Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Jean Michel Bihorel: la connessione fra Arte e digitale.

DIgnazi2 2"Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.” (Marcel Proust)DIgnazi1 3
“L’amore è il solo fiore che possa fiorire senza l’aiuto delle stagioni...” (Khalil Gibran)
Il marmo la sua durezza, l’ impenetrabile consistenza di essere elegantemente fine a se stesso. Nella più antica delle tradizioni quella di scolpire il marmo è una delle tecniche artistiche che accomuna innumerevoli scultori di tutte le epoche, dalla più remota alla più contemporanea. L’innovazione della tecnologia dei nostri giorni ci permette di conoscere una vastità di strumenti che non sostituiscono le forme di arte tradizionale, ma bensi’ ne vanno ad esaltare la sua inebriante bellezza. Nasce cosi’ la freschezza, la novità…quella leggiadra sensazione di vedere volare nello spazio e nel tempo figure che nel passato erano senza dimensione, intrappolate in periodi storici predefiniti e schiave della loro stessa natura.
Jean Michel Bihorel, artista Francese, figlio di una coppia di artisti tradizionali comincia la sua carriera ad Istanbul dove, a soli quindici anni, si diletta ad approcciare ed a padroneggiare con tutti gli aspetti tecnici inerenti alle pratiche contemporanee legate alla tecnologia. Nato nella generazione del digitale, inizia ad abbracciare pienamente tutto quel mondo innovativo che lo porterà a scoprire infine l’arte del 3D. Sceglie il marmo, per risaltare ed enfatizzare il divario fra arte tradizionale ed arte digitale con una tecnica decisamente innovativa che rompe gli schemi della durezza…anche le sculture così diventano morbide, delicate, prive della loro imponenza. Quelle che sembrano concrete sculture di donne, sono in realtà meticolose elaborazioni digitali realizzate con un software di modellazione 3D. Bihorel infatti, da un semplice mazzo di fiori di ortenzia essicato, attraverso un processo digitale ha moltiplicato questo fiore e lo ha diffuso meticolosamente fino a creare un inebriante corpo di donna, dando vita a delle sculture floreali intensamente realistiche e fragili nella loro totalità. Si aiuta con giochi di luce che evidenziano e sposano le curve femminili dando rilievo ed intensità alla dolcezza che vuole trasmettere nelle loro pose di riposo e di grazia. Una primavera che esplode senza stagioni, una rinascita dell’anima e dei sensi mirata a stravolgere tutte le tradizionali tecniche del passato. Questa serie di sculture che rappresentano la figura femminile in tutta la sua bellezza si chiama Flowers Figures.
Jean Michel Bihorel tutt’ora vive ed opera in Francia ed è uno degli artisti contemporanei più innovativi dei nostri tempi. Trasgredisce ogni regola artistica tradizionale, cerca di far comprendere al pubblico questa sua moderna visione di Arte, questo matrimonio fra due epoche contrastanti che vedono da un lato il classico e dall’altro il digitale studiando costantemente per trovare nuovi limiti da superare nella speranza di vedere le sue creazioni esposte, un giorno, in un semplice museo.
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Art&Vip (intervista doppia)

Andrea Catrignano l'interior designer più seguito del momento e l’art advisor Serena Cassissa, binomio perfetto.
"Metà della qualità della nostra vita dipende dal ben abitare” sostiene Andrea Castrignano, che è riuscito a portare l'interior design dentro al contenitore più popolare di tutti, quello del reality show. Anzi, del docu-reality “Cambio casa, cambio vita!” in onda su La5 dal 2011, con cui Andrea Castrignano trasforma abitazioni mal arredate, o quantomeno anonime, in spazi curati e contemporanei. Lo abbiamo incontrato durante design week di Milano, in un evento da lui realizzato con grande stile ed eleganza che da sempre contraddistingue Castrignano. Insieme a lui tanti dei suoi collaboratori più stretti, fra loro Serena Cassissa un’art advisor a tuttotondo che integra l’arte contemporanea nella progettazione degli spazi. Da qui parte una divertente intervista doppia per questo speciale numero di Art&trA di Maggio, per scoprire curiosità e nuovi stili dal guru dell’interior design e dalla sua consulente d’arte.
AndreaCastrignano2015 22 of 246 1Come nasce la tua passione per il mondo dell’arte e del design?
A: Sono sempre stato attratto dalla moda, dall’arte e dal design e in generale dal “bello”. L’esperienza negli Stati Uniti ha focalizzato queste mie passioni nel mondo dell’Interior Design e mi ha dato la spinta per farne la mia professione.
Realizzare degli spazi belli e accoglienti è per me fonte di grande soddisfazione perché penso che il vivere bene inizi dalla qualità dell’abitare la nostra casa e mi piace l’idea di trasformare in positivo la vita delle persone.
S: Sono appassionata d’arte fin da bambina. Ho sempre saputo che avrei trovato il mio posto nel mondo dell’arte e la mia famiglia mi ha sempre sostenuta. Poi molti anni di studio e l’incontro con una donna speciale, Piera Gaudenzi, che mi ha insegnato l’amore per il lavoro di galleria e il collezionismo… Ed è esplosa la passione per questo mestiere!
Arte e design viaggiano spesso su binari vicini, con molti elementi di connessione: quali sono gli elementi fondamentali di questi due ambiti di espressione della creatività e in che modo riesci a dare buoni consigli?
A: Per realizzare un buon progetto occorre interpretare al meglio la personalità e le abitudini dei committenti per individuare soluzioni funzionali ed esteticamente piacevoli. Spesso mi piace provocare i miei clienti e spingerli un po’ oltre la loro visione proponendo prodotti originali, tecnologia e qualche materiale inusuale. Gli ingredienti principali con i quali lavoro sono senz’altro il colore, la customizzazione degli arredi, la ricerca in ambito tessile e tutto ciò che crea un’atmosfera piacevole pensando che entrare in una casa deve essere una sollecitazione per tutti i sensi e dare emozione. Ecco perché ho incluso tra le mie collaborazioni quella con Serena pensando che una casa non è completa senza l’inserimento di opere d’arte.
S: Ci si può avvicinare all’arte in più modi, trovando il proprio livello di relazione. Chi lo fa per investimento, chi per approfondimento culturale, chi per desiderio di godere di opere di qualità nella propria casa ed è proprio così che dieci anni fa ho conosciuto Andrea.
3 1Quali sono le tendenze nel campo dell’arte e dell’interior design in questo momento storico?
A: La contaminazione, gli spazi polifunzionali e l’attenzione all’ambiente e al riciclo dei materiali, ecco le tendenze del design. Non vi è più la netta separazione concettuale tra gli stili o la destinazione d’uso degli spazi. L’attenzione all’ambiente è emersa chiaramente nell’installazione realizzata per il Fuorisalone alla Statale: una scritta HELP gigante realizzata con milioni di tappi di plastica, un grido di allarme dalla Terra inquinata e sempre più aziende sviluppano concept pensando a materiali ecocompatibili.
S: Mi occupo di arte contemporanea perché mi piace il confronto con gli artisti che interpretano il mio tempo e la società in cui vivo e oggi la tecnologia e i nuovi media forniscono possibilità quasi infinite agli artisti.
