Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Grandi Mostre

Gio Ponti.
Ceramiche 1922 - 1967
Dal 17 marzo al 13 ottobre 2024
Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza
A cura di Marilena Spataro

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E'dedicata al grande architetto, artista e designer Gio Ponti (1891-1979), promotore e divulgatore del Made in Italy, la grande mostra in corso al MIC fino al 13 ottobre 2024.
Intitolata “Gio Ponti. Ceramiche 1922-1967”, è a cura di Stefania Cretella, e vede in esposizione oltre duecento opere articolate in 15 sezioni - tra ceramiche, vetri, arredi e disegni - che attraversano il lavoro del grande artista dal 1922 al 1978. Un percorso espositivo di straordinaria suggestione che da conferma della sua originalissima e innovativa visione dell’abitare e del nuovo vivere moderno. Fin dagli esordi il pensiero di Ponti si concentra nel cercare uno stile adeguato alla modernità e al gusto del tempo, conciliandolo tuttavia con la tradizione classica (etrusca e romana) e con il fare dell’alto artigianato artistico.

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Oltre a dare un contributo fondamentale nella definizione dello stile italiano attraverso la sua attività progettuale, il grande designer ha rafforzato la sua azione avviando una fitta rete di relazioni con artisti, industriali e artigiani e, soprattutto, assumendo la direzione di due riviste divenute storiche del settore come “Domus” e “Stile” e partecipando costantemente a mostre ed esposizioni.
Fu infatti protagonista delle Biennali di Monza, delle Triennali di Milano e di eventi internazionali come la mostra itinerante “Italy at Work. Her Renaissance in Design Today” tenutasi negli Stati Uniti tra il 1950 e il 1953, volta proprio a promuovere oltreoceano il “Made in Italy” presentando i massimi rappresentati del design e dell’alto artigianato artistico italiano.
Il rapporto con la ceramica di Gio Ponti inizia appena conseguita la laurea, tra il 1921 e il 1922 entra a far parte della Richard-Ginori e comincia il rinnovamento del repertorio storico della manifattura proiettandola verso il nascente gusto déco.

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La mostra di Faenza mette a fuoco il fondamentale contributo apportato dal nuovo direttore artistico nel corso di circa un decennio, proponendo anche confronti con designer e artisti attivi negli stessi anni presso altre manifatture italiane, evidenziando le ricadute che il modello pontiano ha avuto sul contesto contemporaneo.
Agli inizi degli anni trenta, Ponti si avvarrà della collaborazione del giovane Giovanni Gariboldi che diverrà prima il suo assistente, poi il suo successore in casa Richard-Ginori. Terminati i rapporti con la manifattura nel 1933, tornerà saltuariamente a collaborare con l’azienda proponendo idee di grande estro creativo e iniziando a stringere nel tempo rapporti con il mondo delle arti decorative e del design. In più di cinquant’anni di attività collaborera' con Pietro Melandri e il contesto faentino (famose le cartepeste realizzate con i Dalmonte), con le Ceramiche Pozzi, Gabbianelli, Venini, Fontana Arte e Sabattini, per citare le principali aziende con cui promuovera' percorsi e progetti unici e incredibilmente attuali.

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La cifra stilistica di Ponti è un segno senza tempo, contemporaneo, che ha stimolato dialoghi con artisti e designer della sua epoca, ma ha anche ispirato ceramisti del XXI secolo.
Il percorso espositivo si conclude, infatti, con una sezione dedicata all’eredità di questo grande Maestro e alle influenze che tale eredità ebbe su autori quali Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, per giungere ai contemporanei POL Polloniato, Diego Cibelli, Bertozzi&Casoni, Andrea Salvatori.
La mostra è corredata da un ponderoso e ricco catalogo, edito dalla Dario Cimorelli editore di Milano, che si avvale del supporto dell’Archivio Ponti e dei contributi critici del curatore, di Claudia Casali, Elena Dellapiana, Matteo Foches- sati, Fulvio Irace, Salvatore Licitra, Fiorella Mattio, Oliva Rucellai, Valerio Terraroli.
Documenta il ricco e vario percorso il film “Amare Gio Ponti”, per la regia di Francesca Molteni, prodotto da Muse Factory of Projects in collaborazione con Gio Ponti Archives, promosso da Molteni&C.
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I Tesori delle nostre città

MIC - Museo Internazionale delle
Ceramiche di Faenza
Un gioiello d'arte e bellezza che custodisce la più
importante raccolta al mondo di ceramiche
www.micfaenza.org
A cura dell'ufficio stampa e comunicazione del MIC


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Fondato nel 1908 da Gaetano Ballardini il MIC- Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza è la più importante raccolta al mondo dedicata alla ceramica e un vero polo culturale dedicato a questa materia. Il suo patrimonio consiste in oltre 60 mila opere che vanno dai 4000 anni a.C. ai giorni nostri.

Una ricchissima collezione che attraversa i secoli e tutte le culture per approfondire la storia legata ad una materia antica quanto all’umanità.
Il percorso si sviluppa in sedici sezioni allestite all’interno dei locali del quattro- centesco monastero camaldolese di San Maglorio e nella nuova ala del museo che negli anni Duemila ha completamente rinnovato i locali della ex ebanisteria Casalini adiacenti al monastero.

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Al piano terra si possono ammirare le raffinate porcellane dell’Estremo Oriente giunte a noi attraverso la “Via della Porcellana” e che da Marco Polo in avanti hanno influenzato nei decori anche la produzione occidentale; la più importante collezione in Italia di ceramiche precolombiane con circa duecento oggetti del Messico, Centro e Sud America, di cui alcuni assai rari; le ceramiche del Vicino Oriente Antico e dell’antico Egitto e quelle Classiche (etrusche, romane e greche) oltre ad una panoramica sulla produzione del mondo islamico antico.

