Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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MOSTRA VIRTUALE - Emanuela Fera

Emanuela Fera nasce a Bergamo nel 1971. Dopo aver conseguito il diploma di qualifica Figurinista e la maturità in Disegnatrice e Stilista di moda, segue corsi di perfezionamento e specializzazione nelle arti visive. Entra presto nel mondo dell'arte ottenendo prestigiosi riconoscimenti in concorsi
nazionali e internazionali. Lo studio costante, la tenacia e la capacità creativa la portano ad ottenere tecniche e procedimenti tali da essere brevettati. Si esprime attraverso il costruttivismo astratto creando opere di ricerca. Ultimamente sostanziandosi in opere polimateriche dagli inserti naturalistici.
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Prestigiosi sono i riconoscimenti ottenuti in premi nazionali ed internazionali tra i quali il 1° Premio della Lupa 2013 sezione informale-astratto e nomina a neo Accademico per le Scienze Applicate nel 2014 a Roma. Ha partecipato, su invito, ad importanti mostre personali e rassegne d’arte in Italia e all’estero, recentemente a Firenze al Museo Bellini, a Capri al Museo Fondazione Cerio, a Roma al Complesso Museale l’Agostiniana, a Monte-Carlo all’Hotel de Paris, a Roma all’Università la Sapienza, alla Biblioteca Nazionale, nella Sala del Bramante–Piazza del Popolo e al Palazzo della Cancelleria, a Genova al Galata Museo del Mare e al Palazzo Stella, a Milano al Palazzo della Permanente, a Torino al Museo Miit, a Venezia all’Officina delle Zattere e al Palazzo Albrizzi Capello alla Biennale di Venezia.
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Ha esposto una sua opera alla Mostra d’Arte “Artisti per il Giubileo”, presso la Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura, Roma, con presentazione della sua opera presso la Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio, Roma e nel Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, Roma. Sue opere sono in collezioni private e pubbliche. Presente in rinomati annuari d’arte moderna e contemporanea, cataloghi e riviste, nel 2016 sul Catalogo Mondadori n. 51 e sull’importante Atlante dell’Arte Contemporanea edito De Agostini presentato il 15 marzo 2019 presso l’Auditorium Museo del Ara Pacis Roma.
Al Palazzo Albrizzi Capello alla Biennale di Venezia Padiglione Guatemala, ha esposto l’opera “Attraction”, opera della nuova produzione con inserti naturalistici.
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… Negli ultimi lavori, in particolare, un motivo circolare prende frequentemente la conformazione di un vortice che muove secondo anelli pigmentali concentrici. Esso si accende ed illumina secondo un procedere che scinde e contemporaneamente accosta gli elementi in un alternarsi fra luci, colori e ombre che richiamano direttamente l’atto generativo in quanto tale. Siamo dunque di fronte a un’essenza vitale e vitalistica che svela prima ancora che descrivere, le infinite possibilità del comporre nel tentativo, peraltro pienamente riuscito, di accogliere l’osservatore ed immergerlo in emozioni pure. Come pura ed essenziale è questa arte che vede protagonista Emanuela Fera di un iter espressivo sempre in divenire.
Critico e storico d’Arte Simone Fappanni
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Biografie d’Artista - Talenti del XXI secolo

Elena Modelli. Il mondo fatato dei sogni d'artista.
a cura di Marilena Spataro.
Scultrice attiva fin dagli anni '90. Vive e lavora a Imola. E' stata allieva dello scultore romano Sandro Pagliuchi e del ceramista faentino Guido Mariani. Ama creare mondi poetici fatti di colori, incanti e paradossi, dove le sue allegre e coloratissime “creature” guardano stupite il mondo che le circonda. Le sue istallazioni sono surreali e stravaganti. Ha esposto in spazi pubblici e privati in Italia e all'estero.
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Tra le mostre più importanti degli anni 2000 si ricordano:
2003, Via Maria, Museo Diocesano di Imola, 2007 personale Banca Popolare di Milano, 2007 personale Palazzo Monsignani Imola, 2008 Galleria di Porta Montanara, Imola, 2009 Chiesa di San Giacomo, Imola, 2011 Galleria Saman, Roma, 2013 Attualità del Mito, Voltone della Molinella, Faenza, 2015 Vernice Art Fair Forlì, 2016 Vernice Art Fair Forlì, 2016 Pinacoteca Comunale Faenza, 2017 Forte dei Marmi, 2017 Ceramiche sonore, Faenza, Galleria Spazio Dina- mico Arte, Firenze 2018, Galleria Ess&rrE, Roma 2018, opere in mostra permanente, Galleria Memoli, Potenza 2018, vincitrice II Premio 17° Concorso Coinè per l'Arte, Vernice Art Fair 2019, Forlì.
Hanno commentato la sua arte: Rolando Giovannini, Alberto Gross, Marilena Spataro.
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Critica:
“Le piccole installazioni di Elena Modelli dimostrano la loro massima consuetudine con la stravaganza e l'iperbole: viottoli e crocicchi in cui sarà normale incontrarsi con chiocciole variopinte che ci scrutano curiose, dalle antenne svagatamente vigili, oppure lasciarsi spaventare per un attimo dalle fauci spalancate di coccodrilli colorati e brillanti che si riveleranno ben presto del tutto innocui, quasi gli abituali animali domestici che verrebbero ad accoglierci una volta giunti nell'ipotetico giardino surreale predisposto dall'artista.
Un'ipotesi di elevata leggerezza visiva che riconduce alla lezione di grandi nomi del fumetto nostrano come Altan e Jacovitti, pas- sando – obbligatoriamente – attraverso lo specchio di Carroll”
(Alberto Gross)
“Quando la fiaba attraversa l'arte. E l'occhio tornato bambino incrocia stupefatto lo strano mondo fatato nato dalla vivida fantasia d'artista di Elena Modelli, allora tutto può accadere. E tutto è concesso in quell'universo gioioso e giocoso dove come per miracolo tutto si anima. E strane creature, un po' piante un po' animali, e tanto altro ancora, ironici ibridi di terracotta dai mille colori, allegramente ti balzano incontro. E con sguardo malizioso, scrutandoti come chi ben conosce il mistero dei “giochi più belli”, silenti ti guidano sulla soglia dei sogni: luoghi dell'anima dove tutto è stupore e meraviglia. Dove sovrane regnano, in un complice, perpetuo, scambio di ruoli, Armonia e Felicità”
(Marilena Spataro)
“Elena Modelli è questo. Ella è in quella nuvoletta di giove reale e irreale, gioco e finzione che si avvicina a Io”
(Rolando Giovannini)
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MOSTRA VIRTUALE - Grazia Barbieri

qr barbieriE’ nata a Bologna il 27 Agosto del 1959, dove ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte e conseguito il diploma di maestra d’Arte in pittura.
Per quasi un ventennio non dipinge, limitandosi a qualche ritratto a pastello, fino all'incontro con la maestra d'arte Irma Fiorentini della quale frequenta, con buoni risultati, i corsi di "Trompe l'öeil". Ciò le dà un nuovo impulso e fiducia nelle proprie capacità così tanto avvilite durante l'adolescenza. Collabora con la Fiorentini, esegue lavori di decorazione su commissione ed infine si riavvicina alla sua grande passione che è il ritratto. Solo negli ultimi anni ha partecipato a mostre collettive e personali, ottenendo il consenso del pubblico e della critica e conseguendo alcuni premi. Preferisce definirsi un artigiano più che un’artista, sostenendo di copiare la realtà così come la vede scevra da qualsivoglia interpretazione.
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La femme d'à coté

