Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Fabio Grassi: il disegno prima e dentro lo spazio.

Di Giorgio Barassi.
“Il disegno è l’onestà dell’arte.
Non vi è alcuna possibilità di barare.
O è buono o è cattivo.”

(Salvador Dalí)

Ne hanno dette tante. Quelli pronti a definire un disegno meno importante di un quadro. Quelli che rivendicano l’importanza del disegno. E quelli che non si sa da che parte stanno. Se c’è da dir bene di un disegno ben fatto, sbandierano la sua purezza fatta di idea. Quando invece sopravanza l’esigenza commerciale, il disegno scade al ruolo di comprimario della pittura, se non a quello di figlio di un dio minore. Invece la forma e la forza della pittura, per la sua gran parte, dipendono dal disegno e da esso prendono il via. Fatte salve le rispettabili operazioni artistiche che nulla hanno a che vedere con una progettualità. Per Fabio Grassi, cinquanta anni di pittura vissuta intensamente, il disegno è vita, è dinamica e convinzione, senza le quali il suo spazio, lungamente indagato, non potrebbe essere rappresentato e non vivrebbe le mille policrome evoluzioni che questi ultimi anni hanno visto sulle sue tele.
Per Grassi, che del disegno è maestro e rispettoso ammiratore, l’esplosività dei colori ha il suo valore, certo. Ma nel disegno eccelle in quella maniera, paziente e rigorosa, di allineare, intersecare, sfumare, rinforzare o smorzare con la sola forza della matita. O della grafite che ne è madre. Le classificazioni spicciole dell’arte parlano di “matita su carta” e nulla dicono della matita o della carta, né della avventura del comporre ascoltando solo i battiti creativi, segnando ed indicando vie che, nel caso di Grassi, diventano volta a volta volute o voragini, aperture od involuzioni, incroci fra masse e movimenti, ammirevoli esempi di una virtù semplice e nobile come quella del tracciare.
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Come un antico capomastro, che segnava col lapis sul mattone nudo calcoli e progetti in forma semplice, Fabio Grassi da Massa, professione pittore, insiste sul tema dell’ “altrove” e dello spazio, due vicini mondi che sono fonte di ricerca e di rifugio insieme. L’ altrove è una dimensione che l’artista cerca nella distanza dal caos e dalla confusione che anima questi tempi sgangherati…come dargli torto? E lo spazio è quel che massimamente, in pittura come in filosofia e nelle scienze, si è cercato di spiegare senza riuscirvi completamente.
Il disegno, per Grassi, non è un esercizio. È una sfida affrontata per anni, sin dai primi anni. Fino ad affrontare le insidie del poter giocare con tratti minuscoli, puntuali, intermittenti, orizzontali, verticali e diagonali in grado di far parte di un tutto come l’uomo fa parte dell’universo.
Durante una storica puntata di Laboratorio Acca, quando Fabio venne in studio, un’opera maestosa ma umana prese la scena. Era ed è un disegno su una carta di forma quadrata da un metro e mezzo di lato, rivelata come una mappa della conoscenza, sbalorditiva per il dettaglio minuzioso quanto per la gioiosa complessità dell’insieme.
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Con una cura durata anni aveva preso forma una sorta di spiegazione delle possibilità che il disegno offre, frazionate e colorate poi nelle versioni delle opere che l’artista toscano produce su tela e tavola, incendiando lo spazio stesso di colori che vivono oggi una più netta demarcazione, come se lo spazio stesso, l’oggetto e soggetto della sua attuale ricerca, si evolvesse verso nuove pieghe non ancora indagate.
Quante possibilità dà il concetto stesso di spazio? E come definirlo, come farne un soggetto della pittura se non con una indagine multiforme, che può essere un tentativo di descrizione ma è anche la certezza della minuscola presenza umana in un altrove (ed è il caso davvero di definirlo tale) senza perimetro. Dopotutto Talete, filosofo, astronomo e matematico greco, sette secoli avanti Cristo disse: Noi non viviamo, in realtà, sulla cima della solida ter- ra, ma sul fondo di un oceano d’aria.
Perciò l’indagine di Grassi non può avere un termine, ma solo mezzi. E la sua pittura, i suoi cinquanta anni d’arte ed i suoi lavori di matita sulla carta sono solo gradini di una ascesa che sa di conoscenza, perizia e virtuosismo. Ai collezionisti la scelta. O avventurarsi nelle molteplici volute colorate degli spazi pieni di cromie, o bearsi della disinvoltura con cui Fabio, il fuoriclasse della grafite, narra lo spazio. Centimetro dopo centimetro. Tratto dopo tratto.
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Elena Modelli. Fantasie necessarie.

Di Giorgio Barassi.
"Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono.
Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista."

(Oscar Wilde)

Se non esistesse una Elena Modelli, bisognerebbe inventarla. La sua visione che diventa materia in animali policromi ed allegri ha radici nella sua costanza e nel credo ottimistico di una artista votata alla passione per il lavoro del plasmare, del dare anima e colore alla materia rigorosamente lavorata secondo i canoni accademici ma con una dose fondamentale di ironia gentile, che, di questi tempi, è un toccasana. Appassionata istintivamente al lavoro del creare con la materia, Elena Modelli ha cominciato lavorando il fango delle pozzanghere davanti al casale nella campagna emiliana, da bambina. Dunque il sogno ha radici antiche e non sembra mai perseguito fino in fondo, perché una delle domande che si è soliti farsi, nel guardare le sue creature sfornate con pazienza è se mai ci sarà uno stallo in quel produrre così rigorosamente nuovo e fresco, pieno di ottimismo e di energia che i suoi animali sprigionano. Alla fine pensiamo che non ci sarà stallo, perché l’energia creativa della Modelli è la ragione stessa del suo comporre, e chi apprezza si aspetta sempre nuove e colorate intuizioni. Insomma, a compiacersi delle sue operazioni artistiche non ci si sbaglia, perché riescono a conferire un’aria allegra agli spazi che le accolgono e danno una visione fanciullesca ma molto curata del mondo affascinante degli animali.
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Elefanti dagli occhi strabuzzati, coccodrilli che più che azzannare sembrano ridere, scimmiette dalle fattezze buffe e simpatiche, lumache dalla faccia paziente, grilli dal fantasioso corpo a colori vivaci, addirittura camaleonti policromi che sembrano additarci la via per resistere al rifiuto istintivo delle regole costrittive, adattandosi alle situazioni senza perdere la propria identità. Un panorama artistico che ha visto, nelle sue ceramiche smaltate, un messaggio di positività senza una pausa. Fare ceramica, lavorare alle cotture, smaltare con perizia sono le principali fasi. Ed Elena Modelli lo sa bene, avendo appreso quelle arti che hanno completato il suo istinto naturale verso la bellezza del plasmare per compiacere, più che per compiacersene. Pare davvero che Elena legga la voglia di serenità che tutti hanno, e così serve, con le forme affascinanti dei suoi animali, un momento di gioia e di libertà. I suoi sono animali letti come in una fiaba, ma sotto l’aspetto tecnico nulla sfugge. Precisione, regolarità e tempi creativi ineccepibili sono evidenti.
D’altra parte la vicinanza della sua Imola ad un tempio delle più importanti scuole d’Arte italiana, l’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica di Faenza, avrà avuto il suo ruolo, perché da quelle parte dire ceramica vuol dire parlare di una creatività che il mondo intero conosce, e bene, come uno dei massimi prodotti della genialità nazionale.
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Ma ad Elena, appassionata di arte da piccola, non fu consentito dai genitori di frequentare quello che veniva additato (ahimè, i pregiudizi…) come un luogo di perdizione, quando l’esigenza era invece di studiare e cercarsi “un lavoro serio”. E così fu. La ragazza studia, si laurea e compie un percorso lavorativo da insegnante. I bambini, in fondo, sono una fonte inesauribile di fantasie, e lei ripaga con momenti didattici dedicati a stimolare la creatività degli allievi. Ma il vero sogno viene seguito con tenacia, con lezioni da artisti che sono stati fonte di nozioni e di applicazione continua. Sandro Pagliuchi, scultore ed incisore classicista e Guido Mariani, ottimo scultore e ceramista la indirizzano verso i teoremi fondamentali, la allenano alla pazienza del saper attendere la giusta cottura, il giusto lavoro per un risultato che sia quantomeno ineccepibile. Stefano Merli, artista di impostazione Pop, le suggerisce la via che oggi mette insieme una chiara conoscenza della materia e la capacità di essere gradevole e popolare in pari grado. Il resto lo fanno le sue invenzioni, la sua caparbietà nel dare al mondo opere che siano soprattutto accattivanti, piacevoli, in grado di far scattare un compiaciuto sorriso. Non è poco, mentre impazza la follia e di pari passo fin troppi artisti ne vogliono tracciare in maniera greve il percorso. Che sia compito dell’arte raccontare la storia di quel che accade, è certo ed acclarato. Ma una visione serena del mondo non ha mai fatto del male, anzi. Perciò, nel sovraffollamento di pitture e performances che denunciano, accusano ed indicano, Elena Modelli è una voce diversa, gentile, intelligentemente ironica.
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Non solo animali, per Elena Modelli. Le circostanze creative, il desiderio di migliorarsi e il viaggiare al passo con i numerosi apprezzamenti fanno in modo che le sue sfide diventino, in qualche caso, prova di una sapienza che la distingue. E così un Minotauro bifronte o una Madonna con bambino prendono corpo e fattezze ceramiche e ci servono l’esempio di una capacità già più volte premiata. Quello che sottilmente si avverte, dal profondo delle sue opere, è una sorta di monito sommesso, una allusione alle riflessioni che tutti dovremmo fare. I suoi animali, nelle loro pose spavalde o spaventate, sembrano chie- dersi come mai siano finiti in un posto pieno di gente che si affanna. Sembrano indicarci che il vero mondo, per quanto fantastico, sia il loro, e che noialtri siamo solo dei passeggeri disordinati. Dunque non è solo la gradevolezza, non sono i soli apprezzamenti, dimostrati, ad esempio, fin dalle prime battute della trasmissione televisiva Laboratorio Acca che annovera Elena Modelli fra gli artisti protagonisti, non sono solo i premi ricevuti a raccontarne le capacità. È maggiormente quel modo ironico e garbato di servirci la sua arte, è quella somma di colori accesi ed azzeccati che ricoprono i suoi animali a farci pensare che la necessità del vivere sereni potremmo impararla da un serraglio carico di fantasia ed intelligente creatività, più che mai necessaria tra le frenesie del mondo e le pareti di casa.
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Laboratorio Acca: Tv, mostre, editoria…

