Roberto Sparaci

Roberto Sparaci

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“Ritratti d’artista” - Protagonisti della contemporaneità

Ideatore della corrente del SOVRAPPOSIZIONISMO e suo maggiore esponente, conosciuto e stimato a livello internazionale,
Fabio Castagna, qui si racconta.

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Foto 1Maestro Castagna, quando è avvenuto il suo incontro con l'arte e da dove nasce il movente del suo lavoro? Quali i maestri di ieri e di oggi che maggiormente sente più affini?
«In realtà, non ho mai avuto un vero “incontro” con l’arte: da quando ho memoria ho sempre disegnato e dipinto, ancora prima di parlare. Se penso ai Maestri che mi hanno influenzato, direi Giotto e Piero della Francesca, Gauguin e soprattutto Van Gogh (con cui condivido anche il giorno di nascita), poi Derain, Vlaminck e Matisse, il Fauvismo, di cui mi sento continuatore nello spirito. Mi hanno ispirato anche il Futurismo, specialmente Gerardo Dottori, e il grande Edward Hopper.»
Come si sono evoluti nel tempo la sua poetica e il suo stile fino ad arrivare alla corrente del Sovrapposizionismo, di cui è il teorico e massimo esponente?
«Il Sovrapposizionismo nasce da una domanda: viviamo davvero in un mondo reale? In realtà percepiamo solo una parte della realtà, fatta di parzialità e sovrapposizioni. Con il mio lavoro cerco di mostrare la “reale visione della realtà”, eliminando le barriere prospettiche e materiche che la nascondono.»
Lei è nato e vive in un territorio di confine, tra Toscana e Liguria, incastonato tra mare e montagna. Quanto ha influito questo ambiente sulla sua visione artistica ed esistenziale?
«Vivere in una zona di confine permette di confrontarsi con culture diverse e ampliare la mente. Falcinello, borgo antichissimo della Lunigiana, è intriso d’arte e storia: ogni pietra, strada e tramonto raccontano secoli di scambi culturali. È stato quasi naturale, per me, nascere artista.»
Quali le coordinate artistiche della sua immagine plastica e della sua narrazione estetica? Le sue opere rispondono più a un progetto o a un’intuizione del momento?
«Le mie opere nascono da concetti o idee che si sedimentano finché non scatta quello che chiamo “il mio Click”: allora vedo l’opera completa nella mente e sento il bisogno impellente di realizzarla subito, come una necessità fisica.»
Foto 2Come si colloca il suo lavoro nel sistema dell’arte contemporanea? Come vive la contemporaneità e cosa meno condivide del mondo dell’arte attuale?
«Le mie opere esprimono una critica ironica delle contraddizioni del nostro tempo, dominato da ritmi disumani e dall’apparenza. Internet ha inflazionato il mondo d’immagini prive di senso: oggi si valuta un artista più dal prezzo che dal pensiero. L’arte è diventata prodotto. Ma confido che, come dice Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”.»
Quale, a suo avviso, il rapporto tra etica ed estetica? E quanto l’arte influenza la società e viceversa?
«Non c’è arte senza umanità, né umanità senza arte: sono due facce della stessa medaglia. L’arte riflette e insieme forma la società, e proprio attraverso di essa etica ed estetica possono unirsi per migliorare la vita umana.»
Qual è la sua previsione sul futuro delle arti figurative, in un’epoca dove intelligenza artificiale e arte digitale sembrano minacciarle?
«L’intelligenza artificiale - o “deficienza artificiale”, come la chiamo io - non potrà mai sostituire l’arte umana. Può imitare e riprodurre, ma non provare emozioni o concetti: senza anima, resta sterile.»
C’è un suo lavoro o un gruppo di lavori che ama particolarmente o che la rappresentano di più?
«Non c’è un’unica opera, ma alcune a cui tengo per motivi estetici e concettuali. Tutte hanno una matrice rebusistica: invito sempre a leggere i titoli prima di guardarle, perché rivelano il loro significato nascosto.»
Quali, maestro, i suoi progetti futuri e un sogno nel cassetto?
«Si stanno aprendo prospettive negli Stati Uniti e in Asia, con mostre in musei e gallerie importanti. Anche in Europa ho progetti imminenti. Un sogno? Esporre con una personale all’Ermitage di San Pietroburgo o al MoMA di New York.»
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L’Arte in tutte le sue forme

IMG 20250926 111430La Blu Star International nelle persone dei curatori Roberto Sparaci e Alessandra Antonelli ancora una volta hanno avuto ragione nel proporre, con una impeccabile organizzazione e mediaticità l’evento “L’Arte in tutte le sue forme”, in cui 27 artisti provenienti da tutta Italia hanno voluto interpretare, ognuno con la propria specificità, un messaggio in cui i linguaggi espressivi eterogenei, si va dalla pittura figurativa all’astrazione, dalla scultura materica a sperimentazioni tridimensionali.
L’intento dichiarato è stato quello di superare i confini stilistici e gerarchici: “nessun confine, nessuna gerarchia, solo lo spazio aperto della creazione” e gli artisti provenienti da contesti diversi, hanno implicato differenze generazionali, di formazione e di approccio.
WhatsApp Image 2025 09 27 at 10.25.16 copiaTra i nomi selezionati ci sono: ALY, Andre, Angela BALSAMO, Silvana BELVEDERE, Stefania BENEDETTI, Giuseppe CERASARI, Maurizio CERVELLATI, Jessica CONGIU, Luigi COLOMBO (CoLui), Ebby SETTANTA, Maria Grazia EMILIANI, Roberto FUNARI, LAILA, LUVIA, Annalisa MACCHIONE, Piero MASIA, Elena MODELLI, Paola Guia MUCCIOLI, Rosario OLIVA, Lucia PAFUNDI, Silvio PAIOLI, Aleardo KOVERECH, Michele Angelo RIOLO, Maria Grazia RUSSO, Anna Maria TANI, Adriano VENDITTI, Jackson VILLAMIZAR.
La mostra ha voluto affermare che la diversità non è solo tollerata ma costituisce il cuore dell’esperienza estetica. In un momento in cui le correnti tendono spesso a frammentarsi o, al contrario, a inseguire un mercato omologante, questa scelta interessante, ha offerto un panorama che incoraggia lo spettatore a confrontarsi con tecniche, sensibilità e materiali molto diversi. La lista include artisti che sembrano avere una certa esperienza e altri meno noti e questa mescolanza ha generato un benefico effetto di contaminazione: l’arte più matura ha svolto da riferimento, mentre quella emergente ha potuto introdurre rotture, sperimentazioni.
WhatsApp Image 2025 09 27 at 10.25.16La Galleria Angelica, luogo carico di storia e cultura, rappresenta un contesto prestigioso in cui il fatto che spazi “secolari” vengano messi in dialogo con l’arte contemporanea crea una tensione produttiva: il presente che si insinua nel passato, che ne induce la riattivazione, come ogni opera “dialoga con le altre” e con lo spazio architettonico in modo così cruciale. Spazi così carichi di storia ( la Biblioteca/Galleria Angelica ), avrebbe potuto intimidire o addirittura sovrastare certe opere, specie le più delicate o intime, cosa che invece non è avvenuta ma che, anzi, ha addirittura evocato attenzioni particolari ai lavori. Nel suo insieme, “L’arte in tutte le sue forme” si è presentata come una mostra-contenitore che ribadisce il valore della pluralità come cifra distintiva dell’arte contemporanea. Non una mostra-monotema, non un’indagine profonda su un soggetto specifico, ma piuttosto una celebrazione della molteplicità delle possibilità artistiche.
Questo tipo di esposizione ha il pregio di essere inclusiva, di lasciare spazio a voci diverse, in cui la qualità e la coerenza sono diventati il successo della manifestazione che con la cura ben mediata dall’allestimento, hanno dato un perfetto percorso estetico e sensoriale, trovando resoconti immediati concreti per come il pubblico ha reagito e su quali opere ha centrato curiosità, insomma un successo su più fronti che induce gli organizzatori a continuare su questo fronte e il quale impatto emotivo e intellettuale ha prodotto e suscitato consensi indiscussi supportati anche dalle varie testate che nel mediatico hanno sicuramente spinto il pubblico ad interagire dal vivo e visionare le opere esposte con cura ed attenzione.WhatsApp Image 2025 09 27 at 10.25.211

