
Artisti si nasce o si diventa?
   «Entrambe le cose. Certo, si nasce con una predisposizione. Ma poi si diventa. Le doti naturali, infatti, non bastano a fare di un artista un buon artista, per diventarlo occorre avere spirito di sacrificio, costanza, lavorare con molta umiltà, serietà, senza pensare di fare imprese eccezionali. Se non si hanno poi le doti per andare avanti, allora è scontato che non si va da nessuna parte».
Come vede il mondo di oggi. Quale la visione del mondo che la guida nel suo lavoro?
    «È una visione che mi avvilisce quella del mondo di oggi. Viviamo in una terra bellissima, che noi uomini stiamo, però, sciupando sotto tutti gli aspetti, sia umani che naturali. La natura è abusata fin dagli abissi del mare, per poi estendersi, questo abuso, a tutto il resto. Questi aspetti negativi mi procurano un dispiacere profondo. La mia visione creativa è rivolta all'uomo e alla sua azione. Dell'uomo mi interessa tutto. L'uomo mi interessa nella sua totalità, con tutti i suoi problemi e difetti, con i suoi pregi e valori. Con la mia scultura porto avanti una lotta per individuare l'essenza umana, cercando di andare al di là persino del bene e del male».
Nonostante da lungo tempo la sua fama sia di livello internazionale e moltissime delle sue opere siano collocate in luoghi pubblici e privati di grande prestigio in tutto il mondo, lei continua a tenersi piuttosto lontano dalle luci della ribalta, al contrario di molti artisti famosi della contemporaneità che amano e cercano notorietà e consenso affidandosi sempre più spesso a gesti clamorosi e a performance ad alto impatto mediatico. Cosa risponde?
   «L'arte per me è poetica della vita. Alla base della mia esistenza c'è il mio lavoro, che amo fare con serietà e senso del dovere. Lavoro quotidianamente più di dodici ore, sei giorni su sette, vado in studio al mattino presto e rientro alla sera. Mi fermo giusto per le feste comandate. Non mi interessa assolutamente andare nei salotti o fare pubbliche relazioni al fine di ottenere visibilità. Quello che a me interessa, ripeto, è di andare avanti con la mia ricerca e con il mio lavoro, che amo moltissimo. Reputo che se si lavora con coscienza, serietà e umiltà, anche i riconoscimenti prima o poi arrivano. Indulgere in forme spettacolari e basta, perdendo di vista l'obiettivo artistico, non porta da nessuna parte, con il passare del tempo di queste cose se ne perde traccia, infatti. Quanto agli artisti che espongono nelle belle, di certo importanti, vetrine di cui mi parla, ritengo che spesso si dia spazio, specie ultimamente, a scelte che arrivano da una sola parte, sono i critici, i curatori, gli storici e chi si occupa di organizzare le mostre a decidere chi chiamare. L'arte è un fenomeno complesso e variegato, credo che sia giusto far esporre tutti coloro che abbiano qualcosa di serio da dire, artisticamente e poeticamente parlando, e non sempre gli stessi nomi o le stesse correnti. Muovendosi come ci si muove oggi non si fa un buon servigio né a coloro che amano l'arte e che desiderano ammirane le opere e nemmeno a coloro che desiderano possederle queste opere».
Dagli anni 80 in poi molti suoi lavori si ispirano al sacro, soprattutto a connotazione cattolico – cristiana, tra l'altro parecchi suoi monumenti sono esposti in luoghi di culto famosi. Perchè questa scelta e cosa è il sacro per Giuliano Vangi?
   «Sinceramente non ho scelto io di lavorare sull'arte sacra, mi hanno chiamato degli architetti a fare dei lavori al riguardo. Il primo è stato Renzo Piano che mi ha chiesto di realizzare un ambone in pietra garganica dedicato a Maria di Magdala per la nuova chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, così ho collaborato con lui. Poi mi ha chiamato un altro architetto, Mario Botta, e ho lavorato sul tema del sacro anche con lui. Questi lavori sul sacro li ho fatti perché me lo hanno chiesto. Non mi ritengo particolarmente religioso, ma quando devo lavorare su questo tema cerco di immergermi il più possibile. Per me il sacro è qualcosa di misterioso che va fuori, al di là dell'uomo. Quando lavoro la scultura, lo faccio con grande passione e quando raggiungo una certa purezza di idee e di forme e senza alcun tipo di compromessi, è allora che per me l'opera è finita ed è sempre allora che diventa qualcosa di sacro».
