Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Massimo Pennacchini e gli Idoli. Una storia più attuale che mai.

Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità…”
(Fabrizio De Andrè)
Pennacchini1
Miti, idoli, storia, leggenda e pittura. E’ l’ultimo e più recente degli approdi di Massimo Pennacchini, pittore ed artista dalle radici ben affondate nel contemporaneo e nello studio della classicità. Roma e la sua ricchissima storia millenaria lo aiutano fornendogli materiale su cui agire nel suo ultimo intento, quello di omaggiare con garbo compositivo, intelligenza creativa e ironia sottile le divinità antiche, senza per questo spingersi a discuterne l’essenza, ma ricordando quanto l’uomo abbia avuto bisogno, e ne ha sempre, di agganciare i suoi pensieri alla presenza del divino, che finisce per diventare prevalentemente idolo e moltiplicare la sua immagine per mano degli stessi uomini, come accade per quello che da un bel po’ si chiamano “icone pop”. A guardare le sue opere dedicate agli Idoli non si rimane solo piacevolmente colpiti dalla disinvoltura delle sue operazioni artistiche, che agghindano e fortificano immagini di divinità, condottieri, imperatori e grandi figure della storia. Si ripassa mentalmente quanto appreso fantasticando dai banchi di scuole. E allora la sua interpretazione della bella divinità chiamata Flora diventa ancor più popolare e gradevole, più attuale e ficcante di quanto non lo sia stato per chi la adorava ai tempi della antica Roma. Tra i Flàmini minori (sacerdoti addetti al culto di una divinità) il Flàmine floreale deve aver riscosso un discreto successo, fortificato dagli Arvali, il collegio sacerdotale di origine patrizia che invocava anche Flora nelle cerimonie. Flora è nome storpiato per pronuncia, per i greci era Clori.
Frida
Era la divinità della fioritura dei cereali e di tutte quelle piante che danno cibo o bevande all’uomo. Il tempo ne fortificò l’immagine di divinità della primavera. Attualizzando il mito, attrezzando la divinità con le policromie dei suoi fiori e della sua tavolozza gradevole e fermamente contemporanea, Pennacchini irrobustisce il concetto di popolarità di una immagine e rende automatica la curiosità dell’indagare sul soggetto rappresentato, ripropone le sue figure in una chiave attuale e figlia delle precedenti esperienze di artista, incuriosisce e conquista. Ma non è la sola, Flora, a cadere nella rete di un pittore catalizzatore e vivace come Pennacchini. Lo sono e lo saranno quegli idoli che hanno percorso millenni di storia nella loro integrità fornitaci dalle immagini dei musei, dai libri di storia e dal fascinoso mondo dell’immagine. Èikon, dicevano i greci. Icona come immagine, come rappresentazione dell’invisibile quanto estremamente popolare e adorato. E così anche le grandi opere del passato, popolari quanto difficilmente viste da vicino, prendono la via delle elaborazioni felici di Pennacchini. In questo, è un artista che si distacca dalla ricerca, a volte ridondante oltremodo, di chi ha elaborato opere dedicate agli idoli attuali, lasciandosi prendere troppo dalla furiosa contemporaneità. L’artista romano cerca di riportare in auge figure largamente più note in tempi lontani o lontanissimi, quando internet non poteva neppure essere immaginato e la tradizione orale o scritta affiancava il lavoro degli scultori e degli artisti a cui era assegnato il compito di eternare una figura attraverso la sua immagine. Modernità ragionata e colta, quella di Pennacchini, figlia di un percorso ricchissimo di esperienze internazionali.
monna lisa
Parente stretta di esperienze in passato dedicate alla sensualità del tango (in Argentina il successo delle sue opere fu enorme) che lo portò ad essere definito “Il pittore del tango”. O di ricerche importantissime, come quando gli fu assegnato il compito di rappresentare l’Italia in Cina per celebrare il Cammino di Marco Polo (2011). Oppure derivata dal tempo in cui fu scelto per rappresentare la cultura italiana negli aeroporti del mondo. E così Fiumicino, Malpensa, il JFK di New York videro le sue opere decorare le sale frequentate da milioni di persone incuriosite. Un cammino mai domo, ricco di innovazione e sfide affrontate in giro ovunque e senza tregue, con la consapevolezza di misurarsi in avventure sempre nuove e la certezza di poter dire la propria sfoderando le armi di una profonda conoscenza tecnica e della ispirazione guidata da studi severi. Non è certo uno che guarda alla consacrazione del successo come ad un approdo. Pennacchini prende ognuna delle sue tappe come uno stimolo, un invito a fare meglio. Il suo è, nel senso più profondo del termine, un reale work in progress. Ci aspettiamo nuove idee, nuove e ancor più ricche apposizioni di colore e vitalità. Dopo aver reso giustizia alle impolverate divinità dei romani, alle arrugginite corazze dei condottieri, chissà cosa altro ci riserva Massimo Pennacchini. Disinvolto e coerente artista dalla ricerca incessante.
Giorgio Barassi
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Colors Explosion