Ritratti d'artista Maestri del '900

Intervista a ARNALDO POMODORO
Pubblichiamo, in ricordo del maestro Arnaldo Pomodoro scomparso alcuni mesi fa,
un’intervista che ci rilasciò.
E che oggi risuona come il suo testamento spirituale.
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Messaggero dell'arte e della cultura del nostro Paese. Arnaldo Pomodoro, uno dei massimi maestri del 900, con la sua genialità e il suo impegno intellettuale è anche colui che nella contemporaneità ha maggiormente contribuito a rilanciare nel mondo la grande tradizione della scultura Made in Italy.
Maestro, essere uno dei massimi scultori e artisti del'900 come la fa sentire?
«Nella mia vita ho tanto ricercato e lavorato, sempre con impegno e passione: poter esprimere la mia immaginazione, la mia creatività mi dà ancora un senso di pienezza e soddisfazione».
Che ricordo conserva della sua infanzia e del Montefeltro. Che traccia hanno lasciato quei luoghi e quella cultura sulla sua personalità di uomo e di artista?
«Sono stato molto influenzato dal paesaggio del Montefeltro: le rocce e le fenditure aspre e misteriose, tipiche del luogo, e le rocche medievali, come quella di San Leo con le mura sospese a picco, che non si capisce dove finisca la pietra e incominci l’architettura. Da ragazzo, appena potevo, scappavo e me ne andavo in giro nel territorio. Mi perdevo in quei paesaggi e su quelle colline che poi ho ritrovato nei quadri dei grandi artisti del Rinascimento, da Raffaello, a Piero della Francesca, a Bramante, a Paolo Uccello… A quei luoghi ho addirittura dedicato un’opera per me fondamentale che ho iniziato nel 1975 e terminato nel 2015: The Pietrarubbia Group, un grande complesso scultoreo costituito di più elementi, su uno dei quali ho inciso una citazione dai Mottetti di Montale, lo splendido verso: “Lo sai: debbo riperderti e non posso”, per me molto significativo».
Che rapporto ha oggi con le Marche e con i suoi ambienti artistici?
«Le mie radici sono ancora là. Nelle Marche hanno avuto luogo alcune delle mie mostre più importanti: voglio ricordare quella a Pesaro del 1971, con le sculture collocate nelle strade e nelle piazze della città e quella del 1997, dedicata a Cagliostro, allestita proprio nella Rocca di San Leo. C'è poi la storia del mio progetto del 1973 per il nuovo cimitero di Urbino, una storia troppo lunga e amara da raccontare qui. Infatti il cimitero non è mai stato realizzato con mio grande dispiacere, nonostante il progetto avesse vinto il concorso e fosse stato giudicato interessante ed innovativo da molti critici autorevoli, tra i quali Giulio Carlo Argan e Bruno Zevi».
AP_214E con le giovani generazioni?
«Ho sempre considerato importante l’insegnamento, il rapporto con i giovani studenti, cercando di ristabilire il clima stimolante della bottega, dove insieme si può sperimen- tare e progettare.
A questo proposito voglio ricordare il Centro TAM (Trattamento Artistico dei Metalli), una particolare scuola di perfezionamento nella scul- tura, nel gioiello e nel design che si svolge a Pietrarubbia, piccolo borgo medievale nel Montefeltro, istituita nel 1990 per mia iniziativa con la collaborazione delle istituzioni marchigiane, di cui sono stato direttore artistico ed ora presidente. Il TAM è una interessante esperienza artistico-didattica che intende trasferire agli allievi non solo competenze tecniche ed insegnamenti teorici, ma sensibilità estetiche, valori e visioni del mondo».
Parlando della sua arte e dei suoi lavori. Quali i moventi da cui trae ispirazione?
«La realizzazione di un’opera è per me un processo complesso che avviene ogni volta in modo differente: ad esso concorrono al contempo sia elementi emozionali che razionali. A volte l’idea mi viene dai ricordi e dalle suggestioni raccolte nei miei viaggi, o da folgorazioni suscitate da particolari situazioni, in momenti imprevedibili. Altre volte l’opera nasce su commissione: in questo caso studio a fondo ogni aspetto del luogo in cui deve essere collocata la scultura, ricevendone stimoli e visioni. Poi eseguo delle prove dimensionali con rilievi e sagome. Così è avvenuto, per esempio, con la Sfera con sfera rea- lizzata per il cortile della Pigna dei Musei Vaticani, che ha richiesto un approfondito lavoro sulle proporzioni della scultura in relazione sia con la Pigna bronzea, sia con la scala michelangiolesca, sia soprattutto con lo spazio perfetto del cortile».
La sua cifra stilistica si distingue per le inconfondibili geometrie, specialmente sferiche, forme perfette che, nella loro purezza euclidea, vedono emergere puntualmente dalle loro viscere, corrosioni, tagli, fenditure. Quale il rimando poetico e il senso escatologico di questa sua scelta stilistica e formale?
«Nei primi anni Sessanta per approfondire il problema dello spazio e mettermi a confronto con esso ho iniziato a lavorare sui solidi della geometria euclidea - cubi, sfere, e poi cilindri e piramidi - con l’intento di rompere la forma per evidenziarne l’interno misterioso e complesso e metterne in dubbio la perfezione e la simbologia. Ai solidi geometrici si possono, infatti, associare precisi e specifici significati simbolici: ad esempio, la piramide rappresenta il potere, la colonna può essere il tempio o la base dove collocare una scultura. In particolare la sfera è la forma perfetta, magica. La sfera è un oggetto meraviglioso, perché riflette qualsiasi cosa ci sia attorno e crea contrasti tali che a volte si trasforma e non appare più, resta invece il suo interno, tormentato e corroso, pieno di denti e di grovigli».
Perché ha scelto il bronzo come materiale per esprimersi artisticamente?
«Tutti i metalli mi affascinano: ne ho utilizzati diversi fin dall’inizio della mia attività (piombo, stagno, ferro, rame, argento…). Ma il bronzo - che preferisco lucido e non patinato - è, in particolare, il materiale più congeniale al mio linguaggio artistico, quello che meglio esprime i contrasti propri delle mie sculture con squarci e rotture interne. E il mio modo di lavorare che riprende il metodo classico della fusione a cera persa e la particolare cura nell’esecuzione contiene in sé la tradizionale capacità inventiva e lavorativa artigiana, mentre il legame con la tecnologia è un senso di apertura che nutro nei confronti delle nuove invenzioni».
Che rapporto intercorre tra l’opera di scultura e lo spazio urbano?
«è importantissimo: infatti, la scultura all’aperto, tra la gente, le case, il verde, le vie di tutti i giorni dà nuovo valore all’ambientazione architettonica o spaziale e cambia il modo di percepire e vedere una piazza, un ambiente, un paesaggio. L’opera diviene come una creatura vivente, che muta nel volgere della luce e delle ombre, ma anche nell’incontro con le persone, creando un inconsueto dialogo che lega in modo inedito opera e fruitore. L’opera diviene così patrimonio di tutti e acquista una valenza testimoniale del proprio tempo: riesce a improntare di sé un contesto e lo arricchisce di ulteriori stratificazioni di memoria».
SONY DSCQuando e come nasce il suo interesse per il teatro?
«Fin da giovane mi sono appassionato alla lettura dei testi teatrali classici e moderni e mi sono interessato alla scenografia. Il teatro è stato per me una fonte di rivelazioni in termini di ideologia, mito e forma e, specialmente nelle sculture di grandi dimensioni, mi ha incoraggiato e persino ispirato a sperimentare nuovi approcci e nuove idee per le opere progettate per luoghi specifici, in cui relazioni con l’ambiente fisico circostante, paradigmi culturali e funzioni utilitaristiche possono giocare un ruolo importante. In alcuni progetti per la scena, soprattutto nel caso di testi classici, ho realizzato grandi macchine spettacolari da cui poi ho tratto vere e proprie sculture. In altri casi, per le mie scenografie, ho preso lo spunto da progetti di sculture non realizzate».
Oggi l'arte si esprime prevalentemente attraverso performance, video, istallazioni, sperimentando tecnologie di ogni tipo, specie informatiche. Che ne pensa di tutto ciò. Queste forme espressive si possono ancora catalogare come arte?
«è proprio della ricerca inventiva il ritrovamento di soluzioni espressive attuali, insieme consecutive ed aperte, come nei grandi esempi storici. Il rapporto con la materia e con il mezzo espressivo è diventato oggi assolutamente libero e variegato: si sono utilizzati il tessuto, il vetro, la carta di giornale, la gomma piuma, i neon, gli oggetti d’uso, i materiali di recupero, fino ai rami, ai semi, al corpo, al video, alla performance… L’importante, secondo me, è escludere operazioni di pura spettacolarizzazione, ripetitive, commerciali e finalizzate a seguire le mode e i gusti del momento.»
Qual è la visione del mondo di Arnaldo Pomodoro?
«Per me fare “arte” è un atto di libertà che si deve compiere in modo semplice e rigoroso senza alcuna visione strumentale. Un artista deve sempre poter esprimere la sua immaginazione, la sua creatività, per realizzare il proprio lavoro e rendere “forma” artistica la nostra situazione umana».