A cura della redazione.
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La risposta del pubblico dopo l’ormai avviata (e definitiva) fase delle trasmissioni di Arte Investimenti sul nuovo canale 133 DTT è stata decisamente di successo. Laboratorio Acca rimane ai vertici tra le trasmissioni più seguite della tivù milanese e propone nuovi artisti che aderiscono ai due progetti in essere, visionabili sul sito www.accainarte.it, sapendo ormai che la fortunata rubrica di Giorgio Barassi e Roberto Sparaci costituisce una vetrina importante per farsi conoscere ed apprezzare.
Ma Laboratorio Acca non è solo TV. Le mostre dedicate agli artisti, le iniziative per i singoli artisti che scelgono la via di una personale, le iniziative editoriali corredano il lavoro televisivo, integrandolo.
La novità, legata al ritorno di CalifArte - gli artisti dipingono le canzoni di Franco Califano - è il fatto che la mostra dedicata al Califfo sarà quest’anno riservata ai soli artisti di Laboratorio Acca. E così i pittori e gli scultori che entrano nelle case degli italiani tutte le domeniche alle 21.00 saranno impegnati nel realizzare opere ispirate dai testi delle canzoni del Maestro Franco Califano. Appuntamento fissato: 11 giugno 2022 ore 18 alla Galleria Ess&rrE del Porto Turistico di Roma. Dunque Laboratorio Acca esce dagli studi di Arte Investimenti ed incontra il pubblico, presentando il valore dei propri artisti, una squadra ormai consolidata ed efficace, stando ai continui ed evidenti apprezzamenti.
La domenica sera sul 133, anche servizi dedicati alle altre iniziative di Acca International, come “Roma Contemporanea”, la grande mostra collettiva nel prestigioso Palazzo della Cancelleria, proprio nel cuore della Roma rinascimentale, con la presenza del Prof. Vittorio Sgarbi.
Gli artisti interessati al lavoro di Laboratorio Acca, che intendono far conoscere meglio il proprio lavoro, possono contattare la redazione del programma agli indirizzi email :
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E, come dicono i due conduttori alla fine di ogni trasmissione “…ci vediamo domenica sera alle 21 sul 133 !...”
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Nel segno della Musa

“Ritratti d’artista” - Talenti del XXI secolo.
Le interviste di Marilena Spataro.
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Elena Modelli
Un mondo favolistico ispirato alla natura. Un bestiario fantastico coloratissimo, gioioso e giocoso. Hanno fatto delle sculture di Elena Modelli un raffinato cult dell'arte ceramica che vede il suo nome suscitare grande interesse tra galleristi e collezionisti in Italia e all'estero.

Come e quando avviene il suo incontro con l’arte e come nasce il suo percorso da ceramista e poi da scultrice della ceramica?
«Il mio incontro con l’arte è avvenuto quando ero ancora una bambina. La sorella di mio padre, zia Enrica, che viveva a Milano, dove lavorava come infermiera, si invaghì di un pittore che abitava nell’appartamento contiguo al suo. Dopo un serrato corteggiamento riuscì a farlo capitolare e a condurlo all’altare. L’ingresso dello zio pittore, nella nostra famiglia, ci aprì le porte di un mondo nuovo legato all’arte.
Lo zio Antonio Soncini ci conduceva a visitare mostre d’arte e palazzi storici; essendo insegnante all’Accademia di belle arti di Brera, ci forniva spiegazioni esaurienti su quello che i nostri occhi vedevano. Iniziai ad appassionarmi alla pittura e mi esercitai decorando le pareti di casa. Chi entrava a casa mia veniva accolto da una serie di personaggi dipinti da me. Questo avveniva quando frequentavo ancora le elementari.
Alle scuole medie ho avuto come docente di disegno Dino Boschi, pittore bolognese molto conosciuto. Era molto severo e pretendeva che sul foglio non ci fossero macchie. lo mi davo da fare con gomme varie per presentargli un foglio immacolato ma lui trovava sempre qualche imperfezione. Non riuscivo mai a salire oltre il 6. A quel punto mi sono focalizzata verso altri interessi».
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Quali sono state le figure di riferimento e i maestri del passato e della contemporaneità che l’hanno maggiormente influenzata nel suo percorso d’artista?

«Uno dei pittore dal quale ho attinto per i miei lavori è Paul Klee. Di lui apprezzavo le opere così essenziali dove predominano linee e campiture colorate che tuttavia riuscivano ad esprimere sentimenti e stati d’animo. Poi lungo le vie di Manhattan mi sono imbattuta nelle sculture di Jeff Koons che mi hanno entusiasmata per le loro forme sintetiche e per la brillantezza dei colori e dei materiali usati. Mi sono spesso ispirata ai suoi lavori, soprattutto nell’uso dei colori brillanti e nella semplicità delle forme».
Essere di Imola, città pressoché contigua a Faenza, nota, quest’ultima, internazionalmente per le sua grande tradizione ceramica, ha in qualche modo contributo ad avvicinarla a quest’arte?
«Un tempo anche Imola aveva una tradizione ceramica ed era in competizione con Faenza per il primato, ma poi Faenza ha avuto il sopravvento. Da quando è stato eletto sindaco Massimo Isola, persona molto sensibile a questo tema, gli eventi dedicati alla ceramica si sono moltiplicati e la città di Faenza è ancora più interessante sotto il profilo artistico. A Faenza c’è il museo dell’arte ceramica che ospita la raccolta dell larte ceramica più importante al mondo. Questa città è per me un polo attrattivo e mi ha fagocitata a tal punto che ora mi sento più faentina che imolese».
Per essere dei bravi artisti della terracotta, a suo avviso, bisogna essere anche dei bravi artigiani?
«Essere artigiano è fondamentale se si vogliono produrre opere in ceramica. Ho studiato scultura per imparare a dar cor- po alle forme, ma parallelamente ho frequentato i corsi di ceramica.
È indispensabile conoscere i vari tipi di argilla per scegliere quella più adatta al lavoro che devi affrontare. Devi conoscere i tempi e i gradi di cottura per non incorrere in brutte sorprese. Altrettanto importante è la conoscenza del mondo degli smalti. Ne esistono di svariati tipi, ve ne sono anche con effetti speciali da usare con parsimonia per non rendere il lavoro stucchevole».
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Come e quanto si integrano e sono complementari questi due aspetti nel suo fare artistico?

«La prima parte del mio lavoro è incentrata sulla scultura, poi una volta modellato, l’oggetto viene fatto asciugare e affronta la prima cottura. Arriva il momento della pittura che è quello che mi piace di più. Uno dei momenti più belli è la scelta del colore. Li passo tutti in rassegna nella mia testa, a volte li penso anche di notte poi la confusione prende il sopravvento e il più delle volte mi affido al caso».
Quale è il suo rapporto con il mondo del- le botteghe della tradizione ceramica artigianale faentina?
«Ho frequentato alcune delle più importanti botteghe artigiane di Faenza, in particolare quella di Geminiani in Via Nuo- va. All’inizio della mia attività andavo a cuocere i miei lavori da lui. Era una persona generosa ed elargiva preziosi consigli, aiutava i giovani artisti mettendo loro a disposizione gli spazi nel suo laboratorio. Ho frequentato altri laboratori che erano anche luoghi di incontro per artisti provenienti da tutto il mondo. Uno di questi era il laboratorio di Emidio Galassi, situato in una casa colonica. Era un punto di riferimento per molti artisti che arrivavano da nazioni diverse, lì ho sperimentato varie tecniche e modalità di cottura. Un altro laboratorio importante per il mio percorso artistico è stato quello di Guido Mariani, un grande artista e ceramista purtroppo deceduto prematuramente. Era un bravissimo insegnante che amava trasmettere tutte le sue conoscenze agli allievi».
Nelle sue sculture, specie in questi ultimi anni, lei predilige soggetti del fantastico, in particolare del mondo animale. Quali i moventi estetici e culturali di questa scelta. E quale la poetica che fa da filo conduttore al suo lavoro e che maggiormente lo caratterizza?
«Credo che siano gli animali che mi vengono incontro per chiedermi di riprodurli. Cerco di rappresentarli usando una forma poetica, pur senza copiarne le fattezze reali. Trovo un’immagine che richiami l’animale che intendo rappresentare, cerco di presentarlo in veste scherzosa, allegra e accattivante. L’insieme dei miei animaletti coloratissimi e allegri crea un' atmosfera positiva intorno a me».
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Quanto è importante il colore e la ceramizzione nel suo modo di fare scultura e nella resa plastico espressiva delle sue opere?