Il colore è un elemento fondamentale. Come cambia la scelta da luoghi ampi a camere piccole? Ci sono dei trucchi per rendere tutto più ampio qualora ci fossero pochi spazi?
A: La prima domanda che faccio ai committenti è “E tu di che colore sei?” questo mi consente di entrare subito nella psicologia del cliente. Utilizzo spesso basi neutre e il colore preferito diventa il “colore accessorio” che declino sui complementi, su alcune finiture e sui tessili con sfumature diverse. Per questo ho appena lanciato la mia seconda cartella colori che si chiama Shades nata dalla mia abitudine di modulare i colori per un effetto di degradé. Così si può scegliere il proprio colore preferito e averlo in gradazione su pareti diverse o per realizzare disegni geometrici. È diventato famoso il mio “effetto scatola” ovvero il dipingere dello stesso colore non solo le pareti ma anche il soffitto di un ingresso, di un disimpegno o di un corridoio… Una soluzione che sorprende sempre e valorizza molto l’architettura.
S: Per quanto riguarda il rapporto dell’opera d’arte con i colori del progetto non sempre le mie proposte vanno in nuance: mi piace quando l’opera sorprende e cattura l’attenzione, diventa una valorizzazione reciproca tra l’opera e lo spazio. Senza dimenticare il tema della luce che, come dice Andrea, è un elemento fondamentale da tener presente, cambiando durante il giorno e le stagioni fa vivere le opere in modo diverso. Ne sono un esempio le sculture e la proiezione delle loro ombre.
Questa è una rivista di arte, c’è un artista che nella tua vita ti ha particolarmente ispirato nel tuo percorso?
A: L’ultima divertente ispirazione l’ho ricevuta dall’artista cinese Liu Bolin, ho disegnato per il mio progetto Fuorisalone, dal titolo ACollection, un tessuto in velluto jacard con il quale ho rivestito il divano della lounge dello spazio e ho fatto realizzare per gioco una giacca per me. Seduto sul divano mi mimetizzavo perfettamente! Tornando serio spesso l’arte mi ha ispirato, per uso dei colori, per studio delle geometrie e per intuizioni creative e poi alla Biennale di Venezia incontrai Federico diciotto anni fa, galeotta fu l’arte…
S: Ogni giorno sono ispirata da un’artista diverso, soprattutto dalle donne: vorrei avere anche solo vagamente il coraggio di Regina José Galindo, la forza di Joana Vasconcelos, la sensibilità di Mona Hatoum, l’ironia di Giosetta Fioroni… Le opere mi regalano sempre grandi insegnamenti.
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Giacomo Balla …dal Futurismo astratto al Futurismo iconico

Primo Carnera 1Sono rimasto davvero incantato dall’allestimento di questa geniale mostra, che mi ha ricordato una visita che mi fece, a casa, lo storico dell’arte Maurizio Fagiolo, che vedendo il Carnera con questa “rete” mi disse che era la prima volta che vedeva un’opera “pop” di Balla》… è con queste parole che ha esordito Claudio Cerasi in sede di Conferenza Stampa ed è proprio questo il punto di partenza di questa sensazionale, se non strabiliante, opera di Balla: il Ritratto di Carnera. Da qui si dirama questa esposizione in Palazzo Merulana che inaugurata il 21 marzo si estenderà fino al 17 giugno - salvo proroghe. La mostra infatti si prefigge di indagare sul particolare passaggio di stile della produzione del pittore torinese, partendo appunto dall’opera ritraente il Primo Carnera del 1933 e custodita all’interno della collezione permanente di Palazzo Merulana… eccezionale opera del nostro maestro futurista… opera questa dipinta su due lati, da una parte è rappresentato un soggetto tipicamente futurista “Vaprofumo” del 1926, e che solo dopo pochi anni, nel 1933, l’artista dipinse sul verso un quadro del tutto differente: il Ritratto di Primo Carnera. Opera questa ispirata da una foto di Elio Luxardo, amico di Marinetti e autore di un importante ritratto del pugile pubblicato sulla prima pagina della “Gazzetta dello Sport” nel 1933, quando fu insignito del titolo di campione del mondo di pesi massimi, ottenendo così la fama mondiale… fama non ancora spenta ma che fa da protagonista diventando “opera chiave” di questa splendida esposizione che ci mostra un Balla, tanto inaspettato quanto inedito e che avvia un processo di sperimentazione tecnico-formale che dai dipinti astratto-futuristi si avvicina alla figurazione, con uno sguardo rivolto alle icone del cinema e della moda e, gettando pertanto le fondamenta per il rinnovamento di un’estetica che ha contraddistinto un’epoca. Questa famosa immagine, diffusa ormai in tutto il globo, costituisce la base iconografica del dipinto di Balla. L’intenzione di far coincidere l’immagine dipinta con l’effetto del rotocalco è sottolineata da un geniale espediente tecnico che Balla applica sia a questo che ad altre opere dell’epoca, mirabilmente esposte in mostra. L’artista infatti applica al fondo del dipinto una rete di metallo su cui poi dipinge, provocando un intrigante effetto di “retinatura”, identico a quello prodotto dalle immagini stampate dei giornali; ne possiamo dedurre che Balla evidentemente studiava un possibile sviluppo e rinnovamento del 8. Elio Luxardo Gina Falkenberg 1930 1Futurismo, trovandolo modernissimo e perfettamente in sintonia con la sensibilità quotidiana della gente. L’immaginario suscitato dal cinema, dalla fotografia di moda e di attualità… fascino questo che traspare dall’interesse di sfogliare riviste patinate, simultaneamente guardate ed imitate da milioni di persone che costituiscono l’avanguardia del gusto, una sorta di immaginario di massa, di “avanguardia di massa”, come da egli stesso sottolineato in un proclama futurista pubblicato nel 1930. La mostra “dal Futurismo astratto al Futurismo iconico” si propone infatti di indagare, focalizzando l’attenzione su questo procedimento di stile che evidentemente tende a sperimentare un nuovo passaggio di moda all’interno del Futurismo… una figurazione moderna e mediatica, in cui vengono sperimentate e proposte immagini che si associano indiscutibilmente alla fotografia di moda e del cinema dell’epoca, nonché alla nascente iconicità del divismo mediatico. In mostra sono esposte circa una sessantina di opere, suddivise in una serie di dipinti esplicitamente di matrice futurista, risalenti alla fine degli anni venti, nonché opere eseguite con questa sorprendente tecnica di “retinatura”, ed una serie di immagini dei divi eseguita in quegli stessi anni da grandi fotografi quali Elio Luxardo e Arturo Ghergo ed alla esposizione di riviste dell’epoca in cui Balla si è esplicitamente ispirato. Un breve cenno storico! Giacomo Balla (1871-1958) fu fin dalla fine dell’Ottocento, tra i protagonisti del divisionismo italiano, e nel 1910 aderisce al Futurismo, firmandone con Boccioni, Severini, Carrà e Russolo, i primi manifesti pittorici. Balla, personaggio di maggiore spicco del movimento, ne diviene il leader indiscusso nel 1815 con l’elaborazione del Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo, destando una stragrande eco ed enorme riscontro nelle avanguardie europee. A causa delle notevoli divergenze con Marinetti nel 1933 inizia a distaccarsi dal movimento e nel 1937 lo vediamo scivere una lettera al giornale Perseo con la quale si dichiara ormai estraneo alle attività futuriste; tutte le sue opere degli anni ‘30 sono contraddistinte da una stupefacente innovazione della figura. Giacomo Balla… “dal Futurismo astratto al