Foto 1: Progetto per il nuovo cimitero di Urbino, Foto Antonia Mulas, Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Foto 2: Sfera n. 1, Foto Aurelio Barbareschi, Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
Foto 3: The Pietrarubbia Group, foto Jerry L. Thompson, Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Approdi d’arte

Uno scalo sensibile tra mare, luce e visione interiore
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Alla Galleria Ess&rrE dal 18 ottobre al 7 novembre 2025 altro bellissimo evento inaugurato al Porto turistico di Roma.
“Approdi d’arte” un approdo sensibile tra mare, luce e visione interiore. Quando una galleria immersa nel contesto del mare - con gli scafi che ondeggiano, le luci che si riflettono sulle superfici d’acqua e l’orizzonte che appare allungarsi - ospita una collettiva di cinque voci femminili che dialogano con memoria, emozione, materia e gesto, il risultato è stato un’esposizione che ha suscitato più di un “fermo immagine”: chiedendo partecipazione, ascolto e tempo.
La Galleria Ess&rrE, situata nel Porto turistico di Roma - un luogo che da sé evoca transito, approdo, confine tra terra e acqua - è diventato qui lo spazio ideale per un percorso espositivo dall’andamento fluido ma attento. Le tonalità luminose dell’ambiente, con la luce naturale che filtra e riverbera, offrono al visitatore momenti di sospensione visiva. L’allestimento, ben curato da Alessandra Antonelli, ha rispettato le pause tra le opere, lasciando respiro e creando le giuste tensioni visive - elementi necessari in una mostra collettiva che mette a confronto stili diversi.
IMG 6024Franca Bonaiuti con le sue opere in cui il segno è trattenuto e meditato, con tensioni leggere che accumulano silenzi e densità espressive.
Gemma Lanzi, la cui presenza è nota anche in altri contesti espositivi della zona, spesso lavora al confine tra astrazione e figura, tra traccia e dimensione lirica: qui è immaginabile che le sue opere servano da “ponte visuale” fra rispetto della materia e sperimentazione del segno.
Annalisa Macchione offre un contributo centrato sull’elemento materico, sulla superficie come campo di stratificazione - un invito a perdersi nel dettaglio e riscoprire l’essenziale nel visibile.
Barbara Monti coniuga delicatezza e struttura: si può attendere da lei un equilibrio sottile tra composizione e gesto, con richiami al colore elaborato e all’intonazione tonale.
Lucia Pafundi espone opere in cui l’equilibrio tra segno, spazio e silenzio visivo è centrale: la sua presenza contribuisce a chiudere il cerchio espositivo con una tensione interiore pacata, che si riflette nello spazio e nello spettatore.
Pur provenendo da percorsi individuali e distinti, le cinque artiste in “Approdi d’Arte” sembrano trovare un punto d’in- contro ideale nella dimensione dell’attesa e della superficie mediata. Non si è trattato di una mostra “tematica” in senso stretto, bensì di un dialogo in cui ogni opera è “porto” e “partenza”: incontri e risposte possibili.
La mostra è stata inserita in Rome Art Week 2025.
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INFO:
329 4681684
388 6378032
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Giovanni Fattori

