Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Jackson Pollock: inizio e fine di una rivoluzione

di Rita Lombardi.
Al festival di Venezia del 2000 viene presentata, in prima mondiale, la pellicola “Pollock”. Il film prodotto, diretto e interpretato da Ed Harris è basato sul libro “Pollock: an American Saga” di S. Neifeh e G. W. Smith.
Prima di cominciare a girare, Ed Harris si è documentato accuratamente visionando i filmati esistenti, come quello girato dal regista Hans Namuth nel 1951, in cui Pollock è ripreso mentre lavora utilizzando la famosa tecnica del “dripping” (letteralmente “sgocciolamento”) e spargendo poi sabbia sulla tela (Fig. 1).
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Ed Harris si è calato perfettamente nella parte, mettendo a nudo, oltre che l’artista, l’uomo con i suoi scatti, la sua emotività, il suo carattere instabile, le sue improvvise crisi, la sua dipendenza dall'alcool e dalle avventure amorose. E allora possiamo vedere il pittore che sovrasta il lungo rettangolo di tela steso sul pavimento, mentre tiene tra le mani un barattolo di vernice industriale. Prende a girare attorno alla superficie bian- ca che si stende i suoi piedi, eseguendo una danza, come aveva visto fare agli indiani Navajo del Nuovo Messico, mentre tracciavano con la sabbia rituali disegni colorati sul terreno (vi aveva assistito anni prima, da ragazzo, quando accompagnava il padre agrimensore nei suoi spostamenti). Ogni tanto Pollock oltrepassa i confini della tela e vi cammina sopra, per sentirsi dentro il corpo dell’opera che sta eseguendo, sgocciolando il colore direttamente dal barattolo. Raggiunge poi il massimo lanciando letteralmente lo smalto e liberandolo nell’aria con stecche, siringhe o vecchi pennelli irrigiditi. L’opera di appropria dello spazio, sembra nascere da sola e venire alla luce in un vortice fatto di movimenti delle gambe, di gesti delle braccia e di spruzzi di colore. Pollock dichiara di sentirsi “un toro al centro dell’arena” perché tra quadro e pittore ha luogo un vero e proprio combattimento. Alla fine emerge il risultato: una stratificazione di strie colorate, insieme casuale e calcolata, senza centro né periferie.
Pollock è certo debitore della tecnica automatica dai pittori surrealisti che si sono rifugiati in America per sottrarsi alle persecuzioni naziste, ma più di Mirò, Masson e Max Ernst, porta tale automatismo ad un limite estremo, impossibile da superare. Jackson Pollock fa parte con A. Gorky, W. De Kooning, Ad Reinhardt, M. Rothko, e altri del gruppo degli espressionisti astratti. Il termine “Abstract Expressionism” viene coniato agli inizi degli anni cinquanta dal critico R. Coats. Questi pittori sono accomunati dall’astrazione e dall'esecuzione di quadri di grandissimo formato nei quali vi è la totale eliminazione di qualsivoglia rimando narrativo e l’assenza completa di gerarchizzazione tra le diverse parti della tela. All’interno di questo raggruppamento, per Jackson Pollock, W. De Kooning e Sam Francis è prevalsa la definizione di “Action Painting” proposta dal critico H. Rosenberg, per la messa in rilievo della materia pittorica ed una certa eroizzazione dell'artista stesso.
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CENNI BIOGRAFICI E STORICI
Jackson Pollock nasce nel 1912 a Cody nel Wyoming. Nel 1928 inizia a frequentare la Manual Arts High School a Los Angeles. Ma nel 1930 si trasferisce a New York, dove studia per tre anni alla Arts Students League. Negli anni seguenti viene coinvolto in un progetto artistico dell’Amministrazione Federale come assistente del pittore messicano David Seiqueros.
Tra il 1939 e il 1942 è in cura da uno psicologo Junghiano per la sua dipendenza dall’alcool e trascorre le sue serate nei locali di Manhattan discutendo di pittura con Rothko e de Kooning.
Nel 1942 la miliardaria americana collezionista e mecenate Peggy Guggenheim inaugura a New York la galleria Arts of this Century. L’anno prima, con l’avanzata dei nazisti verso Parigi, Peggy Guggenheim, da molti anni lontana dall’America, chiude la sua galleria londinese, completamente dedicata all’arte contemporanea europea, e ritorna in patria portando con sé la sua straordinaria collezione (Picasso, Braque, Dalì, Mondrian, Lèger, Brancusi, Max Ernst, Mirò) che esporrà nella nuova galleria newyorkese.
Ed è proprio grazie a questa collezione che Pollock e i suoi amici possono entrare in contatto con l’innovazione dell’Avanguardia europea.
Nel 1943, proprio in questa galleria, viene allestita la prima personale di Pollock con tre dipinti dedicati alla donna-luna: “Mad Moon-Woman” del 1941, “The Moon-Woman” del 1942 e “The Moon-Woman cuts the Circle” del 1943 (Fig. 2). Nella teoria di Jung la luna è la parte femminile, presente in ambedue i sessi, che simboleggia l’inconscio, l’emozione e l’intuizione.
Nel 1944 Pollock sposa la pittrice Lee Krasner e trasferisce con lei studio e abitazione a Long Island.
Il 6 agosto 1945 gli Stati Uniti sganciano la prima bomba atomica su Hiroshima: è l’inizio dell’era atomica. Se inizialmente gli U.S.A. detengono il monopolio atomico, ben presto l’U.R.S.S. supera il gap tecnologico sviluppando la propria bomba atomica. è l’inizio della “guerra fredda” cioè la contrapposizione politica, ideologica e militare tra le due superpotenze e gli U.S.A. si danno il compito, una vera e propria missione, di difendere il mondo libero dalla “minaccia comunista”. La tensione risultante, durata mezzo secolo, non si concretizzerà mai, per fortuna, in una guerra frontale, dato il pericolo, concreto, per la sopravvivenza della vita sulla terra rappresentato da un conflitto nucleare. Una fase critica e potenzialmente molto pericolosa si presenta proprio tra gli anni cinquanta e sessanta. La fine della “guerra fredda” si fa coincidere con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre del 1989 e la successiva dissoluzione dell’U.R.S.S. il 26 dicembre del 1991.
Fin dal 1946 e per tutti gli anni cinquanta, programmi radiofonici e televisivi diffondono tra gli americani la consapevolezza del reale pericolo di una guerra atomica. Anche i romanzi come “Ultimatum alla terra”, trasposto in film nel 1951, e l’apocalittico “L’ultima spiaggia”, divenuto film nel 1959, contribuiscono all’angoscia collettiva. Negli anni cinquanta, poi, la popolazione civile viene costretta ad esercitazioni contro eventuali raid aerei ed incoraggiata a costruirsi rifugi antiatomici personali.
E l’inverno 1946/47 segna una svolta nell’opera di Pollock, l’artista abbandona il cavalletto per la tecnica del “dripping”.
In Fig. 3 “Full Fantom Five” del 1947. Qui l’accumulo di strati di colore cela una figura dipinta con la vernice al piombo e, come ha dimostrato una radiografia eseguita nel 1990, gli oggetti inseriti (chiodi, bottoni, chaivi, monete, puntine da disegno, fiammiferi, ecc.) sono posizionati in relazione alla figura sottostante. Poiché il titolo allude ad un verso della “Tempesta” di Shakespeare: “Esattamente cinque pie- di sott’acqua tuo padre giace…” a me sembra che il quadro sia costruito evidenziando la distruzione possibile della nostra civiltà e la conseguente cancellazione degli esseri umani.
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Anche “Black and White: Number 26A”, del 1948 (Fig. 4), se lo si osserva con attenzione, rivela, secondo me, un viso di donna con grandi occhi e bocca spalancata, in alto, e in basso, un seno, il tutto coperto da labirintici segni neri. Due anni dopo, in un’intervista, Pollock sottolineerà: “Mi sembra che un pittore moderno non possa esprimere il nostro tem- po, il tempo degli aeroplani, della bomba atomica, nelle forme antiche del Rinascimento”.
Il 1950 è l’anno più produttivo dell’intera carriera di Pollock. In quest’anno realizza oltre cinquanta opere e sono in genere quadri di grande formato come “Autumn Rhythm Number 30” (Fig. 5). I dipinti del 1950 diventano oggetto di una viva attenzione da parte dei media. Quando queste tele vengono esposte nella galleria newyorkese di Betty Parson, il famoso fotografo Cecil Beaton li utilizza come sfondo per una serie di fotografie di moda che sul numero di “Vogue” del marzo 1951 rappresenteranno il “New Soft Look”. Anche se i dipinti vengono definiti “tappezzerie apocalittiche” a Pollock fa piacere essere al centro dell’attenzione mediatica.
Dopo quest’anno di intenso lavoro e la mostra appena citata, Pollock va incontro ad una profonda crisi, dichiara di sentirsi “sempre a terra” e la sua produzione cambia. Per qualche tempo si limita all’uso di grafismi neri, poi torna a motivi riconoscibili come figurativi fino alla morte avvenuta nel 1956 in un incidente automobilistico.
Secondo la moglie Lee Krasner, Jackson aveva raggiunto il culmine della sua evoluzione artistica nel 1950 e quindi non si accontentava di ripetersi.

UNO SGUARDO CRITICO SULL’OPERA DI POLLOCK. LA FORTUNA DI VIVERE E LAVORARE NEL POSTO GIUSTO E NEL MOMENTO GIUSTO.
Peggy Guggenheim, oltre ad allestire le prime personali di Pollock e degli altri espressionisti astratti, li finanzia acquistando loro delle opere o vendendo i loro lavori ad istituzioni prestigiose come il Museum of Modern Art. Dopo il 1946, anno in cui la miliardaria chiude la sua galleria per trasferirsi a Venezia, è l’artista Betty Parsons ad acquisire molte opere espressioniste, tra le quali quelle di Pollock, aprendo, sempre a New York, un suo spazio espositivo.
Intanto cresce l’attenzione e l’interesse dei mass-media, dei musei e dei “nuovi-ricchi” collezionisti verso l’arte contemporanea americana e quindi anche verso questa corrente pittorica. Inoltre, tra gli anni quaranta e cinquanta e fino agli anni sessanta, la critica d’arte americana proclama con forza e in continuazione che questa corrente artistica sta soppiantando l’arte europea nella sua funzione di modello estetico.
Nel 1950, la Biennale di Venezia ospita un’esposizione di tele di Pollock, Gorky e de Kooning scelte dal Museum of Modern Art.
Tra il 1958 e il 1959 due collettive di arte americane, comprendenti le tele di Pollock, fanno conoscere questa nuova pittura in tutta Europa. La prima dal titolo “The new American painting” è una mostra itinerante che tocca Basilea, Milano, Madrid, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Parigi e Londra; la seconda è allestita in Germania a Kassel. Queste due collettive sono promosse e organizzate dal Moma che negli anni cinquanta dà inizio ad una offensiva politico-culturale diretta al resto del mondo libero, e dove il nucleo centrale è proprio l’espressionismo astratto, considerato la quintessenza della libertà di espressione nel mondo occidentale e, nell’ambito della guerra fredda, come parte della americanizzazione mondiale al pari della Coca-Cola e dell'hamburger.
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Nel 1974 il critico Alfred Barr nel suo libro: “New American painting” esporrà con chiarezza questo concetto, definendo l'astrazione come l’espressione artistica del mondo libero e liquidando il realismo come forma artistica propria dei regimi totalitari, del Nazionalsocialismo come del Comunismo. Nel caso di Pollock intrigava, e intriga ancora, in patria e all’estero, sapere che avesse realizzato le sue “sgocciolature” mentre eseguiva dan- ze rituali Navajo, stabilendo una continuità tra il suo corpo, la sua psiche e il macrocosmo e che, quindi, i suoi quadri fossero la manifestazione di una fusione con il tutto in uno slancio quasi sacro. Un alone magico ed un’ottima pubblicità! In realtà le opere di Pollock sono lontane anni-luce dalle pitture di sabbia Navajo, “sacri cerchi” legate al’'arte della medicina, che presentano nuvole, alberi o figure simboliche con l’indicazione delle quattro direzioni e realizzate con vivaci colori, anch’essi simbolici, verde, giallo, arancio, rosso, rosa e turchese oltre che bianco e nero. Inoltre le danze che eseguiva Pollock non possono essere paragonate a quelle dei Navajo, principalmente perché lo stile di vita di un newyorkese dipendente dall’alcool era lontanissimo dal modo di vivere e di sentire di un popolo in profonda sintonia con la terra e i suoi cicli e, pure ammettendo che il ragazzo Jackson avesse assistito a vere cerimonie sacre e, non ad una semplice rappresentazione per turisti, risalivano pur sempre a più di vent’anni prima!
Alla luce di queste osservazioni non penso che il macrocosmo con cui Pollock cercava di fondersi potesse essere l’Universo o Madre-terra, credo piuttosto che, tramite le danze, si liberasse della sua angoscia, fusa con quella dei suoi conterranei, riversandola sulla tela fino a farla tracimare come un fiume in piena.
Francesco Bonanni, un autorevole critico e curatore di arte contemporanea, scrive di Jackson Pollock nel suo libro “Lo potevo fare anch’io”: “La tragedia di Pollock è quella di aver fatto, si, una rivoluzione, ma di averla anche chiusa senza lasciarsi via d’uscita, come il sistema circolatorio, dove il sangue non può fuoriuscire, a meno che uno non decida di tagliarsi i polsi. L’alcolismo autodistruttivo di Pollock era anche il tentativo disperato di uscire da questo circuito chiuso, da questa gabbia dorata dove era rimasto intrappolato con i suoi quadri.
Tuffarsi dentro la tela significava allontanarsi definitivamente dalla spiaggia delle idee, dove magari ogni tanto si può fare un pisolino, ridestandosi con qualche pensiero nuovo. Laggiù, in mezzo al mare, fra le onde del suo colore, Pollock non ha altra scelta: nuotare o affogare. Affogherà, non prima però di aver provato a tornare verso la riva delle immagini e della figurazione, compromettendo le sue colate di colore, abbozzando volti mal riusciti. Non ce la farà. La poderosa energia che ha sprigionato sulla tela è come un vortice che lo risucchia negli abissi, una notte di agosto del 1956, correndo con la sua auto si schianterà contro un macigno ai bordi di una strada uccidendo anche una delle due amiche che stavi accompagnando a casa. Jackson Pollock muore chiudendo la porta dietro di sé senza lasciare eredi, inghiottendo il suo stile, quello stile che un giorno all’improvviso, aveva sputato per terra”.
La maggior parte dei “dripping” di Pollock mi appaiono una serena rappresentazione di un gigantesco cestino da lavoro dopo che una tribù di gatti vi ha giocato per ore disfacendo allegramente tutti i gomitoli. Però i primi eseguiti (Fig. 3) e (Fig. 4) mi colpiscono molto, mi sembrano la potente sintesi espressionista di “Guernica” di Picasso e de “L’Urlo” di Munch, dal messaggio ancora attuale, purtroppo, come è attuale il film “Ultimatum alla Terra” di cui è stato realizzato un remake nel 2008.
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De Chirico e la metafisica

