Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Fabio Grassi. L’altrove e lo spazio.

di Giorgio Barassi.
Una linea è un punto che è andato a fare una passeggiata.
(Paul Klee)

Fabio Grassi ha le caratteristiche del pittore antico, ma il suo presente è già futuro.
Nella sua pittura il riscontro non è solo in quello che molti gradiscono, come i colori è le forme. È soprattutto nel contenuto, che sa di sperimentazioni e vicende vissute continuando a creare e dipingere, misurandosi con nuove avventure, sempre. Ridurre l’analisi della sua pittura al convincimento di aver individuato in lui un indagatore attento dello spazio e del suo interminabile evolversi è sminuirne le qualità, che sono indubbie e hanno avuto modo di manifestarsi in maniera diversa, prima del suo oggi.
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I paesaggi toscani incantati, quelli con tanto di declivio e cipresso, sono stati nella sua pittura precedente come una pietra miliare in un viaggio curvilineo lungo e faticoso. Anche allora, in quella sua pittura essenziale e mai banale, puntava il dito su note che non sfuggivano. Il centro di quei dipinti non era mai un centro esatto. I cipressi si stagliavano lateralmente alla tela o alla carta, cercando di affacciarsi altrove, almeno rispetto a quel che comunemente si è dipinto.
Da qui la prima delle sue connotazioni, cioè quella di non uniformarsi per scegliere una via facile. A Grassi non piace appiattirsi in soluzioni convenienti, perché nulla conviene più del cimentarsi in nuove avventure creative, quando si è artisti. Perciò quegli alberi vennero avvicinati in un tentativo di ingrandimento che rendeva protagoniste le cortecce, come ad indagare significati profondi ed a dipingere l’anima di ciò che componeva quei lavori.
Il passo successivo non poteva che essere un andare all’essenza della sua indagine, a riprendere semplicemente linee e colori per come erano nati dentro un’anima sensibile come la sua.
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E perciò, padrone di una tecnica certa, senza esitazioni, la maturità dell’uomo viene raccontata nelle produzioni in cui Grassi indaga lo spazio inteso come una imponderabile entità della quale possiamo, da umani, tentare un racconto, sapendo bene che quel racconto non sarà mai finito. I colori sono pezzi di spazio e lo spazio disponibile sembra sapere che sarà riferito come un elemento del tutto, ben sapendo di essere il tutto. Nelle sue fortunate operazioni artistiche più recenti viene fuori un piglio narratore intenso, che quasi sovrasta il tema principale. Si trattava di dare si un libero sfogo alle intuizioni sullo spazio, ma anche di rispettare un percorso e lasciarsi includere in quei canoni (la misura di un’opera, ad esempio) a cui Grassi non è mai sfuggito solo per il gusto di mostrarsi “alternativo”.
Ne avrebbe ben donde, perché la sua capacità si è vista in ardite composizioni su carta, scandite centimetro per centimetro con matite e chine assai pregiate, o in misure molto grandi, in cui si poteva presumere una iperbole del racconto di colore e spazio, ma questo chiasso non gli interessa. Quello che per lui conta è il testimoniare una attività di continua ricerca, perché nella ricerca è il fine stesso della pittura di Fabio Grassi. Perciò linee e colori hanno un ruolo fondamentale, perché la loro essenzialità permette il tutto, un concerto di tinte e segni che pare promanato da un altrove indefinibile, eppure facile da intuire. Lo suggerisce lui stesso, in un suo scritto:
…A volte sento l’esigenza di allontanare lo sguardo dalla realtà quotidiana frenetica e caotica e quindi tento una riscrittura personale di un nuovo modo di percepire e di vedere…
È dunque un distacco a determinare il contenuto, un’esigenza che diviene essenza, perché da lì arriva la spinta creativa che anima i policromi lavori di Grassi.
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…Volti, luoghi, sensazioni, affetti, diventano linee, segni, curve che si intrecciano e si aggrovigliano divenendo forme di un mondo interiore ricco di percezioni. Segni decisi o appena accennati tracciati sul foglio compongono forme misteriose a volte “quasi riconoscibili”…

Quindi, la sana esigenza di staccare diventa la spinta propulsiva di una pittura che è e rimane ricerca, ma non soffre il condizionamento delle grida né pretende di porsi al di sopra di altro. È semplicemente la scelta di agire da pittore, raccontando una creatività fervida e figlia di buone regole, ma differente, raffinata e solida. È così che sono nate le opere ultime, intendendo per tali quelle in cui linee rette e curve, continue ed interrotte, armonizzano con colori piazzati nelle intersezioni e formano qualcosa che davvero sembra arrivare da un altrove indecifrato. È proprio così che, qualche sia il formato, si dipana il discorso creativo di Grassi, che non sembra avere un obiettivo, perché è un comporre continuo e persistente, sempre foriero di belle novità ed inesplorati comparti di una pittura senz’altro sofisticata quanto gradevole.
…In questi lavori cerco di accendere una idea, di dare allo spettatore la possibilità di essere non solo osservatore ma partecipan- te nel completamento dell’opera, trovando motivazioni, interpretazioni e suscitando emozioni diverse in ciascuno…
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Ed ecco qua uno degli obiettivi di una pittura così carica ed esistenziale. Eccone uno dei maggiori significati che permettono un largo impiego della immaginazione di chi osserva. E allora è facile pensare che questi temi e questa pittura di Fabio Grassi sia un lavoro che può avere infinite soluzioni ed applicazioni. A pensarci bene, non c’è limite allo spazio. Avanti con le linee, i segni ed i colori, dunque.
L’ altrove suggerisce buoni propositi e tanta bella pittura.
Giorgio Barassi
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“Ritratti d’artista” - Maestri del XXI secolo

Le interviste di Marilena Spataro.
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Nicola Samorì
Dipinti e sculture che scavano nei capolavori dei maestri del passato, duplicandoli e reinterpretandoli in chiave visionaria. E che ne svelano la più intima natura e i più reconditi segreti estetici e formali. È da questa “impietosa” indagine che scaturisce il fascino delle opere di questo artista romagnolo, poco più che quarantenne. Oggi uno dei maggiori e originali protagonisti del panorama artistico contemporaneo.

