Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Duo cromatico, un viaggio nel colore - Il cognac incontra l'arte

La S.V. è invitata alla mostra del 1° agosto dalle ore 18,00 per una degustazione di cognac con il “Cognac educator” Luca Di Francia.
Nella mostra DUO CROMATICO - UN VIAGGIO NEL COLORE gli artisti Barbara Monti e Francesco Ponzetti vedranno accostate alle loro opere alcuni cognac.
Gli “artisti” e il “Cognac educator” saranno a disposizione dei presenti per una degustazione in cui il cognac incontra il mondo dell'arte contemporanea in un evento imperdibile all’insegna del buon gusto e della particolartità del nobile distillato.

Luca di Francia, nato a Napoli nel 1973 e da subito ha iniziato a lavorare come barman internazionale con un'esperienza trentennale in grandi hotels. Attualmente lavora come Head Barman all'Orum bar, storico e conosciuto all'interno dell'Hotel Westin Excelsior di Roma, un'esperienza lavorativa che ha cominciato nel lontano 1997. La sua esperienza alberghiera è cominciata nel 1988, svolgendo le più svariate mansioni che gli hanno permesso di acquisire esperienze nel settore turistico alberghiero. Da allora la sua vita professionale è stata un continuo arricchimento e crescita, ha sempre svolto (e continua a farlo) diversi corsi di formazione sia in Italia che all'estero, che spaziano dalle arti galeniche ed erboristiche a tutto ciò che riguarda il mondo della miscelazione e del bartending. Nel 2013 ha acquisito la qualifica di Sommelier professionista presso AIS (Associazione Italiana Sommelier) e la sua passione legata al mondo del bartending gli ha permesso di essere autore ed editore di alcuni testi come per il libro "Io e il bar" o della stesura di altri due volumi di settore (manuale dell'Aibes e il libro dei Freni e Frizioni sponsorizzato dalla Bacardi Martini). È formatore Aibes, ricercatore e conoscitore dei distillati di origine vinicola su cui tiene seminari e master class in Italia. Docente presso l'istituto di formazione professionale Ciofs fp Lazio, scrive per alcune riviste di settore. Attento osservatore ed ottimo ascoltatore, è affascinato dall'eleganza ed attratto dal bello, tra le sue passioni legate a questo meraviglioso mondo del bar c'è l'essere un collezionista di shaker antichi e ricercatore instancabile della liquid history.

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Barbara Monti
, nata a Roma il 27 novembre 1974, ha intrapreso la strada dell’arte da autodidatta grazie all’influenza dei suoi genitori che fin da piccola l’hanno coinvolta con i loro dipinti ad olio. Da sempre attratta dai viaggi, intraprende lo studio del cinese all’università la Sapienza, frequenta dei corsi alle Università di Shanghai e Pechino e infine si laurea in lingue orientali.
La sua arte non è rinchiusa in canoni predefiniti ma lascia abilmente volare l’immaginazione. Non è il soggetto esterno la fonte di ispirazione bensì il suo mondo interiore, le sue emozioni e sensazioni, i suoi ricordi che riporta sulla tela tramite l’energia del colore e l’espressione gestuale. Solo in quel momento magico e unico i colori possono fluire liberamente dalla propria anima assumendo un ruolo che supera la formalità figurativa producendo una sensazione esplosiva. Il suo lavoro nasce da un processo inconscio e intuitivo ed è espressione della sua anima e delle sue esperienze. L’artista riesce a percepire in modo profondo e personale gli elementi che tutti noi vediamo ogni giorno e a restituirli sulla tela trasformati in sensibilità artistica. Mentre dipinge viene trasportata in una dimensione in cui materia e colore sono le uniche verità del mondo.
Nel corso della sua carriera ha esposto in centri d’arte importanti della capitale e all’estero ottenendo ottimi riconoscimenti.
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Ad una persona sconosciuta, di una terra persa da tempo – Perché sicuramente quello che è scritto qui è successo prima. Dipende solo da noi se questo sarà una riflessione o una profezia», si legge all’inizio del libro “The incredibile Tide” di Alexander Key, il romanzo che ispirò Hayao Miyazaki per il suo Mirai Shonen Conan, conosciuto in Italia come il ragazzo del futuro, un anime trasmesso negli anni Settanta.
Sono parole che si ascrivono appieno all’arte di Francesco Ponzetti che si eleva con ideazioni immaginifiche dal magma del vissuto e dalla marea impetuosa che solca di emozioni il nostro vivere. Nelle sue opere vi è inscritta, con arte sublime di gesto e sabbia, l’impronta tridimensionale e coloristica del prima, ma anche del non ancora, riflessione e quindi profezia. Luoghi chimerici ed onirici racchiudono il segreto surrealistico del magico, che si svela nel dipanarsi dell’esistente intessendosi di tasselli del divenire. Un viaggio ermeneutico, percorso dialogico continuo tra l’artista che crea ed il riguardante.
Navi volanti, sostenute dalla lievità della mongolfiera, vagano tra le pieghe del tempo abitate da architetture impossibili, fluttuano nella materia coloristica, pesanti eppure così lievi.
Paola Simona Tesio
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Mostra Personale - Giusy Dibilio

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Dal 25 al 31 luglio presso la Galleria Ess&rrE al Porto Turistico di Roma, è disponibile la Mostra personale di Giusy Dibilio.

È nata ad Enna nel 1948, dove inizia la sua carriera pittorica. Trasferitasi a Roma, ha proseguito il proprio percorso artistico con entusiasmo, esprimendo in questa città il meglio della sua produzione. Dal 1978 ad oggi ha allestito numerose mostre personali ed ha partecipato a rassegne nazionali ed internazionali. Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche in Italia ed all’estero.
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Mostre e Ras
segne d’Arte:
2016 Palazzo dell’arte moderna (RM) “Luce piena” - “Dalla figurazione all’astrazione” 1997 - A. Irpino (AV) “Luce luogo della rivelazione” 1997 - Gall. Studio Logos (RM) “Genius Loci” 1996 - Gilda (RM) “Momenti di musica” 1996 - Forte Sangallo (Nettuno) Combattere per amore 2017 - Artisti di Roma - Sala del Bramante 2017 - Galleria Ess&rrE - Porto turistico di Roma 2018 - Galleria Ess&rrE - Porto turistico di Roma 2019 “Emotion and sensitivity” (quadripersonale).
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Critica:
Caleidoscopio di temperie atmosferiche, che trascolorano nella gamma indefinita delle sfumatue emotive, dal tremulo chiarore aurorale che spande di soffusa malinconia l’attesa languida dell’incipiente giorno, alle voragini di abissi abbaglianti come bocche vulcaniche, che esplodono scarlatte a percuotere l’aspra zolla terrestre, al teatro ancestrale di fulminee accensioni algide che perforano la tenebra fissa di un planetario minimo, la pittura di Giusy Dibilio è tutta una celebrazione luminosa della spinta generativa del sole sulla radura boschiva di una vegetazione arcaica, rivestita dalla dorata sacralità di archetipo vitalistico, bolla fumigante di raggio incandescente che barbaglia nell’oscurità disaminata, urto di calore solido che deforma il solco lineare dell’orizzonte in curvatura ellittica, cliclica dinamica armonica di fertile onda energetica, declinata nelle sottili vibrazioni tonali del sipario percettivo in cui si dispiega l’incantamento della giostra fenomenica delle rivoluzioni celesti...
Maria Claudia Simotti