Oltre tutto il resto, c'è un intreccio di peripezie, di capitolazioni, di sconvolgimenti, dialoghi sospesi tra la ruvida sabbia di un deserto supposto e il calore gelato di conversazioni malriposte e mai finite. L'intensità dei ritratti di Grazia Barbieri si impadronisce di una fascinazione e di una violenza tali da trascinarci insieme fino al crinale, alla crosta della catastrofe, tra irresistibili voluttà e spaventevoli, fascinose realtà. Sono immagini di donne, volti, personaggi che si svestono dei propri orpelli, maschere, camuffamenti, per tornare ad essere persone, interamente e pienamente tali: persona come lemma che procede dal prosopon del greco antico, concetto filosofico che descrive un sembiante teatrale nella sua individualità più intima, rappresentativa, descrittiva di un preciso canone o carattere di comportamento.
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Per questo la maschera teatrale assume importanza manifesta all'interno della società antica: è simbolo e immagine iconica di ogni personalità, non adombra e nasconde, ma dischiude ed invita all'autenticità dell'anima del personaggio, sia esso illustre o nefando. Così è facile assimilare i ritratti di Grazia Barbieri ad una carrellata di protagonisti di un immaginario spettacolo teatrale: teatro del “meraviglioso” e della “crudeltà” in senso artaudiano, dove ogni inquietante dilagare apre porte segrete, rischiara equivoche controversie e sentenzia in maniera incontrovertibile e feroce. Una maliziosa e seducente Giuditta viene ritratta nella sua fiera rivincita su Oloferne, così come la Moira – in una postura assonante all'iconica immagine del soliloquio amletico – rappresenta e dice, per intera, l'ineludibile fissità del destino umano. Ed è qui – oltremodo – che si rivela la molteplicità e la doppiezza della “signora della porta accanto”: come nel film di Truffaut la donna è disarmante nella sua bellezza, oscura, enigmatica, di tinte fosche il suo passato ma seducente fino alla malìa, irresistibile, onesta e fedifraga, gentile ma scostante, buona, cattiva, assassina e – forse – suicida.
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Le donne ritratte dall'artista possiedono una ieraticità così tanto icastica da sfuggire ad una pittura realista  - nonostante l'estrema tattilità visiva delle vesti, delle stoffe incurvate, della naturalezza delle cadute – ed essere, infine, più vicine a certe icone di un rinnovato, contemporaneo gusto fiammingo e barocco, nell'indiscutibile centralità attribuita al personaggio dalla postura e dai simboli a corredo e completamento dell'immagine. Donne apparentemente complicate ma semplici, come un arrivederci. Prendendo a prestito le parole di Truffaut per la protagonista della sua femme d'à coté “... una donna piena di vitalità, coraggio, entusiasmo, umorismo, intensità e, d'altro canto, con il gusto per il segreto, con un lato scontroso, un sospetto di ritrosia e, soprattutto, qualcosa di vibrante”.

 

L’Estro, la Creatività, la grinta lo stile pittorico

Valentina Roma

Modella internazionale, Pittrice, Decoratrice, Curatrice d’Arte, Ideatrice e ufficio stampa del Magazine di Arte e Moda IMPOSSIBLE-NEWS
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A 16 anni esplode la mia carriera direttamente sulle passerelle di Alta Moda a Milano, il mio cammino sale, sempre di più, fino a poter lavorare con grandi presentatori televisivi come valletta tv. La mia carriera mi porterà a rappresentare noti marchi della Moda come Guess e Dior e del mondo dei motori a livello mondiale, come ragazza immagine per la SBK, il Moto GP e la casa automobilistica Lamborghini.Questo mi ha permesso nel giro di pochi anni di viaggiare in diverse località del mondo, Parigi, Ginevra, Miami e Shangai. Dopo la televisione il teatro: la mia più grande soddisfazione è stata  infatti recitare con grandi attori al Bagaglino.
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Tra un sfilata e l’altra  non ho mai smesso di portare avanti il mio sogno, l’ARTE un mondo che insieme alla Moda emoziona il mio essere.Laureata in Accademia delle Belle Arti di Roma indirizzo ‘decorazione’, inizio la mia passione dipingendo l’arte del graffitismo, una espressione della propria creatività tramite murales. Il punto di riferimento è naturalmente il grande artista Keith Haring, che applicava la sua arte su superfici metropolitane e treni decorandoli con miriadi di omini stilizzati in movimento. La sperimentazione è stata molto lunga e ho cercato in tutti i modi di trovare un mio stile utilizzando anche molti materiali e dipingendo su diverse tipologie di superfici.La mia creatività oggi viene espressa senza limiti di tempo e di spazio: un periodo artistico mi sono ispirata molto al stile ‘pop Art’ usando maggiormente le tonalità cromatiche che mi rappresentano, il nero, il bianco perlaceo  e in fine il  rosso che da quel tocco di vivacità alla tela.
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I quadri fotografano attimi di vita dai ritratti a matita su carta, a maestose motociclette cromate ad acrilico dipinte in scala reale.
Attualmente la mia pittura spazia dai fumetti vintage anni 80-90 con tecnica mista a quella attuale dei Lego.
Innamorata del mondo dei mattoncini ogni giorno giocando con il mio bambino traggo ispirazione da quella miriade di personaggi e scenari possibili, nutrendo il mio estro pittorico. La mia Arte è’ libera ogni giorno realizzo su tela ogni mio stato d’animo. 
www.valentinaromamodarte.com
www.impossible-news.com

MOSTRA VIRTUALE - Nicoleta Badalan


Nicoleta Badalan è nata a Bucarest il 17 febbraio 1980, italiana di adozione dal 1998.
Nicoleta Badalan