Al piano superiore si entra nel vivo della collezione con le ceramiche faentine che sono esposte partendo dal periodo medioevale per arrivare al Barocco, passando dal Rinascimento, periodo cruciale della produzione faentina. Si pensi che a Faenza in quel periodo si registrano attive oltre 260 botteghe. Le maioliche faentine e in particolare i “Bianchi di Faenza” a partire dalla meta del 1500 e per oltre un secolo ebbero una tale diffusione e fama in Europa che il termine “Faience” venne identificato con maiolica.
Da non perdere è la sezione dedicata alle maioliche italiane del Rinascimento. Una meravigliosa collezione che espone ceramiche provenienti dai più importanti centri di produzione regionali d’Italia: dalle maioliche istoriate del Ducato di Urbino, ai lustri dorati e rosso di Gubbio e Deruta ai policromi vasellami di Venezia e alla produzione toscana dove spicca la coppa in porcellana medicea, rarissimo esempio di ricerca rinascimentale rivolto alla produzione della porcellana.
Si passa a un’ampia panoramica sulla ceramica dal 1600 al 1800 presentate con una suddivisione regionale, ma di grandissimo interesse è la collezione dedicata al Novecento italiano ed europeo, con ceramiche del periodo futurista, Liberty, Deco e opere di grandi maestri come Picasso, Chagall, Matisse, Arturo Martini, Fontana, Leoncillo, Burri o pezzi delle grandi manifatture italiane ed europee.
Il MIC di Faenza non è solo museo, ma è un vero e proprio centro di ricerca, studio e promozione della ceramica. Ospita un laboratorio di restauro, una biblioteca, archivi fotografici e documentari, un laboratorio didattico. Dal 1938, ogni due anni, organizza il Premio Faenza, un concorso dedicato all’espressioni d’arte contemporanee realizzate con la ceramica. Sempre ogni due anni coordina Argillà Italia, mostra mercato dell’artigianato artistico internazionale.


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Preraffaelliti. Rinascimento moderno

Forlì, Musei San Domenico
Una grande mostra di respiro internazionale dedicata al Movimento dei Preraffaeliti, ha inaugurato quest'anno la stagione espositiva dei Musei San Domenico di Forlì.
Di Marilena Spataro

Preraffeilliti580 Beato Angelico Compianto sul Cristo morto


















Dal 24 febbraio, fino al 30 giugno 2024, oltre 300 opere, di artisti italiani e stranieri, con importanti prestiti di prestigiosi musei nazionali, europei e americani, lungo un affascinante percorso espositivo testimonieranno la profonda influenza dell’arte italiana, dal Medioevo al Rinascimento, sul movimento artistico, quello, appunto, dei Preraffaeliti, che ha rivoluzionato l’Inghilterra vittoriana e influenzato in maniera determinante la stagione europea del simbolismo.
Tra gli anni Quaranta dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, l’arte storica italiana, dal Medioevo al Rinascimento, ha un forte impatto sulla cultura visiva britannica, in particolare sui Preraffaelliti. Questo movimento artistico, nato nell’Inghilterra vittoriana di metà Ottocento a opera di alcuni artisti ribelli – William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti - aveva lo scopo di rinnovare la pittura inglese, considerata in declino a causa delle norme eccessivamente formali e severe imposte dalla Royal Academy.

Preraffeilliti559 Frederic Leighton Greek girls picking up pebbles by the sea



























Preraffaelliti. Rinascimento moderno – diretta da Gianfranco Brunelli con la prestigiosa curatela di esperti di fama internazionale: Elizabeth Prettejohn, Peter Trippi, Francesco Parisi e Cristina Acidini con la consulenza di Tim Barringer, Stephen Calloway, Charlotte Gere, Véronique Gerard Powell e Paola Refice – propone una ponderosa carrellata di opere tra dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie, mobili, ceramiche, opere in vetro e metallo, tessuti, medaglie, libri illustrati, manoscritti e gioielli, che raccontano la storia del movimento dei Preraffaeliti, affiancando per la prima volta una consistente rappresentanza di modelli italiani, tra cui opere di antichi maestri, alle opere britanniche; ma anche opere di artisti italiani di fine Ottocento ispirate ai precursori britannici. Oltre ai padri fondatori del Movimento, saranno esplorati in modo approfondito altri esponenti chiave, quali Edward Burne-Jones, Ford Madox Brown e Frederic Leighton, mentre altri talenti saranno rappresentati da una selezione di opere che evidenzino punti di connessione specifici.

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Il Preraffaellismo – la cui data di inizio può essere fissata con certezza al 1848, ma la cui conclusione non è facile da individuare perché sfuma nei movimenti decadente e simbolista – non fu un ritorno reazionario agli stili del passato ma un progetto visionario capace sia di rendere le opere che ne nacquero qualcosa di decisamente moderno, sia di restituire forza e presenza alla tradizione italiana. I Preraffaelliti attinsero infatti a un’ampia gamma di influenze ed elementi storici, in momenti diversi si ispirarono all’arte e all’architettura gotica veneziana, a Cimabue, a Giotto, oltre che a maestri del Rinascimento, come Botticelli e Michelangelo, rivolgendosi infine con altrettanto entusiasmo all’arte veneziana del XVI secolo di Veronese e Tiziano.

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La mostra si articola in sezioni che hanno come filo conduttore il concetto di re-invenzione nelle sue varie declinazioni. Esse sono documentate da opere di artisti britannici, non sempre noti al grande pubblico, tuttavia, in grado di restituire, con inedita chiarezza, i tratti maggiormente peculiari.
La mostra é organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì, ed è accompagnata da un catalogo di Dario Cimorelli Editore, con saggi e articoli dei curatori e contributi dei co-curatori ospiti.
Il percorso espositivo si articola all’interno della Chiesa di San Giacomo e melle grandi sale che costituirono la biblioteca del Convento di San Domenico.

Info:
www.mostremuseisandomenico.it
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Consigli di lettura

Il libro d'Isaia
Traduzione di Gian Ruggero Manzoni
A cura di Marilena Spataro

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Scrittore, poeta, teorico dell'arte, pittore. Tra le decine di libri scritti in ambito artistico, culturale e letterario, a partire da inizi anni '80, Gian Ruggero Manzoni, ha, anche, tradotto e pubblicato ben tre testi biblici: Esodo nel 2010, Genesi nel 2022, infine, quest'anno, Isaia per le Edizioni De Piante, probabilmente, il più impegnativo tra i tre libri tradotti.

A parlarci di questa sua ultima fatica letteraria e' lo stesso autore attraverso una sintetica presentazione scritta (riportata sotto) del testo biblico unitamente a un incisivo e avvincente excursus storico, nei tempi attuali illuminante, sul pensiero, i costumi e la civiltà del popolo ebraico.