DEEP INFORMAL

Elio Atte, nato a Milano il 2 Febbraio 1954, fin dall’infanzia è stato attratto dalle matite ed i pennelli, affascinato dal Blu intenso con i riflessi violetti dell’inchiostro sia quello delle penne stilografiche che quello dei calamai dove si immergeva il pennino, parliamo di molto tempo fa, è da allora che ha scoperto questa sua grande passione. Autodidatta sia nella Pittura che nella Poesia, tranne qualche piccolo percorso pittorico avuto durante il periodo delle scuole elementari a Salerno, mentre durante il periodo delle scuole medie ha avuto la fortuna a Livorno di seguire la guida di un pittore locale il quale gli ha dato le basi dell’arte pittorica. Giunto a Roma nel 1967 ha proseguito la sua esperienza artistica da autodidatta sperimentando la china, le tempere, l’olio, l’acrilico ed i pastelli. Tra il 1969/70 ha realizzato un Poster su autorizzazione della FAO per conto di un’Agenzia libraria sulla Fame nel Mondo. Tra il 1974/75 durante il servizio militare ha realizzato la campagna per il Risparmio Energetico attraverso immagini pittoriche realizzate in acrilico.
Nei quattro anni successivi si è dedicato a 360 gradi all’arte della fotografia per tornare subito dopo a quella pittorica.
Ha partecipato a diverse mostre estemporanee a Roma, a Tarquinia, a Grottaferrata ecc..
Ha esposto tra le vie di Roma tra cui Viale Europa, Galleria Colonna, via degli Astri, Colli Portuensi ecc....
Ha inoltre partecipato alle mostre organizzate da Openart, EA Art, MF Eventi, La Maison D’Art, 94Tele, Numan, Arte Borgo Gallery, Galleria Ess&rrE presso le seguenti località: Roma, Padova, Venezia, Palermo, San Benedetto del Tronto, Macerata, Berlino.
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Marina Loreti vive e lavora a Roma, dove inizia il suo percorso nell’arte fin da giovanissima, quando viene chiamata a dipingere murales nella propria scuola, visto la sua naturale propensione al disegno e alla pittura.
Fin da allora il suo vero interesse è per l’arte che la spinge allo studio dei primi grandi maestri europei che rivoluzionano lo scenario interpretativo della pittura del ‘900 in poi, studiandone l’eccezionale corrente avanguardista.
Frequenta scuole e workshop, tra cui la Scuola d Arte di S.Giacomo di Roma, dove sperimenta nuove tecnologie nell’arte contemporanea.
Appassionata di arte contemporanea, dopo passaggi evolutivi, sente l’esigenza di perfezionare tecniche pittoriche e nuove correnti. La sua attenzione è attratta da forme geometriche che esprimono immagini introspettive create da cadenze dettagliate, da giochi di volumi che si liberano dalle regole pur mantenendo una precisa costruzione essenziale e ragionata.
Le sue opere sono custodite in collezioni e raccolte private. Presente nei più prestigiosi annuari e cataloghi d'arte moderna e contemporanea.
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La carriera artistica di Michelangelo Riolo inizia a Catania nel 1972.
Si forma in laboratorio dapprima come intagliatore, per poi ampliare la sua ricerca in altri campi dell’arte, iniziando a far conoscere le sue opere e a intrecciare scambi culturali nell’ambito della scultura e della pittura, partecipando a mostre collettive.
Si trasferisce a Terni continuando la sua ricerca ed esponendo in diverse collettive, con ottimi consensi della critica locale.
Attualmente vive e lavora a Roma.
“Artista dal grande fervore figurativo surrealista moderno. Nel suo particolare percorso pittorico Michele Angelo Riolo, grazie anche ai lunghi e continui viaggi nel mondo orientale, ama immergersi in un suo universo meditativo ed emozionale per ispirarsi ed interpretare una realtà di simboli e natura, dove l’uomo si definisce in una sfera romantica di spazio e colori, come ricerca ed analisi di sempre nuove verità esistenziali. Scenografie di suggestivi paesaggi, magiche spazialità cromatiche all’interno di originali geometrie, figure dalla cui testa spuntano fluide volute di colore e pensiero.
Nicolina Bianchi
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Pittrice figurativa tendente al materico informale scenico, utilizza le seguenti tecniche: calcografia, acrilico spatolato, collage, assemblaggi e interpreta i seguenti soggetti: metropoli e composizioni astratte.
Anna Maria Tani è come se ci esortasse a trasformare il bi-dimensionale in più dimensioni, a guardare il mondo da nuove prospettive. L’opera esprime così un processo di transizione da un’arte contemporanea storicizza è ben impressa nell’esperienza di ognuno a un’arte “da toccare” multi-sensoriale e multi-dimensionale. L’artista ci parla di una nuova direzione, sta intravedendo un futuro che ben presto supererà i confini delle tre dimensioni, cogliendo quelle teorie quantistiche di estrema attualità come la teoria delle stringhe. Le sue tessiture sono i filamenti (stringhe) con i quali sembra essere cucito l’intero universo. Anna Maria Tani ci sta abituando alla trasformazione! Weave numero 05 diviene così un’opera di un’estrema e suggestiva attualità, in grado di offrire spunti molto interessanti per chi ama “vedere oltre”, anticipare i tempi, cogliere nel presente i segnali del prossimo, inevitabile e ambizioso, futuro".
Marco Baranello
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Harbour's Art

Leonardo Bartolomucci nasce a Roma il 28 luglio 1966, vive ad Ostia ove svolge il ministero di sacerdote e dipinge.
Ha una laurea specialistica in sacra Scrittura e ne sta ottenendo un’altra in Beni Culturali della Chiesa. Appartiene all’associazione del litorale Spazi all’Arte, per la quale ha esposto in varie occasioni. Ha esposto a Roma a RomArt 2015 e a Bologna alla Galleria Farini.
Usa in modo disinvolto e generoso il colore e la luce per ricercare un’armonia di contrasti anche forti, contrasti che l’animo umano è chiamato a superare.
I quadri in esposizione, prodotti quando era parroco a Dragona, propongono le torri vedetta del Tevere e del Mare di Ostia alla destra della Via Ostiense.
L’ultimo è in onore della parrocchia di Stella Maris, ove attualmente risiede.
11998824 469833433201052 8827238184326971734 nBartolomucci castollo di Giulio II Ostia antica

Giusy Dibilio
è nata ad Enna nel 1948, dove inizia la sua carriera pittorica. Trasferitasi a Roma, ha proseguito il proprio percorso artistico con entusiasmo, esprimendo in questa città il meglio della sua produzione. Dal 1978 ad oggi ha allestito numerose mostre personali ed ha partecipato a rassegne nazionali ed internazionali. Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche in Italia ed all’estero.
Caleidoscopio di temperie atmosferiche, che trascolorano nella gamma indefinita delle sfumatue emotive, dal tremulo chiarore aurorale che spande di soffusa malinconia l’attesa languida dell’incipiente giorno, alle voragini di abissi abbaglianti come bocche vulcaniche, che esplodono scarlatte a percuotere l’aspra zolla terrestre, al teatro ancestrale di fulminee accensioni algide che perforano la tenebra fissa di un planetario minimo, la pittura di Giusy Dibilio è tutta una celebrazione luminosa della spinta generativa del sole sulla radura boschiva di una vegetazione arcaica, rivestita dalla dorata sacralità di archetipo vitalistico, bolla fumigante di raggio incandescente che barbaglia nell’oscurità disaminata, urto di calore solido che deforma il solco lineare dell’orizzonte in curvatura ellittica, cliclica dinamica armonica di fertile onda energetica, declinata nelle sottili vibrazioni tonali del sipario percettivo in cui si dispiega l’incantamento della giostra fenomenica delle rivoluzioni celesti...
Maria Claudia Simotti
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L’arte di Giovanna Di Filippo si fonda essenzialmente su una ricerca che tende ad indagare il nostro mondo attraverso una pittura figurativa, secondo gli stilemi di paesaggismo, natura morta e ritratto. Un’arte tradizionale, che tuttavia sa caparbiamente trovare spazio e aprire un varco su una fruizione che è innanzitutto emozionale. L’interiorità dell’artista emerge attraverso le pennellate, tramite le scelte cromatiche, che portano a compimento la creazione di un’opera, frutto di un ricordo, la pennellata diventa mutevole ricordando schizzi e capricci di scuola romana del secondo ‘700.
Figlia d’arte, attraverso l’incontro con gli artisti Luigi Camarora e Claudio Spada, approfondisce tecniche ed esperienze. In campo nazionale e internazionale partecipa a RomArt 2015 e alla nona Collettiva d’Arte Contemporanea Internazionale a Palazzo Fantuzzi di Bologna 2015 e in Cina nel 2015.
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Istinto, passione, emozione, necessità e comunicazione, espressi attraverso il rosso, il nero, il giallo e l’azzurro come colori d’elezione; questo il tratto distintivo di Fabio Giuli, artista arrivato alla pittura (ma anche alla poesia) come necessità-esigenza di esprimere le emozioni ed i sentimenti che si affollano nell’animo allo stesso tempo forte e sensibile all’estrema potenza dell’artista.
Nasce a Roma e vive l’esperienza di quartieri difficili quali Pietralata e San Basilio, dove l’ultima cosa che puoi fare è essere un artista, tuttavia, da sempre vive in lui una passione e propensione per il disegno e l’espressione visiva, che inizialmente canalizza negli studi di grafica pubblicitaria.
è un artista totalmente autodidatta, i suoi lavori risultano particolarmente personali e rappresentativi del suo essere interiore, forse proprio per questo risultano così enormemente comunicativi e toccanti. La forte sensibilità artistica ed emotiva lo rendono unico ed estremamente intenso nella sua arte mai casuale, ma sempre frutto di un’emozione e di un vissuto personali ed allo stesso tempo universali, come sono universali i sentimenti, le passioni, gli struggimenti del genere umano.
CUORE ANATOMICO Olio su TelaI GIRASOLI Acrilico su Tela

QUINTETTO ROMANO

BAIOCCHINI – BARBAGALLO – CAPOTORTI – LOMBARDI – TRIMANI

Alla galleria Ess&rrE del Porto Turistico di Roma, dal 27 giugno al 3 luglio, una collettiva dedicata ad alcuni artisti del gruppo di Laboratorio AccA, la fortunata trasmissione in onda tutte le domeniche alle 22.00 sui canali di Arte Investimenti TV  (can. 868 Sky e 123 d.t.) condotta da Giorgio Barassi e Roberto Sparaci.

Sono cinque artisti romani dediti ad operazioni artistiche diverse ed affascinanti. Maurizio Baiocchini interseca il gusto per la metafisica con esperienze astrattiste ed uso di materiali diversi, Sabrina Barbagallo illustra con una fantasia assoluta vicende epiche e futuribili, Concetta Capotorti lavora a plasmare con nuovi materiali la storia della scultura e le esperienze informali. Rita Lombardi indaga il mondo della scienza attraverso la sua astrazione ragionata e policroma, Giovanni Trimani porta lo spettatore ad identificarsi coi suoi “Chair man”, esperienza neopop di spessore.

