Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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La Fontana di Monte Cavallo …a Roma

Novelli personale

di Marina Novelli

Se si prova a chiedere ad alcuni romani dove si trova la Fontana di Monte Cavallo, ben pochi sapranno rispondere che è in Piazza del Quirinale…e non per essere irriducibilmente pessimisti ma molti non sono neanche a conoscenza di un monte, a Roma, chiamato “cavallo” che altri non è che il Quirinale, uno dei famosi sette colli: Campidoglio, Palatino, Aventino, Celio, Colle Oppio, Esquilino, Viminale e da ultimo il nostro Quirinale! “Monte Cavallo” è infatti il nome che gli venne attribuito nel Medioevo e ne vedremo le ragioni. La Fontana di Monte Cavallo, altri non è che la Fontana dei Dioscuri, che rappresenta i gemelli Castore e Polluce, i Dioscuri appunto, nell’atto di tenere le redini dei loro cavalli, ed in cui torreggia, alle loro spalle, un obelisco proveniente dal Mausoleo di Augusto. Piazza del Monte cavallo 4
Quirinale è splendidamente delimitata dal Palazzo del Quirinale, residenza del Presidente della Repubblica Italiana. Il Palazzo della Consulta invece, ora sede dal 1955 della Corte Costituzionale, fa da quinta a questo ampio scenario che vede, sul lato opposto a quello della residenza presidenziale l’edificio, del XVIII secolo, delle Scuderie del Quirinale, che totalmente restaurato tra il 1997-1999, viene utilizzato a tutt’ oggi come sede per importanti mostre d’arte. Ma le sorprese non finiscono qui dato che lo stupore si concentra sul panorama mozzafiato della capitale, che si può ammirare da una marmorea balaustra posta di lato alla residenza presidenziale. È questa una delle più suggestive ed affascinanti piazze romane e non solo per le bellezze architettoniche e paesaggistiche ma anche perché si respira un’aria sublime in quanto l’immenso spazio si coniuga mirabilmente con la raffinata eleganza irrorata di un pizzico di solenne austerità. Nel VIII secolo a.C., questo monte fu la roccaforte dei Sabini e proprio su questa altura avevano costruito un tempio dedicato al Dio Quirino, dio dell’Agricoltura e della Pace, ma nel III secolo a.C. venne edificato invece un tempio dedicato alla divinità egizia Serapide e solo successivamente fu luogo deputato alla costruzione di sontuose ville di poeti ed intellettuali quali Pomponio, Virgilio ed altri. L’Imperatore Costantino lo scelse per edificare le sue famose Terme, tramutando quindi il monte in un rilassante luogo di divertimento e svago. Purtroppo nel Medioevo cambiò il suo aspetto lussureggiante divenendo un luogo abbandonato e desolato, sebbene nella piazza continuassero Monte cavallo 5
a troneggiare le due imponenti statue dei Dioscuri con i loro cavalli, ed è perciò a causa di questo aspetto che il colle iniziò ad essere denominato “il Monte Cavallo”. È doveroso anche ricordare che, ai tempi della Roma antica, sulla sommità del Colle Quirinale esisteva il Tempio della Salute e che la salita che conduceva alla Piazza del Quirinale prendeva il nome di Clivus Salutis. Anticamente, inoltre, il monte veniva chiamato Quirinale, dal Tempio di Quirino, eretto in onore di Romolo. Al giorno d’oggi prende ancora l’appellativo di Monte Cavallo, anche se pochi lo sanno, in virtù dei due mastodontici cavalli scultorei posti sulla sua sommità…cavalli che, come abbiamo visto, si affiancano a due maestose e colossali figure che sembra siano state scolpite da Fidia e da Prassitele, in base a quanto si legge nei piedistalli a loro sottostanti: Opus Phidiae e Opus Praxitelis. Straordinario! Due scultori greci contraddistinti per il loro geniale talento! Altre voci invece attestano una diversa teoria attribuendo cioè le due figure alla rappresentazione di Carlo Magno nell’atto di dominare il mitico Bucefalo, il suo cavallo preferito di cui si servì durante la sua storica spedizione in Asia, teoria che contrasta e quasi annienta quella precedente in quanto la vita di questi due scultori risale a molto tempo prima della venuta del nostro Imperatore Carlo Magno…un arcano questo, molto difficile da spiegare e che sicuramente resterà misterioso per sempre! Sta di fatto però, e non v’e alcun dubbio, che Costantino Magno li fece trasportare da Alessandria al fine di adornare le sue terme, situate come abbiamo visto sulla sommità di questo colle, collocandole dove ancor oggi alloggiano. Fu poi il Regnante Sommo Pontefice Pio VI coadiuvato dalla direzione del cav. Antinori, a far posizionare i due gruppi marmorei, uno a destra ed uno a sinistra e collocando nel mezzo un Obelisco Egiziano di granito di colore rosso che ne slancia il ritmo sottolineandone la verticalità. Scenografico ed estremamente suggestivo l’effetto che ne scaturisce e che trasforma il gruppo marmoreo anche come punto focale tale da potersi ammirare anche dalle strade circostanti. Ma cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione sul motivo che può aver indotto a pensare che fosse la rappresentazione scultorea di Castore e Polluce. Vediamo infatti che il termine Dioscuri, altri non era che l’appellativo di Castore e Polluce, i due gemelli figli dell’amore tra Leda e Giove. La mitologia narra che Polluce fosse immortale, a differenza di Castore che invece era mortale ed alla sua morte, Polluce decise di rinunciare alla metà della propria immortalità, ottenendo così di trascorrere un giorno agli inferi ed un giorno presso suo padre Giove. Sia Castore che Polluce erano divinità benefiche tanto che il primo era rappresentato come indomito ed appassionato domatore di cavalli, mentre al secondo invece viene attribuita l’invenzione e la pratica del pugilato, e proprio a causa di questa loro propensione al fare “del bene”, furono inclusi nel tempio dedicato a tutti gli dei romani: il Pantheon. Il tempio dei Dioscuri, al tempo dell’antica Roma, sorgeva nel Foro Romano, presso la Basilica Giulia ed ancor oggi possiamo ammirare il nucleo del podio e le tre inconfondibili colonne con un elemento di trabeazione…ma cos’è una trabeazione? È presto detto! È una struttura che posa su colonne, composta dall’architrave, dal fregio e dalla cornice. E dal Foro Romano torniamo alla nostra Fontana dei Dioscuri ed è doveroso rammentare quanto i due gruppi scultorei fossero, nel tempo, stati ricoperti da velature biologiche che solo dopo un delicato ed accurato lavoro di pulitura ci abbia restituito il loro indiscusso splendore. Stiamo parlando infatti dei lavori di restauro terminati nel 2016…lavori di restauro che hanno salvato il monumento dall’azione di agenti atmosferici, nonché a quella dell’acqua e del microclima. Sia lo stato della tazza superiore (labrum) e quello del piede di sostegno, entrambi in granito del Foro (marmor Claudianum), quanto il bacino inferiore in candido marmo bianco erano interamente ricoperti di strati di calcare e la loro rimozione ha consentito di riportare alla luce i raffinati e delicati contrasti cromatici esistenti tra il granito grigio della tazza e del piede ed il venato marmo bianco della vasca inferiore. La Fontana di Monte Cavallo, o dei Dioscuri, sia essa stata opera dei maestri Fidia e Prassitele o no è uno dei più visitati monumenti di Roma, che collocata nel rione Trevi, è meta ogni anno di migliaia e migliaia di visitatori provenienti da tutte le parti del mondo che si “incantano” dinanzi a tale scenario e ci sembra doveroso ringraziare i nostri antenati per averci donato tale magnificenza!…i più romantici invece, non disdegnano di ammirare l’incantevole spettacolo che solo il panorama di Roma, con le sue cupole, i suoi campanili, i suoi tetti, con suoi variopinti e rarefatti tramonti sa offrire.
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“Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”,

Al Museo di Roma in Trastevere una
mostra fotografica e multimediale in
occasione del 50° anniversario del 1968