«La ceramizzazione toglie molto alla resa scultorea dell’oggetto perché la lucentezza della cristallina e degli smalti attenua la percezione dei volumi e tende ad appiattire I’opera. ln compenso viene aumentata la percezione visiva e l'immediatezza del lavoro».
Pensa che oggi il mondo femminile, al contrario che in passato, possa trasformarsi in soggetto attivo, capace di portare il suo contributo di creatività nel mondo delle arti figurative?
«Molte sono le artiste che utilizzano elementi fino ad ora estranei all’arte classica. L’artista inglese Julie Arkell si è affermata nel campo dell’arte contemporanea con creazioni fatte con la stoffa. Mia nonna creava dei bellissimi animali utilizzando ritagli di stoffa, ma all’epoca non veniva considerata un’artista e i suoi pupazzi finivano alla pesca di beneficenza della parrocchia».
Come vede l’arte contemporanea e come reputa sarà in futuro il rapporto tra le arti visive legate alle nuove tecnologie e le arti tradizionali quali la scultura, la pittura e l’antica tradizione ceramica?
«Il mondo dell’arte si avvale di nuove tecnologie. Mi affascina il mondo dell’arte digitale, ho anche avuto esperienze in questo campo. Vorrei avvicinarmi in particolare all’arte che utilizza la stampante in 3D».
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Pur essendo arrivata nel mondo ufficiale dell’arte non più giovanissima, in breve tempo è riuscita a ottenere l’attenzione di pubblico e critica con ottimi esiti sul fronte della notorietà e del mercato. Quale il segreto che l'ha portata a questo?

«Credo che i miei lavori piacciano per l’allegria che suscitano, riportando al mondo di favola dell'infanzia e ai ricordi ad essa legati».
Se dovesse dare in suggerimento ai giovani di oggi che intendono intraprendere la carriera artistica cosa si sentirebbe di suggerire loro alla luce di questa sua felice esperienza nel campo dell’arte?
«Un consiglio che do ai giovani artisti è di non arrendersi di fronte alle prime difficoltà. L’impegno ripaga sempre, bisogna credere in se stessi e non demordere. Non ritenersi mai arrivati, ma continuare a sperimentare e aggiornarsi. Penso che sia importante mostrare il proprio lavoro e trovare un modo personale si fare arte».
Che posto ha il sogno nella vita e nell’arte di Elena Modelli. C’è ancora un sogno nel cassetto che l’attende?
«Il sogno c’è sempre. Quando finisce il sogno finisce l’artista. Il mio sogno? Una mostra a NY!».
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Les fleurs et les raisins.Trasversali allegagioni d’arte

IL VINO CHE SI FA IN... TRE!
di Alberto Gross
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Terreni color crema, l’austera fierezza di rocce levigate dalle carezze del tempo, addolcite dagli schiaffi del vento e delle piogge d’autunno che hanno dipinto i celesti pendii di un territorio tanto visivamente suggestivo, quanto capace di produrre frutti dalle peculiarità uniche ed inconfondibili. Siamo nel comune di Serrapetrona - e, in parte, in quello di Belforte del Chienti e di San Severino Marche, in provincia di Macerata - zona di produzione di un vitigno antichissimo e identitario, tanto da guadagnarsi il nome di “Vernaccia”, appellativo da ricondurre al “vernaculum” latino (domestico, del posto, della casa) e con il quale vengono riconosciute moltissime varietà di uve differenti in più parti d’Europa. Nello specifico si tratta della Vernaccia nera, vitigno non facile da coltivare e che ben poco si adatta ad altre zone ma che, a queste latitudini, l’ingegno dell’uomo è riuscito a declinare e adattare per la produzione di un vino dalle prerogative uniche, a partire dallo speciale metodo di vinificazione.
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Mentre il mosto dei grappoli appena vendemmiati procede alla fermentazione, una parte delle uve raccolte viene lasciata ad appassire in locali idonei fino a gennaio dell’anno successivo: questo secondo mosto, concentrato di grande estrazione, rubino e denso, viene aggiunto al vino dell’autunno per una seconda fermentazione, aggiungendo dolce ricchezza estrattiva alla croccante freschezza del prodotto appena vinificato. Dopo un congruo periodo di stabilizzazione, precipitazione tartarica e svolgimento della malolattica, il vino viene portato in autoclave con l’aggiunta di lieviti e zuccheri per la spumantizzazione, ovvero la terza fase di fermentazione. Abbiamo assaggiato la versione secca di Alberto Quacquarini, il maggior produttore di questo vino esclusivo con i suoi trentacinque ettari di vigneto dedicati alla Vernaccia: da viola il calice s'accende di rubino se lo si lascia attraversare dalla luce, profumi immediatamente varietali, vinosi, delicatezze di pot-pourri si complicano in una serie di suggestioni da confetture, ribes rosso, lampone, ciliegia. Il sorso, brioso ed elegante, diverte lasciando un palato profumato e chiudendo scaltro e veloce, nella quasi certezza del bicchiere successivo.
Una denominazione davvero unica che ha da poco festeggiato i cinquant'anni dal primo riconoscimento come DOC - nel 1971 - divenuto poi DOCG nel 2004, a sottolineare la volontà di proteggere e valorizzare un vino della cui deliziosa prelibatezza già si accorse quel soldato medievale che, attraversando la frazione di Borgiano, nel comune di Serrapetrona, e avendo avuto occasione di assaggiarne, pare abbia esclamato: “Domine, Domine, quare non Borgianasti regiones nostras?”.
Le nostre suggestioni, questa volta, partono da quelle tre fermentazioni per compiere i tre passi verso un delirio ripido e prorompente da menade invasata nel ribollire acido della danza dionisiaca, per poi ricomporsi nel flusso spumeggiante, ma elegantemente composto, delle raffinate Oreadi di Bouguereau, porcellane di carne viva che disegnano riccioli di volute, cremosi giochi di burro sulla schiuma vivace di un sonno soave e rosso come il diaspro. raisin 3
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Dall’Arte Concreta all’Arte Progettuale

Di Rita Lombardi.

La matematica e le costanti numeriche hanno un ruolo centrale in vari ambiti che vanno dalla ricerca scientifica alla logistica, dalla meteorologia all’informatica, dalla finanza alle carte geografiche. Ma la matematica ha una sua bellezza intrinseca e senza tempo che ne fa il fondamento dell’arte. Molti secoli fa Platone sosteneva che la bellezza deve essere fondata sui numeri, sulle rette e sulle curve e quindi su poligoni, cerchi, solidi e così via, perché sono Idee imperiture, sempre belle in sé, sono le Idee che danno origine al cosmo.
Nel Timeo Platone fonda una filosofia naturale basata sulla geometria. Egli avanza l’ipotesi che la struttura della materia si fondi sui 5 solidi regolari, da allora detti platonici, facendo corrispondere all’elemento terra lo stabile cubo, all’acqua lo sfaccettato icosaedro, al fuoco il puntuto tetraedro, all’aria il mobile ottaedro e all’intero Universo il dodecaedro. (1) A proposito di quest’ultima corrispondenza di recente alcuni astrofisici francesi hanno scoperto, elaborando le osservazioni in microonde dell’Universo, che esso ha proprio una struttura a dodecaedri, cioè basata sul pentagono regolare che, a sua volta, ha un legame con il numero d’oro, il numero irrazionale 1,618033988…indicato con la lettera greca φ, una costante presente spesso in botanica e in biologia.
Al numero d’oro è legata la famosa successione di Fibonacci 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55….(2)
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Fig. 1
Rita Lombardi
“La scacchiera di Fibonacci”
2022 - Acrilico su tela - cm 80x80