La mostra è inserita nel percorso di adesione al progetto Laboratorio AccA, che consente agli artisti noti per la visibilità televisiva, di avere riscontro anche nella forma espositiva più tradizionale: quella della classica mostra in galleria.

Mostra a cura di G. Barassi e R. Sparaci. Direzione artistica: Sabrina Tomei.

Appuntamento alla Ess&rrE, la galleria davanti al mare di Roma, sabato 27 giugno alle ore 18.00 per il vernissage.

Galleria Ess&rrE, Lungomare Duca degli Abruzzi - Porto Turistico di Roma

Tel. 329 4681684

Orari di apertura:

Lun - ven 9.00 -18.00

Sabato 18.00 - 20.00

Domenica 18.00 - 21.00

Hospitale

Inaugura il 5 settembre la grande installazione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21
Hospitale
Il futuro della memoria
La storia dell’Ospedale Vecchio in un’installazione video per due attori e i loro corpi
Crociera dell’Ospedale Vecchio, Oltretorrente, 5 settembre – 8 dicembre 2020
Hospitale Parma202021 Museo Multimediale Permanente di Studio Azzurro 1Hospitale Parma202021 Museo Multimediale Permanente di Studio Azzurro 2
Nell’ambito delle iniziative di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, inaugura sabato 5 settembre Hospitale – Il futuro della memoria, la più grande installazione di Parma 2020+21, aperta al pubblico fino all’8 dicembre e pensata appositamente per l’iconica Crociera dell’Ospedale Vecchio che, insieme all’intero Complesso Monumentale, dal 2016 è oggetto di un importante intervento di rigenerazione urbana che darà vita a un museo multimediale permanente dedicato alla memoria della città.
Prodotta dal Comune di Parma, progettata e realizzata da Studio Azzurro, è una video-narrazione, articolata in più parti, che racconta la storia dell’Hospitale nato dalle acque – i suoi canali, i mulini, le alluvioni – attraverso la presenza virtuale degli attori Marco Baliani e Giovanna Bozzolo, che assumeranno di volta in volta il ruolo di “io narrante” o di testimoni degli eventi. Otto grandi superfici tessili, che occuperanno le pareti della navata centrale, diventeranno gli schermi sui quali si articolerà, da diversi punti di vista, il racconto della storia dell’Ospedale Vecchio.
L'Ospedale Vecchio è uno dei complessi monumentali più importanti di Parma, nonché l'edificio simbolo della storia ospedaliera della città e dei servizi umanitari dispensati nei secoli. Posto nel quartiere dell’Oltretorrente, è stato l’ospedale cittadino dal XV secolo fino al 1926. Fu fondato nel 1201 da Rodolfo Tanzi; sulle rovine di questo edificio, nella seconda metà del XV secolo, si inizia a costruire il primo nucleo del complesso che vediamo oggi. L'intera nuova struttura è organizzata intorno alla grande Crociera a croce latina sormontata da una cupola centrale: 120 metri di lunghezza per 100 metri di larghezza, con volte a 12 metri e, al centro dei due bracci della croce, l’altare. L'Ospedale era distinto in due sezioni: l'Ospedale della Misericordia e l'Ospedale degli Esposti. Il primo era composto da quattro reparti per infermi, inferme, feriti e orfani e poteva ospitare circa 300 ammalati. L'Ospizio degli Esposti era destinato ai soli trovatelli: il termine “esposto”, infatti, indicava il bambino abbandonato in tenera età o non riconosciuto alla nascita.
Il cuore pulsante dell’Oltretorrente ritrova centralità e riattualizza il proprio ruolo e le proprie funzioni grazie al progetto Il Futuro della Memoria, approvato nel 2015 dall’amministrazione comunale e improntato alla promozione del dialogo tra identità e innovazione. Un recupero dell’intero complesso dell’Ospedale Vecchio che ha previsto il restauro strutturale della Grande Crociera; la Corte del Sapere con la riorganizzazione della Biblioteca Civica, lì ospitata; nel Chiostro della Memoria Sociale Civile e Popolare si trovano l’Archivio di Stato, l’Archivio Bertolucci, e verrà ospitato l’Istituto Storico della Resistenza e le associazioni partigiane; un nuovo spazio destinato a caffetteria e vari ambienti per esposizioni e incontri. Nella Corte troveranno spazio varie associazioni culturali cittadine.
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In occasione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, l’Ospedale Vecchio, ieri deputato alla cura sanitaria dell’individuo, diviene oggi opportunità per il benessere della comunità grazie alla cultura.
«Hospitale ha rappresentato, nel dossier di Parma 2020, il progetto pilota pensato con Studio Azzurro da cui scaturiva il senso della gran parte dei progetti che ci hanno portati ad essere Capitale Italiana della Cultura» dichiara Michele Guerra, Assessore alla Cultura «Ripartire da qui, oggi, dopo il mutamento di paradigma cui abbiamo assistito in seguito all’emergenza socio-sanitaria, assume per noi un significato ancora più simbolico: Parma riparte da dove era nato il pensiero di una cultura che batte il tempo e riparte da un luogo come l’Ospedale Vecchio che ci racconta una storia di ospitalità e cura ancora più potente e attuale di quanto potevamo immaginare».
«Hospitale, come un’overture musicale, anticipa l’annuncio della nuova destinazione dello storico Ospedale Vecchio di Parma – afferma Leonardo Sangiorgi di Studio Azzurro – Hospitale è una sfida allo spazio e al tempo, intrapresa fondendo insieme l’antico e teatrale strumento della narrazione a voce e le moderne tecnologie digitali che fanno rivivere inaspettate storie attraverso grandi figure parlanti».

L’INSTALLAZIONE
HOSPITALE - Il futuro della memoria, si sviluppa in un allestimento in tre parti.
All’Ingresso il visitatore si trova di fronte alla riproduzione, in un’unica immagine sincronizzata, della facciata frontale dell’ospedale come appare nell’acquerello di Sanseverini e completata con immagini attuali, accompagnate da una colonna sonora che contribuisce a creare uno spazio ricco di suggestioni.
L’Altare è la seconda installazione. L’allestimento è caratterizzato dalla presenza di otto quinte semitrasparenti in tulle: il primo gruppo è disposto al centro dello spazio, proprio sotto la cupola, a formare l’ideale sviluppo dell’altare anticamente presente in quel punto. Gli altri quattro teli, disposti agli angoli dell’incrocio dei bracci, diventano schermi che riproducono le silhouette delle quattro statue – proprio nel luogo dove erano collocate – che ritraevano La Compassione, L’Aiuto, La Carità, L’ Amore per il prossimo.
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Il Testimone è lo spazio per gli otto racconti della storia dell’Ospedale. Nella parte più vasta della navata centrale sono presentate otto videoproiezioni sincronizzate: gli otto temi che racchiudono la storia dell’Ospedale Vecchio dai tempi della sua fondazione fino alle epoche più recenti. È il racconto di una storia quasi sconosciuta agli stessi abitanti della città: la Parma dell’assistenza religiosa e poi civile, ma anche della rivolta popolare. Il visitatore sarà guidato da due “testimoni” virtuali, gli attori Marco Baliani e Giovanna Bozzolo che assumeranno di volta in volta il ruolo di “io narrante” o di testimone degli eventi.
Studio Azzurro è un gruppo di ricerca artistica, fondato nel 1982, a Milano da Fabio Cirifino, Paolo Rosa e Leonardo Sangiorgi. Studio Azzurro indaga le possibilità poetiche ed espressive che così fortemente incidono sulle relazioni e i modelli di messa in rete della nostra epoca. Seguendo pratiche affini all’estetica relazionale con particolare attenzione per le conseguenze sociali delle azioni e dei lavori artistici, progetta e realizza dapprima videoambienti, poi ambienti sensibili, spettacoli teatrali e film. Oltre allo sviluppo di opere sperimentali, il gruppo si caratterizza per esperienze più divulgative come la progettazione di musei e di mostre tematiche, attraverso le quali, senza rinunciare alla ricerca, ha potuto costruire un contesto comunicativo che permetta un’attiva e significativa partecipazione dello spettatore all’interno di un impianto narrativo ispirato all’ipertestualità e all’oscillazione tra elementi reali e virtuali. L’anima di Studio Azzurro è formata da molte persone che negli anni, per brevi o lunghi periodi, hanno contribuito con i propri pensieri e le proprie sensibilità a costruire un’atmosfera creativa unitaria, che ha favorito questo particolare tipo di sperimentazione, permettendo di mantenere una rotta e una coerenza di significati lungo il corso di un’attività molto articolata.
Il restauro della Crociera dell’Ospedale Vecchio è stato promosso dalla Regione Emilia-Romagna tramite il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (POR-FESR) e fondi ministeriali del Piano Periferie, con il contributo di Fondazione Cariparma.

Hospitale - Il futuro della memoria
5 settembre – 8 dicembre 2020
Orari: martedì-venerdì e domenica: 10-19 (ultimo ingresso). Sabato: 10-22 (ultimo ingresso). Chiusura: lunedì.
Catalogo in mostra.
Informazioni: www.parma2020.it
Ufficio stampa: Delos | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. | 02.8052151

L’arte ai tempi, e dopo, il Covid-19

L’arte del prossimo futuro sarà un’arte in presenza, pubblica, sociale, partecipativa. Che non dimentica lo sviluppo digitale, ma che dovrà affrontarlo  sfruttando tecnologie esistenti, e dove lo stesso digitale saprà costituirsi come materiale di creazione artistica. E mentre il collezionismo chiede un recupero del rapporto umano, gli artisti ripartono dalla bellezza per salvare il mondo, si affermano realtà nate per tutelare i lavoratori del settore e i non-luoghi si candidano a diventare i prossimi musei. Esperti di settore hanno fatto il punto ieri, nell'ambito della rassegna di conferenze digitali "Tempo di Rinascita". 