Anagraficamente giovane, ma con una carriera che la vede già artista affermato e con prestigiose partecipazioni ad eventi di assoluto rilievo e mostre personali tenute in tutto il mondo. Quali i passaggi e le tappe salienti del suo percorso artistico dagli esordi ad oggi?
«Quando da bambino ho visto per la prima volta scuoiare un coniglio in campagna, anche se ancora non lo sapevo, sono diventato un pittore; più tardi, verso il 2009, mentre “sbucciavo” una tavolozza per ripulirla dai colori essiccati, ho scoperto la freschezza istintiva che si nasconde dietro le pennellate accurate ed ha avuto inizio il segmento più radicale della mia ricerca».
In un panorama complesso, e, spesso, caotico, come è quello dell’arte contemporanea, quanto è difficile per un artista ritagliarsi un proprio spazio che gli consenta di esprimersi in assoluta autonomia ed esclusivamente sulla base delle proprie convinzioni culturali e delle sue scel- te estetiche?
«Basta decidere di vivere a Bagnacavallo, di non essere presente in tutti i social, e di avere un comportamento che sfiora l’autistico nei confronti delle immagini. Un misto di devozione, ottusità, amore e paura».
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In una società in cui tutto è apparenza, clamore, spettacolo urlato, superficialità, trovata, molto spesso anche in ambito artistico, come si colloca la sua arte, sofisticata e fatta di silenzi, carica di citazioni e rimandi colti ereditati dal passato, un'arte legata a un mondo e alle sue immagini oggi percepiti dai più come lontani anni luce dalla contemporaneità. Arte, dunque, antimoderna o postmoderna? Quale il pubblico cui essa si rivolge e che negli anni le ha tributato tanti riconoscimenti prestigiosi?

«In realtà non credo di essere in disaccordo col mio tempo. La densità, la voglia di far affiorare i muscoli della forma, di complicarsi la vita con un esercizio formale molto complesso e a tratti virtuosistico generano molta attenzione. Chi mi osserva è per lo più un’umanità giovane o giovanissima, fuori dai meccanismi che hanno forgiato le arti fra gli anni sessanta e gli anni novanta. Sono i vecchi a darmi del vecchio. Non cerco un pubblico, ma c’è un folto gruppo di persone che nel tempo si sono interessate a quel che faccio e che appartengono a latitudini diverse del mondo. Credo che i forti segni di appartenenza al mio tessuto culturale, dai riti contadini alla persistenza della cultura bizantina nella mia città (Ravenna), alla enorme ricchezza dell’arte italiana, siano avvertiti come qualcosa di autentico e di attraente».
Quale il rapporto tra pittura e scultura nelle sue opere?
«Si osservano, si spiano, si cannibalizzano. La pittura si solleva dal sonno bidimensionale scrutando la scultura che, a sua volta, attinge alla policromia delle pietre cercando di farsi pittura».
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Le figure che lei realizza intervenendo sulle opere di artisti del passato sono immagini uniche e originalissime dotate di una visionarietà ancestrale. Esito di una smaterializzazione capace di fare emergere un sentire archetipico e arcaico che si perde nella notte dei tempi. Da dove attinge e da dove le giunge tutto ciò? Si direbbe quasi un’alchimia…

«È un automatismo che ha preso forza in decenni di lavoro appassionato e ostinato».
Scavare nei meandri più sconosciuti, tra i segreti più profondi degli artisti e delle loro opere, cercarne l'essenza, graffiandola, profanandola e facendone emergere la natura più recondita. Quali i moventi estetici ed esistenziali da cui prende le mosse la sua opera?
«Cerco di esplorare spazi dove altre discipline faticano a spingersi, attraverso l’invenzione - intesa come costante riscoperta - di forme che toccano la morte, la meraviglia e la violenza, l’ossessione, la sublimazione della materia e la religione».
A proposito di religiosità, c’è un senso enigmatico del sacro, di spiritualità che aleggia nel suo lavoro e che gli conferisce un fascino che lo colloca in una dimensione quasi ultraterrena. Quali le origini di questa sua religio?
«Ho gli occhi pieni di Santi e del loro martirio: me ne sono innamorato e molto spesso li convoco».
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Da un anno a questa parte il mito di Prometeo sembra andato ad infrangersi contro una pandemia causata da un microscopico virus che tiene in scacco il mondo intero e da cui potrebbe scaturire il disfacimento della società con tutte le sue certezze. Un disfacimento che i suoi lavori sembrano profeticamente anticipare...

«Fare il profeta di sventura significa vincere facile, e l’allarmismo è quasi una scienza sicura. La nuova pestilenza è solo l’ennesimo assalto alla fede nel progresso, perché la degenerazione, la perdita di controllo o l’informe sono energie e stati inevitabili che, osservati da prospettive inusuali, non mancano di rigore. A me interessa l’intelligenza della ruggine».
Quale il ruolo dell'arte rispetto alla società. A suo avviso esiste un legame tra etica ed estetica?
«Non credo in una responsabilità dell’arte; semmai ho fiducia in una irresponsabilità dell’arte, intesa come una forza che non illustri necessariamente la politica e i temi caldi, che non stia per forza dalla parte dei “buoni”. Perché l’arte può anche mettere in scena e corteggiare il male, il cattivo, il disimpegno. Un’arte schierata è un’arte che rinuncia alla irriducibile complessità del reale. Da che parte sta Cézanne? Io non me lo sono mai chiesto. In sostanza non credo che l’arte si debba porre il problema di far star meglio, di far crescere la società, ma di mantenerla vigile e umana».
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Come è il suo rapporto con il mondo dell'arte contemporanea. E come vede il futuro dell’arte, lei così legato alla realizzazione fisica dell’opera, laddove, invece, si vanno affermando linguaggi sempre più legati alla tecnologia e alla digitalizzazione dell’immagine, meglio definite new media art?