Una rivoluzione in pittura.
Fino all’11 gennaio 2026
200 anni e oltre 200 opere a Villa Mimbelli
Il Museo Civico “Giovanni Fattori” di Livorno riapre dopo il restauro

di Silvana Gatti

La città di Livorno, nel giorno del compleanno di Giovanni Fattori (Livorno, 6 settembre 1825 - Firenze, 30 agosto 1908), il 6 settembre ha avviato le celebra- zioni dedicate al Maestro e al suo bicentenario con una grande mostra a Villa Mimbelli, recentemente restaurata, sede del Museo civico dedicato al pittore.
01 GiovanniFattori LungomareAntignano 1894 MuseoCivicoGiovanniFattori LivornoL ’evento comprende un percorso per scoprire i luoghi fattoriani e una serie di appuntamenti. Il Comune di Livorno ha avviato un ricco programma di promozione culturale dedicato alla figura di Giovanni Fattori, un progetto indirizzato a varie fasce di pubblico, dai piccoli alle famiglie, dai giovani agli adulti, articolato in diverse iniziative promosse direttamente dall’ Amministrazione comunale o realizzate in collaborazione con realtà associative del territorio. Il primo passo del progetto di W FATTORI è stato la riapertura del Museo Fattori, cha annovera la più completa collezione permanente dedicata al pittore livornese, e la trasformazione di Villa Mimbelli e del suo parco in un centro culturale capace di coniugare bellezza, memoria e innovazione, per una piena integrazione nel tessuto culturale e sociale della città. Villa Mimbelli è stata riaperta infatti dopo un periodo di chiusura dedicato ai lavori di restauro, realizzati proprio in vista di questa straordinaria occasione.
La mostra, a cura di Vincenzo Farinella, annovera numerosi dipinti che immergono i visitatori in un’atmosfera magica con scorci marini, cavalli, campi e contadini, insieme ai soldati e all’Italia del Risorgimento e ancora tamerici salmastre, covoni di fieno, pescatori, donne, nuvole vaporose e buoi poderosi, inondati dal sole e avvolti in cieli pieni di luce. Dipinti, disegni e acqueforti invitano a scoprire la rivoluzione pittorica di Giovanni Fattori, maestro dei Macchiaioli, amante della natura ma anche della vita sociale e militare. Un artista indipendente, vicino alla gente e lontano dalle mode passeggere, protagonista della storia.
Il percorso espositivo è articolato in sezioni che documentano la visione di un artista che ha saputo cogliere gli insegnamenti della pittura italiana e i
fondamenti del disegno senza tuttavia mai aderire ad alcuno stile, cercando sempre una via personale e originale, perché “l’arte libera soddisfa e consola e distrae”.