In Fig. 1 un mio quadro dal titolo “La scacchiera di Fibonacci”, nel quale ho dipinto una scacchiera che ho ideato dividendo i lati della tela secondo i primi numeri della successione di Fibonacci.
Interamente basata sulla matematica è l’Arte Concreta, che secondo i principi enunciati da Theo van Doesburg, deve produrre opere assolutamente indipendenti da qualsiasi forma desunta o astratta dalla realtà, e che siano interamente concepite e presenti nella mente dell’artista prima della loro realizzazione. Essendo interamente basate sulla matematica, queste creazioni non sono sottoposte alla dittatura degli stati d’animo.
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Fig. 2
Bruno Munari

“Curva di Peano”
1976 - Acrilico su tela - cm 120x120


In Fig.2 un’opera di Bruno Munari, cofondatore del Movimento Arte Concreta (MAC) in cui è raffigurata la curva di Peano, una curva matematica.
L’Arte Concreta è, quindi, un’arte non solo ancora attualissima, ma in perfetta sintonia con la nostra epoca. Purtroppo l’aggettivo “concreto” ha generato non poca confusione e propongo, pertanto, di ridefinire quest’arte che è, di fatto, astratto-geometrica, Arte Progettuale.
Osservando il mondo animale scopriamo tanti progettisti, dall’abile disegnatore, il “ragno”, agli architetti dell’abitare, le varie specie di “uccello tessitore”, all’ingegnere capo, il “castoro”.
E che dire dei progetti che per secoli ha portato a termine l’uomo? Dalle Piramidi al Colosseo, dalla torre Eiffel al Golden Gate Bridge di San Francisco, dalle case agli aerei e alle navicelle spaziali tutto è stato ideato, progettato, disegnato, prima di essere eseguito, utilizzando la matematica ma in modo che il risultato fosse armonioso ed equilibrato. Persino le costruzioni stravaganti di Gaudì, pur nella personalissima ed originale concezione dello spazio e del volume sono sempre al servizio di una funzione risultando anche molto armoniose ed equilibrate.
Dietro ognuno di questi progetti c’è una Idea. Così un’opera d’Arte Progettuale deve partire da un’idea da condividere con l’osservatore, un concetto su cui soffermarsi a riflettere in modo che arricchisca sia il fruitore che l’artista che la sta elaborando.
Quasi tutta l’Arte Concreta del secolo scorso si è concentrata sulla percezione, o quella esasperata dell’Arte Cinetica e dell’Optical Art o quella basata sui giochi di linee e di colori. Ma noi non siamo solo percezione. Siamo essenzialmente esseri spirituali dotati di meravigliose qualità e quindi le idee da realizzare dovrebbero far leva, secondo me, su queste qualità, trasmettendo conoscenza e consapevolezza.
Un artista contemporaneo che utilizza la geometria per veicolare un concetto in cui crede fermamente è l’americano Peter Halley. Nelle sue opere i quadrati o i rettangoli, che lui definisce “celle” o “prigioni”, collegati da “passaggi” si accampano prepotenti per diventare, con i loro vividi colori, veicoli di una dura critica alla nostra società “una prigione dorata, che affascina l’individuo, ma che, di fatto, lo isola mantenendolo connesso solo artificialmente”. In Fig. 3 una sua opera.
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Fig. 3
Peter Halley

“Conversion IV”
2016 - Acrilico fluorescente su tela - cm 234x178x10


Dopo l’ideazione si passa al progetto, cioè si procede pescando nella matematica gli elementi che meglio possano veicolare sulla tela l’idea, cioè il concetto, da portare all’attenzione dell’osservatore.
Nell’operare questa scelta va tenuto presente che le figure geometriche hanno anche un valore simbolico, infatti quadrati, triangoli, cerchi, spirali e così via fermentano da sempre nell’inconscio umano.
Parallelamente alla scelta degli elementi geometrici, in questa fase della progettazione, si scelgono i colori più idonei per il fondo e per le forme stesse, perché la forma e la dimensione delle figure vengono influenzate sia dal colore con il quale esse vengono colorate sia da quello del fondo e delle altre figure. I colori poi si influenzano reciprocamente rafforzandosi od annullandosi, ed anche il colore va sentito ed inteso come un elemento non solo ottico ma anche psichico e simbolico.
A tale proposito vorrei accennare al fatto che noi possediamo oltre al corpo fisico dei corpi o “campi sottili” (come ci informano i sensitivi e come la scienza sta cominciando a verificare). Sono “campi” colorati, belli a vedersi nei bambini e nelle persone che nutrono sentimenti di comprensione, amore, serenità, sicurezza ed equilibrio e coltivano pensieri elevati rivolti alla conoscenza, alla ricerca spirituale o scientifica, ma diventano di un gri- gio spettrale nelle persone che vivono in uno stato costante di paura o di depressione, di un verde melmoso o di un fangoso marrone se la persona coltiva sen- timenti di invidia o di avarizia. E quindi questi campi, espressioni del nostro sentire e pensare, sono lenti colorate attraverso le quali filtriamo la realtà che ci circonda.
Tradotto il progetto in un disegno si possono scegliere le dimensioni della tela più adatte e passare alla realizzazione pratica, cioè al trasferimento su questa del disegno stesso e alla successiva colorazione con i colori acrilici perché sono gli unici che consentono una stesura piatta ed uniforme, come richiesto da una opera geometrica. Oggi, dopo molti decenni dal loro ingresso nelle belle arti, sono disponibili colori acrilici di ottima qualità e in una vasta gamma di tinte.
Io, personalmente, prima della realizzazione eseguo dei bozzetti, anch’essi colorati con colori acrilici, che valuto attentamente, per essere sicura che veicolino esattamente l’idea iniziale e rispondano ai criteri di armonia e di equilibrio che ho appreso dagli artisti che più ammiro. In sostanza opero una valutazione critica, perché il risultato deve prima di tutto piacere a me stessa.

Il mondo in cui viviamo è concreto?
I nostri corpi sono concreti?

Negli ultimi decenni si è scoperto che siamo immersi in un mistero: materia ed energia oscure. La materia ordinaria di cui è composto l’Universo - cioè noi, i pianeti, le stelle, le galassie - occupa solo una piccola percentuale del totale, quasi il 5%, mentre quasi un quarto, approssimativamente, di tutta la materia è costituita da una sostanza ignota, invisibile: la materia oscura.
Siamo a conoscenza della sua esistenza dal 1974, in seguito ai calcoli effettuati dall’astronoma Vera Rubin, soprannominata la “dark lady” da “dark matter”. Questa materia è intorno a noi. è come se le fate, i folletti, gli gnomi delle favole fossero qui attorno a noi passando attraverso porte e muri, volando nel cielo e tra le stelle senza che nessuno possa percepirli! O anche gli alieni, perchè no?
Poi c’è l’energia oscura, cioè ignota, invisibile anch’essa. Perché sappiamo che esiste? Perché nel 1998 gli astrofisici hanno scoperto che lo spazio si sta espandendo rapidamente, cioè si sta creando più spazio tra le galassie, esattamente il contrario di quanto ipotizzato fino ad allora. Perché succede? Non si sa e non c’è nessuna teoria che giustifichi questa espansione. Con i calcoli gli astrofisici hanno scoperto che la causa di questa espansione è un’energia misteriosa, da allora denominata “energia oscura”. Nel 2004 è stato confermato che la percentuale di questa energia misteriosa è circa il 70% del totale. Lo stesso studio ha evidenziato che l’Universo ha una curvatura pressoché nulla.
Materia oscura ed energia oscura, completamente diverse tra loro e con comportamenti diversi, sono due ingredienti base dell’Universo perché insieme occupano circa il 95% del cosmo, ma non possono essere misurate direttamente eppure la loro influenza è enorme! Cos’è la materia oscura? Cos’è l’energia oscura? Sono le grandi domande alle quali dovrà rispondere la fisica in questo secolo.
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Fig. 4
Rita Lombardi

“Immersi nella materia e nell’energia ignote”
Serie: “IMMAGINI DALLA SCIENZA”
2022 - Acrilico su tela - cm 60x60


In Fig. 4 un quadro in cui ho cercato di portare a conoscenza dell’osservatore l’esistenza di queste misteriose materia ed energia. La porzione vivacemente colorata della tela è ciò che ci è noto, misurabile, il resto, in grigio, è questo mistero. Non ho rispettato l’effettiva percentuale perché ho voluto creare una opera che fosse anche piacevole.
Della materia visibile, ordinaria, sappiamo molto. Sappiamo che l’atomo non è indivisibile, ma costituito da elettroni e quark; tre quark compongono un protone e tre quark compongono un neutrone; protoni e neutroni insieme formano il nucleo dell’atomo. Ma l’atomo è sostanzialmente vuoto! Se infatti paragonassimo un atomo ad un campo di calcio, il nucleo sarebbe la capocchia di uno spillo al centro del campo, mentre gli elettroni ruoterebbero al posto degli spettatori sugli spalti. Gli elettroni e i quark, però, non sono palline come spesso vengono rappresentati, ma sono in realtà piccoli blocchi di onde in vibrazione, stringhe unidimensionali che si passano energia avanti e indietro come in una partita di tennis e, non solo, non esistono in stati ben definiti fino a quando non vengono osservati e misurati. La cosiddetta particella quindi non è né solida né stabile ed esiste solo come potenziale di ciascuno dei propri sé futuri, come se fosse una persona che si guarda in una sala piena di specchi! è il famoso paradosso del gatto di Schrödinger (3).
E guardando una persona da fuori sarebbe impossibile conoscere la sua esatta posizione confusa tra tutte quelle immagini riflesse. è questa un’altra caratteristica delle particelle subatomiche: la famosa “indeterminazione di Heisenberg”. Cioè di una particella si può conoscere la posizione ma non la velocità o viceversa.
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Fig. 5
Rita Lombardi