«Il presente, l’immediato futuro, il futuro prossimo hanno senz’altro una vocazione digitale, votata alla smaterializzazione dell’opera. Ma finché abiteremo un corpo non perderà mai di senso un’orma diretta come la pittura: fra la caverna e la rete c’è sempre un corpo di mezzo».
Nonostante fama e riconoscimenti artistici c'è ancora posto per i sogni in Nicola Samorì. C’è ad attenderla un sogno nel cassetto?
«Finché sarò in grado di leggere un ge- sto di Velázquez ci sarà sempre qualcosa a cui aspirare».
È in corso in questo periodo una sua antologica a Bologna in uno degli spazi espositivi più prestigiosi della città: Palazzo Fava. Un privilegio questo riservato a pochi artisti della contemporaneità, specie se giovani come lei. Cosa significa per lei questa rassegna. Ce ne parla?
«Un privilegio è anche una responsabilità, e l’euforia provocata dell’occasione è presto diventata una sfida. Vivo il mio ingresso a Palazzo Fava come una sequenza di piccoli campi di battaglia. Non parlerei di dialogo, ma proprio di lotta che, in qualche caso, sfuma in uno scambio di occhiate indifferenti fra me e l’ospite. Non mi era ancora accaduto di rileggere il mio percorso attraverso ottanta lavori realizzati lungo un arco di circa vent’anni, e sarà il momento per intende- re, con tutta probabilità, una cosa semplice: che in due decadi non è accaduto nulla al mio lavoro, che non c’è stato un progresso. Ci sono solo opere buone e meno buone. Una piccola metafora di quella che credo sia la storia dell’arte, vale a dire una linea non progressiva dove ogni tanto si ode un acuto».


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ROSELLA GIORGETTI: I fantastici voli del colore.

Contatti:
www.rosellagiorgetti.com
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Cell. 3476502930

Tutto comincia con una autentica, pura passione. Tutto comincia con un istinto irrefrenabile: quello che porta alcuni a vincere ogni paura espressiva, ogni freno al sapersi raccontare meglio col dipingere. Colori e tele, sperimentazioni e ricerca sono davvero l’anima stessa della pittura di Rosella Giorgetti. Basta ascoltarla mentre riferisce delle sue evoluzioni stilistiche, della sua storia, per capire che il suo entusiasmo di pittrice è puro, incrollabile, sano.
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Marchigiana di origini, ma cresciuta a Pomezia tra i fabbricati razionalisti delle città di fondazione, Rosella cerca la pittura esattamente, si può dire, come la pittura ha cercato e trovato lei. Non che non sia brillante nel dialogo e nella scrittura, ma la pittura è davvero la sua via. Oggi è una affermata professionista che mette nelle sue operazioni artistiche un credo ancestrale, quello verso il colore e le forme che esso assume, come a dimostrare che non è la forma a prendere corpo, se colorata. Ma è il colore ad assumere forma di sogni, desideri e speranze, se pilotato da una insaziabile curiosità di misurarsi con lo spazio, con quel che le grandi tele le consentono.

Andando con ordine, ritroviamo una Giorgetti vincitrice, nel lontano 1990, di un premio di pittura nella sua Pomezia, convincente nei volumi e nella scelta delle tinte. Come fosse allora già matura artista con un background di tutto rilievo. Invece no. La sua è autentica vocazione al racconto pittorico, rinforzata da applicazione e studi diligenti, condotti da maestri che le hanno insegnato i fondamentali del dipingere, lasciandola poi libera di spaziare fin dove la sua convincente allegria compositiva può arrivare. E può davvero arrivare ovunque, a leggere la sua trasformazione da pittrice del figurativo ad uno stile decisamente singolare, che avvolge le frontiere della fluid art e quasi le mette al servizio di un modo di esprimersi del tutto indipendente da canoni prefissati o facilmente classificabili.
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Tutto ciò che iniziò con la passione diventa un quadro fondamentale nella sua storia: una apparente grossa onda, dalle cromie azzurre e blu, che in realtà ha le fattezze di una testa d’aquila. Giorgetti dunque individua un percorso che si stacca dai canoni della fluid art propriamente detta, perché le tinte non viaggiano, per quanto direzionate abilmente, senza una prevedibilità. Piuttosto seguono il temperamento della pittrice figurativa, che vuol dare forma ed assetto individuabile a ciò che produce. E così Rosella Giorgetti passa ad applicare quel principio di indipendenza dalla indipendenza della composizione fluida, arricchendo temi ed opere di una maggiore accortezza. Il pennello integra e completa il flusso dei colori, lo delimita con sapienza. Nascono i suoi fiori policromi, che del fiore hanno l’evidente aspetto ma non sono dipinti con il manierismo del buon allievo o la nevrosi creativa dell’informale ad ogni costo. Hanno nel loro corpo passaggi di colore, accortezze cromatiche, pennellate strette o larghe, percettibili o appena accennate che danno al risultato un senso di autonomia e di libertà espressiva che oggi è cifra riconosciuta del suo bel produrre.
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E nasce una indagine su visioni sottomarine immaginate, che sembrano svelarci i segreti degli abissi proponendoci un mondo policromo, vivace, fatto di corpi e forme allineati che lasciano uno spazio superiore abbondante, a sottolineare l’effetto del colore in cui le forme possono stagliarsi in una sorta di infinito fantastico ed ideale. Non basta. L’artista, a ricordo delle lezioni ricevute e del tendere ad una riconoscibilità che oggi è chiara, caratterizza le sue campiture con una pittura di fondo fatta di pennellate diagonali, percepibile ancor più quando, a cor- redo dello sfondo (importante quanto il soggetto, ci ha insegnato la storia della pittura moderna) con corpuscoli brillanti ed altre garbate diavolerie stilistiche che contribuiscono a rinforzare e sottolineare la discrasia fra le forme e lo spazio che le accoglie, perché l’uno diventi davvero quel che serve perché le altre siano attraenti, fascinose, convincenti.
Nondimeno si fanno notare gli animali dipinti su quelle campiture dal segno cromatico diagonale: gabbiani in volo dalle ali fatte di puro colore bianco che paiono nuvole allungate, bianchissimi uccelli liberi in un campo scurissimo e perciò atto ad esaltarne il biancore. Stanno insieme, al fine che l’artista chiede alle sue opere, le lezioni figurative e le sperimentazioni fluid. Una combinazione che non esclude gli accenni a forme certe, come i piccoli fiorellini su deliziose campiture blu notte punteggiate da piccoli e intermittenti segni circolari bianchi, squillanti nello scuro come lucciole o provenienti dall’alto come una soffice nevicata.

