Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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I colori del vento

La Galleria Ess&rrE presenta la
Mostra collettiva
I colori del vento

Saranno presenti i seguenti artisti:
Bruna Bonelli, Ornella De Rosa, Fabrizio Esposito, Giusy Cristina Ferrante, Rosella Giorgetti, Fabio Giuli, Silvana Landolfi, Rita Lombardi, Marina Loreti, Annalisa Macchione, Giuseppa Matraxia, Francesco Ponzetti, Leandro Ricci, Michelangelo Riolo, Mirella Scotton e Anna Maria Tani.

Durante il vernissage sarà presentato il libro di Antonella Colonna Vilasi "I servizi segreti mondiali. Nuove fide e prospettive future".

Vernissage 10 luglio 2021 ore 18:00 fino al 6 agosto 2021
Presso la Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma, Lungomare Duca degli Abruzzi 84, locale 876

A cura di Alessandra Antonelli
Direttore Artistico Roberto Sparaci
Grafica di Fabrizio Sparaci

"L'arte per amare"

La Galleria Ess&rrE è lieta di invitarvi alla mostra personale "L'arte per amare" di Stefania Nicolini.
La mostra sarà disponibile da sabato 26 giugno a venerdì 9 luglio presso la Galleria Ess&rrE al Porto Turistico di Roma.
Durante il Vernissage, che si terrà il 26 giugno alle 17,30, verrà presentato il libro "La principessa e il cantastorie" di Laila Scorcelletti.
La mostra sarà accompagnata dagli inserti musicali della violinista Federica Quaranta.

Curatrice della mostra: Alessandra Antonelli
Grafica: Fabrizio Sparaci

Quelli di Laboratorio Acca

MOSTRA COLLETTIVA ALLA GALLERIA ESS&ERRE-PORTO TURISTICO DI ROMA

DAL 12 AL 25 GIUGNO 2021

Le opere degli artisti d Laboratorio Acca escono dalla TV e approdano al Porto Turistico di Roma.

Da sabato 12 giugno 2021, in mostra per quattordici giorni alla galleria Ess&errE le opere degli artisti che hanno scelto i progetti TV di Laboratorio Acca per diffondere meglio il valore del loro lavoro.

In onda tutte le domeniche sui canali di Arte Investimenti TV, 868 Sky, 123 DTT e sul web, Laboratorio Acca è una trasmissione che dall’ottobre 2019 ha ottenuto un notevole successo e porta alla ribalta televisiva le opere di artisti italiani dalle qualità certe. Nonostante le difficoltà delle chiusure causate dalla pandemia, Laboratorio Acca ha continuato costantemente il suo cammino conquistando un numero sempre maggiore di spettatori. La trasmissione, condotta da Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, esce dagli studi di Milano e porta in riva al mare di Roma le opere di tutti gli artisti coinvolti nel progetto per un appuntamento che saluta le tanto attese riaperture.

La novità è la inaugurazione doppia per l’evento: la Première alle 18.00 di sabato 12 giugno, alla presenza annunciata di una parte degli artisti partecipanti in una atmosfera incantevole. Pittura e scultura, stili e caratteristiche artistiche diversi, mare e conquistato senso di libertà per due settimane di esposizione.  

Sabato 19 giugno, alle 18.00, seconda inaugurazione alla presenza di altri artisti della squadra di Laboratorio Acca. Non si escludono sorprese al doppio vernissage della mostra curata dai due conduttori della fortunata rubrica televisiva.

La direzione di Acca International rivolge un particolare invito agli artisti interessati alla partecipazione a Laboratorio Acca, che potranno ricevere informazioni direttamente anche dai loro colleghi presenti all’evento.

In mostra le opere di : Lucia Arcelli, Domenico Asmone, Maurizio Baiocchini, Paolo Ballerani, Andrea Bassani, Concetta Capotorti, Luigi Colombi “Conte”, Elena Di Felice, Alberto Gallingani, Fabio Grassi, Rita Lombardi, Piero Masia, Fausto Minestrini, Elena Modelli, Silvia Paci. Paola Belluco “Paù”, Francesco Ponzetti, Alessio Schiavon, Anna Maria Tani, Giuseppe Trentacoste.

evento a cura di Giorgio Barassi e Roberto Sparaci

Telefono : 329.4681648 – 347.4590939

Info : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

ARTISTIC VISIONS

Una settimana dedicata a quattro artisti di assoluto interesse pittorico che abbiamo voluto premiare per la loro indiscutibile bravura nonchè professionalità e valore artistico.
La mostra dedicata a Magaly Arocha, Claudio Faschilli, Aurora Iogà e Rita Lombardi si terrà nella prestigiosa location della Galleria Ess&rrE al Porto Turistico di Roma (locale 876) a ridosso delle meravigliose imbarcazioni che fanno da cornice a questa esposizione di assoluto valore.
Dal 5 all'11 giugno con inaugurazione sabato 5 giugno dalle ore 17,00.