Autodidatta, ha iniziato a dipingere da piccola senza però frequentare alcuna scuola ad indirizzo artistico. Per circa 10 anni, ha “abbandonato” questa sua passione per poi riprendere assiduamente a dipingere circa 5 anni fa. La tecnica che preferisce adottare è quella della pittura ad olio su tela principalmente. Il paesaggio, soprattutto quello notturno è il soggetto prediletto dei suoi dipinti.
Mostre collettive e personali degli ultimi anni: Agosto 2017 collettiva Fosar in Piazza XX Settembre a Pordenone, Aprile 2018 collettiva “Gli artisti non sono bancomat” presso La Staffa Bologna, Aprile 2018 personale presso la sede della Pubblica Assistenza Paolina a Castel S.Pietro Terme (BO). Luglio 2018 collettiva Fosar a Castelfranco Veneto (TV), Settembre 2018 collettiva Visionaria a S. Lazzaro di Savena (BO), Dicembre 2018 collettiva “A Natale ti regalo una mostra personale” presso La Staffa a Bologna, Giugno 2019 collettiva “Immagini, poesia & magia” presso ArteBo a Bologna, Novembre 2019 mostra/concorso “A proposito di tutte queste signore” presso la Galleria Pontevecchio di Imola. Vincitrice, sezione pittura, Premio d'Arte Caterina Sforza 2019 LOGOS/RIOLO TERME. Dicembre 2019. Mostra collettiva Sotto una BUONA stella, spazio d'arte LOGOS, Sant'Agata sul Santerno (RA).
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Hanno scritto di lei: Alberto Gross, Marilena Spataro.
Giovanni Scardovi, ha così recensito la sua opera: «è nel buio che abita la luce, perchè è nei contrari che le cose si evidenziano. Ecco allora affiorare nel quadro una proliferazione di stelle che invade la notte, in una visione che nella sua concretezza di cielo sembra un'astrazione immaginaria, così come accade ai suoi alberi che si proiettano verso l'alto e inquietano la nostra visione nel buio».
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Sulla soglia dell'eternità
Universi interiori, invisibili, che si offrono all'occhio sensibile sotto forma di volte celesti trapuntate di stelle brillanti, di languide notti lunari, di avvolgenti notturni luccicanti su antiche vestigia in un cosmico abbraccio tra passato e presente, di alberi spogli protesi come mani, di mani protese come alberi oltre la finitudine umana, ad afferrare l'infinito per carpirne i più profondi segreti. È un sincero desiderio di dialogo tra terra e cielo che emerge nei dipinti di Nicoleta Badalan, un'esigenza dell'anima che nel sostanziarsi attraverso il colore e l'immagine oltrepassa il visibile in una sintesi che si fa poesia, rarefatta atmosfera che conduce verso l'eterno. Ed è sempre a questo slancio perenne verso un eterno che trae radici e linfa dall'umano, che si ispirano le più recenti opere dell'artista dove il dialogo tra cielo e terra si affida piuttosto a un femminile dove il tramite é dato dal corpo. Così la sinuosità e leggerezza di un giovane corpo con due enormi ali d'angelo piumate, incastonate lungo i fianchi fino ad arrivare oltre le spalle, diventano spunto simbolico, allusione del volo. Volo inteso come metafora del viaggio lungo i percorsi della vita in un progressivo elevarsi verso la trascendenza, un rimando questo presente in tutti i dipinti di Nicoleta Badalan, così nei coloratissimi balloons pronti a lanciarsi verso il cielo come nella fanciulla che con passo rapido e leggero si avvia, quasi in una danza, lungo un immenso prato verde come a spiccare il volo verso ben altri prati, prati della speranza, pascoli del cielo dove il sereno regna similmente alle più limpide notti trapuntate di stelle. Tutto torna nella pittura di questa artista ed é magia laddove la sua poesia si fa preghiera “in cielo, come in terra”. È slancio divino. È preghiera cosmica che rinnova il legame tra l'umano e il divino. Tra ciò che è stato, che è, che sarà.
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È questo un universo artistico e poetico che caratterizza tutto il lavoro della Badalan, anche quando il suo interesse si rivolge al ritratto. Non si può non restare toccati e non emozionarsi davanti al ritratto di dolcissimi volti di donna che con occhi stupiti, quasi sgranati, azzurri come lembi di cielo (secondo la migliore iconografia angelica) o verdi come prati celesti, ti vanno scrutando il cuore e con esso scrutano la lontananza, quella stessa lontananza che separa l'umano dal divino e che urge colmare.
La scommessa è trovare la porta di accesso oltre la quale si disvela il segreto che l'anima cela sulla soglia dell’eternità. Una porta che Nicoleta Badalan sembra avere trovato.
Marilena Spataro

RAFFAELLO 1520-1483



ROMA, SCUDERIE DEL QUIRINALE

5 MARZO - 2 GIUGNO 2020

OLTRE DUECENTO OPERE PER CELEBRARE RAFFAELLO

A cura di Silvana Gatti

                                             “Sì, da Vinci ci ha promesso il Cielo […], ma Raffaello ce lo ha dato”.

                                                                                                                                                                  Pablo Picasso


La mostra su Raffaello  è stata inaugurata il 3 marzo, alle Scuderie del Quirinale, dal capo dello Stato Sergio Mattarella e dalle più alte cariche istituzionali insieme ai rappresentanti dei principali Paesi esteri che hanno dato il loro contributo  con prestiti straordinari. Purtroppo è rimasta aperta soltanto  per pochissimi giorni in seguito alle disposizioni governative anti assembramenti a causa del coronavirus. Fortunati quindi i primi visitatori che hanno potuto immergersi in una rassegna che ha richiesto ben tre anni di lavoro.
Fortunatamente vengono in soccorso degli appassionati gli strumenti virtuali, e con  l’hashtag #RaffaelloOltreLaMostra è  possibile ascoltare il racconto dei curatori e partecipare comodamente da casa agli incontri ospitati a palazzo Altemps prima dell’apertura al pubblico dell’esposizione. Da Silvia Ginzburg, che affronta il tema della giovinezza di Raffaello, ad Antonio Natali, che racconta il periodo fiorentino del pittore, fino ad Alessandro Zuccari, che ne approfondisce l’attività nella Capitale.
Numerosi i contributi dei curatori della mostra e di importanti studiosi che, attraverso pillole video, documentano le opere e le grandi tematiche relative all’arte di Raffaello. La serie, introdotta dalla curatrice Marzia Faietti con “Qualche ragione, tra le tante, per amare Raffaello”, parte con Matteo Lafranconi, curatore e Direttore di Scuderie del Quirinale, cominciando dal punto in cui parte il percorso espositivo, con “La morte di Raffaello”. A seguire, i co-curatori Francesco Di Teodoro e Vincenzo Farinella approfondiscono la Lettera a Leone X, il progetto di Villa Madama, il rapporto di Raffaello con l’antico, con i suoi committenti e gli anni della gioventù. Infine, lo studioso Achim Gnann presenta una riflessione su “Raffaello e Giulio Romano”.
Le attività online proseguono con l’hashtag #RaffaelloInMostra: video-passeggiate all’interno delle sale, arricchite da dettagli e curiosità sulle opere, e incursioni nel backstage, con il racconto dell’allestimento della rassegna. 
Per effetto del nuovo decreto della presidenza del Consiglio dei ministri sull'emergenza coronavirus le Scuderie rimarranno chiuse al pubblico "fino a nuove disposizioni governative". Le Scuderie del Quirinale - spiega una nota - forniranno "una pronta comunicazione delle indicazioni sulla politica di rimborso dei biglietti e su eventuali nuove date di esposizione". 
L’evento ricorre a cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, sommo artista del Rinascimento che  morì a Roma, città in cui l’urbinate espresse il suo talento artistico, a soli 37 anni di età. Alle Scuderie sono stati riuniti più di cento capolavori autografi o riconducibili a ideazione raffaellesca tra dipinti, cartoni, disegni, arazzi, progetti architettonici. A questi si affiancano altrettante opere di confronto e di contesto (sculture e altri manufatti antichi, sculture rinascimentali, codici, documenti, preziosi capolavori di arte applicata) per un totale di 204 opere in mostra, 120 dello stesso Raffaello tra dipinti e disegni.
L'evento rappresenta il progetto di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale, istituito dal Ministro Dario Franceschini e presieduto da Antonio Paolucci, in occasione delle celebrazioni mondiali per il quinto centenario della scomparsa dell’artista rinascimentale, avvenuta il 6 aprile del 1520 a Roma. Un evento unico che mira a documentare l’arte di Raffaello, rimasta per quattro secoli base indiscussa del canone artistico occidentale.
RaphaÎl (dit), Sanzio Raffaello (1483-1520). Paris, musÈe du Louvre. INV611.