“Dal basso verso l’alto o viceversa ovvero l’ambiguità del mondo dei quanti”
Serie: “IMMAGINI DALLA SCIENZA”
2022 - Acrilico su tela - cm 60x60


In Fig. 5 un mio quadro in cui ho cercato di raffigurare l’ambiguità del mondo delle particelle subatomiche. Il punto in basso a sinistra della tela può essere sia l’origine di un fascio di luce puntato verso l’alto, sia la testa di un uccello che punta verso la preda, piombando dall’alto.
Per decenni si è pensato che le caratteristiche sconcertanti delle particelle subatomiche non valessero per le molecole ma, com’è stato dimostrato una quindicina d’anni fa, anche le molecole del nostro corpo e del mondo intorno a noi si trovano in uno stato di puro potenziale, non in una realtà conclusa e definita perché anch’esse obbediscono alle leggi del mondo quantistico. In definitiva la materia non è solida, né stabile, né si comporta necessariamente secondo le leggi di Newton.
Prima osservazione: tutta questa realtà instabile non viene recepita dai nostri sensi troppo grossolani e il nostro cervello interpreta come può i dati che questi gli trasmettono.
Seconda osservazione: non esiste, a tutt’oggi, una teoria comprovata che unifichi il mondo quantistico, dove non c’è gravità con la relatività generale di Einstein, dove non sono contemplate le particelle, ma solo spazio-tempo, energia e gravità.
Si è ipotizzato di recente che l’Universo sia una proiezione olografica di una matrice bidimensionale di stringhe unidimensionali, le particelle.
Praticamente la proiezione di uno schermo televisivo. Evviva la tela bidimensionale del pittore!
Dove sarebbe questo schermo ultrapiatto? Fuori di noi? Oppure nella nostra mente, cioè nel cervello? Proprio negli anni ‘70 del secolo scorso il neurologo Pribram ha ipotizzato che il nostro cervello si comporti come uno schermo olografico e che l’immagine che si forma sulla corteccia cerebrale non sia l’oggetto che stiamo percependo con i nostri sensi, ma un ologramma tridimensionale artefatto! L’Universo sarebbe un complesso di forme d’onda, di schemi di interferenza che i sensi ed il cervello trasformerebbero in illusioni tridimensionali: i corpi e gli oggetti. Le immagini di quello che sembra reale, concreto, sarebbero solo deformazioni olografiche di entità di aspetto diverso e sconosciuto.
Dobbiamo dedurre che il mondo è praticamente costruito dalla mente, compresi i colori, è astratto, non concreto!
Non ci è dato sapere cosa sia la realtà!
Secoli fa Platone diceva che della realtà noi cogliamo solo le ombre e i rishi dell’antica India hanno lasciato scritto che quello che percepiamo è pura illusione, opera del mago cosmico, la Maya. Siamo immersi in un mondo virtuale come nel film del 1999 “Matrix” con Keanu Reeves?

Note:
1) Il cubo a 6 facce quadrate, l’icosaedro 20 facce triangolari, il tetraedro 4 facce triangolari, l’ottaedro 8 facce triangolari, il dodecaedro 12 facce pentagonali.
2) Nella successione di Fibonacci, ogni elemento è la somma dei due numeri precedenti e il rapporto tra due numeri adiacenti tende a φ al crescere di questi.
Ad esempio:
8/5 = 1,6 e 55/34 = 1,6176…
3) Questo paradosso è un esperimento mentale ideato da Schrödinger nel 1935. Esso descrive un apparato sperimentale in cui un gatto si trova in uno stato di sovrapposizione quantistica, vivo e morto contemporaneamente.
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Grazia Barbieri

A cura di Fabrizio Sparaci.

Grazia Barbieri nasce a Bologna, dove frequenta l’Istituto Statale di Arte conseguendo il diploma di maestra di Arte in Pittura. Per diverso tempo non dipinge, riavvicinandosi alla sua grande passione solo negli ultimi anni. Man mano più sicura e fiduciosa delle proprie capacità, Grazia inizia ad esporre le sue opere in mostre personali e collettive a Bologna, Mantova, Roma, Milano, Budapest, Parigi. Ammirate ed appezzate, le sue creazioni ricevono premi e riconoscimenti e vengono pubblicate su periodici e libri del settore, fino ad essere inserite all’interno dell’Annuario Mondadori con una critica più che positiva da Parte di Vittorio Sgarbi. La sua arte può essere definita un autentico tributo alla donna, ritratta con realismo in lavori carichi di espressività: lo sguardo delle protagoniste è sempre rivolto all’osservatore, profondo penetrante, accattivante. Grazia disegna anime, sentimenti ponendo l’accento sulla forza e sulla bellezza della donna fiera, consapevole di sé. Con talento e fare deciso l’artista modella tratti somatici netti che esaltano la poeticità dell’eterno femmineo, lasciando risaltare la luminosità degli incarnati in un gioco di rimandi luminosi e chiaroscuri calibrati tra le cromie brillanti. Uno stile pittorico che non può che incantare l’osservatore in ogni sua declinazione, in cui le narrazioni sottolineano la dimensione emblematica di una quotidianità in cui la donna è vessillo di maestosità e grandezza.
Leonarda Zappulla
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Il mondo di Francesca Calzolari

A cura di Silvana Gatti.

Il mondo dell’arte contemporanea è simile ad un puzzle formato da innumerevoli tessere spesso difficili da inserire in un contesto del tutto disomogeneo. Alcuni artisti mirano ad emulare i classici, altri tendono ad eseguire opere del tutto provocatorie, altri ancora desiderano realizzare dipinti del tutto iperrealistici o seguire la moda del momento. Ci sono artisti che scoprono la passione per la pittura in età matura, e coltivano questo interesse di pari passo con la professione che permette loro di sbarcare il lunario.
Non è questo il caso di Francesca Calzolari, giovane artista del panorama torinese che sin da bambina sapeva già qual era la sua strada, ai tempi in cui frequentava con passione i laboratori artistici presso l’Associazione Artistico Culturale La Tesoriera di Torino tenuti dalla scrivente. Già a quei tempi la “pittrice in erba” usava con dimestichezza pennelli e colori, impegnandosi nella copia di opere dei pittori impressionisti e reinterpretandoli talvolta in chiave personale. La caparbietà nel seguire i suoi sogni, unita alle sue capacità relazionali, hanno portato Francesca Calzolari a risultati piuttosto lusinghieri nel percorso scolastico ed accademico, sfociando in un presente che la annovera tra gli artisti emergenti più promettenti.
La ricerca artistica di Francesca è un viaggio introspettivo volto a scrivere, come in un diario, le pagine del suo passato e del suo futuro. Un passato che l’ha vista sperimentare diverse tecniche, tra cui la ritrattistica a penna.
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Raggiunto, a pieni voti, l’importante obiettivo della laurea triennale conseguita presso l’Accademia Albertina di Torino, Francesca oggi si volta indietro per guardare il percorso fatto e, mai ferma, inizia a programmare i passi successivi della sua carriera artistica.
Questo importante traguardo è perfettamente sintetizzato nel dipinto “Eureka!”, dove si ritrae in bianco e nero con una corona d’alloro variopinta ed un’espressione che denota l’orgoglio e la soddisfazione di chi è riuscita ad esaudire un sogno.
Un cammino, quello dell’artista, ben descritto nell’opera “Prima & dopo”, che sintetizza nella figura frontale il presente mentre le figure raffigurate di profilo e di tre quarti appartengono al percorso già fatto ed a quello tutto da scrivere o, meglio, da dipingere, lungo le strade dell’arte.
I suoi autoritratti sono racconti autobiografici scritti con colori e pennelli, frutto di pensieri catturati nei momenti più impensati della giornata, come videate che, una volta fermate sullo schermo della sua mente, vengono poi trasposte con fedeltà sulla tela bianca che prende vita tra una sfumatura in bianco e nero ed uno sfondo nelle tonalità del pastello.
Nel Taoismo, il colore bianco rappresenta lo Yang (energia maschile), che assieme allo Yin (energia femminile, rappresentato dal colore nero) forma la coppia delle due nature complementari dell’universo.
Queste due energie coesistono in ciascun individuo, si compenetrano e si completano vicendevolmente, come descrive Francesca Calzolari nel suo dipinto dal titolo “Double face”. Qui i due lati della sua personalità, uno bianco e uno nero, uno chiaro e uno scuro, si contrappongono e si completano senza l’ausilio del colore, riflettendo pienamente il carattere di una artista che cerca in se stessa la energia per superare gli ostacoli della vita. La ricerca artistica di Francesca attinge al suo mondo interiore, per poi esternare sulla tela il risultato di pensieri che si rincorrono e si accavallano per poi sfociare in un’immagine ben precisa, che viene dipinta di getto senza ripensamenti e modifiche.
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Il colore, quando compare nelle sue opere, viene usato per evidenziare un particolare, come nel caso del dipinto “Trasparenze”. L’occhio azzurro che traspare, ingigantito, dietro la trasparenza del bicchiere di vetro, in realtà simboleggia il suo sguardo che si affaccia sul mondo per carpirne i segreti.
Un vaso di tulipani, nel suo “Autoritratto” a colori, la vede assorta in mille pensieri, perché la sua mente non si ferma mai ed è intenta a tracciare i sentieri del suo futuro artistico, che lei pensa di attuare anche nel mondo dell’arte-terapia, in quanto è il lato psicologico dell’arte ad interessarla particolarmente.
Il mese di aprile, dal 1 al 25, la annovera tra i protagonisti della Biennale Fondazione Modigliani con l’opera “Prima e dopo”, che si terrà nella prestigiosa sede del Palazzo la Pietà di Venezia. Castello 3701, Valle della Pietà 30122.
Perché Francesca Calzolari va a passo deciso, come nel suo dipinto “We will”, verso le nuove e promettenti tappe della sua vita. che la scrivente le augura ricca di soddisfazioni.
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Carpenter Trees