MATERICA

La Galleria Ess&rrE è lieta di invitarvi alla mostra "Materica", che vede nella sua particolarità varie pitture intrise di profonda umanità e sensibilità ed ospiterà i seguenti artisti:
Serena Attanasio, Samuel Di Mattia, Barbara Monti e Francesco Ponzetti.
La mostra sarà disponibile da sabato 22 maggio fino al 4 giugno 2021.
Vernissage sabato 22 maggio 2021 ore 17.00 presso la Galleria Ess&rrE al Porto Turistico di Roma.
L'inaugurazione verrà svolta rispettando le normative anti-covid.
Curatrice della mostra: Alessandra Antonelli.

Vincenzo Vanin. Tra tradizione e modernità.

a cura di Silvana Gatti

Qualche anno fa ebbi l’occasione fortunata di conoscere Vincenzo Vanin, artista di fama internazionale, in occasione di una rassegna svoltasi presso le Ex-Scuderie delle Tesoriera a Torino. Sempre affascinata dall’arte musiva della basilica di San Marco a Venezia, legata sia alle gusto occidentale dello stile gotico sia alle influenze orientali bizantine, e dai mosaici della basilica di Aquileia, rimasi molto colpita nel vedere i mosaici di grande dimensione di Vanin, medium espressivo che ancora oggi rappresenta la cifra stilistica con cui l’artista esprime la sua creatività attraverso un percorso imperniato sulla potenza cromatica e gestuale, accostando un mestiere antico ad uno stile totalmente moderno. Un artista di questo calibro non si improvvisa, ma nasce dalla lezione dei maestri dell’Istituto Statale d’Arte di Venezia, dagli insegnamenti di Angelo Gatto fino alle esperienze accanto ad Emilio Vedova.
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Vincenzo Vanin nasce e trascorre l’infanzia a Quinto di Treviso. Ancor adolescente arriva a Venezia, dove frequenta l’Istituto Statale D'Arte, dedicandosi alla pittura e alla tecnica del mosaico con il Prof. Gregorini. Nella città lagunare conosce e frequenta Guerrino Bonaldo, Candido Fior e Voltolina. Nei periodi estivi per alcuni anni lavora assiduamente assieme al Prof. Angelo Gatto con il quale approfondisce lo studio dei pigmenti, della materia cromatica e l’antica tecnica del mosaico e del restauro. Sono di questo periodo le prime esposizioni di dipinti e di mosaici. Nel 1962 parte per il servizio militare e si arruola nei corpo dei paracadutisti, attività che asseconda il suo spirito avventuriero. Congedatosi nel 1964, ritorna a collaborare per un breve periodo con Angelo Gatto, Guerrino Ronaldo e Agostino De Lazzavi. In seguito vola in Canada. Nel viaggio conosce l’Artista Rosemberg, che lo invita in Florida per un possibile lavoro di grandi dimensioni. Oltre oceano trascorre un periodo di grandi esperienze e sacrifici dove svolge lavori pesanti nel campo dell’edilizia. Decisivo nella formazione del suo carattere forte anche il periodo trascorso nei campi indiani ad Espanola, nel nord Canada. Nel 1965 fonda a Toronto lo studio Church Art Studio dando inizio ad un percorso intenso di opere religiose e pubbliche con grandi mosaici murali, tra i quali si segnalano: Chiesa di S. Mary, S. Aphonsus, S. Pio X, edificio la Rotonda, scuole di Ciatam Ont., scuole di Blenhem Ont. Sono musaici murali dall’originale elaborazione formale, che rappresentano una rielaborazione del tutto originale della pratica appartenuta al mondo classico romano e paleocristiano. I luminosi fondi oro conferiscono alle sue opere un’atmosfera mistica e spirituale.
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Con il Prof. Bardin ha fondato il Club del S. Marco veneto a Toronto, attualmente il più importante club Italiano in Ontario. Si iscrive al Ryerson Polytechnical Institute ad Architettura, progettando anche qualche piccola struttura a Toronto. Nel 1973 ritorna in Italia dove lavora come progettista meccanico presso una azienda metalmeccanica, dimostrando la versatilità del suo forte carattere. Nel 1975 frequenta l’Accademia di belle Arti di Venezia con il Maestro Emilio Vedova, periodo in cui crea le due pale d’Altare nella Chiesa di Fagaré della Battaglia (TV), il mosaico del Battistero e il lunotto della porta centrale nella Chiesa di Roncadelle (TV). Il Maestro Emilio Vedova suscita in Vanin l’interesse per I'arte informale, indirizzando la sua ricerca verso la spazialità dinamica e la gestualità. Inizia per l’artista un lungo percorso di mostre che portano le sue