Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Water Flower

quando la magia dell’acqua danzante incontra i mille colori e profumi di delicati fiori
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Sabato 28 Settembre, alla presenza del grande pubblico, presso IL CENTRO, l’iconico e innovativo Shopping Mall alle porte di Milano, prende vita un progetto unico nel suo genere: Water Flower è il concept firmato da Forme d’Acqua, che allo spettacolo musicale della fontana danzante unisce la bellezza e l’eleganza di tanti fiori e piante della Fioreria di Iper La grande i. Water Flower, l’installazione progettata dall’architetto Simona M. Favrin insieme a Forme d’Acqua Venice Fountains su richiesta dell’ipermercato Iper La grande i, prevede un continuum unico tra una fontana danzante e un’elegante fioreria, e si inserisce nella grande piazza coperta esagonale, progettata per creare continuità tra la galleria e l’ipermercato stesso. Grazie alla consolidata esperienza dei progettisti, Water Flower propone uno spettacolo che coniuga elementi emozionali come l’acqua, il verde e la musica per regalare un’esperienza visiva e sensoriale che stimola la creatività delle persone, rendendole partecipi dello spazio attraverso le emozioni. L’opera, collocata a fianco della rampa elicoidale che collega i due piani, è caratterizzata da una vasca circolare che ospita la fontana danzante: intorno a essa e in maniera del tutto complementare, sono stati collocati gli spazi espositivi che accolgono in maniera funzionale l’esposizione di piante e fiori, una vasta scelta di fiori recisi fino alla vendita con relativa preparazione di confezioni grazie alla consulenza e alla creatività professionale dei fioristi di Iper La grande i.
La fontana danzante, progettata e realizzata da Forme d’Acqua, è studiata per coinvolgere il visitatore con un palinsesto di giochi d’acqua e colori, in perfetta sincronia con il ritmo della musica, per trasformare la fontana nel cuore attrattivo della piazza. Water Flower si sviluppa in una serie di elementi concentrici e disposti a raggiera su vari livelli destinati a superficie espositiva per fiori e piante che si integrano con la fontana stessa, creando una sorprendente scenografia green. Interamente realizzata in acciaio verniciato a polveri, la vasca di cinque metri è circolare ed integra un sofisticato impianto tecnologico che permette la realizzazione degli show musicali.
Water Flower
Iper La grande i rappresenta una delle più importanti realtà nel panorama nazionale della Grande Distribuzione Organizzata, tra le poche interamente di proprietà italiana. Con 21 punti vendita in 4 regioni, fa parte del Gruppo Finiper, nato nel 1974 ad opera dell’imprenditore Marco Brunelli. La mission del Gruppo Finiper è rendere la qualità accessibile a tutti. Ampiezza dell’assortimento, qualità, sostenibilità, convenienza e italianità sono i principi ispiratori che guidano le scelte di Iper La grande i.
IL CENTRO, uno dei Centri commerciali più grandi d’Europa e vincitore nel 2016 del MAPIC AWARD come Best New shopping Center, è sorto proprio in quell’anno nell’area della storica fabbrica dell’Alfa Romeo. La riqualificazione di questa zona industriale ha raccolto tutte le opportunità che offriva quest’area, che è sempre stata un simbolo territoriale, sen- za distruggere totalmente la memoria del sito e dell’azienda. Forme d’Acqua è un brand internazionale di progettazione e realizzazione di fontane da interno e esterno che, grazie ad una grande esperienza e ad una solida rete di artigiani specializzati è in grado di soddisfare le più articolate esigenze nazionali e internazionali.
“La proposta di Iper La grande i, che abbiamo accolto con orgoglio e entusiasmo è stata sicuramente sfidante, sia a livello di design che di tecnologia - spiega Gianluca Orazio, CEO di Ecosistem, detentore del brand Forme d’Acqua - la passione per il verde che si traduce nell'altro brand E-Gardening con progettazione e servizi dedicati, la nostra vocazioneall’internazionalizzazione, a progetti innovativi e alla costante ricerca sia nel design che nella tecnologia affiancata da una forte e specializzata rete di artigiani, ci permette di essere partner affidabile per realtà di grandi dimensioni e così Water Flower ha preso vita nello Shopping Mall più innovativo d’Italia e insieme alla mia squadra non posso che esserne soddisfatto”.
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Bulgari

...la Storia, il Sogno
...lo Splendore dell’Eccellenza!
Preziosa icona del Made in Italy.
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Allestita nelle due differenti sedi del Polo Museale del Lazio, quali Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo, la mostra Bulgari ha esposto al pubblico, dal 26 giugno al 3 novembre, la sua splendida collezione di preziosi. Il Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, ne ha ideato il prestigioso progetto in collaborazione con Bulgari ed un nutrito comitato scientifico composto da esponenti di spicco del mondo accademico. La mostra, curata da Chiara Ottaviano, ha tracciato la storia di Bulgari come esempio di successo di un’azienda del Made in Italy, evidenziando il passaggio da piccola realtà a conduzione strettamente familiare a Marchio globale del lusso; i temi relativi allo stile e alla creatività di Bulgari sono stati sviluppati invece da Lucia Boscaini, Bulgari Brand and Heritage Curator; le vicende di Bulgari sono state inserite infatti in una ampia indagine sui fattori determinanti per l’affermazione della moda e del design Made in Italy nel mondo contrassegnata dalla sua originalità, eccellenza nella manifattura ed una variegata ricchezza di tradizioni. Sono stati esposti i gioielli della Collezione Heritage dell’Azienda, includendo diversi dei quali esposti per la prima volta, nonché splendide creazioni cedute in prestito da importanti collezioni private. Non sono mancati, al fine di arricchire la narrazione, documenti d’archivio inediti, foto d’epoca e filmati ad illustrare gli oltre cento anni di storia della Maison intessuti con le molteplici vicende economiche, sociali e di costume. Ad impreziosire ulteriormente i gioielli della Collezione Heritage del Marchio, sono stati esposti in maniera suggestivamente decorativa gli abiti di alta moda della collezione privata di Cecilia Matteucci Lavarini, da cui si è potuto evincere le tendenze del gusto nelle diverse epoche in cui si è svolta la saga di Bulgari. Una narrazione che si è snodata a partire dalle prime vicende di Sotirio Bulgari, talentuoso argentiere che dalla Grecia, nel 1884 è giunto fino a Roma alla ricerca di un po’ di fortuna, ripercorrendo aneddoti familiari, strategie commerciali e intuizioni creative fino ai primi anni ’90.