Per le sue sculture lei adotta materiali diversi, molte volte combinati tra loro. Come spiega questa scelta, c'è una materiale che, comunque, predilige sugli altri?
   «Adopero molti materiali, la mia scultura è quasi tutta policroma. Da ragazzo  realizzavo, ad esempio, una testa e poi la dipingevo. Ben presto, ho, però, scoperto che esistono materiali diversi e di diversi colori, così ho cominciato a usarli tutti, ottenendo, quando mi occorre, gli effetti policromi. Quando penso un soggetto questo nasce già con una sua materia. Se devo fare qualcosa di monolitico o statico allora scelgo il marmo, se, invece, devo fare qualcosa di dinamico scelgo il metallo. Ripeto, ogni soggetto nasce con una sua materia. Non scelgo una materia perché mi piace,
ma perché essa corrisponde e si adatta all'idea che ho immaginato. Ho voluto imparare a lavorare tutte le materie, dal bronzo al marmo, alla creta al legno. A volte innesto gli stessi tipi di materiali trattandoli in modo diverso oppure innesto materiali diversi che messi insieme creano l'opera così come l'ho pensata. E' per questo che ho dovuto imparare a lavorare tutti i tipi di materia, all'occorrenza so come trattarli. Ammetto, tuttavia, che i materiali mi affascinano tutti e li tratto tutti con pari amore. Nel marmo, come si sa, si toglie, nella creta e nel bronzo si aggiunge, è comunque bello e affascinante ciascuno di questi procedimenti per chi ama veramente l'arte e la scultura».
Quando realizza lavori monumentali, segue le fasi personalmente?
   «Sì lavoro io, laddove il lavoro sia troppo grande, allora mi faccio aiutare da esecutori, tuttavia sono sempre io a finire l'opera e a dare i tocchi necessari per conferirle un'anima, di qualunque materiale si tratti. Rispetto a quei lavori per i quali gli artisti si affidano in tutto agli altri per far realizzare la loro idea artistica, reputo che non si tratti più di lavoro artistico, ma di lavoro artigiano altrui. Per cui le opere che ne derivano hanno sempre qualcosa di freddo, mancando di quel soffio dell'anima che solo un artista sa infondere trattando la materia con le proprie mani».
Lei è nato in Toscana, ha vissuto a Pesaro, poi, per parecchi anni, anche in Brasile. Oggi vive a Pesaro e frequenta con assiduità, soggiornandovi per mesi, Pietrasanta, dove è tenuto in grande considerazione. Come è il suo rapporto con questa cittadina e con i luoghi in cui si trova o si è trovato a vivere, a partire da quello con la sua terra d'origine. E quali le tracce più evidenti dell'influenza di tutti questi “suoi mondi” sulla poetica e sul suo linguaggio plastico ed estetico?
   «Sono nato a Barberino del Mugello in provincia di Firenze. Del mio paese conservo ricordi bellissimi legati alla mia infanzia trascorsa lì, amo moltissimo quei luoghi e appena posso ci torno, le mie vere radici sono lì. Amo e sono legatissimo, comunque, a tutta la Toscana dove ho avuto la mia prima formazione artistica, non solo scolastica. A Firenze e nelle altre città toscane ho potuto visitare musei, chiese e altri luoghi dove ammirare e studiare i capolavori dell'arte del passato. A Pesaro ci andai successivamente per insegnare, lavoravo già da scultore al tempo, ma all'inizio le mie opere non le facevo vedere a nessuno, le reputavo troppo scolastiche. Poi sentii il bisogno di andare altrove, di fare esperienze nuove, nelle grandi città dove si  vivevano grandi fermenti artistici, per sperimentare andai a Roma, poi a Milano e a Firenze. Sentivo, però, il bisogno di altro. Allora andai in Brasile perché al tempo lì si faceva un tipo di architettura più dinamica e interessante che da noi, si stava costruendo Brasilia, esistevano inoltre situazioni sociali che mi interessavano dal punto di vista umano e anche della mia visione e sensibilità artistiche, da una parte c'erano le favelas e dall'altra una classe economica e finanziaria che deteneva quasi tutta la ricchezza nelle proprie mani. In Brasile presi a fare scultura astratta, desideravo, infatti, liberarmi da forme troppo bloccate e rigide, per cui sperimentai forme più spoglie, più pulite e aeree lavorando su materiali quali il ferro e l'acciaio. Imparai anche a