Palazzo BLU, Pisa. Fino all’11 luglio 2021.
a cura di Silvana Gatti.
“L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela.
Tale è il sintomo rivelatore della profondità abitata”.
(Giorgio De Chirico, Sull’arte metafisica, 1919)
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Pisa, nelle sale di Palazzo Blu, ospita fino all’11 luglio 2021 la mostra antologica De Chirico e la Metafisica. Rassegna che non poteva essere più azzeccata in questo periodo di pandemia, in cui le famose Piazze d’Italia del genio dechirichiano sembrano quasi preannunciare i giorni di chiusura tipici dei nostri giorni. Piazze vuote, atmosfere sospese, prospettive architettoniche farcite da manichini che paiono rappresentare le figure che incontriamo per strada in questi giorni, anime poco riconoscibili dietro le mascherine che da imposizione forzata non riescono a diventare un’abitudine. Perché gli artisti, a volte, sono come veggenti, e riescono ad immaginare situazioni che da improbabili diventano realistiche. Questo è De Chirico, “Il pensiero dipinto”, per dirlo con le parole di Magritte.
Giorgio de Chirico, figlio di un ingegnere ferroviario italiano in Grecia per lavoro, nasce a Volos nel 1888. Dopo la dipartita del padre si trasferisce a Milano e quindi a Firenze con la madre e il fratello, ai quali resterà legato per tutta la vita. Nel 1910 si trasferisce a Monaco dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, entrando in contatto con la filosofia di Nietzsche, Schopenhauer e con la pittura di Arnold Böcklin. Nel 1911 raggiunge a Parigi il fratello ed espone al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants. Rientrato in Italia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, viene richiamato alle armi e ricoverato all’ospedale militare di Ferrara dove conosce Carlo Carrà. I due artisti, così, fondano la pittura metafisica. Nel 1924 torna a Parigi dove frequenta il gruppo dei surrealisti. In seguito, dopo un biennio passato a New York e un passaggio a Firenze, si ferma a Roma, dove vive fino alla morte avvenuta nel 1976.
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Nel 1918 scriveva: “L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela. Tale è il sintomo della profondità abitata. Così la superficie piatta d’un oceano perfettamente calmo ci inquieta non tanto per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo”. (Valori Plastici, aprile-maggio 1919).
De Chirico, padre della Metafisica dal 1910, ha dato vita, in periodi diversi, alle stagioni della cosiddetta “seconda Metafisica” e della “Neo- metafisica”, rimaste sottovalutate grazie ad un pregiudizio alimentato dal poeta André Breton - autore del Manifesto del Surrealismo - secondo il quale una precoce senescenza avrebbe colpito l’artista dopo le sue prime e geniali opere metafisiche. Fortunatamente questo pregiudizio viene meno nei primi anni Settanta, quando una retrospettiva di De Chirico a Palazzo Reale a Milano rivaluta criticamente la sua opera, allontanandolo dal ruolo circoscritto di precursore del Surrealismo.
Fulcro di questa mostra è la collezione personale dell’artista, dei “De Chirico di De Chirico”, con numerose opere provenienti dalla Galleria Nazionale di Roma – donate nel 1987 dalla moglie del pittore, Isabella – e dalla Fondazione Giorgio e Isa De Chirico.
Grazie, inoltre, al supporto delle più prestigiose istituzioni nazionali d'arte moderna, come la Pinacoteca di Brera e il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (MART), il progetto presenta a Palazzo Blu una serie di assoluti capolavori.
Organizzata da Fondazione Pisa insieme con MondoMostre e curata da Saretto Cincinelli e Lorenzo Canova, con la collaborazione della Fondazione Giorgio e Isa De Chirico e de La Galleria Naziona- le d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’evento espositivo ha il Patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo, della Regione Toscana e del Comune di Pisa. Il catalogo della mostra è edito da Skira Editore.
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La rassegna presenta i lavori di tutta la carriera dell’artista, attraverso un percorso cronologico che partendo dalle prime opere di stampo “böckliniano” della fine del primo decennio del Novecento va agli anni Dieci della pittura Metafisica; dai capolavori del periodo “classico” dei primi anni Venti della “seconda metafisica” parigina, fino ai Bagni Misteriosi degli anni Trenta, alle ricerche sulla pittura dei grandi maestri del passato riscontrabili nelle nature morte, nei nudi e negli autoritratti, realizzati tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, approdando all’ultima fase neometafisica.
De Chirico dipinge vedute di città antiche che si sovrappongono a visioni di città moderne in cui ha vissuto, prima Volos e Atene, poi Monaco di Baviera, Milano, Firenze, Torino, Parigi, Ferrara, New York, Venezia, Roma. Sono tele in l’uomo è assente mentre rovine, archi, portici, strade, muri, edifici, torri, ciminiere, treni, statue, manichini, sradicati dal loro abituale contesto, si impongono dando alle opere un’atmosfera enigmatica.
Contrariamente al dinamismo tipico del movimento futurista, nella Metafisica si celebra l’immobilità. Caratteristiche della pittura metafisica sono le citazioni classiche che si concretizzano con forme statuarie. Un esempio potente lo ritroviamo nel dipinto Le muse inquietanti, dove De Chirico fissa per sempre una concezione del mondo e del rapporto tra l’uomo e la realtà. Il mondo, attraverso la metafora della città di Ferrara, è un insieme di elementi dominati da una fatalità illogica, un mistero che solo l’intuizione poetica può svelare.
Nonostante il dipinto sia privo di figure umane, Le Muse inquietanti sono raffigurate da manichini inanimati e composti, citazione classica che ricorda le divinità che proteggevano le arti nel mondo antico. I manichini sembrano quasi personificare artisti visionari e profetici. Nella stessa opera sono accostati il mondo classico della tradizione architettonica italiana con quello dell’industria, creando un ponte tra passato e presente ancora attuale.
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Superata l’idea di un De Chirico geniale solo nel breve periodo che va dal 1910 al 1923, la sua carriera viene rielaborata in un percorso che dagli esordi classico-romantici, ispirati da Böcklin e Klinger, conduce alla pittura metafisica, e dal periodo “neo-barocco” del dopoguerra giunge alla rivisitazione di se stesso e alle nuove ispirazioni della Neometafisica.
Il periodo neometafisico dell’artista rappresenta allo stesso tempo un ritorno e una ripartenza, una fase di nuova creatività e un riandare verso il passato, attraversando nuovi punti di vista e nuove soluzioni formali e concettuali.
In quest’ottica il periodo metafisico (il decennio 1968-1978) riveste un significato più organico rispetto al resto della carriera e - come sostiene Maurizio Calvesi - si parla di una “Metafisica continua”. In tale contesto si colloca l’inte- resse che, a partire dagli anni Sessanta, l’opera di De Chirico ha riscosso nelle giovani generazioni di artisti, attraverso gli omaggi di autori del calibro di Giulio Paolini e Andy Warhol. La mostra documenta il proliferare della visione metafisica che, ideata da De Chirico nel 1910, ha influenzato grandi artisti come Carrà, Savinio e de Pisis, ma anche di Sironi e Martini. Questi artisti, presenti in mostra grazie ad alcuni prestiti, più che formare una scuola o un movimento, hanno rielaborato in modo personale l’influenza di De Chirico che, alla metà degli anni Dieci, aveva già prodotto dei capolavori fondamentali per l’arte del Novecento, come, ad esempio le piazze d’Italia, Il Canto d’amore (1914) o Il Vaticinatore (1915).
Per ripercorrere la storia artistica di de Chirico l’esposizione toscana è articolata in sette sezioni. La prima sala accoglie gli Autoritratti. De Chirico ne ha realizzati più di cento, raffigurandosi abbigliato in modi differenti. Anche lo stile pittorico differisce da un ritratto all’altro, a sottolineare come nel caso di De Chirico si possano tracciare soltanto a grandi linee i vari periodi, in quanto varie fasi e vari stili spesso si sovrappongono e si confondono. Grande lettore di Nietzsche, de Chirico sapeva benissimo che “tutto ciò che è profondo ama la maschera” e che “ogni fregio nasconde ciò che adornando copre”. Prologo è il titolo dato alla seconda sezione, in cui è esposta l’opera Lotta di Centauri (1909), che rappresenta un duplice omaggio alla propria terra natale, la Tessaglia, mitica patria di esseri favolosi, e ad Arnold Böcklin, evocatore di atmosfere incantate e spettrali. Il primo De Chirico subisce infatti l’influenza del romantico Bocklin, affascinato dal modo in cui questi tratta i soggetti mitologici e prende così a modello le sue opere, che rielabora in chiave personale. Quest’opera si richiama alla Battaglia di Centauri del 1873 di Böcklin, interpretata da De Chirico con colori materici e cupi.
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Il percorso prosegue nella sala La metafisica e i suoi ritorni, in cui è forte la forza evocativa dell’enigma metafisico, legata a una sorta di rivelazione nella quale il mondo ci appare completamente ‘altro’, pur rimanendo se stesso. Muse inquietanti (1917) è l’opera che meglio descrive tale concetto. Sullo sfondo a destra della tela è riconoscibile il profilo del castello estense di Ferrara, mentre sulla sinistra le ciminiere non buttano fumo e non danno, pertanto, segni di vita. Al centro, sul palco, sono raffigurate delle statue manichino, e la figura inanimata sul piedistallo azzurro ha la testa rimossa appoggiata ai piedi. Il tempo è sospeso, l’unico essere umano presente nell’opera è il fruitore; la presenza/assenza di qualcuno che non si vede ma si intuisce incombe e dissemina ansia. Come non fare un parallelismo con i giorni di chiusura che stiamo vivendo? La sezione successiva, Il classicismo e l’espansione della Metafisica, documenta un mutamento artistico in de Chirico, dovuto al fatto che nel dopoguerra, in Italia, è piuttosto sentita l’esigenza della restaurazione, che porta gli artisti a ispirarsi al patrimonio artistico nazionale. Mentre a Parigi i quadri di de Chirico raccolgono il favore dei surrealisti, in Italia si studiano i maestri rinascimentali, calando le atmosfere metafisiche in nuove rivisitazioni. La Seconda Metafisica risale agli anni della controversia con i surrealisti, che non accettano l’esito delle sue nuove ricerche, mentre i critici evidenziano la rilevanza internazionale di de Chirico, affiancandolo a Picasso come protagonista dell’arte del XX secolo.
Con la sala Dal realismo al barocco riscontriamo come, all’inizio degli Anni Trenta, che vedono una crisi del mercato dell’arte in seguito al crollo di Wall Street del 1929, de Chirico continui a operare variazioni su temi dei decenni precedenti e si appassioni sempre di più allo studio della tradizione pittorica antica e al culto della “grande pittura di Tiziano, Rubens, Velasquez. Massimo Bontempelli comincia a parlare di “barocco”. Grande ammiratore di Renoir, de Chirico ne riscopre i valori antichi e dipinge una serie di nudi femminili, tra cui spicca la bellissima Bagnante coricata (Il riposo di Alcmena). Non mancano le nature morte, meglio definite da de Chirico nature silenti, con pesci e frutti accostati a templi e statue antiche.
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La mostra si conclude nella sala La Neometafisica, che descrive come la pittura metafisica giovanile sia rielaborata e contaminata dall’apparato iconografico delle sue opere degli Anni Venti e Trenta.
De Chirico rivisita in viaggi immaginari i suoi quadri giovanili e li reinterpreta. è del 1968 Il ritorno di Ulisse, che rema nel mare limitato dalle mura di una stanza arredata anche con un suo quadro appeso sulla parete di sinistra, in cui viene raffigurata una delle sue famose piazze senza figura umana. In questa fase finale della sua vita artistica l’uomo avventuroso per eccellenza, Ulisse, è come prigioniero in una stanza, prigioniero dei suoi pensieri, dei suoi sogni, la poltrona sulla sinistra invita alla sosta, al riposo, in contrasto con lo spirito dell’Ulisse esploratore che vorrebbe, ancora una volta, uscire, scappare, esplorare il mondo fuori. Come non rispecchiarci in quest’opera così bella e travolgente, catartica e attuale in questi nostri giorni di pandemia? Il viaggio intrapreso finisce con il celebre Autoritratto nudo (1945), dove un de Chirico privo di vesti sembra essersi messo a nudo, in atteggiamento disarmato di fronte al disastro della guerra, evocando l’Autoritratto come Uomo del dolore di Dùrer.
Una mostra esaustiva, che non trascura i bellissimi cavalli dechirichiani e merita senz’altro una visita, informandosi anticipatamente sui giorni di apertura visto i continui cambiamenti imposti dai vari Dpcm.
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MI SONO SEDUTA SUI CAPITELLI DEI FORI IMPERIALI.