Le figure di qualunque corpo più parranno rilevate e spiccate da’ loro campi, delle quali essi campi saranno di colori chiari o scuri, con più varietà che sia possibile ne’ confini delle predette figure…
(Leonardo Da Vinci, Trattato della Pittura, parte prima, c.148).
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Rosella Giorgetti lo sa. In maniera naturale e perciò ancor più apprezzabile. Come sa che quel suo disporre forme di un mondo ideale, una a fianco all’altra, così policrome e strutturate, per poi lasciare ampi campi superiori in un chiarore sempre più potente, evoca il concetto dei dipinti della arte sacra dei secoli passati. Lì il soggetto sacro che volgeva la sua vita allo spirituale ed al divino era avvolto da luci giallognole o bianchissime, mentre il mondo terreno, in basso, si affollava di bruniture che evocavano la materialità. Il tutto contribuiva allo stupore quanto in Giorgetti contribuisce all’apprezzamento sempre maggiore. I suoi quadri potrebbero essere anche monocromi, a questo punto. Nulla cambierebbe. La nota caratteristica della diagonalità onnipresente nelle campiture conferirebbe una riconoscibilità evidente. Come è riconoscibile una sua opera in cui le tinte sembrano casualmente ammassarsi e curvare coi loro capricci. Sembrano. Perché la sua puntualità di artista sensibile permette di capire che in ogni angolo, in ogni colore, in ogni spazio, anche il più imprevedibile, è la pennellata di chi ha ancora la gioia del creare, la fermezza del voler dare forma e la grazia di scelte cromatiche azzeccate.

Non male, in un mondo di incertezze.
Giorgio Barassi
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Mostra collettiva di arte contemporanea “Daydreaming”