Tra il Tutto e il Nulla

Per una nuova traduzione del Libro di Isaia

Innanzitutto necessita dire che ormai tutti gli studiosi considerano questo importantissimo e interessantissimo libro (sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista filosofico, sia dal punto di vista teologico, sia come ricca fonte di informazioni storiche inerenti il popolo ebraico) un’opera composita (quindi una scrittura a più mani), pervenuta alla forma attuale poco prima del 140 a.C. (ultima data indicata a livello accademico), quando gli Ebrei, dopo vari conflitti, anche “civili”, cioè consumati fra loro, finalmente si riunirono, di nuovo, in un unico regno. Il libro consta di tre parti distinte che vengono rispettivamente attribuite: a) all’Isaia storico (o Primo-Proto Isaia, operante circa a metà dell’VIII secolo a.C., e questo dal capitolo 1 al 39, ma, più probabilmente, dall’1 al 31); b) al cosiddetto Deuto o Deutero-Isaia (o Secondo Isaia, operante a metà del VI secolo a.C., e questo dal capitolo 40 – o 32 che sia – al capitolo 55); c) al Trito-Isaia (o Terzo Isaia, operante nell’ultimo quarto del VI secolo a.C., e questo dal capitolo 56 al capitolo 66). Per chi non lo sapesse Isaia, il cui nome significa “Dio o il Signore (mi) salva” (nato forse nel 780 a.C. – alcuni dicono nel 770 a.C., altri nel 765 a.C. – e morto, circa, nel 645 o 648 a.C., quindi comunque molto vecchio se non vecchissimo!), era un Levita, cioè apparteneva alla tribù di Levi.

Figlio di un certo Amoz, visse tutta la sua esistenza a Gerusalemme e pare avesse origini nobili (quindi farisee), inoltre sembra fosse sposato con una sorta di “veggente”; si crede, altresì, che da tale unione avesse avuto due figli, e si reputa che fosse attivo, a corte, quale consigliere, e ciò dal regno di Ozia (781-740 a.C.) fino a quello di Manasse (689-642 a.C.), attraverso i regni di Iotam (740-736 a.C.), Acaz (736-716 a.C.) ed Ezechia (716-689 a.C.); inoltre, secondo la tradizione, pare che Isaia sia stato ucciso quale martire (fatto a pezzi con una sega di legno) durante la sovranità del crudele, sanguinario, blasfemo e idolatra Manasse, il quale mai sopportò quello che l’incorruttibile Isaia diceva riguardo la possibile venuta di un messia e la sua “moralistica”, seppur equa ed elevata, pre- senza entro la reggia. Inutile dilungarsi sulla storia degli Ebrei comprendente quel lungo periodo (in parte ne parlerò in uno scritto successivo a questo), basti sapere che il libro tratta di eventi che partono dalla morte di re Salomone, quindi dalla divisione delle dodici tribù ebraiche in due regni posti, all’incirca, dove ora si ha lo Stato di Israele (Regno d’Israele a nord e Regno di Giuda a sud), fino all’Impero Persiano di Ciro il Grande (nato nel 590 a.C., morto nel 530 a.C.). Testo oltremodo simbolico, metaforico, “ossimorico”, psicologico, a volte criptico, il Libro di Isaia, che ci presenta un Dio spietato ma, parimenti, indulgente, violento ma misericordioso, sanguinario ma benevolo, geloso ma amoroso, offensivo ma consolatorio, politico ma santo, seminatore di peste ma taumaturgo, pubblico ministero, oltremodo severo ma, nel contempo, anche pietistico avvocato difensore, collerico ma paterno e, perché no, anche materno, e questo sia nei confronti dei nemici sia nei confronti dei popoli stranieri sia, soprattutto, nei confronti del “suo popolo”, purché in lui si credesse… purché in lui si avesse fede… purché lo si riconoscesse quale “unico” e, dopo essersi convertiti, lo si venerasse, lo si “coccolasse”, tramite i sacrifici indicati, e sottostando ai suoi comandamenti e alle sue regole… dicevo, il Libro di Isaia non è facile da tradursi – dal greco antico della Septuaginta (III secolo a.C.), poi guardando il latino delle Vulgata (IV secolo d.C.), e infine, per concludere, parametrando il tutto con l’ebraico di quei tempi, cioè quello usato per redigere il Tanakh o Bibbia Ebraica (XIII secolo a.C.) – in particolare perché più volte (se non sempre) la voce di Isaia si mischia con quella dell’Onnipotente, e viceversa, così che non si comprende chi l’uno o chi l’altro, e reputo che ciò sia stato più che voluto, considerato che era un profeta divino (quindi “profeta” nell’accezione di “colui che par- la per conto di un altro”), il quale narrava, descriveva e sentenziava, e inoltre perché, come si è detto in precedenza, molte sono state le mani che hanno rivisto il tutto, 8 ritoccandolo qui e là, al fine di adattarlo alla propria visione religiosa, e questo sia prima che dopo la venuta di Gesù di Nazareth.

