Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Lo Spazio del cielo

…dall’antico cammino di pellegrinaggio ai primi tre suggestivi interventi di arte contemporanea sulla Via Francigena.
di Marina Novelli
Luoghi tanto inconsueti quanto inaspettati, ma indiscutibilmente ricchi di fascino e di grandi emozioni quelli che la CoopCulture, ha presentato nel suo progetto di arte contemporanea lo scorso 12 Luglio e che, non a caso, ha voluto chiamare: Lo Spazio del cielo... nello spettacolare cammino della Via Francigena, esattamente nel tratto compreso tra Viterbo, Vetralla e Caprarola, compiendo un percorso semicircolare intorno al Lago di Vico, lago di origine vulcanica che vanta il primato di altitudine tra i grandi laghi italiani. È stato questo l’ambìto risultato tra i sette progetti selezionati dalla Regione Lazio nell’àmbito dell’Avviso Pubblico Arte sui Cammini. Lo Spazio del cielo rientra infatti nelle attività di valorizzazione e divulgazione del patrimonio paesaggistico, nonché storico-artistico, promosse da CoopCulture, la più grande cooperativa operante nel settore dei beni e delle attività culturali ed operante in ben 250 siti in Italia, tra musei, biblioteche, luoghi d’arte e di cultura, con il preciso obiettivo di avvicinare i diversi pubblici all’espressione artistica nei suoi molteplici aspetti e manifestazioni.
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Da molto tempo inoltre, impegnata sul fronte della sostenibilità, per la CoopCulture gli eventi dei cammini e la Francigena hanno segnato l’occasione per una promozione del territorio e delle sue indiscusse bellezze paesaggistiche, ricche di panorami mozzafiato e recessi che invitano alla contemplazione, meditazione… rinascita spirituale! Nella data dello scorso 12 luglio sono state inaugurate tre delle quattro opere previste dal progetto ed ha avuto luogo infatti un evento, come abbiamo visto, itinerante tra Viterbo, Vetralla e Caprarola. Il titolo del progetto deriva dalla radice del termine “contemplazione”, ovvero dal latino cum templum (nel mezzo dello spazio del cielo); si tratta infatti di uno spazio identificato dal “lituo degli aúguri”, uno spazio tracciato che veniva suddiviso poi in regioni, faste o nefaste, allo scopo di trarne presagi dal volo degli uccelli e riprodotto sul terreno per l’identificazione dei luoghi dove compiere sacrifici per gli dei. Il templum è quindi la geografia sacra che, proprio nel territorio dell’antica Etruria, ha suggerito l’identificazione delle prime aree in cui fondare i luoghi di culto. Le opere esposte lungo un percorso ad anello intorno alla caldera del lago di Vico, orientando il passo, illuminando il percorso come lanterne, risuonando nel paesaggio, simili a stazioni che segnano sempre un confine, l’arrivo in un centro abitato, il varco di un limite o l’inizio di una nuova fase del cammino.
La nostra visita è iniziata con il suggestivo Campo sintonico dell’artista Matteo Nasini, consistente in un gruppo di quattro installazioni in acciaio corten (materiale particolarmente versatile adatto per architettura e design), posizionate nei pressi dell’area di lancio dei deltaplani all’interno della Riserva del Lago di Vico. Il titolo dell’opera offre una chiave di lettura dell’intervento appositamente concepito per Caprarola, e più precisamente alla sua località Poggio Nibbio. Luogo questo particolarmente esposto ai venti che dalle sculture vengono intercettati e di cui, dal loro infrangersi, vengono prodotti dei suoni, inaspettati, che con la loro armonia naturale amplificano notevolmente le suggestioni del paesaggio.
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L’installazione, composta da quattro sculture che delimitano un perimetro acustico, è un progetto eco-compatibile che non produce alcun impatto ambientale ma in grado di produrre invece un suono continuo, autonomo e indeterminato… un suono non catalogabile come musica, irriproducibile e unico, creando così le condizioni per un’esperienza umana specifica e imprevedibile. Effetto questo dovuto solo alla direzione, alla tipologia e all’intensità degli elementi atmosferici. Il termine “sintonico” fa infatti riferimento a uno strumento eolico che genera un accordo di suoni che non possono essere scritti, diretti o suonati dall’uomo.
Dalle suggestioni di Caprarola siamo passati a Vetralla, al suo Fossato Callo, Strada Foro Cassio, dove la scultrice Elena Mazzi ha coniugato ben 300.000 anni in 344 centimetri! Una mirabile scultura realizzata dalla stessa e in collaborazione con l’artigiana svizzera, “scalpellina doc”, Regula Zwicky. Scultura consistente in una lunga lastra di peperino elevata per mezzo di un piedistallo in corten leggermente inclinato all’altezza della mano proprio per agevolare l’azione del “tatto” da parte dell’osservatore… sembra quasi un invito ed è infatti bellissimo poterla sfiorare! Sulla lastra di marmo è scolpita una sorta di mappa sensibile delle trasformazioni geologiche del paesaggio vetrallese, dovute principalmente all’eruzione del vulcano Vicano, a partire proprio da circa 300.000 anni fa. La scultura, a mio parere estremamente importante ed esteticamente bella anche a vedersi è l’esito di un percorso di ricerca condotto dall’artista sul territorio in collaborazione con geologi e naturalisti ed è di fatto un palinsesto di superfici e forme scaturite dai diversi fenomeni di pietrificazione delle lave. L’artista ci ha illustrato quanto in passato abbia condotto una serie di esplorazioni sul territorio, collezionando rilievi, mappe, disegni delle emergenze geologiche più interessanti e peculiari. D’ora in poi, viandanti e camminatori toccheranno la pietra, ripetendo il gesto di devozione dei pellegrini verso le icone sacre e proprio a causa di questo “accarezzamento”, la scultura si modificherà nel tempo. È pertanto importante aggiungere che la sistemazione naturalistica dell’area sorgiva di Fossato “Callo”, sulla Via Francigena del Nord, ha riguardato la messa a dimora di piante acquatiche autoctone, nell’intento di assecondare la naturale conformazione dell’alveo del Fossato “Callo”, nonché l’intervento manutentivo del Fontanile ha previsto la pulizia dalla vegetazione infestante e la risistemazione delle parti murarie del suggestivo complesso di vasche comunicanti costruite in muratura di peperino e pezzame, alimentate da una sorgente che sgorga dalla rupe tufacea.
Dulcis in fundo… la Lanterna termale! Siamo arrivati alla zona termale di Viterbo, Strada Bagni, dove l’artista Alfredo Pirri ha individuato nella guardiola delle Ex Terme Inps, tra i primi edifici pubblici che si incontrano lungo la Via Francigena alle porte di Viterbo, complesso che da anni versa in stato di abbandono, la possibilità di definire un segno tangibile per il camminatore in procinto di arrivare nella Viterbo stessa. L’intenzione è stata quella di trasformare questa piccola costruzione, un casotto di pochi metri quadri, in una “lanterna accesa”. Lo stesso Pirri afferma: “Adesso la palazzina sta lì, spazio vuoto e abbandonato, a controllare una confluenza di strade, cerniera simbolica fra pubblico e privato, campagna e città. È lì come una sentinella immobile, invecchiata e stanca che attende il cambio. La palazzina può diventare una scultura.