È stata inaugurata sabato 10 Aprile alle ore 17,00 la mostra collettiva di arte contemporanea: “Daydreaming” presso la Galleria Ess&rrE sita all’interno del suggestivo Porto Turistico di Roma. L’evento, curato dal critico d’arte Monica Ferrarini dell’Associazione M.F.eventi con la col- laborazione di Alice Di Piero, ha visto la presenza di numerosi artisti, collezionisti ed esperti del settore e, in occasione del vernissage, era presente la trasmissione televisiva Arte 24.
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Tema centrale della mostra l’arte nella sua funzione terapeutica come stimolo alla riflessione e al confronto: in un momento storico difficile e delicato, dove il tempo sembra essersi sospeso e il buio sembra aver preso sopravvento sulle nostre speranze, l’arte ci viene in aiuto dandoci quella speranza necessaria ad avviare un processo di rinascita e cambiamento. Essa diventa strumento indispensabile per sopravvivere perchè porta in sé quella carica emozionale indispensabile per avviare un iter di ricostruzione e di approccio differente al quotidiano. “L’arte conta perché ci offre assistenza nel progetto di andare d’accordo con la nostra vita, far fronte ai nostri dolori, ricordare ciò che conta per noi, evitare ciò che ci ferisce, guidarci verso la nostra natura migliore, riequilibrare gli eccessi dei nostri caratteri ed espandere le nostre simpatie”
Alain de Botton.
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Artisti partecipanti
: Joana Antunes, Maria Emilov, Marussa Giovinazzo, Karine Grazia, Vera Kober, Kirsten Kohrt, Caroline Kusters, Carlos Mendoza, Stefania Nicolini, Anna Nobile, Maria Rita Onofri, Riccardo Panello, Candida Paolucci, Nicole Papaefthimiou, Ann Pelanne, Monica Pizzo, Simona Poncia, Irena Procházková, Francesca Ragona, Regula Margrit Bill, Maria Stamati, Stephane Vereecken, Paola Fortunata Vitaggio, Rebecca Volkmann.
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The collective art exhibition: “Daydreaming” opened on Saturday the 10th of April, at 5pm, at the Galleria Ess&rrE, located inside the evocative touristic port of Rome. The event, curated by the art critic Monica Ferrarini - Associazione M.F.eventi, with the collaboration of Alice Di Piero, comprised of international artists, collectors and industry experts.
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For the opening, the TV channel Arte 24 was also present. Core topic of the art exhibition was art in its therapeutic function, as stimulus for reflection and confrontation. In a delicate and difficult time, where time seems suspended and darkness seems to have taken over our hopes, art comes in help, giving us that hope that helps us kickstart a process of rebirth and change. It becomes a fundamental means for survival, as it brings with it that emotional charge that leads to reconstruction, and to a different approach towards everyday life.
“Art matters because it offers us assistance in the project of getting on well with our lives, coping with our sorrows, remembering what matters to us, avoiding what hurts us, guiding us to our better natures, rebalancing the excesses of our cha- racters and expanding our sympathies”
Alain de Botton.
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Participating artists: Joana Antunes, Maria Emilov, Marussa Giovinazzo, Karine Grazia, Vera Kober, Kirsten Kohrt, Caroline Kusters, Carlos Mendoza, Stefania Nicolini, Anna Nobile, Maria Rita Onofri, Riccardo Panello, Candida Paolucci, Nicole Papaefthimiou, Ann Pelanne, Monica Pizzo, Simona Poncia, Irena Procházková, Francesca Ragona, Regula Margrit Bill, Maria Stamati, Ste- phane Vereecken, Paola Fortunata Vitaggio, Rebecca Volkmann.
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Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d’arte. Il vino giallo al banchetto degli angeli.
"L'art ne me connait pas. Je ne connais pas l’art”. Così scrive il poeta Tristan Corbière, autore di quegli affebbrati, elettrici, elegantemente anarchici “Amori gialli”, sottolineandone - ad un tempo - la marginalità e l’imprevedibile unicità compositiva. Analogamente qualcosa di giallo, raffinato, indubitabilmente inconsueto e raro viene prodotto nella marginale regione dello Jura: marginale perché si trova nell’estremo oriente francese e la parte vitata non conta più di duemila ettari di terreno, meno dell’1% della produzione nazionale.
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È qui che nasce il vin jaune, l’oro dello Jura, un vino prezioso, capriccioso, imprevedibile, non ammettendo distrazioni di sorta esige essere coccolato, vezzeggiato, non compreso ma amato. Il vitigno di partenza che affonda le radici nelle argille blu della regione è il Savagnin (assieme allo Chardonnay l’uva bianca più coltivata): vendemmiato tardivamente, generalmente nella seconda metà di ottobre, a seguito della fermentazione e di un ragionevole periodo di riposo e stabilizzazione - spesso anche oltre un anno - il vino viene trasferito in barrique da 228 litri, di secondo o terzo passaggio, ed è qui che dovrà compiersi il miracolo e l’alchemica trasformazione del liquido in oro. Le botti vengono lasciate scolme per circa un sesto della loro capienza in modo che i lieviti ancora presenti a contatto con l’ossigeno costruiscano una sorta di film protettivo, la “voile”, il velo che custodirà l’affinamento del vino per almeno sei anni e tre mesi e ne determinerà la qualità e la profondità. La parte alcolica che durante tale procedimento sarà evaporata viene storicamente chiamata la “part des anges”, il sacrificio offerto agli angeli per ottenere una concentrazione di profumi e sensazioni assolutamente unica. Per questo motivo, ancora oggi, il vin jaune viene tradizionalmente imbottigliato nella clavelin da 62 cl, a ricordare e simboleggiare la parte rimanente al termine dell’affinamento di un litro di liquido.
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Come per ogni opera d’arte, una materia eccellente e d’elezione necessita di un artista accorto, che non la disperda e la sappia condurre nel migliore dei modi, così sarà la sensibilità del vignaiolo a stabilire i tempi, a posizionare le botti nelle più favorevoli condizioni di aria, temperatura e umidità, a miscelarne gli affinamenti, se necessario ad esaltarne lo slancio e la complessità. Delle quattro AOC autorizzate per la produzione di vin jaune, la più rinomata è sicuramente Chateau-Chalon: il nostro assaggio si è rivolto al prodotto di Domaine GRAND, piccola azienda di Passenans di circa una
decina di ettari che dalla vendemmia 2021 potrà etichettare i vini da agricoltura biologica certificata. Lo Chateau-Chalon 2012 cuvée En Beaumont è di un giallo dorato dai brillanti riflessi ambra: apre con le note decise di mallo di noce, poi crescono le sensazioni terrose di fungo e tartufo; nella confidenza con lo scorrere del tempo a poco a poco si scopre un oriente complicato di spezie... volteggiano screziature di zafferano, curcuma, curry.
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Ora sentori tostati si uniscono a profumi amaricanti di cioccolato, fondi di caffè, tabacco che trascina una parte vegetale di fieno greco, ora sono le spezie a puntellare e stuzzicare, accompagnate da suggestioni d’agrume, cedro e bergamotto canditi, pietra focaia, macis, iodio. I profumi continueranno ad uscire complicandosi, ma l’urgenza e la curiosità dell’assaggio prevalgono: il palato è secchissimo, sapido con un corredo balsamico di erbe officinali che arriccia il naso - in retrolfazione - su punte di cumino e melissa, un principio di finale resinoso che ricorda il miele amaro, di cardo o corbezzolo, per terminare (in una curiosa struttura circolare) ancora su terra bagnata e noce. Ogni sentore è composto, educato, nulla di urlato ma suggerito quasi come stimolo all’immaginazione e alla memoria, disteso sopra un sorso pulito, la cui acidità e sapidità non stanca il palato, mantenuto vivo e nervoso. Come la diafana e ambigua Proserpina di Rossetti ritorna alla luce dopo i sei mesi trascorsi agli Inferi, così dopo oltre sei anni il vin jaune ci ammalia del suo fascino metafisico, manifestazione concreta di realtà sfumate, sottilmente evanescenti, scavate nelle visioni chiaroscurali affini a Marius Pictor e soavemente cullate dal raffinato lucore di Debussy. Il tutto è sempre qualcosa in più della somma delle sue parti.
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I Tesori del Borgo: Pievefavera.