Cresciuto nella Livorno ottocentesca, città libera e ribelle, Giovanni Fattori fu testimone della resistenza popolare della città contro gli austriaci, vivendo da giovane patriota fedele agli ideali repubblicani e popolari. La sua arte documenta l’evoluzione storica di un’Italia che, da speranza rivoluzionaria, si fece monarchia unificata. Opere come Battaglia di Magenta e L’assalto a Madonna della Scoperta immergono il fruitore nell’atmosfera del Risorgimento vissuto dall’artista in prima persona. Nel periodo della maturità, Fattori si rifugia negli angoli segreti della Maremma trovando nella pittura, nella grafica e in particolare nell’acquaforte, un nuovo linguaggio. Oltre che pittore, Giovanni Fattori fu anche un eccezionale incisore, con uno stile personale che lo portò a realizzare oltre 200 lastre. Nella maturità trovò nell’acquaforte un linguaggio intimo e riflessivo, segnato da un naturalismo severo e da un verismo sociale profondo.
07 GiovanniFattori Pagliaio 1880ca MuseoCivicoGiovanniFattori LivornoLa mostra è imperdibile per gli amanti della natura toscana, immortalata da Giovanni Fattori in dipinti che raffigurano la campagna e il mare nella loro sfolgorante bellezza, e il fermento di un periodo storico attraverso l’umanità dei suoi protagonisti. Opere come Lungomare di Antignano riflettono la bellezza della terra toscana con il mare che si estende sino all’infinito. L’occhio del fruitore viene trasportato verso l’orizzonte dove una barca a vela culla il pensiero che si fa sogno. Il calore dell’estate è reso magistralmente attraverso colori caldi, macchie, ombre, sembra quasi di sentire il profumo del fieno appena falciato in opere quali Pagliaio, dove è un covone di fieno il protagonista assoluto del quadro, a evocare la fatica del contadino che, a fine giornata, non è presente nel dipinto in quanto è andato a riposare. L’essenza della vita contadina, intrisa di sudore, è tutta lì, in quel campo arato, in quel covone solitario che pare ricordare il profilo di un contadino stanco. Una vita intrisa di fatica si riflette anche nei ritratti quali Il buttero, dal volto segnato ma dagli occhi di un azzurro scintillante che rispecchiano un carattere forte e la fierezza di un uomo attaccato alla sua terra. Mandria maremmana racchiude in un quadro il duplice aspetto della vita. Mentre in primo piano i butteri guidano la mandria di buoi, lavorando alacremente, sullo sfondo il mare evoca un senso di fuga e di libertà, grazie alle barche a vela che si lasciano trasportare dal vento.
La volontà di Giovanni Fattori di rappresentare la natura attraverso macchie di colore, con pennellate che danno vita a una “tarsia cromatica semplicissima e luminosa” - secondo le parole di Vincenzo Farinella - oltrepassa la tecnica tradizionale e lo rendono il protagonista principale del movimento dei Macchiaioli, precedendo di almeno un decennio il vicino intento degli Impressionisti francesi.
La mostra livornese raccoglie un importante nucleo di opere allestite seguendo un ordine cronologico attraverso 24 sale e creando, secondo il progetto dell’architetto Luigi Cupellini, un dialogo armonico tra i capolavori di Fattori, gli arredi e le architetture degli ambienti di Villa Mimbelli. Una sintonia che rende omaggio all’artista e al museo che porta il suo nome.
Un’occasione unica per scoprire “la rivoluzione di Fattori” attraverso grandi e piccole opere e alcune curiosità come il primo dipinto conosciuto dell’artista, il prezioso Ex voto, restaurato per l’occasione e abitualmente custodito nel Santuario di Santa Maria delle Grazie di Montenero di Livorno, dove riposano le spoglie di Fattori. Realizzato intorno al 1848, racconta di un uomo che, caduto da cavallo, miracolosamente si salvò e che per questo chiese al giovane e sconosciuto pittore un quadro come ringraziamento.
Per la prima volta è anche esposto il dipinto “bifronte” che raffigura Una carica di cavalleria a Montebello. Una grande scena di battaglia, dipinta su tela nel 1862, che un intervento di restauro ha rilevato avere sul verso l’abbozzo di una composizione storica di tema mediceo, avviata da Fattori alla fine degli anni ‘50 e poi abbandonata. L’analisi condotta ha permesso di ricostruire come lo stesso Fattori stese una spessa mano di pittura grigia sulla composizione originaria per poi girare la tela e abbandonare il soggetto romantico per raccontare, come poi sarà caratteristica della sua produzione, i grandi fatti della storia d’Italia a lui contemporanea e della sua unificazione. Il dipinto, realizzato per la città di Livorno grazie a una sottoscrizione pubblica dei cittadini livornesi, prima opera di Fattori a entrare nelle collezioni cittadine e ora finalmente resa visibile al pubblico su entrambi i lati della tela, rappresenta un momento di svolta fondamentale nella pittura ottocentesca. Un vero e proprio “documento” di storia dell’arte poiché racconta il passaggio dalla prima maniera fattoriana alla “rivoluzione” che questa esposizione dimostra.
Anche il dipinto Ciociara. Ritratto di Amalia Nollemberger (1880-1881) è tra le opere più raramente esposte, visibile per la prima volta dal 2016. In questo dipinto è raffigurata la giovane governante di cui il pittore si innamorò dando vita a un forte legame sentimentale seguito da una controversa vicenda personale, a causa della differenza di età. Una testimonianza della grande umanità di Giovanni Fattori che, in una lettera appassionata, scrive alla sua amata: “Io pure vedo il tuo ritratto, ora non ci ho altro - e lo bacio - anche la ciociara che mi sta davanti mi ricorda di te”.
Il ricco percorso è reso possibile, oltreché dall’importante patrimonio del Comune di Livorno, anche attraverso una serie di prestiti da istituzioni e da collezioni private, caratteristica quest’ultima che rende la mostra ancora più straordinaria, grazie alla possibilità di poter vedere dipinti di norma non accessibili.
Oltre a Fattori, in mostra, alcuni dei suoi maestri come Giuseppe Bezzuoli e Enrico Pollastrini, diversi amici artisti come Nino Costa, Niccolò Cannicci, Egisto Ferroni e Francesco Gioli, insieme ad alcuni allievi come, su tutti, Plinio Nomellini. Infine Amedeo Modigliani e Giorgio Morandi, due pittori che guardarono profondamente a Fattori come esempio di stile e di umanità. Con questa mostra l'intenzione dell'Amministrazione Comunale è di proseguire nel percorso di valorizzazione dei grandi talenti livornesi, da Modigliani a Mascagni, e Fattori, da Caproni a Piero Ciampi.
Giovanni Fattori. Una rivoluzione in pittura è promossa e organizzata dal Comune di Livorno con il patrocinio e il contributo della Regione Toscana, in collaborazione con l'Istituto “Matteucci” di Viareggio, Fondazione Livorno, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Fondazione LEM e grazie al contributo di Banca di Credito Coope- rativo di Castagneto Carducci ScpA, ASA S.p.a e Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno. Sponsor tecnici: Howden SpA, Coop Culture, Itinera e Agave.
13 GiovanniFattori Mandria Maremmana 1893 Museo Civico Giovanni Fattori LivornoIl progetto è corredato da un catalogo, Dario Cimorelli Editore, che presenta un approfondito saggio di Vincenzo Farinella, insieme ai contributi di Carmen Belmonte, Giorgio Marini, Giorgio Bacci, Silvio Balloni, Mattia Patti, Francesca Pullano e Andrea Baldinotti, arricchito da un ampio apparato iconografico.
La rassegna non è quindi solo una celebrazione artistica in occasione dei duecento anni dalla nascita del pittore, ma un primo passo verso la rigenerazione culturale di un bene comune. Un programma che prevede l’apertura di un punto ristoro all’interno del parco e il ripristino funzionale del Piccolo Teatro Storico, per ospitare eventi, letture, spettacoli e incontri culturali, oltre alla valorizzazione di altri spazi come i Granai di Villa Mimbelli, sede permanente del Museo Mediceo, che con un’ampia collezione di opere, documenti e reperti testimoniano il ruolo cruciale della dinastia dei Medici nella fondazione e nello sviluppo di Livorno, oltre al bookshop, alla Biblioteca d’Arte e alla ludoteca. I luoghi di Fattori è un evento a largo spettro che coinvolge piazze, strade, edifici storici e scorci cari al maestro livornese: una proposta immersiva tra arte e territorio. È possibile scoprire o riscoprire luoghi vissuti negli anni, come la Casa natale dell'artista, il Duomo, il Teatro San Marco, ma anche spazi evocativi come la statua di Fattori a Largo del Cisternino, fino ai paesaggi immortalati nei suoi dipinti, come la Tamerice d’Antignano o i Bagni Palmieri. L’iniziativa, realizzata dal- la cooperativa Agave, in collaborazione con una rete di partner tra cui il Gruppo Labronico, non si limita a raccontare la biografia dell’artista, ma propone una visione più ampia della società, dei personaggi, dei luoghi e del contesto storico che hanno influenzato Fattori.
Un approccio multidisciplinare che unisce cultura e turismo, creando nuovi spunti narrativi. I luoghi chiave del percorso sono segnalati da targhe interattive con QR Code, attraverso cui sarà possibile accedere a un sito dedicato con contenuti testuali e audio, per un’esperienza coinvolgente e autentica. Il progetto prevede anche un programma di visite guidate pensato per tutte le età.

Foto 1: Giovanni Fattori - Lungomare di Antignano - 1894 - olio su tela, 60 × 100 cm - Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno
Foto 2: Giovanni Fattori - Pagliaio, ca 1885 - olio su cartone - 24× 42 cm - Museo Civico Giovanni Fattori, Livorno
Foto 3: Giovanni Fattori - Mandria maremmana - 1893 olio su tela, 200×300 cm - Museo Civico Giovanni Fattori, Livorno

Attraverso il tempo

"Attraverso il tempo"
Galleria Ess&rrE
Date dall’8 al 28 novembre 25
Inaugurazione: 8 novembre ore 16:00
A cura di: Alessandra Antonelli e Roberto Sparaci

Ingresso: Libero

Nove artisti, nove sguardi sull’infinito dell’immaginazione: la Galleria Ess&rrE presenta "Attraverso il tempo", un percorso espositivo che unisce protagonisti storici dell’arte italiana a voci contemporanee di nuova generazione.