saldare. Tornando in Italia tutte queste esperienze mi furono utili per riprendere il mio discorso sul fronte della figura che affrontai con grinta diversa e con una libertà maggiore di prima. Attualmente ho uno studio a Pesaro, la città dove in genere vivo e alla quale sono molto legato, in questo studio disegno e faccio i bozzetti. A Pietrasanta ho da lungo tempo uno studio, che è di dimensioni più ampie, qui faccio principalmente opere in marmo e in bronzo, quelle più grandi. Pietrasanta è una cittadina bellissima e accogliente e io mi trovo benissimo. Mi hanno persino conferito la cittadinanza onoraria, del che ne vado orgoglioso. Gli ambienti artistici, di questa cittadina sono ricchi di personaggi del mondo dell'arte internazionale e di colleghi scultori di grande fama, purtroppo non li frequento, ma solo perché non ho tempo, quando vado lì lavoro tutto il giorno. Trovo che oggi come oggi a Pietrasanta ci siano tra i più bravi artigiani al mondo sia del marmo che del bronzo e questo è molto importante per gli artisti che realizzano un lavoro come il mio. Quanto all'influenza che il mio territorio d'origine, così come quella degli altri territori da me vissuti, ha lasciato sul mio lavoro, essa è chiaramente rintracciabile nelle mie stesse opere e nella mia storia artistica».
Come vede il panorama artistico di oggi e come immagina il futuro delle arti visive tra cento anni. Reputa che le nuove tecnologie siano elementi capaci di contribuire in termini evolutivi dal punto di vista sociale nonché di crescita e di novità anche sul fronte delle arti figurative?
   «Le tecnologie non sono né buone né cattive, occorre vedere l'uso che se ne fa. Non sono minimamente contrario al loro utilizzo anche rispetto alla creatività artistica. Se si riesce a dar vita a lavori che esprimono arte, siano essi legati alla figura o all'astratto, non importa, allora ben vengano tutti i lavori, anche quelli realizzati attraverso l'utilizzo della tecnologia, importante secondo me è che siano l'esito di una passione e di un amore sinceri e non l'esito di scelte superficiali. A me l'arte interessa tutta, solo ritengo importante che essa dedichi attenzione all'uo-mo e all'ambiente che lo circonda. Tale discorso vale sia per il presente come per il futuro, anche tra cento anni è con questo che dovremo continuare a confrontarci».
Pensa, quindi, sia necessario avere un'etica unitamente all'estetica nell'arte?
   «Sì certo, è indispensabile avere etica, essere puliti e chiari nel fare arte, realizzare le cose semplicemente, senza inganni e, soprattutto, senza voler rap- presentare quello che non è».
In questi ultimi anni sono molti gli artisti, ma anche i critici e teorici dell'arte, tra cui alcuni famosi, secondo cui rifondare l'arte è rifondare la società e rifondare la società è rifondare l'arte. Quale il suo punto di vista al riguardo?
«Credo che l'arte segua un suo percorso e un suo meccanismo e che i mutamenti avvengono di continuo e con una velocità estrema; di continuo nascono correnti che poi spariscono nel giro di pochissimo tempo. L'arte che, secondo me, ancora funziona è l'arte figurativa, reputo che nella contemporaneità sia la più moderna, la più attuale e rivoluzionaria. Questo perchè è quella maggiormente capace di esprimere i sentimenti dell'uomo e di rappresentarli. Ad esempio, per quanto mi riguarda, amo tutto della figura umana, dalle mani a ogni altra parte del corpo, non solo le parti visibili, ma anche interne, a partire dal cuore. La testa è poi la parte che mi piace studiare e rappresentare di più, è nella testa che nascono le idee, si formulano i pensieri e si manifestano quei processi mentali che danno vita alla storia di ciascuno di noi e del mondo stesso, quindi, della storia dell'umanità. La testa dell'uomo contiene una magia e insieme un mistero che mi piace indagare all'infinito. Non credo che l'arte abbia la possibilità di rifondare la società, il suo compito, come quello di ogni artista, è di andare avanti, seguendo la propria strada con serietà e passione per quello che si fa, ma anche avendo attenzione ai mutamenti sociali, sì, in questo l'arte può e deve ricoprire un suo ruolo».