opere in varie parti del mondo. Sono opere che sorprendentemente uniscono la lezione degli antichi maestri musivi al dinamismo delle opere di Emilio Vedova e dei Futuristi. Così come il futurismo costruttivo di Depero e Balla guardava oltre l’universo, allo stesso modo Vanin va alla ricerca dell’infinito, come si vede in alcune sue opere che raffigurano spirali multicolori proiettate in un viaggio ideale. Basta osservare “Teletrasporto”, mosaico in cui una spirale dorata sembra essere la spinta propulsiva di una navicella spaziale a forma di piramide, elemento iconico che unisce la millenaria arte egizia con il nostro presente in cui la velocità delle comunicazioni ha raggiunto livelli un tempo impensabili. “La caduta degli dei” raffigura ali angeliche multicolori che muovendosi nello spazio del supporto evocano il sogno di ogni uomo, quello del volo, emozione provata dall’artista durante il suo periodo da paracadutista.
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L’arte di Vincenzo Vanin, nel tempo, si è mossa dalla pittura ai mosaici con risultati lusinghieri, tecniche differenti ma accomunate dalla volontà di spaziare nello spettro dei colori, della luminosità, delle linee e delle libere astrazioni, rispecchiando una forte personalità che continuamente si spinge verso nuovi orizzonti, come dimostra il dinamismo delle sue creazioni. Personaggio dal carattere aperto e cordiale, Vanin lavora incessantemente spinto dalla passione che cancella ogni sensazione di stanchezza. “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita” scriveva il filosofo cinese Confucio, ed osservando l’artista al lavoro si può dire che mai aneddoto fu più azzeccato. I suoi lavori vengono apprezzati a New York, San Francisco, Tokyo, Shanghai, Canada, Austria, Germania, Luxemburgo, Museo Zilina (Slovakia), Scuderie Quirinale (Roma), Museo Canova (TV), Praha (SK), Museo Ca da Noal (TV), Villa Naz. Pisani (VE). Per dirlo con le parole di Simon Benetton, i mosaici di Vanin sembrano composti da “linee lanciate nello spazio” che rivelano “l'emergere del pensiero e la dinamica della spazialità”. Molto interessanti sono i mosaici a tema spaziale, “L’Astronave”, “Le Galassie”, “La Macchina del Tempo”, immagini che immergono il fruitore in un viaggio spazio-temporale multicolore. Le linee di fuga, le volute, le spirali, la prospettiva dinamica sono caratteristiche tipiche delle opere di Vanin, che siano mosaici o dipinti, frutto di studi di prospettiva e teoria delle ombre. Mentre i mosaici seguono un disegno geometrico, a differenza dei dipinti dichiaratamente informali, in entrambi é riscontrabile l’eleganza del segno, netto, dinamico, eseguito di getto. Per quanto riguarda le scelte cromatiche, Vanin predilige i colori puri, il giallo, il rosso, il blu, mentre il bianco e il nero hanno funzione di sottolineature.
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Come ha rilevato Simon Benetton, i mosaici di Vanin rivelano “intuizioni di risonanza scultorea”; infatti le opere appaiono plastiche, nella loro pluridimensionalità dinamica. L’artista è stato apprezzato anche da Marco Goldin, che ha sottolineato come “negli artisti veri non è infrequente una coincidenza quasi totale tra vita e arte, nel senso che l’arte non si pone come un racconto artefatto di esperienze inesistenti (anche a livello onirico o sensoriale) bensì come trasposizione simbolica di dati reali”. Vincenzo Vanin tiene da diversi anni corsi di laboratorio sulla tecnica del mosaico in varie parti d'Italia organizzando incontri e periodiche esposizioni. Attualmente la sua attività continua all'estero con uno stretto rapporto con importanti Artisti, tra i quali: FerroKral, Alex Minarcic, Milan Mazur. Vincenzo Vanin vive e lavora a Paese in via Benedetto Croce N°3 (TV). L’epidemia da coronavirus rende incerta la programmazione delle sue prossime mostre, previste presso la Galleria Pezzoli in via Mazzini 39 a Clusone, in provincia di Bergamo, ed al Museo Archeologico Nazionale di Sarsina in via Cesio Sabino 38, in provincia di Forlì-Cesena. Per le date delle mostre si rimanda pertanto ai motori di ricerca web che sapranno rispondere alle domande degli amatori.
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Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione