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16 giugno 2020
- Di che arte vivremo? La bellezza salverà il mondo?
Il presente e il futuro del settore dell’arte sono stati al centro della conferenza digitale organizzata ieri, 15 giugno, all’interno della rassegna ‘Tempo di Rinascita - Scenari, idee, progettualità’, ideata dall’agenzia di comunicazione DOC-COM per riflettere a più voci sul mondo che sta cambiando.
A confrontarsi sul tema: il professore Stefano Monti, partner del gruppo Monti&Taft; Stefano Baia Curioni, direttore della Fondazione Palazzo Te, professore associato al dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università Bocconi di Milano; Simona Gavioli, critico d’arte, curatore indipendente, direttore della fiera di arte emergente BOOMing di Bologna; Tommaso Tisot, collezionista, avvocato esperto in diritto dell’arte e presidente di Professional Trust Company; Massimiliano Pelletti, artista e scultore; Daniela Furlani, presidente di Doc Creativity, la cooperativa parte della Rete Doc, che riunisce i professionisti del settore; Stefano Gris, architetto partner dello studio Gris+Dainese, specializzato nella progettazione di spazi museali.
Cosa è emerso?
LA NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DIGITALE, A PARTIRE DA TECNOLOGIE CONOSCIUTE E GIÀ DISPONIBILI, MA ANCORA QUASI MAI UTILIZZATE.
Ad aprire il dibattito, Stefano Monti, partner del gruppo Monti&Taft, che ha fatto il punto sulla digitalizzazione delle imprese e delle istituzioni nel mondo dell’arte. Monti ha sottolineato in particolare la necessità di partire dall’uso di tecnologie e strumenti già conosciuti e a disposizione, ma ancora poco o quasi affatto utilizzati.
Secondo una ricerca condotta da Monti&Taft, infatti, il 31% dei musei non ha neanche un profilo social, il 48% non ha un sito mobile-friendly e il 53% non ha un sito web esclusivo. Le percentuali salgono se ci si posta verso strumenti come il CRM informatizzato, non presente nel 64% dei musei, il sistema di e-ticketing, che risulta assente nell’80% dei casi, arrivando addirittura al 91% dei musei che non sono dotati di un sistema automatizzato a supporto dell’e-commerce.
Con tali numeri diventa quindi urgente colmare questo gap tecnologico perché, come sottolinea Monti: «Cultura e turismo hanno ampi margini di miglioramento. Se riescono a cogliere le giuste opportunità, saranno necessariamente dei settori tra i più produttivi e con maggior capacità di assorbimento delle risorse umane del nostro Paese. Altro che "si mangia", con la cultura si cresce».
MERCATO DELL’ARTE E DIGITALE: STRUMENTO DI COMUNICAZIONE, DI VENDITA E DI CREAZIONE ARTISTICA.
Sulla grave crisi del mercato dell’arte e, ancora, sulle prospettive di uno sviluppo digitale del settore, è intervenuto anche Giacomo Nicolella Maschietti, giornalista, esperto di arte e mercato: «Siamo nel mezzo di una crisi vigorosa. Secondo l’economista Donald Thompson, 1/3 delle gallerie rischia di chiudere, mentre i giganti del settore, come le case d’asta e le fiere, non riusciranno ad avvicinarsi ai fatturati degli anni scorsi con le sole vendite on-line. Per fare un esempio, il fatturato on line di Sotheby’s, nel 2019, ha costituito solo un 2% del fatturato totale, mentre l’edizione digitale di Art Basel di Hong Kong ha realizzato vendite per 80 milioni di dollari, una cifra di gran lunga inferiore rispetto agli standard».
Ma fortunatamente non tutti i mali vengono per nuocere. «Ci sarà innanzi tutto una selezione naturale di aziende non sane, prosegue Nicolella Maschietti. E il digitale, finora poco e male utilizzato (ancora a febbraio alcune tra le maggiori realtà di settore continuavano a ritenere Instagram un canale non necessario) acquisirà sempre più valore. Per la comunicazione e per la diffusione di contenuti, ma anche per le vendite, esattamente come già anticipato da altri settori, moda e lusso in testa. Ma, soprattutto, il digitale sarà un vero e proprio materiale per la creazione di contenuti: se Michelangelo, nel Cinquecento, sceglieva accuratamente il marmo della Versilia per le sue opere, oggi il digitale può trasformare qualsiasi pensiero immateriale un’opera d’arte».
L’ARTE È PRESENZA, ESSERE IN UN DETERMINATO ISTANTE, E QUINDI, DONO.
Suggestivo l’intervento del professor Stefano Baia Curioni, direttore della Fondazione Palazzo Te: «Ha fatto molto discutere la provocazione del direttore di Art Basel Marc Spiegler, che ha agitato lo spettro di una sorta di Amazon Art per sostenere la ripresa.
Credo invece che la svolta per uscire dall’impasse in cui la pandemia ci ha lasciati sia proprio in una nuova modalità di entrare in contatto con le opere d’arte, un nuovo modo di immaginare la presenza». Il direttore ha portato l’esperienza della Scuola Palazzo Te durante i mesi di lockdown: «Girare per il Palazzo vuoto è stata toccante e mi ha portato a riflettere su come ci prepariamo di nuovo alla presenza.
Il video della performance della poetessa Maria Angela Gualtieri che legge Alcesti (www.centropalazzote.it/Mnemosyne/scuola-palazzo-te/#single/0) è una testimonianza della qualità di questa presenza, fatta di contatto, empatia, carisma, emozione. Un’ispirazione per il futuro sul piano lirico e su quello politico; dobbiamo ripensare il nostro essere presenti sul piano politico e culturale, nel rapporto con le istituzioni e con le comunità. Diventa indispensabile un cambiamento organizzativo in chi si occupa di arte, oltre a un’apertura diversa ai temi dell’educazione e della prossimità, per essere presenti nella vita dei cittadini. Contemporaneamente il lavoro interstiziale di musei, fondazioni e gallerie che sapranno restare vicino al pubblico, creerà terreno fertile per coinvolgere i fruitori in attesa della ripartenza del settore. Investire sulla qualità della presenza diventa quindi il tema della ripresa, una presenza che significa saper stare nel tempo, in un determinato istante, e che così diventa dono».
VERSO UN’ARTE PUBBLICA, SOCIALE, PARTECIPATIVA.
Simona Gavioli, critico d’arte, curatore indipendente, direttore artistico della fiera di arte emergente BOOMing di Bologna, guarda all’arte urbana come a quella più necessaria e precorribile in questo momento storico. «Pensavo in questi giorni a Baudelaire che, ne Il Pittore della vita moderna racconta come la modernità sia contaminazione e consapevolezza che l’arte debba abbandonare l’aureo isolamento e l’artista diventare uomo della folla, flâneur. In questo momento più che mai, abbiamo la necessità di far emergere una nuova e rigenerata idea di opera d’arte, una nuova idea di arte pubblica e di arte urbana. È necessario ripensare una rilettura dell’opera che coinvolga sempre più persone, in presenza. Come ad esempio accade nel progetto Without Frontiers, Lunetta a Colori che ogni anno coinvolge oltre 50 street artist, associazioni e istituzioni nel territorio di Mantova. In questo periodo non solo l’artista ha incarnato questa figura baudelairiana, ma anche ogni cittadino, che dopo settimane di clausura forzata, è diventato osservatore di particolari, ha imparato ad analizzare e valorizzare il quotidiano. Una delle opportunità che ci ha dato il lockdown è stato toccare come mano situazioni in cui l’arte è tornata ad avere la sua funzione sociale, partecipativa e inclusiva nello spazio pubblico. Secondo me è questa la direzione sulla quale muoversi verso il futuro».
IL COLLEZIONISMO DEVE RECUPERARE IL RAPPORTO UMANO. BISOGNA RIPORATRE L’ARTE IN GALLERIA, IN STRADA, A CONTATTO CON LE PERSONE.
Le nuove frontiere del collezionismo guardano oltre la digitalizzazione, necessaria, ma non sufficiente, secondo Tommaso Tisot, collezionista, avvocato esperto in diritto dell’arte e Presidente di Professional Trust Company SpA. «Sono convinto che bisogna riportare l’arte in galleria, in strada, a contatto con le persone. La digitalizzazione non basta. C’è bisogno di una maggiore e rinnovata umanità, anche per dialogare con i più giovani che subiscono un approccio difficoltoso e poco coinvolgente alle stanze dell’arte. Tutto quello che è accaduto oggi può offrirci la grande opportunità di ripensare il sistema dell’arte nel suo complesso, non solo a segmenti stagni, come quello economico o dello sviluppo digitale. Dobbiamo recuperare e imparare a investire nel rapporto umano.
Utilizzando fiere ed eventi minori dove scoprire piccole realtà che il collezionista, nel mio modo di vedere, ha anche il compito di sostenere e che acquisiranno sempre maggior rilevanza accanto ai grandi appuntamenti di massa».
SÌ, LA BELLEZZA PUÒ SALVARE IL MONDO.
Ne è convinto l’artista e scultore Massimiliano Pelletti, in questi giorni protagonista al MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro di Looking Forward to the Past: personale a cura di Alessandro Romanini di 30 opere scultoree che, fedeli alla poetica dell’artista, rielaborano in chiave dinamica il concetto di classicità. «Durante tutto il lockdown mi sono svegliato sempre molto presto – ha raccontato –, la luce del mattino mi riportava alla mia infanzia, quando nello studio di mio nonno scultore imparavo a riconoscere la bellezza attraverso i giochi di luce che si posavano sulle statue di marmo. Credo che per riportare la bellezza e la poesia nella vita di ciascuno di noi dopo un periodo così difficile, la figura di chi fa arte sia fondamentale. Ogni tanto mi capita di pensare a quanto la nostra società si sia imbarbarita e faccia difficoltà nel riprodurre qualcosa di bello, come invece la nostra tradizione è riuscita a fare nei millenni. Riscopriamo le nostre origini e tradizioni e impariamo a tirare fuori la bellezza e le qualità che da sempre ci hanno contraddistinto. “Di che arte vivremo?”. Io trovo ispirazione in questa frase di Gustav MahlerTenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”».
LA COOPERATIVA COME GARANZIA DI TUTELA DEI LAVORATORI DEL SETTORE.
L’arte è innanzi tutto lavoro, di cui questo periodo di stop forzato ha messo particolarmente in evidenza le mancanze che il settore artistico e culturale da sempre subisce. Impegno e soluzioni per la tutela dei lavoratori dell’industria culturale e creativa vengono dal mondo cooperativo, da realtà come Doc Creativity. Cooperativa nata nel 2017 e parte della Rete Doc, da 30 anni il maggiore network cooperativo in Italia nei settori cultura, arte, musica e spettacolo, con oltre 8mila soci, 34 uffici in Italia e 1 all’estero, a Parigi. «Voglio citare uno studio iniziato nel 2012 da Paola Dei e appena pubblicato su Phenomena Journal, che ha dimostrato come esista una connessione tra il godimento della bellezza e il benessere fisico, le parole della presidente di Doc Creativity, Daniela Furlani. Uno stimolo ulteriore per le istituzioni e non solo ad abbracciare un impegno concreto per il mondo dell’arte. In questo particolare momento, siamo fieri di essere riusciti a portare, grazie al lavoro della Fondazione Centro Studi Doc, all’attenzione del Governo le necessità di un settore che coinvolge migliaia di professionisti che da inizio marzo si sono visti bloccare ogni tipologia di attività e in cui l’intermittenza del lavoro è ontologicamente intrinseca. Per la creatività e la generazione della bellezza è importante salvaguardare gli artisti e assicurare loro una continuità: è una sorta di garanzia per l’arte futura e per la salvaguardia del patrimonio culturale del nostro Paese».
I NON-LUOGHI DIVENTANO MUSEI.
E il futuro dei luoghi dell’arte? Per creare nuove opportunità di fruizione bisognerà anche portare l’arte in territori inesplorati. È quello che sostiene l’architetto Stefano Gris, partner dello studio Gris+Dainese, specializzato nella progettazione di spazi museali. «Quegli spazi finora immaginati come non-luoghi possano diventare aree dedicate alla fruizione artistica. Il nostro obiettivo – ha spiegato Gris – è creare uno spazio in cui il racconto che metteremo in scena spingerà il fruitore a riflettere su temi che si sviluppano a livello globale. Dove andranno quindi nei mesi a venire la cultura, l’arte e i musei? Andranno a occupare anche quegli spazi che, avendo un passaggio elevato di persone, è auspicabile possano assumere le sembianze di luoghi dedicati alla cultura.
Proprio in questo periodo stiamo lavorando a un progetto che coinvolge un grande player della GDO che ci ha chiesto la realizzazione di spazi espositivi e interattivi in cui avvicinare i fruitori a riflettere su temi culturali legati all’azienda».