Bulgari1Bulgari, la cui affermazione del suo Marchio è stata dovuta oltre alla indiscussa bellezza ed originalità dei suoi preziosi, soprattutto all’importante tassello costituito dai suoi facoltosi clienti protagonisti della vita mondana. Indimenticabili gioielli appartenuti e indossati dalle dive della “Dolce Vita” quali Elisabeth Taylor, Gina Lollobrigida, Ingrid Bergman, Anna Magnani e Audrey Hepburn e last but not least, la più recente Sharon Stone, che hanno rappresentato la fama internazionale conseguita dal Marchio a partire dal secondo dopoguerra, un momento cruciale di rinascita per Roma e l’Italia intera. La mostra ha valorizzato gli aspetti chiave che hanno reso lo stile Bulgari estremamente unico e riconoscibile anche ai giorni nostri, tanto da farne un emblema di una scuola italiana di gioielleria in continuo e costante evoluzione. Il percorso, nelle due sedi, hanno svelato i gioielli più emblematici in grado di racchiudere l’eccellenza nella manifattura, il gusto per il colore, i volumi sontuosi e le tipiche linee arrotondate della foggia di Bulgari. I gioielli in oro con monete antiche inoltre, sono state il riflesso del talento nel rivisitare tradizioni antiche in chiave elegantemente contemporanea, e che hanno ottenuto il più alto apprezzamento e distinzione del Marchio. Modulari e facilmente indossabili in qualsiasi momento della giornata, sono state invece le creazioni degli anni ’80 e ’90 in grado di riflettere la capacità del Marchio di sintonizzarsi sulla vita dinamica ed imprevedibile della donna moderna inserita nel mondo del lavoro. Costante la spettacolarità dell’allestimento nelle numerose sale, che ha giocato sul concetto di “passaggio temporale” attraverso una serie di installazioni ad archi e scalinate incantevolmente illuminati su cui sono stati collocati una sorta di manichini con indosso gli abiti più emblematici e suggestivi non solo delle nostre più grandi firme, ma anche di anonimi abiti di scena, sempre di gran gusto e contraddistinti da raffinate rifiniture…manichini al contempo spettatori e protagonisti delle diverse epoche raccontate, osservatori attenti e misteriosamente presenti.<< La mostra è figlia di un progetto scientifico serio, equilibrato e trasparente>> ha dichiarato con la sua caratteriale chiarezza Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio.
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<< Ritenevo e ritengo Bulgari una realtà italiana fra le più rimarchevoli. Lo è per la storia del gusto, perché da solo il marchio Bulgari evoca una grande tradizione di tecnica e di bellezza nelle arti applicate. Lo è per la storia del lavoro: non dimentichiamoci, mai, delle centinaia di persone, per lo più nostri connazionali, impiegate nella fabbrica di Valenza o nelle sedi del marchio a Firenze e a Roma. Per questo fare una mostra su Bulgari e con Bulgari significa in definitiva fare qualcosa di buono per il nostro paese>>. Mentre invece, Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bulgari, si è così espresso:<< Un’occasione unica per riscoprire la storia e la creatività di Bulgari come Icona del Made in Italy, esaltate dalla splendida cornice di Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo. Il talento, la passione e la capacità di cogliere lo spirito dei tempi da parte del fondatore Sotirio Bulgari e delle successive generazioni hanno segnato un percorso di successo e la storia della gioielleria in generale>>. Interessante anche l’affermazione di Lucia Boscaini, Bulgari Brand and Heritage Curator:<>. Ed infatti aver visitato con interesse e attenzione la mostra di Sotirio Bulgar, emblema dello status quo del lusso in tutto il mondo, esposta nelle due sedi espositive romane, entrambe immerse nel suo cuore pulsante, è stato come entrare in un caleidoscopio di pietre preziose, la fantasmagorica lucentezza dei loro colori vividi ed estremamente eleganti, in grado di incutere una sorprendente energia…una energia vitale…uno straordinario push… un invito all’eccellenza!
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Exchange of views

Diciannove artisti con circa 30 opere per proporre quanto di più significativo e comunicativo potevamo esporre.
Uno “Scambio di opinioni” che la galleria ha promosso ai collezionisti portando a conoscenza anche alcuni artisti appena entrati a far parte della “famiglia.