Una carriera artistica di successo e una vita appagante, pure, c'è un sogno nel suo cassetto che ancora aspetta di realizzarsi. Quale, maestro?
«Il mio sogno, a ottantasei anni, è di continuare a lavorare ancora per del tempo, con la stessa energia, lo stesso entusiasmo e la stessa passione di sempre, andando avanti con la mia ricerca per indagare, attraverso la scultura, il mistero dell'uomo, della sua anima, del mondo che lo circonda, che ci circonda.
di Marilena Spataro
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Marc Chagall

Parlare di Chagall significa entrare in punta di piedi nell’animo di uno degli artisti più innovativi del novecento. L’artista, surrealista e attento osservatore percepì che vi era un altro modo di raccontare la realtà attraverso una libera associazione di immagini e paesaggi. Rimase legato alla cultura russa ma riuscì attraverso i suoi colori a far sognare intere generazioni. Le opere sulle quali ci concentreremo riguardano il ciclo degli Amanti. Fin da ragazzo Marc era solito corteggiare belle ragazze, sapeva cantare e suonare il violino; inoltre disegnava, anche se la comprensione dei suoi colori non era di facile interpretazione.
   Spesso veniva invitato in luoghi ove vi era una ragazza prossima al matrimonio; cosi l’autore dipingeva tele che mostravano le future spose attraverso un gioco di luci ed ombre attraverso un fascino del tutto nuovo. Una fanciulla di nome Thea, diventerà la sua musa tanto che diventerà in seguito inseparabile dall’autore che la chiamerà Bella. Questa fanciulla sconvolgerà l’universo emotivo ed affettivo di Chagall tanto è vero che venti anni dopo la morte della moglie egli dipingerà un autoritratto ove la donna rappresenta la sposa per eccellenza. Seguiranno alcune delle più importanti opere riguardanti appunto le nozze.
   Fondamentale risulta il Notturno ove il tema del matrimonio si coniuga con quello del sogno: in questa opera Chagall riassume il proprio universo affettivo, tingendolo di un tocco surreale. Il mondo sembra abitato da Bella che attraversa il cielo a cavallo e arriva alle proprie nozze in una città tutta rossa, mentre un candelabro ebraico (ricordo delle sue origini )rischiara la notte. Poeta e scrittore oltre che pittore, Chagall si ispirerà a Shakespeare nell’opera Sogno di una notte d’estate. Nel quadro i due protagonisti si tengono abbracciati stretti, mentre simile ad una quinta di teatro compare un albero che rappresenta la resistenza e la longevità: infonde tenerezza il volto della ragazza che risulta quasi sorpresa. Fuori da ogni schema risulta l’opera gli Innamorati In Verde, dove i protagonisti compaiono sempre in atteggiamento affettuoso ma di volta in volta collocati in un contesto cromatico diverso, ora Verde ora Blu ora Rosa.
 Negli Innamorati In Verde, i due personaggi con il loro profilo ravvicinato formano un cuore mentre il resto del dipinto è composto da triangoli. Il verde è un colore molto amato dall’artista che compone con la medesima tavolozza anche il Violinista In Verde e la Maternità In Verde. In queste opere compare una forma cubista, frutto della rielaborazione culturale dell’autore. Nell’opera le Nozze, un olio su tela del 1910, vi si rispecchia l’arte e la cultura russa nella collocazione dei personaggi e nelle scelte cromatiche. Diverso invece appare il rapporto con lo spazio che risente del soggiorno parigino dell’autore tanto da dividersi e ricomporsi in figure geometriche. I protagonisti sono al centro dell’attenzione e quindi della scena e i due sposi fanno venire alla mente le immagini delle icone russe. Tutte le spose che Chagall realizzerà nell’arco di mezzo secolo si presenteranno radiose, solari, sorprese ed elegantissime ma comunque felici ed emozionate.    