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Bellezze dimenticate - Il Monumento ai Caduti di Giacomo Negri, Torremaggiore (FG)

Una delle peggiori espressioni della sbandierata italianità è la trascuratezza riservata a non poche opere d’arte pubbliche. Edifici, monumenti, lapidi celebrative o semplici decori dei centri storici perdono la loro importanza a causa di una sciatteria che sta facendo dimenticare una buona fetta del patrimonio storico-artistico della nostra nazione.
Sarebbe troppo lungo indagarne le cause, scenderemmo in ambiti sociali, in maleabitudini nazionali ahinoi diffuse ed è trop- po semplice circoscrivere i fatti alle responsabilità, evidenti peraltro, delle singole amministrazioni locali. Per ora, da questo numero, ci limitiamo a segnalare, a rendere partecipi i lettori di una situazione che non ha limiti territoriali e che presenta aspetti a volte sfociati nel ridicolo. Di certo è che un popolo che nega anche una sola parte del suo passato non è destinato ad un futuro, perché nelle opere d’arte, ed in particolare in quelle pubbliche, vive la memoria storica di una comunità e perfino il senso di appartenenza, svilito da mille amare vicende, ma necessario a potersi concretamente vantare di ciò che è vero ed innegabile: in Italia c’è il numero maggiore di opere d’arte in grado di chiamarsi tale. Gli “altri” possono stare sereni: almeno in quello siamo in testa al mondo.
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Capita, nei frequenti viaggi, di notare con sommo dispiacere ed un orribile senso di impotenza, l’abbandono e la autentica discriminazione riservati a molte espressioni artistiche visibili a chiunque. Viene da dire “eppure basterebbe poco”, ma quel poco non si fa. Altrettanto vero è l’impegno di istituzioni private, fondazioni ed associazioni per la salvaguardia del patrimonio artistico, ma pare che la rincorsa sia a perdere, e cioè che le ragioni più diverse costringano belle ed evidenti opere ad un amaro destino. Proprio mentre esse meriterebbero maggior sorte. Di sicuro, il rispetto dovuto.
Cominciamo, per ragioni riconducibili facilmente alla origine di chi scrive, dal Monumento ai Caduti di Torremaggiore (FG), centro collinare dell’Alto Tavoliere delle Puglie. L’autore della colata in bronzo fu Giacomo Negri, allievo di Domenico Trentacoste alla Accademia delle Belle Arti di Firenze, scultore e pittore dalla fama nascosta e dal talento assoluto. Nato nel 1900 proprio a Torremaggiore, Negri compie il ciclo di studi accademici a Firenze, dove entra in contatto con molti artisti suoi coetanei e vive le prime esperienze sotto la guida di Trentacoste (parente del Giuseppe Trentacoste di Laboratorio Acca, peraltro, n.d.a.) fino al grande giorno della assegnazione dell’ incarico per costruire il Monumento ai Caduti della grande Guerra. Negri è giovane e pronto, e sente l’impegno proprio perché gli giunge dalla cittadina di origine. Propone alcuni primi bozzetti e, dopo una serie di correzioni, arriva il 3 giugno 1923. Il “Vittorioso” viene inaugurato solennemente nel centro della attuale Piazza dei Martiri.
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È collocato su un tronco di piramide in pietra bianca, circondato da una aiuola ai cui estremi alcuni pilastrini reggono grosse catene. Sulle facce del sostegno, i nomi dei Caduti e nella parte anteriore la scritta “Sacri alla religione della Patria”. È una colata bronzea che prende le mosse dalle lezioni michelangiolesche assorbite dal Professor Trentacoste a Firenze, si distingue per marzialità e vigore, indica, nella fiamma tenuta dal braccio destro, la via del progresso, mentre regge nella mano sinistra la Vittoria alata, simbolo del sacrificio degli eroi del 15-18. Il lavoro è preciso e la comunità locale si abitua a vederlo troneggiare nella piazza ed assorbire i colpi della storia, alcuni anche fatali. Come quel 1945, a guerra finita, con gli Alleati ancora in paese, quando il pezzo originale della Vittoria alata viene rimosso per una sottile ed umiliante motivazione: sottrarre ai liberati simboli di conquiste, per trasmettere al popolo la sventurata fine che fu costretto a fare al termine del secondo conflitto mondiale. Azioni postbelliche simboliche, che hanno, pare, una loro logica e che, nel caso di specie, costrinsero il Negri a ricreare in altro metallo quella parte di quello che in molti indicano come il suo capolavoro.
Il concetto espresso è quello del “progresso che avanza con la vittoria”, e il soldato ai piedi del Vittorioso è rannicchiato, timoroso di tanta forza che avanza e procede con fierezza. Scrive Raffaello Biordi nel 1973: …Due ideali levavano così dallo spirito di Giacomo Negri la loro alta e pura fiamma: l’ Arte e la Patria… è convinto che la Patria è immortale e che l’Arte può dare validissimo conforto al prestigio di essa...
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Però, negli anni, il destino del Vittorioso è stato pessimo. Abbandonato da una colpevole incuria nonostante le continue nostre sollecitazioni, ormai malandato nella natura stessa del metallo, preda di agenti atmosferici e di azioni squalificanti, come quella di chi consente ai bambini di camminare sulla base del tronco di piramide che sostiene il bronzo o di chi, durante le celebrazioni della festa patronale, approfitta per sostare sulle parti alte della struttura al fine di guadagnarsi un punto di vista favorevole per la visione e l’ascolto del cantante che si esibisce dal palco sulla piazza.
Uno sfacelo, è chiaro. In prima persona e con la collaborazione di altri cittadini abbiamo più volte reclamato un restauro che ormai è necessario quanto una sala di rianimazione, a causa della consunzione del bronzo, della disassialità perpendicolare della struttura rispetto al piano della strada, causata da inutili lavori di rifacimento della pavimentazione e perché, comunque, la conservazione del patrimonio artistico è necessaria. Imprescindibile.
Dalle foto, tra cui una dello stato originario, è evidente lo stato di degrado quanto il disappunto che, da questo numero, esprimiamo per quanti, a diverso titolo, non intendono capire (o non capiscono tout court) quanto sia realmente importante tutelare e proteggere i simboli del passato che raccontano la grande, innegabile capacità degli artisti italiani che in Italia, ha lasciato il segno della propria abilità finalizzata allo sguardo compiaciuto, rasserenato e orgoglioso di quanti possono vantare una proprietà di tutti, alla quale va assegnato un ruolo di rilievo assoluto e da tramandare. Non certo da negare e dimenticare.
È solo l’inizio di un viaggio amaro. E magari tra chi legge c’è chi vuole segnalarci le bellezze dimenticate, che rimangono tali soprattutto se una semplice carezza di attenzioni non le protegge, rendendole ancor più immortali.
Giorgio Barassi
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Il Prado di Madrid