In occasione del 50° anniversario del 1968, AGI Agenzia Italia ricostruisce l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando questa 28 marzo1968 - AP ANSA- Il reverendo Ralph Abernathy a destra, il vescovo Julian Smith a sinistra, con Martin Luther King durante una marcia per i diritti civili a Memphis
affascinante mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018.
La mostra a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è resa possibile dalle numerose fotografie provenienti dall’archivio storico di AGI e completata con gli altrettanto numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.
25 maggio 1968 - AFP Il leader studentesco francese Daniel Cohn Bendt e manifestanti tedeschi tengono una protesta al confine franco-tedesco
L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, e intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia. Come scrive Riccardo Luna nel testo del catalogo dell’esposizione: “Questa non è una mostra sul passato ma sul futuro. Sul futuro che sognava l’ultima generazione che non ha avuto paura di cambiare tutto per rendere il mondo migliore. Che si è emozionata e mobilitata per guerre lontane; che ha sentito come proprie ingiustizie subite da altri; che ha fatto errori, certo, ha sbagliato, si è illusa, è caduta, ma ha creduto, o meglio, ha capito che la vera felicità non può essere solo un fatto individuale ma collettivo, perché se il tuo vicino soffre non puoi non soffrire anche tu. Nessuno si salva da solo.
Quello che ci ha colpito costruendo questa mostra, sfogliando le migliaia di foto che decine di agenzie e archivi ci hanno messo a disposizione con una generosità davvero stupefacente, come se tutti sentissero il dovere di contribuire alla ricostruzione di una storia che riguarda i nostri figli molto più che i nostri genitori; quello che ci ha colpito sono gli sguardi dei protagonisti, l’energia dei loro gesti, le parole nuove che usavano”.
16 marzo1968 - Marcello Geppetti Media Company - Scontri all’università tra studenti e forze dell’ordine
Da qui, AGI ha ricreato un archivio storico quanto più completo del ’68 attraverso le immagini simbolo dell’epoca. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda.
Un viaggio nel tempo fra 178 immagini, tra le quali più di 60 inedite; 19 archivi setacciati in Italia e all’estero; 15 filmati originali che ricostruiscono più di 210 minuti della nostra storia di cui 12 minuti inediti; 40 prime pagine di quotidiani e riviste riprese dalle più importanti testate nazionali; e inoltre una ricercata selezione di memorabilia: un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, la Coppa originale vinta dalla Nazionale italiana ai Campionati Europei, la maglia della nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich durante la finale con la Jugoslavia, la fiaccola delle Olimpiadi di Città del Messico.
Tutti questi temi verranno raccontati attraverso la cronaca, gli usi, i costumi e le tradizioni in diverse sezioni tematiche, dando vita e facendo immergere il pubblico in questo lungo e intenso racconto nell’Italia del ’68.



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“Ceramics Now”:

Intervista a Claudia Casali
a cura di Marilena Spataro

Dal 30 giugno al 7 ottobre 2018, il museo faentino festeggia gli 80 anni del concorso Internazionale della Ceramica d’Arte contemporanea 60° Premio Faenza con una mostra particolare: 17 curatori internazionali hanno scelto 60 artisti contemporanei che lavorano con la ceramica. La direttrice del prestigioso museo, Claudia Casali, ci parla dell'evento e ci anticipa le mosse future che prevede di mettere in atto per consolidare il nuovo progetto, accrescendo la fama internazionale della realtà museale da lei diretta.
Antonio Violetta - “Torso” - 2016 - terracotta e grafite
Come nasce, direttrice, questo progetto espositivo chiamato Biennale e ideato per l'importante anniversario del Premio Faenza?

«Il Premio Faenza è stato, fin dalle sue origini, nel lontano 1938, una vetrina importante delle novità legate al linguaggio ceramico. Negli anni hanno partecipato scultori come Fontana, Ceroli, Leoncillo, figure di primo piano nella poetica contemporanea e che hanno fornito indicazioni preziose sul “fare” ceramico in termini di innovazione, ricerca e “attualità”. Con questo spirito abbiamo affrontato il concept di questa edizione speciale: 80 anni e 60 edizioni sono un record assoluto. L’idea che ha sostenuto la nostra scelta è stato innanzitutto un progetto curatoriale, non una competizione, quindi il coinvolgimento di curatori e professionisti del settore, internazionali, che potessero fornire una rosa di nomi, di chiara fama, nella categoria talenti e maestri».
Come e con quali criteri è avvenuta la selezione degli artisti?
Bertozzi&Casoni aperta
«I diciassette curatori hanno lavorato per aree geografiche, indicando anche protagonisti assoluti tra cui selezionare la lista finale. L’obbiettivo erano 50 nomi che raccontassero oggi l’attualità della scultura ceramica, l’innovazione e la ricerca. La selezione è stata complessa ma nell'insieme abbiamo definito un percorso e uno spaccato rilevante, coinvolgendo artisti che normalmente non partecipano a competizioni».
Quali le caratteristiche che contraddistinguono i lavori e gli artisti presenti a questa prima edizione della Biennale che inaugura al Mic a fine giugno?
«Vi sono molte installazioni e molte contaminazioni. Questo era l’obbiettivo originale espresso da tutti i curatori. Fotografia, video, suono, performance dialogano assieme alla ceramica, ne sono un tutt’uno poetico ed espressivo. Investire in una nuova estetica contemporanea e in nuovi codici espressivi per la scultura ceramica questo è il risultato che si vuole trasmettere».
Chi sono gli artisti italiani selezionati della rassegna?
«Dire “artisti italiani” è un po' limitante poiché abbiamo artisti italiani di nascita, ma che vivono e lavorano all’estero da decenni. Penso a Salvatore Arancio, Arianna Carossa, Alessandro Pessoli, Alessandro Gallo, Salvatore Cuschera, ormai da considerarsi internazionali più che italiani. Gli altri sono Bertozzi&Casoni, Bruno Ceccobelli, Giuseppe Ducrot, Luigi Mainolfi, Pao-lo Polloniato, Scuotto, Alessio Tasca, Antonio Violetta».
Bruno Ceccobelli
Qual è l'aspetto più evidente che li rende rappresentativi della tradizione artistica e ceramica Made in Italy?

«Non possiamo oggi definire l’arte contemporanea e la scultura ceramica con il termine Made in Italy. Sarebbe una caratterizzazione impropria. A differenza infatti di altre nazioni, come il Giappone, con una tradizione ancora molto forte e caratterizzante, l’Italia ha saputo interpretare in maniera innovativa e del tutto personale il background fondamentale della tradizione, superandola e trovando codici stilistici assolutamente nuovi ed internazionali. Pensiamo semplicemente agli stessi Bertozzi&Casoni: qui la tradizione è importante in termini di tecnica, Faenza docet, ma si esaurisce lì, poiché il loro messaggio è andato oltre, raccontando l’attualità, in un percorso unico ed innovativo assolutamente internazionale».
 Quanto sarà importante per la città di Faenza e per il Mic ospitare questa nuova iniziativa di portata internazionale?
«Sarà fondamentale poiché riporterà l’attenzione su questa rassegna internazionale, sulla nostra città, sul nostro territorio e sul nostro Museo, unico al mondo per estensione e collezione. E come sempre è accaduto negli anni passati, mi auguro che dal Premio arrivino nuovi stimoli per gli artisti locali, nazionali e non solo, nuove prospettive di lavoro, nuovi dialoghi. Il Premio Faenza è sempre stato, come già detto, un volano di novità anche per l’alto artigianato artistico locale».
Paolo Polloniato 11
Come si configura oggi l'evento?