La Galleria Ess&rrE dal 22 febbraio al 6 marzo 2020 alle ore 16,00 inaugura la mostra
“Colors Explosion”
Varie pitture intrise di profonda umanità e sensibilità quelle proposte dagli artisti presenti da sabato 22 febbraio al Porto turistico di Roma nella splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle bellissime imbarcazioni a fare da cornice a questi 14 giorni di Arte contemporanea. Arte dedicata a venti artisti che proponiamo ai nostri collezionisti, amici e anche solo curiosi, di godere della piacevolezza della pittura per fare proprie le opere degli stessi artisti che saranno presenti per l’inaugurazione con circa 25 opere di assoluto livello.
Alcuni di loro vengono promozionati tutte le domeniche sera alle 22,00 anche sui canali televisivi 123 D.T. e 868 Sky di Arte Investimenti nel progetto Laboratorio AccA, inoltre proposti anche nelle fiere d’arte nazionali dove stanno riscuotendo notevole successo.
Le opere in esposizione sono di: Elio Atte, Angela Balsamo, Giusy Dibilio, Didif (Daniela Delle Fratte), Emanuela Fera, Giusy Cristina Ferrante, Tano Festa, Laila, Rita Lombardi, Marina Loreti, Lorenzo Luci, Anna Lisa Macchione, Barbara Monti, Achille Perilli, Francesco Ponzetti, Leandro Ricci, Michele Angelo Riolo, Maria Grazia Russo, Giò Stefan, Anna Maria Tani.
Dal 22 febbraio al 6 marzo 2020 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma
locale 876 
00121 Roma - 329 4681684 
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Fantasies of art

 

La Galleria Ess&rrE dall’1 al 7 febbraio marzo 2020 alle ore 16,00
inaugura la mostra

“Fantasies of art”

Foto Mostra




Sabato 1 febbraio gli artisti presenti si relazioneranno con il pubblico e con i collezionisti per uno scambio di opinioni e per un brindisi inaugurale al Porto turistico di Roma nella splendida realtà romana direttamente sul mare, a ridosso delle bellissime imbarcazioni a fare da cornice a questi 7 giorni di Arte contemporanea dedicata a venti artisti che si confrontano con una varietà di opere che vanno dal figurativo alla pop art per arrivare agli astratti passando per l’informale.  

Foto Galleria 2Alcuni di loro vengono promozionati tutte le domeniche sera alle 22,00 anche sui canali televisivi 123 D.T. e 868 Sky di Arte Investimenti nel progetto Laboratorio AccA, inoltre proposti anche nelle fiere d’arte nazionali dove stanno riscuotendo notevole successo.

Le opere in esposizione sono di: Elio Atte, Nicole Auè, Giusy Dibilio, Didif (Daniela Delle Fratte). Emanuela Fera, Giusy Cristina Ferrante, Aurora Iogà, Lucia Kalei, Laila, Livia Licheri, Rita Lombardi, Lorenzo Luci, Anna Lisa Macchione, Francesco Ponzetti, Leandro Ricci, Michele Angelo Riolo, Maria Grazia Russo, Francesca Surace, Giò Stefan, Anna Maria Tani.




Dall’1 al 7 febbraio 2020 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma

locale 876 - 00121 Roma - tel.  329 4681684 
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Asmone: le emozioni, la scienza, la Magna Grecia e la Toscana