Non poteva mancare un commento Biblico sulle opere di Chagall. Per illustrare il Cantico Dei Cantici l’autore scelse il colore rosso e realizzò cinque tele oggi conservate a Nizza. L’artista illustra con forza gli scritti che la tradizione attribuisce a Re Salomone. Il dipinto canta l’amore reciproco tra un diletto e una diletta che si cercano si trovano, si perdono e si ritrovano ancora. E’ presente una forma di allegoria poetica che illustra l’amore di Dio verso gli uomini. Al tempo stesso vi è una lettura laica che considera la passione umana che lega i due giovani. In questo modo l’autore ci fa scivolare in un sogno narrandoci i sentimenti terreni che spingono la fanciulla verso il suo promesso. Infine nel dipinto Mosè Riceve Le Tavole Della Legge, l’autore mostra di essere completamente preso e affascinato dalla figura di colui che guiderà gli Ebrei alla libertà. Questo dipinto racconta l’ultimo atto del dialogo di Dio con l’uomo e riprende la narrazione dell’Esodo. Chagall ci mostra come da questo momento in poi il creatore si rivolgerà ai suoi figli attraverso angeli e profeti. Le tavole dei dieci comandamenti aprono un nuovo ciclo per il popolo ebraico, una nuova era di organizzazione sociale di cui Mosè sarà il garante. Nell’opera la sua figura centrale è illuminata da una luce bianca che ricorda Caravaggio, mentre tutti gli altri personaggi assiepati alle spalle del profeta aspettano nell’ombra, mentre sopra le loro teste volteggia la figura di Bella in abito da sposa, oramai immagine quasi Divina per l’artista. Anche in questo ciclo Chagall sembra inventare una realtà che fonde il passato con il presente, mescolando le leggi della fisica e dell’ottica e rivoluzionando anche il messaggio divino.
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“due minuti di arte”

Dal 13 maggio Venezia ha aperto le porte (e i canali) al meglio dell’arte contemporanea, per la 57/a Esposizione Internazio-nale d’Arte dal titolo VIVA ARTE VIVA, curata da Christine Macel e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta. Fino a domenica 26 novembre 2017 i Giardini e l’Arsenale ospiteranno le opere di 120 artisti provenienti da 51 Paesi, tra cui Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria, presenti per la prima volta.
La Biennale di Venezia non è una semplice esposizione di arte contemporanea: è uno di quegli eventi ormai entrati nella cultura collettiva, che fa scalpore, spesso fa discutere e cambia il modo di intendere e di fare arte, capace com’è di cogliere i mutamenti e le pulsioni (e ten-sioni) sociali.
L’evento ha sempre fatto parlare di sé: dalle proteste nel 1922 per la retrospettiva su Modigliani, a due anni dalla morte, che venne considerata poco adatta a causa dello stile di vita dissoluto dell’artista livornese; alle tensioni della Biennale del 1968, sfociate in una vera e propria rivolta; fino alle proteste nel 2011 degli animalisti contro l’opera The Tourists (oggi si chiama Others) dell’italiano Maurizio Cattelan.
Basterebbe questo per convincere anche chi non mastica l’arte tutti i giorni a farle visita, se poi si aggiunge il fatto che l’esposizione coinvolge i luoghi più belli della città di Venezia, allora è difficile trovare scuse per non vederla almeno una volta nella vita.
biennale arte venezia modigliani 1930 storia artisti riassunto due minuti di arteweb

LA STORIA DELLA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA E I SUOI ARTISTI RIASSUNTA IN DUE MINUTI (DI ARTE)
1. La Biennale d’arte di Venezia è una tra le più importanti manifestazioni internazionali d’arte contemporanea al mondo. La prima edizione risale al 1895, all’epoca fu battezzata come: “1ª Esposizione internazionale d’Arte della città di Venezia”.
2. L’evento viene organizzato ogni due anni dall’ente Biennale di Venezia, un organismo no profit che organizza altri importanti eventi nell’ambito del cinema, del teatro, della musica, della danza ma soprattutto dell’architettura, grazie alla prestigiosa Biennale di architettura che si svolge ad anni alterni rispetto alla Biennale d’arte.
3. Il cuore della Biennale d’arte di Venezia è l’area dei Giardini Napoleonici, dove vennero eretti i primi padiglioni. Il più antico è il Padiglione Centrale, che nel tempo ha cambiato struttura, ruolo e nome (in origine “Palazzo Pro Arte”, dal 1934 “Padiglione Italia”). Oggi è una struttura polifunzionale e punto di riferimento per chi visita la Biennale.