Comunque l’entrare in questo libro attanaglia colui che cerca di sviscerarne la pura essenza fideistica e, in particolare, etico-poetica. Infatti Isaia fu anche uno degli ispiratori della grande riforma religiosa avviata da re Ezechia, quella che mise al bando le usanze idolatre e animiste (che gli Ebrei avevano adottato imitando i popoli vicini) nonché ogni sovvertimento inerente i comandamenti introdotti da Mosè, per quindi scagliarsi contro i sacrifici umani (prevalentemente di neonati o bambini), contro i simboli sessuali, gli idoli di ogni forma e materiale, nonché contro i “facili costumi” che avevano “appestato” il popolo giudaico. Altro bersaglio della riforma furono le usanze culturali puramente edonistico-esteriori e quelle pratiche religiose, di vario genere e grado, che non erano sostenute da una condotta di vita corretta e dal rispetto verso Dio e verso il prossimo. Importante è anche come il concetto di Nulla – parola che, nel testo, ho riportato sempre con la maiuscola quale entità, quale componente a tutti gli effetti, come fosse la sola alternativa a Dio o il suo contrasto, nonché quale “personaggio” – in questo scritto si faccia strada. Secondo gli insegnamenti della Cabala ebraica, prima che l’Universo, di cui facciamo parte, fosse creato, esisteva solo Ayin (il Nulla, o meglio, Nulla, senza l’articolo). Ciò fu ribadito nell’importante testo Sefer Yetzirah (il Libro della Creazione o della Formazione, 9 scritto da anonimo, si crede in Babilonia, nel III secolo d.C.) e dal rabbino Sa’adya ben Yōssef, da noi conosciuto come Saadya Gaon, nato in Egitto nell’882 d.C. e morto a Baghdad nel 942 d.C., il quale sostenne, con sommo coraggio, che (il) Nulla era alla base di (del) Tutto (quindi Tutto era = “yesh me-Ayin” = “un qualcosa da Nulla”), e che Tutto sarebbe tornato prima o poi a Nulla, andando ovviamente contro ciò che invece sostenevano ad esempio gli aristotelici, cioè che il cosmo avesse avuto inizio da un nucleo di materia primordiale e risultasse eterno. Il filosofo e rabbino Moshe ben Maimon, da noi conosciuto come Mosè Maimonide, nato a Cordova nel 1135 d.C. e morto a Il Cairo nel 1204 d.C., “aumentò la do- se”. Dopo aver accettato sia le teorie presenti nel Sefer Yetzirah sia quelle di Gaon, disse e poi scisse, riferendosi a Dio e tenendo presente il Capitolo 2 della Mishnah 6: “Vero che Egli fece Ayin, Yesh” = “Vero che Egli fece ciò che non era in ciò che è”, oppure “Vero che Egli fece Nulla in qualcosa”, o anche “Vero che Egli trasformò il suo anche essere Nulla in qualcosa”, quindi attribuendo a Dio, fra le tante, “anche la sostanza di Nulla”, dando l’avvio a quella che viene definita la Teologia Negativa, per cui non essendoci parole per indicare con certezza il chi sia o il “cosa” sia la divinità, si può solo descrivere ciò che la stessa non è, e in quel “non essere” ecco il massimo castigo anche per gli umani, vale a dire “il tornare Nulla – ahinoi – assieme a Dio”. Quindi Dio è perché non uomo, ma Dio è anche perché esistono gli uomini, sue creazioni da Nulla… sue “affermazioni”… sue “testimonianze”… e mi fermo qui… già questa è “carne molto dura” da digerirsi… “carne che lascio ai teologi”, come avrebbero potuto dire i filosofi tedeschi Friedrich Heinrich Jacobi e Johann Gottlieb Fichte. Innegabilmente questo di Isaia è libro che ha aiutato gli Evangelisti a dare vita al Nuovo Testamento; è libro che ha anticipato l’Apocalisse di Giovanni; è, in primo luogo, un libro sempre attuale perché riflette in pieno quella che è la natura umana, in tutte le sue componenti, fino alle sfumature. Sì, questo è un libro che castiga la mente (la mia compresa, nell’affrontarlo per tradurlo), ma che infine purifica e incrementa, non poco, la voglia di combattere in nome di certi valori e per certi vessilli.

Gian Ruggero Manzoni
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José Luis Naharro

Maestro della Pop Art
di Svjetlana Lipanović
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Il pittore José Luis Naharro nasce a Zaragoza in Spagna nell'ottobre del 1958 in una famiglia degli artisti. Presto scopre il suo innato talento e, la sua vocazione artistica. Il passo successivo è l'iscrizione presso la Scuola della Belle Arti che frequentò con successo. Attualmente è uno dei più importanti esponenti della Pop Art mondiale che risiede a Losanna in Svizzera. Le sue opere si trovano nelle gallerie e presso gli amanti dell'arte tra l'Europa ed America Latina. Per capire il significato delle sue magnifiche creazioni è importante fare un passo indietro nel periodo quando è nato il movimento della Pop Art. In seguito al disastro mondiale provocato dalla Seconda guerra e, la nascità della società del consumo, nel 1950 in Inghliterra e negli Stati Uniti si è formato un movimento artistico che lanciò una sfida alla tradizionale arte. Nelle coloratisime tele sono apparse le immagini e simboli del mondo quo- tidiano e della comunicazione. Le varie ispirazioni spaziano da: soggetti popolari, cinema, fumetti, pubblicità ma, rappresentati con pungente ironia. Proprio, l'ironia è la principale caratteristica degli artisti Pop Art ed anche di José Luis Naharro. Ogni l'artista del movimento ha trovato un suo modo personale per esprimerla, nelle opere che sono anche lo specchio del consumismo dilagante. Negli anni, il pittore Naharro ha creato un suo universo del cromatismo affascinante, divertente, pieno di energia e movimentato dove le scene e i simboli della cultura popolare, della società dei consumi sono rappresentati con i personaggi di fumetti, oppure ideati da Disney; loro acquistano una nuova vita che li vede protagonisti nelle varie situazioni. Le immagini emozionanti dipinte con la vernice industriale alla cellulosa rende le tele particolarmente luminose, con i colori scintillanti.

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I simpatici, attraenti protagonisti delle tele sono immortalati con una perfezione armoniosa dei movimenti. E' molto significativo il breve testo critico scritto da Juan Gabriel Lopez: « Una delle caratteristiche di questo artista è che può passare due o tre giorni a lavorare senza fermarsi. Per Naharro, dipingere è un modo per scollegarsii dalla realtà e lo paragona alle droghe o alcol, bevande che alcuni artisti usano per raggiungere uno stato di trance o di allucinazione che sono necessarie quando si tratta di una opere che è più forte di te.». E lo stesso pittore aggiunge: «Trovo questa forza isolandomi totalmente, senza vedere passare le ore o anche i giorni». Grande ammiratore di Pablo Picasso, segue un suo detto che «il genio possiede solo 1% di talento, mentre il lavoro rappresenta altri 99% per ottenere i risultati significativi. L'ispirazione non è tutto». Spesso cita anche Albert Einstein, un altro grande personaggio vicino al suo modo di pensare. La sua incessante attività si svolge anche nel campo di abbigliamento con le creazioni originali e, nell'antiquariato.

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Prossimamente, intende aprire una Fondazione Museo a Madrid dove sarano esposte le opere: Pop Art, Arte brutta e Street Art. Inoltre, sarà un luogo di ritrovo per gli artisti in cui potranno scambiare le opinioni, le esperienze ed altro. In questo modo – specialmente ai giovani – sarà offerta una possibilità di espressione di solito riservata ai privilegiati. Durante la sua luminosa carriera ha partecipato a varie mostre: IFEMA Madrid, IFEMA Barcellona, Bilbao, Monaco, Dallas, Zaragoza, Losanna. Dal 20 aprile 2024 sarà presente alla mostra «Dal Realismo all'Astrazione» presso il Museo Venanzo Crocetti, a Roma, con una fantasiosa opera dedicata allo scultore Crocetti. I punti di riferimento in Svizzera sono: Multiexpo, Naharro Progetto, Naharro Antiquariato.
José Luis Naharro, artista passionale che vive per l'arte spesso afferma « che i quadri migliori, sono quelli che ancora non ho fatto». Certamente, con la sua costante dedizione al lavoro creativo, in futuro ci presenterà altre stupende opere dipinte, alla ricerca del quadro perfetto.