Una Pittura accorta, ma fatta di getto. Una serie infinita di colori, ma ordinati. Una matericità densa, ma irrimediabilmente leggera. Un corpo consistente nelle sculture, ma attraversato da piccoli antri, spaccature, spazi impercorribili.
Asmone dipinge e crea le sue sculture così, come attraversando gli opposti, lasciandoli agli estremi di un discorso che nasce da riflessioni scientifiche ma è coniugato scandendo i paradigmi dell’emozione.
Quello che è alla base della sua arte è la vicinanza non solo teorica al rispetto dell’importanza dei fatti emozionali. Fosse uno scrittore, sarebbe protagonista di un Romanticismo molto italiano, con buona pace di quel che ci somministravano i libri di letteratura e i loro sacerdoti al liceo. Avrebbe tracciato, senza permettere al braccio mediatore e portator di penna, le sue rime o le sue prose partendo dalla sacrosanta emozione e in ciò cercando di trasmetterla il più fedelmente possibile alla carta. Avrebbe, insomma, tradito le aspettative della metrica e della prosodìa piuttosto che mancare nei confronti della emozione e delle emozioni. Ma per fortuna è pittore e scultore, e trasporta i suoi “cromatici” con la autorevolezza del fiero difensore del gesto.
Asmone
Eppure la certezza della scienza e delle sue applicazioni interessano ed animano il percorso di Asmone. Joannes Itten, pittore, designer e scrittore svizzero, nobile parte di quella magnifica scuola che fu il Bauhaus nel primo Novecento, determinò con un cerchio cromatico le attribuzioni classificative di “colore primario”, “secondario” e terziario dalle tinte derivate dalla combinazione dei tre colori inclusi un un triangolo (il Trinagolo di Itten) a sua volta incluso in un esagono che si lascia avvolgere da un cerchio, colorato dalle tinte delle combinazioni tra i colori inclusi nel triangolo e nell’esagono. L’opponente del colore che sceglierai tra i primi tre, sarà quello più giusto per combinare due colori. Nulla di casuale, anzi. La casualità è solo la partenza. L’arrivo è smaccatamente causale.
Toscano di adozione, viene dalla Magna Grecia e da quella città che ha “il chilometro più bello d’Italia”, Reggio di Calabria. Le profondità del mare davanti a Scilla, il vento che spettina le vele e lo sguardo che ha vagato in cerca di nuove avventure sono nei suoi lavori. Pezzi profondi come gli abissi e dolci come le carezze della brezza sul lungomare d’estate, mentre quasi tocchi l’Isola lì di fronte, con attorno cespugli di pitosforo e fiori che si sporgono strafottenti dalle ringhiere dei balconi affacciati al mare. Asmone non ha mai perso il contatto con quella Punta d’Italia, porta nei suoi racconti di tinte e dimensioni la grande eredità nata nei silenzi marini, lontana dalla caciara dei lidi affollati, e la coniuga con la toscanità dei cipressi che interrompono la dolcezza dei declivi morbidi tra colline piene di ulivi e vigne nella bella terra toscana. Le emozioni, quelle che rimanda a noi, nascono soprattutto da quella dotazione acquisita negli anni della giovinezza e degli studi, e riaffiorano prepotenti ogni volta, marcati ad ogni singola virgola di colore da una mescola di sensazioni e cromie che attraversano le sue opere come a mostrare un linguaggio che arriva intatto fino alla parete di chi sceglie i suoi lavori. Un filo che unisce fatalmente la sua percezione a quella di chi guarda e gode di tanta abbondanza narrativa.
In lui si uniscono le capacità dei maestri della ceramica calcidica, venuti coi loro conterranei dalla Grecia nel VIII secolo a.C. a fondare Reghion, dettare legge nella scultura e nella bronzistica e creare il porto più importante per chi arrivava da Oriente, e la miscela tra la ruvida, inconfondibile parlata espressionista e colorita della favella toscana ed il tonalizzarsi della natura in mille sfumature di verdi e di terre d’ombra: il corredo della ricchezza artistica che completa il dolce andare delle colline attorno a Pistoia.
asmone2
Il frutto del suo lavoro, costante e coerente, sta nella unità concettuale del suo dipingere e creare, e in ciò percorre una strada senza fine. Perché infinite sono le possibilità di indagare il colore e le sue applicazioni, nel suo codice compositivo. Si può dire che la sua indagine senza resa sarà percorsa da una varietà enorme di opere, e invece Asmone prende il tempo per confrontarsi coi colori e le loro declinazioni sulla tela o nella materia delle sue sculture di terrecotte smaltate. Come a ricordarci che quella “casualità iniziale” (e sono parole sue) dovrà fare i conti con la “causalità del necessario” che è la stretta utilità del rispondere alle sacre regole della pittura e del momento in cui dipinge quanto la necessaria forma di gradimento di chi deciderà di avere una delle sue operazioni artistiche in casa.
Dice Asmone: “La composizione, l’equilibrio tonale, la giustapposizione dei colori, i contrasti cromatici ed i conseguenti effetti visivi sono esclusivamente guidati dall’emozione provata nella fase creativa. L’emozione è causa del risultato finale ed è necessaria per la realizzazione dell’opera stessa”.
Una pioggia di emozioni e di colore, giustamente propagata dalla pittura alla scultura, perché nessuna delle due arti abbia a cedere di fronte all’altra. Entrambe figlie di un sentire profondo, significative figlie di una creazione attenta che nessuna voce esterna potrà frenare.
Da qui, senza esitazione alcuna, non si è mai percorsa la strada degli accostamenti e dei paragoni, perché ciascun artista è singolo nella sua unicità, quando ha mezzi ed attrezzatura tecnica per essere artista. Per cui è fisiologico rifiutare i paralleli con altri, ai quali Asmone avrà pur guardato, proprio per la caratteristica e convincente azione costruttrice del suo operare: una indagine pittorica con solide radici emozionali e scientifiche in parti pressoché uguali.
Ogni singola porzione di un suo quadro e ogni centimetro cubo delle sue sculture racconta un vigore espressivo ordinato, quantunque classificabile nella rinuncia alla forma codificata. Nulla arriva come una molle distrazione dal compito di raccontare l’ emozione, che è figlia di qualcosa di così profondo ed intimo da non avere sfogo fedele all’intensità con cui la si sente. Pino Daniele, che di emozioni ci ha cantato in maniera indelebile, diceva “…‘ncòppa all’emozione nun se pò parlà. Cantà, si…”. E dipingere, pure, chiedendo licenza al compianto, grandissimo artista.
Il linguaggio di Asmone è internazionale. Merita scenari ampi e sempre maggiori. Basta conoscere la via che attraversa ogni volta che si lancia nel dipingere e nello scolpire. Una strada accidentata, in cui deve stare attento a tutto, pur lasciando che la mano vada a creare curve di materia, sovrapposizioni dense di colore ad olio, smalti abbondanti sulla terracotta.
Ma poi, il sentire lo guida, come gli dei guidavano i nocchieri greci in un mare avverso o come l’aria della dolce Toscana guidava i cavalli in scuderia, dopo un lungo giorno di fatica.
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Carlo Corsi - Maestro del colore