a cura di Giorgio Barassi.
Concetta Capotorti e la classicità sostenibile.
"Noi artisti siamo dotati di una particolare sensibilità nell'assorbire e nell'esprimere quello che ci sta attorno, a volte senza nemmeno capire dove si può arrivare.”
(Arnaldo Pomodoro)
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Che sia ispirata dall’amore per l’Arte, è chiaro. Si ritiene fortunata perché a Roma ha visto e vede bellezza a cui si avvicina con avidità e che profondamente rispetta, come dovrebbe essere per tutti. Le mancano i musei meno noti ma estremamente importanti, come quello che ha visitato prima che una scorrettezza nascosta dai bilanci chiudesse le porte in nome di una ristrutturazione mai finita: il Museo della Civiltà Romana all’EUR. Lì ed altrove, nella città che fu centro del mondo, Concetta ha elaborato il suo pensiero di appassionata e di artista. “…Volevo portarmi a casa una statua. Lo so, non si può fare, ma il mio desiderio era esattamente quello…”. In quel museo, tra i calchi, i modellini, i plastici che ricostruiscono quel che fu Roma, come a spasso ai Fori Imperiali, l’artista ripercorreva un cammino dell’anima, una processione ideale di ringraziamento all’arte che fu ma anche un percorso costruttivo, necessario alla sua formazione di performer moderna.

Laurea in giurisprudenza, una ottima carriera dirigenziale ed una autentica fissazione, di quelle sane, per la grande arte del passato. Studio ed applicazione, tanta fatica per creare, plasmare, ridurre, aumentare e sperimentare. E tra non molto vedranno finalmente la luce dei riflettori le sue lavorazioni in bronzo, omaggio alla antica arte dell’immagine solida, prova di grandi capacità, che in lei sono indubbie.
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Se nella vita degli artisti esiste una scintilla che fa nascere i passi di una strada da percorrere, quel desiderio di portarsi a casa un pezzo di arte storica diventa stimolo e si fa operazione artistica. “…Dunque se non posso avere una di quelle statue in casa, da artista volevo fare in modo che una scultura diventasse una ambizione di molti… Pensavo alla meraviglia dei vessilli delle legioni Romane, pesantissimi da portare in giro davanti alle Milizie schierate, simbolo di supremazia. Come sarebbe stato meglio, se il loro peso fosse stato meno impegnativo…”. E allora elabora, con la consapevolezza e l’ardire di chi sa sfidare, le sue sculture, i suoi corpi, le sue proprie creazioni che hanno nella leggerezza la motivazione maggiore per sceglierla e la ragione per cui nascono. Rendere leggero il senso della storia, della stessa arte fondante, delle nostre radici. Far diventare possibile il tragitto che unisce più di duemila anni al futuro. Portare quel respiro della storia sui comò antichi o sui più arditi mobili di design, dentro le case di chi vuole il bello. Punto.
Come? lavorando sui materiali, quelli che rendono il senso della consistenza e della leggerezza insieme. Una operazione complessa, perché è nel senso di sintesi che si perdono spesso i concetti fondamentali. Ma la sfida è possibile, perseguibile da una artista rispettosa del passato, e si concretizza quando le forme della scultura antica diventano di resina, di polistirene, di alluminio o semplicemente di gesso. Tutti materiali che finiscono per diventare opere maneggevoli, facilmente trasferibili, insomma popolari quanto basta per aggiungere al valore artistico dei lavori della Capotorti un valore aggiunto, cioè quello di aver operato con i concetti basilari del Pop in un ambito di richiami fortemente classici. E così si entra in contatto quotidiano con strutture nate dalla osservazione della scultura storica, profondamente classiche, trasformate in opere moderne, concretamente fruibili, colorate, allegre. Non uno svilimento della autorevolezza del classico, ma un dolce adeguamento ad una società che perde sempre più di vista gli ideali, come quello della bellezza, in nome di falsi miti e ricerche spesso infruttifere, destinate ad un oblio, quello sì, irreversibile.
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Non va diversamente coi suoi quadri, autentico lirismo del colore, che Concetta Capotorti rende in maniera uniforme con stesure monocrome attraversate da linee corpose ed irregolari di carta o altro materiale che diventano solco e memoria, segno e traccia ma pur sempre lieve energia, racconto della forza dei principi creativi fatto apposta per diventare per tutti. I suoi rossi, gli azzurri o il pallore delle opere in bianco hanno una autorevolezza che metterebbe soggezione, se non fosse che la dolcezza del comporre li rende fragili all’apparenza ma fortissimi nel richiamo alla solidità dei principi creativi. Così Capotorti vince la sfida, e propone un’arte matura e interessante, nata per far sì che il suo sogno diventi per tutti. O meglio per chi, tra tanti, sa scegliere di stare dalla parte di ciò che ha significato senza urlare, senza schiamazzi inutili. Esattamente dello stesso silenzio delle grandi strutture architettoniche, delle grandi statue di pietra.
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“… Mi piace Roma perché ci sono posti in cui la bellezza ci tormenta, e sono fortunatamente tanti…”. E cita le rotondità possenti dell’Apollo Liceo dello Stadio di Domiziano. Poi anche la rassegna di 64 corpi scolpiti dello Stadio dei Marmi, giusto per includere un esempio del gusto per il classico che non conosce sconfitte, se non quelle della “damnatio memoriae”, all’epoca dei Romani pena severa ed oggi ricorrente malcostume. Non è possibile, per Concetta Capotorti, che la gente escluda dal proprio bagaglio la storia che si può ancora vedere e toccare. Ecco perché lei si vanta di essersi seduta sui capitelli che qui e là vivono nell’ eterno dei Fori. Perché è un gesto simbolico ed insieme di ringraziamento verso tutta quella sovrabbondante bellezza di cui non si dovrebbe fare a meno, passando dallo stupore all’orgoglio ed alla fierezza di essere nati in un posto stracolmo di arte. Per una sorta di osmosi artistica, quel mettersi seduta tra tanta storia ha avuto una incubazione lunga e faticosa. Esperimenti, prove, studi. Poi finalmente il messaggio diramato dai Busti di Concetta, colorati come la più sfavillante delle attualità e ricchi, dentro quella soave leggerezza, di tanta storia. Un approdo da artista Pop per una studiosa appassionata della grande Arte.

La più volte citata leggerezza diventa dunque un monito, un richiamo alla storia e insieme una natura propria dei lavori di Concetta Capotorti, artista del presente e sognatrice per il futuro, ma coi piedi ben piantati nell’eternità della grande Arte.
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LABORATORIO ACCA, la conferma di un successo

a cura della redazione.
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Si attesta su posizioni di notevole audience la rubrica televisiva che va in onda tutte le domeniche sui canali di Arte Investimenti TV. Lo stile informale della trasmissione conquista sempre più pubblico e sono davvero tanti quelli che scelgono di sintonizzarsi alle 21.30, tutte le domeniche, sul 123 DTT o sul canale Sky 868. Non mancano gli appassionati del web che seguono in streaming o la diretta Facebook l’appunta- mento improntato alla maggior diffusione delle opere di artisti capaci e selezionati, in grado di appassionare collezionisti e neofiti.
I collegamenti video con gli studi degli artisti, una atmosfera intelligentemente goliardica e la collaborazione fra i componenti della squadra, continue novità in arrivo e la componente qualitativa dell’arte proposta piacciono a molti, evidentemente. Sono tante anche le richieste da parte degli artisti che intendono diffondere meglio il valore del proprio lavoro. Dunque va ribadito l’iter necessario per pittori, scultori e performer che intendono far parte del progetto di Acca International. Basta scrivere a:
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Il team di Laboratorio Acca, Alessandra Pizzioli (La Sciùra Alessandra), il Technical Operation Manager Carmelo Ferrara, Federico “Imperatore” Quartiroli e i due presentatori Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, ringraziano per l’attenzione del pubblico che è sempre più evidente e rende il percorso domenicale impegnativo e soddisfacente, nel quadro della qualità sempre proposta da Arte Investimenti.
Come tutte le domeniche, Laboratorio Acca va in onda alle 21.30 dagli studi di Arte Investimenti TV. Sulle novità annunciate, nessuno parla. La sorpresa è chiaramente uno dei fattori che determinano un certo qual successo.