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Una lanterna luminosa dalla forma solitaria e solida. Brillante di notte, come un faro che orienta i passanti e che di giorno torna muta con occhi e bocca tappati dal fremito di ali di uccelli in transito”. L’artista è intervenuto aggiungendo un sottile basamento, in grado di conferire al piccolo edificio una valenza quasi scultorea, e installando delle vetrate realizzate con l’inserto di piume, che con il loro candore, consentono all’architettura di diventare una lanterna morbidamente luminosa, emanando una luce quasi “vaporosa” capace di generare una sorta di cortocircuito tra la dimensione monumentale e il carattere etereo dell’intervento, tra il cemento solido e l’elemento luminoso. Già, proprio così! Una lanterna posizionata proprio all’incrocio di più strade che sembra voglia sottolineare il loro intersecarsi, posta al confine tra campagna e città, in grado di orientare simbolicamente i passanti… e non solo!... perché personalmente ho ritenuto di grande interesse il fatto di inserire delle opere d’arte in un contesto così insolito...opere d’arte a tu per tu con la natura, accarezzate dal vento e baciate dal sole o dalla pioggia, ma sempre lì, ferme, a testimoniare il grande lavoro dell’uomo. La Via Francigena è un suggestivo insieme di vie (dette anche vie romee), che fin dal Medioevo hanno costituito un ardito sistema viario che provenendo da Londra e Canterbury attraversavano la Manica tra Dover e Calais, attraversando la Francia (Europa occidentale) conducendo fino a Roma (Sud Europa), per raggiungere poi la Puglia che con il suo porto d’imbarco a Brindisi, permetteva, ieri come oggi, ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa. È importante ricordare che già nel Medioevo la Via Francigena era, insieme alla Terra Santa e a Santiago di Compostela, meta di numerosi pellegrinaggi denominati peregrinationes maiores, formando un percorso di ben 79 tappe e la tappa romana prevedeva la visita alla tomba dell’apostolo Pietro. Luoghi questi preposti alla meditazione, alla contemplazione… all’arricchimento spirituale. Last but not least, è importante sottolineare quanto proprio la grande presenza di pellegrinaggi, camminatori e viandanti, persone con culture diverse quindi e di di- verse provenienze ed etnie, abbia incrementato ed impreziosito lo scambio delle loro e delle nostre culture, dei linguaggi e delle arti… il preludio all’attuale Unione Europea! Mi appassiona pensare che simili installazioni, grazie all’altissima sensibilità della CoopCulture e dell’Arci di Viterbo, perdurando nel tempo, saranno poli d’attrazione permanente e di riflessione nonché di riqualificazione dei luoghi per i futuri camminatori, viandanti e pellegrini che si accingeranno ad attraversare questi luoghi… consentendo loro anche una sorta di “esplorazione spirituale”. E fortunatamente non finisce qui! Nel prossimo mese di settembre infatti, ci sarà l’inaugurazione dell’attesa ultima quarta opera… Lo spazio del cielo si arricchirà quindi di un’altra installazione, quella dell’artista Teodosio Magnoni…Fantastic! We are looking forward!
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Arte e golf

Due grandi passioni nella vita dell'artista Fausto Minestrini.
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Fausto ha deciso di coniugare le due cose ispirato anche dai posti magici che frequenta, ANTOGNOLLA GOLF RESORT.
Nasce così la MINESTRINI MASTER CUP tenutasi il 15 Giugno 2019 presso il circolo dell'Antognolla.
L'idea geniale di Fausto è stata di coinvolgere gli allievi della sua scuola che chiamati a dipingere mentre i golfisti provenienti da piu parti della nazione si cimentavano.
Negli ultimi anni è nata una grande amicizia e collaborazione tra Fausto e lo scultore Paolo Ballerani, docente dei corsi di scultura presso la scuola Minestrini, e Paolo ha contribuito alla realizzazione di un pannello fatto insieme agli allievi della scuola, il ricavato della vendita del dipinto è stata devoluta per un'opera benefica.
Per la MINESTRINI MASTER CUP è stata realizzata una polo stampata con un particolare di un dipinto dell'artista, Fausto ha anche creato una serie di coperture “Kistyon”per mazze in pelle con stampato e ritoccato a mano, “cosi da renderle pezzi unici”, il particolare di un suo quadro.
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Archiviata la MASTER CUP Fausto e Paolo in grande sintonia stanno preparando un’opera a quattro mani che presenteranno ad ANTOGNOLLA in occasione di un evento golfistico di grande importanza, il “Campionato italiano professionisti P.G.A.”che si terrà in settembre nel prestigioso campo dell'Antognolla.
L’artista perugino Fausto Minestrini abbandona gradualmente agli inizi degli anni ‘80 la figurazione per il segno e il colore lungo quei paesaggi dell’anima dove la materia si nutre di percezioni e simbolismi che alimentano il mondo dei sogni inespressi.
I suoi lavori si trovano in musei, pinacoteche ed importanti collezioni private in tutto il mondo. Ha fondato e dirige la “Scola Minestrini” frequentata da artisti italiani e stranieri. Il Maestro vive e lavora nel cinquecentesco “Mulino della Roscia” a Casa del Diavolo, magica località alle porte di Perugia.
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Il colore, lingua dell’Universo

di Rita Lombardi
I colori influenzano moltissimi aspetti della nostra vita. è stato dimostrato che sono in grado di alterare il sapore di cibi e di bevande e che hanno effetti sugli stati d’animo e sul comportamento.
L'aura e i suoi colori
Ogni essere vivente è avvolto da un campo elettromagnetico e informazionale (conosciuto da millenni con il nome di aura) che è connesso e scambia energia con il campo vitale universale in cui siamo immersi. Le aure variano nella forma e nei colori e ambedue gli aspetti sono connessi con tutto ciò che accade all’individuo, sia sul piano fisico che sul piano psicologico. Alcune persone, particolarmente dotate, riescono a percepire e/o vedere la forma e i colori delle aure. Ci sono aure molto luminose e piacevoli a vedersi, con colori puri e limpidi. In figura 1 possiamo ammirare un’aura uniforme azzurro cobalto che denota spiritualità e sensibilità; la riga verde chiaro è indice di solidarietà, compassione e adattabilità. Il verde smeraldo splende nell’aura di un individuo versatile, ingegnoso ed onesto. Il viola-lilla denota una elevata connessione con lo spirito. Un rosso-rosato con belle forme circolari rosa pastello colora l’aura di una persona che prova affetto, mentre il rosso vivo parla di passione e il rosso arancio vibrante è sintomo di intensa vitalità e di entusiasmo. Il giallo nell’aura è segno di un intelletto molto sviluppato e l’arancione di ambizione. Un uomo di scienza ambizioso avrà nella parte superiore dell’aura molto giallo brillante con zone arancione.
Figura
La paura costante fa assumere all’aura un aspetto spinoso ed un colore grigio-livido, mentre un grigio cupo, pesante e desolante riempie l’aura di una persona profondamente depressa. Un marrone spento con sprazzi rosso fosco circonda una persona gelosa e rigide strisce marrone-rossiccio cupo formano la gabbia di un avaro. Nella figura 2 è rappresentata l’aura di una persona preda dell’ira violenta. Vediamo zone grigio piombo e rosso cupo che colorano un campo irregolare saturo di globuli e lampi orribili a vedersi. La persona invidiosa appare immersa in un involucro verde-marrone scuro, stagnante come una palude, e, come una palude, emana un odore sgradevole che acqua e sapone non possono eliminare. Le droghe, l’alcol e il fumo danneggiano i colori brillanti e sani dell’aura, producendo una specie di muco appiccicoso. Per tutte queste persone, l’aura diventa una casa piena di rifiuti, dai vetri sporchi e polverosi, in cui l’energia ristagna. Sono persone che si circondano e vestono colori sporchi, cupi, scuri e non amano e non cercano più i colori limpidi e brillanti di quando erano bambini, pieni di vita e di gioia. Lo scienziato russo, un fisico, Konstantin Korotkov, ha messo a punto un dispositivo con il quale ottiene un’immagine del campo elettromagnetico di una persona. Egli rileva che una persona sana e in uno stato d’animo positivo ha un campo uniforme e dalle dimensioni ottimali, senza buchi o impennate, mentre ad esempio, problemi alla schiena si manifestano come impennate e lo stress rende il campo disordinato e con moltissimi vuoti. Secondo la sua esperienza buchi e rotture improvvise rendono il campo di una persona vulnerabile alle aggressioni di batteri, virus o funghi, a livello fisico, di pensieri negativi, a livello mentale. Scrive il professore: “L’immagine che otteniamo è stata verificata da centinaia di medici in quindici anni di pratica clinica... anni di esperienza mi portano a concludere che lo scopo di qualsiasi intervento terapeutico, esercizio o cura dovrebbe essere un miglioramento dell’immagine del campo di una persona. Questa è una indicazione chiara dell’effetto di una terapia”. E aggiunge: “Il campo elettromagnetico umano è il riflesso più sensibile della condizione fisica, emotiva e spirituale di una persona”. Korotkov dice di essere in possesso di un numero considerevole di dati che gli fanno pensare all’esistenza di un campo informazionale che sarebbe un ulteriore livello di realtà oltre il campo elettromagnetico. Tale campo si manifesterebbe vividamente nella vita di tutti i giorni e si formerebbe gradualmente sotto l’influsso dell’educazione, della cultura e dell’ambiente. Specifica inoltre che i bambini che sono incarnazioni di grandi Lama tibetani hanno un’aura molto forte fin dalla nascita. Aggiunge che oltre a queste aure, c’è un campo globale, formato dal contributo di tutta l’umanità.
