Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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Biografie d'Artista - Andrea Simoncini

a cura di Marilena Spataro.

Nato il 12 settembre 1950, a Firenze, dove risiede e lavora, Andrea Simoncini, è un artista di lungo corso e attento conoscitore della storia dell’arte.
Dopo la maturità ha iniziato a dedicarsi alla pittura frequentando lo studio di Mario D'Elia. Ha esposto su invito in mostre personali e collettive in Toscana e in molte città italiane ed estere, conseguendo numerosi riconoscimenti, tra cui varie edizioni del “Premio Italia per le Arti Visive” e del “Premio Firenze” (2008 e 2009). Tra le sue mostre più importanti si ricordano: Palazzo Bastogi della Regione Toscana, Palazzo Ghibellino di Empoli, Galleria Via Larga Palazzo Medici Riccardi sede della provincia di Firenze, sala Consiliare del Comune di Fiesole, Seminario Arcivescovile di Fiesole, Complesso monumentale di San Severo al Pendino sede del Comune di Napoli, Biblioteca del Comune di Signa (Fi), Comune di San Casciano Val di Pesa, Foyer del Teatro di Castiglion Fiorentino (Ar), Sala Gino Severini del Comune di Cortona (AR). Nel 2019 personale presso il Caffè storico Le Giubbe Rosse a Firenze. Nel 2021 partecipa a diverse mostre ed eventi in occasione del centenario dantesco: a Milano, a Ravenna, a Budrio (BO) e a Poppi (AR) con l’Associazione culturale LOGOS. Tra le mostre all’estero ricordiamo Bratislava nel 2016 e Amsterdam nel 2017.
Numerose inoltre le mostre personali e collettive presso la Società di Belle Arti Circolo degli Artisti Casa di Dante (di cui è stato Vice Presidente) dove tra quelle tenutesi più recenti si segnalano: le mostre a tema su Prometeo nel 2020 e su Dante nel 2021. Ha tenuto anche diverse esposizioni presso il Centro Studi Leda e Gabriella Gentilini (Firenze) di cui è Vice Presidente.
Sue opere sono presenti in sedi istituzionali, gallerie, collezioni private e in permanenza presso il Centro Studi Leda e Gabriella Gentilini.
Scrive Gabriella Gentilini in una delle presentazioni in catalogo: “...Il territorio sterminato e mutevole che da sempre stimola la creatività di Andrea Simoncini si concilia con le sue grandi doti artistiche ed intellettuali e con le sue profonde conoscenze di studioso a tutto campo, rigoroso nella ricerca e nella tecnica, libero e fantasioso nella rappresentazione, capace di offrirci spunti di seria riflessione al pari di momenti da sdrammatizzare con un velo di ironia”.
www.andreasimonciniarte.it
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I Tesori del Borgo - Pieve di Cento

Come un gioiello antico che nella sua preziosità narra storie cariche di suggestioni e di bellezze artistiche e architettoniche.
di Marilena Spataro.