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L'Eccezione nell'attimo

Visto il successo della scorsa settimana e per dare a tutti la possibilità di intervenire per ammirare 41 splendidi lavori su diversi supporti, ripetiamo con una nuova data l'inaugurazione della mostra personale fotografica di Gaia Maria Galati.
Sabato 13 dalle ore 16:30 ci trovate nuovamente alla Galleria Ess&rrE!!!


Nella spettacolare passeggiata del Porto turistico di Roma nella Galleria Ess&rrE si inaugura il 6 aprile 2024 alle ore 18:00 la mostra L’ECCEZIONE NELL’ATTIMO, mostra fotografica personale di Gaia Maria Galati, figlia del territorio laziale. La mostra racconterà negli anni delle esperienze proprie fotografiche della Galati, raccogliendo scatti dei suoi diversi modi di proporre lavori eccellenti che la risaltano e che l’hanno consacrata oggi come artista dalle spiccate doti di classicità accompagnate a sperimentazioni moderne ed avveniristiche. La Galati, predisposta prevalentemente alla fotografia, sin da giovanissima ha sviluppato una particolare dedizione anche alle poesie e ha sfoderato negli anni della sua evoluzione una notevole padronanza che ha accompagnato la sua conoscenza della fotografia sia analogica, prima, che digitale poi, a fortunati esperimenti digitali come gli attuali Lavori, unite dai supporti sia comuni sia speciali come l’alluminio, e il DBond oltre alle stampe su tela di notevole fattura, dedicate agli scorci dei posti più suggestivi internazionali del suo escursus, e in particolare della sua tradizionale voglia di proporre arte.

Elegante e puntuale nella composizione e dalla intuizione creativa intelligente, la Galati incontra la città in un luogo, quello del Porto turistico di Roma, ricco di storia data la vicinanza agli scavi di Ostia Antica, in grado di contenere la grande produzione di questa artista molto accorta alle evoluzioni della società e dalle idee estremamente chiare, prendendone di “mira” i giusti vantaggi.

Durante l’inaugurazione l’artista leggerà alcune sue poesie tratte dal libro “Il filo delle mie emozioni” edito da Acca Edizioni, il tutto accompagnato dalle suadenti note del violino di Federica Quaranta.

Riprese ed interviste a cura di Antonello Nazarini di ZTL TV.

La mostra è curata da Alessandra Antonelli e Roberto Sparaci.

Nuova data sabato 13 aprile 2024 ore 16.00

Ingresso libero

Orari di apertura: mattino ore 10.00-13.00

                pomeriggio-sera  ore 15.00-19.00

Sabato dalle 16.00 alle 20.00

Domenica su appuntamento

Contatti:  329.4681684 - 3886378032

www.accainarte.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sergio Durante. La modernità di un classico che vive il futuro.

Ma guardate l'idrogeno tacere nel mare
Guardate l'ossigeno al suo fianco dormire
Soltanto una legge che io riesco a capire
Ha potuto sposarli senza farli scoppiare…

Fabrizio De André, “Un Chimico”
da “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, 1971

Di Giorgio Barassi.

1950: Mr. Abbott produce fibra di carbonio portando il rayon ad una temperatura di quasi 1000 °C, ottenendo un materiale resistente oltre il pensabile.
1958: Roger Bacon, scienziato dei materiali, crea la prima fibra di carbonio ad alte prestazioni.
Un anno dopo, Akio Shindo migliora le caratteristiche della fibra di carbonio prodotta da poliacrilonite.
E. Fitzer e H. Schlesinger, nel 1966, producono fibra di carbonio da fase gassosa.
durante pinguinovenere