Raffaello

Ritratto di Baldassarre Castiglione

Portrait of Baldassarre Castiglione 1513  olio su tela / oil on canvas

Parigi, Musée du Louvre, département des Peintures

© Musée du Louvre, Dist. RMN - Grand Palais / Angèle Dequier


Realizzata dalle Scuderie del Quirinale insieme alle Gallerie degli Uffizi, la mostra è curata da Marzia Faietti e da Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro. Il progetto ha beneficiato della collaborazione con la Galleria Borghese, il Parco Archeologico del Colosseo e i Musei Vaticani.
La rassegna presenta capolavori provenienti dalle collezioni dei più importanti musei e collezioni nazionali ed internazionali. Gli appassionati sperano vivamente in un prolungamento della mostra che vada oltre la fine della pandemia da coronavirus, al fine di poterla visitare personalmente.
Nella città dei Papi, della Curia, dei committenti pontifici, degli umanisti, degli scienziati e dei letterati, molti dei quali furono suoi amici, Raffaello visse dal 1509 al 1520. Furono undici anni molto produttivi  durante i quali diede libero sfogo al suo talento sperimentando anche un nuovo linguaggio che lo innalzò al pari di Michelangelo quale massimo artista del Rinascimento maturo. La mostra, pur soffermandosi particolarmente sul periodo romano, documenta tutta la vasta produzione creativa dell’urbinate: dalle arti plastiche a quelle decorative, dall’antiquaria all’architettura fino all’urbanistica.
Molti furono i compiti che Raffaello fu chiamato ad assolvere durante il periodo romano e fino alla sua improvvisa scomparsa: condurre gli scavi; studiare e conservare le vestigia urbane di Roma antica; sovrintendere il cantiere della basilica di San Pietro; perfezionare lo studio e il metodo della pittura, amata e richiesta dai più importanti committenti per la sua naturalezza e inarrivabile armonia. La  morte di  Raffaello ha rappresentato la drastica fine dell’età dell’oro fiorita a Roma sotto papa Leone X, pontefice definito da  Pietro Aretino come  “l’inventore della grandezza dei papi”. La sua morte interruppe drasticamente il  progetto di una ricostruzione grafica “per regioni” della Roma antica; un’operazione avviata negli ultimi mesi di vita, che prometteva di diventare la base di un riscatto della gloria di Roma. Il senso di questo progetto è descritto nella celebre Lettera a Leone X, visibile anche on line, scritta da Raffaello insieme a Baldassarre Castiglione (diventata fondamento teorico della moderna idea di tutela dei beni culturali) e presentata in mostra nel prezioso esemplare manoscritto dell’Archivio di Stato di Mantova.
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Raffaello

Ritratto di donna nei panni di Venere (Fornarina)

Portrait of a woman in the role of Venus (Fornarina) 1519-1520 circa

olio su tavola / oil on wood panel

Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini

Gallerie Nazionali di Arte Antica, Roma (MIBACT) - Biblioteca Hertziana, Istituto Max Planck per la storia dell’arte/Enrico Fontolan


La  mostra propone un percorso a ritroso che partendo dal 6 aprile 1520, giorno della sua morte, ripercorre l’avventura creativa di Raffaello, da Roma a Firenze, da Firenze all’Umbria, fino alle radici urbinati. Il tutto parte dalla riproduzione a grandezza naturale della monumentale tomba di Raffaello al Pantheon commissionata per l’occasione alla FACTUM FOUNDATION FOR DIGITAL TECHNOLOGY IN CONSERVATION, leader mondiale dei rilievi digitali legati alla conservazione del patrimonio.
Un percorso a ritroso, dichiarato sin dal titolo sul manifesto della mostra con l’inversione delle date, dalla morte verso la grazia e la “leggiadria” di un artista unico.
Interessante è l’installazione multimediale a cura di Alessandro Viscogliosi e realizzata da Katatexilux, dedicata alla ricostruzione della Pianta di Roma antica, la grande impresa archeologico-architettonica che Raffaello lasciò incompiuta alla sua morte, lasciando delusi umanisti ed eruditi.
Importante il grande ritratto del papa Leone X, inviato a Firenze nel 1518 per rappresentare il pontefice, impossibilitato a spostarsi, alle nozze del nipote Lorenzo duca di Urbino con la nobildonna francese Madeleine de La Tour d'Auvergne (parente del re di Francia Francesco I), dalla cui unione nacque Caterina de' Medici. Il restauro del Ritratto di papa Leone X di Raffaello da parte dell’Opificio delle Pietre Dure (OPD) deriva dalla collaborazione dell’Istituto con le Gallerie degli Uffizi, ulteriormente potenziata dal recente accordo per cui l’OPD collabora pienamente al progetto di conservazione di quella straordinaria collezione in maniera continuativa e non occasionale.

In questo dipinto il papa, vestito col camauro, la mozzetta e una veste di velluto bordata di pelliccia e riccamente decorata, è seduto a un tavolo coperto da un drappo rosso sulla sedia camerale sul cui pomello si vede un riflesso della finestra e della stanza. La composizione è in diagonale, ed il papa è intento alla lettura di un manoscritto miniato (un libro d'ore), lente d'ingrandimento alla mano, vicino a una campanella riccamente ornata a cesello, usata per chiamare i servitori e i cortigiani. Gli oggetti sul tavolo documentano i gusti raffinati del Papa mecenate. Dietro di lui nella composizione stanno due cardinali cugini, Giulio de' Medici (futuro Clemente VII, a sinistra) e Luigi de' Rossi (a destra), immobili per sottolineare il carattere "storico" della rappresentazione. Queste due figure, aggiunte in un secondo momento (come testimonia l'assenza di disegno sottostante), sono solitamente riferite a un aiuto di bottega, magari Giulio Romano: il ritratto acquisì quindi poco dopo anche il valore di esaltazione dinastica. I personaggi rivelano una notevole familiarità, col gesto del cardinal de' Rossi che poggia le mani sullo schienale della sedia e guarda direttamente il fruitore dell’opera, come se ne percepisse la presenza; gli altri sguardi invece divergono, quasi ad amplificare lo spazio su molteplici direttrici. Colpiscono i colori, basati su una stupenda "sinfonia dei rossi", dal purpureo del copricapo di velluto, alle sete cardinalizie dai toni vivaci, fino allo scarlatto del drappo lanoso sul tavolo e alla tinta sanguigna delle frange e della stoffa sulla sedia.

Tra i ritratti è importante citare il bellissimo  Ritratto di Baldassarre Castiglione, poeta e amico fraterno di Raffaello, e l’Autoritratto con un amico. Molte le opere a sfondo religioso eseguite su commissione, come le celebri Madonne. Amante delle donne, è molto bello il ritratto della Fornarina, opera da lui eseguita senza committenza. L'identità della modella è controversa. Prevale tuttora l'identificazione con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere  che sarebbe stata in quel periodo la donna amata da Raffaello e passata quindi alla storia col nome di "Fornarina". Una donna non bella ma realistica, idealizzata con una pittura molto tenue e delicata al fine di immortalare per sempre la sua amata.