Un patrimonio artistico e architettonico, quello di Pieve di Cento, che è un genuino tesoro accresciutosi nel tempo grazie all’impegno di associazioni, enti e personaggi del territorio, nonché ad opera di una miriade di iniziative pubbliche e private, religiose e laiche. Appartenente oggi all’area metropolitana di Bologna, Pieve di Cento, è una cittadina situata lungo il corso di pianura del fiume Reno laddove esso inizia a segnare il confine con la provincia di Ferrara. Nel 1376 divenne comune autonomo, mentre prima di questa data con la vicina Cento formava un unico comune. Ma la sua storia risale a molto tempo prima. Nell’VIII secolo era già un centro civico e religioso ben strutturato formatosi intorno alla chiesa (“Pieve”) più importante del territorio, il che ha creato nella comunità pievese un singolare spirito di unitarietà e di passione comune. I primi documenti relativi ad insediamenti in un’area corrispondente all’attuale territorio dei comuni di Cento e di Pieve risalgono all’VIII e IX secolo d.C. La regione si presentava allora come una vasta e omogenea zona paludosa, ricca di valli da pesca, segnata dal corso del fiume Reno: il cento-pievese. Esso costituiva una “pieve”, un’area territoriale soggetta ad una chiesa, detta appunto “pievana” (l’unica a possedere un fonte battesimale), che presiedeva alle altre chiese del territorio. In prossimità del luogo dove sorge l’attuale Collegiata di S. Maria Maggiore di Pieve di Cento si costituì un borgo elevato rispetto alle paludi circostanti, mentre un altro piccolo centro si formò più tardi, poco dopo il Mille, attorno alla chiesa di S. Biagio di Cento. Quando, tra il IX e il XIII secolo, le città e i borghi iniziarono a fortificarsi per difendersi dalle incursioni nemiche, chiesa e centro abitato furono compresi entro le stesse mura. Nacquero così due borghi fortificati isolati l’uno dall’altro, seppur vicini: il Comune di Cento, costituente un’unica comunità amministrativa, e Pieve di Cento, con una pieve che continuava a mantenere il suo primato ecclesiastico.
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Pieve di Cento si forma sotto il dominio del vescovo di Bologna, diventa libero Comune, subisce la dominazione estense prima e pontificia poi. Secoli di storia che hanno lasciato testimonianze artistiche, culturali e religiose che ancora oggi sono patrimonio della città. Un patrimonio cui gli abitanti di Pieve hanno riservato nel corso dei secoli una grande attenzione sul fronte conservativo, della tutela e della valorizzazione, operando al contempo per accrescerne l’entità attraverso acquisizioni di opere da parte pubblica quanto di mecenati privati.
Di grande rilevanza sotto l'aspetto culturale fu la presenza a Pieve dell’ordine dei Padri Scolopi, i quali vi giunsero nel 1641. La loro importanza fu legata soprattutto alla scuola annessa al convento: l’impegno educativo dei Padri Scolopi cercò, infatti, di indirizzarsi verso bambini e ragazzi di qualsiasi ceto sociale. Negli archivi storici, presso la biblioteca comunale, è conservata l’antica biblioteca dei Padri Scolopi dotata di circa 2000 volumi dei secoli dal XV al XIX.
Tra le opere architettoniche militari identitarie della storia di Pieve di Cento abbiamo quattro porte: Porta Cento, Porta Asìa, Porta Bologna e Porta Ferrara, che insieme costituiscono un edificio storico di difesa utilizzato come torre armata per vegliare l’accesso alla cittadina. Le porte sono state erette in legno nel XIII secolo, per poi essere ricostruite in muratura nel corso degli anni. Altra struttura militare è la Rocca che fu costruita nel 1387 dal Comune di Bologna su progetto di Antonio di Vincenzo (il progettista della Basilica di San Petronio a Bologna) quale baluardo difensivo. In seguito a lavori di consolidamento, dal 2015, la Rocca è diventata una delle due sedi del Museo delle Storie di Pieve, l’altra sede è presso Porta Bologna, in cui si racconta la millenaria storia culturale, economica e sociale della città, attraverso un percorso espositivo che impiega moderne tecnologie.
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Gli edifici religiosi di maggiore valore storico e artistico - architettonico presenti nel territorio di Pieve di Cento sono la Collegiata di Santa Maria Maggiore, la Chiesa della S.S ma Trinità, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di San Rocco e San Sebastiano (inagibile dal terremoto del 2012). Tra tutte merita particolare attenzione la Pieve, oggi Collegiata di Santa Maria Maggiore. Sorta nel secolo VIII come Pieve avente giurisdizione sulle chiese di Cento e di Pogetto, è menzionata per la prima volta in un documento del 1207.
Sempre nel Basso Medioevo la Pieve assunse il titolo di collegiata, essendosi formato un capitolo. Molti furono nel corso dei secoli i rifacimenti e i tentativi di restauro di questa struttura, ma con esiti sempre poco felici. Nel 1681 si tentò di riedificarla ex novo, però il progetto apparve ben presto fallimentare e fu interrotto. La struttura attuale risale al 1702, progettata dai fratelli modenesi Silvestro e Giuseppe Campiotti, fu terminata nel 1710. Subì restauri e modifiche varie: nel 1816, poi a più riprese nel ‘900. Danneggiata gravemente dal terremoto del 2012, è stata riaperta al pubblico dopo una seria ristrutturazione, nel 2018. La facciata, in stile barocco, ospita nelle relative nicchie, sei statue raffiguranti i santi Rocco, Isaia, Luca, Giuseppe, Sebastiano e Fabiano ed un bassorilievo, realizzati nella bottega veronese dei Guidottini e collocate nel 1708. Opere di pregio conservate all’interno della Pieve sono il crocifisso miracoloso, di fattura medievale, una pala seicentesca di Guido Reni con l’Assunzione della Beata Vergine Maria, la tela del 1646 del Guercino proveniente dalla soppressa chiesa dei Padri Scolopi con soggetto l’Annunciazione e quella della Nascita della Vergine, realizzata nel 1605 da Ippolito Scarsella, un quadro raffigurante Santa Maria Maddalena con Gesù Risorto - Cristo e la samaritana, eseguita tra il 1665 ed il 1675 da Cesare Gennari, la pala con San Giuseppe Calasanzio riceve la visione della Vergine, dipinta nel 1749 da bolognese Giuseppe Varotti, quella con San Giuseppe assieme al Bambino appare ai Santi Antonio di Padova e Francesco di Paola, opera di ignoto bolognese del XVIII secolo, il quadro della Crocifissione di Gesù con, vicino, la Beata Vergine Maria e i Santi Ignazio, Francesco e Giovanni Apostolo ed Evangelista, realizzato da Bartolomeo Gennari nel 1637, la tela raffigurante la Nascita di San Giovanni, eseguita tra il 1552 ed il 1577 da Orazio Samacchini, la pala del Ritrovamento della Vera Croce, dipinta da Bartolomeo Passarotti tra il 1585 ed il 1589, e il quadro con l’Assunzione di Maria, opera di Lavinia Fontana.
Pieve di Cento è sede anche di una Pinacoteca Civica, dove insieme al Museo che dispone di un rilevante numero di importanti opere d’arte, antiche, moderne e contemporanee, è presente una biblioteca comunale che custodisce 28.000 volumi, 20 periodici, 88 posti studio, archivi storici fondo dei Padri Scolopi.
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La pinacoteca è stata inaugurata nel 1980 presso il settecentesco Palazzo Mastellari, nella piazza principale del paese. A seguito di un impegnativo lavoro di ristrutturazione delle Scuole, nel 2021, la pinacoteca è stata trasferita presso il nuovo centro culturale “Le Scuole”, luogo che consta di oltre 1000 opere dal 1300 ad oggi, e che è anche la nuova sede della biblioteca comunale.
La collezione di arte antica comprende opere fino al XIV secolo. Tra queste sono presenti: una statua lignea che rappresenta la Madonna con Bambino, una scultura-reliquiario di origine spagnola portata a Pieve probabilmente da un pellegrino e dorata nel 1452 da Marco Zoppo; un antifonario chiamato Codice A che era stato acquisito dalla collegiata nel XV secolo, il dipinto dello Scarsellino rappresentante San Michele Arcangelo combatte contro Satana. E ancora a Pieve di Cento, grazie all’iniziativa di un imprenditore locale, è stato creato negli ultimi decenni il Museo d’arte delle generazioni italiane e MAGI ‘900, dove sono presenti più di 2.000 opere d’arte contemporanea per 9.000 metri quadrati di spazio espositivo, che si espandono in un singolare edificio di archeologia industriale - un silo granario degli anni 30 riconvertito - cui nel tempo sono state accostate due nuove strutture espositive e un grande giardino dedicato alla scultura.
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Daniela Sangiorgi - “Il colore dei sogni”