L’opera grafica.
13 Giugno - 3 Ottobre 2021.
Museo del Paesaggio, Verbania.
a cura di Silvana Gatti.

L'approssimarsi dell’estate vede la riapertura della stagione espositiva del Museo del Paesaggio di Verbania, presso gli spazi di Palazzo Viani Dugnani, sabato 12 giugno alle ore 11.30.
Il Museo del Paesaggio riparte con la mostra Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica con opere provenienti dalla collezione del Museo e da una collezione privata milanese, a cura di Elena Pontiggia e di Federica Rabai, direttrice artistica e conservatrice del Museo. L’esposizione annovera oltre 90 opere, la maggior parte di grafica, di due grandi artisti del Novecento italiano che si sono affermati per aver rinnovato il linguaggio della pittura e della scultura. Completa il percorso dedicato al mito e alla visione una serie di sculture di Arturo Martini, presentate accanto ai bozzetti, ai disegni e alle incisioni.
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Carlo Carrà (Quargnento, Alessandria, 1881 - Milano, 1966) lasciò la casa paterna sin da imberbe, facendo il decoratore per guadagnarsi da vivere, sino all’età di 23 anni. Nel 1904 entrò a Brera alla scuola di Cesare Tallone, e partecipò attivamente ai movimenti che rivoluzionarono la pittura nel primo ventennio del 1900. Le sue opere sono contrarie all’accademismo e si discostano dalla pittura ottocentesca, indirizzandosi verso i valori primitivi ed essenziali della pittura. A Milano Carrà è stato tra i firmatari del manifesto futurista (20 febbraio 1909) ed ha partecipato attivamente ai movimenti del gruppo. Le sue opere futuriste si affiancano a quelle di Boccioni. Tra il 1911 e il 1914 ha viaggiato a Parigi, dove ha conosciuto Picasso, Braque, Apollinaire. Tornato in Italia nel 1915 ha conosciuto anche De Chirico, ed è stato anche scrittore e critico d’arte. Nel 1948, 1950 e 1952 ha partecipato alle Biennali veneziane ed a numerose mostre anche all’estero. Al museo di Verbania sono esposte una cinquantina di opere tra acqueforti e litografie a colori, che documentano le varie fasi del percorso artistico di Carrà fatto di una pluralità di stili che si compenetrano l’un l’altro. Si parte dai paesaggi dei primi anni venti, eseguiti con un disegno essenziale come in Case a Belgirate (1922), per continuare con la suggestiva Casa dell’amore (1922), che denota come l’opera di Carrà deriva da una profonda meditazione, oltre che dalla forte volontà di autonomia artistica, che ben si estrinseca in una frase da lui scritta riferendosi al 1922, anno che «segna la mia ferma decisione di non accompagnarmi più ad altri, ma essere soltanto me stesso».
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Esposte anche immagini visionarie realizzate nel 1944 per un’edizione di Rimbaud, in cui Carrà, negli anni della seconda guerra mondiale, raffigura angeli, demoni, creature mitologiche e figure realistiche, immagini di morte ma anche di speranza, come Angelo (1944). Fin dagli esordi, Carrà si serve dell’incisione per reinterpretare con acqueforti e litografie i suoi più importanti capolavori, dalla Simultaneità futurista alle Figlie di Loth, dall’Ovale delle apparizioni di evidente stampo dechirichiano al Poeta folle. In quest’ultima opera litografica, nella parte centrale della composizione è raffigurata una figura di profilo che si muove verso sinistra all’interno di uno spazio spoglio. Le zone in ombra sono rese con tratti incrociati e scomposti che danno un certo dinamismo alla figura, evocando lo stile futurista. La figura è stilizzata e raffigura un poeta con un libro in mano, vestito in maniera classica. Le linee sono piuttosto marcate ed i contrasti chiaroscurali molto netti. Spezza l’atmosfera metafisica un vaso con una pianta, sullo sfondo a sinistra. Le prime incisioni di Carrà risalgono al 1922-1923 e sono tutte acqueforti, fatta eccezione per la litografia I saltimbanchi, eseguita per una cartella edita a Weimar dal Bauhaus. Dal 1924 l’artista si dedicò sistematicamente all’incisione, grazie agli insegnamenti di Giuseppe Guidi, «il Dio del fuoco» come amava definirlo Gabriele D'Annunzio, che quell’anno aveva aperto un laboratorio calcografico nella sua stessa casa, in via Vivaio 16 a Milano. Giuseppe Guidi nacque a Castel Bolognese nel 1881 e, durante e dopo il primo conflitto mondiale, fu un noto pittore, incisore, ceramista e rinnovatore della pittura a smalto su metalli , raggiungendo una certa fama non solo a Milano, dove abitava e lavorava, ma in tutto il Nord Italia. Sono di questo periodo le trentatré acqueforti di Carlo Carrà con la stampa dei rami che aveva inciso, ma non impresso, nel biennio precedente.
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Il segno di Carrà è sintetico, duro, e si riflette anche nel paesaggio che lo attrae particolarmente. Fin dagli inizi, però, l’incisione serviva a Carrà anche per rielaborare opere precedenti. Questa fervida stagione iniziale ha un’appendice nel 1927-1928, quando Carrà, che in quel periodo aderisce al gruppo del “Selvaggio” (la rivista toscana animata da Maccari, a cui sono vicini Soffici, Rosai, Morandi e altri artisti) esegue litografie e acqueforti caratterizzate da un linguaggio più vicino alla pittura. Carrà torna a dedicarsi alla grafica nel 1944, dopo un intervallo di sedici anni dalle ultime incisioni. Mentre negli anni Venti si era dedicato soprattutto all’acquaforte, ora si dedica alla litografia in bianco e nero e a colori. Nel 1944 pubblica la cartella Segreti, in cui il lago di Como, visto da Corenno Plinio dove l’artista era sfollato nel 1943, è raffigurato in un’atmosfera irreale. Nello stesso anno esegue dodici tavole per Versi e prose di Rimbaud, dove raffigura angeli, demoni e segni di morte, influenzato dal tragico momento storico. Nel 1947 illustra L’Après-midi et le Monologue d’un Faune di Mallarmé, tradotto da Ungaretti.
A partire dal 1949, ormai alla soglia dei settant’anni, ripensa sistematicamente alla propria opera. Nella cartella Carrà 1912-1921 (Venezia 1950) e nei due album Carrà n. 1 e n. 2 dei primi anni Sessanta riprende opere del periodo futurista, primitivista e metafisico. carra4