a cura di Silvana Gatti.
In questo periodo di clausura forzata dovuta alla pandemia di coronavirus, viene in aiuto la moderna tecnologia per condurci virtualmente in un viaggio attraverso le località che più ci piacciono, sia per rivisitare luoghi già visti che per programmare viaggi futuri.
Per gli amanti dell’arte e della storia è senz’altro consigliabile un viaggio in terra spagnola e, passando da Madrid, una visita al Museo del Prado, che aprì i battenti il 19 novembre 1819, è imperdibile. Mecenate fu il re Ferdinando VII, che raccolse nel museo le opere d’arte della Collezione Reale che riflettono i gusti della monarchia spagnola. Nonostante il museo sia nato agli albori dell’Ottocento, la sua storia è segnata dal mecenatismo dei Re Cattolici che fin dal Quattrocento segnarono le caratteristiche della Collezione Reale. Carlo V collezionò le opere di artisti fiamminghi quali Roger van der Weyden, Jan van Eyck e Antonio Moro, accogliendo a corte anche Tiziano in qualità di ritrattista. L’arte fiamminga fu collezionata anche da Filippo II, unitamente a numerose opere di Bosch, del quale il Prado vanta la più importante collezione mondiale. Tra il 1621 e il 1625, durante il regno di Filippo IV, era in voga la pittura di Velàsquez e Rubens, ma all’asta Filippo IV acquistò anche opere di Mantegna, Tintoretto, Raffaello e Veronese.
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Via via nel tempo la collezione si arricchiva, anche la seconda moglie di Filippo V, Elisabetta Farnese, aggiunse opere di artisti italiani classicisti come Domenichino, Guercino, Guido Reni e Cerano e Murillo. Nel 1724, Filippo V e moglie acquisirono le sculture della collezione della regina Cristina di Svezia. Grazie ai Borbone, Corrado Giaquinto e Giovanni Battista Tiepolo, maestri del tardo barocco, lavorarono alla decorazione dei palazzi reali. In seguito Carlo V, tra il 1788 e il 1808, prese sotto la sua protezione Goya e Paret, arricchendo le collezioni reali con opere classiciste di Barocci, Andrea del Sarto e Raffaello, e artisti spagnoli quali Ribera, Ribalta e Juan de Juanes. Nel 1981 il Casòn del Buen Retiro fu annesso al Prado per risolvere i problemi di spazio, accogliendo la sezione ottocentesca del Museo. Nello stesso anno nel Casòn fu esposto Guernica di Picasso, proveniente dal MOMA. Tale opera, con altre di Picasso, undici anni dopo fu trasferita al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia. Visitando il sito internet del museo, accessibile da Google, è facile districarsi tra i nomi degli artisti presenti scegliendo l’uno o l’altro. Quel che colpisce è l’abbondanza di opere di artisti italiani.
è del 1426 L’Annunciazione di Fra Angelico, bellissima tempera su pannello di 162,3 x 191,5 cm. dipinta per il convento di Santo Domingo a Fiésole. La tavola centrale raffigura Adamo ed Eva espulsi dal Paradiso e la salvezza dell’uomo grazie all’Annunciazione di Maria, mentre i cinque pannelli della predella illustrano episodi della vita della Vergine. In quest’opera si notano le influenze di Gentile da Fabriano nella rappresentazione di fiori e oggetti, e di Masolino e Masaccio nella spazialità. Inoltre, la struttura che ospita l'Annunciazione fu una delle prime a seguire la raccomandazione data nel 1425 da Brunelleschi per le pale d’altare di San Lorenzo, che dovevano essere quadrate e prive di decorazioni.
Artista italiano ben rappresentato al Prado è Raffaello, con diverse Madonne. La sacra famiglia dell’agnello è un dipinto ad olio su pannello di piccole dimensioni, realizzato nel 1507 , durante il periodo fiorentino. L’opera rivela l’influenza del maestro Perugino nel gusto per i dettagli e nella simmetria della composizione, e di Leonardo da Vinci nel delicato sfumato che circonda i personaggi. La scena raffigura un bambino intento a giocare con un agnello in mezzo a un paesaggio bucolico, che allude tuttavia al sacrificio redentore di Cristo nella figura dell'agnello, un simbolo presente anche in Sant’Anna, la Vergine e il Bambino di Leonardo. Sul paesaggio di sfondo, nella sinistra sono presenti piccole figure di una donna con un bambino in braccio sulla schiena di un animale e un uomo che tiene le redini. È un’ovvia allusione all'episodio evangelico della fuga in Egitto, reso con le particolari forme architettoniche esotiche sullo sfondo. Raffaello qui ha ben raffigurato gli stati d’animo dei vari personaggi: il vecchio San Giuseppe si appoggia pesantemente sul suo bastone; la Vergine, inginocchiata; il Bambino porta un filo di corallo al collo, quale amuleto protettivo, ed è seduto nudo a cavalcioni dell'agnello, mentre guarda la madre con il profilo opposto al di San Giuseppe. Le figure sono inscritte magistralmente in una diagonale ascendente da sinistra a destra; schema che sarà una costante nel lavoro di Raffaello. Altro artista italiano presente al Prado è il veneziano Giambattista Tiepolo, famoso in tutta Europa per essere un artista eccelso, chiamato a Madrid nel 1761 per decorare la sala del trono del Nuovo Palazzo. Tiepolo voleva rinunciare all’incarico per via della sua età avanzata, ma la pressione di Carlos III e dei suoi ministri sulle autorità veneziane ebbe la meglio. Con l'aiuto efficace di Domenico e Lorenzo, Tiepolo decorò alcune sale del suddetto palazzo tra l'estate del 1762 e l'inverno del 1766; in seguito, desiderando rimanere alla corte di Spagna, accettò altre commissioni reali.
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Alla sua morte alla fine di marzo del 1770, stava progettando affreschi per la cupola della collegiata di San Ildefonso a La Gran- ja, un progetto in cui gli successe Francisco Bayeu. Tra le opere spicca l’Immacolata Concezione, un dipinto di grandi dimensioni ricco di simbologie legati alla Vergine sul cui capo troneggia una corona di dodici stelle, con in alto una colomba che raffigura lo Spirito Santo. La figura della santa è avvolta nel classico mantello celeste e troneggia sulla sfera terrestre ed una falce di luna, calpestando il drago, simbolo del diavolo con in bocca la mela simbolo del peccato originale. Tiepolo usa colori chiari, illuminando la scena con un'intensa luce dorata.
Al Prado sono ben 43 le opere di Tiziano, Vecellio di Gregorio, nato in un'importante famiglia nel Cadore. Intorno al 1500-1502 arrivò a Venezia, dove lavorava nella bottega di Gentile Bellini, passando poi in quella di suo fratello Giovanni. Intorno al 1507, decorò insieme a Giorgione le facciate del magazzino dei mercanti tedeschi a Venezia; quasi nessuno degli affreschi originali è conservato. Nel 1511 lavorò alla scuola di San Antonio de Padova dipingendo affreschi raffiguranti miracoli attribuiti al santo. Dopo la morte di Gio- vanni Bellini nel 1516, monopolizzò tutte le principali commissioni pubbliche. Il duca di Ferrara, Alfonso I d'Este, gli commissionò diverse opere per la sua residenza a Ferrara, tra cui Il baccanale degli Andriani e Offrendo a Venere (entrambi al Prado). Federico II Gonzaga, Marchese di Mantova, lo presentò all'imperatore Carlo V. Nel 1533 fu nominato Conte Palatino e Cavaliere dello Sperone d'oro da Carlo V, ma respinse gli inviti a stabilirsi nella corte ispanica. Inoltre, ha eseguito opere sacre come The Glory e The Burial of Christ (Prado), diverse versioni di Ecce Homo e La Dolorosa, e dipinti mitologici come Dánae e Venus e Adonis (Prado) per Felipe II e Furies per sua zia Maria d'Ungheria. Per il duca Guidobaldo II della Rovere ha dipinto Venere di Urbino (Firenze, Galleria degli Uffizi) e ha ritratto Alfonso de Ávalos, Marchese del Vasto (Prado). Fu sponsorizzato da pontefici come Paolo III e istituzioni religiose. Dopo una lunga esistenza, morì il 27 agosto 1576 mentre la peste devastò Venezia.
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Tra i dipinti visionabili on line, interessante è Autoritratto, di Tiziano, Circa 1562. Olio su tela, 86 x 65. Tiziano dipinse il suo primo autoritratto prima di partire per Roma nel 1545. Fu, tuttavia, dopo il soggiorno romano che mostrò interesse a propagare la sua immagine per stabilire la sua posizione in un contesto di rivalità con Michelangelo. Di tutti quelli che ha dipinto, ne restano solo due. In quello esposto al Prado Tiziano si ritrae da anziano, sulla settantina. Quel che sorprende in questo dipinto è la posizione, di profilo, inusuale a metà del XVI secolo. Tiziano lo usava solo per le persone decedute: Francisco I e Sisto IV ), quindi l'autoritratto del profilo era eccezionale, richiedendo diversi specchi per la sua realizzazione. La scelta risponde all'associazione con la fama di questa tipologia, derivante dalla numismatica romana. Tiziano evidenzia la sua nobiltà per mezzo dei suoi abiti neri e della catena d'oro che lo accredita come cavaliere dello sperone d'oro, la lunga barba gli conferisce autorevolezza, mentre il pennello sottolinea la sua abilità di pittore.
Artista importante nella collezione del Prado è senz’altro El Greco, pseudonimo di Domínikos Theotokópoulos, nato a Candia, nell’isola di Creta, nel 1541 e morto a Toledo, il 7 aprile 1614, artista greco, vissuto in Italia ed in Spagna, annoverato tra i personaggi più importanti del tardo Rinascimento spagnolo. Dopo l’apprendistato come iconografo, diventò maestro d'arte e si trasferì a Venezia, confrontandosi con le scuole di Tiziano, Bassano, Tintoretto e Veronese. Nel 1570 si recò anche a Roma, dove aprì una bottega e dipinse una serie di opere. La sua permanenza in Italia plasmò la sua pittura con l’influenza del manierismo e del Rinascimento veneziano. Le sue figure evocano lo stile del Tintoretto nelle linee sinuose e allungate, nel senso del movimento e nella drammaticità dell’illuminazione, e il tardo Tiziano nell'uso del colore. Nel 1577 si trasferì a Toledo, in Spagna, dove visse e lavorò fino al giorno della morte. prado 2