LABORATORIO ACCA
Tutte le domeniche alle 21.30
Can. 868 Sky e 123 DTT
Arte Investimenti TV
Per rivedere tutte le puntate: www.accainarte.it o YouTube
canale Laboratorio Acca.
Contatti:
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Tel. 329.4681684 / 347.4590939
La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
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GIUSEPPE TRENTACOSTE, il “Gran Saccàio”

di Giorgio Barassi.
Ho sempre interpretato il pugilato come un lavoro da svolgere al meglio, senza distrazioni, sempre ricordando ciò che mi insegnò il mio primo maestro: puoi sentirti il re del mondo, ma basta un decimo di secondo per trovarti col sedere per terra.
(Bruno Arcari)

Per evitare un inizio da incidente diplomatico, visto che lui, Giuseppe Trentacoste detto Beppe, ha le sue preferenze in fatto di pugili, ed io le mie, per scrivere del Gran Saccàio ho scelto una frase di un bravo pugile italiano che in tanti hanno dimenticato. In quelle parole di Bruno Arcari trovo il sentimento fondante delle carriere di Beppe: quella di pugile e quella di artista.
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Non si scandalizzino i benpensanti, né rabbrividiscano i puristi. Non inneggino a Beppe i contestatori ad ogni costo né nicchino stizziti gli sfavillanti artisti alla moda. Beppe è semplicemente in quelle parole, perché il sacrificio e le fatiche della boxe, che lui conosce per diretto dolore e indiscusse vittorie, sono stati per lui i fondamentali a cui fa riferimento anche, e soprattutto quando crea, plasma, dipinge, contorce, distende, decora e ricuce i suoi sacchi. Mai lo si vedrà tronfio per gli apprezzamenti, che pure sono molti, né abbattuto per le fisiologiche vicende avverse. Beppe Trentacoste sa che la distrazione non gli è concessa. La sua arte e la sua noble art sono trattate con la stessa meticolosa preparazione. Pensieri ed idee devono stare dentro gli spazi di un’opera come un pugile nel quadrato. Guai a chi va al tappeto. E così, sacco dopo sacco (e parlo di quelli di juta) idea dopo idea, convinzione su convinzione, Giuseppe Trentacoste sta prendendo il suo vertice nel rutilante mondo dell’arte contemporanea, oggi più di ieri, con nuove idee e nuove avventure che riguardano soprattutto, e ci tiene a sottolinearlo, il “corpus” della sua opera. Quei sacchi che hanno viaggiato, che sono stati sulle spalle di qualcuno, che furono ammassati nella stiva di una nave cariche di spezie, di caffè o di cacao e sono arrivate fino a lui, che ne veste l’aspetto omogeneo con la saggezza e la sapienza di chi non dimentica le lezioni dell’arte a lui precedente e non risparmia il colpo diretto, se c’è da sfoderare l’ironia o il sarcasmo.
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Perché l’educazione artistica di Trentacoste, nata in una terra straricca di arte ed arti, la Toscana, è soprattutto rispetto delle regole. Dalle quali lui pare allontanarsi solo quando insiste nella sperimentazione, salvo ricullarcisi quando i temi diventano popolari, gradevoli, umani, addirittura romantici e perfino sdolcinati. E così prendono corpo animali, facce evocative di antichi dei, sagome facciali distorte, allungate, da espressioni grottesche o sognanti, usate per ammonire e raccontare. Ma quei sacchi servono all’ artista soprattutto per raccontarsi. Beppe li scova, li distende, li rispetta lasciando anche la minima macchia o una traccia di un appunto a penna scritto da un commerciante o da un facchino. Talvolta li scuce per ricucirli insieme. E quelli sono i momenti in cui la sua anima agitata, da sportivo in trance agonistica, cerca serenità nelle sue creazioni, che appaiono invece distese e perfettamente aderenti al piano della lavorazione quando è in giornata ed affonda i colpi con sicurezza, vigore e una creatività sconfinata.

Il materiale plastico modellabile viene ricoperto dal sacco prescelto, e prende le fattezze di quel che sarà con un gioco di adeguata manualità che fa pensare a come quelle dita, pericolose se racchiuse in un guantone, siano così delicatamente accorte e capaci di dar forma ed espressio- ne. A questa prima fase ne segue una di indurimento del calco, svuotamento dal materiale plastico e successivi passaggi con le resine trasparenti, che rendono eterno quel che è fatto e fanno leggera l’opera. L’anima di un bassorilievo e la struttura di una operazione artistica moderna.
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È continuo, in Trentacoste, il richiamo alla osservazione del sociale. E così i suoi camaleonti colorati siamo noi, trasformati in animali che si adattano, come ci è capitato nella sventura della pandemia. Nello stesso modo il grido di un indio dell’Amazonia è l’urlo stesso di chi vede il mondo scomparirgli sotto i piedi, e il pugile a braccia alzate non è certo un vincitore assoluto, ma colui che, come lo stesso Trentacoste, si è guadagnato la vita faticando, riempiendosi di lividi e cicatrici. Non manca la rappresentazione della imbattibile favella toscana, quando ironizza su artisti da record in asta asserendo che l’arte è umana e raffigurando la faccenda con una scimmia e la sua banana. Ma appare anche un mondo di favola, in paesaggi come una illusione di serenità a cui tutti ambiscono, le citazioni di Leonardo in alcune figure, le facce di Dalì o altri grandi della pittura e i riferimenti allo spazio, alla vita stessa, al nostro colpevole rinunciare agli ideali, che in lui sono invece saldissimi. Da sportivo, ha subito il colpo, in questi ultimi tristi tempi, della scomparsa di alcuni grandi atleti. L’omaggio al suo concittadino Paolo Rossi e al Pibe de Oro Maradona ne sono sentimentale prova.
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Ultimamente è il sentimentale istinto paterno ad averlo ispirato. La sua figlia più piccola, giudice come solo i bimbi sanno essere, ha apprezzato particolarmente le opere del papà Saccàio perché decorate con fantasiosi glitter a sottolineare un tema caro a Trentacoste: l’amore visto con gli occhi dei bambini. Avendo visto la sua piccola giocare con quei palloncini modellati a forma di animale da mani esperte e gli altri bimbi in un parco, ha iniziato a produrre tele piegate ricche di riferimenti all’amore, ma stavolta quello che solo i più piccoli sanno esprimere e vivere in maniera incondizionata. A loro basta un gioco, un palloncino, il chiasso allegro. E così Beppe ha capito che l à stava nascendo una delle tante fonti di ispirazione peer il suo creare sempre in movimento, incluso nella misura imposta di un’opera, ma agile, attivo, mai domo. Come Mohammed Alì sul ring.
Può far di tutto, coi suoi sacchi. Tanto da aver meritato per mia nomina l’appellativo di Gran Saccàio. Può parlarci di vita e di morte, di epica e di miti, della vita che ci manca, quella del bar e delle piazze, di sentimenti e passioni e della vita che deve continuare. Perché per Trentacoste la sfida non finisce mai, e riemerge la sua voglia di presentarsi spavaldo sul ring comparendo fra le corde, ma non per urlare all’avversario che lo farà a pez- zi. Solo per ricordarci che l’anima stessa della creatività va salvaguardata sperimentando, provando, sacrificandosi, sbagliando per correggere e correggersi. Solo per darci altre prove della sua totale capacità di muoversi nel creare le sue opere come si muoverebbe lui stesso sul quadrato: senza mai farsi mancare la saldezza. Da fiero difensore prontissimo all’attacco.
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Se solo ci si lascia prendere dal contenuto del suo gesto creativo, adeguato alle trame antiche del sacco e presentato in forme inusuali ma gradite, si può convintamente affermare che Trentacoste non è classificabile in una corrente artistica, perché ha creato un mondo tutto suo, in cui contano i valori della capacità ed ancor più quelli del rispetto e della correttezza nel comporre. Faccenda che, da un po’, non pare riguardare chiunque creda di essere in grado di creare, e perciò di notevole importanza.
Trentacoste sa che la sua faccia da duro si adegua bene al mondo della boxe. Ma sa anche che la sua arte, come la sua anima, è figlia delle dolcezze dei declivi toscani. È parimenti figlia di origini siciliane, come quelle di Domenico Trentacoste, suo antenato, che fu altissimo scultore e docente alla Accademia delle Belle arti di Firenze agli inizi del Novecento. Ed è figlia di un’aria pura, respirata con orgoglio ad ogni costo.

La presenza delle opere del Gran Saccàio è costante nelle puntate di Laboratorio Acca. E noi stessi, in studio, sappiamo bene che quando ci si avvicina al suo lavoro per parlarne, non si riesce a dare tutta la reale percezione di quanto le sue opere siano piene di entusiasmo, impegno, vitalità ed emozioni purissime. Ma il pubblico è scaltro, e gradisce in silenzio il sapersi assortire che Beppe ha nelle vene, quella insaziabile voglia di dare sfogo alla sua tecnica ed alla sua preparazione, pari sempre alla invenzione, al gesto inatteso e vincente che nel suo lavoro si legge grazie ai particolari, alle aggiunte, ai dettagli che sfuggono al primo sguardo ma non passano inosservati a chi sa osservare come si fa con ciò che intimamente vale.

Giuseppe Trentacoste detto Beppe sa che il suo cammino sarà lungo e faticoso, e questo per lui è stimolo e ragione di studio e di applicazione. Lui va per la sua via. Delicato coi sentimenti e deciso quando c’è da combattere. In fondo la vita è un ring, e guai a chi molla. Beppe, il Gran Saccàio, può muoversi a suo piacimento perché sa di avere il colpo giusto da sferrare. Ed è davvero impossibile prevenire le sue mosse, intelligenti e sagaci, di grande creatore. In una foto appare piccolino di fronte ad una sua installazione alta sei metri e fatta coi suoi sacchi, le sue “tele piegate”. Rinuncia al suo apparire corpulento ed atletico per dare tutto lo spazio a quelle anime anonime e vaganti che raccontano il mondo, la storia, la vita. Altri avrebbero detto con spavalderia “…ho fatto una installazione enorme…”. Lui preferisce commentare con un semplice “… Sai icchè fo’ ? … E ne fo’ una più grande, vai…”. Perché non ha il minimo interesse ad accontentarsi. Quando crea i suoi lavori (splendidi quelli colorati in pigmento naturale, come avrebbe fatto un artigiano del medioevo) non conclude per riposare. Poco, pochissimo tempo, come accadeva nell’angolo per riprendere fiato, e via. Ricomincia, raccoglie, plasma, inventa, racconta. L’arte e la boxe gli hanno insegnato che solo chi combatte ha diritto al premio. Ripresa dopo ripresa, sacco dopo sacco.
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Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro.
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“Ritratti d’artista”
Talenti del XXI secolo
Giuliana Cunéaz
Un percorso artistico che inizia con la scultura e con la pittura per approdare ben presto all'installazione, video arte e infine new media art. Linguaggio quest'ultimo cui l'artista aostana imprime un segno personale e originalissimo. E che la porta a essere oggi un nome di riferimento, conosciuto e stimato in Italia e all'estero.
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Quali i passaggi salienti di questo suo percorso?

«Il percorso dedicato alla sola pittura e alla scultura è durato poco. Già durante il periodo di frequentazione dell’Accademia Belle Arti di Torino capii che non volevo rimanere intrappolata dalla tela o confinata in un oggetto statico, ma il mio desiderio era soprattutto quello di lavorare sullo spazio con l’installazione e il video. La prima grande installazione ambientale dal titolo Archéopteryx l’ho realizzata ad Aosta nel Teatro Romano a metà anni ottanta. Era un lavoro ambientale e interattivo che nasceva dalla volontà di catturare l’impronta delle stelle in relazione alla rotazione terrestre. Tutto questo avveniva all’interno di tre coni specchianti e “abitabili” con al vertice un foro stenopeico. Questi elementi funzionavano come veri e propri apparecchi fotografici. Ho iniziato così a lavorare sull’ambiente e nel 1990 ho realizzato Il Silenzio delle Fate, una grande opera installativa composta da 24 leggii collocati in diverse località della Valle d’Aosta che avevano in comune l’apparizione leggendaria di una Fata. È stata una svolta importante: ero attratta dal mondo misterioso dell’immaginario e dalla sua relazione con la natura. Successivamente, ho iniziato a lavorare con il video, ma senza rinunciare all’aspetto installativo come dimostra l’importante mostra In Corporea Mente curata da Gillo Dorfles. Il lavoro si svolgeva intorno all’idea del corpo immaginato. In seguito, suggestionata dalle scoperta delle teorie di Edgar Morin ho iniziato ad interessarmi al tema della complessità creando lavori che avevano lo scopo di mettere in discussione lo sviluppo unitario dell’opera d’arte in base ad una ricerca che aveva lo scopo d’interrogarsi sui processi formativi della creazione. Mi sono, poi, dedicata alle trance e agli stati di coscienza cercando così di analizzare la natura misteriosa e metamorfica della coscienza. Questa ricerca mi ha condotta a frequentare sciamani, medium, ipnotisti, psichiatri ed è stato davvero molto interessante. Successivamente, ho iniziato a lavorare sulle dinamiche di gruppo e proprio in occasione del progetto Zona Franca del 2003 ho scoperto l’animazione 3D che poi ha accompagnato tutti i miei lavori successivi fino ad oggi facendomi così sbarcare tra gli artisti della new media art».
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Cosa si intende oggi per new media art e quali gli aspetti espressivi che maggiormente la coinvolgono di questo linguaggio artistico?