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Al Porto turistico di Roma 15 giorni di Arte contemporanea dedicata all’arte, alla cultura e al piacere di conoscere gli artisti personalmente. Ogni opera ha avuto l’onere e l’onore di cercare di trasmettere le sensazioni che solo l’arte riesce a comunicare, per immergersi in un contesto artistico unico nel suo genere e avere la possibilità di acquistare qualcosa di unico, singolare, particolare. Artisti che visto l’interesse che riscuotono, anche grazie alle trasmissioni TV su Arte Investimenti, la televisione principe del settore sui canali 123 D.T. e 868 di Sky, dove tutte le domeniche sera alle 22:00, la Galleria Ess&rrE con Giorgio Barassi promuove alcuni di loro con lavori di assoluta qualità e con le mostre che sono appunto un filo conduttore per la promozione del lavoro progettuale che la galleria sta diffondendo nella splendida realtà romana direttamente sul mare.
Gli artisti che hanno esposto sono: Nicole Auè, Anna Maria Batignani, Raffaele Buda, Giusy Dibilio, Maurizio Diretti, Emanuela Fera, Tano Festa, Giusy Cristina Ferrante, Silvana Gatti, Laila, Paola Leonardi, Rita Lombardi, Marina Loreti, Annalisa Macchione, Anna Maggio, Romeo Mesisca, Mara Morolli, Mario Schifano, Anna Maria Tani.
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PEGGY GUGGENHEIM

“due minuti di arte”
IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI PEGGY GUGGENHEIM, LA MADRE DELLE AVANGUARDIE.
di Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com
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Dietro un grande artista c’è sempre un grande appassionato d’arte. Una volta si chiamavano mecenati, poi sono diventati collezionisti o galleristi a cui poi si sono aggiunti i critici, i commentatori, gli organizzatori di eventi ecc. ecc. Il punto della questione non cambia: un artista, per diventare grande, ha bisogno di un supporto concreto, che gli permetta di dedicarsi alla sua passione a tempo pieno.
La storia non si fa con i sé e con i ma, ma ho il sospetto che senza Peggy Guggenheim forse non avremmo conosciuto artisti come Pollock o Dalì, e che la Avanguardie artistiche del Nove- cento probabilmente non sarebbero avanzate in Europa con la loro potenza innovatrice. Per questo, pur non avendo mai dipinto né scolpito, ho deciso di raccontarvi la storia di Peggy Guggenheim.
1. Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Camposampiero,1979) è stata probabilmente la più famosa collezionista di opere d’arte del XX secolo. Nacque in una famiglia ricca e influente. Suo padre, Benjamin Guggenheim aveva fatto fortuna nell’estrazione dell’argento e del rame e nell’industria dell’acciaio. La madre, Florette Seligman apparteneva ad una delle più importanti famiglie di banchieri
2. Alla giovane Peggy però non interessava accumulare ricchezze e ai ricchi salotti borghesi preferiva gli ambienti delle Avanguardie artistiche, tanto che nel 1922 sposò Laurence Vail, uno squattrinato pittore dadaista. In quel periodo ebbe l’opportunità di conoscere molti di coloro che avrebbero scritto la storia dell’arte del Novecento: Marcel Duchamp, Brancusi, Man Ray.
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3. Il matrimonio con Vail finì nel 1928, così Peggy Guggenheim si trasferì in Europa per vivere tra Londra e Parigi con i suoi due figli, Sinbad e Pegeen. A Londra nel 1938 inaugurò la galleria Guggenheim Jeune, che avrebbe ospitato le opere di alcuni degli artisti più importanti delle Avanguardie: Kandinskij, Picasso, Ernst, Braque, Boccioni, Brancusi, Duchamp, Dalì, Mondrian.
4. Nel 1941 Peggy Guggenheim sposò l’artista Surrealista Max Ernst. Erano anni cupi per l’Europa: le truppe naziste avanzavano verso Parigi e Peggy, di origine ebraica, fu costretta a lasciare il vecchio continente con il suo nuovo marito, per trovare riparo negli Stati Uniti.
5. Il ritorno a casa segnò anche la fine della sua storia con Ernst, da cui divorziò nel 1943, ma la sua permanenza in America le permise di scoprire e far conoscere al mondo il maggiore esponente dell’Espressionismo astratto: Jackson Pollock.
6. Quando la guerra finalmente si concluse, Peggy Guggenheim tornò in Europa e acquistò a Venezia il famoso palazzo Venier dei Leoni dove trasferì la sua collezione, rendendola fruibile al pubblico.
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7. Possiamo ritenerci fortunati se oggi, andando a Venezia, possiamo ancora ammirare i pezzi pregiati della collezione Guggenheim. Nel 1966 infatti la città fu colpita da un’eccezionale e improvvisa ondata di acqua alta che allagò completamente il palazzo Venier dei Leoni, che ospitava le opere d’arte. Per fortuna pochi giorni prima i dipinti erano stati impacchettate in vista di un’esposizione a Stoccolma, così restarono miracolosamente illesi (e asciutti).
8. Una curiosità: il Palazzo Venier dei Leoni prima di venire acquistato da Peggy Guggenheim era di proprietà della Marchesa Luisa Casati, che D’Annunzio battezzò “La Divina Marchesa” e che il poeta Jean Cocteau definì “Il più bel serpente del paradiso terrestre”. L’affascinante marchesa, famosa per le eccentriche feste e per le sue meravigliose stravaganze (amava passeggiare con una pantera al guinzaglio) fu costretta a venderlo negli anni Venti del Novecento, per provare a tamponare i debiti causati dal suo lussuoso stile di vita. Di sicuro è un Palazzo che ne ha di storie da raccontare!
9. Con Peggy Guggenheim il palazzo restò un punto di riferimento per la città di Venezia, diventando meta di artisti e intellettuali. La collezionista visse lì fino al 1979, quando si spense all’età di 81 anni. Le sue ceneri sono oggi conservate nel giardino del palazzo.