Un viaggio in Spagna, visitando il Prado di Madrid e la città di Toledo, permettono oggi di conoscere questo genio della pittura, che per certi versi anticipò anche il movimento espressionista nato secoli dopo. Lo stile drammatico ed espressionistico di El Greco era infatti guardato con perplessità dai suoi contemporanei, ed è stato rivalutato nel corso del XX secolo. Difficilmente inquadrabile per via del suo linguaggio personalissimo, le sue figure sinuosamente allungate e ed i colori forti di cui spesso si serviva sono frutto dell'incontro tra l'arte bizantina e la pittura occidentale.
Vasta la collezione di artisti spagnoli a partire da Velázquez, Diego Rodríguez de Silva, nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid nel 1660. Adottò il cognome di sua madre, secondo l’uso frequente in Andalusia, firmando “Diego Velázquez” o “Diego de Silva Velázquez”. Ha studiato e praticato l’arte della pittura nella sua città natale fino all’età di ventiquattro anni, quando si è trasferito con la sua famiglia a Madrid ed è entrato per servire il re da allora fino alla sua morte nel 1660. Tra le opere visionabili nel sito del museo del Prado, colpiscono quelle che raffigurano i giardini di Villa Medici a Roma. Sono due capolavori in cui Velázquez ha catturato un paesaggio senza un motivo narrativo che lo giustifica. Luce e aria diventano i protagonisti di questi dipinti, catturando un momento specifico della giornata, anticipando incredibilmente ciò che Monet avrebbe fatto più di due secoli dopo con l’impressionismo.
Altro artista spagnolo è Francisco José de Goya y Lucientes, nato a Fuendetodos, piccolo villaggio dell'Aragona nei pressi di Saragozza, il 30 marzo 1746 e attivo presso la bottega del pittore José Luzán Martínez. Affascinato dalla pittura del Tiepolo, nel 1769 parte per l’Italia e, tornato a Saragozza, ottiene la commissione di alcuni affreschi per la basilica del Pilar. Grazie ai cognati, i pittori Ramón e Francisco Bayeu, nel 1774 riceve l'incarico di eseguire i cartoni per l'arazzeria reale di Santa Barbara. Nel 1780 Goya diviene membro della Reale Accademia di San Fernando. Negli anni successivi realizza una serie di dipinti a olio con giochi di bambini, e comincia a dedicarsi ai ritratti. Lavora anche per i duchi di Osuna eseguendo temi campestri e ritratti di famiglia. Dopo aver realizzato “La prateria di San Isidro”, uno dei cartoni da arazzo per la camera dei principini al Pardo, nel 1789 riceve da Carlo IV di Spagna, la nomina a Pittore di camera. Una grave malattia gli provoca la sordità cambiando la sua vita. Mentre continua a dipingere ritratti e scorci di vita popolare, nascono anche le prime scene di follia, stregonerie e supplizi. Nel 1797 inizia a lavorare ai “Capricci”, una serie di incisioni dove esprime con grande fantasia la sua ribellione contro ogni forma di oppressione e superstizione. Tra i suoi più intensi personaggi femminili spiccano al Prado “La maja vestida” (1800-1805) e “La maja desnuda”. Commissionato da Godoy, divenuto dal 1995 mecenate di Goya, la Maja desnuda è l’unico nudo femminile eseguito in un periodo in cui l’Inquisizione spagnola proibiva questo genere di dipinti, ed ha ispirato artisti e letterati. L’opera è circondata da un romantico alone di mistero, priva di motivi allegorici, ed è stata concepita quale raffigurazione di una Venere priva di pudore, in quanto la figura guarda direttamente negli occhi il fruitore, al pari della “Maja vestida”.
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L'invasione napoleonica del 1808, le feroci rappresaglie e il martirio del popolo spagnolo, lasciano un segno indelebile nella vita dell’artista che trova sfogo nelle incisioni dei “Disastri della guerra” (1810-1820) e in due celebri dipinti del 1814: “Il 2 maggio 1808” e “Il 3 maggio 1808: fucilazione alla Montagna del Principe Pìo”. Quest’opera mette tristemente in luce la drammaticità dell’esecuzione di massa, in cui i patrioti vengono fucilati senza pietà, uno dopo l’altro. Un quadro che più di mille parole racconta una pagina di storia. Negli anni successivi, caduto in disgrazia a corte, Goya si ritira nella casa di campagna, la “Quinta del Sordo”, dove ricopre le pareti con le cosiddette “Pitture nere”, immagini angoscianti e visionarie, tra cui ricordiamo “Saturno che divora i suoi figli”. Nel 1824 parte per la Francia e si stabilisce a Bordeaux: qui Francisco Goya muore il 16 aprile 1828. I suoi ultimi lavori sono “La lattaia di Bordeaux” e un ritratto del nipote Mariano. Un artista ad ampio spettro, Goya, capace di fissare nei dipinti il bello e il brutto della vita come pochi altri.
Un museo vasto, quello del Prado, impossibile da visitare completamente nell’arco della giornata. Consigliabile quindi visitarlo virtualmente, in modo da selezionare le sale con le opere predilette e andare poi direttamente davanti ad esse senza incorrere all’inconveniente di un guardiano del museo che ti redarguisce “Señorita… señorita!!” perché è arrivata l’ora di chiusura e tu sei lì, davanti ad un capolavoro cercato di sala in sala, incantata, come è successo a chi scrive.
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Georges De La Tour: l'Europa della luce

Palazzo Reale di Milano.
Dal 28 maggio al 27 settembre 2020.
a cura di Silvana Gatti.
È stata riaperta al Palazzo Reale di Milano la straordinaria mostra Georges de La Tour: l’Europa della luce, aperta il 7 febbraio scorso, accolta come un evento dalla stampa e con centinaia di prenotazioni attivate dal pubblico, chiusa per l’emergenza sanitaria dal 24 febbraio e riaperta poi per una sola settimana dal 2 all’8 marzo. Una mostra partita a singhiozzo, dunque, visitabile sino al 27 settembre 2020 grazie ai 28 musei, prestatori da 3 continenti, che hanno accettato di prorogare il prestito delle 33 opere, permettendo di visitarla con le misure di sicurezza stabilite dalle autorità governative e regionali. La mostra è promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, curata dalla Prof.ssa Francesca Cappelletti e da Thomas Clement Salomon, e vanta un comitato scientifico composto da Pierre Rosenberg (già direttore del Louvre), Gail Feigenbaum (direttrice, Getty Research Institute), Annick Lemoine (direttore, Musée Cognacq-Jay), Andres Ubeda (vice direttore, Museo del Prado).
The Musicians' Brawl; Georges de La Tour (French, 1593 - 1652); about 1625 - 1630; Oil on canvas; 85.7 × 141 cm (33 3/4 × 55 1/2 in.); 72.PA.28