Arturo Martini
(Treviso, 1889 - Milano, 1947) ha iniziato a lavorare a soli dodici anni presso l’orafo Schiesari, per poi diventare apprendista presso la fabbrica di ceramiche Sebellin. Ha intrapreso in seguito, sempre a Treviso, il tirocinio di scultore presso il Carlini, per poi proseguire a Venezia presso Urbano Nono. Nel 1909 si reca a Monaco di Baviera dove frequenta la scuola di Adolf von Hildebrand. A Parigi, tra il 1911 e il 1912 è attratto da Malloil. Affermato scultore, nell’ultimo periodo della sua vita scrive “La scultura lingua morta” (Venezia 1945), dove denuncia l’insufficienza della scultura come espressione artistica. Poco prima di morire si dedica alla pittura, cercando di raggiungere una maggiore immediatezza espressiva, accettando la sfida di una tecnica del tutto nuova. Nonostante da ragazzo avesse eseguito disegni, incisioni e anche qualche quadro, questo non era sufficiente a dargli la padronanza del mestiere e nelle sue lettere alla moglie Brigida esprime tutte le sue ansie, insieme alle sue speranze. “Non mollo l’osso, devo spuntarla, deve nascere la mia pittura” le scrive e più tardi: “Mi par d'aver trovato con questa nuova speranza la vita, perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato”. In autunno, da Vago di Lavagno, nel Veronese scrive: “Spero [...] poter dipingere dal vero i paesaggi che mi stanno attorno. Domani mi proverò ad uscire con una cassetta di colori, vedremo se capirò qualche cosa, però nella peggiore delle ipotesi studierò dal vero, sfogherò un desiderio che da tanto tempo avevo”. Il 17 febbraio 1940 alla Galleria Barbaroux di Milano, veniva inaugurata la prima mostra di pittura di Arturo Martini, con ventitré quadri eseguiti nel 1939 tra Vago, Burano e Milano. Fu un successo di pubblico e di critica. Una quarantina le opere di Arturo Martini esposte a Verbania, comprese tra il 1921 e il 1945 coprendo tutta la carriera dell’artista, a partire dal lavoro a matita su carta Il circo del 1921 circa, importante disegno del periodo di adesione ai “Valori plastici” quando Martini era molto vicino a Carrà ed alla metafisica. Segue Carnevale del 1924, incisione pubblicata sulla rivista “Galleria”. Interessante è il Suonatore di Liuto del 1929, prima opera donata da Martini a Egle Rosmini al momento della loro conoscenza, con la dedica. Importante poi il ciclo di incisioni eseguite a Blevio nell’estate del 1935 su soggetti già trattati anche in scultura - come L’Attesa e Ratto delle Sabine - o già presenti in altre incisioni precedenti - come L’uragano; si prosegue con Il fabbro e Il Samaritano che sembra partecipare anche fisicamente al dolore del corpo vulnerato del povero.
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Nel 1942 esegue 11 disegni preparatori - tutti esposti - del Viaggio d’Europa per l’illustrazione dell’omonimo racconto di Massimo Bontempelli. Del 1944-45 sono il gruppo di incisioni predisposte da Martini per l’illustrazione della traduzione italiana dell’Odissea a cura di Leone Traverso, poi non pubblicata. Eseguite a Venezia, rivelano la versatilità della fantasia martiniana tesa a sperimentare materiali e linguaggi poveri, al limite tra immagine e pura suggestione timbrica. Pubblicate postume soltanto nel 1960 sono tra le prove più convincenti della grafica martiniana. Accanto a queste prove dell’artista, spiccano le dieci sculture qui esposte che testimoniano la padronanza tecnica raggiunta da Martini nella scultura. Molto interessante La famiglia degli acrobati, con tre atleti nudi che sembrano sfidare la legge di gravità grazie allo spirito ginnico, a cui si aggiunge la vitalità leggermente erotica suggerita dalla posizione della donna. Adamo ed Eva è un’altra scultura di Martini ricca di pathos, con Adamo che stringe a sé Eva in senso di protezione; i due, accomunati dal castigo divino, fuggono insieme dal paradiso terrestre ma rimangono uniti pur nella cattiva sorte. Molto bella la Testa di ragazza, una delle ultime sculture eseguite dall’artista, la cui fisionomia disorientata, con la bocca socchiusa e lo sguardo stupefatto, conferisce alla figura un’aria misteriosa e metafisica. La mostra si chiude con tre tele: Sansone e Dalila, La siesta e Paesaggio verde per rafforzare il tema della differenza tra disegno e realizzazione finale delle opere, pezzi unici di grande valore storico e artistico. Una mostra di sicuro interesse da non perdere, da visitare nell’ambito di una piacevole giornata da trascorrere sulle sponde del pittoresco lago Maggiore.
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Domenico Asmone: cum grano salis.