Futurismo iconico” è una sorpendente mostra “filologica”, troneggiante nel nuovo spazio dedicato alla cultura e all’arte in Palazzo 5.Le quattro stagioni in rosso Autunno 1Merulana, nel cuore pulsante di Roma, oggi imponente edificio realizzato in uno spettacolare stile umbertino, appartenente al Comune di Roma che fu un tempo Ufficio di Igiene, è tornato a risplendere essendo stato parzialmente abbattuto negli anni Sessanta e poi lasciato al degrado e che oggi, grazie ad un project financing è stato recuperato dalla Fondazione Cerasi e la SAC SpA e che dopo un accurato ed elegante restauro, ha predisposto il corpo centrale e più monumentale dell’edificio dove ha sede la splendida collezione della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, che istituitosi nel 2014, custodisce una ricca e prestigiosa collezione di opere d’arte moderna e contemporanea, principalmente incentrata sull’arte della scuola romana e italiana del Novecento. Estremamente interessante quanto ha affermato la direttrice Letizia Casuccio in fase di Conferenza Stampa, la quale ci ha ricordato che il prossimo 10 maggio, Palazzo Merulana festeggerà il suo primo compleanno e sempre all’insegna di quel sentimento di squisita familiarità che il museo ha voluto perseguire e non ultimo, il fatto che è diventato un prezioso gioiello… perla del quartiere Esquilino, e che di sicuro segnerà una parte della storia dell’arte attuale. Palazzo Merulana intende dare spazio anche a giovani artisti con cui egregiamente “contaminarsi”. Questa mostra è il primo tributo tra la collezione Cerasi e il panorama artistico attuale; mostre che in previsione non saranno più di un paio l’anno e che dialogheranno con la collezione presente. Una mostra questa condivisa con il comitato scientifico avvalendosi della collaborazione del curatore Stefano Benzi che ha segnato una sorta di fil rouge… inoltre la preparazione a questa mostra è stata una sorta di percorso maieutico… filologico. Palazzo Merulana non finisce mai di sorprenderci! Sarà inoltre possibile degustare anche la “La colazione del Campione”! Nell’ambito dell’iniziativa “Colazioni d’autore”, in occasione della mostra di Giacomo Balla, non solo è previsto un operatore didattico specializzato allo scopo di accogliere e guidare il visitatore ma è previsto anche l’accesso al piano terra (Sala delle Sculture) per una ricca e gustosa colazione… rifocillarsi con un piatto nutriente ed energizzante, che delizia! Tutti alla scoperta, quindi, di un Giacomo Balla inedito che, proprio a partire dal Ritratto di Primo Carnera avvia un processo di sperimentazione tecnico-formale che dai dipinti astratto-futuristi si avvicina alla figurazione con uno sguardo rivolto alle icone del cinema e della moda, gettando così le fondamenta per il rinnovamento di un’estetica che ha contraddistinto un’epoca… grazie Giacomo Balla!
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QuickMuseum l’app che personalizza la tua visita al museo

di Marco Lovisco
QuickMuseum 3 1
Un’opera d’arte è uno scrigno di emozioni. È qualcosa di irrazionale, istintivo, immediato. È pura percezione, almeno all’inizio. Perché poi, quando ammiriamo la stessa opera con il corretto background culturale sull’artista e sulla genesi dell’opera, allora tutto cambia, e ci accorgiamo che sotto la superficie dei colori si cela qualcosa di più profondo: una storia. Da questa idea sono partiti quattro appassionati di arte che a Parma nel 2016 hanno fondato Arternative, una startup che punta a raccontare l’arte e le sue storie in modo coinvolgente e innovativo, sfruttando la tecnologia e la gamification. La loro prima “creazione” è stata Quick-Museum, un’app (scaricabile gratuitamente) che guida i visitatori attraverso i principali musei europei, in un modo coinvolgente e interattivo, grazie a percorsi personalizzati, giochi e storie raccontate con un linguaggio semplice e alla portata di tutti. Ad oggi nell’app ci sono i principali musei d’arte di Roma, Parigi, Londra e Madrid, ma l’obiettivo finale è un altro. “Abbiamo scelto questi musei – spiega Alessandro Gallo, fondatore di Arternative – per farci conoscere e diffondere l’app. Ma la nostra idea è quella di “ospitare” nell’app i piccoli musei italiani, che custodiscono tesori che meritano di essere raccontati al grande pubblico”. Per fare questo la startup ha pensato di coinvolgere gli art blogger per lavorare insieme ad un progetto comune che punti a raccontare le bellezze dei nostri musei. QuickMuseum 2 1Nell’app QuickMuseum infatti, ogni opera d’arte è raccontata da coinvolgenti audioguide, redatte da blogger appassionati di arte e recitate da attori professionisti. Sono un po’ diverse da quelle che tradizionalmente siamo abituati ad ascoltare nei musei perché, oltre a dare le informazioni standard sull’opera, raccontano al visitatore le storie e le curiosità che ogni opera nasconde, il tutto con un linguaggio semplice e professionale, che sia comprensibile anche per il visitatore meno preparato. Ma il punto di forza dell’app è la personalizzazione del percorso di visita. Una volta entrato nel museo infatti, il visitatore potrà scegliere tra i diversi percorsi che l’app propone. Ad esempio può scegliere uno dei percorsi a tempo (da un’ora, un’ora e mezza o due ore). In questo caso l’app selezionerà sulla mappa interattiva le opere principali da vedere in quel lasso di tempo. Oppure può scegliere un percorso unico, costruito dall’app in base ai temi selezionati (arte sacra, impressionismo, arte contemporanea, ecc.). Se invece il visitatore ha voglia di mettersi in gioco, può scegliere il percorso a quiz o il tour test, che rendono l'esperienza di visita divertente e interattiva. Se volete provarla, potete scaricare l’app gratuitamente negli store. Le audioguide dei Musei Vaticani, del Louvre, della Tate Modern di Londra e del Reina Sofía di Madrid sono disponibili gratuitamente. L’app è disponibile sia in italiano che in inglese.
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“due minuti di arte” (Palazzo Strozzi)

In due minuti vi racconto il Rinascimento, in mostra al Palazzo Strozzi di Firenze.
di Marco Lovisco
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Ci sono almeno tre cose di cui noi italiani possiamo andare fieri: la perfetta organizzazione dell’impero romano, la tensione drammatica del Barocco e l’eleganza leggiadra del Rinascimento. Basta andare a Firenze per rimanere estasiati di fronte alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore, per poi ammirare col naso all’insù il meraviglioso campanile di Giotto. E infine passeggiare all’ombra di Palazzo Vecchio per entrare agli Uffizi e restare piacevolmente straniti di fronte ad un capolavoro come “La nascita di Venere”. Fino al 14 luglio poi, c’è un motivo in più per visitare Firenze. Palazzo Strozzi ospita la mostra “Verrocchio, il maestro di Leonardo”. Oltre 120 opere tra dipinti, sculture e disegni provenienti dai più importanti musei e collezioni del mondo per celebrare il maestro dei maestri, l’artista che ha avuto a bottega artisti come Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticelli, Pietro Perugino e Leonardo da Vinci. In un certo senso, se non il padre, possiamo considerarlo un po’ il “nonno” del Rinascimento. Ma prima di rendergli omaggio visitando la mostra, faccio un breve riepilogo su cosa è stato il Rinascimento. Come sempre, in due minuti.