Dopo lo straordinario successo dell’esposizione di due tele del maestro a Palazzo Marino nel 2011, per la prima volta in Italia una mostra viene dedicata al più celebre pittore francese del Seicento e ai suoi rapporti con i grandi maestri del suo tempo. Definito dagli studiosi un meteorite nella pittura barocca con ascendenze caravaggesche, Georges de La Tour si rivela in questa retrospettiva come artista dalle diverse sfaccettature, in grado di prendere le distanze da Caravaggio e di sviluppare un proprio stile. Inevitabile visitando la mostra il confronto con l’inquieto Caravaggio, con il quale il francese condivide il senso drammatico, teatrale, della composizione e lo studio accurato della luce, anche se non è dato sapere se La Tour abbia mai avuto modo di ammirare direttamente le opere del Merisi. La mostra a Palazzo Reale e gli studi del catalogo edito da Skira mettono in evidenza l’eredità caravaggesca della pittura di Georges de la Tour (1593 – 1652).
È stata la critica moderna a riscoprire e rivalutare questo artista dopo un lungo periodo di oblio. Apprezzato ai suoi tempi, fu poi dimenticato e riscoperto solo nel Novecento. Nel 1915 lo storico dell’arte tedesco ed esperto del barocco italiano, Hermann Voss, pubblicò un articolo in cui attribuiva a La Tour, che allora era soltanto un nome senza opere, alcuni dipinti, scrivendo: «Egli esplora le superfici e i contorni delle cose con acuta precisione, senza alcuna ripugnanza per la loro crudezza». La Tour è stato infatti quasi ignorato sino a pochi decenni or sono, e le sue opere venivano frequentemente attribuite a vari artisti caravaggeschi, come Honthorst e Valentin. Il testo di Hermann Voss sarebbe passato pressoché inosservato se Roberto Longhi non lo avesse segnalato al Louvre, che proprio in seguito a questa segnalazione e agli approfondimenti che ne derivarono decise di acquistare il suo primo La Tour nel 1926: era l’Adorazione dei Pastori.
La sua formazione è tuttora avvolta nel mistero, come è un’incognita un suo probabile viaggio in Italia verso il 1612-13. Dalle prime opere si suppone che la sua formazione artistica sia avvenuta nell’ambito del manierismo lorenese, per via di un’arte colta, aristocratica, basata sulle iconografie preziose, sui riferimenti colti, sulle allegorie complicate. La totale assenza di pagamenti e documenti di commissione rende difficile la cronologia e l’attribuzione delle opere. Scarseggiano inoltre le citazioni che consentano di datare, con qualche certezza, le opere conosciute. Osservando le opere di Georges de la Tour si nota innanzitutto un notevole contrasto tra le scene “diurne”, realistiche e prive di filtri, che raffigurano personaggi segnati dalla povertà e dall’età, e le scene “notturne” in cui splendide figure sono illuminate dalla luce di una candela: personaggi assorti, silenziosi, commoventi come “La Maddalena penitente” proveniente dal museo di Washington, esposta nella prima sezione della mostra. La Tour la raffigura nell’intimità notturna, illuminata da un lume oscurato da un teschio che, appoggiato sul tavolo, spinge il fruitore a riflettere su temi come la caducità della bellezza femminile ed il destino umano. In mostra è presente anche il mondo notturno di Trophime Bigot, considerato il Maestro del lume. Il percorso della mostra dedica una sezione alla vicenda degli Apostoli per la cattedrale di Albi. Georges de la Tour eseguì una serie di a- postoli a mezzo busto che dovevano essere disposti intorno all’immagine di Cristo. In un inventario del 1795, la serie fu registrata e attribuita al Caravaggio. In uno studio successivo, furono distinti gli originali di La Tour dalle copie; all’interno della serie, solo due, “San Giacomo Minore” e “San Giuda Taddeo”, entrambi in questa sezione, sono attribuiti al pittore. Gli originali di La Tour sono affiancati da altri dipinti rappresentanti gli evangelisti, sempre parte di una serie, eseguiti da artisti in passato accostati a La Tour o confusi con lui, quali Frans Hals e Jan van Bijlert.
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Nella terza sezione della mostra sono esposte le opere di artisti che sono stati possibili punti di riferimento per la formazione dell’artista. Tra quanti sostengono che La Tour abbia fatto un viaggio di formazione in Italia, c’è chi ha individuato nelle opere di Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino, un terreno di studio per l’artista lorenese. Una via per la diffusione della cultura post caravaggesca in Francia si trova anche nell’opera di Carlo Saraceni, di cui è esposto in mostra un quadro notturno, posto a confronto con il “Cristo fra i dottori” di Bor, in cui l’artista riprende dal Saraceni la rappresentazione di figure piccole immerse in ampi spazi scuri. Alcune opere riferibili al terzo decennio del Seicento, come il “San Gerolamo” di Palazzo Barberini e la “Cattura di Cristo” della Galleria Spada documentano il problema di attribuzione di alcune opere a Candlelight Master, specializzato nella pittura a luce artificiale. Egli venne battezzato in tal modo dallo studioso Benedict Nicolson da lui stesso poi identificato con Trophime Bigot, problematica figura di artista attivo a Roma ancora negli anni Trenta. “La Cena con sponsali”, un importante dipinto di Gherardo delle Notti, definito l’Honthorst “italiano”, rimanda immediatamente allo stile compositivo e luministico di La Tour, per via dei volti illuminati dal lume di candela che dona luce alla tavola apparecchiata. Un’opera in cui trionfano l’armonia e la convivialità fra i commensali. Proseguendo nel percorso della mostra, il visitatore è colpito dal crudo realismo delle opere di Georges de la Tour, particolarmente forte nella “Rissa di musici” proveniente dal Getty Museum di Los Angeles. La scena è diurna e raffigura diversi personaggi coinvolti in una rissa, in cui uno dei contendenti cerca di spruzzare un limone sugli occhi dell’avversario per svelarne la finta cecità. Scene notturne e oggetti metallici raffigurati a luce di candela immergono in questa sala lo spettatore in notti animate da scene profane o religiose, in cui la luce, declinata da Honthorst e La Tour in modi diversi e sorprendenti, circonda le emozioni umane, suscitate dal gioco, dal vino e dalla musica, sottratte all'ombra e consegnate al mondo della pittura, esaltando la bellezza degli oggetti, dei profili femminili, la fragilità delle azioni e dei sentimenti. Georges de la Tour amava raffigurare personaggi comuni, ed in mostra spiccano per il realismo i due dipinti raffiguranti “Donna anziana” e “Uomo anziano” del Museo di San Francisco, insieme al “Suonatore di ghironda con il cane”. Per gran parte degli studiosi i tre quadri sarebbero stati eseguiti in età giovanile, accomunati come sono dallo stesso trattamento dello sfondo. “Il Suonatore di ghironda con il cane”, dipinto di grandi dimensioni, è qui esposto a confronto con le stampe di Jacques Bellange e di Jacques Callot che ritraggono analoghi personaggi. Il suonatore di ghironda, frequentemente cieco che suonava per le strade chiedendo l’elemosina, era un personaggio tipico della cultura lorenese. Questa sezione documenta come George de la Tour sia un pittore del sociale, in quanto i suoi personaggi sono presi dalla strada e raffigurati in tutta la loro realtà, senza filtri o abbellimenti. Una sezione è dedicata al filo conduttore della mostra, la ricerca di La Tour sulle possibilità espressive dell’illuminazione artificiale notturna. In questa sala sono esposti diversi capolavori del pittore lorenese, tra cui spicca “Giobbe deriso da sua moglie”, in cui la fiamma della candela, con la sua traccia di fumo sulla veste della donna, illumina il centro del dipinto, generando un effetto di controluce che amplifica il suo gesto di insofferenza. “Giovane che soffia su un tizzone”, insieme a “L’Educazione della Vergine”, documentano diversamen- te la raffigurazione di un interno illuminato dal lume artificiale in un’atmosfera domestica pervasa dalla quiete.
Uno studioso settecentesco sosteneva che La Tour avesse regalato al re Luigi XIII un dipinto che raffigurava un “San Sebastiano in una notte”, apprezzato così tanto dal re da rimuovere ogni altro quadro nella sua camera da letto. Si conoscono almeno dieci versioni del “San Sebastiano curato da Irene” nello stile di La Tour, e qui è esposta una delle tre conservate al Musée des Beaux Arts di Orléans. L’esistenza di tutte queste copie fa pensare che la composizione fosse corrispondente al quadro entrato nelle collezioni reali, in una data forse prossima al 1639, quando Georges de La Tour a Parigi ricevette il titolo di pittore ordinario del re.
La rassegna si chiude con la sezione dedicata al capolavoro della maturità di Georges de la Tour, il “San Giovanni Bat- tista nel deserto”. Con questo dipinto, che raffigura il santo precursore di Cristo e il legame fra l’Antico e il Nuovo Testamen- to, La Tour sintetizza al massimo la composizione, spingendo la pittura verso la dimensione della solitudine e della meditazione, aderendo all’esperienza degli eremiti cristiani, alla ricerca della fede in luoghi lontani dalla mondanità.
Un’esposizione imperdibile considerato che, come ebbe a sottolineare Roberto Longhi, in Italia non vi è conservata nessuna opera di La Tour e sono poco più di 30 le opere attribuite al Maestro.
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