Conclude con l’esortazione: “lasciate che la vostra aura splenda sempre di più”.
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I Chakra e i loro colori
I chakra (termine sanscrito) sono configurazioni a forma di vortice della struttura del nostro campo energetico ed han- no la funzione di immettervi l’energia proveniente dal campo vitale universale. I chakra principali sono sette e in condizioni ideali sono allineati lungo la colonna vertebrale (figura 3).
Nei testi esoterici orientali si dice che ognuno di questi chakra ha un certo numero di petali, che sono, in realtà, piccoli vortici che roteano ad altissima velocità. Il colore che si osserva in ciasciun chakra è connesso con la frequenza energetica che viene metabolizzata nella sua specifica velocità di vibrazione.
Il primo chakra o chakra della radice ha 4 petali rossi. Esso è connesso con la nostra volontà di vivere e fornisce energia alla colonna vertebrale, alle ghiandole surrenali e ai reni.
I chakra dal secondo al sesto hanno un aspetto anteriore e uno posteriore.
Il secondo chakra ha 6 petali arancione ed è connesso con le nostre emozioni, la nostra sessualità e la nostra sensualità. Fornisce energia all’apparato riproduttivo e al sistema immunitario.
Il terzo chakra, con 10 petali gialli fornisce energia al sistema nervoso, all’apparato digerente e alla milza. E’ associato al modo con cui abbiamo cura di noi stessi e come ci rapportiamo con gli altri.
Il quarto chakra ha 12 petali verde brillante ed è connesso all’amore e alla volontà. Esso fornisce energia al cuore, all’apparato circolatorio e al timo.
Il quinto chakra con 16 petali azzurri governa l’apparato respiratorio e la tiroide. è connesso con la comunicazione.
Il sesto chakra ha 96 petali blu-viola e fornisce energia alla base del cervello. Governa la realizzazione pratica e graduale delle idee e permette la comprensione dei concetti.
Il settimo chakra o chakra del vertice, con i suoi 972 petali viola orlati di bianco, fornisce energia alla parte superiore del cervello. è connesso con l’intuizione e permette l’integrazione con la nostra anima. Per preservare la salute è necessario che i chakra siano allineati e bilanciati. Il prof. Korotkov ha messo a punto un software con cui può effettuare una stima quantitativa dell’energia dei chakra e fornire informazioni sulla loro posizione. Spesso i chakra sono disallineati e di dimensioni inferiori alla nor- ma. Ad esempio una persona con problemi all’apparato riproduttivo avrà un secondo chakra fuori posto e con un basso livello di attivazione, una forte depressione o lo stress disallineano e svuotano di energia tutti i chakra.
La cromoterapia
La cromoterapia o terapia con il colore aiuta a purificare e ricaricare l’aura, a ricaricare ed equilibrare i chakra ed è un valido supporto per le terapie fisiche e psicologiche. Possiamo assorbire i colori attraverso cibi e bevande, esponendoci alla luce solare (per tutte le frequenze) o alla luce di lampadine colorate (per i singoli colori). Per equilibrare e ricaricare i chakra i cromoterapeuti usano i colori corrispondenti. Ora una piccola panoramica delle proprietà di alcuni colori. Si intende che questi colori devono essere nelle tonalità pure e limpide come quelle delle vetrate delle cattedrali. Il rosso ricarica il campo energetico e scalda le zone fredde, anche l’arancione ricarica il campo energetico e in più aiuta il sistema immunitario e l’apparato riproduttivo. Il giallo primula dà chiarezza ad una mente confusa, il verde è risanante. Un tenue colore rosa riequilibra, come il verde, il chakra del cuore e in più calma gli animi. (Le pareti di alcune prigioni in USA e in Svizzera sono tinteggiate con questo colore per tenere tranquilli i detenuti).
L’azzurro e il blu raffreddano le zone infiammate, rilassano e aiutano a conciliare il sonno. L’argento e il color lavanda purificano il campo energetico.
Il blu-viola libera la mente, facilita la visualizzazione e la creatività, mentre il viola dà pace e crea la connessione con la nostra parte spirituale. Infine il bianco aiuta ad alleviare il dolore, dà conforto e protezione. Secondo la cromoterapeuta tedesca Christa Muths tramite la respirazione di colori puri e limpidi e la meditazione su di essi è possibile contrastare atteggiamenti di base negativi, come depressione, rancore, rabbia, paura, ecc., e con il tempo e con l’impegno costante risolverli. Si inizia imparando a visualizzare ciascun colore. Secondo Christa Muths i colori che non riusciamo a visualizzare sono proprio quelli che ci mancano e sui quali dobbiamo insistere. Una volta imparata la visualizzazione si pratica la respirazione dei colori. Si tratta di inspirare il colore prescelto, visualizzarlo mentre riempie i polmoni, il torace e l’addome e visualizzarlo poi mentre si espira.
Per meditare su un colore, si può o visualizzare un grande pennello che colora il corpo e l’aura, oppure visualizzarci immersi in una bolla del colore prescelto.
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Art City 2019

…grazie al Polo Museale del Lazio ed alla ricchezza del suo territorio, che hanno consentito nuove ed “armoniose sinergie”!
di Marina Novelli
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Si è aperta lo scorso 27 giugno ArtCity 2019, la terza edizione della fortunata manifestazione realizzata dal Polo Museale del Lazio, l’Istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che animerà, fino al prossimo 16 settembre, i più importanti siti e musei della regione con oltre cento eventi dedicati all’arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Una eccellente Conferenza Stampa tenutasi nella suggestiva Sala Paolina di Castel Sant’Angelo, che oltretutto vanta, dalla sua adiacente loggia, una vista di incomparabile bellezza…Ponte Sant’Angelo! Alla base di ArtCity vi è il proposito di creare occasioni di visita nei musei. Attività queste pensate su misura e capaci di sfruttare l’attitudine a vivere nuove esperienze…attitudine che le persone espletano soprattutto d’estate, tenendo sempre saldi da parte degli organizzatori, la tutela e il decoro dei luoghi, il rigore scientifico e la qualità artistica.