«Inaugureremo il 29 giugno ma già dal 28 ospiteremo una serie di incontri organizzati da ICMEA (Associazione Internazionale Editori d’Arte) sulle tematiche della contemporaneità e dell’attualità della proposta ceramica, della formazione e della ricerca ceramica, a cui parteciperanno i curatori ed esperti di settore».
E in futuro?
«Il futuro è sempre incerto, come qualcuno cantava tempo fa. Mi auguro che ci sia la possibilità di poter proporre una edizione open call con una competizione alternata ad una edizione curatoriale.    
Questo sarebbe il progetto che oggi io vedo per Faenza, capitale indiscussa della contemporaneità ceramica».
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ARMONIE VERDI. Paesaggi dalla Scapigliatura al “Novecento”

di Silvana Gatti

Verbania,
Palazzo Viani Dugnani

dal 24 marzo al 30 settembre 2018

Mario Sironi Il lago, 1926, olio su tela, cm 50 x 57,5 collezione privata
Il Museo del Paesaggio di Verbania annuncia la primavera con una splendida mostra dedicata al paesaggio, Armonie verdi. Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento.
La rassegna, frutto della collaborazione tra Fondazione Cariplo e Fondazione Comunitaria del VCO, è la quinta tappa dell’iniziativa Open, tour di eventi espositivi, in collaborazione con le Fondazioni di Comunità.
La mostra, curata dalla storica dell’arte Elena Pontiggia e da Lucia Molino, responsabile della Collezione Cariplo, si articola in 3 sezioni: Scapigliature, divisionismo, naturalismo; Artisti del Novecento Italiano; Oltre il Novecento, attraverso una cinquantina di opere – tra cui dipinti di Daniele Ranzoni, Francesco Gnecchi, Lorenzo Gignous, Emilio Gola, Mosè Bianchi, Carlo Fornara, Ottone Rosai, Filippo De Pisis, Arturo Tosi, Umberto Lilloni - provenienti dalle Raccolte d’arte della Fondazione Cariplo, del Museo del Paesaggio di Verbania e da collezioni private. Un percorso suggestivo tra capolavori d’arte che vanno dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, esaltando il legame che lega l’uomo alla natura e conseguentemente al paesaggio, attraverso un genere pittorico messo al bando dopo l’avvento della pittura futurista, ma non per questo meno amato dal pubblico che, distante dai commenti di storici e critici dell’arte, lo apprezza costantemente.
Anselmo Bucci Il governo dei cavalli, 1916, olio su tela, cm 40 x 74, Fondazione Cariplo
La selezione delle opere scelte per questa rassegna sottolinea le differenti interpretazioni del paesaggio, partendo dalla sua centralità nel romanticismo di fine Ottocento, per passare alla rappresentazione volumetrica degli anni Venti, dove il paesaggio è tracciato seguendo linee architettoniche a suggerire un senso di solidità e di durata, per giungere alla precarietà espressa a partire dagli anni Trenta.
La mostra si apre con i paesaggi di Daniele Ranzoni, maestro della Scapigliatura, di cui sono esposte tre opere tra cui lo “Studio di paesaggio fluviale” (1872), un acquerello che raffigura una veduta del fiume con dei ciottoli in primo piano. L’acqua irradia luminosità e movimento grazie al taglio diagonale dell’impostazione, ma la stesura leggera delle pennellate rende il paesaggio evanescente, quasi una visione.
Segue Lorenzo Gignous con la bella “Veduta del Lago Maggiore” (1885-1890) ; l’opera raffigura  la sponda piemontese del lago, ripresa dalla riva dell’isola dei Pescatori. La scena è arricchita da dettagli che conducono il fruitore dal primo piano, in cui sono raffigurati i pescatori con le compagne affaccendate attorno alle loro barche, fino alla riva opposta, dove per contrasto sono raffigurate le dimore signorili e la città di Baveno dominata dalle cave di marmo, seguita dal Montorfano. Le fitte pennellate ed i  filamenti di diverso spessore rendono la consistenza del prato in primo piano, mentre il cielo e la distesa delle acque, resi con una pennellata più fluida e trasparente, suggeriscono l’atmosfera vibrante del lago.
Francesco Gnecchi - Fondo Toce (Lago Maggiore) o Il Sempione dal Lago Maggiore,  1884,olio su tela, cm 75,5 x 149, Gallerie d'Italia
Mosé Bianchi, con “Interno rustico” (1889-1895), raffigura una giovane contadina in un interno, colta di spalle mentre si dedica alle mansioni domestiche, attorniata da un gruppo di anatre nel piccolo rustico. Qui il paesaggio collinare si intravede appena, raffigurato oltre la porta d’ingresso da cui proviene la luce. Si prosegue con “Cascata del Toce in Valle Formazza” (1890) di Federico Ashton, opera in cui il dinamismo dell’acqua è reso in maniera spettacolare, e con il suggestivo “Le gelide acque del lago di Märjelen“(1908 ca) di Carlo Cressini. Molto bella, di Francesco Gnecchi, la visione del lago nell’opera “Fondo Toce (Lago Maggiore)” (1884). L’opera raffigura la sponda occidentale del lago tra Baveno e Pallanza verso Fondo Toce, oggi riserva naturale. Il punto di fuga della composizione coincide con la foce del fiume, e il paesaggio con il Sempione sullo sfondo degrada in piani paralleli che acquistano profondità grazie alle sfumature del cielo che contrasta con la limpidezza delle acque in primo piano. Alcune barche, di cui una in primo piano, regalano al fruitore una sensazione di tranquillità.
Dalla fine dell’Ottocento a valorizzare la pittura di paesaggio sono in particolar modo i divisionisti. In particolare, la presenza di Vittore Grubicy nel Verbano ha influenzato positivamente la storia del Museo del Paesaggio, che il generoso artista e intellettuale ambrosiano incoraggiò e di cui incrementò le raccolte mediante il dono di un suo importante dipinto, “Il cimitero di Ganna” (1895), qui esposto. L’opera raffigura un recinto immerso nel verde, circondato da un basso muretto bianco a cui si addossano alcune cappelle di famiglia, che sembrano piccole casette a suggerire un senso di pace, immerse come sono nella valle varesina, accanto all’omonimo lago. Il 30 novembre 1894 era scomparso a cinquantun anni, a Ganna dove era nato, l’amico di Grubicy, Giuseppe Grandi, scultore scapigliato  autore del Monumento alle Cinque Giornate di Milano. Grubicy, che era legato a lui fin dalla giovinezza, era giunto nel paese per i funerali. Nonostante il titolo, è la natura il vero soggetto del quadro, colta al tramonto di una giornata invernale, che diventa simbolo del declinare della giornata terrena. La striscia azzurrognola del lago arriva sino al primo piano, mentre il sole tramonta dietro le colline. Il luogo solitario ed i toni coloristici evocano un sentimento malinconico ma non drammatico. Da quest’opera nascerà il quadro Che pace a Ganna, ora alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, in cui l’artista riprenderà lo stesso paesaggio, eliminando l’immagine del cimitero.
Ardengo Soffici Veduta serale del Poggio, 1952, olio su compensato, cm 42 x 52, Fondazione Cariplo
Importanti le opere di Cesare Maggi che, conquistato dalla pittura di Giovanni Segantini, si recò in Svizzera nella regione della Maloja (1899-1900) per dedicarsi al divisionismo ritraendo paesaggi alpini engadinesi e valdostani, spesso arricchiti con personaggi ed animali. In mostra è possibile ammirare il lirismo di opere quali il trittico “Neve”, (1908), e “Nevicata”, (1908 e 1911).
La carrellata di opere prosegue con lo scenario campestre de “I due noci”, (1921), di Carlo Fornara, a cui si affiancano Guido Cinotti con “Marina” (1910 -1915), paesaggio assolato reso con pennellate filamentose a rappresentare cielo e mare su cui troneggia una barca a vela, in un’atmosfera evanescente. Clemente Pugliese Levi è presente con “Cave di Alzo”, (1920), opera che documenta i lunghi soggiorni estivi sul lago d’Orta - dove nel 1920 acquistò una villa a Viganallo - soggetto predominante nei suoi dipinti insieme alle vedute alpine dovute alle villeggiature a Macugnaga, Courmayeur, Zermatt e Dolomiti. La sezione si conclude con i paesaggi brianzoli di Emilio Gola e le vedute di Pietro Fragiacomo, tra cui “Armonie verdi” che dà il titolo alla mostra, Teodoro Wolf Ferrari, Antonio Pasinetti.
Il paesaggio, poco considerato dai futuristi che amavano la città industriale e la macchina, torna a riaffermarsi in pittura col Ritorno all’ordine e col Novecento Italiano, cui è dedicata la seconda sezione della mostra. La sezione si vale anche di due prestigiosi nuclei di opere recentemente assicurati, con un deposito, al Museo del Paesaggio: “Il lago”, (1926), paesaggio dal taglio essenziale di Sironi, e un’ importante serie di paesaggi di Tosi.
Sono qui esposte cinque opere di Mario Tozzi, emblematiche del passaggio dall’impressionismo ai valori classici.  Giunto nel 1900 a Suna col padre medico e la famiglia, Mario Tozzi riceve da miss Prescott, amica di famiglia, la prima scatola di colori, mentre il pittore Alfonso Muzii gli insegna a dipingere. L’ambiente circostante ispira le sue opere. Tra queste, sono in mostra la poetica “Casetta a Suna”, oggi Verbania, del 1914; “Cimitero di Suna” e “La passeggiata”, luminose opere di stampo impressionista del 1915; “Neve a Lignorelles”, (1921) e “Paesaggio di Borgogna”, (1922), entrambe ormai novecentiste, dipinte con forme più dense e volumi più definiti. Anche Anselmo Bucci con “Il governo dei cavalli”, (1916), documenta un momento di transizione.
Col Novecento Italiano la volatilità dei paesaggi precedenti cede il passo ad opere caratterizzate da un impianto costruttivo che dà solidità all’insieme, come “Paesaggio”, (1922), di Rosai; “Ornavasso”, (1923) e “Guardando in alto”, (1925), di Carpi; “Pioppi”, (1930), di Michele Cascella. Stilizzati sono i paesaggi urbani di Penagini, artista che dal 1923, dopo essersi sposato, si trasferisce a Solcio, sul lago Maggiore, e partecipa alla prima e alla seconda Mostra del Novecento Italiano, condividendo solo alcuni aspetti di questo movimento; egli è contrario allo sfaldamento impressionista della forma e delinea sulla tela un’architettura del paesaggio, fatta di pesi e volumi. Opera emblematica di questa sezione è “Il lago”, 1926, di Sironi, che non ha nulla di artistico e rende immobile e surreale un angolo di un mondo senza tempo, incastonato tra le montagne.
L’Associazione Arturo Tosi di Bergamo ha lasciato in deposito al Museo del Paesaggio di Verbania sei tele del grande artista: “Cipresso a Zoagli“, “Le tre betulle“, “Fuori dallo studio“, “Ulivi a Montisola“, “Il piantone“ e “Lago di Como“, dipinti tra il 1923 e il 1940, esposti in questa mostra. Nel Novecento Italiano Tosi rappresenta l’ala più vicina alla tradizione lombarda ottocentesca. La sua pennellata fluida e pastosa si riallaccia a una scuola pittorica che dal Fontanesi e dal Piccio giunge alla Scapigliatura e a Gola. Con il Novecento Tosi condivide però il senso della sintesi e di una salda struttura architettonica, mutuata soprattutto da Cézanne. Con gli anni Trenta si abbandona lo stile volumetrico e la pittura torna a esprimere un senso di precarietà. Ne è un esempio il Temporale (1933) di De Pisis, in cui pochi tratti di colore sono stesi sulla tavola preparata con un sottile strato di vernice. Il legno del supporto è visibile in più punti mentre, nella parte centrale, il colore è eliminato con graffiature eseguite con la punta del pennello. Una composizione in basse tonalità - dal grigio al bruno, al verde scuro - che riflettono il senso di inquietudine che precede l’arrivo del temporale. Seguono lo stesso filone  Paesaggio di Lavagna (1934) di Lilloni, ed opere del secondo dopoguerra di Dudreville (Case a Feriolo, 1945) e Soffici (Veduta serale del poggio,1952).
Una mostra imperdibile per gli amanti del paesaggio, da abbinare ad una gita nell’accogliente cittadina di Verbania.
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Milano secondo Cerri