«Si inizia a parlare di new media art intorno al 2000, anche se fino a quattro o cinque anni fa i musei si disinteressavano completamente a questo genere artistico. Solo ora stanno nascendo centri specializzati e i lavori iniziano a circolare. I campi di interesse della new media art si sono estesi a forme sempre più innovative e complesse. In sostanza è un’arte creata mediante le nuove tecnologie, attraverso l’utilizzo di software; è un’arte immateriale che si può concretizzare attraverso lavori installativi e interattivi, stampe fotografiche, videoproiezioni ma anche attraverso sculture o creazioni robotiche la cui sorgente è però quasi sempre l’opera virtuale. Il computer è il punto di partenza e in una prima fase sostituisce le tecniche tradizionali di pittura o scultura. Io ho scelto di lavorare con il 3D le cui potenzialità sono infinite. Per quanto mi riguarda, è stata una scoperta che mi ha permesso dal 2003 di dare una svolta al mio lavoro. La tecnica contiene in sé tutte le principali discipline del mondo dell’arte: la modellazione, la pittura, l’animazione, la fotografia, l’architettura, il video. è un universo straordinario dov’è possibile sintetizzare ogni forma di linguaggio artistico senza procedere a scissioni artificiali. L’animazione 3D rappresenta per me un potenziale mezzo di sintesi delle arti. Spesso, cerco di far dialogare l’elemento virtuale con quello tradizionale, l’immateriale con l’argilla o la pittura».
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Chi e quali i maestri e i modelli cui si ispira e che più hanno influenzato la sua arte?

«Giorgio de Chirico è stato una mia grande passione adolescenziale. Ho incontrato poi opere di molti artisti che mi hanno conquistata da Giotto a De Dominicis così come da Piero della Francesca a Matthew Barney, o per citare artisti delle ultime generazioni penso a Tomás Saraceno o Roberto Cuoghi. Sinceramente, però, l’aspetto che più ha influenzato la mia arte è stata la scienza e in particolare il mondo delle nanotecnologie e le peculiarità dell’universo quantico. Nel nanomondo si possono osservare forme straordinarie e imprevedibili come simmetrie cristalline, delicati orditi, strutture geometriche o immagini naturalistiche. Sono state per me lo spunto per creare i mondi nei quali immergermi totalmente e consentire allo spettatore di fare altrettanto. Come scriveva il grande fisico americano Richard Feynman «C’è l'impeto delle onde/ montagne di molecole /ognuna stupidamente immersa/ negli affari suoi/ lontane milioni di miliardi/ ma spumeggiano all'unisono». Il senso è chiarissimo: nel nanomondo – come d’altronde nell’universo – c’è spazio per tutto. Anche per l’arte e la poesia. Il mio, ovviamente, è sempre stato un approccio artistico: in fondo, credo che lo scienziato o l'artista si interroghino sulle stesse questioni. Sia l’uno sia l’altro, quando guardano un polimero al microscopio elettronico o una volta stellata al telescopio, ricercano il piacere della scoperta. Ognuno dei due, poi, traduce la visione con i mezzi che gli sono propri. Io ho da sempre il grande desiderio di rendere visibile ciò che non lo è, almeno ad occhio nudo. Mi interessa il sensibile campo immaginifico che si crea intorno all’invisibile. Sono fondamentalmente un’esploratrice e lavoro sulla materia, come un archeologo nel sottosuolo. È come avvicinarsi al cuore più segreto della vita e constatare le qualità e i limiti della nostra potenzialità percettiva e creativa. Mi piace pensare che in ogni microgrammo di materia sia contenuta tutta la complessità dell’universo e immedesimarmi nell’improbabile sogno di un atomo».
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C’è nei suoi progetti il cinema, quello più tradizionale che vede protagonista la macchina da presa. Se sì quali i soggetti e il genere che vorrà realizzare?

«Anche nel mio film I Cercatori di Luce che uscirà prima dell’autunno la tecnologia è molto presente, in quanto tutti i paesaggi sono realizzati in 3D, mentre i personaggi sono reali ripresi su green screen e poi, in fase di post produzione inseriti negli ambienti virtuali. La realizzazione è stata particolarmente complessa sebbene di notevole interesse in quanto mi ha consentito di rendere possibile il dialogo tra le arti (danza, teatro, cinema, musica, moda). Il lavoro coinvolge attori di fama internazionale (una fra tutti, Angela Molina), stilisti, grandi stelle della danza, performer, top model e il musicista e compositore Paolo Tofani che ha fatto parte degli Area, tra i più sperimentali gruppi degli anni settanta. I Cercatori di Luce è una videoinstallazione su tre schermi dove il paesaggio nanomolecolare, di sofisticata bellezza, diventa lo scenario nell’ambito del quale i protagonisti compiono azioni tese a modificare il contesto. Rappresenta lo strumento per interrogarsi sul nostro stare al mondo di fronte ad un sistema dove la sostenibilità ambientale è stata messa in grave pericolo. Si crea, così, un grande affresco sul potere rigenerativo della natura attraverso il lento percorso che conduce dalle tenebre alla luce. I Cercatori di Luce, portatore di un messaggio di carattere sociale ed ecologico, rappresenta una ricerca all’avanguardia nella sperimentazione tecnica dove tutte le energie sono concentrate sulla ricerca della luce, intesa come materia connaturata alla terra feconda e “mente del mondo”. L’opera ha lo scopo evidenziare l’unione primigenia tra l’io e la natura: la luce si espande e diventa luogo di condivisione e di conoscenza».
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In questi ultimi anni il suo lavoro ha ricevuto molti riconoscimenti collocandola tra i talenti della video art in ambito internazionale, quali, a suo avviso, i motivi di questo successo?

«Direi la tenacia, la costanza di proseguire nella mia ricerca nonostante le difficoltà incontrate, la fiducia nel mio lavoro, inoltre la capacità di far fronte alla solitudine e allo scetticismo di molti e di non cedere a tentazioni legate al mercato o al facile successo».
Delle opere fino ad oggi realizzate quali sono quelle cui è più affezionata e che sente maggiormente rappresentative del suo universo artistico ed esistenziale?
«Ogni periodo ha le sue opere portanti. Ma volendo citarne solo alcune direi Il Silenzio delle Fate in quanto è ancora un lavoro molto attuale.
C’è, poi, un’opera del 1995 intitolata Biancaneve con cui ho una storia “affettiva” particolare. Birth Tree, un lavoro del 2008 e Waterproof del 2011 perchè celano strane coincidenze o premonizioni. I Cercatori di Luce, infine, è una tappa per me fondamentale. Scherzando lo chiamo “la mia Cappella Sistina.” Riassume tutti i miei interessi; è un po’ la summa dei miei precedenti lavori e di tutte le mie potenzialità».
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Qual è, a suo parere, il ruolo della video art e delle arti visive legate alle tecnologie digitali in un tempo di grandi mutamenti epocali, come questo che stiamo vivendo. Cosa ne sarà delle arti plastiche tradizionali?

«Più che al presente, mi rivolgerei al futuro prossimo. Credo sarà inevitabile per il mondo dell’arte confrontarsi con le tecnologie e questo sovvertirà il gusto del nostro tempo e il mercato dell’arte. Le tecnologie sono già presenti da tempo nelle opere di molti artisti ma c’è stata sempre una certa resistenza da parte del sistema ad accogliere i lavori che non fossero “fatti a mano” e che non fossero pezzi unici cioè non riproducibili. Anche se in questo Andy Warhol ci ha dimostrato che la serialità non è necessariamente un limite. Ma la società si sta sviluppando intorno alle tecnologie digitali e soprattutto i giovani lo dimostrano. La pandemia poi, ha rappresentato in tal senso una straordinaria accelerazione. Credo, tuttavia, che la pittura, così come la scultura continueranno ad esistere, probabilmente ne usciranno valorizzate. Le tecno- logie e le arti tradizionali possono coesistere e in certi casi integrarsi».
Come vede il futuro dell’umanità e quan- to a suo avviso l’Arte, specialmente quel- la degli artisti più visionari e ispirati, è capace di anticipare e cogliere il mondo che verrà?
«“Lo scopriremo solo vivendo”. Spero che l’umanità riuscirà a darsi un futuro iniziando sin d’ora attraverso una maggiore coscienza ecologica. Gli artisti sicuramente sapranno interpretare e rendere più piacevole il difficile compito dello “stare al mondo”».
Oggi cos’è l’Arte. Si può immaginare un mondo senza?
«No. L’arte fa parte della nostra natura di esseri umani. L’arte di oggi non credo sia tanto diversa dall’arte di sempre. Cambiano gli strumenti, le tecniche, gli stili, i gusti, il modo di proporla. Ma in fondo i motivi e le emozioni che ci spingono a creare o quelli che ci arricchiscono nell’incontrarla sono sempre gli stessi».
Quale il rapporto che intercorre tra le arti tradizionali e la new media art. Come si configura questo rapporto nel suo lavoro?
«Personalmente le utilizzo entrambe. Anzi mi piace molto la relazione che si crea tra l’immagine impalpabile del virtuale e quella concreta e densa della materia. Il mio rapporto è ottimo! Lo dimostrano i miei screen painting che coniugano la pittura su schermo TV alle immagini digitali in 3D con un effetto di immediato impatto visivo. Creare il primo screen painting è stato come abbattere un tabù. Intervenire con un pennello intinto nel colore direttamente sulla pelle dello schermo in modo da far dialogare l’immagine virtuale con quella pittorica, è stata una bella emozione. Oppure le wunderkammer che affiancano immagini digitali dalle forme nanotecnologiche con le sculture dalle stesse forme realizzate con argilla cruda».
Quale la welthansauung, il terreno emotivo e culturale da cui nasce il suo lavoro?
«Sono un’artista visionaria che non ha mai rinunciato all’aspetto poetico ed emozionale dell’opera. Sono in molti a dirmi che le mie opere, nonostante le tecnologie, conservano un fascino arcaico. L’artista riesce ad umanizzare la tecnologia, a trasferire in essa un po’ della sua ani- ma».
Un sogno nel cassetto di Giuliana Cunéaz?
«Quello di vedere svettare le grandi torri monumentali di waterproof nel mare di Fukushima. Ho realizzato quel lavoro video appena prima che succedesse il disastro, in seguito a una vera e propria premonizione. La scena era ispirata a due antiche tavole giapponesi».
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Grandi Mostre: "Dante. La visione dell'arte"

Musei San Domenico di Forlì. Dall' 1 Aprile all'11 Luglio 2021.
di Marilena Spataro.
Dante. La visione dell’arte si annuncia uno degli eventi espositivi più importanti di questo 2021, anno delle celebrazioni per il 700esimo della morte di Dante Alighieri.
********: Salutation of Beatrice, 1880-1882. Found in the collection of the Toledo Museum of Art, Toledo, Ohio. Artist: Rossetti, Dante Gabriel (1828-1882) ******** ******** *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.mostre3