Edith Gabrielli Direttore del Polo Museale del Lazio si è così espressa: <>. Davvero quest’anno si respira un’aria di soddisfazione in casa ArtCity’19, in quanto tali rapporti hanno assunto la forma di una vera collaborazione istituzionale e di reciproco scambio, tale che a ragione si può parlare di sinergia…una “armoniosa sinergia”! Per il pubblico, sempre più numeroso di anno in anno, ancora una volta si presenta dunque l’occasione straordinaria di vivere in modo inusuale abbazie, musei, aree archeologiche e monumenti di grande interesse, purtroppo spesso trascurati dai grandi flussi turistici. Una sorta di eventi, quindi pensati per tutta la famiglia e per i residenti una splendida occasione per riscoprire e godersi le risorse culturali della propria regione senza escludere pertanto l’inevitabile stupore per chi si trova a visitare il Lazio per la prima volta. Roma si fa teatro avvalendosi di due straordinari luoghi: Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo. Il primo, Museo Nazionale di arte medievale e rinascimentale, è la sede di Conversazione nella Loggia, comprendente tre cicli di incontri: Voi Ch’ascoltate, dedicato ai padri della letteratura italiana: Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni; Architettura necessaria, incentrati sui temi dell’architettura pubblica e dell’urbanistica, attraverso le voci di studiosi ed architetti di fama mondiale; e l’Arte ci racconta dedicata al patrimonio artistico e monumentale dell’Urbe. artcity2
Castel Sant’Angelo ospita invece la rassegna Sere d’arte, un appuntamento fisso dell’Estate Romana, pensato per adulti e bambini, articolato in tre rassegne: Notti di Musica al Castello, una rassegna di 21 eventi che vuole proporre al pubblico della Capitale l’idea di una musica in grado di abbracciare culture e sentimenti diversi in uno scenario straordinario. Sempre tra le mura di Castel Sant’Angelo si terrà anche quest’anno I Bambini e ArtCity, un ciclo di sette spettacoli dedicati ai più piccini ed alle loro famiglie. Inoltre, Il Castello si racconta, consta di quattro itinerari di visita dedicati alla scoperta di questo straordinario monumento e della sua storia millenaria, nonché dei personaggi e delle leggende, arti e tradizioni che lo hanno contraddistinto negli anni. La rassegna Palcoscenico porta musica e teatro in ventitré siti del Lazio, dai musei e siti archeologici, come quelli di Viterbo, Civita Castellana e Vulci, alle abbazie, come Subiaco, Montecassino e Casamari, alle ville e ai palazzi rinascimentali, come Palazzo Farnese a Caprarola e Villa Lante, ai musei d’arte contemporanea, come il Museo Manzù di Ardea; Immaginario Etrusco si affianca alla mostra Gli Etruschi. Maestri Artigiani con un fitto programma di musica, teatro, visite a tema e laboratori per celebrare il quindicesimo anniversario dal riconoscimento UNESCO ai siti di Cerveteri e Tarquinia; Luci su Fortuna, riprendendo l’esperienza fortunata del 2018, propone spettacoli e visite teatralizzate alla scoperta del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina e del Santuario della Fortuna Primigenia; Anfiteatro accoglie all’interno del suo complesso del Museo Archeologico Nazionale e Area Archeologica di “Casinum”, un ciclo di musica e teatro nell’anfiteatro, così come da sempre è stato inteso come luogo per spettacoli; Mediterranea unisce tre luoghi mitici del mondo antico, Formia, Sperlonga e Minturno, per una rassegna dedicata alle parole e ai suoni del Mediterraneo. Moduli lunari, spaziando da Roma a tutto il Lazio, celebra i cinquant’anni dall’allunaggio.
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Lessico italiano.Volti e storie del nostro Paese, propone un percorso espositivo che tende a mettere in risalto elementi fortemente rappresentativi del nostro patrimonio storico-culturale, sarà al Vit- toriano, simbolo per eccellenza degli ideali risorgimentali di unità e libertà. Bulgari. La storia, il sogno, una mostra atta a ricostruire le vicende di una grande impresa italiana e marchio distintivo del Made in Italy nel mondo e che sarà esposta nella doppia sede di Castel Sant’Angelo e Palazzo Venezia. Etruschi, maestri d’arte e di artigianato, come abbiamo già menzionato sarà allestita nella doppia sede del Museo Nazionale Archeologico di Cerite (Cerveteri) e del Museo Archeologico di Tarquinia, celebrerà l’iscrizione delle due località risalente a quindici anni fa delle necropoli etrusche nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO. Per concludere, abbiamo chiesto a Edith Gabrielli se in Italia esistono altre attività culturali simili ad ArtCity e lei ci ha così risposto:<>
 
Marina Novelli
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MANIFESTO

di Francesco D’Alconzo
Prefazione:
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La materia è ovunque: è acqua, è terra, è l’universo stesso che parla dei suoi confini/non confini.
Nella visione artistica di Francesco D`Alconzo non è il mondo esterno a dover essere rappresentato: non serve qualcun altro che dia nuova forma ai girasoli o che scomponga l’essere umano fino a frammentarlo per dare concretezza al suo dualismo e alle sue lotte interiori.
D´Alconzo parla del suo mondo, della sua visione schietta e pura di come lui vede le cose e di come le cose si offrono a lui, servendosi di nuove tecniche, nuovi supporti, nuove dimensioni.
Il colore è emozione allo stato puro e mai casuale. In nessun caso utilizzato per fini meramente estetici.
La sua ricerca del bello si traduce in materiali e stili nuovi che si fondono e s’alternano dando vita a un’opera d’arte unica, come uniche sono le emozioni che ciascuno di noi prova osservando lo spazio fuori dal corpo e dai pensieri.
Le linee perdono i loro confini e delineano orizzonti e forme dai tratti stravaganti ma al contempo essenziali.
È proprio così che hanno forma le idee: da concezioni individuali talvolta un po’ strambe, forse imbarazzanti perché mai espresse, segregate, ma comunque soggettive e particolarissime.
È qui che prende forma l’arte di Francesco D´Alconzo: dalle idee, perché “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta).
E se noi siamo il riflesso di tutto ciò che proviamo, che sentiamo e che sogniamo allora la realtà non è quello che si manifesta fuori di noi.
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L’arte non è più la rappresentazione del mondo così come gli occhi lo osservano o come le emozioni lo guidano. Sono le idee che si concretizzano attraverso la mente di un unico e coraggioso precursore che, anticipando i tempi, ha pensato e pensa una nuova concezione di creatività, uno stilema dai tratti inconfondibili e irraggiungibili: mai proposti e mai raggiunti prima d’ora.
Un’innovazione assoluta che solo D´Alconzo è riuscito a definire in modo consistente e autentico, portandosi avanti rispetto ai tempi moderni e riuscendo a scrivere un nuovo importante capitolo nell’evoluzione artistica dell’uomo.
Questa Prefazione non nasce con l’intento di anticipare la concezione creativa di D´Alconzo, definendo i suoi tratti stilistici. Bensì é un’idea, la mia idea: unica e solo mia, l’idea di ciò che questo immenso artista rappresenta e rappresenterà per l’evoluzione dell’arte così come la conosciamo.
È un’intuizione che voglio lasciare a te come guida per farti travolgere da un universo incontaminato e vergine come quello pensato e messo in atto da Francesco D´Alconzo. Abbandona ogni preconcetto, buttati alle spalle tutti i retaggi dei paesaggisti o degli astrattisti del passato: solo così, spogliandoti delle tue emozioni e inibizioni, potrai lasciarti condurre attraverso il futuro, una realtà ideale ma tangibile che è arrivata proprio adesso.
Agnese Agozzino
Ho prima immaginato, poi pensato ed infine in uno stato di meditazione concepito, dipinti e sculture che in quanto IDEA, così tali dovevano rimanere in forma archetipa.
Ovviamente, visto che il mio stilema non è affidato al pennello ed allo scalpello, un problema fondamentale è quello della comunicazione che, in questo campo, necessita dell’oggetto. La concretizzazione avviene in uno stadio successivo; capisco così di aver creato un meccanismo pioneristico però, se pur di fronte ad un’innovazione, mi sono rivolto al passato rivisitando il concetto di Bottega. Comunque anche la Bottega non poteva seguire la metodologia del Rinascimento, cioè un gruppo che lavora a stretto contatto.Ho dovuto dar vita ad un processo sinergico di vari autori specializzati in discipline diverse che lavorano indipendentemente l’uno dall’altro senza la necessità coadiuvarsi, ma il tutto sotto la mia egida e con il filo conduttore del mio pensiero che è l’opera vera e propria.
Il solo ruolo della tecnica è valido ed efficace, ma non sufficiente nell’attività di un artista che aspiri all’eccellenza.
Ogni persona può apprendere l’uso della tavolozza od altro strumento, ma tutto ciò, per quanto apprezzabile ed anche brillante, non potrà mai sostituire la marcia inesorabile di un fine intelletto, insieme al lampo della percezione.
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In questo caso io stesso posso affermare di non conoscere il segreto di un superlativo talento; spesso non è azione cosciente controllata dal raziocinio, pro- babilmente deriva da uno stato di meditazione a cui sono dedito da anni. In un attimo riesco ad acquisire consapevolezza di quel che sto per ideare; devo comunque usare quello che ho imparato dalla storia e riuscire a trasformare le conoscenze in risultati.