10. Prima di morire, Peggy Guggenheim donò la sua collezione veneziana alla Fondazione Solomon Guggenheim, fondata dallo zio nel 1937. Della Fondazione fanno parte anche il celebre Solomon R. Guggenheim Museum di New York e il Guggenheim Museum Bilbao.
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I Tesori del Borgo, Riolo Terme

la sua rocca e la sua signora, Caterina Sforza
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Quando Caterina Sforza divenne signora del castro di Riolo, alla fine del 1400, questo era poco più di un villaggio, ma in posizione strategica sulla Valle del Senio per cui rivestiva una certa importanza, insieme ad altre fortificazioni minori della Romagna, nella difesa di centri più importanti come Imola e Forlì. I tempi erano duri anche per una donna intrepida e coraggiosa come Caterina e i lavori di rafforzamento delle rocche, piccole e grandi, presenti nei suoi domini, fu indispensabile per proteggerli da battaglie e congiure. Così anche la Rocca di Riolo fu rafforzata con sistemi difensivi più efficienti e prese l’aspetto tipico dei castelli degli Sforza: forma compatta e torrioni cilindrici per resistere meglio ai colpi delle armi da fuoco. Come il castello di Milano e come le rocche di Imola e Forlì.
Non era un edificio fatto per ospitare famiglie reali e personaggi importanti, ma per difendere il territorio e pertanto aveva ambienti piccoli ed essenziali, abitati dai militari. Non sappiamo se Caterina sia davvero mai rimasta in questo Castello. Era una donna dall’esistenza tumultuosa e dalle grandi passioni: sovrana abile e saggia ma anche spietata donna d’arme che non si risparmiava in battaglia, quando nascondeva le forme femminili sotto la pesante armatura e combatteva con un valore che non aveva nulla da invidiare ai suoi migliori capitani. Madre premurosa (ebbe tre mariti e dieci figli) e amante appassionata, era anche una donna colta e attenta al suo aspetto, che curava con ricette a base d’erbe inventate da lei stessa, per avere denti bianchi, pelle liscia e depilata, capelli ricci…
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Forse era presente quando la Rocca di Riolo fu attaccata da Cesare Borgia, che l’assediò fino a che Caterina ne dovette ordinare la resa. Certamente il suo spirito ribelle ed appassionato continua ancora ad affascinare come fosse presente tra queste mura. Oggi la Rocca di Riolo celebra la sua incredibile signora facendo conoscere ai visitatori la sua vita intricata e avventurosa, che le procurò l’appellativo di Leonessa delle Romagne, i suoi appassionanti studi, le ricette medicamentose (per non ammalarsi di peste, per combattere l’insonnia…) ed i preparati per mantenere la bellezza.
Nella Rocca di Riolo, da sempre presidio per questo territorio e quindi strettamente legata ad esso, così come la voleva Caterina, trova spazio anche un piccolo ma esaustivo Museo dedicato al paesaggio e al Parco della Vena del Gesso Romagnola, di cui Riolo Terme fa parte e la cui cima più alta si può ammirare dalle torri della Rocca.
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Il Parco è nato per proteggere un ecosistema unico, formatosi grazie a questo particolare tipo di roccia. Il gesso (solfato di calcio), indubbiamente la roccia più peculiare dell’Appennino Romagnolo, forma una dorsale di una ventina di chilometri che taglia trasversalmente quattro vallate creando un microclima favorevole per la sopravvivenza di specie animali e vegetali altrimenti impossibili da trovare a queste latitudini. Ed è ricchezza anche per il sottosuolo: è un minerale solubile che nei millenni ha permesso all’acqua di insinuarsi formando grotte naturali anche incredibilmente lunghe e profonde, alcune delle quali visitabili per il pubblico, come la Grotta di Re Tiberio. E sempre l’acqua, attraversando questo ricco minerale, si è a sua volta arricchita formando le numerose sorgenti che vengono utilizzate efficacemente nello Stabilimento Termale di Riolo per la prevenzione e la cura di varie patologie e per il benessere ed il relax. Chissà se a Caterina piacerebbe la Riolo Terme del secondo millennio: le colline solcate da filari di viti da cui si ricavano i classici vini romagnoli e da frutteti tra cui primeggiano le albicocche e le nettarine di Romagna, i sentieri nel Parco amati dagli appassionati di mountainbike e di trekking, la cucina tradizionale o innovativa che fa tesoro dei prodotti tipici locali come lo Scalogno di Romagna IGP, le tante iniziative che nel- l’arco dell’anno la rendono vivace. Certamente non si sarebbe fatta mancare una giornata nel centro benessere dello Stabilimento Termale, per rimettersi in forma prima di affrontare quelle sue intense giornate.
Imola Faenza Tourism Company s.c.a.r.l
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I murales di Uman

il riscatto della periferia
di Francesco Buttarelli
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Entrare nel magico mondo della pittura murales, obbliga necessariamente a percorrere una strada che ci riporta ad un mondo preistorico ove in buie caverne vi sono ancora testimonianze di graffiti con scene di caccia e di vita quotidiana. Nel corso del tempo l'uomo ha utilizzato questa tecnica per abbellire facciate di palazzi e chiese. Nell'epoca contemporanea i murales rappresentano un messaggio capace di essere interpretato ed osservato dalla gran parte della popolazione, spesso distratta dal ritmo della vita e non sempre disposta a visitare mostre e collettive in gallerie d'arte. La società deve essere grata a coloro che si cimentano in questa particolare arte: è il caso di Uman, nome d'arte di Manuela Merlo, che ha alle spalle una laurea in scenografia presso l'Accademia di belle arti di Roma. Inizialmente l'artista aveva dipinto essenzialmente ad olio ed acrilico, seguendo un iter come molti altri artisti attraverso mostre e collettive di arte. L'incontro con la street art le ha permesso di operare in una nuova dimensione attraverso un nuovo linguaggio pittorico, capace di essere recepito dall'uomo della strada.