4. Il primo Paese a costruire un padiglione proprio fu il Belgio, che lo eresse nel 1907.Oggi l’area della Biennale ospita 29 padiglioni di diverse nazioni. Alcuni di questi sono stati progettati da architetti passati alla storia: quello dell’Austria, ad esempio, che risale al 1934 è opera di Josef Hoffmann, il maestro della “Secessione” viennese.
5. L’area espositiva della Biennale d’arte di Venezia non si limita ai Giardini, ma si sviluppa in gran parte della città: dagli spazi espositivi all’Arsenale, ai padiglioni dei Paesi ospitati in diverse zone della laguna fino ai numerosissimi eventi collaterali organizzati per l’occasione.
6. Come ogni evento di spicco, la Biennale di Venezia è interprete (e a volte vittima) delle pulsioni e dei mutamenti della politica e della società: negli anni Trenta ad esempio la Biennale passò dal controllo del Comune di Venezia a quello dello Stato fascista, con un conseguente controllo sulla libertà creativa degli artisti, in aperta contraddizione con lo spirito della manifestazione.
7. Storiche furono le contestazioni alla Biennale del 1968: alcuni artisti contestarono lo statuto della Biennale, considerato fascista e si opposero a quello che consideravano un esempio di mercifi-cazione dell’arte.
8.Su tutti gli artisti, i più agguerriti furono Gastone Novelli e Guerrini che insieme ad altri colleghi e agli studenti dell’Accademia di Belle Arti diedero vita a manifestazioni che vennero represse con violenza dalle forze dell’ordine.
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In segno di solidarietà con i manifestanti molti artisti ritirarono le loro opere dalla manifestazione o decisero di rivolgerle verso il muro, in modo che ai visitatori fosse mostrato solo il retro.
9. Il grande Picasso invece dovette aspettare il 1948 per vedere le sue opere esposte alla Biennale di Venezia. A dire il vero, nel 1910 una delle sue opere fu esposta per breve tempo nel padiglione della Spagna, ma il Segretario Generale Fradeletto la censurò perché avrebbe potuto scandalizzare il pubblico con il suo linguaggio artistico troppo innovativo.
10. Il record di visitatori è detenuto dalla edizione della Biennale n.55 (2013), che ha fatto registrare ben 475.000 visitatori. L’edizione 2017, dal titolo “VIVA ARTE VIVA” coinvolge 51 Paesi e 120 artisti dei quali 103 sono presenti per la prima volta.
di Marco Lovisco
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LIBRI D’ARTE IN VETRINA

Gianni fotografa l’opera di Adolf trasformando il legno in un atterraggio lunare, gobbe, nodi, affossamenti, striature come vene di un corpo antico che ha resistito al fuoco del tempo e ha piegato il proprio verso alla pialla e alla sgorbia, il gesto sapiente e rituale e amico ed eterno.
Paolo Crepet
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Contrasto pubblica il libro Gianni Berengo Gardin, Adolf Vallazza Opere 1970-2016. Un volume che è frutto di un incontro. Un incontro tra due artisti che sempre hanno tentato di sfuggire a questa etichetta, ognuno a modo suo, un incontro sinestetico tra il tatto e lo sguardo, e tra la tridimensionalità della scultura e la bidimensionalità del supporto fotografico.
Attraverso le oltre 100 foto di Gianni Berengo Gardin, realizzate in quaranta anni di lavoro, le sculture lignee di Adolf Vallazza (Ortisei, 1924) acquistano una nuova luce. Lo scultore di Ortisei ha riunito nelle sue opere la tradizione alpina e le visioni moderne. Si tratta di un artista la cui carriera, cominciata nelle botteghe artigiane, è approdata nel mondo dell’arte contemporanea. Se da un lato con intelligenza e colta sensibilità ha assimilato gli insegnamenti più stimolanti per lui dell’arte contemporanea internazionale, dall’altro lato ha sempre mantenuto con tenace coerenza i valori culturali più autentici delle sue radici tra le montagne della Val Gardena. Nei suoi lavori  grandi totem, personaggi fantastici, menhir e troni mitici  si percepisce tutta l’importanza ancestrale del rapporto vitale fra l’uomo e il legno, emergono gli echi dei ricordi delle fiabe e delle leggende valligiane sentite da bambino, e anche elementi formali che rimandano alle conformazioni del paesaggio, come per esempio la spinta verticale delle punte delle montagne.
Il volume, in italiano, tedesco e inglese, è arricchito da una prefazione del critico d’arte Fred Licht, da uno scritto dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet e da un testo di Alessandra Limetti.