Non poteva mancare in mostra il celebre Autoritratto di Raffaello, universalmente conosciuto e riprodotto su tutti i libri di scuola. Emozionante, per i fortunati visitatori, vederlo dal vivo. Numerosi inoltre i disegni, gli schizzi e i bellissimi arazzi.

La cultura antiquaria di Raffaello e la sua capacità di attualizzarla in progetti moderni è documentata anche nella sezione architettonica, dove è presente la ricostruzione in 3D della facciata del perduto Palazzo Branconio, a cura di Francesco Paolo Di Teodoro realizzata da Opera Musei Fiorentini e prodotta in collaborazione con il Centro Studi Vitruviani e il Comune di Fano.
Va infine citata  la riproduzione in 3D, di nuovo a cura di FACTUM FOUNDATION FOR DIGITAL TECHNOLOGY IN CONSERVATION, del cartone raffaellesco preparatorio per l’arazzo Il Sacrificio di Listra (presente in mostra in prestito dai Musei Vaticani), realizzato su concessione della Royal Collection e in collaborazione con il Victoria & Albert Museum di Londra.

Nell’attesa di nuove direttive da parte del Governo, è possibile una visita virtuale alla mostra attraverso il sito  https://www.scuderiequirinale.it/media/una-passeggiata-in-mostra
In un periodo come questo, in cui è richiesto di stare a casa, anche la lettura di un buon libro può accompagnarci in una passeggiata culturale di sicuro effetto.
In occasione dei Cinquecento anni dalla morte di Raffaello e della grande mostra RAFFAELLO 1520-1483, SKIRA pubblica, oltre al catalogo dell’esposizione, tre volumi dedicati al sommo artista del Rinascimento.

Costantino D’Orazio – Raffaello Il giovane favoloso

Storie, aneddoti e retroscena in un racconto alla scoperta di un Raffaello "privato". In questo libro, lo storico dell’arte Costantino D’Orazio fa parlare i personaggi che Raffaello ha ritratto nei suoi dipinti: attraverso la voce dei suoi amici e compagni di strada, ci racconta il lato più privato della personalità e della vita del pittore, quello che può risultare a tratti inconfessabile, a partire dalle storie e dalle parole delle persone a lui più vicine, quelli che l’artista ha amato, stimato e ritratto come nessun altro.

Luca Nannipieri – Raffaello - Il trionfo della ragione

La modernità di Raffaello e il suo stile prettamente rinascimentale che pone l’uomo (e il suo spazio) al centro del mondo. L’uomo è più importante di Dio. Sembra scritto questo nell’opera che riteniamo più importante di Raffaello, lo Sposalizio della Vergine, conservata alla Pinacoteca di Brera. Guardando la scena, paradossalmente, centrale non è Dio, non è il suo racconto, ma è l’opera dell’uomo. 
 Valerio Terraroli – Raffaello - Lettera a papa Leone X

La celebre lettera di Raffaello a papa Leone X sulla protezione e conservazione degli edifici antichi. Il volume, con un’introduzione di Valerio Terraroli, ripropone la celebre lettera scritta nel 1519 da Raffaello Sanzio e Baldassar Castiglione e indirizzata a papa Leone X sul tema della protezione e dello studio delle antiche vestigia di Roma. La missiva avrebbe dovuto essere la prefazione di una raccolta di disegni degli edifici della Roma imperiale eseguita dal pittore su incarico del pontefice.
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UN VIAGGIO TRA LE OPERE PIÙ IMPORTANTI DEL RINASCIMENTO IN DUE MINUTI

Di Marco Lovisco – www.dueminutidiarte.com

 
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Markus Vallazza

DA NIETZSCHE A DANTE

RADIOGRAFIA DEL PENSIERO DI NIETZSCHE
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Markus Vallazza - foto Mattia

Da giovane Markus Vallazza aveva imparato l’arte di architettura per interni di chiese da zio Domenico, alla madre Amalia Moroder donava nelle festività pasquali le uova sode colorate nel caffè con inciso sul guscio scene della passione di Cristo, in seguito ha frequentato gli studi da seminarista.
Tutti pensavano che diventasse prete.  Poi l’incontro con  Nietzsche nelle letture de La gaia scienza, lo Zarathustra, l’Ecce homo, che con il processo di smascheramento degli ideali metafisico-morali dell’Europa cristiana, hanno cambiato letteralmente la vita di Markus.
A inizio novecento, al pensiero di Nietzsche si erano associati anche  il giovane Picasso, Max Ernst, Salvador Dalì, Andrè Masson. In Italia i Futuristi, Marinetti, Boccioni, Carrà, Depero. Anche Giorgio de Chirico si era adeguato con la sua “pittura metafisica”.

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Nietzsche e Dante
Per Markus, pensando al grande filosofo, che lo aveva conquistato e affascinato, c’è stata una lunga preparazione. Aveva visitato i luoghi dove era vissuto cercando di capire che cos’era il dolore, quello interiore, che gli affliggeva e perseguitava lo  spirito. Pensava di inserirlo nella sua “Commedia” come personaggio metafora del nostro tempo collocandolo nella prima Cantica, l’Inferno, e destinandolo ad affiancare Ulisse con la differenza che impersonava l’avventuriero dello spirito, quello che si spinge fino alla follia, la “Hybris” della quale parlano i greci quando l’uomo si mette al posto degli Dei o di Dio.

L’omaggio vallazziano a Nietzsche si è articolato su un triplice percorso: quello umano che cercava di compenetrare la sfera dei sentimenti del filosofo; quello letterario, che prova a sintonizzarci sulla frequenza d’onda del pensiero e delle opere; ed infine quello della sua malattia, sfociata a Torino nella pazzia, che lo ha condannato alla sofferenza e alla solitudine.

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Riprese videoCosì nella sua Testa”operatore  Fulvio Vicentini

 






DANTE E LA COMMEDIA GRAFICA DI  MARKUS VALLAZZA
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Schema della Divina Commedia
Diventa stimolante parlare della Commedia oggi che è stata istituita dal ministero Beni culturali la giornata Dantedì per ricordare l’Alighieri nel suo 700esimo anniversario della morte (1321). Quindi è’ doveroso visitare la sua selva oscura per ricordare quanti oggi si prodigano eroicamente contro la selva selvaggia pandemica.

Nel ricordare i grandi maestri che si sono ispirati al Sommo Maestro: Giotto. Botticelli, Michelangelo, Dalì, Sughi, Alberto Martini, Sassu, Moebius, Milton Glaser
non possiamo dimenticare Markus Vallazza, che a Dante ha dedicato oltre un decennio della sua vita d’artista.
Dopo aver letto nel 1991 il libro “Alla ricerca di Beatrice”, della psicoterapeuta junghiana Adriana Mazzarella aveva capito che dopo Freud si poteva leggere la Divina Commedia anche in chiave junghiana. Ha pensato quindi ad un itinerario che si snodava lungo due percorsi dal tracciato quasi parallelo. Il primo, dettato dal percorso di Dante accompagnato dal suo maestro Virgilio, il secondo quello di Markus che nelle mutate condizioni storiche e culturali chiede a Dante una risposta per i problemi dell’uomo di oggi. E’ stato quindi tra i primi illustratori a dare un taglio anche psicoanalitico alla sua Commedia.
A Vienna aveva il gallerista  Ernst Hilger che lo sponsorizzava, l’atelier dove lavorava gli era stato concesso in affitto da Peter Infeld, presidente di una fondazione culturale e le incisioni venivano stampate presso la stamperia calcografica Fischer sempre a Vienna.
Ogni qualvolta che Markus aveva le lastre di una cantica pronte veniva a Bolzano e le stampava personalmente la prima copia al torchio nel suo atelier di via Goethe dandola a Vicentini per realizzare i volumi sul viaggio grafico nei tre regni del oltretomba.