1. Il Rinascimento è un movimento artistico, letterario e filosofico, nato in Italia e in particolare a Firenze nel XIV secolo. Oltre che nella nostra penisola, il Rinascimento nel XVI secolo si diffuse nel resto d’Europa, in particolare nei Paesi Bassi e in Belgio. Molti storici considerano il Rinascimento il punto di passaggio tra il Medioevo e l’età Moderna.
 2. Affonda le sue radici nell’Umanesimo, approfondendo alcune delle sue tematiche chiave, in particolare la riscoperta e la valorizzazione dei classici greci e romani e l’affermazione dell’uomo come artefice del proprio destino (“Homo faber ipsius fortunae” “L’uomo è artefice della propria sorte”). Lo stesso termine “Rinascimento” evidenzia la rinascita delle arti, delle letteratura e della filosofia dopo gli “anni bui” del Medioevo. Ma questa è una definizione data a posteriori che non rende giustizia alla preziosa eredità che ci ha lasciato il mondo medievale.
3. Il Rinascimento si affermò in un periodo storico di grandi stravolgimenti: in Europa nascevano le monarche nazionali di Francia, Spagna e Inghilterra, Colombo sbarcava in America mentre in Germania si faceva strada la riforma protestante di Martin Lutero che avrebbe cambiato il volto della chiesa. L’Italia era divisa in piccoli stati in lotta tra loro e Firenze stava vivendo un periodo di grande prosperità economica grazie all’attenta politica bancaria della famiglia de’ Medici.
4. Se Firenze rinascimento 3 1divenne la culla del Rinascimento fu grazie a due personalità di spicco: Cosimo de’ Medici e suo nipote Lorenzo, passato alla storia come “Il Magnifico”. Oltre che essere abili politici i due erano uomini che amavano e sostenevano la cultura. Fu grazie al loro impegno se molti artisti ebbero libertà espressiva e mezzi per dedicarsi interamente alle arti, il che rese Firenze un punto di riferimento per i più grandi artisti dell’epoca.
5. Per comodità, possiamo dividere il Rinascimento in due fasi. La prima, che ebbe inizio già all’inizio del XV secolo, vide affermarsi artisti come l’architetto Filippo Brunelleschi o i pittori Paolo Uccello e Piero della Francesca che, riprendendo gli studi sulla prospettiva iniziati da Giotto nel XIV secolo, rivoluzionarono il mondo dell’arte. Ce ne furono altri poi, come Donatello e Masaccio che con le loro innovative opere si resero obsoleto lo stile gotico che aveva caratterizzato il Medioevo.
6. A cavallo tra il primo e il secondo Rinascimento si affermò la figura di Sandro Botticelli, sicuramente uno degli artisti che meglio di tutti è riuscito a cogliere lo spirito dei tempi, catturandolo e rendendolo immortale in due celebri opere: “La nascita di Venere” (1485) e la “Primavera” (1477-1482). Potete ammirare questi due capolavori al Museo degli Uffizi di Firenze.
7. Il Rinascimento raggiunse l’apice tra il 1490 e il 1530, grazie a tre geniali artisti: Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Sono loro che espressero meglio di tutti l’ideale dell’uomo universale, ossia dell’uomo che contempla tutti gli ambiti della conoscenza. Per comprendere la loro influenza sul mondo del- l’arte dell’epoca basti pensare che gli artisti che seguirono diedero vita ad un movimento artistico, il Manierismo, il cui nome significa proprio “alla manVerrocchio 1 1iera di…”, facendo esplicito riferimento ai tre grandi del Rinascimento.
8. Quando si parla di Rinascimento si pensa immediatamente alla città di Firenze, ma capolavori di questo meraviglioso movimento artistico si possono ritrovare anche in città come Roma, Milano, Pistoia, Ferrara, Urbino o Mantova.
9. È difficile scegliere le opere che meglio rappresentano il Rinascimento, ma di sicuro i capolavori più conosciuti di quest’epoca sono “La Gioconda” di Leonardo, le volte della Cappella Sistina decorate da Michelangelo, la “Scuola di Atene” di Raffaello, “La Nascita di Venere” di Botticelli e il “David” di Michelangelo.
10. Il Rinascimento non è un fenomeno solo italiano, ma si è diffuso in tutta Europa e soprattutto nei Paesi Bassi e in Belgio, grazie anche agli ottimi rapporti commerciali che legavano questi luoghi a Firenze. Tra gli artisti più noti del Rinascimento nordeuropeo ci furono gli olandesi Jan van Eyck, Hans Memling, Hieronymus Bosch, Pieter Bruguel o il tedesco Albrecht Durer.
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Vernice Art Fair

Torna a Forlì dal 15 al 17 marzo 2019
Con la 17ª edizione della rassegna l’Arte diventa accessibile a tutti.
Analessi opera vincitrice primo premio 1Forlì torna a dare spazio al talento, alla sperimentazione e all’avanguardia artistica trasformando il quartiere fieristico di via Punta di Ferro in una grande Galleria d’Arte in cui passare in rassegna centinaia di opere di pittura, scultura e fotografia. E’, questa, infatti, la matrice di Vernice Art Fair, la kermesse giunta alla 17ª edizione che da venerdì 15 a domenica 17 marzo permetterà direttamente agli artisti e alle associazioni culturali che li promuovono, di presentare le proprie creazioni al pubblico senza necessariamente il tramite delle Gallerie.
Un appuntamento nel quale gli artisti potranno godere di massima libertà nel proporre opere con un maggior carico di ricerca e sperimentazione; un’opportunità per gli appassionati di rimanere piacevolmente “investiti” da una grande varietà di stimoli estetici inattesi; un momento unico per collezionisti, galleristi, giornalisti e critici di confrontarsi direttamente con gli autori, apprezzarne il talento e conoscere così il contesto in cui l’opera è nata; un’occasione per investire sull’arte a costi ancora accessibili. I prezzi contenuti delle opere proposte, l’ampia e variegata scelta, fanno di Vernice una fiera dove è sempre possibile trovare quanto rispecchia il gusto personale, indipendentemente dalle conoscenze artistiche dei visitatori.
L’evento organizzato da Romagna Fiere è però molto più di una ricca mostra-mercato di elevato livello artistico. Vernice Art Fair è un’esperienza a tutto tondo che renderà la visita alla fiera un momento di arricchimento culturale, di immersione simbiotica nell’arte contemporanea in tutte le sue declinazioni, di feconda contaminazione creativa. Questo grazie ai numerosi eventi collaterali che anche in questa 17ª edizione impreziosiranno la manifestazione.