di Carlos Vìntem

A volte accade. Non sempre, ma a volte accade.     
Giancarlo Cerri Sequenza verticale 2005 olio su tela cm. 80x60
Milano rende omaggio alla cultura lombarda e milanese mettendo a confronto la pittura di un padre e quella del figlio, Giancarlo e Giovanni Cerri, entrambi capaci di vivere appieno la città e la cultura che li ha cresciuti, formati, plasmati.
Due modalità di affrontare l’arte sulla tela, e la ricerca sottesa, completamente differenti, eppure capaci di fondersi l’una con l’altra.
Artisticamente parlando nella famiglia Cerri non c’è quel ricambio generazionale che spesso significa “passaggio del testimone” e negazione del passato. La scelta di Giovanni di vivere con e di pittura è stata, così come per il padre, naturale. Una solco già tracciato da Giancarlo che Giovanni ha percorso con libero arbitrio, senza cadervisi dentro per sbaglio. Giovanni esprime esattamente le stesse perplessità del padre, solo che le racconta con altri occhi, altri segni, altri colori. Senza strappi per intenderci. Questo accade perché di fondo c’è una sottile linea di continuità fra Giancarlo e Giovanni, che è innanzitutto culturale.
“L’eredità nell’immagine dipinta”, al CMC Centro Culturale di Milano in largo Corsia dei Servi 4 dal 10 al 27 maggio, è dunque un racconto di due versioni della stessa anima.
06 Giovanni Cerri PER I TUOI OCCI 100x140
Da una parte la sintesi astratta delle immagini di Giancarlo, affascinanti nella purezza di pochi colori, ma ugualmente efficaci. Dall’altra la pittura del racconto di Giovanni, figurativa sì ma astratta nel retroracconto.
Giancarlo Cerri, nato a Milano nel 1938, presenta alcuni dipinti del ciclo “Sequenze”, realizzati tra il 1995 e il 2005, prima che gli occhi tradissero la sua vulcanica voglia di andare avanti a dipingere. Inoltre l’artista esporrà tre dipinti di arte sacra: “Deposizione” (1993), “è sempre l’ora della croce” (2005), “Nel segno della croce” (2005).
Giovanni Cerri, classe 1969, racconta la città concentrandosi sulla cattedrale milanese e la sua regina, la Madonnina: da Il Duomo bianco, opera di grandi dimensioni (cm. 180x260), realizzata nel 2016, a tele che ridisegnano le guglie o le policrome vetrate, sino al volto di San Bartolomeo, che del Duomo di Milano è la scultura più affascinante, realizzata nel 1562 circa da Marco D’Agrate.
Il progetto espositivo “Giancarlo e Giovanni Cerri. L’eredità nell’immagine dipinta”, realizzato in collaborazione con LTA Studio – Tax & Law Firm di Milano e nato da un’idea di Giovanni Cerri e Stefano de Angelis, prende spunto dal tema del Meeting di Rimini 2017 “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. La mostra è il quarto capitolo di un confronto fra i due artisti milanesi iniziato nel 2008 al Museo della Permanente di Milano con l’esposizione “I Cerri, Giancarlo e Giovanni. La pittura di generazione in generazione”, e proseguito in Germania con la mostra “Zwei Künstlergenerationen aus Mailand”, alla storica Frankfurter Westend Galerie nel 2013 e all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda l’anno successivo.
Durante la mostra verranno proiettati due brevi video sull’attività dei due artisti: per Giancarlo Cerri una video-intervista dal titolo “La sintesi e l'astrazione” (produzione TVN Media Group, intervista a cura di Stefano Sbarbaro), per Giovanni Cerri il video “North Milan” sulla realizzazione della grande opera “Milano Porta Nuova” (cm. 180 x 360), ideale anteprima sull’esposizione che l’artista avrà al Museo Italo Americano di San Francisco nella stagione 2018-19, dove presenterà un nuovo ciclo di quadri dedicati alla città di Milano.
Arte e solidarietà
CBM Italia e Giovanni Cerri
ancora insieme
La mostra “L’eredità nell’immagine dipinta” è anche l’occasione per riproporre la felice collaborazione fra Giovanni Cerri e CBM,
l’organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella cura e prevenzione della cecità nei Paesi del Sud del mondo.
Infatti, dopo la mostra “Spes contra spem” allo Spazio Bigli dello scorso anno, durante la mostra al Centro Culturale di Milano
sarà possibile acquistare alcune opere realizzate ad hoc dall’artista il cui ricavato andrà a favore di CBM Italia Onlus,
e in particolare a sostenere il progetto del Sabatya Eye Hospital di CBM in Kenya, per aiutare migliaia di bambini e adulti a tornare a vedere.
Giovanni Cerri ha infatti dipinto una grande tela dal titolo “Per i tuoi occhi” (cm. 100x140)
e dieci carte (cm. 50x60) che riprendono il tema del volto della madonnina.
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Art&Vip

Elisabetta Pellini,
l’attrice che ama l’arte.

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Tanto amata dal grande pubblico Elisabetta Pellini, protagonista di numerose Fiction e pellicole cinematografiche.. una vera artista, icona di bellezza e stile con l’arte nel sangue da sempre..