A cura di Andrea P. Petralia.
Sala espositiva Terme Beach Resort - Punta Marina Terme, Ravenna.
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Artista ravennate, Daniela Sangiorgi, dopo una laurea in Conservazione dei Beni Culturali, intraprende, dal 2005, un intimo percorso di studio e crescita nel mondo della pittura; seguendo istinto e passione, scopre e sperimenta pigmenti e supporti diversi in una continua evoluzione.
Nel 2019, grazie all’incontro con il curatore Andrea Petralia di Mecenate.online e con la conoscenza ed i consigli del Maestro Paolo Nuti, partecipa ad alcune mostre collettive a Ravenna e a Milano e, di recente, alla sua prima mostra personale “Il colore dei sogni” a Ravenna.
Su di lei hanno scritto i critici Francesca Bogliolo, Stefania Reitano, Filomena Volpe.
Francesca Bogliolo sottolinea la “matrice post impressionista ed espressionista” delle sue opere che sono caratterizzate da “presenze enigmatiche e visionarie” in un processo di continua metamorfosi. Mentre il critico, Filomena Volpe, scrive il testo “Daniela Sangiorgi e le stagioni della sua vita” in cui analizza l’evoluzione nel tempo della donna, protagonista indiscussa delle opere di questa artista.
Nel mese di aprile la pittrice parteciperà al Contemporary Art Talent Show di Genova. 
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Sette artisti e i loro demoni

recensione di Lara Petricig.
Autore: Andrea Baffoni
Titolo: Dannati romantici. Da Géricault a Ligabue. Artisti tormentati tra genio, sregolatezza e follia.
Fabrizio Fabbri Editore - 2021


Una storia di uomini tormentati da un demone interiore che li rende capaci di esprimersi in grandi opere d’arte. L’autore è lo storico dell’arte umbro, Andrea Baffoni, che ripercorre la biografia di sette artisti, scelti perché romantici. Lo sono nel loro modo di porsi e di vivere, al di là di appartenere o meno al Romanticismo storico, sono accomunati da una personale inquietudine interiore che li accompagna per sempre.
Con stile narrativo, sciolto, equilibrato e piacevole alla lettura, Baffoni racconta in un libro di duecento pagine le vite di Théodore Géricault, Vincent van Gogh, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Amedeo Modigliani, Nicolas de Staël, Mark Rothko e anche quella di Antonio Ligabue.
La scelta di considerare questi artisti - e non altri - è del tutto personale, ma scopriamo che chi possiede dentro di sé il demone sarà condotto insostenibilmente a cedere sempre ad una soluzione e a un destino che può essere: la decisione del suicidio a compimento di una missione; il veloce consumo e logorio nel corpo compiendo atti estremi e fino al punto estremo, l’avvento della follia o della depressione per un finale tragico perché “per le anime tormentate il lieto fine è un lusso impossibile”.
Nelle singole narrazioni l’autore contestualizza le opere pittoriche più significative all’interno dei segmenti di vita, di intensa vitalità dell’animo, che le ha generate. È così che nel libro la biografia diventa complice dell’opera d’arte! L’intento è quello di mettere in risalto il particolare legame tra il vissuto interiore e l’opera che ne deriva, a volte si tratta del quadro più importante, quello che ha reso onore all’autore stesso, altre volte no.
L’idea romantica di fondo emerge prepotentemente già nella premessa dove l’artista si scontra contro il demone, è incapace di dominarlo e si sottomette a lui. Essa conferisce profonda unità alla lettura dei capitoli che seguono, dedicati ai singoli artisti.
Legati alla solidità del tema ci sono i momenti creativi; l’impulso, la pulsione incontrollabile, un latente senso di morte, e poi l’istinto e il motivo della bestia carico di mistero, che ritorna, discreto, più volte, indossando svariate vesti e anticipando le manifestazioni dell’animo dell’ultimo artista del libro, Ligabue che arriverà ad appropriarsi della bestia.
Poi è la volta dei sentimenti, mentre alle numerose donne incontrate nel corso della vita è riservata l’ultima parte del libro “L’altra metà del romantico”di questo travagliato mondo maschile. Tutti concetti di primaria importanza che si trovano legati gli uni agli altri; attraverso il diniego di Ursula, Vincent diventa il vero van Gogh spiegato senza troppi riferimenti alle opere: solo qualche titolo. L’autore (affascinato) affascina il lettore con la semplicità della vita di van Gogh e indugia per lo più sulle scelte dell’artista; lo racconta scandendo e legando, con abile coesione, le vicende per lo più cronologiche, dando un senso, cogliendone i cambiamenti, quelli che lo porteranno gradatamente a scegliere l’arte e a tralasciare il resto che a poco a poco aveva perso di importanza e di consistenza.
Non solo la vita di van Gogh ma tutte quante, sono proposte suddivise in più paragrafi per condurre il lettore alla scoperta di questo originale percorso: non si tratta della solita biografia datata anno per anno. Ma non è neanche un manuale d’arte illustrato che ambisce a fornire una nuova interpretazione critica dell’opera pittorica e forse proprio per questo alcune analisi frutto di grande spontaneità meritano una attenta lettura. A conclusione di ogni capitolo un moderno codice Qr nasconde alcune foto.
Ogni pittore è spiegato con un approccio differente. L’autore non scivola in divagazioni, offre collegamenti con altri artisti, vuole essere calibrato e dimostrare cose possibili.
In linea di massima lo stile della narrazione con Géricault, van Gogh, Pellizza da Volpedo, nasce sobrio con un lessico essenziale.
Proseguendo, il tono del racconto si accende sulla Parigi scintillante della Belle époque di inizio secolo nella storia di Modigliani; fino al dopoguerra la vita di Modì si mescola al variegato mondo cittadino francese tra le figure di spicco del panorama artistico europeo. Pagine ricche, articolate, scritte con un linguaggio figurativo che trasporta il lettore ad assaporare sensazioni fortemente emozionali.
Più statico e intimistico con un inizio ispirato alla policromia, il racconto di De Staël. L’artista si perde nel chiuso del proprio io da cui derivano ampie sequenze descrittive e in qualche modo riflessive con un bel finale che fa scivolare il lettore sull’unica scelta pos- sibile davanti l’immensità del cielo…
Ampio il capitolo dedicato a Rothko, coinvolgente e quasi un romanzo dentro il libro la storia del piccolo mondo di Ligabue.
Baffoni è riuscito a calarsi nei panni di ciascun artista mettendo in luce le travagliate dinamiche interiori. Un’interessante biografia.
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I vinarelli di Laila