Si è chiusa domenica con la consegna dei premi della 17ª edizione del concorso internazionale “Coinè per l’Arte”, l’edizione 2019 di Vernice Art Fair, la mostra-mercato d’arte contemporanea che ha permesso direttamente agli artisti, e alle associazioni culturali che li promuovono, di presentare le proprie creazioni al pubblico. Una formula che continua a riscontrare il gradimento sia degli artisti stessi – ben 453 quelli presenti alla rassegna – sia del pubblico. Davvero numerose le presenze registrate in fiera durante i tre giorni della manifestazione: appassionati, critici, colleghi artisti, galleristi e tanti giovani attratti dalle nuove tendenze delle arti visive in mostra a Forlì.
premiati 2019 2 1“Coinè per l’Arte”: tutti i premiati della 17ª edizione.
A chiudere idealmente la manifestazione, domenica alle 18 si sono svolte le premiazioni del concorso “Coinè per l’Arte” che, visto l’elevato numero di iscritti e l’importante livello artistico, ha portato a selezionare ben 27 opere esposte nella hall d’ingresso dei padiglioni durante i tre giorni di “Vernice” e in lizza per l’assegnazione dei riconoscimenti consistenti in stand preallestiti per la 18ª edizione della rassegna, la pubblicazione delle opere sul catalogo di Vernice Art Fair 2020 e un buono da 1.000 euro per il primo classificato.
Il primo premio è stato assegnato al giapponese Tetsuji Endo con l’opera Analessi d’argento (2018, tecnica mista, cm 70x100). Secondi classificati ex aequo l’imolese Elena Modelli con l’opera Senza titolo, ceramica e Gene Pompa con l’opera Lucus, il bosco sacro (2018, olio su tela, cm 100x100. Terzo classificato, dalla Turchia, Serdal Kesgin, con l’opera Folding consumption series (2018, mixed media on wood, cm 120x60).
Il Premio della stampa è stato assegnato al reatino Federico Pisciotta, con l’opera Without religion (2015, tecnica mista e olio su tavola sagomata, plexiglass e lampade led rgb, cm 124,95x98).
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Fabiana Conti artista nel cuore

di Francesco Buttarelli
Conti 1
Entrare nel mondo spirituale di Fabiana conti, ci consente di “sfogliare” un libro di vita fatto di sogni, di fatica e di speranze che hanno sempre caratterizzato l'esistenza di coloro che vogliono esprimere attraverso la dimensione artistica i propri sentimenti. Innamorata della musica, versatile, bella, sin da giovanissima Fabiana è proiettata verso la ribalta canora. A soli 15 anni sale sul palco del karaoke di Fiorello, evento che sarà trasmesso da Rai 1. Nel 1997, troviamo Fabiana al Festival
Conti 4
di Castrocaro Terme; la serata finale verrà trasmessa dalla Rai e sarà presentata dall'indimenticabile Paolo Limiti. Si giunge così al 1998, quando l'artista di Leonessa, ridente paese della provincia di Rieti, incide il suo primo disco dal titolo emblematico: “Le ragazze del 2000”. Fanno seguito diversi programmi e apparizioni televisive, finché nel 2001 risulta vincitrice del concorso canoro “Fantastica Italiana” trasmesso da La7. Nel 2004 incide colonne sonore per film e contemporaneamente compare in televisione nei programmi “Ciao Darwin”, “Italiani”, “Passa parola” e “Vivere la musica”. Nelle sue esibizioni Fabiana crea una miscellanea di musica, teatro e moda; utilizzando una cabina telefonica rigorosamente rossa, disegna una scenografia che le fa cambiare rapidamente identità in pochi istanti in uno spazio ristretto. L'atmosfera ricorda la Berlino dei primi novecento, Salon Kitty in particolare. In questo modo il pubblico è coinvolto in una sorta di sogno artistico, tutti sembrano essere presi per mano. Gli abiti indossati da Fabiana creano un connubio culturale collegato ad ogni sua canzone. Va inoltre ricordato che la cantante mette il suo talento al servizio degli altri, soprattutto dei meno fortunati. Il suo impegno sociale è forte e sentito. Lo scorso anno ha inciso un brano dal titolo "lo resto qui", un testo che affronta il tema del flagello del terremoto ed evidenzia il coraggio di tutte le persone che non si

Conti 3
arrendono e continuano a restare nei luoghi di origine devastati dal sisma. Questo disco Fabiana lo ha messo a disposizione dei terremotati, devolvendo loro il ricavato delle vendite. Nel 2014, durante un concerto tenuto a Leonessa, l'artista ha conosciuto Silvia, una giovane donna sofferente di una rara e terribile malattia: l'ipertensione polmonare. Dall'incontro è nata la canzone: “Fammi respirare” un brano dedicato a tutti coloro che soffrono di questa tremenda afflizione. L'impegno canoro di Fabiana si estende così agli ospedali, ai luoghi di cura specializzati, con l'intento di recare conforto e speranza a pazienti che hanno perduto la fiducia nel vivere. Qualche volta penso con un sorriso ad un giorno di alcuni anni orsono, quando conobbi Fabiana durante un concerto a Rieti. La intervistai per una emittente televisiva locale, ed ebbi subito la percezione che la ragazza si sarebbe presto affermata nel firmamento musicale. Traspariva in lei amore ed impegno, professionalità e voglia di crescere; così il tempo si è rivelato galantuomo.
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MIQUEL BARCELÓ. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume

01 Giugno 2019 - 06 Ottobre 2019
Faenza, MIC
Intervista alla curatrice Irene Biolchini
di Marilena Spataro
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Dal 1 giugno al 6 ottobre il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza dedica una grande personale all’artista spagnolo Miquel Barceló uno dei massimi protagonisti della scena contemporanea internazionale. La mostra faentina è la prima vera antologica in Italia dedicata alla sua produzione ceramica, dagli esordi ai giorni nostri, e vede nascere un progetto speciale realizzato dall’artista appositamente per il MIC di Faenza in dialogo con le opere della storia della ceramica esposte nel più grande museo al mondo dedicato a questo linguaggio. Per il MIC di Faenza l’artista creerà un’installazione in dialogo con la sezione dedicata alle ceramiche faentine. All’interno della sala l’artista posizionerà le sue ceramiche, dai primi lavori in argilla della fine degli anni Novanta ai giorni nostri. Inoltre, in tributo alla storia del MIC, selezionerà per affinità alcuni pezzi chiave della collezione ed interverrà all’interno delle vetrine in maniera mimetica, in un racconto autobiografico in cui l’elemento privato si mischia alla storia. La mostra proseguirà negli spazi destinati alle mostre temporanee del museo.
Irene Biolchini, curatrice della mostra con Cécile Pocheau Lesteve, ci illustra in anteprima l'importante evento espositivo.
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Come nasce l'idea di questa mostra e perché la scelta é caduta su Miquel Barcelo'?