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Tutto ciò proietta l'artista in un realismo essenzialmente vissuto, lontano dalle singole tele, amplificato all'interno di un territorio che diviene un centro sociale operativo: stiamo parlando del quartiere del Trullo in Roma. Un luogo per troppo tempo dimenticato dalle istituzioni e lasciato ad un degrado che evidenziava soltanto scritte di protesta sui muri. Gli artisti e i poeti anonimi del Trullo hanno deciso di ribaltare la situazione dando voce alla gente. Pittura e poesia si coniugano alla perfezione attraverso una chiara protesta socio artistica. Uman conosce i pittori anonimi di questa realtà e attraverso le loro esperienze, soprattutto riuscendo a percepire le istanze che solo le voci della strada possono sussurrare agli artisti, dipinge personaggi e scene che trovano riscontro e considerazione. Girando nel quartiere del Trullo troviamo in via Brugnato il murales che rappresenta Frida Kahlo realizzato insieme ai pittori anonimi, anche in via Ventimiglia ci imbattiamo nella immagine grandiosa di Greta Thumberg, compare anche il cinema in via del Trullo attraverso il grande ritratto di Totò e Ninetto Davoli, tratto dal film "Uccellacci e uccellini". Infine un grande pastello su carta ci mostra il volto di Mario D'Amico fondatore del gruppo dei pittori anonimi. In tempi in cui ogni artista sogna la ribalta, una propria galleria d'arte, una quotazione e un modo di dipingere che lo porta ad estraniarsi dalla società e dalla sua vita pulsante, Uman è a contatto con la gente, si mostra loro mentre dipinge e percepisce i loro pensieri e le loro domande, troppo spesso circoscritte a quella cerchia di amanti dell'arte e poco osservate da chi ogni giorno vive e attraversa le strade di un quartiere non ricco di costruzioni barocche o rinascimentali e quindi ancor più bisognoso di un messaggio che pone l'arte al servizio dell'uomo.
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Il gruppo dei pittori anonimi, attraverso un modo diverso di presentarsi, finisce con l'interessare la massa delle persone che a volte non hanno neanche mai sfogliato un catalogo d'arte. Uman e i suoi pittori meritano senza alcun dubbio una maggiore attenzione da parte dei media poiché la società che lavora e produce attraversa le nostre strade e osserva la vita con gli occhi dei murales. Sicuramente questo è stato il percorso degli artisti della scuola di Lione, ove i muri raccontano storie di uomini dando altresì spazio a nuovi progetti di città. Un esempio ci viene dal fatto che Lione è stata capitale europea della cultura dei murales, e qui la realtà della vita viene espressa attraverso forme e colori. Lione ha iniziato intorno al 1970 a proiettare artisti nella realizzazione di murales, poiché tutti dovevano riuscire a fermare l'attenzione dei passanti al di fuori dei consueti spazi espressivi. Quello che si ripropongono gli artisti del Trullo è mostrare i dipinti con occhi diversi, come a Lione, ove scene di vita quotidiana si alternano a nuove idee che accompagnano il divenire del vivere.
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COPULAMUNDI

L'arte: al di là del moderno
di Giovanni Scardovi
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Dopo il superamento dell'idea di moderno, il nostro tempo s'interroga sul senso della contemporaneità, molta dell'arte contemporanea vive, infatti, il suo manifestarsi nella presentificazione dell'evento. La contemporaneità assume quindi la valenza di logos ermeneutico, facendo diventare lo sguardo sul nostro tempo un assunto metodologico e interpretativo. Ma i caratteri con cui questo sguardo si manifesta, sono rivelatori di una riduzione metodologica e comportamentale che ha impoverito la creatività, i significati e il senso della visione, annullando il sentimento sacrale e mitico dell'opera. Per ritrovarlo occorre, perciò, andare ol- tre il concetto di modernità e oltre quello di contemporaneità, cogliendo una dimensione dell'immagine, che al di là del tempo, si pone come enigma e rivelazione mitica e magica del senso e degli archetipi.
L'assenza di narrazione che è pure assenza del mito, caratterizza il manifestarsi di molte opere della contemporaneità, questa deriva delle avanguardie porta a chiederci quanto dell'arte contemporanea sia ancora oggi parlante. Anche perchè scopriamo che proprio i moventi teorici che portavano le avanguardie a voler essere fuori dalla dimensione storica diventano invece abbaglianti bagliori del presente.
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Il sacco di carbone di Kounellis ha la sua identità nel trasferimento in galleria, ma ora è ancora parlante questo transfert? Il linguaggio dell'arte oggi tematizzando l'oggetto, vedi Warhol, e manifestandosi attraverso l'oggetto, ha disertato la narrazione sostituendola con un parodismo estetico, ma se ieri l'orinatoio di Duchamp era provocazione linguistica oggi cos'è? La produzione di trovate dell'avanguardia Dada e Post diventa: “Un significante senza significato, esistente solo perchè esibito” e la galleria d'arte “la cappella della quotidianità” (Elemire Zolla), dove la contemporaneità esercita l'arte come abrogazione e banalizzazione dei significati. In sintesi quasi tutta l'arte della contemporaneità viene a manifestarsi nella “trovata”, diventata sostitutiva della conoscenza intellettuale dell'idea, vedi oggi il consenso dato alle performances figurative di Cattelan. La contemporaneità sembra procedere parodisticamente negando sacralità e mito, che invece fino a Burri nel suo“rattoppato pauperismo francescano” e a Fontana “nell'assolutezza gestuale del taglio” veniva a manifestarsi. La diserzione della complessità dei significati nella narrazione e la volontà ideologica dello “straniamento oggettuale” è stata assunta a comportamento e quasi tutta la contemporaneità dell'arte è diventata una inventio banalizzante avulsa dai contenuti, dove la sovranità dell'impoverimento ideativo la fa da padrona.