a cura di Giorgio Barassi
“La scienza non serve che a verificare le scoperte dell'istinto.”
Jean Cocteau

Sono passati diversi anni da quando si è cominciato a dire della combinazione di fatti emozionali, istintivi e casuali combinati con la ricerca e le sacre regole nella pittura di Domenico Asmone. Se l’istinto si è manifestato nella materia delle sue opere, la nozione scientifica è parimenti viva e osservata in tutto il suo lavoro. Che si dica delle sue tele che grondano colore o lo sostengono nella sua pienezza, o delle sue sculture che sono autentiche rivelazioni dell’interiore, le due componenti sono evidenti e fanno strada per capire l’attività di un artista quieto e moderato nella vita quanto esplosivo e multiforme nell’ingegno pittorico.
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Asmone non ha mai pensato di assoggettare completamente l’istinto dell’artista alle norme scientifiche come le teorie di Itten. Semmai ha cercato di violare il meno possibile certi dettati, proseguendo su un cammino fatto di insistente ricerca sul colore e sulla materia, ponendosi come fosse egli stesso il fruitore delle sue opere, che analizza e giudica severamente, prima di licenziarle verso il mercato.

Che il Dottor Johannes Itten, pittore, designer e scrittore svizzero sia stato uno dei cardini del cammino artistico di Asmone, è ben chiaro. Il farbkreis di Itten, quel cerchio di colori che è teorema da sessanta anni, è stato oggetto di studi diligenti, e il derivato nelle opere di Domenico Asmone è sempre combinato con un primario ed irrefrenabile istinto: saper porre la pittura come anima, indagine e lavoro accorto.

“…Solo a chi lo ama il colore manifesta tutta la sua bellezza e la propria intima essenza. Può essere usato da chi- unque ma solo a chi lo adora appassionatamente svela il suo profondissimo mistero…”.
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Itten così diceva. Ed effettivamente l’amore di Asmone per il colore viene fuori in ognuna delle sue opere, il suo esprimersi ha dentro la forza di colori acquisiti nelle vedute di superficie della sua città di origine, Reggio Calabria, ma ha anche quella misteriosa forza degli abissi nel mare che fu il protagonista delle scene in cui enormi navi di legno solcavano quelle stesse acque portando merci ovunque. Quelle luci abbacinanti dei pomeriggi nella punta d’Italia e insieme quei toni da tinte di montagna o di campagne dolci sono dotazione naturale, primaria energia del dipingere di un artista che sa dove vuole andare e lo sa talmente bene da portarci dentro le sue operazioni artistiche che hanno il senso del coinvolgente e del passionale, perché a quei colori, alla loro efficacia, Asmone è devoto. Cosa avrà maggiormente contato, nella costruzione delle sue opere? L’istinto del pittore informale o la ragione dello studioso accorto? Viene naturale rispondere che la mescola è combinata e quasi congenita, originata in una sola, unitaria soluzione. Preferiamo pensare che un po’ di più conti l’irrazionale ma non confusionario sen- so del casuale, che finisce per combinarsi perfettamente con la severità degli studi.