Il castello, le colline, gli uliveti, il lago. Armonia assoluta di colori e di forme come in un dipinto di Corot.
A cura di Marilena Spataro.
Un affresco di rara bellezza naturalistica e paesaggistica che si specchia in limpide acque lacustri. è l’antico Borgo medievale di Pievefavera, a mio avviso, il più affascinante del territorio di Caldarola, l’altrettanto affascinante cittadina del Maceratese, carica di storia e di incantevoli scorci architettonici e ambientali, situata nell’area della Valle del Chienti, nonché porta che si apre sullo spettacolo mozzafiato dei Monti Sibillini.
Oltre che sul vecchio Borgo medievale di Pievefavera, in questo nostro breve tour, concentreremo l’attenzione sul suo castello, struttura architettonicamente armoniosa e di grande interesse storico, con un’incredibile posizione che lo vede elegantemente svettare su uno sperone collinare e con un paesaggio e un ambiente da favola che gli fanno da sfondo. Un suggestivo affresco che coinvolge l’intero insediamento borghivo, immerso com’è tra gli uliveti delle morbide colline che degradano in dolci declivi verso le limpide acque sottostanti dell’omonimo lago (detto anche Lago di Caccamo) e che qui si specchiano quasi per incanto.
Luoghi, quelli di Pievefavera, che sono anche l’areale prevalente della Cultivar Coroncina, varietà di olivo marchigiana per la produzione di un tipico olio di eccellente qualità, dal sapore fruttato, amaro e pungente, con sentore di carciofo, e dal colore verde intenso, con elevato contenuto in polifenoli e clorofilla e con un buon rapporto insaturi/saturi.
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Il Castello

Risalente al XIII secolo, il Castello di Pievefavera conserva quasi intatta la struttura muraria, con tre cortine e quattro torri, di cui una successivamente trasformata in campanile, camminamenti di ronda, un grande palatium attiguo alla porta d’ingresso, munito di torrione e trabocchetto. Nel castello si trova la chiesa parrocchiale dal portale romanico a tutto sesto con trabeazione esterna e decorazioni altomedievali. Il suo interno di gusto barocco, ma rimaneggiato nel secolo scorso, è composto di una sala unica con quattro cappelle laterali ed un imponente altare centrale. Dell’antico impianto rimane l’abside dietro l’altare centrale. Nella chiesa sono custodite opere del XV secolo di cui la più pregevole é un San Sebastiano ligneo cinquecentesco.
Il Borgo e la Pieve
La struttura urbana di Pievefavera è ancora praticamente intatta. Il nucleo centrale di tutto l’insediamento è la Pieve della quale si hanno notizie documentate sin dal XII secolo. Da questo punto situato nella zona più in alto, si espandono, realizzate in due fasi successive, altre due cinte murarie. La costruzione a nord delle mura cittadine, realizzata dal pievano Berardo Da Varano, risale al XIII secolo, mentre l’ultima cerchia è ascrivibile al XVI secolo. Ancora oggi è perfettamente individuato il percorso principale che dalla porta più in basso, a nord, conduceva alla Pieve attraverso tre porte.
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Nell’insieme, Pievefavera si presenta fortificata su quasi tutto il perimetro (ad eccezione del lato nord-ovest dove le mura sono state inglobate dal palazzo signorile e in parte demolite) con cortine verticali in pietra calcarea bianca. Cinque torri vigilavano sulle mura cittadine: tre a pianta quadrata di cui due rompitratta e una angolare, due poligonali agli angoli contrapposti secondo uno schema tipico locale. Tutti gli edifici sono costruiti con blocchi di roccia marnosa che danno al paese una sua caratteristica fisionomia. Il toponimo è composto da “Pieve” e “Favera”. Il termine “Pieve” deriva dalla parola “plebs”che indicava, nei primi anni del cristianesimo, il popolo di Dio: cioè chi aveva il dono della fede ed aveva ricevuto il battesimo; con il tempo, si estese all’edificio ed al territorio di pertinenza dove era stanziata la prima pieve; il termine “Faveria” si collega all’insediamento roma- no ed al possidente da cui prese il nome. Il primitivo insediamento era situato più in basso ed era sorto quale “mansio” o “statio”. Si suppone che la vicenda di Pievefavera inizi al tempo dell’antica Roma e, infatti, lungo la sponda meridionale del lago oggi sorge un’area archeologica di epoca romana dove sono presenti strutture di età tardo repubblicana appartenenti alla “pars rustica” di una villa. Nei pressi è situato l’Antiquarium dove sono conservati i materiali archeologici.
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La Storia

In seguito alla caduta dell’Impero Romano, Pievefavera seguì le sorti di tutti quei piccoli centri montani che, probabilmente, per continuare a vivere si arroccarono in luoghi impervi, al sicuro di mura castellane. La cellula germinativa del nuovo insediamento fu la pieve, i documenti più antichi nei quali si fa e- spressamente menzione della “plebs” sono pergamene risalenti al 1170. Da qui in poi, la storia di questo antico Borgo medievale, sarà strettamente legata alle vicende del Comune di Camerino. La posizione strategica di Pievefavera a difesa del confine in direzione sud-est, nonché il suo peculiare rapporto diretto con la famiglia Varano che dominò a Camerino per circa tre secoli, l’importanza stessa della pieve in possesso (fino al 1453) dell’unica fonte battesimale della zona, decretarono la superiorità del borgo fortificato rispetto a quelli limitrofi e la sua sopravvivenza nei secoli; il suo vincolo strettissimo con la famiglia titolare della Signoria è testimoniato da diversi documenti. Così come l’espansione fortificata di Pievefavera è in stretta connessione alla crescita del comune di Camerino, la sua decadenza, o meglio l’arresto della crescita della sua struttura castellare segue il declino della famiglia Da Varano che, esautorata nel 1434, ritorna brevemente, per vedere, infine, questo suo territorio conquistato da Cesare Borgia e governato da questa dinastia fino al 1539, anno dell’annessione del Ducato di Camerino da parte della Sede Apostolica. Tale data si può ritenere conclusiva della fase attiva nella storia delle fortificazioni del territorio camerte; lo Stato della Chiesa, infatti, anche per le mutate condizioni storiche politiche, non si avvalse delle potenzialità militari dei nuovi centri annessi che, sebbene lasciati inattivi, rimasero immutati nel loro aspetto fortificato.
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Il Lago e le leggende