Per evitare il rispolverare di elementi di chimica e fisica nascosti negli abbandonati libri di scuola all’ultimo ripiano della libreria, pensiamo al musetto di una macchina da corsa di quelle guidate da Mr. John Watson nel 1981. In un sabato di luglio, a Silverstone, nell’autodromo nato da una pista di un aeroporto militare durante la seconda guerra mondiale, Watson guida una Mc Laren MP 4/1, realizzata con una monoscocca in fibra di carbonio. Vince ed inaugura un’era che ancora oggi dice la sua, come nelle biciclette, nelle racchette da tennis, nei caschi di protezione, nei rivestimenti aeromobili, nelle canoe e in molti, moltissimi campi di applicazione. Avremmo voluto vedere la faccia dei meccanici delle altre scuderie, abituati al clangore del musetto staccato dalle vetture che assistevano, sofferenti dai tagli provocati dalla lamiera, metallo che diventava incandescente tra l’attrito e il caldo dei bolidi lanciati a velocità impossibili. Qualcuno storceva il naso, altri battezzavano la faccenda come una trovata senza futuro. Ma tutti, in tutto il mondo, dovettero ricredersi, ed oggi il “fatto in fibra di carbonio” è usuale, consueto. Addirittura scontato.
Un materiale che sa di moderno e di avvenire, che riveste il corpo snello dei caccia lanciati in mezzo ai cieli del mondo, che alleggerisce le strutture ed oppone resistenze superiori a quelle dell’acciaio. Quando ai tennisti venne proposta la racchetta in fibra di carbonio, i legni delle gloriose precedenti andarono mestamente in pensione. Il polso lavorava libero da peso eccessivo e la pallina schizzava via più rapida che mai. Lasciamo ai tecnici i dettagli, ma prendiamo quella invenzione come il primo dato per valutare il lavoro di un artista che con la fibra di carbonio produce arte contemporanea: Sergio Durante. Ha certamente le nozioni dello scultore, o, meglio, del modellatore che ha nei polpastrelli la capacità di sentire la materia e farla viva sotto il comando dell’ispirazione e della mente. Ha rispetto per le forme che il marmo, la pietra, il bronzo e il legno, hanno ricevuto dai maestri dei secoli passati, e da quelle storiche tridimensioni prende spesso ispirazione per rivisitare sculture notissime. Ha, soprattutto, una netta percezione del concetto di avvenire, ben piantato su criteri scientifici di solidità, realismo e rispetto del passato. Ma, non se ne scandalizzino i tecnologi ad ogni costo, ha fantasia, curiosità e romanticismo necessari ad affrontare con spirito sognatore la creazione di una opera d’arte.
Per toglierci ogni dubbio, pensiamo alla parola “tecnica”, che alla nostra lingua arriva dal greco τέχνη [tèchne], che vuol dire arte. Intesa come “saper fare”. Dopotutto, in gran parte del sud d’Italia, quando i nonni volevano chiedere che mestiere facesse il tale incontrato per caso in paese, pronunciavano la asciutta domanda: “…ma tu, che arte fai?”.
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Durante vive in un posto bellissimo del Piemonte, invece, in quella schiena collinare del biellese dalle terre provvide ed ordinate, da cui l’affaccio ai monti maestosi è una cartolina che quasi nega il soprannome dato a quei luoghi: la Manchester d’Italia. Nomignolo meritato, poiché la storia dell’industria piemontese passa da lì. Opifici nati nella metà dell’ottocento, filature e tessiture della lana, cappellifici che portano lo stile italiano nel mondo. Gente che lavora, sodo. E tra i mille viaggi che lo portano in giro per il mondo, quando a consolarlo dalla fatica non basta la Paletta biellese, un gustoso insaccato che viene dal muscolo della spalla del suino ben allevato, né un bicchiere di Erbaluce di Caluso, il tuffo nel mondo del creare e produrre come un antico maestro e vivere insieme il presente e il futuro non manca mai. La sua origine genovese è quella dei viaggiatori disposti naturalmente alla scoperta ed alla conquista. L’odore del mare della sua Zèna non lo sente, dallo studio piemontese, ma gli basta evocare le corse da ragazzino nei carrùgi per lanciarsi a capofitto nella sperimentazione. Un giàncu de Purtufìn ben freddo arriverà a ristorarlo, mentre pensa a quale corpo e quale curva di materia dovrà sperimentare, per meritarsi quel che oggi il pubblico di tutto il mondo gli consegna: la nomea di chi, attrezzato nella conoscenza dell’arte classica, ha idee e coraggio per spingersi fin oltre quello che la storia della scultura ha fin qui scritto. Una immersione totale, in cui la creatività fa da sponda al ritrovato tecnologico e viceversa, mentre nascono progetti, idee, valutazioni scientifiche e prime stesure.
Le sue opere più grandi hanno un aspetto solenne, ma sollevarle è una gioia. Mostrano una leggerezza inimmaginabile, a dispetto della mole, e fanno sentire il domani tra le forme di un passato classico ed immortale che a Durante piace molto. Insomma, quanto di tecnico, tecnologico ed avveniristico possa capitare, capita perché Durante mette mano alla fibra di carbonio con lo stesso rispetto che i Padri della scultura usavano per marmi e bronzi. E lo stesso accade quando a farla da padrone sono i quadri. Sissignori, la realtà figurativa non poggia sulla gloriosa tela, ma su un tessuto (tale è, alla vista e nella sostanza la fibra di carbonio) nero che fa da superficie e da base, su cui l’artista giramondo inserisce riferimenti alle filosofie orientali, immagini pop, visioni provocatorie di certificati azionari di aziende stranote e perfino ammonimenti. Più di una sua scultura (non è uno scandalo chiamarla così, il lavoro è manuale e la modellatura è parte del componimento scultoreo) è additare, è richiamo e denuncia. Accade, ad esempio, con una tavola da surf infilata in un magma di fibra di carbonio che pare inghiottirla non dando più scampo alla malcapitata. “Surfing the Metaverse”. Navigando sul metaverso. Il naufragio annunciato. E qua, noi di Laboratorio Acca siamo così d’accordo da volerne altri esemplari, anche se una lettura opponente della stessa opera mostrerebbe il trionfo del nuovo sulla massa informe del “vecchio”. Ma queste sono faccende interpretative, a cui Durante, intelligentemente, non pone limiti.
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A lui piace l’esclusività, ci lavora sopra da una vita. Perciò chi sceglie il suo lavoro avrà per sempre e sicuramente un’opera d’arte unica, oltreché di modernissimo ed antico insieme. Unicità. Perché, a dispetto del luogo comune, non bisogna essere più unici che rari, ma semplicemente rari. Tutti siamo unici nella nostra singolarità.
Perché l’utilizzo della fibra (proviamo a chiamarla così, da qui in avanti, solo per comodità) appartiene al secolo passato da poco, e gli impieghi sono sempre stati legati a mondi diversi da quello dell’arte. In questo, Durante è un pioniere, un singolare cavaliere dell’arte di oggi, che non si accontenta di cotanto merito, ma va ad utilizzare tutte le strade necessarie all’integrazione, alla modificazione ed al miglioramento possibili. Dopotutto, da industriale di successo, la vita lo porta a dover creare quanto serve a stare un passo avanti. E ci riesce, evidentemente, più che bene. Proprio i contatti di lavoro in giro per il mondo hanno permesso una diffusione dell’esclusività del lavoro di Sergio Durante, e parliamo di quello di artista-avvenirista. E il gradimento parla chiaro, quando gente di lingue diverse e lontane usa, per le sue aggraziate sculturine che evocano forme e figure della scultura classica, il termine “italian art”, che non può che riempirci di orgoglio nazionale.
Pittore, anche. E perché no? Se la pittura si stende sulla tela, sulla carta, sulla tavola e saltuariamente su altri supporti, le operazioni artistiche di Durante hanno nella fibra la loro area scelta e preferita. E negli sfondi, lavorati per dare senso e significato a tutto il quadro, le sue opere di pittura raccontano e dirigono la fantasia di chi osserva. Soggetti tratti dal noto a tutti, che sbrigativamente liquideremmo col termine “Pop”, ma qua i personaggi hanno un senso non solo in base a quanto riportato coi colori. Assumono significati marcati quando lei, la regnante fibra di tutto il creare di Durante, subisce aggraziate scalfitture, tracce, accennati ghirigori, segni. È lo sfondo che non ha solo il ruolo di accompagnamento, ma che evoca e conduce, eccitando i caratteri dell’opera, sottolineandoli. Per un personaggio come il terribile Joker, ad esempio, Sergio Durante usa due parti della scura fibra a fare da sfondo e supporto. Il cui ordito va in due direzioni opposte, come ad evocare il male ed il bene, i contrasti che vivono in ciascuno di noi ed anche nel ghigno del nemico di Batman.
Un comporre delicato e faticoso, un incontro di tecnica, stile e classe. Un riecheggiare continuo di nozioni classiche dell’arte immortale greca e romana. Proponendo con la lavorazione della fibra di carbonio i suoi lavori, Durante scrive un’epoca nuova, addolcisce la pillola ai puristi e stimola la fantasia di chi è pronto sempre a nuove frontiere. In questo, e nella sua frequentazione di ambienti in cui la leggerezza della fibra è regola fissa, sta la sua esclusiva e preziosa attività di artista: adeguare al gusto di chi ama distinguersi nelle scelte tutti quegli studi e quelle fatiche che lo hanno già portato ai vertici della produzione industriale per automobili da corsa, aerei, scafi. Lo fa senza dimenticare mai di essere un italiano della categoria dei Filippo Parodi, magnifico scultore nella Genova del Settecento, e di quella di Giovanni Andrea De Ferrari, che con le sue opere faceva risuonare lo strapotere economico della Repubblica di Genova.
Lo spirito dell’amante del classico senza fine è invero lo stimolo che ha portato Sergio Durante fin qui, cioè in un punto altissimo della qualità e dei valori dell’arte italiana che gira il mondo.
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Per Laboratorio Acca è l’ora delle mostre.