Ci racconta Elisabetta il suo periodo lavorativo fra fiction e cinema.
Attualmente sto girando una puntata della serie tv Allieva 2 per Rai 1. A maggio uscirà al cinema il film STATO DI EBREZZA. Ora son in preparazione del film che spero gireremo prestissimo #SelfieMania, che ho scritto io. Si parla della mania dei selfie. 7 episodi, girati da 7 registi e ogni episodio è ispirato ai 7 vizi capitali. Attualmente abbiamo creato un sito web, che serve per raccogliere selfie e story delle persone che potranno esser Co-protagonisti del film. Il link del sito dove potete mandarci il materiale che verrà selezionato per il film è: www.selfiemania.tv.     Aspettiamo i vostri selfie e poi ci vediamo al cinema!!
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Preferisci la Tv o il Cinema?

La mia passione è recitare.     
Quindi per un attore, non c’è grande distinzione quando sente la magica parola “ciak.. azione!”. La vera differenza spesso sta nel tempo, perché al cinema generalmente hai più tempo per girare la scena e quindi più possibilità per capire meglio il personaggio e farlo al meglio. In ogni caso amo il cinema e lo sostengo perché l’emozione che ti da vedere un film al cinema è unica.
Quale fra i personaggi che hai interpretato ti ha divertita di più?
Ho amato tutti i personaggi che ho interpretato, perché son spesso differenti e delle vere sfide. Mi diverte molto fare la commedia, che è la cosa più difficile da fare, perché ci vogliono i tempi comici.. un personaggio che ho amato molto e che mi ha tenuta compagnia per tre serie è stato quello di Laura Sommariva nella fiction “Le tre rose di Eva”. I personaggi che interpreto diventano mie amiche, son talmente diversi da me, che mi fanno anche crescere come persona, perché imparo o vivo situazioni che mai avrei immaginato. Quindi è molto divertente.
Il tuo rapporto con l’arte..
Cinema è arte e cultura. Amo l’arte, amo l’Italia che è un paese ricco di storia e arte. Appena posso vado alle mostre. Da sempre ho avuto la passione della pittura a olio, cercavo di imparare a dipingere rifacendo falsi d’autore. I miei preferiti son Van Gogh, Munch, Frida Kahlo .
Amo la fotografia. Mi piace fissare non solo la memoria, momenti, paesaggi che mi suscitano emozioni. Sperimentare inquadrature fotografiche particolari.
Amo la scultura, nella famiglia di mio padre, ci son stati due famosissimi scultori: Eugenio Pellini che ha fatto parte del periodo della scapigliatura e suo figlio Eros Pellini, che ho avuto opportunità di conoscere e ogni volta che andavo con la mia famiglia nel suo studio, guardavo le sue opere estasiata...
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Sei una donna tanto impegnata, viaggi molto e ti piace viaggiare.. ma nei tuoi spostamenti sei una donna d’avventura oppure hai tutto in agenda sistematico e preciso?

Amo viaggiare. Se potessi sarei sempre in viaggio, alla conoscenza di culture e paesi diversi. Ogni viaggio è un arricchimento vitale, emozionale, culturale. Si torna sempre con una storia e dei ricordi che restano per sempre nella memoria. Non son molto organizzata. Ho sempre o quasi fatto viaggi all’avventura e all’ultimo minuto. Però mi documento sul paese dove vado, perché essendo curiosa, voglio sapere e vedere il più possibile, cercando di vivere i posti, non in modo turistico e ordinario.. ma cercando di conoscere le tradizioni e abitudini del popolo. Mi piace anche perdermi. Nei posti.. quando ti perdi, ti godi di più il viaggio. E ritengo l’avventura adrenalinica... tanto l’imprevisto c’è sempre, quindi meglio sapere la data di partenza e di ritorno, poi il viaggio si fa giorno per giorno. In Messico volevo fermarmi a San Cristobal solo 2 giorni e mi son fermata 3 settimane. Quando trovi un posto che ti cattura è difficile andarsene. Quindi meglio farsi guidare dal viaggio e dal cuore.. piuttosto che aver tutto organizzato.  
Visiti le mostre?
Si visito le mostre. Amando l’arte cerco di vederne più possibili. Ogni volta mi perdo guardando i quadri. Cerco di capire cosa voleva esprimere l’artista, penso a cosa l’ha portato a fare quell’opera.. mi concentro sui particolari.
Il tuo artista preferito?
Amo gli impressionisti come Van Gogh. Amo molto anche Frida Kahlo. Son stata a Città del Messico nella sua casa (casa Azul) la sua storia mi ha appassionato. Le sue opere son molto forti e comunicano bene il suo stato d’animo e arte. Ed è esattamente questo che mi piace, leggere il messaggio che ogni opera trasmette. Recentemente a Parigi ho visto la mostra di Delacroix che conoscevo poco. Una mostra bellissima al Louvre e dei quadri che mi hanno colpito molto. Vorrei poter avere la stessa dote.. per ora i miei son scarabocchi , però ogni volta che dipingo, mi estraneo da tutto , e anche i pensieri brutti, le ansie spariscono o si trasformano. Per me è terapeutico. Amo anche i fumetti. Mi piace Milo Manara. Ultimamente ho fatto un trittico tratto da Storie particolari di Manara con l’acquarello .
Se ti dovessi descrivere in un quadro… come lo raffigureresti?
Sarei un quadro con pittura a olio, spatolata. Colori intensi. A volte malinconici. Non sarei certo una natura morta. A volte forse mi ritrovo nel quadro “l’urlo” di Munch.. ma questo capita a tutti credo. Penso che sarei tanti quadri insieme, con rapprentati fiori, mare, cielo, tramonti..che sia un mix di fragilità e forza. Un pò come sono io.. a volte molto fragile ed emotiva.. altre testarda, passionale, istintiva .
Progetti futuri..
Lavorativamente Il film #SelfieMania .. aspetto i vostri selfie mi raccomando! aiutatemi a fare un bel film.. e come ho detto prima, ci vediamo poi tutti al cinema!!
Nella vita.. quello di esser serena, con la speranza che le persone che Amo siano felici. Per me è più importante la felicità di chi amo.. perché la mia è direttamente proporzionale alla loro. Non saprei se è giusto o sbagliato.. ma è così.. questa sono io.. Ely e come scrivo spesso LovEly ..
Special Thanks Ph Pino Leone, outfit Nino Lettieri, make up Martina Crugliano.
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MALÈ e IL SUO MOZAMBICO

In mostra le opere dell’artista
Antonio Malendze (Malè)
dal 5 maggio al 9 settembre 2018
Inaugurazione sabato 5 maggio alle 17.30
MUSEO AFRICANO
(vicolo Pozzo 1 – Verona)

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Antonio Alberto Malendze (in arte Malè) è un promettente artista mozambicano che si inserisce nel contesto contemporaneo con opere dall’elevata valenza umana ed espressiva, legate ad un intimo significato esistenziale. Le sue figure sono generate da una straordinaria sensibilità e da una ricerca stilistica connotata da autentici valori i cui contenuti si caratterizzano per le suggestive immagini simboliche, che vanno ricercate ed interpretate nelle anse della sua sorprendente pittura.
Il mondo di Malè racchiude l’universo del suo Mozambico e non solo, perché nella poetica narrazione, che trae linfa dalle radici delle sue origini, si svelano intessuti tra le trame del colore, i vissuti umani universali, che trattengono il senso metaforico dell’essenza dell’esistenza, dei rapporti relazionali, dei richiami alle tradizioni (che emergono altresì nelle rievocazioni di feste e musica), nel rispetto dell’altro, nell’elemento dell’acqua come fonte  vitale, che racchiude il messaggio di buon auspicio per la prosperità del villaggio, incarnato nei peculiari “uomini goccia”.
Innumerevoli sono i simboli che si dipanano tra forme e colori. L’otre, le cui rotondità richiamano il ventre materno, implica il concetto della fertilità e della prosperità, il recipiente rivolto verso l’alto ha il compito di ricevere un dono, come quello della pioggia che rievoca abbondanza: l’acqua è il bene prezioso per il benessere della comunità.
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Persone danzanti e suonatori rammentano il profondo significato della musica popolare. Leopold Stokowski nel saggio “Musica per Tutti” ne descrisse l’importanza in questi termini: «Ogni nazione ha la sua musica popolare: canti e danze che accompagnano le feste, i riti, il lavoro. […] L’immenso valore della musica folkloristica risiede nella sua sincerità, semplicità e profonda emozione. Spesso la sua origine non può essere rintracciata, ma noi sappiamo che essa è venuta direttamente dal cuore e dall’anima di uomini vicini alla natura e sensibili alla realtà della vita. […] La musica e le arti sono nutrimento della mente e dell’anima». La melodia quindi è una forma di cultura universale perché, come suggeriva Stokowski: «Quando le comunità e le nazioni comprenderanno l’importanza[…]della musica in esse comincerà una grande era di evoluzione umana. Non si potranno forse eliminare la cupidigia, lo sfruttamento, la concorrenza spietata, ma la collaborazione tra gli uomini, la semplicità, la generosità, l’amore della cultura ne elimineranno i nefasti effetti e permetteranno di attuare quanto noi riteniamo giusto, vero e bello». Questa “Magia della musica” emerge dalle opere di Malè, dove canti, suoni, tradizioni, diventano vibrante armonia, che si esplica nelle note delle intense pennellate.