Dal secondo Novecento ad oggi, “Attraverso il tempo” è una mostra collettiva che accende il dialogo tra artisti di generazioni diverse, accomunati dalla tensione verso una dimensione poetica e simbolica dell’arte. Le opere di Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Fabio Frabetti, Aldo Mondino, Carlo Nangeroni, Rosario Oliva, Ciro Palumbo, Mario Schifano e Antonella Squillaci costruiscono una narrazione visiva in cui l’immaginazione diventa spazio condiviso di confronto, visione e libertà. Attraversando linguaggi che spaziano dalla Pop Art alla metafisica contemporanea, dall’astrazione al simbolismo, dalla pittura alla sperimentazione materica, la mostra si propone come un viaggio nei territori mutevoli del pensiero artistico italiano. Opere iconiche e lavori inediti dialogano in uno spazio dove ogni traccia visiva diventa portale verso un altrove sensibile e intimo. La mostra sarà accompagnata da un buffet con aperitivo.

La mostra “Attraverso il tempo” riunisce nove artisti di epoche, linguaggi e tensioni differenti in un dialogo corale che attraversa il paesaggio dell’arte italiana contemporanea e del secondo Novecento, disegnando un’inedita costellazione di visioni. Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Fabio Frabetti, Aldo Mondino, Carlo Nangeroni, Rosario Oliva, Ciro Palumbo, Mario Schifano e Antonella Squillaci: nove firme, nove modalità di indagare il visibile e l’invisibile, il presente e il mito, il segno e la narrazione.
Apre il percorso Lucio Del Pezzo, con le sue opere-oggetto che fondono rigore geometrico e ironia metafisica. Le sue composizioni, popolate da simboli e architetture immaginarie, sembrano piccole scenografie dell’assurdo, dove l’occhio è invitato a decifrare enigmi visivi più che a contemplare immagini.
A fargli eco è Tano Festa, artista iconico della Scuola di Piazza del Popolo, il cui lavoro trasforma l’oggetto quotidiano e il linguaggio della pubblicità in citazione colta. Le sue reinterpretazioni di Michelangelo e le finestre monocrome diventano qui varchi sul tempo, sullo sguardo e sulla ripetizione rituale del vedere.
Mario Schifano, presenza imprescindibile della mostra, si impone con l’energia di un artista che ha fatto del segno una febbre e della pittura un’ossessione. Le sue tele pulsano di vita urbana, memoria mediale e desiderio di infinito, tracciando un percorso unico tra classicità e avanguardia.
Con Aldo Mondino, il tono si fa giocoso e colto al tempo stesso. I suoi materiali inusuali - zucchero, caffè, tappeti orientali - raccontano un'arte nomade, che attraversa culture e identità con leggerezza concettuale e profondità ironica. Mondino è il viaggiatore che abita più linguaggi e li piega alla propria poetica.
Sul versante più lirico e onirico si muovono invece Ciro Palumbo e Fabio Frabetti, legati da un comune interesse per la pittura narrativa e immaginifica. Palumbo - tra mito e simbolismo - costruisce scenari sospesi, dove figure enigmatiche si muovono in paesaggi metafisici, mentre Frabetti indaga l’inconscio e il sogno, dando forma a visioni che sembrano emergere dal silenzio della memoria.
Carlo Nangeroni, con il suo lavoro astratto e ritmico, innesta la sensibilità della pittura americana degli anni '60 nella tradizione europea del segno. I suoi moduli circolari si espandono come onde sonore, tracciando una musica visiva che trova nella ripetizione la propria forza espressiva.
Rosario Oliva, artista della materia e del gesto, esplora invece la fisicità del colore e la tensione tra caos e ordine. Le sue superfici stratificate sono mappe emotive, territori dove l’informale si incontra con il lirismo.
Antonella Squillaci, la voce più recente del percorso, introduce una riflessione contemporanea sul corpo, sul segno e sull'identità. Squillaci lavora su una dimensione intima e sottile, fatta di trasparenze, tessuti e tracce che richiamano la fragilità e la resistenza dell’essere. 
Insieme, questi nove artisti compongono una mostra che non ha la pretesa di essere esaustiva, ma che si configura come un laboratorio di senso, dove il passato e il presente si interrogano reciprocamente. “Attraverso il tempo” è un invito a perdersi nei territori incerti dell’immaginazione, là dove l’arte smette di essere mera rappresentazione e diventa strumento per pensare, sentire e - forse - sognare.
L’evento è patrocinato dalla Regione Lazio.

Main Sponsor: Meros System integrator

Sponsor tecnico: Agostinelli Store


INFO:

Galleria Ess&rrE – Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 – loc. 876 – 00121 Roma

Tel. + 39 329 4681684 - +39 388 6378032

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Approdi d'arte

La Galleria Ess&rrE dal 18 ottobre al 7 novembre 2025 alle ore 17,00 inaugura la mostra

“Approdi d’arte”

un approdo sensibile tra mare, luce e visione interiore

Quando una galleria immersa nel contesto del mare - con gli scafi che ondeggiano, le luci che si riflettono sulle superfici d’acqua e l’orizzonte che appare allungarsi - ospita una collettiva di cinque voci femminili che dialogano con memoria, emozione, materia e gesto, il risultato è un’esposizione che suscita più di uno “fermo immagine”: chiede partecipazione, ascolto e tempo.

La Galleria Ess&rrE, situata nel Porto turistico di Roma - un luogo che da sé evoca transito, approdo, confine tra terra e acqua - diventa qui lo spazio ideale per un percorso espositivo dall’andamento fluido ma attento. Le tonalità luminose dell’ambiente, con la luce naturale che filtra e riverbera, offrono al visitatore momenti di sospensione visiva. Si immagina che l’allestimento, se bene curato, rispetti le pause tra le opere, lasci respiro e crei tensioni visive — elementi necessari in una mostra collettiva che mette a confronto stili diversi.

Franca Bonaiuti propone opere in cui il segno è trattenuto e meditato, con tensioni leggere che accumulano silenzi e densità espressive.

Gemma Lanzi, la cui presenza è nota anche in altri contesti espositivi della zona, spesso lavora al confine tra astrazione e figura, tra traccia e dimensione lirica: qui è immaginabile che le sue opere servano da “ponte visuale” fra rispetto della materia e sperimentazione del segno.

Annalisa Macchione offre un contributo centrato sull’elemento materico, sulla superficie come campo di stratificazione - un invito a perdersi nel dettaglio e riscoprire l’essenziale nel visibile.

Barbara Monti coniuga delicatezza e struttura: si può attendere da lei un equilibrio sottile tra composizione e gesto, con richiami al colore elaborato e all’intonazione tonale.

Lucia Pafundi espone opere in cui l’equilibrio tra segno, spazio e silenzio visivo è centrale: la sua presenza contribuisce a chiudere il cerchio espositivo con una tensione interiore pacata, che si riflette nello spazio e nello spettatore.