di Marina Sonzini.

I “Vinarelli” sono una serie di acquerelli realizzati dalla pittrice, scrittrice, poetessa e donna straordinaria Laila Scorcelletti, usando vino e caffè come colori: una serie di paesaggi esposti per la prima volta presso la Galleria Ess&erre di Ostia nel 2021.
Laila inizia a disegnare alcuni anni fa con la biro. Opere per la maggior parte in bianco e nero, dove il colore è sostituito dalle onde delle linee e dai passaggi di vuoti e riempimenti. Una monocromia in movimento, viva e vibrante. Opere spesso autobiografiche o legate alla realtà contemporanea narrata attraverso figure mitologiche o angeliche, evocata e sublimata.
Poi, in un preciso momento (il lockdown del 2021), arriva l’esigenza di cambiare tecnica. Ma non verso i colori di una paletta di acquerelli tradizionale, bensì quelli di due sostanze precise: il vino e il caffè.
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Il vino

La vite è la pianta che gli antichi Romani portavano con sé e piantavano nelle terre conquistate, cosa che per loro significava portare lì la propria casa e affermare “siamo venuti per restare”. Per questo messaggio usavano una pianta che dà frutto dopo tre anni e vive quasi un secolo e le cui radici affondano nel terreno più profonde di qualunque altro albero da frutto. Una pianta che ha bisogno di un sostegno per crescere, una pianta che richiede l’ attenzione e la cura dell’uomo. Laila queste cose le sa bene: ha una figlia e un genero enologi. Ma il significato profondo va oltre, spingendosi dove questa pianta che si fa casa, che rappresenta le radici più profonde e che si appoggia ad un tutore per crescere e generare frutti, istintivamente richiama la figura della donna.
A Laila, che è stata per decenni maestra quando la scuola era ancora un luogo di conoscenza, non sfugge neppure il significato simbolico dell’uva: dai riti dionisiaci pagani, dove il vino era il nettare degli dei e l’uva il simbolo della vita vissuta pienamente nel suo fluire attraverso i sensi, sino ad arrivare ai riti cristiani, dove il vino “frutto della vite e del lavoro dell’uomo” diventa simbolo del sangue di Cristo fattosi uomo tra gli uomini. La vite rappresenta la fecondità della terra donata dal Signore e preannuncia una vita di quiete e pace nell’Antico Testamento; simboleggia il sacrificio (sacrum facere) per la rinnovata alleanza nel Vangelo. In entrambi i casi, rappresenta l’inscindibile legame tra il frutto della terra e il divino.
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Il caffè