“Mostra collaterale che farà da cornice a IFA e BAF Bergamo dal 10 al 19 gennaio 2020”.
 a cura della Galleria Cinquantasei (BO)
Carlo Corsi nasce l’8 gennaio 1879 a Nizza e cresce in un ambiente di musicisti e cantanti. Fin dai primi anni di vita si diletta nel “lavorare” con lapis, matite, colori, forbici, carte e cartoni, di cui i familiari lo forniscono volentieri. A nove anni resta straordinariamente colpito dall’Esposizione Emiliana ai Giardini Margherita di Bologna (dove oramai vive e che rimarrà sua abituale residenza) e dalla relativa mostra di quadri a San Michele in Bosco dove i dipinti di Segantini e Favaretto lo stupirono. Nel 1896, data la naturale predisposizione al disegno, la famiglia lo iscrive alla facoltà di Ingegneria. In quello stesso anno la sorella Emilia viene scritturata al Teatro Comunale per cantare nella “Carmen” e Corsi ottiene il permesso di libero accesso al palcoscenico. Fu la rivelazione dell’arte e come l’artista stesso annotò: “fuggii dalle bolge universitarie dei calcoli e delle formule algebriche ossessionanti per rifugiarmi in Pinacoteca”.
Corsi
Si trasferisce a Torino nel 1902, dove compie interamente gli studi accademici. Sono di quel periodo i contatti e l’amicizia con Alessandro Scorzoni e col suo Maestro, Giacomo Grosso, che aiuta la maturazione artistica di Corsi. Rientra a Bologna nel 1906, causa la morte del padre.
L’anno successivo si reca in Olanda, ove resta impressionato in modo indelebile dai luoghi e dagli inconfondibili crepuscoli. Conosce i Rembrandt, i Franz Hals, i Vermeer dei musei di Amsterdam, l’Aja, Anversa, Bruxelles e li ama per tutta la vita. Ultima tappa di quel viaggio è Parigi dove trascorre tutto il suo tempo dentro al Louvre. Negli anni dieci, colpito dal volo dell’ingegnere francese Louis Blériot, Corsi scriverà “avevo anch’io il mio ideale aeroplano, e volevo che si alzasse anche lui da terra. Non sapevo in quegli anni a chi affiancare le mie esperienze pittoriche, e anche per questo subivo perplessità, dubbi, scoramenti…”.
Nel 1912 viene accettato alla Biennale di Venezia e nel 1913 espone a Monaco. Nel 1915 espone a San Francisco, dove è rimasta una delle sue opere più significative, acquistata dal Museo di Arte Moderna. Negli stessi anni espone anche alle quattro mostre Internazionali della Secessione di Roma.
Torna a Venezia nel 1920, dopo la pausa dovuta alla Prima Guerra Mondiale e di nuovo nel 1922. La consacrazione della sua qualifica di pittore avviene nel 1924 con l’invito ufficiale alla Biennale, ma nel 1926, col cambio dei regolamenti e dei criteri dell’istituzione veneziana, Corsi è costretto a ricominciare dall’inizio tutta la lunga serie delle mostre sindacali e regionali. «E rimase così confinato, per tutto il ventennio, nel suo cantuccio bolognese […]. Corsi, l’indipendente di Bologna, l’eterno ragazzo alle prime, durevoli emozioni di fronte alla donna e alla natura […]. In compenso lo dimenticarono, considerandolo un sensista borghese ben dotato, come tanti, di qualità pittoriche e lo riscoprirono, quando la ruota ricominciò a girare nel senso giusto, nel famoso Premio Bergamo del 1941…» (Raffaele De Gra- da). 1941, in maniera sorprendente e davvero curiosa gli viene assegnato a Bergamo il premio per i giovani, istituito da Bottai, Ministro della Cultura. Corsi ha sessantadue anni!
Corsi1
Riceve nel 1943, l’invito alla Quadriennale a seguito della mostra comprendente 24 opere alla Galleria di Roma. È ormai prossimo ad un nuovo invito alla Biennale, ma la Seconda Guerra Mondiale lo blocca nuovamente e, alla fine di questa, deve ricominciare ancora una volta, da capo. Nel dopoguerra allestisce dieci personali in varie città tra cui Venezia, Milano, Bologna e Torino; nel 1950 viene invitato a Venezia, dove espone tre opere: una tempera e due collages.
Nel 1954 espone a Venezia cinque opere e viene successivamente invitato al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, insieme ad altri cinque artisti (Deyrolle, Karskaja, Coppel, Koenig e Wells), per una mostra di “collages”.
Rientrato nella sua Bologna, Corsi dirà: «Ora dovrei raccogliere le fila del mio lavoro, ma con Matisse, Picasso e Klee si apre, per chi ne sappia intendere i messaggi, un nuovo mondo alla pittura. E la mia ostinazione mi fa riprendere certe esperienze che mi hanno inquietato fin dai più giovani anni: il fascino dei collages, la lirica del moto travolgente nello spazio, cui dedico, insieme ad altre esperienze, questi miei anni di lavoro”.
1964: al Museo Civico di Bologna viene allestita una mostra antologica con presentazione in catalogo di Francesco Arcangeli.
Muore il 27 agosto del 1966.
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Il Premio d'Arte Caterina Sforza