Ciò che ovviamente nel tempo è cambiato sono le tecniche e le forme che l’arte visiva fa proprie. Ogni epoca parla con il linguaggio che le appartiene, anche se la permanenza di ciò che è stato, nessuna novità è capace di cancellare totalmente. Questi nostri tempi sono tor- mentati, basti pensare al Novecento che è stato il secolo più devastato della storia conosciuta, per esempio le due Guerre Mondiali. Il mio intendimento non è quello della rappresentazione negativa; ho voluto contrapporre a questa un messaggio, prima di tutto di riflessione e d’interiorizzazione che per forza di cose, non può essere realizzato tramite il figurativo e neppure con l’astrazione convenzionale. Quando i Maestri del passato dipingevano un’iconografia sacra, usavano il fondo oro perché era il metodo più idoneo per identificare la Divinità. Ritenendo poco opportuno questo tipo di ripetizione, ho risolto con il monocromo e con la sfera, in quanto elementi assoluti.
I miei quadri sono monocromi ed il monocromo fa parte della storia. Le mie “sculture” sono sfere che appartengono soprattutto ad un concetto minimale d’istallazione ed anche questo, ha i suoi precedenti.
Credo quindi che la novità consista proprio nel metodo creativo sopra descritto ed ancor più nel voler rappresentare il Sacro, una zona altamente spirituale. Voglio che le mie opere trascinino altrove in un mondo non previsto, in uno spazio ascetico che consenta di vedere la vita da una diversa prospettiva, insomma queste opere sono pensate e realizzate affinché, con tutti i loro mezzi, diventino fonte di sensazioni ed uno sprone alla riflessione.
Questo mio intento si presenta in modo talmente complesso da richiedere un approccio da molti sguardi, oltre a quello estetico; l’inserimento sulla tela di cerniere, borchie, cuciture o bottoni e nella sfera di un mosaico di diversi materiali e trattamenti cromatici, vuole essere l’invito e la dichiarazione, ad una pur momentanea chiusura verso lo spazio esteriore per un’apertura verso quello interiore. Ribadisco che la mia innovazione non è affidata prettamente alle componenti di cui sopra, nel pensiero che la pittura non dovrebbe essere soltanto competenza tecnica e gusto del bello, ma anche e soprattutto un fatto d’idee ed emozioni.
Se guardiamo i graffiti del Paleolitico, non posso credere che quegli uomini che incidevano e dipingevano sulla roccia pensassero semplicemente di propiziarsi forze naturali od invocassero la fortuna per la caccia. Questi nostri antenati avevano sicuramente una spiritualità e non è vero che non si sentissero artisti, hanno dato inizio all’arte che da allora, non ha mai cessato di esistere e di evolversi, ma sempre in un concetto di fantasia, d’innovazione e di pensiero. Le mie creazioni quindi, ritengo siano un’ulteriore evoluzione di quello che è stato il primario spirito creativo.
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La cerniera allora è sicuramente un elemento che mi caratterizza, ma l’elemento essenziale della mia arte è che nasce e si conclude a livello astratto, non Astrazione come corrente artistica, ma proprio come proiezione di un pensiero meditativo che ovviamente non potrei comunicare in forma visiva e da qui, la necessità della “Bottega”.
Inserti della tela come le borchie, i bottoni, le cuciture ed appunto le cerniere, sono elementi che hanno attinenza di tutt’altro genere, ma io li ho ripresi dal loro uso comune e trasportati nel campo dell’arte.
La sfera ancor meglio è rappresentativa del mio concetto di arte perché già di per se vi si vede l’Universo tutto e, in questa visione cosmica dove il cerchio rende l’dea di perfezione, ho voluto aggiungere vari elementi, non sempre cromatici, ma anche di svariati materiali come per esempio la radica o la stoffa, spesso grazie all’apporto di oggetti diversi nel concetto di rappresentazione del Creato.
Uno degli obbiettivi dell’arte è promuovere il dialogo; la sfera non avendo un inizio, una fine ed essendo nella mia composizione mutevole, può stimolare quest’ultimo tanto tra gli osservatori quanto con l’opera stessa in continuo cambiamento. Se prendo per esempio la “Scultura di Nebbia” di Fujiko Nakaya, rivoluzionaria perché utilizza come mezzo espressivo l’aria resa visibile, cioè un muro di nebbia che si materializza e poi si disperde, è sicuramente un opera in mutamento, ma non tangibile come la sfera che comunque è avanguardia.
Nel mondo dell’Arte Classica le opere sono apprezzate per la capacità che ha l’artista sia con il pennello sulla tela o lo scalpello sulla pietra. Nell’Arte Contemporanea i capolavori sono considerati tali più per l’idea che per l’esecuzione; il mio processo creativo parte dunque dall’idea e si conclude con la realizzazione di essa, ma con un percorso che si estranea dalla convenzione.
Francesco D’Alconzo
"Francesco DꞌAlconzo nei mesi di settembre/ottobre corrente anno è presente a Venezia a Palazzo Merati (per un periodo residenza di Giacomo Casanova) alla Mostra Symphonie de Couleurs a cura di Carlo Francesco Galli e Rita Calenda, direttore editoriale Gregorio Rossi; in contemporanea con la 58ª Biennale di Venezia, nel 2009 partecipò alla 53ª edizione nel Padiglione Nazionale della Repubblica di Costa Rica.
Nel 2007 era presente alla prima edizione di Symphonie de Couleurs, sempre a cura di Carlo Francesco Galli e Rita Calenda, catalogo a mia cura, in contemporanea alla 52ª Biennale a Palazzo Pesaro Papafava. La presenza di Francesco DꞌAlconzo a Venezia, tanto alla Biennale quanto a eventi in contemporanea, è quindi consolidata da molti anni”.
Gregorio Rossi
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LES FLEURS ET LES RAISINS

trasversali allegagioni d'arte
storia di un Minutolo
di Alberto Gross
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Ricordo una piacevole conversazione con un amico che amava distinguere due categorie di vini: quelli ordinari, buoni – forse anche eccellenti – tuttavia effimeri, transitori, che esauriscono sé stessi nello spazio d'un mattino e, viceversa, quelli di testa, personali, unici, capaci di imprimersi nella memoria e ricavarsi un nido sicuro, protetto, incancellabile.
Preferisco – per me – dirli vini di cuore, ma poco cambia.
La medesima lucidità li mantiene vivi, li rinnova nella mente e il desiderio di ritrovarli non è più grande del piacere di averli scoperti.
E' quanto mi è accaduto dopo avere assaggiato il “Kimìa” Puglia I.G.P. Tenute Chiaromonte: 100% Fiano minutolo, vitigno autoctono semiaromatico, lontano dal suo omonimo avellinese, nato da vigneti a spalliera nel territorio di Acquaviva delle Fonti, cittadina dell'entroterra barese dal suolo prevalentemente calcareo, ad un'altitudine di oltre 300 metri sul livello del mare.
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Si dispiega nella sua civettuola piacevolezza senza indulgere nell'autocompiacimento, fino a rivelarsi complesso, celando attraverso un'immediatezza di beva la propria personalità multiforme e stratificata. Pure nel frastuono e nello stordimento – naturali – dei padiglioni di “Vinitaly”, ricerco e ritrovo le medesime sensazioni di quel primo assaggio, amplificate dal riverbero di un'aspettativa non delusa: il 2013 si presenta giallo dai brillanti riflessi ocra, al naso spiccano i sentori primari di fiori di zagara, poi un vagheggiare di frutta esotica – mango, ananas, litchi – egregiamente trattenuto da note agrumate, tanto discrete quanto penetranti. In bocca è secco, fresco quanto basta a non disperderne la struttura mantenendo eleganza ed equilibrio; l'intensità è adeguata alla lunghezza che giunge ad un finale piacevolmente – e inaspettatamente – ammandorlato.
Esuberante ma niente affatto spregiudicato al pari di una ninfa di Poussin, le sue spigolosità burrose ricordano la pennellata soffice e leggera di Boucher o Fragonard, elegante, raffinata, dietro la malizia esibita nasconde ingenuità, immediatezza e sottile armonia.