Asmone viene da una terra che fu protagonista di una grandiosa civiltà, quella Magna Grecia che in Règhion, la attuale Reggio aveva un importantissimo avamposto marittimo. Dalla Grecia arrivarono lì gli artisti della terracotta, quelli che davano corpo ai crateri a campana, alle anfore dipinte dai Calcidiesi giunti dalla madrepatria. Quel decorare ma anche quel modellare sono nella sua dotazione genetica, e Domenico vi aggiunge un senso di mistero e insieme di gioia creativa che non sfugge all’occhio attento. Solo apparentemente amorfe, le sue sculture richiamano gli anfratti degli scogli sotto il mare, hanno gli aspetti del magma e degli angusti spazi in cui girano indisturbate le acque degli abissi. Ma hanno i colori sfolgoranti del Sud, l’aspetto trionfale di un trofeo e l’affascinante aria di opere che hanno tutto per rimanere trionfali nelle belle collezioni. Le sue ultime creazioni, invero, combinano le forme a lui più consone con gli antichi fregi dei palazzi nobiliari e delle chiese toscane, un omaggio al luogo in cui, da anni, vive ed opera.
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Nelle espressioni pittoriche, nelle sue tele, Asmone riversa ancor più quel dato emozionale che è alla base della sua ricerca creativa. Una accelerazione sulle tinte, una insistenza sulla materia perché sia netto e deciso il rapporto tra la sua anima e le regole del buon dipingere. Fosse stato un poeta, sarebbe stato un romantico nel senso più stretto del termine. Un rimatore costretto dalla metrica a limitare e smussare le parole. Uno di quelli che trovavano inibente il dover rispondere alle leggi della poesia, tanto era l’impeto del voler dichiarare i sentimenti. Ma Asmone sa che i suoi studi sono faro ed approdo, pur non rinunciando alla esecuzione abbondante, alla sottolineatura del colore, a volte a dipinti che hanno una stesura monocroma iniziale, salvo inserimenti, puntuali e gradevoli, di altri toni e di abbondanza cromatica e materica. Dipinti come racconti, come diari di un’anima piena di cromie non infinite, non illimitate, ma assolute e sonanti. Nelle grandi dimensioni il suo lavoro diventa protagonista assoluto non a causa del formato, ma per effetto della azzeccata combinazione di colore e corpo della stesura, e allora ci si può beare di ogni angolo di un suo quadro ogni volta che lo si osserva con attenzione. Magari scoprendo ulteriori valori di intensità e qualità che sfuggono al fatto descrittivo ma non alla percezione emozionale.
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Può darsi, più semplicemente, che Asmone abbia dato a qualche sua opera un tono maggiormente tendente alla casualità, ma la serietà con cui persegue i suoi obiettivi lascia pensare che la causalità non potrà mai avere importanza minore nel suo comporre. Perché la sua voce di artista non è un urlo, né una esibizione sfrontata. Nulla, nel suo essere artista, è dislocato dalla scienza né mai prescinde dall’istinto. A lui interessa dipingere e creare sculture, pennellata dopo pennellata, modellatura dopo modellatura. Cum grano salis.
Giorgio Barassi
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Nicola Morea: flow art

a cura di Giorgio Barassi
Di solito l’istinto ti dice quel che devi fare
molto prima di quanto occorra
alla tua mente per capirlo.
(Edmund Burke)
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Capiamoci subito: nella storia di Nicola Morea non è solo l’istinto a farla da protagonista. Né sarebbe giusto riferire solamente del suo approdo alla Flow Art. Il suo è un percorso complesso, che viaggia appaiato ad epoche e sconvolgimenti sociali, figlio di una gran dose di ricerca e di continui richiami al colore inteso come essenza primaria, imprescindibile. Da quando si è cominciata a conoscere la consistenza del pensiero Flow (perché non si può parlarne solo a proposito di pittura) sono passati alcuni anni, ma la pienezza di quel modo si esprimersi è stata colta da Morea in maniera puntuale, e le variazioni sul tema si sono dipanate in mille esperimenti, soluzioni, concetti che hanno animato la sua ultima produzione.
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La presenza di Morea nella pittura ha attraversato fasi importanti, dalle quali emerge una forte adesione al concetto di colore protagonista, ma la sua reale attitudine è quella di confrontare la propria creatività con più piani di visione, partendo da intuizioni raffinate quanto istintive per poi perfezionarne la direzione. Non è un mistero il fatto che nella sua formazione umana abbia contato il calcio, sissignori. L’arte pedatoria, per quelli che hanno portato l’istinto fanciullesco delle partitelle nei campi polverosi fino ad un certo professionismo, come è stato per Morea, ha svelato, in molti casi, la reale condizione del temperamento e permesso, con gli allenamenti e l’applicazione, un miglioramento.
Di fatto, però, ogni calciatore “nasce” per un ruolo, vi è sospinto da condizioni diverse, anche caratteriali. Perciò Morea, centrocampista dai piedi buoni, ha nel sangue quella condizione necessaria per fabbricare il gioco, conosce limiti e dotazione dei compagni di squadra e può dominare l’istinto in nome di un lancio illuminante, di una sterzata imprevedibile, di un movimento che invita a seguirlo. Nondimeno tiene alla spettacolarità e sa che chi guarda ha tutti i diritti di reclamare quanto il dovere di applaudire alla giusta giocata. Perciò la stesura, che a molti pare casuale, dei colori sula tela posta in orizzontale, segue una direzione imposta dalla abilità dell’artista, che non ha i mezzi convenzionali per esprimersi, ma orienta quei flussi (flow in inglese vuol dire proprio “flusso”) di tinte in ragione del proprio istinto espressivo, miscelando la scelta ragionata ad una ampia libertà espressiva.
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Così ampia da invadere la tela ed i suoi lati esterni. Così adattabile da aver avuto applicazione su formati ridotti e grandi dimensioni con la medesima efficacia. Una soluzione ardua e fantasiosa. Come quella che il calciatore con ottima tecnica trova per mettere il compagno di squadra nelle condizioni migliori per concludere. Il pensiero di Nicola Morea è allineato a quello del filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, che per primo ci ha parlato di società liquida e solida, della dannazione di essere diventati da produttori semplici consumatori, di rischi della globalizzazione ed industria della paura. Bauman ci ha parlato di una società consumistica superata dalle sue stesse invenzioni, non più in grado di controllare ed amministrare quanto produce, ma solo in grado di praticare un triste usa-e-getta. In ciò, l’efficacia della pittura di Morea è esemplare, perché quelle ondate di colore, che paiono indisciplinatamente sistemate sulla tela, raffigurano filosoficamente una entità di informazioni e dati talmente enorme da rischiare di travolgerci. E così, amaramente è stato. Ma la pittura, per Morea, è narrazione, è istinto e ragionamento profondo. E perciò il risultato è decisamente notevole. Perché seppur legato a principi filosofici così drammaticamente intensi, la bellezza dell’opera rimane e la fa da padrone. Perché in Morea la tendenza alla espressione è un dovere uguale a quello del mostrare contenuti raffinati, mai ovvi. Riesce a farlo nelle campiture monocrome come nella associazione tra colori apparentemente diseguali per efficacia, lo fa nella misura più contenuta e negli ampi formati.
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Perciò il suo pensiero, la sua unità concettuale è sempre un richiamo, un’esca, in invito al pensiero di chi osserva. E quel pensiero diventa spesso liberatorio e liberante, perché nella ampiezza del suo dipingere è contenuta quella che nel football chiamano “visione di gioco”. Morea legge noi, la società, i fatti della storia. E tutto diventa un allegro magma di tinte dalla sorprendente efficacia. Nello scrivere di Nicola Morea oggi, sfugge il Morea di ieri, quello delle esperienze figurative e poi pop, quello di una fortunata mostra negli Stati Uniti e di mille altre avventure, eventi, grandi mostre ovunque ci sia stato un pubblico accorto. Operazioni artistiche di tutto rispetto. Ma Morea sa bene che il suo pensiero, in pittura, è come un lancio di trenta metri verso una zona del campo in cui pare che nessuno arrivi. Pare. Perché chi sa seguirlo sa altrettanto bene dove deve andare a correre. È così che si manifestano i campioni.
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LABORATORIO ACCA - Asta di beneficenza per Soleterre: un gran successo!