Il no delle artiste alla violenza.
Sono le artiste bolognesi, Nicoletta Badalan e Grazia Barbieri, le vincitrici per la sezione pittura del Premio d'Arte Caterina Sforza 2019 Logos/città di Riolo Terme; sul fronte scultura ad aggiudicarsi il prestigioso Premio sono state la modenese Tiziana Grandi e l'imolese Elena Modelli. Alle quattro artiste, l'Associazione culturale Logos di Sant'Agata sul Santerno, che ha promosso l'iniziativa, ha assegnato oltre alla targa di riconoscimento una serie di altri premi tra cui la mostra quadripersonale svoltasi dal 23 novembre all'1 dicembre 2019 nei suggestivi spazi della Torre dell'Orologio presso la Rocca Sforzesca di Riolo Terme.
La Rocca
«E' questo un Premio d'arte – afferma Marilena Spataro, organizzatrice con Alberto Gross, dell'evento - che nasce per sostenere, attraverso la bellezza e le arti figurative, la lotta contro la violenza sul femminile e di genere, affermando la volontà delle donne di essere sempre più protagoniste, in una visione di pari dignità con il maschile, in tutti gli ambiti del sociale, a partire da quello artistico. L'evento si è tenuto in prossimità della giornata mondiale contro la violenza sulle donne nelle Terre di Caterina Sforza per rendere omaggio, attraverso la figura di questa signora di Imola e contessa di Forlì, a tutte le donne. Si ricorda, infatti, che Caterina Sforza è un importante esempio di femminilità e fascino, nonché emblema di sottile ingegno, enorme coraggio e grande risolutezza, tanto da essersi guadagnata l'appellativo di “Tigre di Romagna”». Le quattro vincitrici del Premio dedicato alla “Tigre di Romagna” sono state selezionate da una qualificata giuria di artisti ed esperti d'arte durante la mostra concorso A proposito di tutte queste Signore, che si è svolta il 3 Novembre scorso nella Galleria Pontevecchio di Imola. “A proposito di tutte queste Signore”, è un format artistico espositivo ideato e curato sempre dalla giornalista culturale Marilena Spataro e dal critico d'arte Alberto Gross. «Con esso - spiega Gross - abbiamo inteso interrogarci sulla natura e sull'identità dell'arte al femminile, cercando un "carattere", un fil rouge che, pure nelle naturali discrasie e disparità, leghi tra loro le varie manifestazioni della contemporaneità, scaturite da un medesimo incedere sospeso tra leggerezza e comprensione».
Nel corso della premiazione e dell'evento espositivo del 23 Novembre, alle vincitrici è stato consegnato, insieme alla targa di riconoscimento, il catalogo della mostra, mentre la rivista d'arte e cultura Art&trA di ACCA edizioni di Roma ha offerto loro la pubblicazione di una pagina. Un gradito premio è infine giunto alle artiste dalle Terme di Riolo: un prodotto della nuova linea dermocosmetica e un voucher benessere comprensivo di piscina termale alla SPA Thermarium valido per due persone. Alla pittrice e scultrice imolese, Lietta Morsiani, è stata riservata una menzione speciale quale Premio Caterina Sforza alla carriera e che si concretizzerà in una mostra personale nella prossima primavera da tenersi nella Torre dell'Orologio in occasione dei suoi 25 anni nell'ambito dell'attività scultorea.
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Le percezioni colorate di Anna Romanello