Per mitigare le tribolazioni della vita.
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La 58a Biennale di Venezia

Aperta fino al 24 novembre l’Esposizione internazionale d’Arte che desidera stupire con le nuove tecnologie presentando una situazione eterogenea. Cosa vedere ai Giardini.
di Lara Petricig
fotografie di David Radovanovic
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La più importante esposizione internazionale d’arte contemporanea, è arrivata alla sua cinquantottesima edizione. Nata nel 1895 per promuovere le nuove tendenze artistiche costituisce tutt’ora il trampolino di lancio per gli artisti che riescono a prenderne parte e giungono a Venezia da vari paesi del mondo. Una locuzione proverbiale May you live in interesting times, concede largo spazio alla loro fantasia creativa. Si tratta di una specie di slogan anglo-americano del mondo della politica - utilizzato anche da Hillary Clinton ma l’Occidente desidera attribuirlo alla Cina - che il curatore Ralph Rugoff ha adottato come titolo per la Biennale. Il curatore si chiede come funzioni l’arte in un’epoca di falsità e bugie, mentre per il già noto presidente Paolo Baratta, il titolo può essere “un invito a considerare il corso degli eventi umani nella loro complessità in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione”. Un velo di ambiguità nel titolo piace soprattutto se, come in questo caso, serve a dilatare l’ambito delle tematiche che possono rientrare senza il rischio di andare fuori tema. La libertà, la pace, le migrazioni e il bisogno di un rifugio, le fake news, il mondo popolato da gentaccia, l’immaginario personale e collettivo, il senso di identità, i problemi di comunicazione, sono alcuni dei temi trattati. Gli artisti in mostra hanno riflettuto sugli aspetti precari della vita contemporanea, delle istituzioni, dei dopoguerra e periodi post coloniali; hanno messo in relazione l’arte con la tecnologia, la società e l’ambiente; affrontato le tematiche contemporanee più preoccupanti come l’impatto dei social media alla crescente disuguaglianza economica, le minacce alle tradizioni fondanti, la rinascita dei programmi nazionalisti e l’accelerazione dei cambiamenti climatici di cui di recente si sono occupate anche le scuole con varie manifestazioni nelle piazze. Tra le forme d’arte presentate troviamo per lo più le nuove tecnologie che si prestano a soluzioni differenti. Sono molte le proposte in questo senso. Indubbiamente gli artisti della Biennale desiderano prima di tutto stupire il visitatore, sorprenderlo senza fornire l’immediata comprensibilità dell’opera che gli pongono davanti. Senza afferrare il duchampiano ribaltamento di senso del passaggio di ogni significato al suo contrario, Ralph Rugoff ricorda che essi “ampliano l’interpretazione che diamo di oggetti e immagini”, così un cancello che si chiude elettricamente può aprirsi e abbattere un muro, oppure delle casse toraciche umane possono fungere da contenitori di oggetti vari. Il visitatore si trova davanti a una mostra che, non trattando un unico argomento, è una situazione decisamente eterogenea, capace di rendere incerti o stimolare pensieri e sensazioni. Le opere sono state realizzate appositamente per la Biennale, con svariati materiali, molte le installazioni e le sculture, le fotografie. Largo spazio ai video, poche le opere pittoriche, pochissime quelle di qualità che decretano l’importanza dell’esecuzione tecnica; uscendo dal padiglione centrale dei Giardini avvolti dalla nebbia artificiale (elemento di performance italiana che coinvolge tutti) a qualcuno potrà anche salire una vaga nostalgia verso la tradizione pittorica dei secoli passati. Alcune idee presentate sono positive, altre sicuramente kitsch, altre ancora non sempre adeguatamente sviluppate, perché non basta portare un’idea, metterla lì e lasciare che sia il visitatore a interpretarla, così come alcuni credono, senza nulla togliere all’intervento dello spettatore che resta comunque necessario alla riuscita dell’opera stessa. Egli viene chiamato in causa e a volte invitato a muoversi, a compiere delle azioni. è coinvolto in tutti i sensi e di suo mette la curiosità di interagire con le installazioni; sedersi e guardare delle immagini attraverso un filtro vetrato oppure entrare in una dimensione 3D facendo la fila in attesa del proprio turno. Le nuove tecnologie sanno emozionare, attirano perché sono nuove, giocano a annullare le regole accademiche banalizzando per esempio il principio dell’imitazione nella rappresentazione, ormai vecchio e stanco, indirizzano quindi verso nuove strade ma c’è bisogno di tempo per la progettazione perché le opere vuote si palpano a vista.
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La Biennale si articola su due grandi sedi, i padiglioni ai Giardini che si trovano poco più avanti di Piazza San Marco, dove avvengono le manifestazioni di carattere nazionale, con 90 nazioni partecipanti tra cui anche quest’anno quattro new entry: Ghana, Madagascar, Malesia, Pakistan, e l’esposizione all’Arsenale: forse più bella, proprio per lo spazio espositivo di più ampio respiro caratterizzato da una grande struttura industriale affacciata sulla laguna. Visitabili indifferentemente prima una oppure l’altra, difficilmente in un solo giorno, tutte e due le location sono allestite con opere realizzate dagli stessi artisti. Poi c’è la performance contro i cambiamenti climatici causati dall’uomo che ha vinto il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale, quella della Lituania che si trova alla fermata del vaporetto “Celestia” (nelle vicinanze); per poterla vedere con i bagnanti-cantanti lirici, reclutati tra i veneziani, bisogna recarsi nelle giornate di mercoledì e sabato, altrimenti c’è solo il “il paesaggio”della spiaggia. Il tema dei divertimenti della gente sulle rive vicino all’acqua è preso in prestito dalla pittura impressionista, forse è proprio questo ad avere reso simpatica la cosa. Infine va ricordato che la città di Venezia, come già collaudato nelle ultime edizioni della Biennale, offre una ventina di eventi collaterali, alcuni più strettamente collegati altri che si pongono con proposte solamente parallele all’Esposizione internazionale.
Cosa c’è da vedere ai Giardini? Un padiglione particolarmente coinvol- gente è quello russo con gli allestimenti dell’Hermitage di San Pietroburgo; i pavimenti e il soffitto in legno intarsiato e alle pareti una scenografia ispirata alla pittura fiamminga su pannelli in legno multistrato. Montati sui binari tipo ante di armadio scorrevole, hanno collegati dei cavi di luce rossa che evocano il meccanismo di empatia che si crea tra autore e fruitore del quadro che a volte si interrompe, e la relazione “cade a terra”, come il cavo. La parete protagonista mette in scena su più binari i visitatori-silouette del museo girati di spalle che, come delle marionette, si attivano meccanicamente ogni cinque minuti e ciclicamente ricomincia lo spettacolo. Nel rumore cadenzoso dei meccanismi in movimento, l’atmosfera è quella oscura di un luna park di altri tempi. Lo scenografo cinquantenne Alexander Shishkin-Hokusai, decide di dissacrare il ruolo dell’istituzione museale contemporanea che mettendo in dubbio le convenzioni si risolve in luogo dei divertimenti di un rito collettivo. Misteriosamente coinvolgente, una scena dentro una scena, dove i visitatori della Biennale guardano i visitatori-marionetta del museo. Il paradosso? In realtà è proprio il direttore dell’Hermitage a curare gli spazi russi con il progetto Lc. 15: 11-32, la parabola del figliol prodigo (raccontata nel Vangelo di Luca), rappresentata dalla copia dell’opera di Rembrandt dell’Hermitage Il ritorno del figliol prodigo, alcune grandi sculture ispirate al dipinto e vari bozzetti realizzati dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti, due video installazioni religiose con cui il regista Alexander Sokurov contestualizza il grande pittore olandese nell’età contemporanea.