Musica che in alcune tele rappresenta la cura del corpo e dell’anima, la capacità di accrescere la vitalità individuale e collettiva, la celebrazione di una nascita o l’accompagnamento nella morte, l’impulso al risveglio interiore e la possibilità di contribuire alla guarigione.
Spesso compare il disegno del piede, dalle fattezze arcaiche, che indica stabilità o precarietà a seconda della posizione in cui è situato. Mentre il saluto, evidente nelle mani protese verso l’alto dei soggetti raffigurati, indica un segno di gratitudine per gli eventi quotidiani o per i momenti spirituali.
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L’Anziano, a cui Malè dedica tutto il suo rispetto, è la personificazione della Saggezza in quanto per molte società mozambicane è portatore di saperi antichi, tramandati oralmente: un’enciclopedia vivente. Le opere di Malè ritraggono e trattengono un mondo: la famiglia, la cultura, il folklore, la società, le origini, ma anche il triste e drammatico emigrare dal proprio amato paese. L’emigrazione racchiude un sentimen-to connotato da speranza e tristezza che emerge nell’opera in cui sono ritratti dei giovani in cammino, che si dirigono verso un futuro ancora ignoto, fiduciosi verso il domani ma consci dell’abbandono della propria terra natia, metaforizzata in lontananza dal profilo di una casa del villaggio, dove sull’uscio presenzia la madre con un figlio piccolo. Lo sguardo della donna si dirige amaramente lontano; la linea dell’orizzonte si traduce in questo volgersi altrove, mentre i colori della terra brillano delle tonalità africane, rammentando le origini e l’appartenenza alle proprie radici.
In alcune scene l’artista focalizza la sua attenzione sui valori comunitari, che riguardano il concetto della famiglia come centralità del nucleo umano in cui si sviluppano i presupposti della condivisione  e del rispetto per l’altro. La comprensione e l’ascolto sono aspetti fondamentali della sua ricerca estetica ed etica: emergono come rapporto dialogico tra gli individui, nel convivere della comunità, nelle persone del villaggio che si riuniscono nel rispettoso silenzio accanto all’anziano portatore di saggezza che tramanda con la sua voce gli insegnamenti non scritti.
Il parto o la gravidanza compaiono con straordinaria potenza espressiva nelle raffigurazioni e sono connessi ai cicli della natura e dell’esistenza che si rinnovano perpetuamente: l’archetipo della Vita/Morte/Vita.
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L’estetica di Malè potrebbe definirsi “surrealismo simbolico materico”, per la sua peculiare capacità di strutturare materiali di riciclo e pigmenti miscelati alla terra, alla sabbia e agli scarti del legno. Le ardue condizioni di vita, soprattutto all’inizio della sua carriera, l’hanno costretto a dipingere su tele di qualsiasi tipo, cucite insieme con una perizia sbalordiva, quasi fossero tasselli di ricordi. Malè su questi supporti poveri (cerate di ospedali, lenzuola lacerate, stoffe e stracci consunti)  fonde i suoi cromatismi creando innovativi elementi che si condensano come strati di pensiero perché, come egli stesso sottolinea: «La ricchezza nell’essere povero sta nel poter dipingere valori puri». Purezza che dona un’ulteriore dimensione di spiritualità e diviene immanenza nell’incontro con la tensione umana ed emotiva. Una pittura carica di potenza scultorea, svelata dalla corposità e pienezza della materia che si fa dialogo nella capacità di rievocare la realtà terrena e nella  finalità umana del costruire, pigmento su pigmento, quel mondo gravido di valori.
Malè è un uomo libero, che è stato capace, nel suo intenso percorso, di svincolarsi dalle scuole d’arte più diffuse a Maputo, in Mozambico, definite rigide e “filogovernative”, riuscendo a trovare uno stile straordinariamente originale ed unico. Nel 2009 stringe una stretta e duratura amicizia e collaborazione con i membri dell’associazione di promozione interculturale “African Art Gate” con sede a Brescia, che hanno organizzato numerose esposizioni, occupandosi della diffusione del suo operato artistico. Come sottolinea il fondatore Riccardo Del Barba: «Il nostro compito è di diffondere l’arte africana attraverso i valori e la cultura dei popoli. Abbiamo iniziato a promuovere l’artista Antonio Alberto Malendze, detto Malè, realizzando esposizioni e progetti con lo scopo di sensibilizzare adulti e bambini ai temi trattati nelle sue opere: l’acqua, la terra, la comunità ed i valori africani. African Art Gate non è fine a se stessa ma è arte come sviluppo culturale, strumento per arrivare ai valori umani, opportunità e progresso».
Un tempo il poeta e teorico André Breton (a sua volta influenzato da Freud) aveva dato impulso al movimento surrealista sottolineando l’importanza del sogno e dell’inconscio; Malè crea tele ed ambienti carichi di speranza e ci dice che la dimensione del sogno è un orizzonte possibile, insegnando che si possono ancora contemplare con stupore l’uomo ed il suo mondo.
Info:
Museo africano
Missionari Comboniani
 vicolo Pozzo 1,  37129 Verona
Tel. 045-8092199
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari esposizione:
da martedì a venerdì 9-12.30, 14-17
sabato 9.30-12.30, I e III domenica di ogni mese 15-18.
Chiuso il lunedì.
Associazione African Art Gate
Contatti: Riccardo Del Barba
Tel: 328 6345691
www.africanartgate.it
Artista Malè
www.antoniomalendze.it
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Il Sarcofago degli sposi di Cerveteri e la tomba degli auguri di Tarquinia

di Francesco Buttarelli

Il Sarcofago degli Sposi nel suo insieme è oggi classificato come reperto archeologico della civiltà etrusca  databile tra il 520 ed il 510 a.C. Il capolavoro è conservato nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma ed è considerato come una delle opere arcaiche etrusche più celebrate e conosciute, sia per l’alta qualità artistica e sia per il numero esiguo delle sculture che la civiltà etrusca ci ha lasciato. Buttarelli apr 3 copia
Il complesso venne ritrovato, insieme ad un altro manufatto molto somigliante conservato nel Museo del Louvre, durante gli scavi effettuati nella seconda metà dell’Ottocento presso la necropoli della “Banditaccia” a Cerveteri. Il nome e l’aspetto possono trarre in inganno il visitatore, poiché il sarcofago non segue una linea tradizionale come i sarcofagi dell’antico Egitto ove le salme mummificate vi venivano adagiate. Attraverso un’indagine ravvicinata si evidenzia la presenza di una grande urna cineraria destinata a contenere i resti di due persone. Evidenti tracce di pittura dimostrano che in origine l’opera era completamente colorata. Proseguendo l’esame del complesso deduciamo che i due coniugi sembrano intenti ad un banchetto. Sdraiati e semidistesi su un “Triclinio” elegante munito di materasso coperta e cuscino. L’uomo si presenta atletico, a busto nudo e a piedi scalzi, i suoi capelli sono lunghi e la sua barba ben curata. Il braccio destro è poggiato affettuosamente sulla spalla della moglie che indossa una lunga veste ed un mantello. La donna calza eleganti scarpine a punta (le donne etrusche attribuivano molta importanza ai sandali ed alle calzature in genere, la visione di un piede femminile curato era alla base del concetto di eleganza); i suoi capelli, divisi in trecce, sono in parte coperti da un copricapo particolare chiamato “Titulus”, un berretto con orlo ripiegato.