di Svjetlana Lipanović.
L'esposizione “Immagini stratigrafiche” di Anna Romanello, artista-performer, inaugurata il 15 ottobre 2019 nella magnifica cornice presso Musei e Gallerie di Podgorica, è stata realizzata per ricordare il 140 anniversario dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra l’ Italia e il Montenegro. Inserita nel programma degli eventi della “Giornata del Contemporaneo” nella quale il Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale si propongono di far conoscere l’arte italiana odierna, la mostra organizzata dall’Ambasciata d’Italia nella capitale montenegrina è stata aperta da Luca Zelioli, Ambasciatore d’Italia, Vučić Ćetković, Direttore dei Musei, Aleksandar Bogdanović, Ministro della cultura e dall'artista Anna Romanello. Gli illustri ospiti hanno presentato con interventi approfonditi l'artista, spiegando il significato del suo lavoro che il numeroso pubblico ha potuto ammirare attraverso le 22 opere esposte negli ampi spazi.
romanello1
Per conoscere meglio la Romanello, artista internazionale, è importante capire il lungo percorso artistico durante il quale con l'innato talento, la dedizione, la passione e la pazienza ha raggiunto la fama e il successo ampiamente meritati. Si è diplomata all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e, in seguito ha raggiunto Parigi, per frequentare l'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts e l'Atelier 17 di S.W. Hayter, presso il quale si è specializzata nelle tecniche grafiche a colori simultanei. L'incontro con il Maestro Hayter ha lasciato un segno indelebile nella sua arte in cui le sue opere principali diventano le incisioni.
A Roma, lavora presso la Calcografia Nazionale e da docente all'Accademia di Belle Arti realizza vari interessanti progetti con gli studenti. I suoi libri d'Artista, veri gioelli dell'armonia e della bellezza vengono alla luce in Francia, mentre a Londra, in omaggio alla città crea una serie di fotografie inspirate all'assetto urbano della capitale inglese. Le sue mostre spesso accompagnate con performance suggestive sono state allestite nelle diverse capitali europee ed oltre oceano. L'ultima si è svolta dal 4 all' 8 dicembre 2019 nell'ambito di "Acqua Art Miami" a Miami Beach nel quale, ha esposto le sue scintillanti creazioni intitolate:
"Tracciati di luce".
Tornando alla mostra di Podgorica che è rimasta aperta fino all'8 novembre 2019, riscuotendo un grande successo tra gli amanti dell'arte e tra gli esperti del settore, si può constatare che il titolo "Immagini stratigrafiche" svela perfettamente l'essenza delle sue creazioni dai colori intensi con cui l'artista inventa una realtà nuova, adoperando una serie di tecniche diverse: fotografia, pittura, installazione e incisioni. Inaspettatamente, la realtà conosciuta si trasforma dalla percezione soggettiva della Romanello, per sorprendere con inedite forme fissate sulle opere. La stessa artista dichiara che "le immagini immortalate sono il risultato delle sue esperienze di viaggiatrice nei luoghi del mondo e in quelli della mente, assemblate fra di loro con sovrapposizioni di varia intensità, disegnate e incise, fotografate e dipinte". La bellezza splendente delle sue opere e delle installazioni, una volta trovata la chiave di lettura è proprio nella scoperta di soggetti a volte conosciuti che come per magia assumono sembianze nuove. Nella continua metarmofosi della realtà, tra reale ed immaginario che si contrappongono e si intrecciano travolti da un vortice creativo si forma l'universo personale dell'artista. Anna Romanello ha esposto una serie dedicata alle fontane romane insieme con altri temi a lei cari, come "Mes livres", "Donna nel vento", "Labirinto", "Casina", "Fughe di Segni", "Frantumi", "Sarcophage", "Marée silencieuse", "Cieli".
Romanello
Particolarmente sono affascinanti le immagini delle fontane attraverso le quali l'artista racconta la Città Eterna, vista durante le sue passeggiate. I capolavori del Bernini, Borromini ed altri sono trasformati con le stampe fotografiche, xilografia su tessuto, acquaforte e punta secca, collage fotografico, stampa a colori simultanei, tutte tecniche che la Romanello applica con successo per ottenere effetti innovativi. L' antica bellezza delle fontane inserite in un nuovo contesto, risulta quasi nascosta dalle strutture sovrapposte. E' rigenerante per l'osservatore immergersi nella realtà mutante delle opere e lasciarsi trasportare nell' universo fatato. Il viaggio della Romanello continua senza sosta nel mondo delle percezioni colorate nella ricerca di nuove opere a cui regalare la vita.
Curatore della mostra il Prof. Tonino Sicoli, Direttore del Museo Maon di Rende.
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Laboratorio AccA: La vetrina televisiva per gli artisti.

Tutte le domeniche, dalle ore 22.00 fino a mezzanotte e mezza sui canali della prestigiosa Arte Investimenti. Laboratorio AccA, che ha preso il via lo scorso 13 ottobre, è la trasmissione che si occupa di arte contemporanea fuori dai canoni delle tivù che propongono la vendita di opere d’arte. Lo scopo è quello di offrire una vetrina televisiva (e telematica) agli artisti che lo meritano e che, dopo una attenta selezione, accedono al progetto scegliendo tra l’appuntamento domenicale o due passaggi quotidiani di pochi minuti sul canale sky 868. Diversa dalle tradizionali trasmissioni di televendita di quadri, Laboratorio AccA porta sulla scena i dipinti e le sculture degli artisti che hanno inviato la propria candidatura agli indirizzi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Le due ore e mezza in tv sono ovviamente caratterizzate dalla illustrazione delle opere, e sono scandite da piccole gag, telefonate in diretta agli artisti (la “TelefonArte”) e ospitate brevi ma sufficienti ad illustrare il lavoro dei pittori, scultori o performers. Un format che sta piacendo molto al pubblico, a giudicare dalle telefonate e dai messaggi che arrivano durante la diretta o la differita.
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A condurre, Giorgio Barassi, vecchia conoscenza della tv, e Roberto Sparaci, editore e gallerista. Un duo supportato da tecnici e collaboratori scelti, pienamente calati nei ruoli già dalla prima puntata. Dinamici, scanzonati ma accorti alla giusta illustrazione delle opere offerte, i componenti dello staff di Laboratorio AccA trovano nella autorevolezza di Arte Investimenti l’ambiente giusto per proporre i lavori di artisti che non hanno ancora ricevuto il giusto tributo alla loro capacità indubbia ad evidente. Non si tratta dunque di un progetto dedicato solo a pittori esordienti, ma anche ai molti tenuti sottotraccia dalle convenzioni del sistema-arte.
Per chi vuole rivedere le trasmissioni già andate in onda, basta cercare “Laboratorio AccA” su YouTube. Gli appassionati e gli interessati sono invitati a sintonizzarsi la domenica alle 22.oo sui canali 123 ddt o 868 sky, Arte Investimenti. Gli appuntamenti domenicali sono visibili anche in streaming sul sito www.arteinvestimenti.it nella sezione “Web TV” e, durante le dirette, anche attraverso il profilo Facebook Arteinvestimenti.it.
Gli artisti interessati ai due progetti troveranno le specifiche illustrazioni sul sito www.arteinvestimenti.it nella sezione Laboratorio AccA.
Buona visione !
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Elisabetta Maistrello e l’anima delle donne