A cura della redazione.

La tivù, sempre e comunque.
E ora... le mostre promesse che man mano arrivano. Laboratorio Acca continua il suo percorso indicato all’inizio della stagione autunno-inverno 2023-24 ed apre a nuove iniziative che corredano il lavoro editoriale collegato alla trasmissione della domenica sera su Arte Investimenti TV.
Nella atmosfera della Roma rinascimentale, il 20 febbraio scorso i due presentatori Giorgio Barassi e Roberto Sparaci, in veste di curatori, hanno inaugurato alla Galleria Angelica di Roma “Vedute dell’anima”, la personale dedicata ad Aleardo Koverech, artista di Laboratorio Acca. Una bellissima serata d’arte e di emozioni, completata dalla presenza di Franco Boni, decano dei presentatori di arte in televisione, ed affollata da collezionisti, amici e curiosi che hanno veramente gradito i dipinti dell’artista che racconta la sua Roma e la natura con un invidiabile entusiasmo, figlio di una indiscutibile energia creativa che tutti hanno apprezzato. Ne parleremo dettagliatamente nel prossimo numero di Art&trA.
E ora tocca ad Alessio Schiavon, per la personale a Padova, Palazzo Santo Stefano, curata da Marina Sonzini. 13 aprile la data già annunciata in televisione. Non basta: ancora in Veneto, ma a Verona, in un ambito storico e decisamente affascinante, Porta Palio, una delle porte della città, prenderà corpo “Laboratorio Acca a Verona”, una mostra che porterà, come avvenne a Roma nello scorso Giugno 2023, le opere degli artisti “della televisione” in un ambito cittadino e in uno scenario davvero importante. Naturalmente, oltre alla data e qualche accenno al programma, i due della domenica sera non aggiungono altro. Il 25 maggio la partenza dell’evento nella città scaligera.
Giugno 2024 riporta alla Galleria Ess&rrE del Porto Turistico di Roma la ormai collaudata CalifArte. L’appuntamento, riservato in esclusiva agli artisti di Laboratorio Acca, che impegna i pittori e gli scultori della squadra a creare opere ispirate dai testi, tanti e bellissimi, scritti da Franco Califano nella sua lunga carriera. Appuntamento al mare di Roma sabato 8 giugno. Dipinti, sculture, musica e poesia alla presenza dei tanti appassionati alla figura del Califfo ed all’arte dei protagonisti della trasmissione della domenica sera.
Ed infine (ma conoscendo il modus operandi di Laboratorio Acca aspettiamoci altre novità...) l’approdo nella storica Dubrovnik, Croazia, nel prossimo ottobre. Appuntamento che sa di internazionalità nella cornice del magnifico Palazzo Sponza.
Un panorama ricco di attività che corredano l’assiduo impegno televisivo di successo. E di fatto si riscontrano sempre maggiori consensi dal pubblico della domenica sera, quando dagli studi milanesi di Arte Investimenti arrivano le immagini e le descrizioni riguardanti i lavori degli artisti di Laboratorio Acca. Un impegno che svela ai tanti spettatori nomi e storie di artisti italiani di qualità.
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LABORATORIO ACCA

Tutte le domeniche alle 21.00 sui canali di
Arte Investimenti TV
133 DTT, 868 Sky.
Streaming: www.arteinvestimenti.it/web-tv/
Tutte le puntate sono disponibili su:
YouTube canale Laboratorio Acca
https://accainarte.it/laboratorio-acca/video-laboratorio-acca.html
Gli artisti interessati possono scrivere a:
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La domenica in tv con Laboratorio Acca: una nuova finestra sul mondo dell’Arte.
Questo programma è offerto da Renewable Consulting .
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Art on EARTH

Avvicinandoci alla bella stagione nella Galleria Ess&rrE si inaugura una delle più interessanti mostre della programmazione artistica del 2024 che apre i battenti il 9 marzo alle ore 17:00 con opere di qualità pittorica dalle indubbie particolarità artistiche e la mostra sarà all’insegna dell’eleganza, della bellezza e della virtù in cui al Porto turistico di Roma nella mostra “Art on Earth” con gli artisti Paolo Frigo, Paolo Graziani, Gilberto Sartori, Mirella Scotton e Sara Stavla che, presenti per l’inaugurazione, saranno a disposizione per soddisfare ogni curiosità per i più attenti alle qualità pittoriche delle opere in mostra. Circa 30 opere per trovare tra i collezionisti e perché no, anche solo i curiosi ma attenti alle novità, la giusta scelta pittorica per aggiornarsi sulle scelte opportunatamente fatte da Alessandra Antonelli, curatrice della mostra, e far propria l’opera più vicina al gusto personale. La Galleria e tutto lo staff vi introdurrà nella realtà estetica assoluta e presentiamo questa nuova bellissima iniziativa in cui cinque artisti provenienti dal nord Italia di concezione e tecniche diverse, sono parte dei più qualitativi esponenti della pittura che la galleria ha nel proprio DNA per i collezionisti più raffinati. La mostra allestita con particolare cura da Fabrizio Sparaci sarà vissuta al Porto di Roma con il solito entusiasmo con un brindisi inaugurale e la musica di Dj ARI.

Inaugurazione sabato 9 marzo 2024, la mostra sarà visitabile fino al 5 aprile 2024.