L'incontro tra la fotografia di Claudia Lo Stimolo e le creazioni di Giuseppe Bruno.
Di Paola Simona Tesio.

Nel progetto Carpenter Trees l’incontro tra Giuseppe Bruno l’artista creative designer del legno, Claudia Lo Stimolo l’innovativa fotografa che si affaccia sul panorama contemporaneo attraverso il concetto di Urbex Nudĭtas e DeliCate la modella che si fa interprete incarnando nel suo corpo le loro intuizioni, diventa un cammino estetico ed esperienziale di elevata originalità espressiva.
Carl Gustav Jung parlava di sincronicità definendo gli eventi sincronistici fenomeni in grado di cambiare l’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo, aprendo l’orizzonte verso nuove prospettive.
Le coincidenze non accadono semplicemente per caso, ma ampliano la vita stessa in una dimensione nuova, nello specifico in tale coesione artistica la amplificano di riflessione e bellezza, non intesa in senso meramente estetico ma interiore.
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Robert Hopke nel saggio Nulla succede per caso afferma: «Quasi ogni giorno si verifica nella nostra vita un certo tipo di evento che chiamiamo coincidenza. Succedono due cose, e per un motivo o per l’altro il modo in cui sono collegate richiama il nostro interesse. Alcune di queste coincidenze quasi non sembrano toccarci, né emotivamente né sotto l’aspetto intellettivo. Si tratta, come si dice di solito, “di una semplice coincidenza’’. Comunque, se prestiamo una qualche attenzione all’effetto che gli eventi hanno su di noi, ci accorgiamo di avere già sperimentato un diverso tipo di coincidenza, una convergenza di eventi […]. Nel momento in cui si verifica una coincidenza simile sappiamo che ci sta capitando qualcosa di importante, carico di significa- ti. Percepiamo e vediamo, nell’accidentalità, un elemento significativo».
Lo percepiamo dalle parole degli autori che si dipanano nel loro farsi artistico, delineando metaforicamente il profondo significato della convergenza di eventi.
Come sottolinea Giuseppe Bruno:
«Le montagne e i boschi mi hanno affascinato sin da quando ero bambino. Gli alberi sono esseri viventi straordinari. Da sempre l’umanità ha cercato di portare il concetto di natura all’interno degli spazi intimi o comunitari. Fin dalla tenera età ho cercato di ricreare il mondo vegetale con la materia del legno. Dalle prime forme disegnate ai successivi tentativi di trasportare le sensazioni. Per anni la mia ricerca è stata fallimentare finché, un giorno, ho iniziato ad utilizzare gli strumenti a mia disposizione in modo differente. Ho imparato a realizzare le linee che inseguivo da tutta una vita fondendole con il recupero e il riutilizzo di materiali antichi. Dobbiamo intraprendere un restauro ecologico, anche all’interno delle nostre case dove si svolge l’intima esistenza. Abbiamo l’abitudine di chiuderci dentro i muri perimetrali della nostra abitazione, quasi avessimo una paura ancestrale di quello che viene dal di fuori. Intraprendiamo viaggi per ammirare la natura selvaggia primaria, ma il tutto diventa solo ammirazione del paesaggio e della bellezza, senza però, il più delle volte, capire la vera potenza della vita, la complessità del convivere che esiste in natura».
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Sul progetto Carpenter Trees dichiara: «Noi e queste fotografie scattate da Claudia nei luoghi disabitati lo dimostrano, prendiamo delle cose e poi le abbandoniamo, non le usiamo più, creiamo luoghi che divengono inutili, degli spazi occupati che probabilmente sarebbe stato meglio lasciarli vuoti.
Attraverso Carpenter Trees abbiamo voluto rimarcare quanto sia importante riportare il concetto di Natura in casa usando la materia del Legno. Grazie alla collaborazione con Claudia Lo Stimolo ho intrapreso un nuovo viaggio, anzi lei ha ridefinito il mio personale viaggio di ricerca e crescita».

La peculiare ricerca estetica di Claudia Lo Stimolo si compenetra armoniosamente in questo cammino, dove il coesistere dell’Urbex, ovvero l’esplorazione urbana di strutture artificiali abbandonate o ridotte in rovine e scheletri torna ad essere abitata dalla Nudĭtas umana che non è soltanto visiva ma anche intima e morale, nonché richiama una riappropriazione della vita quale rinascita da una spoliazione: «Ho cercato di inserire il mio stile fotografico - spiega l’artista - la ricerca estetica traducendola in una convergenza con le opere e le installazioni di Giuseppe per creare una modulazione originale e che al contempo potesse unire l’espressività ed il sentire di entrambi, trovando nell’armoniosità delle forme della modella un continuum con la Natura, che si estrinseca dal legno al corpo umano, dal concetto del vuoto degli spazi alla completezza dell’idea».
DeliCate nell’incarnare il progetto che si fa percorso aggiunge: «Ho rappresentato questa figura che unisce i loro mondi, l’anello di congiunzione che portava all’esterno la loro creatività che ho iniziato a percepire in prima persona quando ho visto le realizzazioni artistiche di Giuseppe prendere vita nel contesti suggestivi in cui le aveva condotte e ritratte Claudia».
I progetti il più delle volte sono frutto della casualità, o meglio delle coincidenze significative, che consentono la unione di varie forme e pensieri, fino ad arrivare all’idea da cui nasce l’ispirazione che conduce alla realizzazione di un capolavoro.
Le creazioni di Giuseppe Bruno si basano sul concetto di architettura organica il cui intento è il promuovere la armonia tra l’uomo e la natura, noto esponente fu Frank Lloyd Wright la cui celebre frase risuona nella sua adeguatezza: «La figura umana mi si rivelò come la vera base della scala umana nell’architettura». Il creative designer Giuseppe Bruno va oltre e cerca di comprendere e carpire nel profondo le esigenze delle persone, non solo tecniche, ma persino intime e personali, seguendo il vibrare dell’empatia che consente di ricreare all’interno delle case l’atmosfera desiderata. Il momento storico attuale ha portato a riscoprire il piacere di rivivere il focolare domestico rivalutando gli spazi.
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La creazione di un rifugio a propria misura è il compito che si è dato come artigiano per guidare in un percorso di arredamento innovativo che prende linfa dalle radici naturali del legno, valutando luci, ombre e i colori più adatti per le stanze e i vari periodi dell’esistenza. Sperimentazione ed originalità gli hanno consentito di svincolarsi dalle produzioni in serie, per concentrarsi su una tradizione artigianale ed originale dedicata a chi voglia indagare nuove prospettive intessute di morbide curve e dimensioni ispirate all’ambiente: una visione che si traspone nel Design in grado di vivificare lo spazio da arredare connotandolo di fattori umani quali le esperienze personali, le emozioni, i sentimenti, gli stato di animo. Elementi che si concretizzano nell’autenticità dell’opera d’arte ricavata dall’essenza lignea, in quei tasselli di storia e tradizione che diventano le chiavi di accesso a un percorso continuo di scambio di esperienze, sia culturali sia sociali, che lui stesso descrive: «Come le rughe, le mani screpolate dal lavoro, le venature del legno: solo il tempo crea così tanta bellezza».
Carpenter Trees rivoluziona i canoni del Design e dell’Arte: trascende l’idea che si materializza in contesti Urbex dove, con l’ausilio della fotografia, si incarna nella figura umana, un contrasto suggestivo ed unificativo che per la prima volta si affaccia nel settore artistico ed espositivo diventando puro rinnovamento.
La modella DeliCate diventa il simbolo di questa filosofia, ritratta in posizione fetale nello scatto intitolato Émbryon che significa appunto “fiorire dentro’'. In uno scenario abbandonato, dove il muschio si riappropria degli spazi, incarna l’origine dell’idea, illuminata dalle curve lievi della creazione. Nella fotografia Poetic Vision, la ritroviamo dipinta con gli stessi pigmenti ispirati ai cromatismi della Natura, mentre in The Embrace la sua mano si posa lieve su una sinuosità scultorea che si fa ramo di albero fondendosi in un intrecciarsi tra esistenza umana e habitat naturale. La sedia diventa il fil rouge del viaggio: sola, abbandonata fra gli spazi desolati e spogli del vuoto e del pieno ad impersonificare la pratica che hanno gli esseri umani di gettare gli oggetti e le cose quando non sembrano essere più utili allo scopo per cui sono realizzati, tramutandoli una mera res che non serve più. Tuttavia il cammino prosegue e la sedia inanimata incontra l’anima umana piegata su se stessa sugli scarti delle macerie dell’era industriale, in cui risuona il silenzio dei meandri disabitati mentre le rovine scricchiolano al calpestio dei piedi che scalzi le percorrono.
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La modella seduta sulla sedia contempla il futuro, e in quello scenario di degrado prende forma la sinuosità dell’albero, che si fa luce nel bianco e nero del cemento che avvolge come cerchio restringendo il campo in una sorta di zero emblema della fine e dell’inizio di tutte le cose. La mano timidamente si posa sull’albero divenendo nell’intreccio quel tutt’uno, compenetrazione e rinascita nella Natura. L’unione di questi mondi, umano e naturale, porta lo spettatore ad interrogarsi sul rapporto tra il nostro corpo e gli arredi. I luoghi abbandonati diventano la scenografia e la cornice dove la materia del legno si fonde nelle curve della vita. Risuonano le parole del creativo Giusepe Bruno: «Carpenter Trees vuole indagare, mettere in discussione, sovvertire, unire gli opposti e giocare con i limiti dell’impossibilità. Mi sono ispirato alle forme naturali usando la materia del legno attorcigliata come una corda, ho voluto creare una struttura leggera, trasparente e contemplativa, che trasporta in un mondo immaginario. L’intento è quello di creare un oggetto che, attraverso le sensazioni, sia in grado di trasmettere emozioni positive, aiutando ad indagare meglio il rapporto tra uomo-materia-natura. Il mobile da oggetto diventa un tramite in grado di trasportare in una dimensione primordiale della natura che spesso non è gentile, ma ci fornisce i mezzi per vivere, dove non c’è spazio per il lamento, per il rancore, per l’insolenza aggressiva scambiata per sintomo di vitalità, oggi molto praticata nella vita quotidiana. Abbiamo bisogno di fare una profonda riflessione sul nostro ruolo nella società che abbiamo plasmato, sulle infrastrutture che abbiamo creato, sul nostro stile di vita frenetico e sul nostro modo di consumare in modo incontrollato. Dobbiamo fermarci e considerare nuove idee, prospettive e strategie sul lungo termine per preservare e curare quello che resta di incontaminato».
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La Biennale di Venezia. 59a Esposizione Internazionale d’Arte