 

Vicentini 2Cofanetto con trilogia dantesca






Durante questi soggiorni bolzanini è stato anche realizzato nel suo studio il video “Così nella sua Testa”, (vedere foto), patrocinato della Provincia Autonoma Assessorato Scuola e Cultura italiana.
DIARI DI SCHIZZI - SKIZZENBUCH e VETRATE SULLA COMMEDIA

Pari passo alle tre cartelle di incisioni  l’artista disegnava anche su cinque diari che fungevano da base del progetto. In accordo con Markus, sono stati estrapolati tre disegni per realizzate tre vetrate legate al piombo da Sante Pizzol, importante docente  di “Vetroricerca  Glas & Modern”. Uno di questi capolavori su vetro è rappresentata Lia tra i fiori, osservata da Dante e Virgilio. (Purg. c. XXVIII).
Una scena resa viva dalla trasparenza del vetro che ne esalta una atmosfera paradisiaca.

DSC 0864 copiaVetrata Purgatorio “Lia osservata da Dante e Virgilio

I 5 diari Skizzenbuch sono stati acquistati dalla Provincia di Bolzano - Assessore  alla cultura tedesca  Kaslater Mur.  Le vetrate sarebbero l’ideale completamento ai diari. I lavori di Markus sono stati visti a Ravenna dal prof. Vittorio Sermonti che ha scritto: Le raffigurazioni  di Markus  sono il  frutto di una penetrante conoscenza di Dante.
A Ravenna, nel chiostro dei francescani che fiancheggia la tomba di Dante  le 100 tavole  grafiche  sono state presentate al pubblico il 17 aprile 2002.
Ha lavorato anche su l’Odissea di Omero, Don Chisciotte, Pinocchio, le favole de Jean De La Fontane, su Personaggi della Cultura mondiale.
       Grande è il travaglio de l’ 

                                                   …artista

                                                c’ha l’abito dell’arte e man che trema.   (Par. XIII, 78-79)

Causa una dolorosissima malattia alla mano Markus non ha più potuto creare, disegnare, incidere, scrivere e suonare, conducendolo ad uno stato depressivo che lo ha portato alla tomba.

sdrNel chiostro accanto alla tomba di Dante -
da sinistra: – Renate e Markus – fra Maurizio – Claudio Widmann e Fulvio Vicentini ( foto Mattia)

 

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MOSTRA VIRTUALE - Daniela Gargano

Gargano Daniela nasce a Palermo nel 1973 dove vive e opera. Qui consegue la maturità tecnico turistica e frequenta l'Accademia di Belle Arti e la scuola libera del nudo ma anche
corsi privati affiancandosi a insegnanti di pittura e maestri del panorama artistico palermitano. Il suo grande amore per i viaggi la porta in giro per il mondo alla continua scoperta e conoscenza delle sue bellezze naturali, ambientali, paesaggistiche, ma anche storico-architettoniche e la sua attenzione è rivolta agli aspetti antropologico-culturali dei tanti paesi visitati.
Dall'Africa all'Asia alle Americhe all'Oceania viaggia sempre alla ricerca degli aspetti paesaggistici più suggestivi per goderne della stupefacente bellezza e trasporla sulle sue tele per fissarne il ricordo per sempre. èmossa da forte curiosità anche per l'aspetto antropologico- culturale delle diverse popolazioni con le quali viene a contatto durante i suoi viaggi e delle quali ne subisce profondamente il fascino. Tradizioni, usi e costumi sono elementi di studio e ricerca e da sempre costituiscono fonte d’ispirazione creativa e tutto ciò è chiaramente visibile nella sua produzione artistica. Passioni che nascono con lei e che coltiva fin da bambina epoca nella quale si delinea già chiara la sua inclinazione e predisposizione al disegno ed alla pittura. Si è interessata inizialmente al disegno, al carboncino, agli acquerelli, passando poi all'utilizzo di tempere ed acrilici e per finire con la pittura ad olio su tela. Realizza anche incisioni con la tecnica della “punta secca” e pittura murale. Nel 1988, a soli 15 anni, ha vinto il 1° Premio “Ecologia e Turismo” al concorso indetto dall’Ente Regione Sicilia al fine di promuovere e sensibilizzare in materia di ambiente e turismo naturalistico. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, sia in Italia che all’estero. In Germania la sua prima mostra personale presso la Volkshochschule di Heidelberg risale al 1997. Sue opere fanno parte di collezioni private sia in Italia che all’estero (Germania e Austria) e collezioni pubbliche. Alcune sono esposte in maniera permanente presso associazioni ed all’interno del Castello di Carini, presso le sale comunali di Cefalù, presso la Fondazione MARTA GIERUT (Lucca) e fanno parte di una collezione
pubblica del Comune di Palermo, esposte presso la sala delle Carrozze di Villa Niscemi. Ha realizzato la copertina del 1° cd musicale del gruppo “Living Core” di musica Pop – casa discografica: Hydra Music.
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Colori di Libertà