Così come la vite, ancora di più il caffè contiene il senso del viaggio attraverso il Mediterraneo da oriente a occidente. Ma a differenza del vino, a diffonderlo furono le culture arabe e musulmane. Laila aveva una amatissima nonna libanese. è la cultura antica di queste radici arabe che riemerge nel caffè; e con essa, il dono della divinazione che da sempre viene trasmesso per via femminile.
L’elemento acqua
Cosa accomuna vino e caffè? Il fatto che entrambi siano costituiti principalmente da acqua.
E l’acqua, oggi lo sappiamo con certezza (gli studi di Masaru Emoto lo hanno dimostrato), contiene la memoria, è il veicolo fisico della memoria.
I soggetti rappresentati in questo ciclo di Vinarelli sono appunto paesaggi della memoria.
Per raccontarli, Laila non usa colori, ma sfumature e toni. Ogni ricordo ha una sua luce, una trasparenza, un’ora del giorno (alba, meriggio o crepuscolo, sole o tramonto), un’aria immobile o solo intuìta. Il tono deriva in parte dal vino scelto in parte dalla diluizione, appunto dall’acqua che in quantità maggiore o minore modula nell’immagine l’intensità del ricordo.
La varietà dei vini utilizzati per dipingere fornisce la varietà di toni : una palette di liquidi rossi che tornano ad essere le tinte brune della terra ma anche il color seppia di fotografie ingiallite dal tempo.
Solo le linee hanno contorni precisi, affermando forse più la precisione del ricordo, che quella del paesaggio in esso cristallizzato, mentre alle tinte brune del vino e del caffè spetta il compito di ricreare l’atmosfera, il sentimento di quella situazione (sentimento che rinasce nel ricordo). L’atmosfera è fatta di luci e trasparenze, di odori, sentori, di profumi, aromi, di sfumature. La realtà è fatta di colori, mentre il ricordo di essa vibra su un’altra corda: non è più una vibrazione di verde o di giallo, ma quella della nostalgia e dell’affetto.
Semplici cartoline di momenti passati sarebbero diventate fotografie o paesaggi realistici. Queste no: queste sono cartoline dal cuore. Questi vinarelli non sono stati dipinti guardando quel paesaggio o quel luogo, ma lasciandoli riemergere dalla memoria. Ecco perché serviva una sostanza liquida per raccontarli: perché l’immagine deve tornare a galla da dove ha sedimentato per anni, trasformandosi in una materia diversa da quella da cui è nata. Come il vino, appunto, che non è più uva: è stato uva, pianta, foglie, frutto, paesaggio, terra, radici, sole, aria, pioggia o sete, vento e cura e attraverso un passaggio “alchemico” è diventato altro. è diventato sentori, colori e trasparenze molto più intensi, fini, complessi e profondi. Così i ricordi: sono stati sensazioni, immagini catturate dagli occhi e dai sensi, poi rielaborati nel cuore e aggiuntasi la dimensione temporale, sono diventati emozioni.
I vinarelli sono sensazioni vissute che sono diventate le emozioni del ricordo.
Il disegno del grande albero
Uno dei disegni però, non rappresenta un luogo reale, ma una dimensione del desiderio e dell’inconscio che il tempo non ha ancora svolto. Una sorta di Terra Promessa (che a Mosè viene indicata con la vite…). L’antica sapienza femminile che Laila ha nel DNA sa da sempre che il Tempo è una convenzione. Il cervello percepisce la temporalità lineare (passato, presente, futuro o il mai avvenuto), mentre il cuore sa vivere in un contemporaneo ed eterno presente, dove il tempo può essere piegato, dove nel ricordo possiamo viaggiare indietro nel tempo e nel desiderio viaggiare in avanti; dove un paesaggio di ieri può essere vivo ora e sempre, mentre un paesaggio sognato può materializzarsi in una visione.
Dopo una carrellata di ricordi, Laila approda al disegno di sé nel Tempo. Il grande albero è insieme il paesaggio di approdo di mille naufragi e finalmente, il luogo del riposo e della sicurezza. Dove il vino torna ad essere pianta, foglie, radici, terra. Compiuto il viaggio e la trasformazione, l’osservatrice si ferma e inquadra la protagonista. Gli occhi che prima col vino e il caffè hanno fatto riemergere e rivisto i ricordi riportandoli attraverso le immagini nel presente, ora guardano il proprio sé. L’osservatore smette di guardare il mondo fuori da sé e si guarda dentro. E si vede pianta viva, rami, radici.
E per quella magia che solo nell’arte può avvenire, in questo quadro e solo in questo (perché solo questo è una visione, non una veduta) compaiono inconsciamente i simboli archetipi. L’albero (la vita, le radici solide e immutabili nella terra e i rami che da esso emanano) proietta a terra un’ombra quadrata (cubica, essendo ombra immateriale che discende) a simboleggiare la coscienza che si fa realtà, mentre nel cielo incombe un grande sole nero, che è insieme sfera e primo stadio del processo alchemico, la nigredo. è la dissoluzione del corpo che, compiuta l’opera alchemica nel cuore, tornerà nel Tutto attraverso il rosso del vino per comprendere la sua natura di albero radicato nella terra e proteso verso il cielo.
L’albero è insieme vita, ombra che dà ristoro, solidità, ma anche rami, frutti, figli, nipoti, braccia parte ed accoglienti, radici che conoscono la connessione antica e femminile con la terra e foglie a sposare il Maschile Sole.
Il Sole nero è la rinascita del sole e della luna in senso spirituale, le nozze alchemiche di maschile e femminile; è la luce di un mondo ultraterreno che vediamo con gli occhi dell’anima, è reminiscenza inconscia che ha bisogno di questo quadro fatto con vino e caffè per prendere forma perché gli strumenti razionali della scrittura (che Laila conosce molto bene) e del disegno a questo territorio non possono arrivare. Ecco perché doveva avvenire il passaggio di tecnica e di materia dai disegni a biro ai vinarelli: perché solo la materia viva e carica di memoria del vino e del caffè potevano consentire il racconto di questo processo “alchemico” di sedimentazione della coscienza, riemersione dei ricordi, e infine inconscia reminiscenza del punto di partenza e di ritorno che, ora Laila ne è certa, coincidono e si fanno (fanno dei lei) albero solido e finalmente compiuto, meravigliosamente sposa e ponte tra la terra e il cielo.