a cura della redazione.
Ha vinto il gran cuore degli italiani e degli artisti. Domenica 25 aprile 2021, come tutte le domeniche è andata in onda la rubrica Laboratorio Acca, grande vetrina televisiva per gli artisti. Si trattava di una puntata unica e speciale: all’ asta a libera offerta sono andate le opere degli artisti di Laboratorio Acca che hanno aderito all’iniziativa e l’intero incasso è stato devoluto a Soleterre.
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L’organizzazione Soleterre aiuta i piccoli malati di cancro e le loro famiglie, migliora diagnosi e terapie mediche, si occupa del benessere emotivo, psicologico e relazionale dei piccoli malati oncologici in Italia e nel mondo.
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Laboratorio Acca ha preparato con Soleterre ed Arte Investimenti un evento che si è rivelato di successo, grazie all’impegno di tutti. È giusto ringraziare il Presidente di Soleterre Prof. Damiano Rizzi, i suoi collaboratori Federica Villa ed Aldo Velardi e la direzione di Arte Investimenti che ha partecipato non solo come casa ospitante l’evento, ma con la attiva presenza in studio del C.E.O. Gabriele Boni e di Franco Boni che hanno contribuito decisivamente alla riuscita dell’iniziativa.
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Gabriele e Franco hanno affiancato per l’occasione la squadra di Laboratorio Acca, composta dai tecnici di regia e camera Carmelo Ferrara e Federico Quartiroli, impegnati a dare il massimo più di sempre, dalla solerte centralinista Alessandra Pizzioli e dai due collaudati conduttori Giorgio Barassi e Roberto Sparaci. Durante la serata, in collegamento video è stato presente il Presidente Rizzi e Natasha Stefanenko, bellissima testimonial di Soleterre, ha inviato un videomessaggio di incoraggiamento ben accolto dagli spettatori.
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l grazie più sentito va al pubblico, che ha capito quanto importante fosse aiutare i piccoli in difficoltà ed ha letteralmente preso d’assalto i centralini per aggiudicarsi le opere che sono state tutte assegnate. Un’esperienza emozionante che laboratorio Acca intende ripetere, dato il successo che ha consentito di devolvere una somma a favore dei nobili scopi della organizzazione Soleterre.
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La sensibilità degli artisti che hanno deciso di donare le loro opere ci aiuta ad offrirvi sempre maggior qualità, tutte le domeniche sera.

In una sola parola...
GRAZIE

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.30
Can. 868 Sky e 123 DTT
Arte Investimenti TV
Per rivedere tutte le puntate: www.accainarte.it o YouTube
canale Laboratorio Acca.

Contatti:
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Tel. 329.4681684 / 347.4590939
https://soleterre.org/
La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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