Pur provenendo da percorsi individuali e distinti, le cinque artiste in “Approdi d’Arte” sembrano trovare un punto d’incontro ideale nella dimensione dell’attesa e della superficie mediata. Non si tratta di una mostra “tematica” in senso stretto, bensì di un dialogo in cui ogni opera è “porto” e “partenza”: incontri e risposte possibili.

La mostra è inserita in Rome Art Week 2025

Parcheggio interno al Porto gratuito 

Dal 18 ottobre al 7 novembre 2025 in mostra alla Galleria Ess&rrE al Porto turistico di Roma locale 876 - 00121 Roma

INFO: tel. 329 4681684 – 328 2799743 - 388 6378032
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Correnti Contrarie

La Galleria Ess&rrE nel Porto turistico di Roma ha un contesto molto suggestivo: il mare, il porto, le imbarcazioni, la luce marittima, la prossimità con il paesaggio costiero e archeologico (Ostia, Tor San Michele, gli Scavi di Ostia Antica). Queste condizioni offrono all’esposizione una cornice che può dialogare - visivamente, tematicamente - con le opere: riflessi dell’acqua, orizzonti, vibrazioni cromatiche, rumore e silenzio, superficie vs profondità.

Correnti Contrarie” in uno spazio in cui è visibile il “conflitto” o la “tensione” che dà titolo alla mostra, con opere che esplicitano contrasti, direzioni opposte, dialogo dialettico, astratto vs figurativo, colore vs grafismo. Insomma gli autori si confrontano dentro la pratica artistica in cui le zone tematiche potrebbero avere uno spazio proprio che rispetti la sua “corrente”, ma ci sono punti in cui i lavori dialogano - affiancamenti, contrapposizioni visive - per far emergere le relazioni, le divergenze, i punti di contatto. L’utilizzo dello spazio luminoso e delle superfici riflettenti con la luce del porto la sera, le superfici metalliche o d’acqua, possono entrare nel dialogo con le opere - riflessi, ombre, alternanze. La galleria propone una mostra che è più di una semplice esposizione, è un’esperienza riflessiva. La vicinanza con il mare, la luce naturale e l’elemento paesaggistico marino danno una fisicità all’esposizione che arricchisce l’esperienza dello spettatore.

Cinque gli artisti in mostra: Katia Bregolin, Alessia Larotonda, Nicola Milioli, Claudio Pezzini e Barbara Pratesi con oltre 35 opere da assaporare in tutte le loro caratteristiche.

Inaugurazione 4 ottobre alle ore 17:00, aperitivo con gli artisti e riprese tv con interviste dedicate di Antonello Nazarini di ZTL TV.

Dal 4 al 17 ottobre 2025

Curatori: Alessandra Antonelli e Roberto Sparaci

INFO: +39 329 4681684 - +39 388 6378032 - +39 328 2799743

www.accainarte.itQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orari galleria: Dal lunedi al venerdi 10-13 e 15-19

Sabato 10-13 e 16-19

Domenica chiuso

IL PESO DELLA PACE:

UNA RIFLESSIONE PITTORICA
SULL’OPERA DI SILVANA GATTI

A cura di Claudio Roghi

logo roghiCon vero piacere mi dedico a questa riflessione e critica su un’opera così significativa. In questa opera dell’artista Silvana Gatti c’è un’immagine che si fissa nella memoria, una visione di una scena su una spiaggia che richiama il mare e gli sbarchi: un uomo, inginocchiato su una spiaggia deserta, con il peso del mondo sulle spalle, come fosse un fardello da cui liberarsi. Ma non è Atlante, né un titano punito dagli dèi; è solo un essere umano indifeso, con l’unica colpa di essere ridotto a un numero. È una figura moderna anonima, vestito con una maglietta di colore rosso, che simboleggia il sangue versato e che urla sotto il cielo azzurro, inginocchiato sulla sabbia come se pregasse la resa fragile, umana e sofferente. È l’anima collettiva del nostro tempo, in cui l’indifferenza fa più vittime della violenza subita. Sopra di lui, però, non si erge solo il globo terrestre, bensì qualcosa di molto più complesso: un mondo ferito, popolato da guerre, fiamme e minacce, ma anche da un gesto di speranza che si libra in volo con il simbolo di una colomba bianca, immensa, che porta nel becco rami d’ulivo come stelle cadenti. Questa è l’opera che l’artista Silvana Gatti ci consegna, e che si presta a una lettura stratificata, simbolica ed emotivamente vibrante. Un dipinto che potremmo chiamare, con licenza lirica e poetica, in cerca della pace. L’immaginario iconico: una scena sospesa tra mito, spiritualità e contemporaneità che la Gatti costruisce attraverso un’immagine, una mescola di riferimenti iconografici della tradizione cristiana come la colomba della pace, simbolo dello Spirito Santo con archetipi mitologici: il peso del mondo sulle spalle e la postura genuflessa, che rappresentano ormai la realtà odierna. La sensazione diffusa, palpabile, di vivere in un mondo affaticato, lacerato e fragile, dove la pace non è mai un punto di partenza, ma sempre un traguardo da rincorrere. L’opera è ambientata su una spiaggia, un litorale senza tempo, quella spiaggia che per molti è liberazione, ma che spesso diventa un calvario per i più. Mare e cielo si fondono in una calma apparente, quasi beffarda: l’orizzonte è sereno, ma dentro il globo che grava sull’uomo c’è tempesta.
Exif_JPEG_420Focolai di guerre, più profonde e incisive, stermini ed esplosioni, fuochi che si ergono nel cielo dei più deboli, probabilmente guerre non volute dai popoli, ma solo dalla brama di pochi. Un vivo ricordo di una citazione di Eliot: il mondo non finirà con un’esplosione, ma con un lamento lacerante. Eppure, in alto, una colomba si stacca e si eleva: questa è la speranza. Forse rappresenta il desiderio, forse la fede o la volontà degli esseri giusti e puri. Sicuramente, la possibilità della pace non deve essere un miraggio, ma la soluzione. L’artista Silvana Gatti con la sua tecnica dimostra una grande padronanza della tela attraverso il colore e la composizione narrativa, oltre a una netta linea dell’orizzonte tra cielo e mare. Il cielo e il mare, dipinti con toni di azzurro tenue, offrono un fondale di quiete e silenzio, quasi un palcoscenico rarefatto dove si consuma il dramma dell’interiorità e la speranza dell’anima. La figura inginocchiata, in contrasto, è trattata con pennellate più corpose e calde, che ne accentuano il senso di umanità. Il rosso del maglione non è solo un accento cromatico: è una ferita viva e lancinante, è l’urlo silenzioso del mondo che grava sulle spalle di ogni uomo cosciente, come per liberarsi del peso. Il globo è forse la parte più densa dell’opera: è il centro visivo e simbolico. Qui la Gatti inserisce dettagli, forme e simboli: la colomba ad ali aperte che spicca il volo tra le fiamme del globo, inviando rametti d’ulivo come segnale di pace. È un mondo frammentato, brulicante di conflitti spesso inutili per conquistare terreni aridi e rocciosi. Un mondo che, pur non coinvolgendoci in prima persona, ci appesantisce comunque: è il paradosso dell’empatia moderna, o forse il senso di colpa dell’occidente, che spesso pensa ad armi e sangue con il motto di esportare democrazia e libertà, osservando, consumando e portando sulle spalle i mali che ha contribuito a generare. L’opera è profondamente simbolica e di lettura esistenziale. La colomba è un segno di straordinaria potenza e di significato inequivocabile e universale. In un’epoca in cui il linguaggio visivo spesso indulge nell’ambiguità, la Gatti osa un simbolo limpido e biblico. Ma non lo fa in modo ingenuo: la colomba porta i rami d’ulivo, ma li lascia cadere uno a uno, come se non potesse portarli tutti, come se la pace dovesse essere condivisa, raccolta dal basso. Non basta che la colomba voli: serve che l’uomo sia disposto a sollevarsi, a cogliere i rami che cadono, a credere ancora nella possibilità di una riconciliazione, prima di tutto interiore e spirituale, affinché le anime possano incontrarsi. La figura inginocchiata è, in fondo, ognuno di noi che crede nella libertà altrui. C’è qualcosa di profondamente intimo in quella postura: non è solo un gesto di stanchezza, ma anche di preghiera e di evocazione al divino supremo. Quasi un atto penitenziale, o forse il momento prima della resurrezione che ci riporti alla terra. Non ci sono catene, né croci, ma il peso del mondo è sufficiente a piegare l’essere umano. Eppure, l’essere umano non è schiacciato: si inginocchia, ma non cade; conserva sempre la speranza e la fiducia. È qui che risiede la forza dell’opera: nella capacità di suggerire che, anche sotto il fardello del caos mondiale, possiamo ancora resistere, possiamo ancora sperare nel prossimo. Un’opera civile, spirituale e personale di Silvana Gatti che riesce in un’impresa rara: con un linguaggio pittorico semplice e accessibile, tocca corde profonde, quasi ancestrali. La sua opera è insieme civile, parla del globo; spirituale, parla della pace; ma anche personale, parla del grande cuore umano. Non è un’opera retorica: non ci sono slogan, non c’è ironia, non c’è cinismo. Solo il desiderio, autentico e struggente, che la pace è interiore e universale, che sia ancora possibile tra i popoli. In un tempo dominato dall’iperstimolazione visiva e dalla disillusione, questo dipinto appare quasi come un’icona contemporanea. L’artista con questa opera ci ha portato alla meditazione visiva sul nostro tempo. Una riflessione pittorica su quanto sia difficile trovare la pace dentro di noi, quando tutto intorno sembra precipitare. Eppure, nel cielo terso, la colomba vola ancora. I suoi rami d’ulivo cadono come promesse, come inviti. Non tutto è perduto. La pace è faticosa, sì. È un peso, spesso. Ma è anche una possibilità. Un atto di fede e un volo da seguire.