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Nel padiglione francese si sale dal retro entrando in un buio scantinato. L’artista Laure Prouvost, propone una video-arte. Lei, vincitrice del Turner Prize e del Max Mara Art Prize for Women nel 2013, è una straordinaria interprete del costante e bulemico consumo di immagini della società contemporanea. Ha creato 24 minuti di immersione totale al di là dei confini della visione, verso un altrove ora svelato e condiviso, ora interrogato. Un montaggio che è una frenesia di immagini, un cortocircuito di forme e colori, che si intrecciano per interrompere le consuete dinamiche degli eventi. Eccessi di flashback, apparizioni seducenti. Un aneddoto? I sottotitoli proiettati sotto, sulla panchina in “pietra” del salottino. Ma che cosa fa vedere il video? Un viaggio iniziatico verso un luogo ideale, un road trip girato da Parigi a Venezia fino a dentro al padiglione, passando per Nanterre, Marsiglia, Murano etc. in compagnia di rapper e danzatori di hip hop, prestigiatori, acrobati, flautisti, e gente di passaggio. è un video romantico e tragico, ricco di dialoghi e espressioni idiomatiche, la sceneggiatura è in francese e inglese con alcuni passaggi in italiano, arabo e olandese. Un gioco eclettico di codici espressivi della cultura di massa, della musica, del web e del cinema sullo sfondo della società liquida nella quale viviamo, evocata all’inizio dell’allestimento dal mare surreale; una resina celeste sulla quale il visitatore cammina, cosparsa di pesci, ossi di seppia e rifiuti di ogni genere come telefonini e carta stagnola (vetro artistico della Berengo di Murano. Indugiare sui dettagli!) prodotti dal consumismo. Il video propone una via di fuga, con riferimenti al presente, all’esperienza quotidiana, alla descrizione visionaria della natura che si svela e dà colore alla vita e ai valori legati alla semplicità dell’uomo, all’amicizia. La chiave di lettura dell’intero lavoro? è il polipo-totem che con i suoi tentacoli sensoriali trascina tra passato, presente e futuro, abbraccia tutto e sospira. Bello e basta!
La Cecoslovacchia ha chiuso la mostra a causa di un albero caduto sul padiglione, che sfortuna! Il Belgio allestisce un presepio dei lavoratori e un titolo provocatorio Mondo cane. La Spagna indaga su spazio pubblico e spazio privato, insegna a riempire attraverso il respiro uno spazio vuoto (respiro oceanico) con un video-performance di due donne che inspirano e espirano al microfono.
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Il padiglione Giapponese, si presenta all’arrivo come una pausa feng-shui su un salvagente dalla classica forma a ciambella di un vivace arancio uovo. Quindi si può approfittare per sostare cullati dall’aria al suo interno, prodotta da dei compressori. In realtà si scopre poi che l’esposizione prosegue al piano superiore dove riappare il gonfiabile con dodici sedute e chi si siede cambia il registro sonoro di alcuni flauti (di diverso tipo) posti in alto e coordinati meccanicamente (non soffiati dall’uomo). La composizione musicale è creata con il linguaggio binario da singoli pc. Il lavoro è più complesso del previsto, una riflessione sulla relazione uomo-natura che coinvolge un artista, un architetto, un musicista e, un antropologo. Secondo il mito il sole e la luna si incontrano e da un grande uovo nacque una roccia. Quattro pannelli video installati tutto attorno parlano degli tsunamiishi, le rocce portate a riva dal fondo dell’oceano nello tsunami del 1771 sull’isola di Okinawa che ospitano oggi nuove forme vegetali e colonie di uccelli. Video, musica, testo e spazio costituiscono un unicum armonioso a tratti dissonante. Per ulteriori informazioni recarsi sul posto.
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La fotografia d’autore

in mostra a Voghera
a cura di Roberto Sparaci
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Saranno le sale del piano nobile del Castello Visconteo di Voghera ad ospitare dal 14 settembre al 6 ottobre la seconda edizione di Voghera Fotografia, incontro nazionale dedicato alla fotografia d’autore che quest’anno guarda alle migrazioni dei popoli da un luogo a un altro, uno dei fenomeni più complessi del nostro secolo.
Diretta da Arnaldo Calanca con il comitato scientifico composto da Renzo Basora, Luca Cortese, Gianni Maffi e Pio Tarantini, Voghera Fotografia 2019, momento di confronto e riflessione sulla comunicazione visiva, coinvolgerà l’intera città con un programma ricchissimo di iniziative: più di 250 fotografie esposte, sei progetti fotografici con le opere di oltre 25 fotografi italiani e stranieri fra i quali Harry De Zitter e Olivo Barbieri, una mostra dell’Associazione Culturale Cacciatori d’Ombra sulla via Appia, una collettiva sui “Transiti” contemporanei, una finestra su “I Giganti del Jazz” con cinque progetti fotografici e quattro incontri, oltre a corsi e workshop, incontri e talk, visite guidate, performance e videoproiezioni.
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Inoltre, Voghera Fotografia 2019 presenta una “sala di posa per ritratti” itinerante nel centro della città, 2 concorsi fotografici dedicati agli studenti delle scuole medie e superiori, una mostra composta dalle opere dei circoli fotografici aderenti alla FIAF della Provincia di Pavia, la prima “Camera Obscura” stabile in Italia nella Torre nord-ovest del Castello Visconteo, un evento in collaborazione con il FAI Giovani Oltrepò su Leonardo Da Vinci a 500 anni dalla sua scomparsa e un altro sul 180° compleanno della Fotografia.
Infine, completano l’offerta visite guidate in alcune aziende locali come Cifarelli, Balma e Capoduri, Trenitalia, Officina Grandi Riparazioni, oltre alla possibilità di visitare i musei ed entrare all’interno dei palazzi storici della città aperti eccezionalmente per l’occasione.
Voghera Fotografia 2019 è organizzata e promossa da Spazio 53 – Visual Imaging in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Voghera, La Provincia Pavese e photoSHOWall, e patrocinata da Regione Lombardia, Provincia di Pavia, Fondazione Cariplo, ASM, FIAF e UNICEF.
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“La Fanciulla di Marmo”

Statua Femminile panneggiata a Palazzo Altemps
a cura di Marina Novelli
Gremitissima la “Sala del Galata” di Palazzo Altemps, quando nel pomeriggio del 27 maggio u.s., malgrado una giornata estremamente uggiosa e carica di pioggia nonché un traffico letteralmente impazzito, è stata sede della presentazione alla Stampa del restauro della Statua Femminile Panneggiata, già di proprietà Ricordi. Nel 2018 la statua è stata ceduta allo Stato italiano in base alla legge 512 del 1982 che permette la cessione di beni culturali in pagamento delle imposte, e conseguentemente assegnata al Museo Nazionale Romano, nel suggestivo Palazzo Altemps, e quindi mirabilmente collocata nella “Sala della Menade”, accanto appunto alla Menade Veneziani, che a sua volta era stata ceduta in pagamento delle imposte nel 1997.
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La Statua Femminile Panneggiata, è derivata da un tipo iconografico di età ellenistica, ed è databile al II secolo a.C. e che rappresenta una figura femminile elegantemente panneggiata, in marmo bianco e non di grandi dimensioni. È inoltre priva della testa e delle braccia, che erano state lavorate separatamente e inserite con perni. La figura è dolcemente poggiata sulla gamba sinistra e con la destra flessa e delicatamente scartata di lato. La veste consiste nella tipica lunga tunica greca denominata chitone e che aveva la forma di una camicia senza maniche e stretta alla vita da un cordone, lasciando intrigantemente scoperta la spalla destra e parte del seno; le pieghe si presentano fitte e sottili, rendendo magistralmente visibile la trasparenza della veste, mentre il mantello (himation) di stoffa più pesante e ruvida , che in origine si avvolgeva attorno al braccio sinistro, riveste completamente le gambe, risalendo obliquamente sulla parte posteriore. L’intervento conservativo è stato possibile grazie al sostegno offerto dalla Fondazione Paola Draghetti onlus. La statua originariamente non si trovava in uno stato di conservazione ottimale e la fase di restauro è avvenuta in modalità di cantiere aperto, avendo così consentito ai molteplici visitatori di apprezzare il lavoro svolto dai restauratori in corso d’opera. La superficie, molto erosa e scagliata in più zone ben localizzate, evidenziava uno strato compatto di polvere grassa sedimentata e aderente al rilievo, oltre ad una forte individuazione di residui di prodotti utilizzati in interventi precedenti, come resine e cere, nonché alcune macchie di ruggine, oltre a diversi perni metallici ove, in molti dei quali, è presente una consistente patina di corrosione; erano inoltre presenti stuccature composte da malte e prodotti non idonei. Proprio a questo proposito prima di procedere al lavoro di restauro, sono state eseguite mirate e rigorose indagini diagnostiche. La pulitura della scultura, è stata eseguita con prodotti innovativi rispettando l’opera, l’operatore e l’ambiente, consentendo quindi il recupero delle migliori condizioni di conservazione e di fruizione estetica della statua stessa, nonché, sempre per una maggiore conoscenza e una più completa documentazione del restauro, sono stati effettuati rilievi e fotomodellazione 3D.