Fotografare l’arte scultorea sembra un paradosso, tanto più un’arte concreta, odorosa piena di rilevi come quella di Adolf Vallazza. Eppure Berengo Gardin riesce non solo a restituirne la dimensione ideale, metafisica, plastica, la formula pura, ma anche ad anticiparne la prepotente tridimensionalità, suggerendo un “oltre” che va al di là dell’immediatamente percepito, un “oltre” la scultura stessa.
Alessandra Limetti
Cover Berengo Vallazza web
Adolf Vallazza nasce a Ortisei (Bz) nel 1924, da padre scultore in ferro e madre, figlia del pittore Josef Moroder Lusenberg. Negli anni 60 allestisce le prime mostre a Milano, Torino e Venezia. Critici come Giorgio Mascherpa, Garibaldo Marussi, Giuseppe Marchiori, Paolo Viti e altri, frequentano il suo studio e scriveranno di lui, invitandolo a varie mostre. Negli anni 70 allaccia un rapporto di amicizia e lavoro con il fotografo Gianni Berengo Gardin. Negli anni 90, l'allora curatore della Salomon R. Guggenheim foundation, Fred Licht lo invita in varie mostre di scultura a Firenze, Torino, Padova e Palermo. Nel 2010 Il curatore della GAM (galleria nazionale di arte moderna e contemporanea) Danilo Eccher lo invita a Torino per una collettiva dal titolo "Keep your seat", dove espone i suoi mitici troni. Tante sono le mostre in castelli, edifici storici e chiese, in Italia e all'estero. Dal 2016 i suoi totem, i personaggi fantastici, i menhir e i troni, sono esposti nel nuovo showroom a Ortisei, meta di ammiratori, critici e collezionisti di tutto il mondo.
Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia, Manicomi (2015) e Venezia e le grandi navi (2015). L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.
a cura di  Fulvio Vicentini
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“Tra&art”

Molti sono i fattori che entrano in gioco durante il travagliato processo per prendere in considerazione l'acquisto di un quadro. Si passa dal colpo di fulmine immediato alla ponderosa considerazione di effettuare un investimento futuro.
La scena del dramma è più o meno la seguente: vi trovate ad un vernissage, presso una nota galleria d'arte, o forse siete stati trascinati da amici ad una delle tante fiere mercato disseminate lungo il territorio dello Stivale che si svolgono quasi ogni mese.
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Visto uno e poi l'altro dei tanti stand ecco che, inaspettata, appare una visione, un'evocazione dal profondo, un'epifania: siete di fronte a voi stessi, a quell'immagine che meglio di mille parole traduce il vostro essere più interiore. Forme ad altri misteriose che sanno invece parlarvi senza uso della parola. Colori e tonalità che meglio di ogni altra in natura sa commuovervi e rendervi felici ad un tratto.
Un moto improvviso vi spinge a chiedere il costo di quel talismano, ma ecco, dal fondo dello stand irrompere tempestiva vostra moglie: “Ma caro, bel quadro per carità, ma c'è troppo blu, ce lo vedresti un quadro così blu sopra il nostro divano rosso”?
E non c'è parola di astuto venditore o di loquace critico che potrebbe cambiare le cose. Il quadro rimane blu, il divano rimane rosso, i due non si armonizzano e le donne non cambiano idea.
Dite la verità, quante volte anche voi avete sentito dire che quel quadro proprio non stava bene in salotto, sopra al divano.
E già, perchè il destino di molti quadri è finire sopra ad un divano. Mai il contrario; se no altro per ovvie leggi di gravità. Avete mai sentito dire: “E no, purtroppo quel divano non s'intona col nostro quadro multicolore di Ugo Nespolo, non avete qualcosa di più giocoso”? Chissà, magari accade, ma chissà per quale arcaico motivo, è sempre l'arte a doversi a-dattare all'arredo. Forse perchè quando mettiamo su famiglia non pensiamo subito ad abbellire una parete ma, giustamente, al tavolo, alle sedie, al salotto, al divano e... e adesso come copriamo quella parete bianca sopra al divano? Ci vorrebbe proprio un bel quadretto.
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In Francia lo chiamano “Canapè” perché realizzato in stoffa di canapa. In antichità si usava il termine “Ottomana” in quanto, la tradizione delle lunghe sedute, pare abbia avuto origine mediorientale. Nell'antica Roma regnava il triclinio.