«Miquel Barceló è un autore a me molto caro per una serie di ragioni personali e professionali. L’ho incontrato la prima volta nel 2014, mentre stavo svolgendo il mio progetto di dottorato e da subito, con grande generosità, mi ha permesso di avvicinarmi al suo lavoro, di studiarne i taccuini, gli appunti, le dichiarazioni. Credevo allora e credo ancora più oggi che studiare Miquel Barceló - o presentarlo in mostra in questo caso - significhi fare i conti con una stagione “eroica” del mercato, quella degli anni Ottanta e della nostra ruggente Transavanguardia. Questo momento, che profondamente ha segnato il modo di percepire la pittura nella nostra epoca contemporanea, è stato ridiscusso – penso per esempio all’arte relazionale - da un certo ritorno alla partecipazione e ai temi sociali. Presentare Miquel Barceló oggi significa riesaminare la troppo semplice equazione pittura-solitudine-narcisismo e affrontare invece il lavoro di un autore che ha attraversato la scena contemporanea per oltre un trentennio, sfidando ed abbattendo tutte le distinzioni di genere e tecnica: olio, performance, ceramica, bronzo. Tutto in Barceló è pittura e alla pittura ritorna, e in questo non c’è nessun anacronismo, solo una visione personalissima del Tempo, che è cosa diversissima dalla storia».
Come si inscrivono, e che collocazione trovano, le opere del maestro spagnolo rispetto alle miriade di capolavori dell'arte ceramica del passato presenti al Mic?
«Miquel Barceló ama profondamente la ceramica, la conosce e la rispetta. Per la collezione del MIC ha un profondo interesse – fuori però da ogni cronologia. Le sue opere quindi interagiscono con i gran- di temi della storia della ceramica: le narrazioni dell’istoriato, i ritratti femminili, i temi vegetali. Il risultato finale sarà un fluire in cui l’oggi incontra ciò che è stato, liberamente e senza troppe categorie ma solo guidato dalla creazione e dalla libertà inventiva dell’artista».
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Come si caratterizzano e che valore assumono le opere ceramiche di Barcelo' rispetto al resto del suo lavoro artistico e al mondo dell'arte ceramica di oggi?
«La ceramica è un materiale che ha incontrato l’interesse di moltissimi in epoca recente, come se ci fosse il bisogno di un ritorno alla materia, al fare. Per Barceló questa esigenza è stata sempre fortissima, in anni in cui non era affatto scontato (si pensi che le sue prime ceramiche risalgono alla metà degli anni Novanta). Come dicevo per l’artista la ceramica non è separabile dalla pittura: è un naturale svolgimento di una ricerca».
Pensa che questi eventi espositivi dedicati a maestri dell'arte contemporanea che arrivano da oltralpe possano avere ricadute positive, oltre che sull'economia cittadina, anche sul mondo delle botteghe artigiane di Faenza. E se sì, quali gli aspetti maggiormente rilevanti in tal senso?
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«Faenza è un centro di produzione di arte ceramica, penso alle esperienze di botteghe storiche che da sempre lavorano in questo settore – come la Bottega Gatti per citare un nome su tutti. A questa realtà produttiva si sono affiancati i musei, pubblici e privati, che in città hanno portato i grandi nomi della scena contemporanea. Credo quindi che questa mostra più che portare nuove energie consolidi un percorso di straordinaria fertilità, in moto ormai da diversi anni».
Miquel Barcelo' sarà presente all'inaugurazione?
«Certamente l’apertura sarà un’occasione di incontro, un modo di condividere un percorso e per questo l’artista sarà presente a raccontare la sua esperienza e il fascino che la storia ceramica ha avuto sul suo lavoro».
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Nel segno della Musa (Finotti)

“Ritratti d’artista”
Maestri del ‘900
Novello Finotti L'arte come racconto emozionale di un immaginario che interpreta la realtà attraverso il sogno. E da cui scaturiscono creature fantastiche e metamorfiche ai limiti del surreale. Su tutto “un sorprendente anelito del sacro”.
Lei, maestro Finotti, è nato nel ‘39 a Verona, a cavallo di due secoli essenziali per l'arte contemporanea. Quale era il clima che si respirava nel mondo dell'arte agli esordi della sua carriera. E quali le maggiori figure di riferimento del tempo?
02 MA1 2676 1«A metà degli anni Cinquanta ero profondamente interessato all’espressione artistica e ad apprenderne le varie tecniche, anche esercitandomi con materiali differenti. Frequentando l’Accademia d’Arte Cignaroli di Verona ho avuto modo di conoscere artisti della mia città, storici dell’arte, critici e di entrare in contatto con varie gallerie. Molto ha contribuito la conoscenza e frequentazione dello scultore Nereo Costantini e lo storico dell’arte Gianlorenzo Mellini, la loro vicinanza mi ha arricchito culturalmente, sia per quanto riguarda la conoscenza e la curiosità per la storia dell’arte e i suoi personaggi, sia perché mi hanno permesso di acquisire una sensibilità e una capacità critica nei confronti della produzione artistica. In quel periodo gli artisti che hanno suscitato in me una grande riflessione sull’arte, sulla loro tecnica sono stati Donatello e per la pittura Caravaggio, con i suoi contrasti drammatici di luci, Van Gogh per la sua forza espressiva e violenta del colore e i Surrealisti, Matta e Francis Bacon, la scultura Romanica con Nicola e Giovanni Pisano, Michelangelo e Canova. E le grandi civiltà del passato come l’arte dell’Antico Egitto. Agli inizi degli anni sessanta ho fruito dell’insostituibile esperienza diretta di Maestri come De Chirico e Magritte, anche questo ha sicuramente influito sul mio linguaggio artistico, che mi ha permesso di avvicinarmi al mondo dei surrealisti, come André Breton. Nel 1963 ho modo di conoscere a Verona, nella fonderia Bonvicini, Alexander Jolas, famosissimo gallerista e collezionista di origine greca, che mi invitò ad Esporre a New York con una mostra personale. Visitando, negli anni successivi, Atene, il Partenone e tutte le meraviglie dell’arte greca, rimasi affascinato dalla forza che queste sculture emanavano, la loro perfezione e quel materiale, il marmo, risvegliarono in me qualcosa di profondo e il desiderio di iniziare a cimentarmi nell’uso di quella materia per realizzare le mie opere. In seguito ci fu il mio trasferimento a Pietrasanta e la frequentazione dei laboratori di Carrara. Qui i miei “maestri” sono stati gli sbozzatori di Carrara, dai quali ho appreso con grande umiltà la base tecnica, che poi ho sviluppato negli anni. Da allora il marmo bianco di Carrara e il nero del Belgio sono diventati i “miei compagni di vita”».
Essere nato in una città di grande tradizione culturale e artistica come la sua quanto, e in cosa, ha inciso nel suo essere artista?
«Verona mi ha sempre interessato e affascinato, passeggiando per le sue vie scoprivo opere di grandissimo pregio e di varie epoche, Romane, del periodo romanico e medioevali. Mi recavo nella Basilica Romanica di San Zeno e mi soffermavo a guardare il maestoso portale in bronzo e con le sue formelle risalenti all’XI secolo, facevo degli schizzi dei rilievi architettonici dei portali e delle sculture e per me era una scuola diretta con il passato».
Ci descrive come prendono corpo le sue opere e quali sono i moventi artistici e la poetica da cui esse nascono?