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La storica dell’arte Daniela Porro, Direttore del Museo Nazionale Romano, in fase di Conferenza Stampa ci ha presentato il volume La fanciulla di marmo da lei curato insieme ad Alessandra Capodiferro ed edito da Gangemi Editore che racconta gli studi effettuati, oltre alla presentazione di una interessantissima proiezione video delle fasi di restauro più salienti della statua “La fanciulla di marmo” di Mounts, prodotto dalla Fondazione Paola Droghetti onlus. <> Sulla Fanciulla di marmo si è anche espresso Francesco Scoppola (Direzione Generale Educazione e Ricerca), sebbene, come egli stesso ha asserito, di non essere uno storico dell’arte ma un architetto e nel mito e nella antichità più remota, ha sottolineato, tale ”fanciulla di marmo” è in realtà una addolorata… una “niobe” che ha visto i suoi bellissimi sette figli e le sue bellissime sette figlie, sterminati dalle divinità a causa della loro inenarrabile bellezza di cui essi stessi si vantavano troppo… e questa madre non può far altro che piangere, piangere e piangere fino a trasformarsi in pietra… continuando ancora dolorosamente a piangere! In realtà “la fanciulla di marmo” è il simbolo antesignano di un destino tristissimo che precede appunto quella che poi diventerà l’icona della Addolorata o della Pietà… rappresenta quindi il mito antichissimo dell’essere umano pietrificato dal dolore. Ma non sono solo questi i sentimenti che questi marmi producono in noi osservatori, perché in realtà sono fautori di bellezza e ammirazione… ma soprattutto, producono l’idea che questa bellezza, che per altri esseri viventi è fragile, transeunte o impermanente, nel marmo invece dura secoli… e a volte, nei casi più fortunati, addirittura millenni! Di estremo interesse anche l’intervento di Vincenzo Ruggieri, Presidente della Fondazione Paola Droghetti onlus , il quale ha sottolineato che proprio in Palazzo Altemps si trova un frammento della memoria di Paola Droghetti:<< È presente qui – egli ha evidenziato - nella loggia accanto a noi, un segno visibile del suo lavoro, avendo Paola partecipato tra il ’95 e ’96 ai lavori di restauro degli affreschi che decorano la loggia.
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A distanza di oltre un ventennio da allora, essere qui in questa sala per presentare La fanciulla di marmo, ci dona un comprensibile e legittimo orgoglio, ma anche una particolarissima e intima emozione.>> Con la pubblicazione di questo volume, che è il ventiquattresimo della Collana Interventi d’Arte sull’ Arte, si è voluto non solo rendere noti i risultati degli studi storici e dell’intervento di restauro sulla scultura romana del II sec. a.C., ma avere l'intenzione di affermare ulteriormente l’impegno della Fondazione a favore della cura del notevole patrimonio artistico italiano. Il volume, oltre a uno studio storico-artistico, sulla scultura, finora inedita, nonché ad un contributo specifico sull’abbigliamento della figura femminile, illustra dettagliatamente le varie fasi dell’intervento di restauro e i risultati delle immagini scientifiche. Sostenendone la conservazione è un fatto importantissimo dato che volgere lo sguardo e l’attenzione al nostro passato, al mondo classico in particolare, ed alla sua cultura, aiuti noi e soprattutto i nostri giovani, a capire quanto sia indispensabile oggi, conoscere la storia, le nostre radici, al fine di comprendere in profondità il tempo presente.
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“due minuti di arte”

IN DUE MINUTI VI RACCONTO LA STORIA DI ANTONI GAUDÌ,
L’ARCHITETTO CHE HA DATO FORMA AI SOGNI
di Marco Lovisco
Barcellona non è solo la più importante città catalana, famosa per la movida che anima la Rambla fino al mattino, per i blaugrana che danno spettacolo al Camp Nou o per il Museu Picasso, imperdibile. Barcellona è anche uno dei più grandi musei a cielo aperto, ed è tutto merito del grande Antoni Gaudì.
Dalle spettacolari guglie della Sagrada Familia che sembrano costruite sulla sabbia, al viaggio senza tempo ai confini del sogno nel parco Güell; da Casa Batlló, con i suoi balconi che sembrano forgiati con ossa a Casa Milà, che i barcellonesi chiamano “La Pedrera”.
Le opere di Gaudì sono frammenti di sogno smarriti sotto un orgoglioso cielo catalano.
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1. Lo spagnolo Antoni Gaudí y Cornet (Reus, 1852 – Barcellona,1926) è stato uno dei più grandi architetti mondiali. È considerato il massimo esponente del “modernismo catalano”, stile artistico che si sviluppò a Barcellona tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.
2. Il padre dell’architettura moderna, Le Corbusier (1887-1965) definì Gaudí: “plasmatore della pietra, del late- rizio e del ferro”. I cittadini di Barcellona lo battezzarono: “architetto di Dio”.
3. Nato nella Catalogna meridionale a Reus (ma alcuni sostengono fosse nativo di Riudoms), Gaudí ha sempre sostenuto i movimenti autonomisti volti alla protezione della cultura della lingua catalana.
4. Brillante architetto fin da giovane, uno dei suoi incontri più importanti fu quello con l’industriale catalano Eusebi Güell che gli commissionò alcune delle sue opere più importanti.
5. Tra queste va ricordata sicuramente il parco Güell a Barcellona, che costituisce uno splendido esempio dell’onirismo che permea le opere dell’artista catalano, maestro nell’arte di inserire motivi simbolici nei suoi lavori, integrandoli perfettamente con l’equilibrio e l’armonia delle forme.
6. A soli trentuno anni (1883) Gaudí viene nominato architetto capo per la costruzione a Barcellona del Tempio Espiatorio della Sagrada Familia, una monumentale basilica a cui l’artista dedica tutta la vita. L’opera è rimasta incompiuta (sarà terminata nel 2026), ciò nonostante è il monumento più visitato della Spagna.
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7. Dal 1914 Gaudí si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente a quest’opera sacra, decidendo di vivere in una stanzetta nel cantiere e conducendo una vita monacale.
8. Ossa, tronchi di alberi, archi naturali, stalattiti, rami: Gaudí, per realizzare la struttura dell’opera prende spunto dagli elementi naturali. Secondo l’architetto catalano infatti, ogni architettura crea un organismo a sé stante e come tale deve ispirarsi alla natura. Questa concezione delle forme avvicina l’arte di Gaudí all’Art Nouveau (in Italia conosciuta come “Stile Liberty”).
9. Il 7 giugno del 1926 Gaudí viene investito da un tram, i soccorritori, vedendo il suo aspetto dismesso lo scambiano per un vagabondo e lo accompagnano all’ospedale della Santa Croce, un ospizio per mendicanti. Viene riconosciuto solo il giorno dopo dal cappellano della Sagrada Família, ma ormai è tardi. Morirà il 10 giugno. Ai suoi funerali partecipano migliaia di persone. Oggi riposa nella cripta della Sagrada Famiglia.
10. Alcune delle principalI opere realizzate da Gaudí a Barcellona sono state inserite nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, tra queste la Casa Vicens; i lavori di Gaudí sulla facciata della Natività e la cripta della Sagrada Familia; Casa Batlló e la Cripta nella Colonia Güel.
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