La mostra, che si terrà ai Musei San Domenico di Forlì, dall'1 Aprile all’11 Luglio, è organizzata in partnership dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, nell'ambito delle iniziative dantesche promosse dal Mibcact, e nasce da un'idea di Gianfranco Brunelli, direttore delle grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e di Eike Schmidt, direttore della Galleria degli Uffizi. L’esposizione, che vede come curatori Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca, coadiuvati da un prestigioso comitato scientifico, racconta a 360 gradi la figura del Sommo poeta presentandosi come un viaggio esclusivo nella storia dell’arte tra Medioevo ed età contemporanea, con circa trecento capolavori selezionati dal Duecento al Nove- cento. Si andrà, così, da Giotto, a Filippino Lippi, da Lorenzo Lotto a Michelangelo e Tintoretto, fino ad arrivare a Boccioni, Casorati e tanti altri maestri del secolo scorso. La scelta di Forlì come scenario dell’esposizione fa parte di una strategia volta a valorizzazione un luogo e un territorio che sono un ponte naturale tra Toscana ed Emilia-Romagna, ma anche, e soprattutto, perchè Forlì è città dantesca. Qui Dante trovò rifugio, lasciata Arezzo, nell’autunno del 1302, presso gli Ordelaffi, signori ghibellini della città. E qui fece ritorno, seppure occasionalmente, in seguito.
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La mostra indaga per la prima volta, nel periodo che va dal ‘200 al ‘900, l’intimo rapporto tra Dante e l’arte, che viene interamente analizzato e ricostruito, presentando gli artisti che si sono cimentati nella grande sfida di rendere in immagini la potenza visionaria di Dante, delle sue opere ed in particolare della Divina Commedia, o che hanno trattato tematiche simili a quelle dantesche, o ancora che hanno tratto da lui episodi o personaggi singoli, sganciandoli dall’intera vicenda e facendoli vivere di vita propria.
Sono circa cinquanta, tra dipinti, sculture e disegni, le opere che le Gallerie degli Uffizi, coorganizzatrici del grande evento espositivo, hanno messo a disposizione di “Dante. La visione dell’arte”. Tra queste, un corpus di disegni a tema di Michelangelo e di Zuccari. I celebri ritratti del Poeta di Andrea del Castagno e di Cristofano dell’Altissimo. E poi l’Ottocento con Nicola Monti, Pio Fedi, Giuseppe Sabatelli, Raffaello Sorbi e il capolavoro di Vogel von Volgestein, Episodi della Divina Commedia.
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Non solo gli Uffizi, però, hanno aperto i loro ‘scrigni danteschi’ per la mostra, prestiti arrivano dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Walker Art Gallery di Liverpool, dalla National Gallery di Sofia, dalla Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, dal Museum of Art di Toledo, Musée des Beaux-Art di Nancy, di Tours, di Anger; e poi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dalla Galleria Borghese, dai Musei Vaticani, dal Museo di Capodimonte e da innumerevoli musei italiani e stranieri.
Con questa esposizione il visitatore sarà magistralmente condotto alla scoperta della crescente leggenda di Dante attraverso i secoli. La prima fortuna critica del Poeta sarà mostrata attraverso le prime edizioni della Commedia e alcuni dei più importanti Codici miniati del XIV e XV secolo. Apposite sezioni saranno dedicate alla sua fama nella stagione rinascimentale, alla riscoperta neoclassica e preromantica del suo genio, alle interpretazioni romantiche e Novecentesche della sua opera ed eredità; capitoli a parte verranno dedicati all’ampia e fortunata ritrattistica dedicata all’Alighieri nella storia dell’arte, al tema del rapporto tra Dante e la cultura classica, alla figura di Beatrice, che il Poeta eleva ad emblema del rinnovamento dell’arte e delle sue stesse positive passioni.
Protagonisti della mostra saranno anche le molteplici raffigurazioni che alcuni tra i più grandi artisti hanno offerto nel corso della storia della narrazione dantesca del Giudizio universale, dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Il percorso si concluderà con capolavori ispirati, nella loro composizione, al XXXIII canto del Paradiso.
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Altro aspetto da sottolineare di questa ricca esposizione è che con essa, in un momento tanto difficile per l’ intera umanità come quello che stiamo vivendo, si desidera proporre un simbolo di riscatto e di rinascita, ciò non solo per il nostro Paese, ma per il mondo intero; un aspetto simbolico con cui valorizzare lo spirito di cultura e di civiltà, oltre che artistico, e che sono elementi fondanti della mostra stessa.
Sottolinea al riguardo il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt: “In questo periodo, è importante ritrovare in Dante non solo un simbolo di unità nazionale, ma anche un conforto spirituale e un riferimento culturale comune. La mostra sarà un’occasione per ripensare al padre della lingua italiana e offrirà materia per riflettere sull’importanza che l’opera dantesca – i suoi versi, i personaggi e gli eventi da lui narrati – riveste ancora nei nostri tempi”.
Per il direttore delle Grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, Gianfranco Brunelli é possibile affermare che “se c’è un’esposizione davvero completa e davvero nazionale, nell’anno centenario di Dante, quella forlivese si iscrive ad esserlo. Non solo la Commedia viene ricondotta lungo i rispecchiamenti che l’arte ne ha tratto, ma tutto Dante. Un viaggio dell’arte e un viaggio nell’arte che ci consente di rivedere Dante, il suo tempo e il nostro”. 
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Dante a Verona: 1321-2021

Appuntamenti con l’arte.

"Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il santo uccello;
ch'in te avrà sí benigno
riguardo
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che,
tra li altri, è più tardo."
Dante, Paradiso, XVII

Nel programma Dante a Verona 1321-2021 trova ampio spazio l’arte, con una nutrita serie di appuntamenti che celebrano la figura del Sommo Poeta e il suo rapporto con Verona, con proposte pensate per un pubblico ampio, di tutte le età. Cuore dei progetti di ambito artistico – che vedono coinvolti il Comune di Verona, i Musei Civici, l’Università di Verona e le altre istituzioni aderenti al Protocollo di intesa dantesco – è un’inedita mostra diffusa appositamente ideata per le celebrazioni del centenario del 2021. L’anno dantesco, infatti, prevede il duplice omaggio al Poeta, quale letterato e intellettuale di insuperabile fama attraverso il tempo, e alla città di Verona, che gli diede “lo primo tuo refugio e ’l primo ostello” (Paradiso, XVII, 70): il poeta vi giunse una prima volta tra il 1303 e il 1304, ospite di Bartolomeo della Scala e una seconda volta alla corte di Cangrande, in un periodo che è difficile determinare con sicurezza, ma compreso tra il 1312 e il 1320.
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Il legame con la città e con gli Scaligeri fu quindi forte e duraturo: e di questo è la città stessa di Verona che costituisce la prima e più importante testimonianza. È Verona infatti – nel suo tessuto urbano, nelle sue emergenze architettoniche civili e religiose, nelle sue preziose testimonianze artistiche e documentarie, seppur stratificate nel corso dei secoli – che parla ancora dell’epoca di Dante, consentendo di percorrere le stesse strade, entrare nei palazzi e nelle chiese, vedere le immagini dipinte e scolpite che, oltre settecento anni fa, il Poeta esiliato ammirò nel corso del suo soggiorno, durante il quale prese forma e fu scritta una buona parte della Commedia. La città, quindi, non solo fa da sfondo alla vicenda dantesca, ma ne diventa essa stessa protagonista: proprio per cogliere e valorizzare questa specificità, che distingue e caratterizza Verona rispetto alle altre città dell’esilio, il progetto Dante a Verona 1231-2021 si costituisce come mostra diffusa, scegliendo di puntare sulla riscoperta dei luoghi della presenza e della tradizione dantesca, mediante la predisposizione di un itinerario cittadino.
Il percorso e le tappe della mostra diffusa sono contenuti in un’agile mappa cartacea, distribuita gratuitamente alla cittadinanza, preziosa guida che conduce i visitatori attraverso una trama di itinerari alla scoperta dei luoghi direttamente legati alla presenza del Poeta in città; a quella dei suoi figli e degli eredi, che ancora oggi risiedono a Gargagnago in Valpolicella; alla tradizione dantesca, che nei secoli continuò ad alimentarsi e a crescere, fino a diventare, nell’Ottocento, un imprescindibile punto di riferimento per l’identità civica e nazionale. Sono parte dell'itinerario i principali monumenti civili e religiosi di Verona e alcune emergenze del territorio, che il visitatore è invitato a rileggere alla luce dello “sguardo di Dante”, al fine di cogliere, nella piacevolezza di una passeggiata, quanto della città al tempo del Poeta rimanga ancora oggi e quanto sia stato invece radicalmente trasformato e modificato nel corso dei secoli. Ogni luogo dantesco della mappa verrà segnalato in situ con un apposito totem; qui, tramite un semplice tocco sul proprio cellulare tramite QRcode, il visitatore potrà comodamente accedere a un’espansione digitale dei contenuti della mappa, a ulteriore approfondimento del proprio itinerario in compagnia del Poeta. La mostra diffusa trova un’articolata selezione di sviluppi tematici a carattere storico-artistico nelle esposizioni in programma alla Galleria di Arte Moderna “Achille Forti” di Palazzo della Ragione e al Museo di Castelvecchio. Il disegno botticelliano, Dante e Beatrice. Paradiso II (Kupferstichkabinett, Berlino) - opera in mostra alla Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” - è stato scelto come immagine coordinata della mostra diffusa, infatti, sviluppando graficamente il tema dell’itinerario dantesco nel Paradiso lo traduce nel cammino del Poeta, guidato da Beatrice, lungo le strade di Verona, alla scoperta dei luoghi legati alla sua memoria. Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur
Museo di Castelvecchio, Sala Boggian, 8 marzo - 3 ottobre 2021. Mostra a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni. La prima mostra in programma costituisce un tributo alla Commedia attraverso la lente privilegiata di un libro d’artista contemporaneo. Sala Boggian al Museo di Castelvecchio ospita quarantuno acqueforti e acquetinte che l’artista americano Michael Mazur (1935-2009) produsse ispirandosi alla prima cantica della Divina Commedia per comporre il libro d’artista Michael Mazur. Etchings. L’Inferno. Dante, stampato in tiratura limitata di 50 copie in collaborazione con il maestro tipografo Robert Townsend. L’opera grafica è accompagnata dai corrispettivi brani del testo originale di Dante Alighieri con, a fronte, la fortunata traduzione in inglese dell’Inferno realizzata dal poeta Robert Pinsky. L’esemplare del portfolio contrassegnato come “Artist’s proof set for Castelvecchio” - in esposizione - è stato infatti donato dall’autore al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo, a seguito di una prima mostra tenutasi nell’anno 2000, sempre in sala Boggian. Fu lo stesso Mazur a dichiarare, in una lettera custodita nell’archivio del Museo, che tale esposizione rappresentava per lui “un sogno che veniva a compimento”, evidentemente consapevole della centralità di Verona nell’immaginario legato a Dante. All’interno delle splendide teche disegnate da Carlo Scarpa (1906-1978), il pubblico può ammirare l’interpretazione decisamente originale e intimamente sentita del viaggio di Dante, frutto della lunga meditazione di Mazur sui significati del poema e sul rapporto tra testo e immagine. Alle possibilità espressive delle tecniche utilizzate è affidata una vera e propria “traduzione visiva” del testo, in parallelo a quella letteraria. Dall’archivio che le custodisce, le acqueforti e acquetinte contenute nel libro d’artista sono esposte per testimoniare il confronto tra un interprete contemporaneo e l’immaginario medievale, tra segno grafico e linguaggio poetico. Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”, 7 maggio-3 ottobre 2021. Mostra a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli.
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Realizzata con il patrocinio e il contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, la mostra costituisce un omaggio all’esilio veronese di Dante e al legame tra Verona e il Poeta che, nel corso dei secoli, continuò ad alimentarsi dando origine a una ricca produzione artistica. Il progetto espositivo prevede una selezione di oltre 100 opere tra dipinti, sculture, opere su carta, tessuti e testimonianze materiali dell’epoca scaligera, codici manoscritti, incunaboli e volumi a stampa in originale e in formato digitale provenienti dalle collezioni civiche, dalle biblioteche cittadine, da biblioteche e musei italiani ed esteri. La mostra copre un arco cronologico compreso tra Trecento e Ottocento e si articola in 6 sezioni, che sviluppano due nuclei tematici principali. Il primo intende ricostruire il rapporto tra Dante, Verona e il territorio veneto nel primo Trecento. La rievocazione del leggendario, presunto incontro tra Giotto e Dante a Padova consente di ripercorrere la cultura artistica scaligera nel grande snodo della rivoluzione giottesca (sezione 1); il profondo vincolo che unì Dante e Cangrande della Scala si concentra su testimonianze legate alla figura dello Scaligero, allargandosi a cogliere il contesto storico-culturale in cui il Poeta visse negli anni dell’esilio e della creazione del suo Poema (sezione 2). Una pregevole selezione di testi decorati della Commedia, manoscritti e a stampa, traghetta i visitatori dall’epoca di Dante alla fine del Settecento, attestando la costante e qualificata attenzione che in particolare Verona e il Veneto rivolsero al Poeta e alla sua Opera (sezione 3). Il secondo nucleo tematico si concentra sul revival ottocentesco di un medioevo ideale tra Verona e il Veneto, destinato in particolare a mutare il volto e la percezione della città scaligera fino ad oggi. Protagonista di tale revival fu l’esaltante riscoperta del mito di Dante nella stagione del Romanticismo, incarnazione sia dei nascenti ideali risorgimentali sia del tormento creativo dell’intellettuale esiliato. Per illustrare questo snodo, la mostra si sofferma sulla fortuna iconografica del poeta esiliato cantore della Commedia (sezione 4) e su quella dei suoi personaggi, a partire da Beatrice e Gaddo. Una particolare attenzione viene riservata alle immagini femminili e alle tragiche vicende, legate al tema dell’amore e degli amanti sfortunati, di Pia de’ Tolomei e Paolo e Francesca (sezione 5), che testimoniano anche una fitta circolazione di opere e temi iconografici, con particolare attenzione all’ambito veneto e lombardo.
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Ciò consente di introdurre il mito di Giulietta e Romeo(sezione 6), cantata da Luigi da Porto nel Cinquecento, resa celebre da William Shakespeare e fondamentale per cogliere il costituirsi dell’identità della Verona ottocentesca, che si nutrì in parallelo della presenza storicamente fondata di Dante alla corte di Cangrande e di quella immaginaria dei due sfortunati amanti, creati nella cornice di un Trecento cortese. Alla duplice presenza di un medioevo ideale dantesco e shakespeariano, nutrito dalla memoria reale del medioevo scaligero, si legano ancor oggi la fisionomia urbana e culturale di Verona: in tal modo, la mostra si lega intimamente al percorso di visita nella “mostra diffusa” che è la città stessa, nei monumenti e nelle testimonianze urbanistiche e architettoniche legate alla memoria di Dante e di Romeo e Giulietta. Le sezioni della mostra.
Sezione 1 – Dante e Giotto. La mostra offre una raffinata e rappresentativa selezione di manoscritti, pitture e sculture che documentano la grande stagione del primo Trecento veronese, che si confrontò precocemente e in modo originale con il nuovo, rivoluzionario paradigma giottesco. Sono presenti alcuni preziosi codici che nelle loro miniature testimoniano del passaggio, proprio negli anni danteschi, dalla cultura duecentesca alle novità giottesche: la Leggenda dei Santi Giorgio e Margherita (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 1835), l’Historia imperialis di Giovanni Mansionario (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. CCIV), gli Statuti del Comune di Verona (Verona, Biblioteca Civica, Ms. 3036), le Costituzioni del Capitolo Canonicale (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCLXV). A testimonianza della prima stagione giottesca, sono presenti due opere del cosiddetto maestro del Coro degli Scrovegni, pittore della più stretta cerchia del maestro fiorentino: la lunetta della tomba di Giuseppe della Scala, dall’abazia di San Zeno, raffigurante la Madonna con Bambino tra i santi Benedetto e Zeno e i frammenti della Crocifissione (Padova, Veneranda Arca di Sant’Antonio), cui si aggiunge lo Sposalizio mistico di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del Redentore, il pittore di più stretto seguito giottesco a Verona (Museo di Castelvecchio). In mostra saranno anche due pregevoli opere di scultura, la Madonna con Bambino del cosiddetto Maestro di Santa Anastasia (Museo di Castelvecchio) e una Madonna con Bambino dello stesso scultore del noto San Zen che ride (Barbarano Vicentino, parrocchiale). Sezione 2 – Dante e Cangrande. Il racconto dell’accoglienza veronese all’esule Dante è evocato da una presenza quasi ‘fisica’ di Cangrande, raccontata attraverso le stoffe del suo corredo funerario, la spada, il calco del gisant del suo sepolcro monumentale presso le Arche Scaligere e una selezione di incisioni e pitture che, tra Settecento e primo Novecento, attestano la secolare fortuna iconografica dell’“amicizia” tra lo Scaligero e il Poeta. Tra le opere della sezione, si segnalano l’incisione con Cangrande accoglie Dante Alighieri in esilio di Carlo Canella (Museo di Castelvecchio) e la tela Dante legge la Divina Commedia alla corte degli Scaligeri di Luigi Melche (Padova, Musei degli Eremitani). Sezione 3 – La Commedia tra Tre e Settecento: immagine e fortuna in ambito veneto. Una rappresentativa selezione di preziosi codici miniati, in originale e in formato digitale, illustra la fortuna della Commedia in ambito veneto tra il XIV e l’inizio del XV secolo: la Commedia Egerton (Londra, British Library, Ms. 934, in digitale), la Commedia della Biblioteca Comunale di Treviso (Ms. 337, in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (Ms. It. IX, 276 (=6902), in originale e digitale); la Commedia della Biblioteca Civica di Verona del 1409 (Ms. 2896, in originale); la Commedia del 1431 della Biblioteca del Seminario di Verona (Ms. 334, in originale), riscoperta in occasione della presente mostra e finora sconosciuta alla critica storico-artistica. Segue una selezioni di incunaboli e cinquecentine riccamente illustrate, che introducono alle prime versioni a stampa della Commedia, mentre, per il Settecento, una Commedia trascritta a mano dai veronesi Giuseppe Torelli e Gian Giacomo Dionisi attesta la precoce attenzione filologica dedicata dalla città scaligera al Poeta (Verona, Biblioteca Capitolare, Ms. DCCCXIII, originale). Sezione 4 – Il mito di Dante e della Commedia dell’Ottocento. La figura di Dante, exul immeritus e padre del risorgimento italiano, è documentata attraverso una selezione di dipinti, incisioni, monete, busti e bozzetti di sculture. Tra le opere di pittura, si segnalano: Ecco colui che andò all’Inferno e ritornò, di Francesco Saverio Altamura (Pescara, collezione privata) e Dante di fronte alla chiesa di Sant’Anastasia di Verona di Giuseppe Pianeta (Firenze, GAM); tra le sculture, il bozzetto della statua di Dante di Ugo Zannoni (Verona, Società Letteraria) e il busto di Dante di Luigi Ferrari (Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana).
Una gustosa e rappresentativa selezione di miniature in stile neomedievale del veronese Pietro Nanin, conservate presso i Musei Civici di Verona, introduce alla fortuna veronese di alcuni episodi dell’Inferno. Ancora sul tema dell’Inferno, viene presentata per la prima volta una serie inedita di acquerelli di Viscardo Carton (Milano, collezione privata).
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Sezione 5 – Beatrice, Pia de’ Tolomei, Gaddo, Paolo e Francesca: immagine e fortuna dei personaggi danteschi. La straordinaria presenza di tre disegni botticelliani della Commedia (Paradiso, II, IV, XVII; Berlino, Kupferstichkabinet) introduce ed esalta la fortuna e la vitalità dell’immaginario dell’opera del Poeta tra Cinque e Ottocento, che viene documentata in mostra da una pregevole sezione di opere che approfondiscono, in particolare, le figure di Pia de’ Tolomei, Gaddo, Ugolino, Paolo e Francesca. Tra le sculture saranno esposte Beatrice, un ine- dito gesso di Ugo Zannoni, Gaddo e Il conte Ugolino e i figli, capolavori di Torquato della Torre (Verona, GAM). Tra le pitture, Pia de’ Tolomei condotta in Maremma di Pompeo Molmenti e Pia de’ Tolomei di Lorenzo Rizzi (Verona, GAM), Il bacio di Paolo e Francesca di Giuseppe Luigi Poli (Bergamo, Accademia Carrara), Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto (Savona, Pinacoteca Civica) e Paolo e Francesca nel vortice infernale (Savona, Pinacoteca Civica), entrambi di Giuseppe Fraschieri, Paolo e Francesca di Gaetano Previati (Bergamo, Accademia Carrara).
Sezione 6 – Shakespeare e il mito di Romeo e Giulietta a Verona e in Italia. Una selezione di opere a stampa, incisioni e dipinti presenta la fortuna della novella di Romeo e Giulietta, ambientata a Verona da Luigi da Porto a partire dal passo dantesco di Purgatorio, VI, 106 (“vieni a veder Montecchi e Cappelletti”), e resa celebre da Shakespeare in tutto il mondo. Le cinquecentine della Historia di Da Porto e della Historia di Verona di Girolamo dalla Corte, prime fonti della novella, sono accompagnate dalle incantevoli miniature di Gian Battista Gigola, eseguite all’inizio del XIX secolo per Gian Giacomo Trivulzio e il nipote Giuseppe Poldi Pezzoli (Milano, Biblioteca Trivulziana, Rari Triv. G 20, Rari Triv. E 22, in originale e digitale), cui si affiancano una selezione di stampe e di dipinti che sintetizzano la grande fortuna iconografica di Romeo e Giulietta: Giulietta nel prendere il sonnifero di Domenico Scattola (Fondazione Cariverona); due raffinati dipinti di Pietro Roi, Giulietta (Verona, Casa di Giulietta) e Giulietta e Romeo (Vicenza, Musei Civici); i Funerali di Giulietta di Scipione Vannutelli (Roma, GAM); una visita alla tomba di Giulietta di Tranquillo Cremona (Milano, GAM).