L’evento è completamente ripreso dalle telecamere di ZTL Tv con servizio esclusivo dedicato e sarà inoltre pubblicato nel nuovo numero di Art&trA di
Blu Star International.

Info: 329 4681684 – 392 2289810 - 388 6378032

www.accainarte.it

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ἀταραξία: Le storie da “altrove” di Fabio Grassi.

Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere.
L'esistenza è altrove.”
(André Breton)
A cura di Giorgio Barassi
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E gli alberi divennero linee, spazi, colore. E lo spazio ed il colore insieme andarono altrove per tornare sulla tela.
Potremmo riassumere così il recente lavoro di Fabio Grassi, artista che merita ogni attenzione già solo per essere un frequentatore assiduo della ricerca in pittura da più di cinquanta anni. I due concetti primari della sua storia di artista sono quello di Spazio, con le sue infinite ed imprevedibili pieghe, preso di mira da sempre dall’artista massese, e Altrove, realtà distaccata dal mondo quotidiano, ma ben salda nel mondo terreno.
Nei recenti dipinti, Grassi fa riemergere quella propensione per il racconto informale, a lui congeniale ancor più di quei paesaggi che lo resero famoso. Eppure, già in quei paesaggi regnava un palpabile senso di indagine e di mistero, fatto per metà dallo stupore di vedere e rappresentare l’insolito (i suoi erano paesaggi, ma sapevano di metafisica e di non-comune) e per metà di incanto da ἀταραξία, cioè quell’atteggiamento che fu anche nella filosofia epicurea, stoica e scettica della Grecia di Democrito e poi ben oltre. Fu Marco Aurelio a tradurre quel termine, che letteralmente è “assenza di agitazione” in Tranquillitas. E già qui le cose si mettono meglio, tutto è più chiaro già dal vocabolo latino. Grassi è un impenitente aspirante atarassico. Per lui la tranquillità, che dalle parti della Versilia è mediata dalle cime delle Apuane che guardano il mare, è una continua aspirazione, raggiunta il giusto, dopo anni di onorato servizio in un mondo, quello dell’arte, popolato da agitati per definizione o per contratto. Già allora, nei dipinti di quelle colline mai da cartolina e mai usuali, appariva quel bisogno di staccare e riflettere, godendo di uno spazio consono, invitante, che irrimediabilmente finiva nella tela.
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L’Altrove di Grassi è un posto comune, ordinario, possibile.
Ma è quello a cui, in fondo, aspiriamo tutti. È la sua casa col bel giardino, il suo studio dalle pareti antiche, sono le mille idee divenute segno, colore, traccia e consistenza di una vita dedicata alla pittura ed al disegno. E proprio dal disegno, una passione mai sopita in lui, che paiono prendere le mosse le composizioni ultime, in cui il colore viaggia a braccetto del segno e nessuno dei due elementi sopravanza l’altro, per cui la gradevolezza e l’equilibrio sono rispettati da un canto di segni e tinte che raccontano una capacità di indagine e ricerca davvero notevoli. Grassi è un artista che dà sempre il massimo, ed il suo impegno è tanto più intenso quanto più ignoto è il destino che quella indagine affronterà, perché è nell’anima dell’artista che si annida il dubbio di non piacere. Dubbio reso evanescente da anni in cui la matita ha lavorato su carte pregiate, rendendoci finalmente enormi disegni fino ai due metri e mezzo per tre metri e mezzo, come quello esposto nella personale tenuta a Massa nel bellissimo Palazzo Malaspina ad ottobre del 2022. Disegno: matita e carta. I più pignoli direbbero grafite e carta pregiata ma in sostanza quella infinita indagine, quella fatica lenticolare che ha per protagonista lo spazio, si muove agevolmente dentro l’altrove che Grassi cerca e trova. Si, i disegni a matita di Grassi sono lo scoglio dell’agevole approdo, e sono anche il blocco di partenza scelto molti anni fa, quando contava soprattutto esercitarsi. Sempre, comunque.
Nei lavori nati ufficialmente nell’estate 2023, ma pensati con calma in tanto tempo, arriva quella generosità gestuale che in Grassi non è mai mancata, ed affiora una esigenza del racconto diretto, una espressione dell’anima che non ammette mediazioni e non concede correzioni di sorta.
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L’Altrove, in fondo, è sì un luogo mentale anelato, ma è anche un ideale posizione che costringe il pittore ad un distacco ariostesco, che non nega il coinvolgimento evidente e però sottolinea una maturità espressiva completa, solida. La stessa tecnica risuona di esperienze pregresse e chiama a raccolta il colore corposo, la carta resistente, qualche tavola, le tele scelte con cura. Deve starci dentro una materia lavorata di getto e di perizia, devono risuonare i toni dei gialli e dei rossi ac- cesi o il bianco abbacinante, mentre il nero, la tinta scura e terrena, fa da filo conduttore ed esprime proprio l’agio di starsene in quell’anelato luogo di beato isolamento volontario. Per i “classificatori” ad ogni costo, Grassi è uno che si esprime nell’informale più intenso. Per chi, come noi, lo conosce da anni, è un artista che sa e può esprimersi come gli pare, dopo una vita spesa a provare e riprovare le soluzioni, scegliendo le migliori sempre e senza dubbi. Il tracciato paesaggistico, e va ripetuto che quello non era solo paesaggio, il percorso di espressioni che hanno lo Spazio come protagonista, i disegni ed oggi queste azzeccate opere sono un breve riassunto di una esperienza affinata e vissuta senza tregua, a caccia di una espressione che scavalca quel rigore e quella garbatezza nei modi che descrivono l’uomo. Nella sua vita di artista, Fabio Grassi non ha mai usato toni alti, ma ora usa colori e segni avvisabili, perentori, più marcati. A chi dovrebbe essere concesso, se non a quelli che, come lui, calcano le scene della pittura da tanto tempo?
Siamo certi delle buone fortune che queste ultime opere raccoglieranno, e chi segue la rubrica Laboratorio Acca in tivù lo ha già dichiarato, mostrando di gradire anche questa ultima (ma non ultima) operazione artistica che fa vedere e capire quel che accade quando, in un posto tanto segreto quanto noto, come lo studio affacciato su un giardino di alberi e piante che si godono il vento dal mare e le lame delle folate improvvise dalla montagna, Grassi si gode quell’ Altrove in cui si lancia volentieri. Dopotutto il chiasso delle chiacchiere non gli è mai piaciuto.
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