"Il latte dei sogni" - a cura di Cecilia Alemani.
Venezia (Giardini e Arsenale) - 23 aprile - 27 novembre 2022.
Di Marilena Spataro.

Come nel suo DNA, e in questa edizione 2022 più che mai, la Biennale di Venezia, 59. Esposizione Internazionale dell’Arte, guarda al futuro, promuovendo ed accogliendo le più originali e avveniristiche istanze delle arti visive nella interpretazione di artisti provenienti da tutto mondo.
Aperta al pubblico da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre 2022, la 59. Esposizione Internazionale di Arte, intitolata Il latte dei sogni, è a cura di Cecilia Alemani e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Roberto Cicutto. La mostra si articola negli spazi del Padiglione Centrale ai Giardini e in quelli delle Corderie, delle Artiglierie e negli spazi esterni delle Gaggiandre e del Giardino delle Vergini nel complesso dell’Arsenale. Sono presenti 213 artiste e artisti provenienti da oltre 61 nazioni, di cui 26 le artiste e gli artisti italiani, 1433 le opere e gli oggetti esposti, 80 le nuove produzioni. Oltre 180 artiste e artisti non hanno mai partecipato all’Esposizione Internazionale d’Arte prima d’ora. Per la prima volta la Biennale include una maggioranza preponderante di artiste donne e soggetti non binari, scelta che riflette un panorama internazionale di grande fermento creativo ed è anche un deliberato ridimensionamento della centralità del ruolo maschile nella storia dell’arte e della cultura attuali. Sono inoltre presentate opere contemporanee e nuove produzioni concepite appositamente per la Biennale Arte, messe in dialogo con lavori storici che datano dall’Ottocento fino ai nostri giorni.
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La Mostra è affiancata da 80 Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Sono 5 i paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica del Camerun, Namibia, Nepal, Sultanato dell’Oman e Uganda. Repubblica del Kazakhstan, Repubblica del Kirghizistan e Repubblica dell’Uzbekistan partecipano per la prima volta con un proprio padiglione.
Il Padiglione Italia, presente alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero della Cultura, Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, è a cura di Eugenio Viola.
Come spiega la curatrice Cecilia Alemani «La mostra Il latte dei sogni prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington (1917-2011) in cui l’artista surrealista descrive un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé. L’esposizione Il latte dei sogni sceglie le creature fantastiche di Carrington, insieme a molte altre figure della trasformazione, come compagne di un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e delle definizioni dell’umano. La mostra nasce dalle numerose conversazioni intercorse con molte artiste e artisti in questi ultimi mesi. Da questi dialoghi sono emerse con insistenza molte domande che evocano non solo questo preciso momento storico in cui la sopravvivenza stessa dell’umanità è minacciata, ma riassumono anche molte altre questioni che hanno dominato le scienze, le arti e i miti del nostro tempo. Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi? Questi sono alcuni degli interrogativi che fanno da guida a questa edizione della Biennale Arte, la cui ricerca si concentra in particolare attorno a tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra».

La struttura della mostra e le capsule storiche
Da un testo della curatrice, Cecilia Alemani

Distribuite lungo il percorso espositivo al Padiglione Centrale e alle Corderie, cinque piccole mostre tematiche a carattere storico costituiscono una serie di costellazioni nelle quali opere d’arte, oggetti trovati, manufatti e documenti sono raccolti per affrontare alcuni dei temi fondamentali della mostra. Concepite come delle capsule del tempo, queste micro-mostre forniscono strumenti di approfondimento e introspezione, intessendo rimandi e corrispondenze tra opere storiche - con importanti prestiti museali e inclusioni inusuali - e le esperienze di artiste e artisti contemporanei esposti negli spazi limitrofi. Le capsule tematiche arricchiscono la Biennale con un approccio trans-storico e trasversale che traccia somiglianze ed eredità tra metodologie e pratiche artistiche simili, anche a distanza di generazioni, creando nuove stratificazioni di senso e cortocircuiti tra presente e passato: una storiografia che procede non per filiazioni e conflitti ma per rapporti simbiotici, simpatie e sorellanze.
Con una precisa coreografia architettonica sviluppata in collaborazione con il duo di designer Formafantasma, queste sezioni instaurano inoltre una riflessione sulle modalità con cui la storia dell’arte viene costruita e su come certi dispositivi museali ed espositivi stabiliscono gerarchie di gusto e meccanismi di inclusione ed esclusione. Queste presentazioni partecipano così a quel complesso processo di riscrittura della storia che ha segnato profondamente gli ultimi anni, nei quali è apparso quanto mai evidente che nessuna narrazione storica può essere considerata definitiva. Le capsule tematiche raccontano pertanto storie che possono apparire a prima vista minori o meno note, non ancora assimilate nei canoni ufficiali.