«Tutte le sculture sono frutto di una mente libera che oscilla tra realtà e sogno, raffigurano un mondo onirico e fantastico: da qui scaturisce il metamorfismo che è alla base del mio lavoro, dove fondo corpi di esseri differenti senza però mai deformarli, ma trasformandoli in un racconto emozionale e narrativo.
Come avviene nella Donna tartaruga, dal cui carapace escono quattro piedi di donna, quasi a voler significare che l’eterno femmineo vive protetto all’interno di una corazza di un animale giunto fino a noi dalla preistoria. è la storia di una donna, di tutte le donne, che si china a giocare con il suo bimbo. L’opera diventa qui il simbolo, la sintesi visiva di una realtà, di una scena reale vista al tramonto passeggiando sulla spiaggia. L’immagine viene fissata in opera, con un richiamo alle origini materne. La mia opera ama alimentarsi da sempre di un senso di mistero e della spiritualità enigmatica orientale. Una nitida visione mi consente di recuperare forme e figure di forte connotazione naturalistica, che vengono ricondotte a composizioni di forte intensità surreale. Nell’opera Omaggio a Shakespeare, opera del 1980/1984, possiamo cogliere il senso di un approfondimento, di una svolta. Un linguaggio legato alla figurazione in chiave surreale, ma aperto alle voci del passato. Ciò che prima si intravvedeva in nuce ora si dispiega con ritmo più articolato, quasi solenne. Qui prevale una prepotente vocazione per una forma classica in chiave moderna. La scultura intitolata Anubi, mitico signore delle necropoli, adorato nell’Antico Egitto, in cui si evidenzia la combinazione fra la staticità dell’animale e la dinamicità della curva formata dal dorso e dalle gambe umane, perfetta sintesi del guardiano presente al momento di transizione tra la morte e la vita. La sua lunga coda diviene colonna vertebrale per la rigenerazione dell’essere umano. Essendo sempre stato attratto dalla cultura egiziana e dai suoi simboli, ho desiderato cimentarmi in questa grande opera, sperimentando la forma dell’innesto. In quest’opera la figure animale si innesta in figure umane creando un intreccio armonico».
 MG 9356c 1Cosa rappresenta per lei la scultura?
«La scultura per me è un esigenza dell’anima, “una maledetta benedizione”, un mezzo che mi permette di esprimere ed esperire le mie inquietudini, le sensazioni più mutevoli, una catarsi emotiva una sublimazione attraverso la materia della mutevolezza dell’uomo. I simboli dei miei lavori sono quelli del nostro tempo: sono incubi, angosce, malinconie, presagi, ma anche illuminazioni positive, amori, palpiti, attese e speranze. E un sorprendente anelito del sacro. Al fine di rappresentare contenuti all’apparenza labili per non dire inafferrabili come i sogni, mi sono forgiato una tecnica adeguata, direi da virtuoso, inizialmente nel bronzo, legno, marmo, fino ad arrivare a sfidare l'uso di materiali ancora più duri come il granito e il basalto. Nella mia scultura alla vitalità si affiancano la costanza dell’invenzione, ovvero l’originalità iconografica dell’opera, la tecnica, anche questa molto personale, tecnica non solo materiale, ma dell’immaginario. Per un artista la scultura diventa un’esigenza, un modo di comunicare, un dialogo costante con se stesso e con gli altri, un mezzo che permette di interrogarsi ed analizzarsi, senza filtri e senza confini. Assume la connotazione di una sintesi interiore, dove pian piano ogni argomentazione trova la sua giusta collocazione all’interno della materia, con l’opera conclusa si ha la chiusura di un cerchio, di un travaglio interiore che ha trovato le sue risposte attraverso la catarsi materica».
Come s’inseriscono le sue opere scultoree nel più ampio discorso dell’organizzazione dello spazio?
«L’allestimento di una mostra richiede sempre all’inizio una studio del luogo e degli spazi, soprattutto se si tratta di un contesto storico. Sono molto attento a collocare le opere in contesti antichi, è importante che l’opera dialoghi con questi spazi nel massimo rispetto possibile dell’ambiente e della sua storia, soprattutto se sono luoghi dove esiste già la presenza di altre opere. Non amo affollare le stanze di sculture, le opere hanno bisogno di essere lette a tutto tondo e respirare, di vivere nell’ambiente in cui sono collocate. Due anni fa ho avuto l’occasione di esporre le mie opere a Matera, tra le pietre millenarie delle chiese rupestri di San Nicola dei Greci e Madonna delle Virtù. é stata un’esperienza unica, cimentarsi nella collocazione delle opere all’interno di quelle cavità secolari, mi sembrava di entrare in un luogo magico e misterioso, ricco di umori ancestrali, c’ era quasi il timore di disturbare quei loculi, che sembravano vivere di vita propria. Alla fine vedere le opere esposte è stata una grande emozione, era incredibile il dialogo che si era creato tra ambiente e scultura. Con attenzione siamo riusciti a creare una retrospettiva di molte opere, nel rispetto del luogo».
Quanto è importante l’uso di un certo materiale piuttosto che un altro?
«A differenza del bronzo che rinfrange la luce, il marmo, se trattato in certo modo assorbe e mette in evidenza passaggi sottili e a volte appena accennati. Nella mia scultura vi è una parte di costante ricerca della luce e la lavorazione del marmo mi permette di fare questo, assottigliando gli spessori, quasi a rendere diafana la materia in alcuni momenti, tutto ciò per arrivare al raggiungimento della spiritualità. C'è idea di raggiungere l’anima della materia, che al contempo conduce alla scoperta della propria. La lavorazione della pietra anche quella più dura assume le connotazioni di una metafora. Il materiale ti fa da specchio, si toglie per arrivare all’essenza, è una strada affascinante, ma infinita. In opere come Levitazione 1997, dove la figura, sembra appunto levitare, la materia prende vita, quasi a spogliarsi per liberarsi ancora di più da peso e costrizioni. Vi è la volontà di rendere la materia un velo trasparente, dove la luce può filtrare senza ostacoli, il tutto senza perdere confini e consistenza. La luce ha vinto sulla materia. Lavorare il marmo, il granito e il basalto diventa un corpo a corpo tra l’artista e il materiale, quasi una lotta tra l’uomo e se stesso. C'è un' insistenza predominante sulla ricerca tecnica come parte inscindibile della ricerca artistica. Cerco di interpretare con uguale maestria sia la spiritualità dei Santi sia i drammi di ogni vita, quanto la carica emotiva o l’ironia dell’eros».
MA1 9856 1Quali i materiali e le tecniche preferite nella realizzazione delle sue opere?