Ad aggiungere fascino a Pievefavera, alla sua storia e alla sua urbanistica fin qui descritte, è la presenza nel suo territorio dell’omonimo lago nelle cui acque limpide il Borgo si riflette. Conosciuto anche come Lago di Caccamo, questo specchio lacustre della valle del fiume Chienti è incastonato nel cuore dell’Unione Montana dei Monti Azzurri e si divide nei suoi versanti tra i comuni di Caldarola e Serrapetrona. L’invaso delle acque, generato dal Chienti, è stato realizzato artificialmente, la qual cosa non incide minimamente sulla bellezza del luogo, che permette di trascorrere, specie in primavera, piacevoli giornate con lunghe passeggiate ed attività all’aria aperta, non ultime la pesca e il canottaggio. Il lago è stato creato nel 1954 per la produzione di corrente elettrica. Perfettamente integrato con l’habitat naturale e il paesaggio circostante, più che opera dell’uomo, esso appare, con le sue acque cristalline dai riflessi del cielo e con le sue sponde inanellate del verde smeraldo collinare, come uno splendido miracolo della natura. Un luogo che è anche punto di partenza di spettacolari percorsi naturalistici, a piedi o in mountain bike, e, per i più audaci, itinerario che si inerpica su per la montagna in direzione dei sovrastanti Monti Sibillini (oggi detti, leopardianamente, Monti Azzurri). Montagne incantate abitate da fate e streghe, e dove ancora, si narra, vi dimora Sibilla, che da secoli continua a far risuonare i monti della sua inquietante voce oracolare e dei suoi misteriosi enigmi vaticinanti.
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Andrea Manzitti: isole, mappe e portolani.

In occasione della mostra di Andrea Manzitti “Isole, mappe e portolani” in svolgimento allo Spazio d’Arte Scoglio di Quarto dal 4 al 25 maggio, pubblichiamo il testo della storica dell’arte contemporanea e critica Elisabetta Longari.

Questa pittura rappresenta indubbiamente un viaggio, un viaggio nella materia pittorica, nel colore, nei segni e nelle traiettorie possibili. Manzitti, secondo un codice cartografico sui generis anche per la sua natura molto sensuale, traccia rotte che congiungono e collegano in modo arbitrario le terre incognite, le isole forse vulcaniche che affiorano sulla superficie come lava rappresa o conformazioni geologiche in tufo. La polvere di pomice, mescolata applicata e grattata, crea meravigliosi effetti scabri che trattengono una strana memoria del colore che però sembra essersi annullato nella luce. Una materia che si pone a metà strada tra il ricordo della consistenza lunare di certe superfici di Turcato e quella più terrestre di Burri.
1. Andrea Manzitti Île de Ré II 2020 tecnica mista su carta intelata 70x100









In principio v’è la fascinazione dei materiali, la carta con i bordi irregolari e sfrangiati come tratti di coste fortemente frastagliate, la tela, il colore a olio, la tempera, la pomice… Ciò è immediatamente chiaro al primo sguardo, e Manzitti, perfettamente consapevole, attraverso una serie di affermazioni contenute nell’intervista pubblicata nel libro che accompagna la mostra, conferma la lettura dello spettatore, che parte soprattutto dalla sollecitazione aptica. L’idea della pittura come processo che nasce nel e dal confronto con gli elementi prescelti è contenuta soprattutto nelle seguenti dichiarazioni: “Quello è il momento della verità, di vertigine pura, tu hai in mano un carboncino, una matita, un pennello, qualcosa che lasci il segno, potrebbe essere anche una spatola con della pomice e sei di fronte all’ignoto, sei di fronte a un pozzo senza fine e sei cosciente, nella maniera più assoluta, che nel momento in cui tu appoggi la matita, il pennello, la spatola sulla tela, sulla carta, tu hai già fatto un enorme passo avanti, ti sei già perso, ti sei già compromesso perché di lì poi inizia l’avventura”. E, per meglio specificare, aggiungo che in tale disposizione d’animo si fa esperienza del fatto che il processo pittorico tende ad andare in qualche modo per i fatti suoi... e che è quasi come se fosse sempre la prima volta. Sono parole, quelle di Manzitti, che non stonerebbero in bocca a Frenhofer, il protagonista del Capolavoro sconosciuto di Balzac, figura archetipica del pittore per antonomasia nell’immaginario collettivo occidentale.
3. Andrea Manzitti Baia di Hudson 2019 tecnica mista su carta intelata 70x100









La sensualità della materia e il senso del viaggio, dunque, sono alla base delle azioni pittoriche di Manzitti. Come se a vedere fossero le mani, e pare quasi inutile ricordare che già secoli or sono Kant sottolineò che “La mano è la finestra della mente”.
Dopo una vita passata intento in altre occupazioni, ecco crescere a un certo punto un’attrazione fatale che accentra gli interessi di Manzitti e lo entusiasma: la pittura diventa la stella polare.
C’è un che di commovente in questa passione che sboccia tardiva dall’attenzione che egli ha sempre portato all’arte, soprattutto quella moderna. Quando gli ho chiesto di parlarmi delle sue preferenze questa è stata la risposta: “Sono sempre emozionato davanti ai capolavori che la Pinacoteca di Brera ci offre, in particolare davanti al Ritrovamento del corpo di San Marco del Tintoretto. L'episodio raccontato con una serie di immagini in un unico ambiente architettonico, in un artificio prospettico da grande regista moderno, il tutto con pennellate nervose ed astratte”.
9. Andrea Manzitti Portolano 2019 tecnica mista su carta cotone Amalfi 27 2950x36 4150