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Le mani degli sposi sono vuote, ma sicuramente un tempo dovevano sorreggere oggetti conviviali. La parte inferiore dei corpi si presenta schiacciata e rigida così da modificare e sfalsare la simmetria nella sua composizione che vede spostato tutto il peso sulla parte destra interrompendo l’equilibrio della scena. Gli sposi sorridono ed hanno un atteggiamento naturale, domestico, e sembrano voler comunicare l’amore che li unisce. Anche la gestualità mostra un sentimento rispettoso di coppia che si coglie dalla serenità dei volti, dai gesti pacati e dal particolare intreccio delle mani; tutto ciò grazie all’immenso talento dell’artista, capace di cogliere un intero scrigno di sentimenti facendolo giungere sino a noi.

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La Tomba degli Auguri di Tarquinia rappresenta un ciclo pittorico che unisce il rituale funebre con giochi sportivi. La decorazione parietale fu realizzata attraverso un affresco da un pittore di scuola greca tra il 540 ed il 530 a.C. Il complesso può essere annoverato nell’ambito del pensiero culturale che realizzò “La Tomba dei Giocolieri e la Tomba delle Olimpiadi”. Le pareti della tomba illustrano scene tratte dalla celebrazione di giochi funebri organizzati secondo l’usanza etrusca in onore del defunto.

L’autore dipinse le figure seguendo la linea precisa dell’anatomia dei corpi. Sulla parete di fondo è presente la porta a due battenti, simbolo del passaggio dal mondo dei vivi al luogo dei morti. Sulla parete destra è ritratto un uomo dalla veste purpurea, in rappresentanza del mondo politico e giuridico, il suo sguardo è rivolto alla porta dell’Ade e sembra voler salutare il viaggio del defunto. Nella stessa parete è dipinto un giudice di gara impegnato a controllare due lottatori che gareggiano.

L’ultimo affresco è dominato da una lotta tra belve feroci ed un antesignano dei gladiatori ; “Il Phersu”.

Un altro Phersu, sulla parete di sinistra è intento a danzare, mentre altri personaggi incappucciati risultano non identificabili a causa dell’incuria del tempo.

La tomba, nell’atmosfera magica che avvolge il visitatore, sembra anticipare temi di narrazione temporali che saranno evidenziati nell’arte dei secoli successivi.

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“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia
di Albrecht Dürer,

il primo artista tedesco

Marco Lovisco
www.dueminutidiarte.com



È uno degli eventi artistici più importanti di questi primi mesi del 2018. Al Palazzo Reale di Milano, fino al 24 giugno in mostra uno dei grandi dell’arte europee, Albrecht Dürer, capace di reinventare il rapporto tra creatore ed opera d’arte, riunendo teoria e prassi in capolavori di incontestabile valore.

Nelle sale del più importante palazzo espositivo milanese, circa 130 opere tra cui 12 dipinti dell’artista fiammingo, in dialogo con quelle di maestri tedeschi e italiani del XVI secolo, come Giorgione, Leonardo da Vinci, Mantegna o Lucas Cranach.

Un evento da non perdere. Per questo oggi vi racconto la storia di Dürer e del perché, può considerarsi il primo artista tedesco di sempre.

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    1. Albrecht Dürer (Norimberga 1471 – 1528) è stato uno dei maggiori rappresentanti del rinascimento nordeuropeo. Incisore, disegnatore, pittore e letterato, è considerato tra i più grandi artisti tedeschi di sempre.
  1. 2. Terzo di otto figli dell’orefice Albrecht Dürer “Il vecchio” e di sua moglie Barbara Holper, mosse i primi passi nel mondo dell’arte nella bottega paterna, dove apprese la tecnica dell’incisione. La sua formazione artistica vera e propria avvenne tra il 1490 e il 1494, lavorando in varie nazioni: dalla Germania all’Olanda, fino alla Francia e alla Svizzera. Quando rientrò a Norimberga, a ventitré anni, sposò Agnes Frey, discendente di una famiglia locale ricca e potente. Subito dopo il matrimonio però, Dürer partì da solo alla volta di Venezia per andare a studiare i maestri dell’arte italiana. Ritornò da Agnes un anno dopo e, grazie alla cospicua dote dell’amata, aprì una bottega di artista a Norimberga.
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    3. Dürer subì a lungo il fascino dell’arte italiana. Nel suo primo viaggio a Venezia (a cui ne seguì un secondo nel 1505) rimase affascinato dalle opere di Giovanni Bellini, da cui riprese la vivacità dei colori e l’attenzione al dettaglio, evidenti nel dipinto I quattro apostoli. Altro punto di riferimento per l’artista tedesco fu anche il grande Leonardo, di cui Dürer pare amasse l’approccio all’arte teorico e naturalistico e da cui trasse la consapevolezza che l’artista è molto più di un semplice artigiano, concetto impensabile nel nord Europa del XVI secolo.
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    4. Oltre che grande artista, Dürer fu anche un lungimirante imprenditore. Quando si rese conto che le sue stampe incontravano il gusto del pubblico e che fossero facilmente riproducibili, cominciò a lavorare autonomamente (e non su commissione) su soggetti che potessero piacere al suo pubblico di riferimento, in modo da produrre in serie opere d’arte che diventarono pregiati complenti di arredo nelle case dei ricchi borghesi. In pratica con lui mutò un principio di base del mercato dell’arte dell’epoca: l’artista studiava il mercato per anticiparne le richieste. Aveva anticipato con secoli di anticipo i principi del marketing. Altro particolare: Dürer fu sempre molto attento al “copyright” delle sue opere, tanto da richiedere all’imperatore un atto apposito che tutelasse la sua firma.
  1. 5. Personaggio influente del suo tempo, Dürer fu attento alle vicende politiche e sociali della sua epoca. Una delle sue opere più famose infatti, Il cavaliere, la morte e il diavolo, secondo alcuni critici evidenzia la crisi del mondo cattolico (il cavaliere), tentato dalle lusinghe della ricchezza e del potere (il diavolo). L’opera è del 1513, nel 1517 Lutero affiggerà a Wittenberg le sue tesi che daranno vita alla religione protestante.
  1. 6. Anche un’altra opera di Dürer assume un importante valore simbolico: si tratta dell’Autoritratto con pelliccia (realizzato nel 1500). Nel dipinto il volto dell’artista somiglia a quello del Cristo. Il paragone poteva apparire blasfemo, ma in realtà l’artista precisò che con quella somiglianza voleva dimostrare come tutti gli uomini fossero stati creati ad immagine di Dio. A prescindere dall’importanza simbolica del dipinto, noi oggi possiamo ammirare il tratteggio e l’ombreggiatura che, uniti all’attenzione al dettaglio e alla riproduzione della realtà sono tratti distintivi dell’arte di Dürer.
  1. 7. La riproduzione fedele della natura del resto, sarà uno dei tratti distintivi dell’arte di Dürer. Una delle sue opere più celebre è quella del Leprotto, tanto preciso da sembrare una fotografia. Nel 1515 invece realizzò una bellissima stampa di un rinoceronte, nonostante l’artista non ne avesse mai visto uno. Per realizzarlo si era infatti basato su di una descrizione e un fugace schizzo che un uomo di affari di Lisbona aveva inviato a un amico di Norimberga. Pare infatti che il re del Portogallo avesse nel suo giardino un rinoceronte, dono del sultano di Cambray. Questo aneddoto spiega l’approccio all’arte di Dürer, rigoroso e scientifico, eredità del maestro Leonardo, probabilmente.
  1. 8. Negli ultimi anni di vita, Dürer mise per iscritto le sue teorie legate all’arte in vari trattati in cui affrontò temi come: la prospettiva, le proporzioni del corpo umano, l’astronomia e architettura. L’obiettivo era quello di nobilitare la figura dell’artista come uomo di pensiero oltre che di tecnica, differenziandola così da quella del semplice artigiano.
  1. 9. Nel 1520 Dürer si recò nei Paesi Bassi per assistere all’incoronazione dell’imperatore Carlo V. Nel corso del viaggio si ammalò gravemente (forse di malaria). Tale malore lo tormentò fino agli ultimi giorni di vita, causandone la morte nel 1528, a soli 57 anni.
  1. 10. Dopo la sua morte Lutero scrisse “È naturale e giusto piangere per un uomo così illustre”. Riverito e apprezzato, nel XIX secolo in tutta la Germania sorsero statue dell’artista, la più famosa si trova nel centro di Norimberga. Persino Hitler adorava le opere del maestro tedesco, tanto da avere nel suo studio una copia originale de Il cavaliere, la morte e il diavolo. Pare che l’artista nazista Hubert Lanzinger, per omaggiare il fürer avesse preso spunto dall’opera per realizzarne una copia, a cui aveva aggiunto un dettaglio: il cavaliere aveva il volto di Hitler. Baffi compresi.

Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

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Canaletto 1697 – 1768

A cura di Silvana Gatti

Dall’11 aprile al 19 agosto 2018 al museo di Roma, Palazzo Braschi, si tiene la mostra “Canaletto 1697 – 1768” promossa dall’assessorato alla cultura di Roma Capitale con l’organizzazione dell’associazione culturale MetaMorfosi, presieduta da Pietro Folena, in collaborazione con Zetema progetto Cultura e a cura di Božena Anna Kowalczyk.

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L’esposizione,  nella spettacolare cornice delle sale di Palazzo Braschi, celebra il 250° anniversario della morte del pittore veneziano, con sessantotto tra dipinti e disegni e documenti, di cui alcuni fissati nella memoria collettiva. Tutti ricordano almeno un’immagine di Venezia, dipinta dal Canaletto, riprodotta sui vecchi sussidiari delle scuole elementari. Le opere in mostra provengono da alcuni tra i più importanti musei del mondo, tra cui il Museo Pushkin di Mosca, il Jacquemart-André di Parigi, il Museo delle Belle Arti di Budapest, la National Gallery di Londra e il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Presenti anche alcune opere conservate nelle collezioni britanniche per le quali sono state appositamente create,  e altre provenienti dai musei statunitensi di Boston, Kansas City e Cincinnati. Tra le istituzioni museali italiane hanno prestato le loro opere: il Castello Sforzesco di Milano; i Musei Reali di Torino; la Fondazione Giorgio Cini. Istituto per il Teatro e il Melodramma e le Gallerie dell'Accademia di Venezia; la Galleria Borghese e le Gallerie Nazionali d'arte Antica Palazzo Barberini di Roma.

3. Torino Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli 600
Un evento di portata nazionale e internazionale, confermato dall’interesse di Sky Art, che sta producendo un documentario su “Canaletto 1697 – 1768”, e di Vittorio Sgarbi, presente all’inaugurazione della mostra.

Il percorso attraverso le sontuose  sale di palazzo Braschi,  concepito come un vero e proprio dossier sulla personalità e la creatività di Canaletto, si snoda attraverso otto sezioni che raccontano il suo rapporto con il teatro, il capriccio archeologico ispirato alle rovine dell’antica Roma, i primi successi a Venezia, gli anni d’oro, il rapporto con i suoi collaboratori e l’atelier e la presenza del nipote Bernardo Bellotto (con alcuni precisi confronti tra le versioni del maestro e dell’allievo della stessa veduta), le vedute di Roma e dell’Inghilterra, gli ultimi fuochi d’artificio al ritorno a Venezia. Completano il percorso espositivo alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Venezia

4. Torino Pinacoteca del Lingotto Giovanni e Marella Agnelli 600
Una mostra che svela al visitatore la personalità creativa, sensibile e innovativa di un artista che ha  rivoluzionato il genere della veduta, fino allora ritenuto secondario, elevandolo al rango di pittura di storia e di figura, emblema degli ideali scientifici e artistici del periodo dell’illuminismo.

Il racconto della sua vita artistica è interessante, e parte dalla giovinezza tra Venezia e Roma come uomo di teatro e impetuoso pittore di rovine romane, sino al successo ottenuto in seguito in qualità di pittore delle vedute veneziane. Decretano il successo internazionale  le commissioni degli ambasciatori stranieri, con grandi  tele che raffigurano le feste della Serenissima in loro onore. Molto bello a tal proposito il magnifico “Bucintoro di ritorno al Molo il giorno dell’Ascensione” proveniente dal Museo Pushkin.  Le luminose vedute di Venezia,  ricche di dettagli architettonici e di scene di vita quotidiana, accendono l’entusiasmo dei turisti inglesi del Grand Tour che li richiedono come souvenir del viaggio. Non mancano, tuttavia, eventi imprevisti: a Londra il Canaletto deve pubblicare annunci sui giornali per contrastare alcune voci denigratorie nei suoi confronti e, tornato a Venezia, viene eletto accademico delle Belle Arti con difficoltà. Infine, come accade a molti geni, la morte lo coglie in povertà.

Tra i capolavori in mostra, oltre al dipinto proveniente dal Museo Pushkin, spiccano due opere della Pinacoteca Gianni e Marella Agnelli di Torino: “Il Canal Grande da nord, verso il ponte di Rialto”, e “Il Canal Grande con Santa Maria della Carità”, esposti per la prima volta assieme al manoscritto della Biblioteca Statale di Lucca che ne illustra le circostanze della commissione e della realizzazione.

Una sala ricca di prestiti eccezionali – dal museo di Cincinnati e da collezioni private - è dedicata alle vedute di Roma che Canaletto realizza negli anni della maturità, partendo dai propri disegni preliminari o dalle stampe di Desgodets, Falda, Specchi e Du Pérac, alcune delle quali sono raccolte negli album provenienti dal Museo di Roma.

Tra i dipinti, vanno menzionate le due parti di un’unica, ampia tela, raffigurante Chelsea da Battersea Reach, tagliata prima del 1802 e riunita in questa mostra per la prima volta. La parte sinistra proviene da Blickling Hall, National Trust, Regno Unito, quella destra dal Museo Nacional De Bellas Artes de la Habana, eccezionalmente concessa in prestito dal governo cubano.

Accanto ai dipinti sono esposti 9 disegni, dai piccoli studi preparatori a grandi fogli accuratamente rifiniti e destinati ai più raffinati collezionisti o a essere incisi, come “L’incoronazione del doge sulla Scala dei Giganti”, della serie delle Solennità dogali, concesso in prestito da Jean-Luc Baroni Ltd. di Londra.

Viene presentata la sua intera parabola come pittore e disegnatore per definirne le diverse fasi tecniche e stilistiche: dalla maniera libera e drammatica delle prime opere – sulle quali si è posto un accento particolare – alle immagini più affascinanti di Venezia e a quelle eleganti del soggiorno di nove anni in Inghilterra. Si passa poi ai suoi tardi, sofisticati capricci,  tipico genere della pittura veneziana del XVIII secolo con architetture fantastiche e creazioni prospettiche accostate a elementi reali o, ancora, a moderni edifici provenienti da differenti realtà urbane o diverse epoche storiche.  Il primo Capriccio del Canaletto, del 1723, rappresenta la Piramide Cestia di Roma accanto alla cinquecentesca Basilica del Palladio di Vicenza; il suo noto Capriccio palladiano (seconda metà del ‘700) raffigura storici edifici palladiani inseriti in ambito  veneziano. Sono quadri che sembrano anticipare la suggestione della pittura metafisica del XX secolo, ben distanti, quindi, dal concetto stereotipato del Canaletto fotografo, come sostenevano frettolosamente alcuni critici.

In occasione dell’esposizione viene pubblicato un ricco ed esaustivo catalogo, edito da Silvana Editoriale e a cura di Bożena Anna Kowalczyk, che include alcuni saggi sull'artista e la sua opera, presentando al pubblico e agli studiosi gli esiti delle più recenti ricerche storiche e archivistiche, così come i risultati degli studi sulla sua tecnica e il suo metodo di lavoro. Un artista da riscoprire, attraverso questa mostra esaustiva che soddisferà molte delle curiosità dei visitatori.

Dal 11/04/2018 al 19/08/2018

 INFO:
Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18).

Giorni di chiusura: lunedì, 1 maggio

Prezzo

Biglietto “solo mostra”: intero € 11; ridotto € 9; Speciale Scuola € 4 ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni); Speciale Famiglia: € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni) Biglietto integrato Museo di Roma + Mostra (per non residenti a Roma): intero € 17; ridotto: € 13 Biglietto integrato Museo di Roma + Mostra (per residenti a Roma): intero € 16; ridotto € 12 Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

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