Come ben si vede da quest’immagine, già ai tempi di Roma Imperiale, il divano era luogo di convivialità, di piacere e forse di affari.
Mentre il letto è luogo consacrato all'intimità coniugale, il divano è sempre stato una zona neutra aperta all'incontro.
Molte illustrazioni erotiche settecentesche, mostrano incontri amatoriali svolgersi proprio su divanetti foderati di broccati e velluti.
Come però potete vedere, anche in questa immagine erotica dell'ottocento che ha come coprotagonista il divano, alla parete retrostante, c'è, guarda caso, un quadro. Sembra antico, allora, il sodalizio tra quadro e divano; una complicità che parte da lontano.
Ancora nell'Ottocento e primi del Nove, il divano è rappresentato come luogo del piacere e della sensualità se non quando della sessualità vera e propria.
Sarà per questo che l'inventore del metodo psicanalitico, basato sulla teoria delle pulsioni sessuali, Sigmund Freud, faceva stendere i suoi pazienti proprio su un divano, nel tentativo di portare alla luce lubrichi desiderii incestuosi?
A seguire inserisco un quadro del nipote, Lucian Freud, anch'egli non troppo sano di mente, riproducente il ritratto della “Ispettrice dei sussidi addormentata” questo è il titolo. Il divano sembra qui essere la sintesi del pensiero freudiano...
E pensando a malattia mentale, arte e divani, questa immagine non richiama forse a quella più recente che ritrae la poetessa Alda Merini in bella mostra di sé sul canapè?
Le epoche trascorrono, le abitudini cambiano, ma il divano resta comunque luogo d'elezione del riposo, dello svago, della riflessione e del piacere. Se un tempo sul sofà si trascorrevano ore di piacere sensuale, oggi si trascorrono ore di piacere virtuale: davanti alla tivvù o magari con un computer appoggiato sulle gambe. Anche i Simpson, prìncipi delle serie televisive più amate e durature, testimoni di una cultura piccolo borghese americana, vengono rappresentati comodamente spamparanzati sul divano che, naturalmente, anche quello, vuole la sua corona dipinta affissa alla parete:
Insomma il divano regna e vuole essere elevato a dignità d'opera d'arte, tanto che se non può essere rappresentato, almeno vuole la sua degna corona: un quadro d'autore che ben si accordi con forme e colori.
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Eccolo dunque, trono e Re egli stesso con una degna corona, così come viene rappresentato oggi dai maggiori produttori di divani:    
Dunque l'arte asservita all'arredamento, l'anima asservita alla materia. Si può arrivare al paradosso di vedere un pezzo unico di Fontana da 900.000 euri far da testata ad un divano multiplo di sé stesso da 3.000 euri... Direi che nel quadro della situazione c'è qualcosa che non quadra. Come diceva il critico d'arte Gino Padula: “Quando l'arte è prodotto funzione di un mercato, quella perde ogni valore a tutto vantaggio del prezzo”.
In alcuni casi, poi, si assiste ad una transizione di valore: il divano vuole affrancarsi da questa dipendenza, vuole bastare a sé stesso, si domanda: “Ma perchè non posso essere valorizzato per quello che sono, in fondo anche io sono un'opera d'arte, no”?
E così assistiamo alla transmutazione, il dna dell'arte riconosciuta penetra nel mobile ed il mobile assume su di sé il sacro fuoco divenendo questo:
Abbiamo così ottenuta una mutazione postatomica, un'embricazione il cui risultato è una pessima copia d'autore, un tavolino dove perdere gli occhiali ed un divano tanto scomodo da rendersi inutilizzabile.
Ma perchè, pensa il divano, mi debbo abbassare così tanto da voler essere solo una copia di un'opera d'arte?
Accade così che il divano, per partenogenesi, si automoltiplichi e, quasi dotato di coscienza propria, vada alla conquista della verticalità sino a ieri appannaggio del dipinto e si faccia egli stessi quadro. Non abbiamo più bisogno di tele e cornici, ora. Adesso c'è lui: “Lago”, il divano che alla parete si allaga:
Non c'è che dire, l'idea è buona e sarà anche molto utile in futuro, presso le nostre colonie lunari a scarsa gravitazione.
 Eppure...
di Alimberto Torri
  • Pubblicato in Rivista
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