All’amica Laila, pittrice, donna meravigliosa e sorella.
M. Sonzini
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Mostre in corso - Ti racconto l’immagine rivelata

Lorenzo Galligani
Andrea Simoncini

Mostra di pittura e scultura dal 19 marzo al 3 maggio 2022
Galleria Civica/Palazzo Giorgi, Poppi (AR)
di Marilena Spataro.
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Dal 19 marzo al 3 maggio le suggestive sale espositive di Palazzo Giorgi a Poppi, oggi Galleria Comunale di arte moderna e contemporanea, ospitano le opere di due noti artisti fiorentini, Lorenzo Galligani e Andrea Simoncini.
La mostra, a cura di Gabriella Gentilini, consta di circa 70 lavori, tra pittura e scultura, ed è incentrata sul tema del mito che abbraccia i vari aspetti della storia e della vicenda umana, dal passato fino alla contemporaneità.
I lavori sono rappresentativi della figurazione classica e dell'interpretazione espressionista, in modo da comprendere tendenze e cifre stilistiche che nella storia dell’arte seguono un preciso percorso di sviluppo.
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Simoncini e Galligani hanno già esposto insieme su invito in più occasioni, presso sedi istituzionali, riscuotendo interesse ed apprezzamento.
Hanno avuto l’onore, inoltre, di essere presentati da Mina Gregori, nota storica dell’arte, già titolare della cattedra di storia dell’arte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze e Presidente della Fondazione Roberto Longhi. Di Andrea Simoncini si riporta nella pagina precedente la sua biografia completa. Quanto a Lorenzo Galligani, egli oltre a essere insegnante di scultura in marmo presso l’Accademia ADA di Firenze, ha alle spalle una ricca carriera artistica, nonché una vasta esperienza nell'arte scultorea acquisita nel corso degli anni a contatto con i maestri dell'Officina dell’Opera del Duomo di Firenze. 
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Consigli di lettura - Il tempo del corvo e del ragno

a cura di Marilena Spataro.
Raccolta di versi di Francesca Tuscano.

Pubblicato pochi mesi fa (Settembre 2021), da Bertoni editore, per la collana Miele, presentiamo qui il libro dell’ultima raccolta di versi di Francesca Tuscano, pregevole opera poetica, suddivisa in più sezioni e intitolata “Il tempo del corvo e del ragno”. Francesca Tuscano, laureata in Russo e in Italianistica, ha pubblicato diversi saggi sui rapporti tra la cultura russa e quella italiana e la monografia La Russia nella poesia di Pasolini (Book Time, Milano 2010). Ha scritto della storia e della lingua della comunità greca di Bova in Bova di Domenico Alagna (2005); Due storici e operatori culturali del 1700: il pievese Cesare Orlandi e il bovese Domenico Alagna. (2006), e Storia e vita di San Leo (2012) con il saggio Fra grecità e latinità - Due manoscritti settecenteschi bovesi a confronto e la traduzione dal latino del Compendium gloriosae vitae et mortis S. Leonis. Ha scritto libretti d’opera per Fausto Tuscano, Juan Garcia Rodriguez e Renato Miani. Ha pubblicato le raccolte di poesia La notte di Margot, (Hebenon-Mimesis 2007), Gli stagni di Mosca (La Vita felice 2012), Thalassa (Hebenon-Mimesis 2015), Nella notte di San Lorenzo (per l’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Corraini edizioni 2016), Il tempo del corvo e del ragno (Bertoni editore 2021).
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Scrive, nella prefazione al libro, il critico letterario e scrittore Piero Pieri (già docente di Letteratura italiana contemporanea al Dams dell’Università di Bologna):
«Probabilmente, Francesca Tuscano è la sola poetessa italiana che padroneggi la forma poesia attraverso una determinante tanto storica e ancestrale, quanto ricca di vissuti privati e collettivi - quelli propri dell’identità femminile della donna in magico rapporto con le proprie radici calabresi, e quelli provenienti da una coscienza lirica slava (che le viene dalla conoscenza profonda della lingua russa e della sua tradizione poetica e narrativa). Calabria e Russia determinano il nervo sensibile della poesia di Tuscano, ne predispongono l’orizzonte, ne movimentano l’alto tasso simbolico, la cruda quanto esatta rarità delle movenze discorsive. E in Lei, nella sua poesia , parla il testimone storico di una Russia in transito e in bilico fra una certa sua storia e una storia in divenire, storia radicale quanto percussiva di inquietudini sociali, che nel proprio smarrimento, nel proprio disancorato divenire, definiscono lo stato dell’abbando- no e quello della speranza come schizza la ballata del vento al Cremlino».

"ballata del vento al Cremlino"
Quel giorno mi ero svegliata per non fare niente,
nella città dei lavoratori.

Andai a guardare le scarpe dei passanti
dietro il muro rosso.

Contai i passi, le velocità, le pause.
Chiusi gli occhi per non sognare.

Passò una sposa, molti militari
(uno con un falcone al braccio),

e donne stanche, uomini ubriachi,
trafficanti svogliati, e brave persone.

Mi sfiorarono tacchi a spillo, stivali,
scarpe sfinite o appena indossate.

Le aiuole erano esatte. I fiori allineati.
Il chiosco dei gelati dove l’avevo lasciato.