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Il senso riposto della sacralità allegorica presente fin dall'antico, non è stato però divorato dal kitschismo contemporaneo, ma ritorna nelle alterità iconiche e allegoriche di Ontani, e in letteratura nei dissolutori aforismi di Cioran, dove l'iconoclastia è ancora manifestazione mistica “sono un mistico perchè non credo in niente” afferma Cioran, dando al “niente” l'assoluto della totalità.
Il catalogo di C.etrA, muove dunque verso il riscatto di una creazione, che al di là della critica alla modernità, auspica un inizio e indizio di superamento della contemporaneità come idea postuma gravida di infelicità.
Al senso del tragico la contemporaneità ha spesso sostituito quella del comico, ma sotto la maschera che porta al riso, si nasconde sempre nella mutante e ciclica circolarità del ritorno, il volto tragico del dionisiaco. 
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Mokichi Otsuka

Nel segno della Musa - “Ritratti d’artista” Maestri del ‘900
Un'arte scultorea nata dall'intreccio fra tradizione poetica orientale e tradizione plastica occidentale. Un percorso artistico segnato da forte identità, profonda armonia ed equilibrio formale. Qualità che nel tempo hanno reso questo maestro giapponese uno scultore di livello internazionale.
Le interviste di Marilena Spataro
Quali le tappe più importanti del suo percorso d'artista?
«Finita l'Accademia a Tokyo come pittore, ho iniziato a interessarmi alla creta, modellando figure. Ho viaggiato a lungo visitando tutti quei luoghi dove l'arte occidentale è nata e si è affermata nel mondo, a partire dalla Grecia e dall'Italia. Ero e sono assolutamente affascinato dalle sculture dell'antica Grecia e da quelle etrusche, così come da tutta l'arte del vostro Rinascimento. Sentivo il desiderio profondo di iniziare un percorso scultoreo che partisse dalla vostra tradizione plastica e perciò decisi di venire per un certo periodo nel vostro Paese a formarmi in tal senso. Nel 94 arrivai a Faenza, conosciuta internazionalmente come una delle capitali della ceramica, per avviare il mio apprendimento dell'arte della terracotta e qui mi stabilii fino al 99».
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Come è stato il rapporto con Faenza e con i suoi artigiani?
 
«A Faenza ho trovato, più che degli amici, direi quasi dei familiari. Che praticamente mi hanno adottato. Qui ho studiato per tre anni all'Istituto d'Arte Ballardini sotto la guida del maestro Rontini che mi ha insegnato tanto sul fronte della scultura in terracotta. Nel 99 sono rientrato in Giappone. Ma a Faenza ci torno ogni anno e vi soggiorno per tre o quattro mesi. Appena arrivo mi immergo nel lavoro, ho la fortuna, infatti, di avere amici artigiani che mi ospitano nei loro laboratori. Per me Faenza é come una seconda patria e tornarvi mi dà sempre una grande emozione e un'immensa gioia. Peraltro, amo moltissimo tutto quella che è la tradizione artistica occidentale, in specie dell'Italia, con il suo Rinascimento e la genialità dei suoi incomparabili artisti. Un orientale come me, non può che restare assolutamente affascinato da quel senso di ordine e di geometrica perfezione che caratterizza sia l'arte occidentale, a partire da quella italiana del passato, che la sua stessa civiltà».
Quali le origini della sua particolarissima tecnica e del suo senso plastico che tanto l'hanno resa famosa a livello internazionale?
«Per rispondere devo fare un passo indietro nella mia vita. Quando nel 99 rientrai in Giappone dal mio lungo soggiorno faentino, cominciai ad avere seri problemi di salute. Al tempo giravo molto per il mondo, ma a un certo punto dovetti fermarmi per affrontare delle pesanti cure essendo affetto da una grave malattia. Io sono buddista per cui volli capire meglio le cause del mio male. Rivolsi così la mia attenzione e, di conseguenza le mie cure, innanzitutto alla mia parte interiore. Con il tempo, la pazienza e la positività del pensiero, riuscii a guarire pure nel corpo. Prima dei problemi di salute, realizzavo sculture piuttosto diverse da quelle che faccio oggi, dove tutto era luce. Può sembrare paradossale, ma fu proprio la malattia ad aprirmi nuovi orizzonti anche sul fronte artistico».
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Ce ne parla, maestro?
«Fu in quella occasione che colsi tutta la profondità del pensiero buddista, secondo cui la vita e la morte sono due aspetti complementari e non contrapposti, dove la luce e l'ombra, il pieno e il vuoto sono aspetti di un'unica esistenza, di un Tutto armonico, di un tempo unico, ciclico e universale, per intenderci qualcosa come il nietzschiano “eterno ritorno”. È l'armonia dell'essere e della natura che cerco di trasmettere con il mio lavoro. La mia tecnica del pieno e del vuoto, della luce e dell'ombra nasce da lì, da una profonda riflessione sul buddismo».
Quali sono gli aspetti, umani e naturalistici, che ama indagare maggiormente attraverso le sue opere?