E quelle pennellate nervose sono forse l’esempio che lo guida, magari inconsciamente, quando crea le traiettorie di colori più vivi che attraversano le superfici dei dipinti mentre traccia le rotte della navigazione che collega le diverse zone; queste linee che si interrompono e riprendono con altro orientamento sembrano indicare la successione delle tappe del percorso, e rappresentano indubbiamente l’introduzione nello spazio di segnali visivi dell’idea di tempo. Per tracciare le linee, sempre rette ma spezzate che vanno a formare una sorta di rarefatta ragnatela, egli sceglie più spesso i colori primari, ma a volte anche il verde… come se la sua pittura fosse un luogo di congiunzione degli opposti, dove si coniugano la componente organica e informe delle isole con il mondo più mentale e geometrico delle linee.
Le scelte iconografiche e compositive attuali risentono forse di un atavico DNA, magari vi agisce il ricordo remoto dei viaggi per mare degli antenati genovesi…
15. Andrea Manzitti Bayeux 2020 tecnica mista su carta Arches 300gr 25.5x169








Quello di Manzitti è un mondo vicino all’invisibile, pensato come un isolario, come se la terra ferma non esistesse e tutto consistesse nella “grazia instabile delle isole”, per dirlo con un’immagine folgorante di Giorgio Manganelli. È una visione dall’alto, a volo d’uccello, in certo senso cartografica, ma, in assenza di descrizioni particolareggiate e nomenclature, presenta territori anonimi e indefinibili, terrain vague, in larga parte portatori della fascinazione per un vuoto amniotico, che accende la curiosità e in cui però l’occhio difficilmente si perde perchè guidato dalle linee di colore.
I quadri, così godibili per temperatura sensuale e al tempo stesso intensamente simbolici e allegorici, nel loro insieme sembrano formare le pagine di un diario di bordo di un misterioso viaggio in fieri… Antica metafora della vita quella del viaggio…
E i dipinti di Manzitti, come le carte, contengono l’idea di essere parte di un continuum, di un flusso testimoniato dalla continuità del mare, che, ancora una volta seguendo le immaginose parole di Giorgio Manganelli, “è dal tempo di Ulisse il grande prato su cui si affacciano tutti i mondi” e delle isole - “Priva di mura, l’isola è il contrario della casa […], salda in sé i divieti del luogo chiuso e la libertà allucinatoria del luogo totalmente aperto”.
La sua pittura attuale rappresenta dunque il nostro andare incessantemente di luogo in luogo, in itinere e in trasformazione, inseguendo una ricerca di senso fino alla fine.










Andrea Manzitti
Nato a Santa Margherita Ligure nel 1944, studi classici e una laurea in giurisprudenza all’università di Genova. Nel 1968 passa l’Appennino per gestire, da Milano, una società di famiglia di broker di riassicurazione, che diventa in breve tempo di primaria importanza nel mercato internazionale. E qui mette radici a tal punto che oggi si considera milanese a tutti gli effetti, sia pure d’adozione.
È a Milano, dunque, che vive e lavora, oggi come pittore. L’incontro con la pittura è avvenuto molto tempo fa, quando per la prima comunione riceve in regalo una cassetta di colori a olio. Autodidatta, nel corso degli anni si esercita saltuariamente con piccole tele e colori ad olio, più che altro per il piacere di inalare il profumo della trementina e dei colori. Durante l’attività di broker coltiva la passione per l’arte anche come collezionista e frequenta artisti, gallerie, fiere e mostre. Arrivato alla pensione apre uno studio e si dedica alla pittura. Espone per la prima volta nel giugno 2016 alla galleria Fex, in val Fex (Engadina), poi a Milano nel 2018 con l’Associazione Artisti del Quartiere Garibaldi. Attualmente è iscritto al Terzo anno del corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Ha debiti artistici nei confronti di Sandro Martini ed Emilio Isgrò.

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Il silenzio dell'arte

Bruna Bonelli, Ornella De Rosa, Giuseppa Matraxia e Mirella Scotton. Quattro artiste molto talentuose per un'esposizione tutta al femminile.
La mostra, curata da Alessandra Antonelli, prende il via alle 16.30 di sabato 8 maggio 2021 a ridosso delle acque del Porto Turistico di Roma, presso la Galleria Ess&rrE, in una atmosfera di luce ed aria, cioè quello che maggiormente è mancato in questo particolare periodo.
La mostra sarà disponibile dall'8 al 21 maggio 2021.
Progetto grafico di Fabrizio Sparaci.

Oltre i confini del cosmo

La Galleria Ess&rrE è lieta di invitarvi alla
Mostra "Oltre i confini del cosmo"

Saranno presenti i seguenti artisti:
Patrizia Almonti, Giusy Cristina Ferrante, Federica Marin e Enrica Mazzuchin.
Durante il Vernissage sarà presentato il libro "Una scuola sospesa" di Enrica Mazzuchin.
Vernissage 24 aprile 2021 ore 16:00 fino al 7 maggio 2021
Presso la Galleria Ess&rrE, Porto Turistico di Roma, Lungomare Duca degli Abruzzi 84, locale 876

Mostra a cura di Alessandra Antonelli
Direttore Artistico Roberto Sparaci
Progetto grafico di Fabrizio Sparaci

L'evento si svolgerà nel rispetto delle misure di sicurezza e distanziamento previste dalla vigente normativa anticovid.

Sulla rotta per le stelle

Una settimana dedicata a quattro artisti di assoluto interesse pittorico che abbiamo voluto premiare per la loro indiscutibile bravura nonchè professionalità e valore artistico.
La mostra dedicata a Elio Atte, Annalisa Macchione, Michelangelo Riolo e Anna Maria Tani si terrà nella prestigiosa location della Galleria Ess&rrE al Porto Turistico di Roma (locale 876) a ridosso delle meravigliose imbarcazioni che fanno da cornice a questa esposizione di assoluto valore.
Dal 17 al 23 aprile con inaugurazione sabato 17 aprile dalle ore 16,00.

Mostra a cura di: Alessandra Antonelli
Progetto grafico: Fabrizio Sparaci
Info:
+39 3294681684
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