di Giorgio Barassi.
E' così facile parlare di donne, che diventa irrimediabilmente difficile. Figuriamoci dipingerle. E ancor di più dipingerne l’anima. Per soprammercato, a dipingere è una donna : Elisabetta Maistrello.
Insomma faccenda complessa nella sua apparente linearità. Vicenda risolvibile coi soliti ghirigori di parole, qualche ammiccamento alla importanza del ruolo della donna nella società e un blabla consunto, ovvio e trito. Nientaffatto. Se si vuole arrivare alla costruzione ed alla varietà dei volti della vicentina Maistrello, la partenza è difficoltosa quanto il contenuto di una elaborazione pittorica che oggi comincia a raccogliere le varianti provate, riprovate e provate ancora prima di una sorta di svolta verso quel che attualmente è il suo dipingere incessante, martellante come un bombardamento di emozioni e di colori. Se non si ha cuore ed anima per accedere ai codici del sentimento, non si arriva a prendere dai volti femminili della bionda pittrice veneta quel che lei consegna alla storia di un percorso ricco di fatiche e di incertezze.
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Vicenza, magico luogo dalle atmosfere ancora caratteristiche, terra di grandi tradizioni artistiche e poi anche città ed agro su cui Andrea Palladio ha dato il meglio del suo architettare neoclassico, è il luogo di partenza. Artigiani orafi, pazienti costruttori di emozioni da indossare. Gente abituata a lavorare per accontentare capricci ed esigenze. È lì che è cresciuta Elisabetta, tra una anello da inventare e il girocollo per la Siòra mai contenta, tra la voglia di creare e i limiti del quotidiano andare delle vicende umane.
Ha detto “… a un certo punto ho sentito il bisogno di dipingere. Una esigenza insopprimibile …” . Chiamala pure voglia di cambiamento, o presunzione nuda e cruda, ma ci è riuscita, e benissimo. Senza strafare e senza piccarsi di essere la migliore. Con una naturalezza da giornate brumose, di quelle che in Veneto ti mettono la voglia di una bella minestra calda che scaldi l’anima e di un sacrosanto rosso a dare allegria, Elisabetta passa ai pennelli mettendoci la stessa intensità di entusiasmo che aveva, ed ancora ha, riversato in quelle sue creazioni di gran gioielleria. Il sinuoso andare delle emozioni non l’ha distolta né dissuasa dall’intento che definisce “insopprimibile”. Era come se quella voglia di dipingere avesse radici lontanissime, era come arrivare esattamente dove si vuole, ma con giudizio e coscienza. Grazie a maestri pazienti, che le hanno dato la grazia del comporre e delle stesure ampie di sfondi ormai inconfondibilmente monocromi. Il resto, tanto, lo ha messo lei. La sua voglia di raccontare le donne è senza dubbio introspettiva ed autoreferenziale, perciò più densa di significati e più ricca del solo racconto di un volto o di uno sguardo.
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Le interessava dipingere l’anima delle donne. Il resto contava così poco da non aver mai avuto spazio nelle sue tele. Emozioni colorate, volti diversi ma uniti dal filo sottile della sensibilità e della forza delle femmine, sguardi che sottacciono brutti momenti e innamoramenti travolgenti, avventure e disavventure. La vita, insomma. Non vista, come direbbe chi si crogiola nel banale “dalla parte delle donne” ma con e dentro l’anima delle donne.
Quelle che dipinge, in una successione sempre ben azzeccata, sono loro, ma è anche lei. Sfaccettature dell’anima, aspetti contrastanti e turbinosi del mondo femminile. E poi colori che diventano elementi strutturali di un volto, al punto tale che se immagini di cancellarli, togli il pilastro della sua struttura creativa. Le donne della Maistrello sono quelle lì. E non altro. Hanno in corpo, nel cuore e nell’anima i colori delle urla e dei sussurri, dei silenzi e degli sfoghi, degli amori e dei disinnamoramenti fatali. Donne come le altre, donne come lei.
L’ arrivo migliore per un artista è quello che si determina quando chi guarda riconosce “la mano” o il tema. Se questa magia avviene, un artista può definirsi arrivato. Perlomeno nella riconoscibilità delle opere è depositato il vantaggio di non essere confusi nel marasma di neo-qualcosa o di concettuali a tutti costi, roba lontana dagli obiettivi di Elisabetta Maistrello quanto il sole lo è da Plutone. Per questo è arrivata con successo al punto di essere facilmente riconosciuta ed apprezzata. Per coerenza compositiva e saggezza nelle scelte.
Alla pittrice interessa aver creato un linguaggio di immediata presa, abbondante di cromìe e di espressioni, un fuoco di fila di interpretazioni del sentire delle donne. Una specie di rassegna di quante e quali sfaccettature magnifiche sono nella dotazione del loro essere forti e fragili. A Elisabetta, veneta allegra e sensibile, interessa far attraversare dai suoi volti di donna tutte quelle sensazioni che sono nel quotidiano e che sfuggono alla osservazione dei distratti. Le sue non sono solo le facce di tante donne. Sono l’anima stessa delle protagoniste di una storia antica e lunghissima, riassunta dalla vivacità dei colori e da un intenso garbo creativo.
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ANDRE’ DERAIN: Genio del colore