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Le artiste e gli artisti

Da un testo della curatrice, Cecilia Alemani

La mostra Il latte dei sogni trova il suo fulcro in una sala sotterranea del Padiglione Centrale, dove la prima delle cinque capsule presenta una raccolta di opere di artiste delle avanguardie storiche, tra cui Eileen Agar, Leonora Carrington, Claude Cahun, Leonor Fini, Ithell Colquhoun, Loïs Mailou Jones, Carol Rama, Augusta Savage, Dorothea Tanning e Remedios Varo. Dalle opere di queste e altre artiste dei primi del Novecento - presentate in un ensemble ispirato alle mostre del Surrealismo - emerge un dominio del meraviglioso nel quale anatomie e identità sono trasformate seguendo le tracce di desideri di meta- morfosi ed emancipazione.
Molte di queste linee di pensiero ritornano nelle opere di artiste e artisti di oggi esposte nelle sale del Padiglione Centrale: i corpi mutanti messi in scena da Aneta Grzeszykowska, Julia Phillips, Ovartaci, Christina Quarles, Shuvinai Ashoona, Sara Enrico, Birgit Jürgenssen e Andra Ursuţa immaginano nuove combinazioni di organico e artificiale, concepite sia come possibilità di reinvenzione del sé sia come inquietanti premonizioni di un futuro sempre più disumanizzato.
I rapporti che legano esseri umani e macchine sono analizzati in molte delle opere in mostra, come, ad esempio, negli esperimenti di Agnes Denes, Lillian Schwartz e Ulla Wiggen o nelle superfici-schermo di Dadamaino, Laura Grisi e Grazia Varisco, le cui opere sono raccolte in un’altra capsula dedicata all’Arte Programmata e all’astrazione cinetica degli anni Sessanta.
Le relazioni che intrecciano corpi e linguaggio sono al centro di un’ulteriore presentazione tematica ispirata alla mostra di Poesia Visiva e Concreta Materializzazione del linguaggio, allestita alla Biennale Arte 1978, una delle prime rassegne apertamente femministe nella storia dell’istituzione. La scrittura visiva e le poesie concrete di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Ilse Garnier, Giovanna Sandri e Mary Ellen Solt sono messe in dialogo con esperimenti di automatismo e scrittura medianica di, tra le altre, Eusapia Palladino, Georgiana Houghton e Josefa Tolrà, e con forme di scrittura femminile che spaziano dagli arazzi di Gisèle Prassinos alle micrografie di Unica Zürn.
Segni e linguaggi affiorano anche nelle opere di diverse artiste contemporanee quali Bronwyn Katz, Sable Elyse Smith, Amy Sillman e Charline von Heyl, mentre i quadri tipografici di Jacqueline Humphries sono messi in relazione con i gra- femi di Carla Accardi e con il linguaggio-macchina che informa le opere di Charlotte Johannesson, Vera Molnár e Rosemarie Trockel.
In contrasto con questi scenari ipertecnologici, i quadri e gli assemblage di Paula Rego e Cecilia Vicuña inventano nuove simbiosi tra animali ed esseri umani, mentre Merikokeb Berhanu, Mrinalini Mukherjee, Simone Fattal e Alexandra Pirici tessono narrazioni nelle quali preoccupazioni ambientaliste e antiche divinità ctonie si combinano per creare nuove mitologie ecofemministe.

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All’Arsenale l’esposizione si apre con l’opera dell’artista Belkis Ayón, che, influenzata da tradizioni afrocubane, descrive un’immaginaria comunità matriar- cale. La riscoperta della dimensione mitopoietica dell’arte è apparente anche nelle grandi tele di Ficre Ghebreyesus e nelle visioni allucinate di Portia Zvavahera, nonché nelle composizioni allegoriche di Frantz Zéphirin e di Thaao Nguyen Phan, che nelle loro opere intrecciano storia, sogno e religione. Attingendo a saperi indigeni e sovvertendo stereotipi coloniali, l’artista argentino Gabriel Chaile presenta una nuova serie di sculture monumentali in argilla cruda che si ergono come idoli di una civiltà mesoamericana fantastica.
Molte artiste e artisti in mostra esaminano nuovi e complessi rapporti con la Terra e la natura, ipotizzando inedite possibilità di convivenza con altre specie e con l’ambiente. Il video di Eglė Budvytytė racconta di un gruppo di giovani persi nelle foreste della Lituania, mentre i personaggi nel nuovo video di Zheng Bo vivono in una comunione totale - anche sessuale - con la natura. Un simile senso di incanto meraviglioso ritorna nelle vedute innevate ricamate dall’artista Sami Britta Marakatt-Labba. La riscoperta di tradizioni millenarie si sovrappone a nuove forme di attivismo ecologista anche nelle opere di Sheroanawe Hakihiiwe e nelle composizioni oniriche di Jaider Esbell.
Al principio delle Corderie si colloca un’altra capsula storica, questa volta ispirata agli scritti dell’autrice di fantascienza Ursula K. Le Guin e alla sua teoria della narrazione che identifica la nascita della civiltà non nell’invenzione delle armi ma negli oggetti utili alla raccolta, al sostentamento e alla cura: borse, sacche e contenitori. In questa presentazione i carapaci ovoidali dell’artista surrealista Bridget Tichenor sono accostati alle sculture in gesso di Maria Bartuszová, alle sculture sospese di Ruth Asawa e alle creature ibride di Tecla Tofano. Queste opere storiche convivono accanto ai vasi antropomorfici di Magdalene Odundo e ai quadri di fisionomie concave di Pinaree Sanpitak, mentre la videoartista Saodat Ismailova racconta di celle di isolamento sot- terranee che fungono da luoghi di fuga e spazi di meditazione.
L’artista colombiana Delcy Morelos, che nelle sue opere si ispira alle cosmologie delle popolazioni delle Ande e della Amazzonia amerindia, presenta una grande installazione ambientale nella quale costruisce un labirinto di terra. Molti altri artisti in mostra combinano posizioni politiche e ricerca sociale con progetti che rivisitano tradizioni locali, come nelle grandi tele di Prabhakar Pachpute dedicate alla devastazione ambientale provocata dall’industria mineraria in India, o nel video di Ali Cherri a proposito delle dighe costruite sul Nilo. Igshaan Adams infonde nell’astrazione delle sue composizioni in tessuto significati che spaziano da una riflessione sull’apartheid alla condizione di genere in Sudafrica, mentre Ibrahim El-Salahi racconta la sua esperienza con la malattia e i farmaci attraverso una pratica meditativa di disegni minuziosi e quotidiani.














La parte finale delle Corderie è introdotta dalla quinta e ultima capsula storica dedicata alla figura del cyborg. Questa presentazione riunisce artiste che nel corso del Novecento hanno immaginato nuove combinazioni tra l’umano e l’artificiale, creando gli avatar di un futuro postumano e postgender. Questa capsula include opere d’arte, artefatti e documenti di artiste di inizio Novecento tra cui la dadaista Elsa von Freytag-Loringhoven, le fotografe Bauhaus Marianne Brandt e Karla Grosch e le futuriste Alexandra Exter, Giannina Censi e Regina. In questa sezione, le sculture delicate di Anu Põder rappresentano corpi frammentati in contrasto con i monoliti di Louise Nevelson, le figure totemiche di Liliane Lijn, le macchine di Rebecca Horn e i robot dipinti di Kiki Kogelnik.
Attraversata la grande installazione diafana di Kapwani Kiwanga, nelle ultime campate delle Corderie la mostra prosegue con tonalità fredde e sintetiche, nelle quali la presenza umana è sempre più evanescente, sostituita da animali e creature ibride o robotiche. Le sculture biomorfe di Marguerite Humeau, ad esempio, ricordano esseri criogenici che si contrappongono ai monumentali esoscheletri di Teresa Solar. Raphaela Vogel descrive un mondo in cui gli animali prendono il sopravvento sull’uomo, mentre le sculture di Jes Fan usano materiali organici come melanina e latte materno per creare nuove culture batteriologiche.
Scenari apocalittici di cellule impazzite e incubi nucleari affiorano anche nei disegni di Tatsuo Ikeda e nelle installazioni di Mire Lee, animate dai movimenti concitati di una macchina che ricorda il sistema digestivo di un animale. Il nuovo video della pioniera del postumano Lynn Hershman Leeson celebra la nascita di organismi artificiali, mentre la coreana Geumhyung Jeong gioca con corpi ormai completamente robotici e componibili a piacimento.
Altre opere oscillano tra tecnologie obsolete e nuovi miraggi del futuro. Le fabbriche abbandonate e i macchinari fatiscenti di Zhenya Machneva trovano una nuova vita nelle installazioni di Monira Al Qadiri e Dora Budor che vibrano e roteano come macchine celibi. A chiudere questa infilata di meccanismi impazziti, una grande installazione di Barbara Kruger concepita appositamente per gli spazi delle Corderie combina slogan, poesia e linguaggi-oggetto in un crescendo di ipercomunicazione al quale fanno da contrasto le sculture silenziose di Robert Grosvenor, che svelano invece un mondo senza presenze umane. Oltre questo universo immobile cresce il grande giardino entropico di Precious Okoyomon, brulicante di nuova vita.
Negli spazi esterni dell’Arsenale completano la mostra i grandi interventi di Giulia Cenci, Virginia Overton, Solange Pessoa, Wu Tsang e Marianne Vitale, che accompagnano lo spettatore fino al Giardino delle Vergini, in una passeggiata tra forme animali, sculture organiche, rovine industriali e paesaggi stranianti.

Eventi collaterali/Progetti speciali
Sono molti gli eventi collaterali ammessi dalla curatrice e promossi da enti e istituzioni nazionali e internazionali senza fini di lucro; organizzati in numerose sedi della Serenissima. Altrettanto numerosi sono i progetti speciali realizzati dalla Biennale di Venezia.
Il catalogo ufficiale, dal titolo “Il latte dei sogni”, è composto di due volumi. Il Volume I, a cura di Cecilia Alemani, è dedicato alla Esposizione Internazionale e comprende, oltre al contributo originale della curatrice, un’ampia serie di illustrazioni e saggi critici di un gruppo di scrittrici e pensatori oggi all’avanguardia. Il Volume II è dedicato alle Partecipazioni Nazionali e agli Eventi Collaterali. 
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