Mi ricordai di te, dello stagno,
della chiesa del perdono, del giorno dopo.

Tutto era rimasto. Tutto era finito.
Guardai il cielo grande sopra il disincanto.

Il vento spegneva la sigaretta, con un’ultima fiamma.
E mi dissi - ricordati di dimenticare.

La gru era immensa,
sospesa nell’ansia meccanica
di dare un nome all’ordine delle scelte,
di affidare agli archivi delle crepe
le distanze delle intenzioni;

e quando divorava le innocenze
già marchiate dalle necessità,
il silenzio era un fascio di luce
che creava volumi nell’inesistente;

c’era chi ne calcolava il volo,
chi ne nascondeva l’ombra,
chi sperava di somigliarle;
ma i brandelli delle costruzioni
erano simili all’acciaio delle torri di guardia;

tutto si assomiglia
nella paura del nulla,
e non c’è assassino che non sappia
che il vuoto è la resa di un prestito
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Grandi Mostre. Maddalena. Il mistero e l’immagine

Musei San Domenico di Forlì.
Dal 27 marzo al 10 luglio 2022.

di Marilena Spataro

La prima stagione di questo anno dei Musei San Domenico di Forlì si inaugura con un’altra grande mostra dal titolo “Maddalena. Il mistero e l’immagine”, attraverso cui si indaga il mistero irrisolto della figura di Maria di Màgdala. La rassegna, che rimarrà aperta fino al 10 Luglio, è suddivisa in 11 sezioni, tra pittura, scultura, miniature, arazzi, argenti e opere grafiche, e consta di oltre 200 capolavori dedicati alla figura di Maddalena, donna e Santa, da sempre sospesa tra storia e leggenda. La mostra, a cura di Cristina Acidini, Paola Refice, Fernando Mazzocca, va dal III secolo d.c. al Novecento, snodandosi dai precedenti iconografici di epoca classica pre-cristiana, centrati sull’estetica del dolore e la teatralità delle emozioni, lungo il Medioevo il Rinascimento e il Barocco, fino alle rappresentazioni ottocentesche e novecentesche nelle quali la figura di Maddalena diviene emblema della protesta e del dramma di un’epoca.
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A lei, Maria di Màgdala, e al fascino del suo insondabile personaggio, l’arte, la letteratura, il cinema hanno dedicato centinaia di opere e di eventi. L’arte soprattutto, ponendola al centro della propria produzione, e dando vita a capolavori che segnano, lungo la trama del tempo, l’arte stessa e i suoi sviluppi. E come in uno specchio, ogni epoca l’ha guardata, guardandosi; l’ha contemplata, cercando l’ideale di sé, della propria immagine; l’ha sorvegliata e spiata, scoprendo i propri vizi dentro le proprie virtù.
“Con lei - osserva il direttore generale della mostra Gianfranco Brunelli - l’arte si è confrontata trovando occasioni interpretative per ridefinire volta a volta sé stessa e rappresentare il sentimento del proprio tempo, fino a trasformarla in un mito”.
Tra i grandi maestri presenti in mostra che i visitarori possono ammirare: Masaccio, Crivelli, Van der Weiden, Bellini, Perugino, Barocci, Savoldo, Mazzoni, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Domenichino, Lanfranco, Mengs, Canova, Hayez, Delacroix, Böcklin, Previati, Rouault, Chagall, De Chirico, Guttuso, Melotti, Sutherland, Bill Viola.
Ideata e realizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì e i Musei San Domenico, l’esposizione si avvale di un prestigioso comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci e della direzione generale di Gianfranco Brunelli. Il progetto espositivo porta in Italia capolavori provenienti dalle più importanti istituzioni nazionali e internazionali.
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Il percorso espositivo, curato nel suo allestimento dagli studi Wilmotte et Associés di Parigi e Lucchi & Biserni di Forlì, si articola all’interno della Chiesa di San Giacomo e delle grandi sale che costituirono la biblioteca del Convento di San Domenico è accompagnato da un catalogo edito da Silvana Editoriale.
Si ricorda come le grandi esposizioni forlivesi abbiano visto, a partire dal 2006, eventi espositivi apprezzatissimi da critica e pubblico, quali: Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne (2005-2006); Silvestro Lega. I Macchiaioli e il Quattrocento (2007); Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio eReni (2008); Antonio Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura (2009); Fiori. Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh (2010); Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello (2011); Wildt. L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt (2012); Novecento. Arte e vita in Italia tra le due guerre (2013); Liberty. Uno stile per l’Italia Moderna (2014); Boldini. Lo spettacolo della modernità (2015); Piero della Francesca. Indagine su un mito (2016); Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia (2017); L’Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio (2018), Ottocento.
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L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini (2019); Ulisse. L’arte e il mito (2020), Dante. La visione dell’arte (2021) hanno portato 1.450.000 visitatori e un riconoscimento scientifico internazionale. Le mostre “L’Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio” e “Ulisse. L’arte e il mito” hanno vinto l’oscar del Global Fine Art Awards rispettivamente nelle categorie Best Renaissance, Baroque, Old Masters, Dynasties - Group or Theme (5° edizione del premio, 2019) e Best Ancient (7° edizione del premio, 2021).
Anche in questa occasione continua la preziosa collaborazione con Mediafriends, l’Associazione Onlus di R.T.I. Spa, Mondadori Spa e Medusa Film Spa, nel segno della solidarietà. Una collaborazione consolidata che ha consentito, nel tempo, di finanziare molti progetti sul territorio nazionale, senza dimenticare realtà complesse in aree del terzo mondo, grazie alla vendita dei biglietti di ingresso alla mostra.
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"La macchina nel giardino"

25 gennaio – 24 aprile 2022 presso il Museo NMMU a Zagabria.
di Svjetlana Lipanović.