«Come dicevo, sono gli aspetti dell'armonia dell'essere in una visione universalistica. Quindi non solo umana, ma anche della natura. Da anni prediligo scolpire, più che la figura umana cui mi dedicavo precedentemente, figure del mondo animale, in specie quelle considerate sacre nelle religioni e nelle maggiori civiltà del passato. Con questo affermando una visione filosofica ed esistenziale che mi appartiene, dove il sacro e l'armonia sono aspetti presenti in tutto il creato, sia esso riferito agli uomini, al mondo animale, vegetale e di ogni altro genere possibile».
C'è una componente etica, oltre che estetica, nel suo lavoro?
«Assolutamente sì. Il mio lavoro nasce da una visione che va alla ricerca dell'armonia dello spirito come della materia. Oggi, nella vita come nell'arte, è necessario cercare Armonia e Pace. A mio avviso è solo attraverso questa ricerca che possiamo affrontare tutte quelle minacce ambientali e umane che da tempo affliggono il nostro pianeta, mettendone a repentaglio la stessa esistenza. L'arte ha un ruolo molto importante nel diffondere questa sensibilità improntata ai valori del rispetto dell'uomo e di tutta la natura».
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Com'è il suo rapporto con il mondo dell'arte contemporanea e come il suo lavoro si caratterizza rispetto a questo?
«Ritengo che l'arte contemporanea debba recuperare i valori della tradizione estetica e artistica del passato, per troppo tempo dimenticati. Una ripartenza dalla tradizione innestata ad una sensibilità moderna, nonché a nuove forme e tecniche artistiche, non può che ridare slancio e vigore a un'arte che oggi mi appare stanca e quasi sempre vuota, priva di anima e di un vero e profondo senso artistico e poetico, oltre che umano».
Quali i suoi progetti futuri. Quale un suo sogno ancora da realizzare?
«Ho alcune mostre in cantiere e un'opera monumentale che ho già progettato e cui sto già lavorando. Un sogno quest'ultimo che accarezzo da tempo e che spero di vedere a breve realizzato».
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THERE WAS A BOY

There was a boy
A very strange enchanted boy…
(Eden Ahbez, “Nature boy”)
di Giorgio Barassi
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Gigi sedeva sulla sedia da cui lasciava penzolare le gambe coi pantaloni corti. Quel padre che sapeva far luccicare la sua tromba e aveva un' orchestra che portava il suo cognome, gli suonava “Nature Boy” e lo teneva inchiodato lì. Poi quel bimbo cominciò a sentire le parole della canzone, tanto diverse dal suono caldo dell' ottone suonato dal papà, e ci si cominciò a riconoscere. Una storia di musica, di arte e di pittura respirata come una specie di sana ossessione, condita dalla voglia di migliorarsi sempre. Luigi Colombi “Conte” è nato prendendo le note come un cibo naturale, per sognare e costruire credendo fermamente nei suoi sogni. Papà Giusep- pe, che era il frontman dell' “Orchestra Colombi”, lo ha allevato facendogli sentire la musica e l' odore dei colori. Era imbianchino e musicista. Sognatore e gran lavoratore. Per Conte è arrivato tutto di conseguenza, e lui ci ha messo il piglio del pittore romantico, istintivo e irrefrenabile, da ambizione secca e decisa. Senza filtri, senza sconti. Dipingere, per Conte, è vivere la felicità di un attimo che non deve avere troppo cervello in mezzo, perché quel troppo spezzerebbe la natura stessa del mistero che fa della mano la mera esecutrice di un impulso, di un pensiero, di una rabbia o di un amore senza moderazioni a fare da ostacolo. Sarà stata quella musichina dolce, o anche lo swing e il jazz, e poi i ritmi dei locali pop e disco a condurlo fino alle sue mete, che sono sempre in movimento e gli disvelano altre mete (e a noi, fortunati, altre opere)? Sarà stata quella voglia di vedere il divertimento negli occhi dei suoi ospiti, la soddisfazione nello sguardo di chi accede al suo operato che gli avrà dettato i passi? Certo che i successi di Colombi sono tanti e multiformi. Come quella sua invenzione magnifica e storicizzata, il “Rocambole” di Poviglio, nel cuore di una fredda e sincera (e ricca di occasioni e di umanità) bassa reggiana, tanto ignota a quelli di città quanto accogliente per chiunque.
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La sua creatura é stata un tempio della disco, ma anche un palcoscenico per i più grandi artisti della scena cabarettistica degli anni ottanta, vissuti col ruggito dei migliori anche da chi scrive, che del “Rocambole” era prima frequentatore e poi, grazie proprio a Colombi, protagonista. Per evitare nostalgie divaganti e concentrarci sulle sue fatiche di artista non bastano poche righe. L'informale lo ha sperimentato da sempre, le astrazioni da cui nascono le “geometrie imperfette” (che magnifico ossimoro!) sono state passaggio obbligato e sperimentazione convinta. Ma dove Conte eccelle senza dubbio è nella purezza del suo informale. Ci hanno massacrati con quel ripetere ossessivo “Informale o tachisme… la tache è la macchia” su ogni libro, ogni opuscolo, ogni catalogo che tenta di spiegare l' inspiegabile. Perché informale o é o non é. O si fa o non si fa. Per questo Conte ha scelto di farlo. Per la perentorietà con cui si scelgono le strade. “Questa è la mia”, sembra dirci ad ogni pennellata, ad ogni esperimento, ad ogni puntino di colore che segna le sue tele come il cammino già percorso, come il sogno già sognato. E' lì che Luigi Colombi, in arte e nei modi garbati Conte, segna la sua strada. Nel rispetto della tradizione artistica da rispettare. Come se volesse ridare alle sue orecchie il suono dolce della tromba di papà, andandolo a cercare a sferzate di colore, a colpi di pittura sentita, vibrante, potente come un acuto e dolce come una chiusura sfumata di un brano di tanti anni fa. Un' anima semplice ma mai doma, la sua.