La natura è per Daniela Gargano soggetto e oggetto della propria espressione artistica. La presenza di elementi naturali nella sua pittura è più che preponderante, totalizzante. Che siano acrilici, acquerelli o dipinti ad olio, il dato comune alla sua opera è questa ispirazione che traccia una sorta di percorso omogeneo secondo una direzione precisa, non soltanto artistica, ma probabile espressione di un universo interiore. Scorrendo la sua opera è come se si fosse proiettati in una costellazione emozionale di esclusiva pertinenza dell’artista, che viene trasmessa mediante l’elemento naturalista assunto a fonte del mistero, ma semplice nella sua essenza. Questo diviene perciò proiezione di un anelito che nell’altrove figurato nei dipinti pare tracciare un percorso di libertà soprattutto dai vincoli della quotidianità a cui siamo tutti abituati e di cui rimaniamo “prigionieri inconsapevoli”.
Grandi fiori bianchi o dai colori primaverili vengono fotografati sulla tela in tutta la loro esuberanza, nel pieno della vita: si scorgono primi piani floreali che appaiono come gettati in faccia all’osservatore, perché questi non abbia il tempo di analizzare ma venga colpito dalla maestosità di ciò che la natura è stata in grado di fare. E in effetti, che analisi può esservi di ciò che esiste da sempre, senza corrompere l’oggetto della propria indagine come solo l’uomo può fare?
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Così per i fiori ma anche per gli animali che Daniela Gargano ritrae: placide tigri, giraffe dagli occhi quasi interrogativi, grandi leoni che fissano l’artista e il pubblico in uno scambio mozzafiato che non lascia spazio ad interpretazioni, ma si sublima nello scambio di sguardi fra l’oggetto e il soggetto, dato dal preciso tratto tecnico-artistico. Un dialogo muto, ma non per questo sublime. E non occorre aggiungere nulla ai prati dipinti dall’artista e sempre affollati da una moltitudine di fiori, siano essi girasoli o tulipani, questi si sostanziano in se stessi, perché nell’immagine espressa esistono da sempre ed esisteranno per sempre. Non c’è scorrere del tempo nel tratti di Daniela Gargano ma un presente assoluto che si manifesta “qui e ora” del paesaggio e del colore, sia esso rosso o giallo, come quello dei grandi fiori, oppure nero preponderante nell’universo che circonda gli animali raffigurati o dal quale emerge un candido fiore bianco: è dal nero che nasce il bianco. Da un oceano scuro esplode la vita, quella di un fiore come di un animale, di tutti gli esseri viventi. L’opera assume le sembianze di una sinfonia cromatica, in cui il colore dell’erba lontana si confonde con il cielo in un orizzonte che è più vicino di quel che si pensi. L’unica concessione fatta all’uomo nella pittura di Daniela Gargano è data dal mito, ritratto sotto le sembianze di leggendari protagonisti della tradizione egizia, oppure a volere fermare il tempo laddove questo era in simbiosi con lo spazio, senza che vi fosse la profanazione dell’uomo stesso verso ciò che lo circondava. Su tutto, predomina una delicatezza espressiva, simbolo di come la libertà interiore cercata e voluta dall’artista non possa essere imposta con la forza, ma sia pur sempre l’unica possibilità che sublima l’essere umano e lo rende parte del Tutto.
Alberto Samonà
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Mostre e Rassegne d’Arte:
“Grafica”, mostra collettiva di grafica e incisione presso galleria Dictinne Bobok, Palermo - 2019, “Francesco Carbone e il suo tempo” presso Galleria Studio 71 a cura di Francesco Marcello Scorsone e Vincenzo Viscardi - 2020, “Mare Nostrum” presso la Borsa Internazionale del Turismo – Fiera di Milano - 2018, Mostra collettiva presso Complesso monumentale Guglielmo II, sala Novelli, Monreale - 2019, Mostra “Incontro” presso Galleria degli Artisti, Milano - 2019, Mostra “Sul Paesaggio…” presso Galleria Studio 71, Palermo, cura di Francesco Marcello Scorsone e Fondazione Francesco Carbone presieduta da Vincenzo Viscardi - 2019, Mostra “Sul paesaggio… S.O.S. Terra” presso Real Casina di caccia a Ficuzza, Palermo, cura della Galleria 71 di Palermo e della Fondazione Francesco Carbone presieduta da Vincenzo Viscardi - 2019, Simposio di Arte Contemporanea presso Capo Palinuro indetto dal comune di Centola (Salerno) - 2019, Mostra collettiva “Lo stato dell’Arte ai tempi della 58° Biennale di Venezia” presso Palazzo Zenobio, Collegio degli Armeni, Venezia a cura del critico Giorgio Gregorio Grasso e direzione artistica del pittore Francesco Anastasi.
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I Tesori del Borgo - Casola Valsenio.

Come in una favola dal sapore antico.
Di Marilena Spataro.