La mano che crea. La galleria pubblica di Ugo Zannoni
Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti”, in corso - fino al 5 ottobre 2021.
Mostra a cura di Francesca Rossi.
Già in corso, la mostra si lega intimamente al percorso della mostra diffusa, con particolare riferimento alla statua di Dante in Piazza dei Signori, eseguita nel 1865 da Ugo Zannoni (1836-1919) e restaurata in occasione dell’anno dantesco.
Scultore, collezionista e mecenate, Zannoni fu uno dei maggiori scultori dell’Ottocento veronese, che visse una lunga carriera all’insegna di relazioni artistiche tra Verona, Milano e Venezia, animata dall’impegno civile a favore della cultura e dei musei cittadini. Tra il 1905 e il 1918, Zannoni donò ai musei civici veronesi la sua cospicua collezione di opere d’arte, che contava circa 200 opere, contribuendo così a gettare le basi per la costituzione di una Galleria d’Arte Moderna a Verona.
La fama dell’artista è legata soprattutto alla realizzazione di un monumento simbolo, la celebre statua di Dante Alighieri, che, nel centro di piazza dei Signori, rivolge lo sguardo ai palazzi Scaligeri deve il Poeta, fu accolto nel corso del suo esilio. Zannoni eseguì quest’opera nel 1865: non ancora trentenne, si aggiudicò la vittoria di un importante concorso promosso per la ricorrenza del VI centenario della nascita del Poeta.
Dante a Verona 1321-2021. Il mito della città tra presenza dantesca e tradizione shakespeariana.
catalogo della mostra diffusa, a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli.
Con una nuova formula editoriale, il catalogo scientifico accoglie interventi relativi a tutta la mostra diffusa, comprensiva di contributi di ricerca relativi alle mostre Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona presso la Galleria d’Arte Moderna “Achille Forti” e Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur presso il Museo di Castelvecchio, e di schede di approfondimento sui luoghi danteschi presentati nella mappa.
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Collezione Politeo