SILVANA GATTI - PITTRICE FIGURATIVA & SIMBOLISTA

http://digilander.libero.it/silvanagatti email : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Les fleurs et les raisins

Trasversali allegagioni d'arte

SE RITORNASSE IL VINO
A LA MONTAGNA

di Alberto Gross
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Maison Maurice Cretaz - musicale come un verso di Ronsard - è una piccola e ancora giovane azienda vinicola valdostana di circa due ettari vitati, dislocati e divisi tra media e bassa valle. L'antico vigneto di Sarre - nei pressi di Aosta - coltivato dal nonno Lie e destinato ad una produzione esclusivamente familiare, rimase pressoché abbandonato per diversi anni fino a quando il nipote Andrea, deciso a interrompere il proprio lavoro da architetto, scelse di custodirlo e di prendersene cura. Assieme alla moglie Manuela e con il supporto di agronomi e ampelografi esperti principiano pazientemente a riassettare e riordinare il vigneto, con l'intenzione di dedicarlo alla coltivazione delle uve autoctone valdostane. Di lì a qualche anno non si lasciano sfuggire l'occasione di acquisire un altro piccolo appezzamento a Pont-Saint-Martin, in bassa valle, ed è qui che veniamo accolti nel tardo pomeriggio di un Ferragosto ancora gentile e niente affatto feroce.
Chi vi scrive avrebbe fin troppa conoscenza degli effetti causati dalla vertigine per altezze elevate da indurlo a recedere di fronte alla prospettiva di addentrarsi e discendere i ripidi terrazzamenti del Domaine Monot, ma il fascino generoso e impervio del luogo è troppo persuasivo per rinunciarvi. La disponibilità e il garbo con cui Andrea e Manuela ci accompagnano tra le pergole scoscese dalle quali pendono splendidi grappoli di Picotendro è direttamente proporzionale all'unicità dello scenario: scopriamo una “vigna giardino” ad ospitare numerose varietà di piante che vivono in armonia e simbiosi con le uve coltivate, specchio di un approccio all'agricoltura che rispetta e protegge il territorio in cui lavora, restituendo poi nel bicchiere le peculiarità e la vita vera del “climat” di appartenenza. Al primo sorso di degustazione in vigna veniamo sorpresi da un temporale inatteso che, tuttavia, ci offre la possibilità di esplorare e trovare temporaneo asilo all'interno di una grotta/deposito scavata nella roccia, degna di un racconto di Lovecraft o di Nodier. Passata la tempesta si torna alla degustazione: il “BOS 2022” è un Picotendro che si apre attraverso note di mirtillo, ribes e cassis, complicate da una trama balsamica di erbe officinali; la complicità del suolo - in prevalenza acido e sabbioso - rende il sorso austero e delicato assieme, con l' imprevedibile, finale freschezza del melograno a smarcarlo da ogni possibile, comune interpretazione del vitigno. Dal Domaine Banques di media valle - con terreni più ricchi di scheletro - assaggiamo “LIE 2021”, un Petite Arvine piacevolmente agrumato, pompelmo rosa e kumquat, oro di zafferano e ancora erbe aromatiche; in bocca il tannino viene equilibrato da un sorso pieno e vellutato, pure confortato dalla sapidità “rocciosa” che nulla disperde dell'elegante sottigliezza dei vini di montagna. logo
Consigliamo l'abbinamento con “L'orage”, brano di Georges Brassens in cui un temporale è foriero di vicende gradevolmente deliziose, proprio come è occorso a noi.
E abbassate la luce.vino
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