"Casola è una favola" è il titolo di una delle maggiori manifestazioni che ogni estate si tengono a Casola Valsenio. Non uno slogan qualunque, ma un'incisiva definizione di tutto un mondo, da quello naturalistico e paesaggistico a quello architettonico, storico e umano, che gravita intorno a questo meraviglioso Borgo medievale dell'Appennino tosco romagnolo e che lo caratterizza nella sua unicità e bellezza. Ultimo Comune in provincia di Ravenna, al confine con la Toscana, Casola Valsenio è una cittadina che a tutt'oggi sembra essere uscita da una incantevole fiaba, incastonata com'è tra il biancore di lunari calanchi e morbide colline verdeggianti, similmente a una pietra preziosa, e situata nel cuore di uno dei parchi naturalistici più affascinati e particolari d'Italia: Il Parco della Vena del Gesso Romagnola. È questa un'ampia area in cui le vallate dei torrenti Santerno, Senio, Sintria e Lamone che solcano gli Appennini nella parte occidentale della Romagna, sono intersecate, ad una decina di chilometri dalla linea di congiunzione con la pianura, dalla Vena del Gesso Romagnola. Si tratta di una dorsale di solfato di calcio, variamente cristallizzato e stratificato in imponenti bancate, che affiora per una lunghezza di una ventina di chilometri e con una larghezza che non supera mai il chilometro, attraversando i territori dei comuni di Casalfiumanese, Borgo Tossignano e Fontanelice in provincia di Bologna e Casola Valsenio, Riolo Terme e Brisighella in provincia di Ravenna.
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La formazione gessosa-solfifera, per la sua imponenza e composizione, per la straordinaria varietà della sua morfologia e la tipicità della flora e della fauna, ha inciso nella costruzione del paesaggio che si stende tutt’attorno, influenzando favorevolmente il microclima delle quattro vallate, lasciando anche il segno nella storia e nella vita degli uomini. È una ricchezza naturale e storica che sorprende ed affascina l’escursionista che a piedi percorre i sentieri del Parco. Cominciando da quelli che intersecano i contrafforti da dove si può cogliere il verde e l’ombrosità del versante nord o la luminosa aridità delle banticate del versante sud che, riflettendo il chiarore lunare, erano dette “pietra di luna”. Continuando con i sentieri che si snodano nella dorsale e che dopo ogni svolta o dosso offrono suggestivi scorci della cristallizzazione del gesso; inghiottitoi e risorgenti e spelonche con i segni di antiche presenze umane e profonde grotte ed anche rarità botaniche o la rapida fuga di un selvatico. Senza dimenticare le tracce lasciate dal lavoro e dalla vita degli uomini: abitazioni, resti di insediamenti religiosi e militari o antiche cave di gesso. Ma l’escursione più emozionante è lungo il filo del crinale: un percorso che riempie gli occhi ed emoziona l’animo con la straordinaria ricchezza della Vena e il paesaggio che si apre verso monte e verso valle. Da una parte i crinali verdi-azzurrini si susseguono sfumando sulla linea dell’orizzonte; dall’altra, oltre la fascia bassa delle ragnatele aride dei calanchi, si stende una pianura biancheggiante di case, paesi e città, bordata dalla linea del mare che da qui, per dirla con Tonino Guerra, appare come “una riga lunga e blu”.
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Alle straordinarie bellezze della Vena del Gesso (candidata al riconoscimento di sito  Patrimonio Mondiale dell'Umanità UNESCO) di cui il territorio di Casola è parte integrante, ci sono ulteriori aspetti di fascino che rendono di grande attrazione la ridente cittadina romagnola, segnata nella sua società e nella sua stessa struttura urbanistica e architettonica nel corso dei secoli, da una serie di importanti vicende e figure storiche.
Il Borgo nasce nel 1216, in seguito alla distruzione da parte dei faentini del castello di Casola, che sorgeva nella collina soprastante. Ma la valle risulta abitata in epoche molto precedenti. Sono stati rinvenuti resti archeologici che testimoniano la presenza di insediamenti etruschi, gallici e romani. Nell'anno Mille, a 3 km dall'attuale centro abitato, fu fondata l'Abbazia benedettina di Valsenio, dalla quale partì una vasta opera di bonifica agraria con l'estensione dei terreni coltivati e l'introduzione della coltivazione del castagno. Originaria di Casola è la famiglia Pagani dai quali discende quel Maghinardo Pagani, citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia come e che ebbe un grande ruolo nelle vicende politiche e militari della Romagna del XIII secolo. Nel 1424 Casola giurò fedeltà al Duca di Milano Filippo Maria Visconti, per passare nuovamente ai Manfredi di Faenza, quindi a Girolamo Riario e Caterina Sforza, signori di Imola e Forlì e, infine, al duca "Valentino" Cesare Borgia. Nel XV secolo si affermò il ruolo dei Ceroni, tanto che si diffuse presso i paesi vicini il soprannome di "Ceronesi" per gli abitanti di Casola.
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Nel 1563 si schierano contro i Ceroni il Granduca di Toscana, Cosimo de' Medici e il Papa Pio IV che, con oltre 5.000 uomini, distrussero beni e proprietà legate ai Ceronesi. Durante l'occupazione napoleonica emerge la figura di Giovanni Soglia Ceroni (1779-1856). Nominato Cardinale da Papa Gregorio XVI, divenne Segretario di Stato di Papa Pio IX. Si deve a lui l'ampliamento del territorio comunale, che venne sottratto al vicino Comune di Brisighella, e la costruzione dei conventi delle Suore Maestre di Santa Dorotea e dei Frati francescani. La storia più recente vede Casola Valsenio, a partire dagli anni '70 e '80, gettare le basi per un nuovo sviluppo fondato sull'integrazione tra agricoltura specializzata e di qualità, turismo e valorizzazione delle emergenze naturali e ambientali del territorio.
Immediatamente fuori dal paese, lungo la strada provinciale che collega Casola Valsenio a Fontanelice, si può visitare il Giardino delle Erbe "Augusto Rinaldi Ceroni". Il Giardino delle erbe – di proprietà della Regione Emilia-Romagna – è stato inaugurato nel 1975 ed è intitolato al suo fondatore Augusto Rinaldi Ceroni. Si sviluppa su una superficie di 4 ettari, con una struttura a gradoni, dove sono coltivate circa 450 diverse specie ed essenze officinali. Il Giardino, che fa parte del circuito Museale della provincia di Ravenna, svolge un’importante funzione di conoscenza, valorizzazione e divulgazione della coltivazione e dell’uso delle piante officinali. Per quanto riguarda il patrimonio storico-architettonico si presentano di particolare interesse la Villa Il Cardello, antica foresteria dell'Abbazia di Valsenio (risalente al XII secolo), successivamente eletta a sua residenza dal famoso poeta e scrittore Alfredo Oriani, che qui morì il 18 ottobre 1909. Oggi, l'abitazione - monumento nazionale - è adibita a casa-museo dello scrittore; l'edificio è proprietà della Fondazione Casa di Oriani.
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Altra struttura di rilievo presente sul territorio di Casola è la Rocca medievale di Monte Battaglia risalente al XII secolo, posta sulla sommità dell'omonimo monte, a 715 m sul livello del mare, nello spartiacque tra le vallate del Senio e del Santerno. Nella sua lunga storia è stata teatro di aspre contese e battaglie, da quella tra Goti e Bizantini nel VI secolo, fino ai drammatici e sanguinosi combattimenti del 1944 (dal 24 settembre all'11 ottobre), durante la seconda Guerra Mondiale. Luogo di memoria degli eventi bellici e della Guerra di Liberazione nazionale, la Rocca di Monte Battaglia è stata sottoposta a un'intensa opera di ripristino e restauro negli anni '80 del XX secolo. L'Appennino casolano è inoltre ricco di abbazie e pievi. Da ricordare, l'Abbazia di San Giovanni Battista in Valsenio, fondata intorno all'anno Mille dai benedettini, essa fu in origine un monastero. La comunità si sciolse nel XV secolo. Il complesso monastico, l'edificio più antico dell'alta valle del Senio, conserva l'aspetto tipico delle chiese romaniche maggiori: struttura a tre navate con abside semicircolare. La chiesa è stata interessata da una campagna di scavo, avvenuta nel 2009, volta a recuperarne l'aspetto originario. Sono state riscoperte le vestigia della primitiva costruzione, databile tra tardo antico ed alto Medioevo: è stato rinvenuto il pavimento; inoltre sono state scoperte le fondazioni di due grandi colonne pilastrate, attribuibili anch'esse a una fase antica. Ciò ha fatto pensare all'esistenza di un ambiente sotterraneo, ancora più antico della chiesa fondata dai benedettini, di cui era ignota l'esistenza. Nella seconda campagna di scavi del 2011, é stata cosi' riportata alla luce l'originaria cripta, risalente al VII secolo, ritrovata al di sotto dell'abside attuale. La pavimentazione si è presentata in lastre di pietra calcarea. È stata in parte rinvenuta anche la scala originale dalla quale si scendeva nella cripta. Inoltre sono stati ritrovati: l'antico frantoio dei monaci benedettini, in marmo rosso di Verona e una lastra marmorea d'epoca bizantina raffigurante una croce intrecciata sulla quale sono posati due uccellini.
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Altri luoghi di culto d'interesse storico-architettonico da segnalare sono le chiese di Prugno, di Rivacciòla e le pievi di Settefonti (restaurata nel primo decennio del XXI secolo) e di Sant'Apollinare, con annesso il campanile romanico (quest'ultima situata al confine con il Comune di Palazzuolo sul Senio, 8 km a sud di Casola). A rendere fortemente identitario il territorio di Casola Valsenio ci sono, infine, le tradizioni che gli derivano dal mondo contadino e campestre e che continuano a essere mantenute in vita attraverso una serie di interessanti iniziative fieristiche e culturali, oltre che nelle pratiche agricole e artigianali del vivere quotidiano. Basta pensare all'attenzione che questo piccolo Borgo romagnolo, con poco più di 2500 abitanti, dedica al recupero e alla valorizzare di quei frutti autunnali che, a causa dei cambiamenti naturali o spontanei nelle colture, si erano andati perdendo nel tempo, così come nell'interesse culinario diffuso. Ed è proprio per diffondere questa cultura del recupero e tutela dei prodotti della terra in via di estinzione che a Casola si è avviato da anni un percorso che le ha guadagnato il titolo di "Paese delle Erbe e dei Frutti Dimenticati". Le antiche tradizioni contadine, vengono così riprese e finalizzate alla salvaguardia di alberi da frutto di varietà ormai accantonate, un contributo importante in questa direzione è l’incessante lavoro svolto nel locale Giardino delle Erbe, dove dagli anni Settanta si coltivano erbe aromatiche e officinali. Ogni anno, nella festa dei Frutti dimenticati che anima Casola per due fine settimana di ottobre, le aziende agricole del territorio casolano propongono ai tanti visitatori che puntualmente popolano l'originale evento, quei frutti che un tempo erano coltivati o raccolti nei boschi, tra cui, insieme a tantissimi altri di cui se ne é andata perdendo la memoria, vale la pena ricordare le avolane, i prugnoli, le mele cotogne, le corniole, le sorbe, le melagrane e le azzeruole. Visitare Casola Valsenio in questa occasione, ma non solo, è un piacevole tuffo nel passato per un'indimenticabile festa per la gioia degli occhi e del palato.

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