La mostra “Color is Joy”
14 gennaio – 7 febbraio 2021.
di Svjetlana Lipanović.
A Zagabria nella città capitale della Croazia è stata allestita la prima mostra dell’anno in corso intitolata “Color is Joy” (“Il colore è gioia”) presso lo Studio della Galleria Moderna – “Josip Račić” (Moderna galerija - Studio “Josip Račić”), nella quale sono state presentate al pubblico varie opere dell’arte contemporanea provenienti dalla grande Collezione Politeo. A causa della situazione epidemiologica causata dalla pandemia non si è tenuto un vernissage, ma in seguito all’inaugurazione, i visitatori hanno potuto ammirare le magnifiche creazioni degli artisti croati e di varie nazionalità dal 14 gennaio al 7 febbraio 2021. Il titolo dell’esposizione annuncia una vera esplosione di colori, delle forme inusuali e sorprendenti che creano una atmosfera allegra e nello stesso tempo raffinata. Le ampie sale dello Studio sito nel centro della città nel palazzo Vranyczany del XIX sec., sono una perfetta cornice alle opere di: Yakov Agam, Arman, Philippe Berry, Corneille Beverlo, Boris Bućan, Christo, Salvador Dalì, Gudmundur Errò, Jean-Michele Folon, Gilberto George, Keith Haring, Shen Jindong, Peter Klasen, Manabu Kochi, Jannis Kounellis, Kriki, Fernard Léger, Helge Leiberg, Karl Erik Landstrom, Andras Markos, Patrick Moya, Mimmo Palladino, Michelangelo Pistoletto, Bernard Rancillac, Fukao Rikizo, James Rosenquist, Daisuke Samejima, Roger Selden, Antonio Segni, Jesus Rafael Soto, Haruhiko Sunagawa, Richard Texier, Victor Vasarely, Zlatan Vrkljan, Andy Warhol.
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La Collezione Politeo comprende oltre 400 opere tra quadri, grafiche, oggetti che il proprietario Toni Politeo ha raccolto con passione durante gli anni in cui ha lavorato a stretto contatto con gli artisti in patria e nel mondo. Seguendo solo il suo istinto infallibile, da vero creativo e intenditore d’arte, è riuscito a costruire un mondo fantastico che ora ha offerto - anche se parzialmente - all’ammirazione del pubblico zagabrese. La sua esistenza è stata sempre legata all’arte, cominciando dalla Scuola d’arte applicata a Zagabria, presso la quale si specializzò in grafica pubblicitaria, e proseguendo con l’Accademia Pedagogica d’arte, dove conseguì la laurea nel 1974. In seguito, è diventato membro dell’Associazione degli artisti croati d’arte applicata (ULUPUH). Gli anni a venire sarebbero stati stracolmi di esperienze straordinarie. Politeo si è dedicato al design grafico, il suo primo grande amore, creando i progetti di vario tipo per la ditta “Interpublic,” e presso la Galleria Forum ha organizzato un’asta delle opere artistiche che fu un prototipo per tutte le aste successive in Croazia.
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Nell’incantevole palazzo rinascimentale di Petar Hektorović, poeta croato, e ora di sua proprietà a Stari Grad (Città Vecchia) sull’isola di Hvar (Lesina), ha aperto nel 1978 la prima galleria privata nell’ex-Jugoslavia. Per gli anni a venire la Galleria ha ospitato diverse mostre per trasformarsi dal 1996 nella Collezione Politeo.
Un'altra tappa importante fu la mostra “Naiva Art” a Sarajevo durante “Le Olimpiadi invernali” nel 1984 quando selezionò le opere da esporre. La divertente mostra “Air Exhibition”, organizzata nel 2003 per ricordare il centenario del primo volo di fratelli Wright, fu allestita negli spazi dell’aeroporto di Zagabria e fu l’occasione per presentare 230 modellini di aeroplani dipinti con le fantasie più svariate dagli artisti. La sua incessante attività si è estesa alle mostre nel mondo; ha partecipato da gallerista a: Art expo, New York, 1981, Westfalenhalle, Dortmund, 1984, SAGA 89, Grand Palais, Parigi, The 1st TIAS Tokyo International Art Show, Tokyo, 1991, ARS-ANTIQUITAS-FLORA, Lubiana in Slovenia, 1991, ARCO, Madrid, 1993, Okinawa, Prefectural Museum of Art, Giappone, 2008, Shenzen, Cina, 2018, ed altre…
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Attualmente si dedica alla creazione di una nuova mappa grafica in omaggio a Bertold Brecht, che è l’ultima della serie creata negli anni precedenti. L’interessante attività caratterizzata dalla produzione di varie mappe grafiche e nello stesso tempo bibliografiche comprende: “Omaggio a Petar Hektorović - 500 anni dalla nascita”, 1907, “Mare Nostrum - Zlatko Prica”, 1988, “Omaggio a Parigi”, 1989, “Boris Bućan – 30 manifesti più belli”, 1990, “ Il papa a Zagabria”, 1994 e 1998, “La porta d’oro di Spalato - Walter Valentini”, 1995, “1700 anni di Spalato”, 1995, “Jakov Bratanić – Le chiesette dell’isola di Hvar”, 1997, “Omaggio a Ferderico Garcia Lorca”, con la collaborazione di 50 artisti, 2004 ed altre. Tornando all’esposizione, è significativo riportare le parole del curatore della mostra Branko Franceschi che “la collezione perfettamente rispecchia il suo proprietario dato che è stata raccolta durante i viaggi e gli incontri con gli artisti, non seguendo le mode del momento e le valutazioni fissate dagli esperti ma solo una propria visione estetica - il risultato del percorso esistenziale nel variopinto mondo dell’arte contemporanea”. La capacità di riconoscere la bellezza e il valore nascosto nelle creazioni artistiche di Toni Politeo unita al senso pratico sono stati un binomio vincente per creare la sua collezione, un caleidoscopio sor- prendente che ci comunica gioia tramite i colori scintillanti e le forme di grande impatto visivo.
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"due minuti di arte"

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI 10 GRANDI ARTISTE.
di Marco Lovisco
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Perché ci sono così poche artiste donne nella storia dell’arte? È una domanda che, chi si avvicina al mondo dell’arte, spesso si pone. La risposta più scontata è: “Perché fino a un secolo fa non era pensabile che una donna potesse fare l’artista, sia perché non ne avrebbe avuto il tempo, sia perché quello dell’arte era un campo riservato agli uomini”. In realtà questa risposta è corretta ma non del tutto perché, a guardare bene, di ar- tiste donne ce ne sono state, solo che le conosciamo poco. Ed è un peccato, perché le loro storie sono affascinanti. Ognuna, a suo modo, ha dovuto affrontare una sfida e superare un ostacolo. Artemisia subì una violenza sessuale, Frida fu vittima di un terribile incidente, De Lempicka ha fatto i conti con la de- pressione. Eppure tutte sono riuscite a lasciare un segno nella storia dell’arte. Senza dimenticare tutte quelle donne, che non creano arte, ma sono fondamentali per divulgarla e farla crescere, soprattutto oggi: collezioniste, curatrici di mostre, divulgatrici, giornaliste, scrittrici, ma sarebbe una lista sempre incompleta. Nella mia selezionate mi sono limitato a raccontare la storia di 10 artiste, dal XVII secolo ad oggi, consapevole che ci sono tante altre da raccontare. Ve lo racconto in due minuti (di arte):
1. Artemisia Gentileschi (1593 – 1653) Figlia d’arte, Artemisia è stata tra gli artisti che meglio hanno saputo acquisire la lezione di Caravaggio, realizzando opere cariche di pathos, capaci di emozionare e coinvolgere lo spettatore. Uno dei suoi dipinti più celebri, Susanna e i vecchioni, ritrae una giovane donna insidiata da due uomini molto più vecchi di lei. È un’opera che assume un significato particolare, se letta facendo rife- rimento alla biografia dell’artista. Artemisia infatti in giovane età fu vittima di violenza sessuale. In un’epoca in cui queste vicende si preferiva tacerle, lei volle denunciare il suo aggressore, affrontando un processo umiliante che le diede ragione ma la vide sconfitta, costringendola a lasciare la città di Roma. Su di lei hanno fatto un bel film-documentario: “Artemisia – Passione estrema”.
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2. Fede Galizia (1568 – 1630)
Contemporanea di Artemisia Gentileschi, Fede Galizia è stata una pittrice barocca che ha operato soprattutto a Mi- lano. È famosa per le sue nature morte, in cui emerge una spiccata attenzione al realismo e alla cura dei dettagli. Quest’ultima è resa evidente soprattutto nei suoi ritratti in cui colpisce la resa minuziosa degli abiti dei soggetti, o piccoli particolari come il riflesso delle finestre sulle lenti degli occhiali dello storico Paolo Morigia, in un dipinto oggi conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Fede Galizia morì nel 1630, nell’e- pidemia di peste raccontata dal Manzoni nei suoi Promessi Sposi.
3. Élisabeth Vigée Le Brun (1755 – 1842) Ambiziosa, testarda, bella. Tanto che a corte si malignava che non fosse lei a realizzare le sue opere ma un uomo, e che lei si limitasse a firmarle. Perché non ritenevano possibile che un tale talento potesse convivere con la sua delicata bellezza. Quel che sappiamo oggi è che Élisabeth Vigée Le Brun è stata una delle più grandi ritrattiste del XVIII secolo, ed una delle poche donne ad essere ammessa all’Accademia Reale di pittura e scultura. Fu la pittrice preferita dalla regina Maria Antonietta, che la portò a frequentare gli ambienti della corte. Anche lì la vita non fu facile. All’inizio la accusarono, senza alcun fondamento, di condurre una vita dissoluta, tra orge e relazioni adulterine poi, con lo scoppio della rivoluzione, le cose peggiorarono e lei fu costretta a fuggire in Italia e poi in Inghilterra, Austria e Russia. Quando fece ritorno in Francia nel 1802 trovò una società profondamente mutata, che non le riconosceva il ruolo di un tempo. In- teressanti le sue parole sull’Ancient Régime: “Allora regnavano le donne. La rivoluzione le ha detronizzate”.
4. Berthe Morisot (1841 – 1895) Sono stato indeciso fino all’ultimo se parlare di Berthe Morisot o Mary Cassatt, entrambe grandi artiste impressioniste. Alla fine ho optato per la prima, per la delicatezza del tratto che rende le sue opere fuggevoli come sogni. Probabilmente l’avrete vista ritratta tante opere di Édouard Manet, suo collega, amico nonché fratello di suo marito Eugène Manet. Pittrice dal talento naturale, non poté frequentare l’Accademia in quanto donna. Ciò nonostante, continuò a coltivare la sua passione, sotto la guida di artisti come Joseph Guichard tanto da riuscire, al suo primo tentativo, a far accettare le sue opere al Salon del 1864. Nonostante questo successo, decise di discostarsi dalla pittura “ufficiale” per eseguire i suoi amici impressionisti, partecipando a ben sette mostre delle otto che organizzarono. Punto di riferimento per il gruppo, la sua casa era luogo di incontro di pittori e scrittori. Una polmonite se la portò via a soli 54 anni. Sulla lapide scrissero “Berthe Morisot, vedova di Eugène Manet”. Probabilmente non erano ancora pronti a riconoscere ad una donna il ruolo di artista, oltre che di moglie.
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5. Natal’ja Sergeevna Gončarova (1881 – 1962)
Dalla Francia ci spostiamo in Russia, per raccontare la storia di questa pittrice, fondatrice con il consorte Mikhail Larionov del Raggismo, movimento d’avanguardia ispirato al futurismo. Pittrice, scenografa, intellettuale: la Gončarova è stata un’artista curiosa ed eclettica. Ha cominciato da giovane come scultrice, per poi passare alla pittura, più coerente col suo modo di trasmettere i sentimenti evocati dalla natura. Si è lasciata ispirare da correnti artistiche molto diverse tra loro, espressionismo, fauvismo, cubismo, futurismo, a cui lei riusciva a dare un tocco personale, legato all’immaginario della tradizione russa. Poi si innamorò della danza, e disegnò i costumi e le coreografie per i Balletti Russi. Che dire? Un’artista a tuttotondo, orgogliosamente legata alle proprie radici.
6. Georgia O’Keefe (1887 – 1986) Se dovessi pensare agli artisti che meglio di tutti sono riusciti a ritrarre la bellezza dei fiori, con uno stile assolutamente personale, allora non posso che pensare a Claude Monet e a Georgia O’Keefe. Icona dell’arte americana del Novecento, que- st’artista è celebre per i suoi dipinti che ritraggono a distanza ravvicinata degli splendidi fiori, per enfatizzarne forma e colore. Attualmente è suo il dipinto più quotato, realizzato da un’artista donna. Si tratta di “Jimson Weed/White Flower No 1” (1936) venduto nel 1914 per la cifra di 39,5 milioni di dollari.
7. Peggy Guggenheim (1898 – 1979) All’inizio in questo articolo dovevo parlare esclusivamente di artiste donna, ma per la Guggenheim sono stato costretto a fare un’eccezione. Pur non realizzando opere d’arte, Peggy Guggenheim è stata una delle figure più influenti dell’arte mondiale del Novecento. Senza di lei probabilmente, molte Avanguardie sarebbero morte prima ancora di nascere. Kandinskij, Picasso, Ernst, Braque, Boccioni, Brancusi, Duchamp, Dalì, Mondrian… sono solo alcuni degli artisti che ha scelto per le sue collezioni, come quella bellissima al Palazzo Venier dei Leoni di Venezia che vi consiglio di visitare.
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8. Frida Kahlo (1907 – 1954)
Coraggiosa, orgogliosa, visionaria: non si può parlare di artiste donne senza citare la pittrice messicana Frida Kahlo. Famosa per i suoi autoritratti che sono un’emozionante testimonianza della sua storia, legata ad un tragico incidente stradale che la tenne a letto chiusa in una stanza per mesi durante i quali la giovane Frida dipinse ciò che conosceva meglio: sé stesso. Basterebbe questo per poter raccontare la sua vita come si fa con un romanzo, ma c’è molto di più. Dal matrimonio con il pittore Diego Rivera alla sua militanza nel partito comunista, dalla sua complicata vita sentimentale ai dipinti, definiti espressionisti o impressionisti, ma che in realtà non appartengono a nessuna corrente, perché non è facile definire con una sola parola un’artista come Frida Kahlo.
9. Tamara de Lempicka (1898 – 1980) Considerata una delle esponenti più iconiche dell’Art Deco, la pittrice polacca Tamara de Lempicka è la madre di donne bellissime, fredde, apparentemente irraggiungibili, perse in sguardi malinconici che sembrano guardare lontano. Donne che sembrano somigliare a lei. Affascinante, talentuosa, corteggiata dagli uomini più influenti d’Europa. Sembrava avesse tutto, eppure tutto era offuscato da un’acuta forma di depressione, che la spingeva a dipingere di notte, per combattere l’insonnia.
10. Marina Abramovic (1946) Una delle artiste più influenti dell’arte contemporanea, considerata la “nonna della performance art”, come si è lei stessa definita. Non è stata lei a inventare questo modo di fare arte sfruttando il corpo e lo spazio, ma di certo è quella che lo ha fatto nel modo più efficace, visto che le sue opere difficilmente sono passate inosservate. Attualmente è una delle artiste più influenti, capace di trasformare ogni mostra in evento, come è successo per la mostra di Palazzo Strozzi nel 2018.
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