«Nel mio lavoro seguo la prassi, che chiamo del laboratorio canoviano, cioè l’invenzione magari grafica, modello in creta, poi in gesso, per passare poi al marmo. Sono estremamente convinto che la tecnica sottenga una forte cultura sia teorica, ma soprattutto che deriva dall’esperienza tecnica fatta sul campo con costanza e determinazione. Ho insegnato per un pò di anni al Liceo Artistico di Verona, ed era questa la filosofia, l’insegnamento che volevo lasciare ai mie alunni: dedicarsi all’arte qualunque essa sia con passione, costanza determinazione, solo tramite questi ingredienti è possibile raggiungere un certo grado di padronanza delle varie tecniche e una sicurezza che ti permettono di essere padrone della materia. Ma l’ingrediente più importante è la connessione cuore mente e spirito. E avere sempre una grande curiosità su tutto ciò che ci circonda, non tralasciare nulla ed essere sempre attenti recettivi agli stimoli esterni. Tutto quello che mi circondava e mi circonda é fonte di stimolo e di arricchimento interiore che poi riesco a tradurre e ad esprimere attraverso le mie opere. Posso dire di aver dedicato una vita intera alla ricerca, a carpire i segreti della materia e a come poterla plasmare, quasi a renderla duttile. Riassumerei tutto con tecnica, rigore, passione desiderio, a mio avviso, senza questi elementi l’opera di un artista non può tramettere la sensazione di essere vita».
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Roma nella camera oscura ...fotografie della città dall’Ottocento ad oggi

di Marina Novelli
13 1In occasione dei 180 anni dalla nascita ufficiale della fotografia, l’Archivio fotografico del Museo di Roma in Palazzo Braschi, espone al pubblico le proprie collezioni presentando oltre 300 immagini che, partendo dagli esordi della fotografia si estendono fino all’opera di artisti contemporanei. Uno straordinario excursus, esplicato negli ambiti più significativi della storia fotografica della Capitale, precedenti all’avvento del digitale. Una interessante occasione per rendere noto il lavoro di molti autori rimasti nell’anonimato, e qui sapientemente valorizzati per la prima volta come fotografi “di ricerca”. L’esposizione aperta al pubblico dallo scorso 27 marzo, si estenderà fino al prossimo 22 settembre 2019 (salvo proroghe!) ed è stata sensibilmente curata da Flavia Pesci e Simonetta Tozzi, nonché promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. La mostra propone diversi percorsi di visita partendo esattamente dagli esordi della fotografia in città - quando cioè si avvaleva della collaborazione di artisti già attivi ed alle prese con l’invenzione della nuova straordinaria tecnica, percorre le varie epoche che videro il costante mutamento della città, giungendo all’opera di artisti viventi ed operanti in un espressivo rapporto con Roma Capitale. La mostra si prefigge inoltre di evidenziare vari livelli di lettura che, a partire dalla possibile ricostruzione della storia e dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, giunge alla comprensione del ruolo specifico svolto da tanti artisti in base alla tipologia del proprio lavoro, per approdare poi alla possibilità di “leggere” in base a nuove e moltiplicate chiavi interpretative, la città stessa, esprimendosi attraverso un percorso storico-fotografico in grado di illustrare il contesto visivo di Roma; un racconto fotografico che si snoda attraverso ben nove sezioni, ognuna dedicata alle diverse tematiche, declinazioni e tecniche di un panorama non certo privo di fascino, di emozioni e di stupore. Sperimentare con la luce - nascita e progressi della fotografia - è la prima sezione che ci illustra gli albori della fotografia, le prime immagini 20190326 112201 1
prodotte in dagherrotipo (primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini) incarnano alla perfezione come, secondo una celebre definizione dell’epoca, l’idea di uno “specchio dotato di memoria”. I dagherrotipi infatti restituiscono immagini di straordinaria vivezza, da riguardare da vicino, al fine di poterne cogliere l’effetto cangiante e simultaneo, tra positivo e negativo, e particolarmente adatti ai ritratti, si rivolgono ad un pubblico di ricchi acquirenti pronti a sottoporsi a lunghe sedute di posa della durata dai 20 ai 45 minuti, per essere poi custoditi in eleganti cofanetti o astucci di velluto. I rapidi progressi però, di nuovo sperimentati, portano in breve tempo ad abbreviare i tempi di esposizione, consentendo la riproduzione della immagine a partire da un negativo di carta, dando origine alla stampa su carta salata. La fotografia acquista così una maggiore accessibilità, “democratizzando” il mercato, che si estende in maniera sempre più ampia. Vediamo così i primi fotografi, veri e propri pionieri sperimentatori, uscire dai loro studi in compagnia di ingombranti attrezzature, per spostarsi tra città e campagne, accompagnandosi spesso con pittori, se non proprio pittori di formazione essi stessi. Molti di loro, infatti, approdano alla fotografia dall’ottica, dalla chimica o dalla meccanica, tutte materie estremamente utili alla pratica fotografica. La fotografia inoltre, applicata al paesaggio e alla veduta urbana, sarà in grado di competere con l’incisione e il disegno nella produzione di immagini-souvenir destinate a un esteso pubblico di viaggiatori. Nasce a Roma, intorno alla metà degli anni Quaranta, il primo circolo fotografico d’Italia; una illustre Scuola di Pittori-Fotografi che avevano come loro meeting point il famoso caffè di Via Condotti, il Caffè Greco, e da cui prendeva il nome quale Circolo del Caffè Greco, frequentato ed animato anche dai giovani vicini alla Accademia di Francia, nonché italiani (ovviamente!) e britannici. Dalle immagini prodotte dalla Scuola Fotografica Romana, si evince nel taglio vedutistico e nella morbida luminosità, un felice connubio tra pittura e fotografia. Rimangono costanti, pertanto, i soggetti dei viaggiatori del Grand Tour, i quali prediligono i simboli antichi e moderni della città, nonché delle tipiche campagne romane e le opere dei Musei Capitolini e Vaticani. A questa prima sezione, in cui mi sono lungamente soffermata, ne seguono le successive altre otto. Documentare l’Antico: percorsi tra le rovine; Centro della Cristianità; Vie d’acqua: la presenza del fiume e le fontane monumentali; Un eterno giardino: Roma tra città e campagna; La nuova 20190326 120433 1
capitale: dai piani regolatori di fine Ottocento alla città moderna; Occasioni di vita sociale; Attraverso lo specchio: negativi su lastra di vetro. “La fotografia acquista un po’ della dignità che le manca quando cessa di essere una riproduzione della realtà e ci mostra cose che non esistono più”. Marcel Proust - All’ombra delle fanciulle in fiore. Questo interessante percorso si chiude nelle due sale al pianterreno di Palazzo Strozzi, con la bellissima sezione Ritratti, dedicata alla fotografia di figure, con una serie di ritratti di personaggi famosi, modelli in posa e interni di studi d’artista ottocenteschi. I famosi tableaux vivants invece sono dei “quadri viventi” che ebbero grande fortuna a cavallo degli anni tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, che una volta ancora confermano la stretta complementarietà affermatasi a Roma tra fotografia e pittura. Concludendo, vale la pena sottolineare che, l’Archivio Fotografico conserva preziose fotografie antiche, testimonianti la nascita e l’evoluzione dell’arte fotografica a Roma fin dal 1845 ad oggi. Una collezione che oggi ammonta a circa 30.000 positivi - dagherrotipi, carte salate e albuminate, stampe al carbone e ai sali d’argento, fotoincisioni e ferrotipi - nonché 50.000 negativi su lastre al collodio umido e ai sali d’argento e su pellicola piana . Una mostra assolutamente da non perdere, specialmente per addetti ai lavori ed amatori e, come tramandato da Robert Doisneau “Il più bello, il più semplice di tutti è il riflesso spontaneo con il quale si tenta di fermare un attimo di gioia destinato a scomparire”.
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