di Francesco Buttarelli.
Un personaggio poliedrico che può essere considerato a ragione come una delle voci artistiche più audaci tra le avanguardie del primo novecento. Precursore del classicismo degli anni venti e trenta, Derain si colloca come una “figura chiave” nella storia dell’arte moderna. Il suo modo di dipingere ed osservare il mondo era iniziato attraverso modalità diverse. Inizialmente dipingeva paesaggi del lungo Senna con colori puri, non mescolati, usando toni raffinati e scelte cromatiche audaci; l’artista ritiene di poter fare a meno “dell’esuberanza” dei colori disposti nella classica armonia della composizione tramandata dai maestri antichi.
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L’amicizia con Henri Matisse lo convincerà a dedicarsi verso una pittura di ricerca e rivoluzione (in una monografia scritta da Carlo Carrà nel 1921, anno in cui Andrè Derain soggiornò a Roma a Castel Gandolfo, l’artista viene ricordato come un profondo conoscitore dei maestri italiani del Rinascimento). Insieme a Matisse compirà un viaggio in Spagna ove incontrerà Georges-Daniel de Monfreid, passato alla storia per essere stato il custode degli archivi di Gauguin; del grande artista assimileranno la composizione delle linee e l’uso del colore come espressione dello stato d’animo. Una sorta di esaltazione del colore sembra pervadere Derain, così le sue opere diventano un’occasione di ricerca di ciò che lui definirà “i segreti perduti” dei pittori antichi; tracciando così una via di sperimentazione formale che sarà seguita dai più grandi artisti dell’epoca. La critica contemporanea riconosce in Derain una personalità affascinante e complessa. Il suo temperamento innovatore lo portò ad assimilare in breve tempo il pensiero degli impressionisti sino a coinvolgerlo in quella rivoluzione che prenderà il nome di “Fauvisme”. Questi traguardi rappresentarono per lui solo un punto di partenza, la sua arte è rigenerazione, attraverso il pennello “interrogò” sempre i maestri del passato così da elaborare una formula originale contraddistinta da una forma di sensualità capace di rendere le sue figure ed i suoi nudi inconfondibili.
Nel dipinto “Barche a Colliure” osserviamo, sul molo che si protende curvo sul mare, muoversi veloci alcune figure umane; bagnanti,turisti e abitanti di Colliure. Ancorate alla banchina vi sono imbarcazioni con le vele abbassate mentre altre barche navigano verso il largo. Il colore ad olio risulta “steso” in modo veloce attraverso pennellate brevi e materiche.
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“Il Ponte di Charing Cross a Londra”, fu rappresentato diverse volte da Derain nel corso della sua vita, l’opera fu commissionata dal mercante Ambroise Vollard che convinse l’artista a recarsi a Londra per dipingere alcune vedute della città. Gran parte del dipinto è occupato dall’acqua del Tamigi mossa dalla corrente, si scorgono soltanto pochi edifici che si affacciano sul fiume; davanti ad essi si notano piccoli approdi con barche ordinatamente allineate. Oltre il ponte le sagome dei palazzi londinesi chiudono l’orizzonte mentre i fumi della città si disperdono nell’aria. L’artista usa in maniera libera i colori costruendo lo spazio attraverso l’uso sapiente del cromatismo. Scenario diverso nell’opera “Le Bagnanti”, un olio su tela che rappresenta un soggetto particolarmente ricorrente nella tradizione pittorica in ogni tempo. Il gruppo di nudi femminili ricorda le composizioni di Picasso, evidenziando al tempo stesso un recupero delle origini della tradizione classica europea. Derain sembra rivisitare stili e artisti diversi da Rubens a Tiziano sino a Giorgione. Singolare il dipinto “Ritratto di Henri Matisse”, Derain rappresenta l’amico Matisse frontalmente. Dal lato destro della bocca pende una lunga sottile pipa mentre una leggera montatura degli occhiali ne incornicia gli occhi. Matisse indossa un camice leggero privo di colletto. I capelli sono corti e lasciano scoperta la parte superiore della fronte. Il fondo risulta privo di figure. Il ritratto è stato realizzato con due colori in contrasto ma pur sempre complementari. Il volto, il collo e il fondo sono dipinti in arancione, mentre l’ombra del viso a sinistra e il camice sono blu e azzurri. La barba è invece realizzata con ampi tocchi di colore puro, rosso scuro e nero. Intensa la luminosità che il quadro rimanda, frutto di questa miscellanea di colori.
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