La grande mostra collettiva intitolata “La macchina nel giardino” è stata allestita presso Il Museo nazionale dell’arte moderna (Nacionalni muzej moderne umjetnosti – NMMU), a Zagabria, capitale della Croazia, e durerà dal 25 gennaio al 24 aprile 2022. Il titolo originale riporta quello del libro che ha scritto Leo Marx, storico americano: “The Machine in the Garden - Technology and the Pastoral Ideal in America”, nel 1964.
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L’autore e curatore dell’esposizione Klaudio Štefančić ha raccolto nelle ampie sale 54 opere custodite nel museo zagabrese ed anche altre tre prestate da: Museo dell’arte e dell’artigianato (Muzej za umjetnost i obrt ), Museo dell’arte moderna (Muzej moderne umjetnosti) e Collezione dott. Josip Kovačić (Zbirka dr. Josip Kovačić).
Il tema principale che collega tutti i dipinti sono le macchine e lo sviluppo tecnologico dall’inizio del ventesimo secolo fino a oggi. L’inarrestabile progresso industriale e le immagini della società moderna sono immortalati nelle tele firmate da: Atelier Tri, Vladimir Becić, Ivo Deković, Marijan Detoni, Jadranka Fatur, Vilko Gecan, Dubravko Gljivan, Griesbach e Knaus (l’officina), Karlo Mijić, Georg Hermann, Fréres Huguenin, Nina Ivančić, Hinko Juhn, Leo Junek, Slavko Kopač, Anka Krizmanić, Mihovil Krušlin, Nenad Opačić, Ivan Picelj, Vjenceslav Richter, Josip Seissel, Robert Šimrak, Miroslav Šutej, Frano Šimunović, Ernest Tomašević, Milivoj Uzelac, Vladimir Varlaj, Mladen Veža, Jelka Struppi Wolkensperg. Sarebbe difficile se non impossibile descrivere tutte le opere della ricca collezione, che oltre ai quadri comprende varie locandine, numerose targhe e altro. Come esempi rappresentativi si possono prendere alcuni quadri che simboleggiano bene il tema centrale della mostra.
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Uno di questi è sicuramente “Il sobborgo degli operai” realizzato da Anka Krizmanić nel 1912. Con olio su tela ha dipinto una veduta di Nova Ves, periferia della grande città nella quale l’insediamento di varie industrie aveva cominciato a cambiare il paesaggio.
La pittrice con occhio attento e disincantato dipinse la prima fabbrica rappresentata nell’arte croata, una vera novità all’inizio del secolo scorso. La realtà è descritta con tonalità spente, senza nessun abbellimento. Inoltre, la tecnologia collegata alle macchine assume un aspetto inquietante, un presagio preoccupante per il futuro dell’umanità.
Marijan Detoni nel 1939 creò il quadro “La stazione ferroviaria”. La sua visione è diversa poiché vede nell’edificio un simbolo di progresso ottenuto con lo sviluppo della rete ferroviaria, una utile innovazione per velocizzare il trasporto.
“I platani” opera del pittore Milivoj Uzelac, datata 1933, è dedicata all’automobile. Fino allora, un soggetto poco rappresentato come l’automobile all’improvviso acquista importanza notevole, dato che le macchine e le persone vivono in simbiosi nella società moderna.
L’intenzione dell’artista fu quella di descrivere anche un viaggio notturno immerso nelle varie tonalità del colore verde, rischiarato con la luce debole dei fari.
Altre opere raccontato diverse interpretazioni di cambiamenti tecnologici che si sono succeduti, con una grande accelerazione, dal 1900 in poi. La visita per ammirare la magnifica esposizione - molto ben curata - è un tuffo pieno di nostalgia nella memoria collettiva e nella ricerca del tempo passato. 
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Generazioni a confronto 3

Continuano con grande successo le mostre "GENERAZIONI A CONFRONTO" nelle quali gli artisti "senior" e la categoria "junior" si confrontano nella splendida location del Porto di Roma della Galleria Ess&rrE.
Giunti alla terza edizione abbiamo, così come nelle precedenti, alcuni artisti che orbitano negli spazi della Galleria che dipingono "en plan air" alcuni lavori con cui si relazioneranno con il pubblico sempre numeroso, curioso e attento.
Ai giovanissimi autori ancora in età scolastica saranno dati gli attestati di partecipazione sugellando così il loro lavoro espositivo sperando nella continuità dell'estro artistico che la direttrice della Galleria, Alessandra Antonelli, auspica per l'indiscusso interesse degli eventi con cui riesce a travolgere un pubblico esaltato dalle iniziative collaterali delle mostre.
Un ringraziamento particolare all'artista Francesco Ponzetti che sta dedicando con estrema cura il suo prezioso tempo creativo esaltando ogni volta, graficamente parlando, gli eventi stessi della galleria curando personalmente ogni dettaglio grafico degli inviti e delle locandine.
Fabrizio Sparaci, curatore delle mostre, riesce sempre ad evidenziare il lavoro di ogni singolo artista strutturando con estrema attenzione gli spazi messi a disposizione del gallerista.

INFO:
www.accainarte.it - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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