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Uno scalpitare continuo di sentimenti e passioni, un ribollire di sensazioni che non vede l' ora di trasferire sulle tele. Una sorta di sana inquietudine che non si placa. Provateci voi, a dirgli di fermarsi su questa o quell' altra ricerca. Non vi darà retta. Mentre pensa all' ultimo quadro, ha già in mente in prossimo. Anzi, lo ha nella sua anima di giramondo dei sentimenti e delle passioni senza fine. E a Parma, nel maggio 2020, alla Galleria S.Andrea, una sua personale, “Inquinato Inesplorato”, sarà una delle ragioni per onorare la città scelta come Capitale Italiana della Cultura. E una per accedere ai sogni ed alle tinte dei segni informali di Conte. Uno che non sta fermo mai. Un artista dalla produttività entusiastica e vitale. Un narratore di emozioni che arrivano cariche di colori e significati.
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L’Arte al femminile

La mostra di Marija Koruga “Presenti/Present” e Ivana Tkalčić “BWPWP
“Back When Pluto was a planet”, a Zagabria
di Svjetlana Lipanović
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La grande mostra inaugurata dal 27 agosto fino al 10 settembre 2019, presso Lauba una delle più belle gallerie zagabresi ha riunito le due interessanti artiste croate Marija Koruga e Ivana Tkalčić. La pittrice Koruga rivolge la sua attenzione tramite i grandi disegni ed acquarelli alle donne famose che hanno dato un contributo notevole alla cultura croata. La storia è vista secondo una ottica diversa e nel scenario nuovo, le scienziate e le artiste si muovono con le loro personalità straordinarie. Vesna Parun, Marija Monterisi, Dora Filipović, Ana Maletić, Renata Kroneisl-Rucner, Bara Kramarić, Dora Pejačević, Mira Hercigonja, nobile Zdenka Makanec ed altre sono le eccellenze della cultura croata a cui la pittrice ha dedicato le sue opere. Il nuovo ciclo pittorico dell’artista è la continuazione dei precedenti intitolati “Dalla storia” e La semplice spettatrice”. L’interesse di Koruga è centrato sul lavoro femminile ed anche sulla necessità di essere riconosciuto e degnamente valorizzato. La giovane artista, classe 1988 è nata a Zagabria dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e, nel 2012 si è laureata con successo.
E’ membro dell’Associazione degli artisti croati (HDLU) e dell’Associazione degli artisti indipendenti. La sua arte è stata apprezzata in Francia, Austria, Slovenia, Germania, Croazia nelle mostre personali e collettive. Dal 2018 si occupa intensamente delle tematiche inerenti le varie problematiche femminili. Il prestigioso premio della Fondazione Erste fragmenti le è stato consegnato per il quadro “Gelada Baboon”, nel 2014. Un'altra sua attività è legata al mondo del cinema. Per le case cinematografiche e per la televisione (BBC) progetta le scenografie nei vari paesi europei. Spesso soggiorna presso le residenze artistiche come “Cité des Arts Paris”, nel 2016 e “La destrutturazione del quadro”, nel 2018. Si divide tra Zagabria e Berlino nella continua ricerca delle espressioni innovative, nate all’interno del suo ricco universo pittorico.
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Ivana Tkalčić, classe 1987 ha conseguito la laurea all’Accademia di Belle Arti a Zagabria, abbinando i suoi studi artistici alla Facoltà di Economia. A Monaco di Baviera ha proseguito il suo perfezionamento nella pittura e, successivamente ha ottenuto i due importanti premi: RCAA young european award e, il Premio del Rettore per il lavoro artistico indipendente.
Si è fatta notare alle varie esposizioni in Messico, Austria, Croazia, Olanda, Brasile, Vietnam, ed altri paesi. Inoltre, ha partecipato con i numerosi progetti nelle residenze artistiche in Austria, Belgio, Greca, Norvegia, Olanda, Italia e Polonia. La sua mostra che è stata prorogata fino il 19 settembre porta una citazione in cui si nomina il pianeta Plutone e, la Conferenza dell’ unione astronomica, a Praga durante quale, il 24 agosto 2006 si è deciso che non sarà più il nono pianeta. Sempre, nel 2006, il 26 agosto il Facebook è diventato accessibile a tutte le persone al di sopra di 13 anni e, in possesso della e-mail. La ricerca di Tkalčić è rivolta a dimostrare come e quanto la tecnologia può modificare la nostra coscienza e il modo di pensare. Un altro aspetto che trova interessante è la famiglia e l’influenza che la stessa produce tramite un’ eredità genetica sul individuo. Il suo studio si estende anche sulle prime percezioni del mondo che il bambino riceve dai ricordi familiari accompagnati con ormai ogni presente l’influenza della tecnologia moderna.
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Le opere sono composte dalle costruzioni, collage, video registrazioni, i documenti dall’archivio. La metamorfosi voluta eseguita sui documenti che spesso contengono un forte messaggio sentimentale, avviene durante la lavorazione dell’opera che acquista, come per magia – un'altra vita e un altro significato.
Le due artiste croate con questa mostra hanno fatto vedere degli aspetti inusuali dell’arte con cui ci parlano dell’universo creativo femminile tutto da esplorare.
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